Kansainvälinen Kommunistinen Puolue

Prometeo (II) 34

I soviet in Cina

Gli ultimi avvenimenti cinesi hanno autorizzato gli imbroglioni del centrismo ad improvvisare ancora una volta, una nuova edizione della formula fondamentale della organizzazione di lotta nel periodo insurrezionale del proletariato e dei contadini.

Questa nuova edizione consisterebbe a voler rappresentare i sollevamenti e le guerriglie, come il fulcro centrale e d’irradiazione delle lotte proletarie. Il problema insurrezionale viene ripresentato oggi sotto la medesima forma del memorabile periodo del 1927.

Ieri, durante il periodo ascendente della ondata rivoluzionaria, mentre il proletariato di Shangai, di Canton, Hankou irrompeva in una maniera decisa nella lotta assumendo un carattere eminentemente proletario nei confronti di tutti i suoi avversari palesi e camuffati, il PC e I.C. mancavano allo loro opera di direzione di questi movimento asservendoli e consegnandoli nelle mani dei diversi generali che dopo dovevano ineluttabilmente decimali a colpi di mitragliatrice.

Quando queste forze rappresentavano ed assumevano la sola garanzia permettente di sviluppare e concentrare le posizioni insurrezionali verso i compiti definitivi della classe proletaria, i nostri stratega si accodavano e consegnavano il movimento proletario nelle mani della grande e piccola borghesia. Quando esistevano tutte le premesse per lanciare la parola d’ordine per la costituzione dei Soviet in Cina, i nostri opportunisti confondevano i proletari presentando le organizzazioni del Kuomintang come una forma di organizzazione soviettista appropriata alla situazione cinese.

Resteranno memorabili e gravate nella memoria di tutti i proletari le diverse capriole di cui essi si resero responsabili.

Certamente essi cercarono e cercano di giustificare le loro passate posizioni attraverso una falsa rappresentazione di quello che furono gli sviluppi della lotta proletaria in Cina confondendo la massa proletaria attraverso una quantità di falsificazioni e nascondendo, nel limite delle loro possibilità, tutti gli elementi suscettibili tendenti a rappresentarli all’avanguardia proletaria come i veri responsabili della catastrofe rivoluzionaria cinese.

Nel 1925 al primo manifestarsi di un vigorose inizio delle lotte di classe in Cina noi assistiamo da parte della frazione più cosciente ed evoluta della nascente borghesia cinese al cristallizzarsi su delle posizioni concrete e su di un programma che veniva definito Sun-Yat-Senismo. Ma durante le lotte del proletariato Cantonese contro i leaders di questa nuova teoria era possibile il dimostrare l’abisso profondo che separava la massa sfruttata contro i suoi nuovi spogliatori. Invece di profittare di questi episodi della lotta di classe per indirizzare e chiarificare le masse sul nuovo corso delle future lotte presentandole nella loro vera natura, e mostrare il carattere reazionario che avrebbero assunto queste forze reazionarie nei confronti del proletariato e della grande massa contadina nel corso della sua lotta liberatrice, noi assistiamo al formarsi di un blocco su delle posizioni suggerite dai futuri carnefici dell’avanguardia del proletariato, posizioni che venivano loro suggerite dallo svilupparsi delle forze proletarie, al fine di dominare e mantenere la loro egemonia nei futuri sviluppi. Come hanno giustificato e continuano a giustificare questo compromesso i dirigenti ufficiali?

I loro documenti sono edificanti: essi rinnegano fino da questo periodo le posizioni di principio stabilite dal II Congresso dell’I.C. É sufficiente confrontare le tesi dei plenum dell’IC ove si rivendica il blocco con la borghesia, la partecipazione al governo del Kuomintang, e tutte le sue responsabilità, con questo passaggio delle tesi del II Congresso dell’IC: «L’Internazionale Comunista non deve sostenere i movimenti nazionali democratici-borghesi delle colonie e nei paesi arretrati che alla sola condizione che gli elementi dei futuri partiti proletari, comunisti, non solamente in maniera formale, siano, in tutti i paesi arretrati, raggruppati ed educati nella coscienza della loro missione che è di combattere i movimenti democratici borghesi nel seno stesso della nazione; l’IC deve concludere delle alleanze provvisorie con la democrazia borghese delle colonie e dei paesi arretrati, ma non confondersi con esse, e mantenere incondizionatamente l’indipendenza del movimento proletario, fosse esso il più embrionale».

