Kansainvälinen Kommunistinen Puolue

Il Partito Comunista 83

L’epilogo borghese della rivoluzione cinese si legge nel suo passato Pt.9

Nei numeri passati è stato descritto lo stato sociale nelle campagne cinesi, dagli anni Trenta fino al 1957, lo stato delle forze produttive, i rapporti di classe e di produzione ivi esistenti, infine la politica seguita dal Partito Comunista Cinese nell’arco di un trentennio, ripercorrendo le principali tappe militari e sociali che hanno visto un movimento imperioso di masse enormi di uomini che fa impallidire anche la pur gloriosa storia europea, ricca di rivoluzioni.

Solo nel primo numero del lavoro, si diedero accenni alla politica del Partito Comunista Cinese rispetto alla classe operaia nelle città, liberate dagli Eserciti Popolari ed abbandonate da quelli Nazionalisti. La classe operaia cinese accolse freddamente l’instaurazione del nuovo regime di Nuova Democrazia, derivante senz’altro dalle cruenti e feroci sconfitte subite negli anni 1927-29, che l’avevano decapitata della sua parte di avanguardia, a causa della disastrosa politica seguita dal Comintern tutto e dal PCC; erano state poi le immediate misure del nuovo regime, tutte tese a ripristinare la normale vita economica e produttiva, anziché a migliorare le condizioni di esistenza della classe salariata, a confermare – come già visto – tale diffidenza e distacco.

Detto questo intendiamo indagare sulla politica industriale del Partito Comunista Cinese, confrontandola con la teoria e dottrina marxista, proprio per ben fissare la reale natura di classe di tale Partito e della Repubblica che guida, Partito e Stato non della classe lavoratrice, ma del Capitale e delle sue esigenze produttive ed organizzative.

La situazione economica nell’anno 1949

La situazione economica che il nuovo regime ereditava era praticamente allo sfacelo; dal 1911, crollo della dinastia manciu ed inizio della rivoluzione nazionale democratica che con alterne vicende ed alterni uomini e partiti doveva concludersi ben 38 anni dopo, vaste zone della Cina erano state continuamente devastate da sollevazioni, guerra civile, invasioni straniere, e, per il degrado assoluto della struttura statale e civile, da inondazioni e carestie, con decine di milioni di morti.

Inevitabilmente si era arrivati ad una quasi totale paralisi della produzione industriale e del commercio in diversi centri urbani. La riattivazione della normale vita economica sarebbe stata poi ancora più difficile per il vero e proprio depredamento che i Russi avevano effettuato in Manciuria, regione guida in campo industriale della Cina per i grandi investimenti di capitale effettuati dai Giapponesi che l’avevano portata a produrre dal 40 al 60% dei principali prodotti industriali dell’intera Nazione.

I lunghi anni di guerra avevano poi dato un duro colpo alla rete irrigua ed al sistema di dighe, il cui perfetto funzionamento era indispensabile per sopperire alla tradizionale scarsità della rete di comunicazione stradale e ferroviaria, oltre a costituire condizione indispensabile per salvaguardare la produzione agricola dalle avversità meteorologiche.

Le linee ferroviarie avevano subìto colpi pesanti dal procedere delle operazioni militari, tagliate e minate dagli eserciti contendenti: l’immensa superficie della Repubblica Popolare Cinese contava, alla sua costituzione, circa 21.000 km. di ferrovie in efficienza, e la quasi totalità del materiale rotabile era stato requisito dall’esercito. Una miseria, non solo rispetto all’Occidente Europeo ma anche alla vicina India, un terzo di estensione territoriale ma con 55.000 km. di strade ferrate.

I trasporti veicolari civili erano in pratica inesistenti: da 20 a 30.000 veicoli per circa 81.000 km. di strade. Ancora peggio la situazione della flotta mercantile quasi tutta riparata a Taiwan.

Sono questi i primi significativi dati: con poche strade, con poche ferrovie, per giunta in cattivo stato. Lo stesso grande capitalismo è impedito nella sua corsa, altro che socialismo !

La guerra con i giapponesi e la guerra civile aveva poi determinato nelle città controllate dal Guo-min-dang una inflazione inarrestabile se non con misure di “salute pubblica”, impossibili da attuare per la corruzione del regime di Jiang Jieshi: a metà del 1948 i biglietti di banca in circolazione toccavano la cifra di 375 mila miliardi di dollari cinesi contro 2 miliardi circa del 1937, e l’indice dei prezzi al dettaglio di Shanghai era passato dal 100 del gennaio-giugno 1937 a 287.700.000 nel giugno 1948.

