Kansainvälinen Kommunistinen Puolue

Il Partito Comunista 209

Alla radice degli errati indirizzi nel sindacalismo che si dice "di base" Pt. 1

La crisi del capitale

In tutto il mondo la società capitalistica dimostra di non essere in grado di controllare le proprie contraddizioni e sprofonda sempre più in una delle sue storiche crisi.

Se il Sud e l’Est del mondo sono già crollati sul piano economico, l’Ovest, epicentro reale della crisi, resiste drogando la sua economia con sciupio immenso di forze produttive. La crisi, che ha già conseguito il risultato enorme di aver spezzato gli equilibri di Yalta e smascherato il falso comunismo dell’Est, ha sprigionato energie immense che ancora agiscono incontrollate e che saranno canalizzate dalla controrivoluzione o dalla rivoluzione a seconda di quale classe prenderà l’iniziativa storica per la risoluzione violenta della crisi: il proletariato o la borghesia.

Ogni Stato tenta di uscire dal pantano emanando misure contro il proletariato: riduzione del potere di acquisto dei salari, riduzione drastica del salario differito (sanità, pensioni, scuola e servizi in genere), ristrutturazione dei processi produttivi aziendali (privati e pubblici) con espulsione di milioni di lavoratori dal processo produttivo e dai servizi, precarizzazione del rapporto di lavoro etc.

Ogni Stato si prepara a combattere per la sua sopravvivenza come entità autonoma economico-politica mandando in prima fila a combattere e morire i suoi proletari.

Non solo ma le varie borghesie nazionali per salvarsi tentano di aggregarsi in poli sovranazionali che permettano loro di uscire dalla crisi vincendo la guerra commerciale, finanziaria e produttiva, contro gli altri grandi poli dell’accumulazione.

Mentre i paesi europei marciano verso l’Europa di Maastricht a guida germanica, l’America del Nord si organizza nella Nafta che comprende Usa, Messico e Canada, e il Giappone riprende i contatti con Corea e Cina, aumenta il suo potere in tutta l’area del Sud-Pacifico, cambia la sua costituzione e manda per la prima volta nel dopoguerra i suoi soldati in un paese straniero, la Cambogia. Si stanno delineando nel mondo tre blocchi mostruosi che per il momento si combattono a colpi di tassi di interesse e tariffe commerciali, e che in un domani non tanto lontano saranno costretti a misurarsi sul piano militare. In questa battaglia tra mostri imperiali si cominciano a contare i primi morti proletari, morti reali (Yugoslavia), e morti economici (disoccupati e poveri in aumento in tutto il mondo).

La crisi del capitale su scala mondiale insieme al razzismo e altre aberrazioni porta con sé fenomeni di importanza fondamentale per il proletariato: la crisi dei partiti e la necessità di rafforzare lo Stato, e la crisi dell’opportunismo politico e sindacale.


Crisi dei partiti non crisi dello Stato

In tutti i paesi la crisi economica ha portato uno scombussolamento tra i partiti esistenti. Si è assistito alla dissoluzione di partiti considerati potentissimi (vedi PCUS), partiti che hanno ripudiato pubblicamente tutto il loro passato (PDS), nascita di partiti praticamente dal nulla (Le Pen in Francia, Lega in Italia, Repubblikaner e nazisti in Germania, lo stesso fenomeno di Perot in Usa, ecc.).

Molti proletari confondono questo indebolimento dei partiti borghesi con un indebolimento dello Stato. In realtà più la crisi avanza e più la guerra tra gli imperialismi si fa dura, più i singoli Stati borghesi si blindano, riducono di fatto e di diritto i poteri del parlamento e della magistratura, rafforzando enormemente l’esecutivo. Tutti gli Stati borghesi oggi tendono verso forme di dominio bonapartista. La crisi dei partiti tradizionali, la nascita di nuovi partiti, il dilagare del populismo plebiscitario sono momenti che confermano l’emancipazione dell’esecutivo dagli altri poteri dello Stato. D’altra parte l’economia capitalista detta legge, anche agli stessi borghesi.

In una guerra in cui è necessario prendere decisioni immediate non si possono attendere i tempi lunghi del parlamentarismo. La ”fabbrica di chiacchere” ha esaurito il suo compito. Forse non è lontano il momento in cui anch’essa sarà ”ristrutturata” e i suoi addetti di nuovo ”prepensionati”.