È in questo periodo che noi assistiamo allo smascherarsi aperto di tutte le sopravvivenze opportuniste e liquidatrici che si nascondevano sotto il manto dei partiti comunisti.

Mentre il proletariato cinese nei suoi grandi centri industriali interveniva come forza attiva e indipendente di classe, impostando le sue lotte immediate, non sull’angolo piccolo borghese della marcia contro il Nord, ma bensì per delle sue rivendicazioni parziali quali le otto ore, l’aumento di salari, il diritto di organizzazione sindacale, i picchetti armati, l’IC invece d’intervenire in queste lotte come l’elemento di direzione che, con chiara visione dirige queste masse nei loro movimenti indirizzandole verso i suoi obiettivi finali, noi assistiamo alla famosa parola d’ordine la quale definiva il Kuomintang di sinistra come la forze motrice della rivoluzione cinese.

Hanno un bello scrivere questi liquidatori che Tchang Kai-Shek e Feng-Uung-Sang hanno tradito la rivoluzione, che questi generali presentati ieri come i veri capi dell’armata rossa sono passati al campo della controrivoluzione. No, se questi generali hanno tradito, non hanno tradito la rivoluzione in quanto chè essi non la rappresentarono mai, e la combatterono sempre, ma essi tradirono le fallaci speranze dei nostri piccoli borghesi camuffati da comunisti.

In definitiva essi affermavano che il governo di Hankéou rappresentava una tappa della dittatura del proletariato, che i lanciamento della parola d’ordine dei Soviet degli operai e dei contadini e dei soldati, avrebbe rappresentato una lotta aperta contro il detto governo ed avrebbe distrutto completamente tutte le possibilità della presa del potere da parte della classe proletaria. La posizione menscevica del 1917 veniva questa volta applicata e difesa sotto il manto bolscevico. Cosa dicevano i menscevichi ed una parte dei bolscevichi durante l’ottobre 1917? Il principale dei loro argomenti consisteva a voler rappresentare le forze coalizzate della controrivoluzione come sufficienti a spazzare ogni attacco immediato ed indipendente del proletariato contro il potere borghese.

Essi combattevano con la prospettiva di uno sviluppo del movimento proletario concependolo come un susseguirsi di fasi progressive le quali in definitiva avrebbero portato la classe proletaria su delle posizioni più favorevoli che quelle dell’Ottobre 1917. Sappiamo come Lenin abbia combattuto questa concezione controrivoluzionaria e antidialettica la quale, se avesse trionfato, avrebbe tradito fin al suo inizio la rivoluzione russa come poi doveva tradire la rivoluzione cinese.

Si può affermare che noi abbiamo assistito in Cina ad un trionfo della politica martinovista condotta questa volta sotto l’etichetta del metodo «leninista». La storia dei movimenti proletari mai ebbe a riscontrare una sì mostruosa truffa.

Ricordati in maniera insufficiente e sommaria questi episodi della rivoluzione cinese del 1927 e particolarmente della teoria della 4 classi che era alla base di tutte le analisi e delle posizioni assunte dal corpo dirigente centrista, vediamo ora quale differenza esiste con la nuova posizione attuale

Questa volta la sola differenza che esiste consiste nel voler fare il cammino all’inverso, mantenendo al completo le concezioni d’ieri.

Si dice: l’eroica retroguardia delle lotte proletarie del 1927 ritiratasi nei monti ha saputo, a costo di grandi sacrifici, prepararsi alla riscossa ed oggi è riuscita a conquistare ed a soviettizare ottanta milioni di abitanti; essa oggi, attraverso questa lotta, è l’avanguardia delle future lotte proletaria.

Per piacere, pubblicisti improvvisati, quali sono le nuove forze che vi fanno concludere questo? In merito a quale teoria arrivate a capovolgere l’egemonia delle forze motrici di una rivoluzione? Non è certamente nei documenti di Lenin o di Marx che avete attinto queste nuove trovate, ma esse sono inscritte in tutta l’attività politica e letteraria dei Martinov.

Non sono forse i menscevichi che sostenevano durante la rivoluzione russa del 1905 la teoria dell’egemonia della massa contadina nei paesi prevalentemente agrari? Non fu forse tutta la lotta condotta contro questa teoria, da parte dei bolscevichi e particolarmente da Lenin, che doveva poi permettere il risultato vittorioso dell’Ottobre russo?