In tali condizioni le prime mosse del nuovo regime dovettero prima di tutto, oltre che sbarazzarsi della borghesia compradora, colpire speculatori ed accaparratori che controllavano le poche derrate e merci ancora in circolazione, nonostante la quasi paralisi produttiva.

Ecco perciò il 1 giugno 1949 la chiusura dello Stock Exchange di Shanghai (quel centro criminale collocato nel cuore della città), l’arresto a Pechino di tal Wang Chen-ting (“La tigre del grano”), speculatore ed accaparratore di grano, e poi le grandi misure di risanamento finanziario, dall’unificazione del sistema monetario con l’istituzione dello yuan renminbi (letteralmente: la moneta del popolo) e l’eliminazione di tutte le coniazioni e carte monete locali, incontrollabili ed inflazionate, alla unificazione del sistema fiscale nel marzo 1950.

Certo non sono provvedimenti socialisti, ma borghesi, tendenti a costituire uno Stato unitario, sia dal punto di vista territoriale sia economico, e che quindi devono centralizzare l’intera vita di una Nazione; centralizzazione che però costituisce un rivoluzionario passo in avanti e che ci fece esclamare in un articolo del 1953: «(la Cina) vissuta per millenni frammentata in unità economiche sociali e governative molteplici, ha preso lo slancio formidabile della costruzione del mercato interno capitalistico, ordinandosi in uno Stato unitario, e Mao sarebbe un grande simbolo anche se stesse all’altezza non di Bonaparte, ma di Luigi XIV».

Repubblica Popolare Cinese e borghesia nazionale

Già nel suo scritto teorico del 1940 “La nuova democrazia”, Mao aveva anticipato una costante del nuovo regime, appunto un regime di “Nuova democrazia”, cioè il considerare la borghesia industriale nazionale cinese una borghesia speciale, capace di abbracciare anche la causa del socialismo, proprio per essere essa stessa oppressa dalla borghesia compradora, tramite dell’imperialismo mondiale.

Fedele a questa impostazione teorica la nascitura Repubblica si guardò bene dal procedere a nazionalizzazioni indiscriminate di industria e commercio. Tali nazionalizzazioni riguardano, nei primi tempi, solamente le grandi banche e le imprese legate agli interessi del “capitale burocratico”, cioè le imprese statalizzate dal Guo-min-dang e alla cui direzione vi erano i membri delle 4 grandi famiglie dei Chang, King, Soong e Chen, oltre a tutte le industrie che «interessano la vita nazionale del popolo», come scandiva l’art. 28 del “Programma Comune”.

E qui una prima sorpresa: nella dilaniata e vasta Cina l’industria straniera è al passo, ed il capitale cinese, burocratico o no, è maggioritario, ennesimo sberleffo alle diane antimperialiste !

In effetti, se inizialmente la scena industriale cinese è dominata da imprese a capitale straniero, dagli anni Ventianni ricordiamolo di sanguinosi scontri sociali con il proletariato urbano in prima fila – la presenza di autonomo capitale cinese diviene più marcata tanto che nel 1936 la borghesia cinese, privata e statale, controlla il 71% della produzione di filati, il 34% di quella di carbone, il 45% di quella dell’elettricità.

Dopo il 1939 specialmente durante la seconda guerra mondiale, vi è invece, nel territorio controllato dai nazionalisti di Jiang Jieshi, una forte espansione dell’industria statale, tendenza che si accentua nel dopoguerra con la confisca delle imprese giapponesi, soprattutto in Manciuria, tanto che nel 1949, prima della proclamazione della Repubblica Popolare, la presenza straniera, in tutti i settori economici, è quasi nulla !

La politica di coesistenza fra “capitale nazionalizzato”, statale come proprietà e gestione, e capitale privato patriottico, era stata ben riassunta nel Programma Comune, testo programmatico della nuova repubblica.

L’articolo III ricorda che vennero confiscati i capitali burocratici e passati nelle mani dello Stato popolare che… proteggerà i beni privati degli operai, dei contadini, della piccola borghesia e della borghesia nazionale (le quattro classi del blocco), mentre il XXVI proclama a piena voce l’intento di applicare «una politica che curi tanto gli interessi privati, che gli interessi pubblici, che avvantaggi tanto i padroni che i lavoratori (…) in modo che tutte le componenti economiche-sociali possano avere il loro ruolo particolare, compiere la loro funzione, e cooperare fra loro sotto la direzione della economia di Stato, per lo sviluppo dell’economia sociale nel suo complesso».