La borghesia è la classe politica per eccellenza, è la classe che ha elaborato un culto feticistico dello Stato e della volontà politica. Sin dal suo sorgere ha sempre pensato che le sue crisi fossero causate da deficienze accidentali o intenzionali dell’amministrazione dello Stato, e quindi ha ricercato sempre in misure amministrative il rimedio dei suoi mali. Ristrutturando il suo Stato in senso bonapartista o fascista, con o senza parlamento, pensa di poter risolvere i suoi problemi.


Crisi dell’opportunismo politico e sindacale

Nel caos attuale in cui l’economia si rivolta alla borghesia, gli opportunisti politici e sindacali, sempre pronti a precipitarsi in aiuto dell’ordine capitalistico a prezzo del tradimento degli interessi collettivi proletari, hanno subito una schiacciante sconfitta: non solo le loro prospettive di un avvenire sempre più radioso e ”sociale” per le masse sono crollate, ma l’odierna sinistra realtà di miseria grava unicamente sulle masse sfruttate, di cui essi pretendono assicurare il benessere e la prosperità in piena società capitalistica di sfruttamento, e questo al suo stadio più parassitario.

La totale e clamorosa bancarotta del capitalismo ha parimenti comportato lo scacco completo di tutti i traditori che hanno legato il loro destino al capitale, con le loro sordide manovre e i loro compromessi. La crisi ci ha fatto superare questo primo passo gigantesco nell’opera di emancipazione dei lavoratori.

Mentre il capitalismo è alle prese con difficoltà inestricabili, gli opportunisti politici e sindacali propongono e impongono alle masse austerità e sacrifici (e questi in piena crisi di sovrapproduzione) per salvaguardare la produzione nazionale e lo Stato a cui collaborano. Le organizzazioni sindacali e i loro referenti politici anestetizzano le masse, già manipolate da decenni, proprio quando esse cominciano ad uscire, sotto la pressione dei fatti, dal loro lungo letargo.

La funzione dei sindacati nazionali confederali e autonomi appare con sempre maggior chiarezza come quella di organizzazioni preziose e indispensabili alla classe dominante per la conservazione della stabilità sociale e politica della società capitalistica. Ogni misura governativa o padronale, dettata dall’aggravarsi progressivo della situazione economica generale, trova in essi il veicolo migliore per essere imposta ai lavoratori al fine di impedire o comunque smorzare reazioni di classe pericolose per l’assetto generale del capitalismo.


Nuovi organismi di difesa

Il grado di degenerazione degli attuali sindacati, la natura reale della loro funzione antiproletaria, così come le sane reazioni dei lavoratori che si organizzano, possono essere comprese solo attraverso lo studio della questione sindacale nel suo complesso. Solo attraverso la storia passata del movimento operaio è possibile capire e comprendere come si sia arrivati a questo punto, in cui i sindacati si sono trasformati in poliziotti dei lavoratori, in loro nemici inesorabili. Solo attraverso lo studio scientifico della questione sindacale in tutto l’arco complessivo di vita del modo di produzione capitalistico è possibile comprendere dove mirano ineluttabilmente tutti i tentativi, in qualunque paese del mondo avvengano, di organizzazione autonome dei lavoratori, e individuare le cause della loro debolezza.

Il ritorno delle masse proletarie alla difesa intransigente delle loro condizioni di vita attraverso lo scontro di classe, contro tutte le forze che difendono gli interessi dell’economia capitalistica, ha come conseguenza la rinascita di un tessuto organizzativo classista che inquadri e diriga la parte più combattiva e risoluta del proletariato.

La fase che noi stiamo vivendo è l’atto di nascita ancora debole, ma già temibile per la borghesia e i venduti opportunisti, di queste nuove organizzazioni economiche di classe, condizione indispensabile per difendere il presente e il futuro del proletariato.

Come spesso avviene nella storia, il nuovo che emerge dal suo grembo cerca una sua legittimità, anche senza saperlo, in teorie che hanno accompagnato la genesi della classe lavoratrice in sindacato e in partito politico. Come i giacobini e i repubblicani francesi cercavano i loro modelli nei repubblicani romani, così molte organizzazioni attuali cercano i loro modelli teorici in forme di organizzazione del proletariato che già sono fallite storicamente. Nel mentre pensano di aver trovato la soluzione organizzativa ottimale per l’emancipazione del proletariato. Pensano di essere entrati nell’”era dell’informatica”, mentre sul piano teorico e pratico sono ancora al tempo della distruzione dell’artigianato e della nascente manifattura.

L’esposizione storica della questione sindacale concerne l’atteggiamento tenuto dalla borghesia nei confronti della forma sindacato, e le connotazioni assunte dalla stessa forma nel corso della sua evoluzione.