Certamente noi comprendiamo bene che i nostri martinovisti nuova edizione siano imbarazzati a rispondere a delle demande precise e resti loro molto più facile di profittare di certi aspetti di una lotta armata che da un grande periodo di tempo si dibatte nelle regioni dal Kuang-Toung da parte di una quantità di contadini quali organizzati in società segrete, lottano arditamente contro i proprietari fondiari sotto la bandiera di diversi motti come: «Chi non lavora non mangia», «prendete ai ricchi i date ai poveri», ecc, ecc. Nel Hay-Fing ha esistito sempre un partito dei poveri (questa città è uno dei centri contadini) quale voleva diventare l’avanguardia della rivoluzione dei lavoratori, in realtà pero esso non rappresentava che una manifestazione, appropriata alla situazione cinese, di certe concezioni anarchiche.

Ora ammesso anche che dette società abbiano cambiato le loro formulazioni e le abbiamo sostituite con quella del Soviet, con questo esse non sono avanzate di un centimetro dalla loro posizione primitiva. Lenin ci ha appreso che l’apparizione dei Soviet implica di per se stesso l’insurrezione proletaria sboccante verso la presa del potere. Ora quali restano le posizioni proletarie nei grandi centri industriali? È vero che noi assistiamo ad una prima ripresa da parte del proletariato cinese ma questo vuol forse significare che esistono tutte le premesse per lanciare la parola d’ordine della costituzione del Soviet? È comune a tutti che la costituzione dei Soviet nelle regioni agricole e alquanto arretrate della Cina domanda come prima cosa l’appoggio e la direzione del proletariato industriale. La massa contadina sprovvista della sua guida, il proletariato, è votata alla sconfitta e alla degenerazione dei suoi movimenti in movimenti reazionari e conservatori anche se questi movimenti portano come divisa, la costituzione dei Soviet.

Ma sarebbe chiedere troppo al centrismo, di mantenere fede ai postulati fondamentali del comunismo. Stalin nel 1927 basandosi sul «si dice», ha condotto una lotta spietata contro l’opposizione perchè allora «si diceva» che il governo di Hankou era l’antecedente del governo proletario.

Oggi, al XVI Congresso russo egli ha dichiarato che «si dice» che gli 80 milioni di contadini cinesi hanno organizzato i Soviet. Questo «si dice» mentre in realtà le lotte sanguinose ed eroiche di 80 milioni di contadini vengono utilizzate dai generali nemici che si servono della divisa dei Soviet per deviarle oggi e per preparare la carneficina di domani. Ed allora si dirà che gli alleati d oggi sono diventati dei traditori. In questo consiste la funzione del centrismo.

Il mulino a vento del "bordighismo"

Il n. 4 di ”Stato Operaio” ci offre una millesima edizione della ricetta messa in circolazione fra i proletari centristi i quali dovrebbero o purgarsi di qualche residuo di bordighismo o mettere le ricette nell’arsenale della lotta contro la sinistra.

Il cliché che ci viene ripresentato è quello che abbiamo sentito molte volte ripeterci con in più questa volta un tentativo di impostazione di quella che viene definita la ”teoria del bordighismo”.

Notiamo che per una volta tanto l’articolista centrista ha sentito il bisogno di affermare le qualità eccezionali del comp. Bordiga e di riconoscere che se è facile vincere Bordiga dal punto di vista fisico, molto diverso diviene il problema quando si tratta di fare la lotta contro le concezioni difese validamente dal comp. Bordiga. Naturalmente si dà una veste ”teorica” a questa difficoltà. Si tratterebbe di quanto ebbe già a dire Gramsci sul carattere della situazione stessa della classe operaia italiana ”numericamente debole circondata da una massa di piccola borghesia”. Per la socialdemocrazia i caratteri particolari della situazione italiana spiegano ad esempio il trionfo del fascismo quale movimento di classi preborghesi e giustificano la tesi dell’appoggio alla borghesia per la lotta contro il fascismo; per i centristi questi stessi caratteri spiegano il credito di teorie non proletarie nel seno del movimento, di quelle teorie fra le quali si trova naturalmente il bordighismo. La base di partenza di socialdemocratici e centristi è la stessa non perchè il particolare articolista non si è che esteriormente liberato delle sciocchezze scritte a proposito delle conseguenze della mancata lotta per la riforma religiosa in Italia ma perchè lo Stato Operaio, la rivista ”teorica” del centrismo, ha visto la luce con una impostazione fondamentale della situazione italiana come con[se]guente alla debolezza dello sviluppo dell’economia imperialista in Italia. Naturalmente anche in questa occasione si falsificò l’opinione di Lenin che parla di imperialismo più povero di risorse di un altro per presentarci invece un imperialismo meno progredito degli altri.