Il che era la perfetta trascrizione giuridica della tesi esposta il 30 giugno 1949 da Mao nel testo «Sulla dittatura democratica popolare»: “Per fronteggiare l’oppressione imperialista e per portare la sua economia arretrata a un livello più alto, la Cina deve utilizzare tutti i fattori del capitalismo urbano e rurale che siano vantaggiosi e non nocivi dell’economia nazionale in una lotta comune. La nostra politica attuale è di porre dei limiti al capitalismo, non di distruggerlo».

Per gli ideologhi di Pechino pertanto, il capitale industriale e la borghesia industriale sono altamente progressivi ed utili all’interesse nazionale della “grande Cina”, a tale valutazione corrisponde la funzione borghese-rivoluzionaria del maoismo nella fase dell’industrializzazione capitalista che percorre, tuttora, la Cina.

Ed è chiaro che lo scandalo non consiste nel venire a patti con la classe che detiene i mezzi tecnici ed amministrativi per la conduzione delle aziende, compromesso inevitabile anche per uno Stato schiettamente proletario in date condizioni economiche e sociali, ma di spacciare tutto questo come “costruzione del socialismo”, quando invece si assolve a compiti tradizionali di una borghesia illuminata: favorire l’industria,sviluppare il commercio.

Rafforzamento della struttura statale e statalizzazione delle imprese a capitale privato

Ad un anno dalla proclamazione della Repubblica, Zhou Enlai, in un discorso celebrativo alla Conferenza politico-consultiva, poteva ben compiacersi dei risultati raggiunti:

«Il Governo centrale del popolo, dopo alcuni mesi di inflazione, inevitabili durante il periodo di espansione della guerra di liberazione, decise, nel marzo scorso di affrontare tutti gli enormi sforzi necessari ad aumentare le entrate nazionali e a diminuire le spese, in modo che entrate ed uscite potessero bilanciarsi. Per assicurarsi il successo in questa impresa il Governo centrale del popolo realizzò la centralizzazione del controllo sulle finanze di tutto il paese, operazione, quest’ultima, mai realizzata prima (…) In questo modo il controllo dell’inflazione fu subito ripreso e, dal marzo dello scorso anno non c’è più stato bisogno di emettere nuova valuta per coprire il deficit finanziario (…) il Governo centrale del popolo ha sconfitto la dissolutezza degli speculatori ed ha risolto brillantemente i problemi di approvvigionamento delle città e delle zone devastate dalla guerra. Dal marzo scorso i prezzi delle merci hanno teso in genere a stabilizzarsi in tutto il paese».

Non erano certo questi puri risultati finanziari, erano risultati politici determinati non con manovre monetarie ma di irrobustimento dell’apparato statale, di imbrigliamento delle spinte centrifughe della “borghesia nazionale», delle sue aziende, per sottometterla non alle esigenze del mercato ma a quelle dello Stato, dell’industrializzazione nazionale che necessitava l’ordinamento di tutte le forze produttive, dai proletari alle stesse aziende private con il loro attrezzaggio tecnico e commerciale.

Da questa necessità si hanno tutti i provvedimenti cosiddetti socialisti che lo Stato cinese prese in rapida successione dalla sua costituzione, dalle misure di risanamento finanziario ed amministrativo dell’apparato statale, a quelle riguardanti il controllo amministrativo statale nei confronti delle imprese, alla progressiva statalizzazione del commercio all’ingrosso ed al dettaglio, risposta questa alla impossibilità di pianificare, controllare, limitare l’economia particellare e familiare dei contadini liberati.

Misure analoghe vengono prese riguardo al Commercio con l’estero. Già il 1° maggio 1950, in un discorso celebrativo, Liu Shaoqi aveva fieramente dichiarato:

«L’imperialismo è stato eliminato dalla Cina e i privilegi degli imperialisti sono stati colpiti. Le dogane e il commercio estero sono diventati efficaci mezzi di difesa per lo sviluppo della nostra industria nazionale. La Cina, cioè, tiene in tasca le chiavi di casa; questa chiave non è più, oramai, nella tasca degli imperialisti stranieri e dei loro servi, come in passato. l’industria cinese, d’ora in avanti, non sarà più danneggiata dalla concorrenza che prima le facevano le merci che ci venivano vendute ad un prezzo infimo. Le materie prime della Cina saranno destinate innanzitutto a soddisfare i bisogni dell’industria cinese. Verrà così abbattuto il principale ostacolo che si ergeva contro l’espansione industriale nel corso di quest’ultimi anni».