La borghesia di fronte alla forma sindacato

Nell’atteggiamento della borghesia nei confronti della forma sindacato si possono distinguere tre fasi: divieto – tolleranza – assoggettamento.

La prima fase è caratterizzata dall’affermarsi sulla scena della storia dei primi confusi ma decisi moti operai contro i singoli capitalisti e di conseguenza delle prime associazioni operaie. Questi fenomeni furono le prime smentite della dottrina liberale che costituì la veste ideologica del trionfo della borghesia assurta a classe dominante contro i vecchi regimi dell’aristocrazia feudale. Per la borghesia nessuna associazione economica tra ”cittadini” sarebbe stata più necessaria perché la difesa dei diritti individuali sarebbe stata garantita dallo Stato e dagli istituti rappresentativi di tutto il popolo ”liberamente eletti”. E in nome di questi principi che la borghesia reprime ferocemente le prime associazioni permanenti degli operai accusandole di voler riesumare le corporazioni dell’ancien regime.

In Francia in piena rivoluzione, nel 1791, la legge Le Chapelier vieta l’associazionismo operaio e lo stesso farà la contrapposta Inghilterra nel luglio del 1799. Ieri come oggi i borghesi possono combattersi ferocemente tra di loro ma legiferano nello stesso modo contro il proletariato.

Questi divieti facevano sì che queste prime associazioni operaie costituissero, per il solo fatto di manifestarsi apertamente, un potente fattore rivoluzionario. Non stupisce pertanto che nei primi movimenti proletari non fosse ben chiara la distinzione tra organismi di difesa ecomica e organizzazioni politiche.

Ma già con la fondazione della Prima Internazionale, a cui aderivano anche le organizzazioni economiche, si era chiarita la sostanziale differenza tra organizzazione economica e partito politico ed erano stati esplicitati i limiti intrinseci del movimento sindacale.

«Le Trade-Unions compiono un buon lavoro come centro di resistenza contro gli attacchi del capitale; in parte si dimostrano inefficaci in seguito a un impiego irrazionale della loro forza. Esse mancano, in generale, al loro scopo, perché si limitano ad una guerriglia contro gli effetti del sistema esistente, invece di tendere nello stesso tempo alla sua trasformazione e di servirsi della loro forza organizzata come di una leva per la liberazione definitiva della classe operaia, cioè per l’abolizione definitiva del sistema del lavoro salariato» (Salario, Prezzo e Profitto, esposizione di Marx al Consiglio Generale dell’Internazionale, 1865).

Già da allora il sindacato veniva subordinato al partito politico che costituiva il vertice nella gerarchia delle organizzazioni proletarie. «Nella lotta contro il potere collettivo delle classi possidenti, il proletariato non può agire come classe se non costituendosi esso stesso in partito politico distinto, opposto a tutti i vecchi partiti formati dalle classi possidenti. Questa costituzione del proletariato in partito politico è indispensabile per assicurare il trionfo della rivoluzione sociale e del suo fine supremo: l’abolizione delle classi. La coalizione delle forze operaie, già ottenuta attraverso la lotta economica, deve anche servire da leva in mano a questa classe, nella lotta contro il potere politico dei suoi sfruttatori» (Articolo 7a degli Statuti dell’A.I.L. approvati al Congresso dell’Aia, 1872).

Successivamente, e in particolare nel periodo della II Internazionale, la borghesia cambia atteggiamento nei confronti degli organismi economici. Dal divieto passa alla tolleranza violando con questo i suoi ”sacri principi” liberali. Questo periodo, che si concluderà tragicamente nel massacro del 1914, è contraddistinto da uno sviluppo continuo e relativamente pacifico del capitalismo, dalla formazione di una larga fascia di aristocrazia operaia che fornisce i quadri dei nascenti partiti socialisti e delle sempre più forti organizzazioni economiche. Inizia in questa fase la commistione di interessi tra proletariato e borghesia, la sopravvalutazione delle conquiste sindacali, l’elogio del movimento immediato e la chiusura del movimento entro il quadro della società esistente.