Ma i proletari devono comprendere che per stabilire un’analogia nei suoi termini più generali, la lotta che il centrismo sviluppa contro la sinistra è una lotta identica a quella che Lenin ebbe a sviluppare in Russia. Naturalmente il Lenin della situazione italiana sarebbe il nostro articolista centrista il quale avrebbe non poca pena a scorgere nel movimento russo delle personalità del tipo di quella di Bordiga! La difficoltà sarebbe però nello stabilire la zona di ricerca, in quanto basterebbe precisare la zona ”marxista” delle ricerche per ritrovare nella figura di Bordiga gli stessi lineamenti della figura di Lenin che combatté senza tregua – ed per questo portò il proletariato alla vittoria – tutte le ideologie che deridevano il suo ”settarismo”, la sua fedeltà ”scrupolosa” alle norme programmatiche del comunismo, fedeltà che lo spingeva alle scissioni dagli opportunisti di tutte le risme.

La situazione attuale vede disgraziatamente questi attacchi dei centristi svilupparsi quando il comp. Bordiga non può rispondere e per conseguenza i militanti cresciuti alla sua scuola non trovano nelle loro capacità la possibilità di sbalestrare rapidamente il campo da tutti gli imbrogli del centrismo.

Dal punto di vista ”generale” il cliché è quello che vorrebbe far apparire il bordighismo come ”un tentativo di costruire una dottrina di un partito rivoluzionario sulla base di un sistema di regole ricavate per deduzione”. Quello che costituirebbe ”il punto di divergenza dal materialismo dialettico e dal marxismo. Nell’arrovesciamento dell’idealismo filosofico che viene operato dal marxismo sembra che il bordighismo si arresta a metà per timore che l’affondare nella realtà dei fatti, delle circostanze obiettive della storia significhi una corruzione, una perdita di coerenza, di purezza e di sicurezza”. E’ evidente che voi non troverete nessuna citazione dei non pochi testi ”generali” dovuti al comp. Bordiga una serie di citazioni che possano giustificare una opinione ”generale” di questa specie. Lo ha detto l’articolista e tanto basta. O meglio, prima di lui lo avevano detto altri centristi che così erano riusciti a darsi delle arie di ”grandi marxisti” e tanto basta per riverniciare il vecchio cliché e rimetterlo in circolazione.

Ora il comp. Bordiga scrive proprio nella nostra piattaforma: ”D’altra parte è una interpretazione erronea e ridicola del marxismo quella di pensare che il processo della storia e della rivoluzione siccome si sviluppa secondo delle leggi fisse, non ci resta che di ricercare obiettivamente (il nostro articolista direbbe in modo ”deduttivo”) quali sono queste leggi e di tentare di formulare delle previsioni sull’avvenire senza agire, concezione fatalista che giunge ad annullare la necessità del partito”.

Ma il nostro centrista ci dice che ”sembra” che Bordiga si sia arrestato a mezza strada nel processo di arrovesciamento compiuto dal marxismo dell’idealismo filosofico. No, chi si è arrestato a mezza e forse nemmeno a mezza strada, è proprio il centrista il quale crede di aver risoluto il problema attraverso un processo di natura puramente meccanica dove tutte le formule, tutte le regole sono diventate inutili e noiose e basta che i rivoluzionari riescano a porsi in contatto con il proletariato per portare questo alla rivoluzione.