E la catena dei provvedimenti presi, tutti nel segno di riservare ogni risorsa all’industrializzazione e all’edificazione, giustificavano il tono nazionalista di Liu; infatti dopo l’embargo di beni strategici approvato dall’ONU il 6 luglio 1950, l’8 dicembre dello stesso anno il Consiglio dell’Amministrazione di Stato approva il Regolamento per la gestione del Commercio Estero, il 23 marzo del 1951 viene approvato dallo stesso Consiglio una nuova legge doganale, e, per finire il 7 agosto 1952 viene costituito il Ministero del Commercio estero, che, non toccato dalla riforma amministrativa del 1954, conserva tutt’oggi la stessa organizzazione.

Ed è questo l’ultimo atto con il quale si innalza una barriera di bambù, una cortina che necessariamente si aprirà ad Ovest, verso il Cremlino.

Anche i beni della stessa borghesia nazionale, originariamente protetti dalle proclamazioni del “Programma Comune» verranno rapidamente statalizzati ed assisteremo così alla trasformazione dei borghesi in semplici salariati e redditieri statali, espropriati delle loro tradizionali funzioni imprenditoriali.

La tabella riportata indica chiaramente la rapida “statalizzazione” delle imprese private che, attraverso varie forme di collaborazione con le imprese statali (esecuzione di appalti e commesse statali a partecipazione azionaria), furono via via trasformate da imprese private in imprese miste (in Italia si direbbe a Partecipazione statale). Dopo il 1955, le azioni in mano ai privati furono invece convertite in obbligazioni calcolate sul valore dei mezzi di produzione (ossia senza rischi rispetto alle fluttuazioni del mercato) e con un interesse fisso del 5%.

Come si può vedere le imprese private diminuiscono fortemente nell’anno 1950, nel 1951, nel 1952, ed infine dopo la pausa del 1953, nel 1954 e nel 1955.

I primi anni di statalizzazione corrispondono altresì ad anni in cui più forte era stata la tensione del PCC per mettere al passo la vecchia struttura amministrativa ereditata dal Guo-min-dang.

Zhou Enlai, nel discorso prima citato, ammonisce che «molti uffici giudiziari locali hanno male interpretato le direttive riguardanti la clemenza da esercitare nella soppressione di controrivoluzionari. Essi infatti hanno esercitato solo la clemenza senza mai sopprimere gli elementi controrivoluzionari, tanto che le masse li accusano di sconfinata clemenza» (…) gli elementi ostinatamente controrivoluzionari possono essere soppressi con decisione».

Sono invece di Mao una serie di “direttive” per la repressione dei controrivoluzionari, dal dicembre 1950 al settembre 1951, in cui si intima ai comitati di partito di non essere «cedevoli e indecisi, indulgenti e tolleranti», di «giustiziare coloro che il popolo vuole che siano giustiziati (…) allo scopo di placare l’odio delle masse e di giovare alla produzione».

Finita la campagna contro i “controrivoluzionari”, nel dicembre 1951, inizia quella dei “tre anti” (san fan) contro la corruzione, lo spreco, il burocratismo, ed il giovane e forte Stato si impegna a «far cessare il fenomeno estremamente pericoloso della corruzione esercitata dalla borghesia su molti membri del partito», di risolvere i casi più gravi di corruzione «addirittura con la fucilazione».

La campagna di epurazione nei confronti della struttura statale e di partito si conclude nell’aprile 1952, quando ne era già stata lanciata un’altra, soprannominata “cinque anti” (wu fan), contro la corruzione politica, la frode, l’evasione fiscale, la sottrazione dei beni dello Stato, il conseguimento illegale di segreti economici di Stato; campagna quindi diretta contro “i corruttori” mentre la prima si era diretta contro i “corrotti”.

artecipazione dei vari tipi di Imprese alla Produzione Industriale
(in percentuale, escluso l’artigianato)
AnniStatali Del capitalismo di StatoCapita-
listiche
private 
TutteMisteAppalta-
trici
194934,79,52,07,555,8
195045,317,82,914,936,9
195145,925,44,021,428,7
195256,026,95,021,917,1
195357,528,55,722,814,0
195462,831,912,319,65,3
195567,729,316,113,23,0
195667,532,532,5
195768,231,831,8
195881,918,118,1

Prime conclusioni: lo Stato rileva la classe borghese

Furono questi anni la prima prova, da parte dello Stato cinese, di una mobilitazione dall’alto di masse sociali urbane, principalmente di piccola borghesia e studenti, a tutto beneficio del rafforzamento statale, infatti le campagne dei tre e cinque “anti” videro pubblici comizi di accusa, migliaia di condanne, denunce segrete, centinaia di suicidi nelle grandi città.

Ma il risultato fu borghesemente ottimo ! Secondo il Ministro delle Finanze Bo Yi-bo furono controllate 450.000 industrie di cui il 76% compiva irregolarità più o meno gravi: si avranno multe e confische, con requisizioni di beni mobili ed immobili.