Dal punto di vista dei contenuti politici, esistono analogie tra l’opportunismo sindacale della prima fase di espansione del capitalismo e quello dell’attuale fase imperialista. L’ideologia di cui sono entrambi permeati, che è poi quella della classe dominante, è la stessa e non potrebbe essere diversamente. La differenza risiede nella funzione istituzionale assunta nei confronti delle strutture statali e degli ingranaggi politici-economici della società capitalistica in generale, in rapporto alle tendenze e all’atteggiamento delle masse proletarie verso di esse. Mentre i dirigenti sindacali dei primi periodi erano indipendenti dagli organi statali e dovevano rispondere alle masse, talchè le loro organizzazioni funzionavano mediante il metodo democratico e si mantenevano con i contributi volontari dei soli iscritti, gli attuali sono legati e dipendenti anche finanziariamente dallo Stato, totalmente irresponsabili rispetto alle masse, mentre le loro organizzazioni funzionano con il metodo della cooptazione.

Ouei sindacati furono definiti da Lenin e dall’Internazionale Sindacale Rossa, sindacati operai reazionari. Anche se i loro dirigenti sono legati alla borghesia e alla polizia (se non da essa direttamente fondati, vedi caso Zubaov in Russia inizio secolo) tali sindacati conservano il loro carattere operaio e sono suscettibili di essere utilizzati per la lotta di classe.

E, in circostanze favorevoli, sono suscettibili di essere conquistati all’azione e alla direzione dei comunisti rivoluzionari. Tale fu la CGL prima del fascismo in cui la frazione sindacale rossa controllata dal Partito Comunista d’Italia comprendeva nel settembre del 1921 mezzo milione di iscritti (L’Ordine Nuovo quotidiano 10 settembre 1921, Convegno Nazionale delle Organizzazioni Sindacali comuniste).

  Nel primo dopoguerra il proletariato, sulla spinta della Rivoluzione russa e della crisi economica, tenta, ed in parte vi riesce, di riprendere il controllo dei suoi organismi economici.

Chiuso il ciclo rivoluzionario, la borghesia sull’onda della controrivoluzione passa alla terza fase, inaugurata dai regimi fascisti, e poi, specialmente dopo la seconda guerra mondiale, estesasi a tutto il mondo: quella dell’assoggettamento. La borghesia mira non più solo a tollerare i sindacati, ma ad utilizzarli come strumenti diretti della gestione dell’economia capitalistica attraverso il loro riconoscimento giuridico e istituzionale.

Il sistema imperialista si dimostra molto più rigido nelle sue articolazioni del capitalismo pre-imperialista. Questo fa sì che la lotta economica del proletariato si trasformi in lotta politica assai più rapidamente di quanto non potesse avvenire nella fase dello sviluppo relativamente pacifico del capitale. Questo rende la questione sindacale ancora più bruciante che all’inizio del secolo. La costituzione dei sindacati di classe sarà avversata in modo violento dalla borghesia, ma rappresenterà un fattore di accelerazione enorme del processo rivoluzionario.

L’imperialismo tende alla centralizzazione estrema di tutti i fattori della produzione capitalistica sotto l’egida dello Stato e dunque anche dei sindacati, divenuti ormai parte integrante del contesto sociale ed economico del capitalismo.

Assoggettando i sindacati allo Stato la borghesia mondiale ha strappato al nemico proletario l’unica sua risorsa: l’organizzazione, il superamento dell’individualismo, divisa storica e filosofica del regime borghese.

Poiché il divieto del sindacato economico sarebbe un incentivo alla lotta di classe autonoma del proletariato, in questa fase la consegna è divenuta l’opposta: il sindacato deve essere inserito giuridicamente nello Stato e divenire uno dei suoi organi. La via storica per arrivare a tale risultato presenta aspetti diversi e anche molti ritorni, ma siamo in presenza di un carattere costante e distintivo del moderno capitalismo imperialista.

Dopo la prima guerra mondiale in Italia e in Germania i regimi totalitari vi giunsero con la diretta distruzione dei sindacati rossi tradizionali e persino di quelli gialli, sostituiti dai sindacati statali neri.

Gli Stati che in guerra hanno sconfitto i regimi fascisti si muovono con altri mezzi nella stessa direzione. Permettono che agiscano sindacati formalmente liberi e non vietano lo sciopero. Ma ovunque la soluzione di tale movimento confluisce in una trattativa con gli esponenti del potere politico ufficiale che fanno da arbitri tra le parti economicamente in lotta, ed è ovviamente il padronato che fa in tal modo la parte del giudice e dell’esecutore. Ciò sicuramente prelude alla eliminazione giuridica dello sciopero e dell’autonomia dell’organizzazione sindacale che si può considerare ormai praticamente in fase di compimento in tutti i paesi.