La costante fedeltà ai principi che nel movimento italiano è rappresentata in modo impareggiabile dal comp. Bordiga, questa fedeltà si traduce nella realtà nella fiducia scientificamente acquistata nel programma del comunismo, accertato con il metodo del marxismo, verificato in modo diretto e permanente al fuoco delle lotte di classe. Se è vero che i comunisti non presentano i principi su cui si è fondata l’Internazionale Comunista come dei dogmi, una religione, e che non hanno nessuna difficoltà di sottoporre ad un esame contraddittorio questi principi nei confronti dei rinnegati di tutte le risme è altresì vero che i comunisti fanno di questi principi l’insieme di regole che guidano la loro azione e la loro attività in tutti i campi. L’esperienza serve in questo campo a verificare l’esattezza di questi principi e non sappiamo se il centrismo sia già arrivato alla situazione in cui ritiene necessario il riesame di questi principi per dimostrarne la falsità. Finora il centrismo ha creato le diverse leggende del pseudo-leninismo, del trotzkismo, del bordighismo. Oggi è forse ancora troppo presto per mettere in discussione questi principi, ma è già venuto il momento di scrivere frasi sull’antimarxismo (sic) di coloro che ci hanno insegnato a combattere per questi principi.

Il capovolgimento meccanico delle posizioni dell’idealismo hegeliano porta di filato alle posizioni del materialismo meccanico che Marx ebbe a combattere e che Bordiga sulle stesse tracce ha combattuto in Italia nella lotta contro il centrismo. In effetti non è una novità (e l’articolista -o grande degnazione- lo riconosce egli stesso) che il gruppo centrista italiano non ha visto il problema della costruzione di un partito comunista che molto in ritardo e sotto l’assillo dell’azione della frazione astensionista e dell’attività di Lenin. Di più i centristi italiani arrivavano al punto da scorgere che attraverso i Consigli di fabbrica, la loro Internazionale, si sarebbe giunti alla società socialista. La realtà in effetti, questa realtà che non avrebbe nulla a che vedere con le ”regole del marxismo” sarebbe tale -per i nostri opportunisti che… hanno attraversato tutto il processo dell’arrovesciamento filosofico —, che non resterebbe che stabilire un collegamento fra i grandi capi e il proletariato, per arrivare alla rivoluzione. Ma il punto centrale del bordighismo, il che è naturalmente il punto centrale del marxismo, consiste proprio nel fatto che la rivoluzione è fatta dalle masse sotto la direzione della loro avanguardie alla testa delle quali si trovano giustamente i capi i quali non intendono agire secondo le loro opinioni ma secondo l’esperienza realizzata nella lotta di classe dalle masse in generale e principalmente dall’avanguardia comunista. Naturalmente queste esperienze si svolgono nel quadro di un insieme che si deve tendere a rendere il più disciplinato possibile, appunto perchè solo in questa linea è possibile consolidare delle esperienze. E qui non si tratta della linea ”razionale” ma del fatto che questa linea trova nella natura stessa del marxismo la sua possibilità di svolgimento. Se non si giunge a mettere in discussione i principi sui cui si basa il marxismo, è evidente che l’interpretazione di tutto il processo dei movimenti delle classi non diventa il pasticcio incomprensibile caro ai nostri centristi ma un processo sottomesso a leggi determinate che l’esperienza della lotta ci permette gradualmente di precisare, sia pure attraverso gli errori dovuti al mancato compimento dello sviluppo delle forme economiche proprie del capitalismo e sovrattutto di quelle proprie della dittatura proletaria, cioè del periodo di transizione verso la società socialista.

In questa linea trovasi la geniale soluzione de3l problema della tattica. Per i centristi di tutti i paesi (è di Zinoviev questo sgangherato cavallo di battaglia) il problema della tattica trova la sua soluzione definitiva nell’esame delle situazioni. Praticamente questo ha significato che avendo ritenuto ad esempio il Kuomintang l’organizzazione che lottava per la liberazione della Cina dall’imperialismo, il dovere del partito e dell’Internazionale è stato quello di appoggiare Chang-Kai-Shek. Attenendosi alle critiche di Bordiga, non era invece difficile di stabilire che quel movimento, essendo l’espressione degli interessi di una classe nemica, era destinato a diventare il carnefice del proletariato e che quindi l’azione dei comunisti doveva svolgersi nel senso di profittare di tutti gli urti fra le borghesie estere e la indigena al fine di fare avanzare il movimento autonomo della classe proletaria.