Le proprietà di stranieri finirono in gran parte nelle casse dello Stato e i casi di riscatto ed indennizzo non furono certo la regola per il giovane Stato il quale, con il suo intervento nella guerra di Corea, celebrava saturnali nazionalisti permettendosi occupazioni e requisizioni di Consolati ed installazioni militari di Usa, Francia ed Olanda (14 gennaio 1950), di requisire l’Asiatic Petroleum Co-Shell (30 luglio 1951), e di espellere il Nunzio Apostolico (7 settembre 1951).

La statalizzazione dell’economia ricevette un formidabile impulso tanto che alla fine del 1952, lo Stato possedevatotalmente o in parteil 75,9% della produzione industriale, ed il capitalismo privato nazionale era sceso in tre anni dal 55,8 al 17,1%, e conservava solamente nell’industria leggera un certo peso.

Lo Stato estendeva le sue redini anche alla totalità del sistema bancario, all’intera rete ferroviaria, al 96% della rete di trasporto merci eseguito in maniera meccanizzata, al 92% del commercio con l’estero, al 63% di quello all’ingrosso ed al 43% di quello al dettaglio !

Il che costituiva un’ottima base di partenza per il Piano Quinquennale che sarebbe stato varato di lì a poco.

Anche le cospicue somme confiscate o derivanti da multe saranno un buon contributo per la pianificazione futura: calcoli approssimativi di occidentali valutano intorno a 1,7 miliardi di dollari il frutto delle campagne dei tre e cinque “anti”, quasi quanto il valore degli impianti industriali portati via dai russi in Manciuria.

Anche il bilancio in vite umane è tutto cinese nelle proporzioni; abbiamo già detto che una “riforma agraria” pilotata nei limiti del consentito aveva voluto ben 20 milioni di morti, le campagne degli anni 1950-52 ebbero invece 2 milioni di esecuzioni secondo Bo Yi-bo e ben 5 per l’onesto Guillermaz.

E le pressioni verso la quarta classe del bloccola borghesia nazionalecontinuano negli anni a venire, in particolare negli anni 1954-56.

Il 9 dicembre 1953 viene infatti lanciato un prestito di 6.000 miliardi di yuan, redimibile al 4%, di cui oltre la metà viene destinato a essere sottoscritto dagli industriali e dai commercianti privati, primo atto dell’ultima tornata statalizzatrice che ha la propria investitura il 1-21 novembre 1955, quando si riunisce a Pechino il Comitato Esecutivo della Federazione Nazionale dell’industria e del Commercio per la campagna per la trasformazione socialista dell’industria e del commercio privato.

Pressioni e ingerenze continue di Stato e Partito convincono i restanti padroni a passare la mano allo Stato dal quale oramai dipendevano per il rifornimento di materie prime e per le vendite. Rimarranno nelle fabbriche in qualità di direttori e tecnici salariati, percependo per questo alti salari oltre naturalmente a detenere obbligazioni il cui interesse al 5% verrà pagato fino al 1962.

Ma in definitiva era la Banca del Popolo che teneva i cordoni della borsa della borghesia nazionale incamminata verso il socialismo; i proprietari indennizzati forzatamente

reinvestirono in buoni dello Stato le somme poste a loro credito ed infine, non diversamente dagli altri cinesi, non sfuggivano all’obbligo di giustificare qualsiasi ingente prelievo dal loro conto in banca.

* * *

Il percorso che abbiamo descritto ci ha portato all’affermarsi, in campo industriale, della conduzione statale, attraverso anche evidenti sistemi di imperio a cui fra l’altro fanno ricorsoin determinate svolte storichegli stessi stati capitalistici occidentali, con sistemi di controllo, obblighi di denunzie e consegne di merci, titoli e valuta, multe, requisizioni, confische e così via.

Conduzione economica statale in campo industriale che significa, in definitiva, ulteriore assoggettamento dello Stato al Capitale e alle sue esigenze di accumulazione. Capitalismo di Stato quindi, che non è né socialismo né semi-socialismo ma capitalismo vero e proprio, e che è anzi lo sbocco tendenziale di tale modo di produzione, con la sua concentrazione e centralizzazione, mille volte indagata dalla dottrina marxista.

Concentrazione e centralizzazione decisive per far precipitare, nel girone infernale del processo produttivo capitalistico, settori economici a conduzione ancora patriarcale e familiare, cioè precapitalistici e piccolo borghesi.

E sarà tale processo di capitalizzazione, la base reale delle lotte politiche succedutesi al vertice dello Stato e del Partito Comunista Cinese.