La differenza tra i sindacati fascisti dichiaratamente di Stato e i sindacati cosiddetti liberi non sta nelle rispettive politiche: tutti subordinano la difesa degli interessi economici immediati dei lavoratori alle esigenze della patria e dell’economia nazionale. La differenza fondamentale è nella forma organizzativa per cui in alcuni paesi capitalistici, nei più ricchi e in quelli in cui la lotta di classe non ha raggiunto limiti critici, così come è stato possibile allo Stato capitalistico mantenere le forme democratiche, è stato possibile mantenere sindacati formalmente ”liberi”, formalmente ad adesione volontaria dei lavoratori, anche se sostanzialmente legati alle sorti del regime capitalistico e alla sua conservazione.

Proprio per questo usiamo per tali organismi sindacali la definizione di sindacati di regime invece che di Stato anche se questo, alla lunga, sarà lo sbocco inevitabile. La differenza nelle forme organizzative tra sindacato di Stato e sindacato di regime non è indifferente ai fini dei rapporti di forza tra le classi. Il fatto che lo Stato capitalistico sia riuscito a sottomettere gli organismi operai alla difesa dei propri interessi, di fatto e tramite mille legami, e che abbia potuto, in questo dopoguerra e nei massimi paesi (escluso l’Est europeo in cui il sindacato era di Stato) ottenere questo risultato, mantenendone l’organizzazione formalmente libera e volontaria, è un fatto negativo di grandissima importanza. Indica che la borghesia è riuscita a corrompere il proletariato e che non ha avuto bisogno di distruggere i suoi organismi di classe, ma che essi si sono ”volontariamente” sottomessi per il tramite dei propri capi opportunisti, per il tramite dell’influenza delle categorie operaie privilegiate, alle esigenze dello Stato e del Capitale.

Da questa dinamica sindacale dell’epoca imperialista alcuni deducono sia finito il tempo delle rivendicazioni sindacali e degli organismi di difesa economica del proletariato e nulla possa essere concepito ormai in termini di ”lotta al sistema”, che non sia immediatamente politico, denunciando la lotta di difesa economica come ”arretrata” o al massimo subendola come prezzo necessario da pagare per imporre il passaggio al ”politico”. Costoro non si accorgono che ogni lotta economica che vada oltre una certa estensione concresce in lotta politica. Poichè il sistema imperialista si dimostra molto più rigido nelle sue articolazioni del capitalismo pre-imperialista la lotta economica del proletariato può trasformarsi in lotta politica assai più rapidamente di quanto non potesse avvenire nella fase dello sviluppo relativamente pacifico del capitale.

Ma nell’epoca imperialista i tempi dell’economico, del politico e del militare sono accelerati ma non annullati (vedi Polonia anni’ 80).

Questo non vuol dire che il sindacato si scioglie nel partito o viceversa. Vuol dire soltanto che non è dato un lungo ciclo in cui la lotta sindacale potrà fare a meno della direzione di partito e della lotta politica e che in breve tempo sfocerà nella lotta per il potere. Ma gli organi della lotta sono distinti: sindacati e organi dello Stato dittatoriale con diversa funzione e composizione. Possiamo solo dire che il partito sarà presente in tutte le fasi come organo dirigente del complessivo processo rivoluzionario.

Questo rende la questione sindacale ancora più bruciante che all’inizio del secolo. La costituzione dei sindacati di classe sarà avversata in modo violento dalla borghesia, ma rappresenterà un fattore di accelerazione enorme del processo rivoluzionario.

Al momento culminante della crisi che porterà al crollo dell’economia capitalistica e di tutte le conquiste e garanzie, riserve ”colcosiana” del moderno proletariato, insieme a tutte le illusioni democratiche e pacifiste «non resterà alle masse sfruttate altra alternativa che la lotta per la difesa delle proprie condizioni di esistenza. Da questa lotta che si troverà contro tutte le centrali tricolore, tutti i partiti, tutto l’apparato statale, dovrà risorgere il sindacato di classe» (Comunismo, 1/1979).

La crisi in questo senso lavora per coloro che hanno a cuore gli interessi del proletariato. Distruggendo inesorabilmente le riserve economiche dell’aristocrazia operaia colpisce il pilastro portante del sindacalismo di regime. Il macello economico dell’aristocrazia operaia è la premessa indispensabile per la distruzione del sindacalismo di regime e la rinascita del sindacato di classe. La rinascita del sindacato di classe non sarà né graduale né pacifica né tantomeno prodotto della scheda referendaria, come pensa la quasi totalità dei dirigenti del sindacalismo base (Cobas, Club, SLA, etc).