E’ evidente che l’inquadramento in regole fisse che ci garantirebbero sicuramente dalla degenerazione, che tutto questo è un sistema totalmente astratto di risolvere il problema. L’insieme di queste regole fisse ci apparirà solo quando le condizioni obiettive esisteranno per farcelo scorgere e cioè dopo la soppressione delle classi nella società. Ma non di questo si tratta oggi. Si tratta invece del problema di un’analisi approfondita delle situazioni, in base ai principi e alle esperienze, al fine di indicare i postulati essenziali della tattica. Ad esempio è evidente che i problemi esaminati da Lenin nel 1903-1905 sono in gran parte i problemi della tattica comunista nella situazione in Russia. Ha fatto male Lenin a risolvere in anticipi questi problemi ed a costruire sulla loro base anche il partito della rivoluzione? E se Lenin in quell’epoca ha trattato questi problemi tattici sotto l’angolo visuale delle questioni di principio che si determinavano questo significa che la fase della lotta contro l’opportunismo era molto più avanzata di quanto non lo fosse all’epoca in cui Bordiga ha scritto i documenti su cui si basa la sinistra. Basterebbe oggi ridargli la possibilità di parola per sentire vibrare nella sua azione le stesse note che informarono la polemica di Lenin contro l’economismo e contro il menscevismo russi. Ed il volere fare passare Bordiga per ”razionalista” è un’improntitudine di cattiva lega. A meno che razionalismo non significhi più il sistema filosofico di indagine dei fenomeni che ne fare risiedere la sorgente nel tormento della cosiddetta ragione logica, ma che razionalismo significhi per il nostro centrista la corretta applicazione delle dottrine comuniste e la lotta imperniata per il fine del comunismo.

Ma abbiamo avuto occasione di dire che chi ha fatto il falso capovolgimento è …[parola non comprensibile]. Ne abbiamo indicate alcune ragioni generali. L’articolo di Stato Operaio ce ne dà un’altra prova. Esso, dopo aver riconosciuto che Bordiga vide prima degli altri il problema della necessità della costruzione del partito comunista in Italia, dice che Bordiga non avrebbe tenuto conto del fattore ”tempo” il che in termini reali significa che Bordiga avrebbe dovuto agire diversamente per costruire il partito fidando non negli spostamenti di classe che erano disgraziatamente pregiudicati in modo definitivo dalla sconfitta dell’occupazione delle fabbriche, ma fidando nei riflessi che si verificavano nel seno del partito socialista dell’azione costruttiva del partito e degli avvenimenti. E naturalmente questo si sarebbe dovuto fare nel senso di forzare le condizioni della scissione di Livorno portandole direttamente a destra. Ma quello che interessa è di vedere ”come” il nostro articolista vede il problema di un diverso atteggiamento politico nella lotta per la costruzione del partito. Vi si dice: ”sono i rivoluzionari che debbono essere capaci di reagire alle circostanze”, di ”porsi in ogni momento ed in qualsiasi condizione il problema del collegamento con le masse”. Ed il partito, di grazia, dove se ne va con questa tiritera di ”rivoluzionari”. Ecco, praticamente questo significava che per costruire il partito, attraverso i movimenti dell’aprile 1921 – a tre mesi dalla fondazione del partito! – ed i movimenti degli arditi del popolo, una direzione rivoluzionaria non avrebbe dovuto orientare tutta l’organizzazione del partito nel senso di spingere in avanti questi movimenti nel quadro di una loro concentrazione intorno al fulcro dell’organizzazione del partito. Ma essa avrebbe al contrario dovuto scambiare una sfavorevole situazione di rapporti di forza dominata dalla sconfitta precedente – e che solamente sulla linea del prevalere dell’organizzazione comunista poteva trovare una soluzione – in una lotta per la rivoluzione in cui bastava che i capi si mettessero in contatto con i proletari in lotta.. Sulla prima linea è stato possibile costruire il partito, sulla seconda linea che viene rivendicata oggi (ed oggi soltanto perchè i centristi avevano finora professata una opposta opinione a questo proposito) dai centristi saremmo finiti nelle braccia di un movimento (?) armato diretto dai Secondari e dai Mingrino.

Lo spazio ci manca per insistere su queste questioni ma ci basta concludere oggi che per quanto sia grandiosa la personalità di Bordiga, per quanto sia comodo per i centristi polemizzare contro di lui in sua assenza, pur tuttavia il bordighismo non è che una invenzione per evitare che si scorga nettamente che Bordiga è fra i più luminosi continuatori di Marx, di Engels, di Lenin.