Kansainvälinen Kommunistinen Puolue

Prometeo (III) 1943/C/2

Prometeo

LA 4A INTERNAZIONALE SORGE
dalla presente crisi del capitalismo come organo di guida
e di combattimento della classe operaia di tutto il mondo.

Prometeo, che nella sua prima serie, è stato il portavoce della sinistra italiana in seno al giovane Partito Comunista d’Italia quale rivista teorica di educazione marxista sotto la guida della pattuglia di avanguardia che quel partito creò, ne tenne per qualche anno la direzione, ne difese la purezza ideologica contro l’opportunismo delle frazioni di destra; che nella sua seconda serie è stato l’organo della frazione di sinistra del P. C. d’I., costituitasi a Pantin (Francia) nel 1928 per continuare dal di fuori l’opera di elaborazione ideologica sulla scorta degli errori commessi e delle sconfitte patite dal proletariato di tuffo il mondo, esce ora quale organo del Partito Comunista Internazionalista, erede diretto di quella tradizione e rivendicatore di Imola e Livorno.

Il suo compito è d’inserirsi nella spaventosa crisi da cui il mondo capitalista è sconvolto, col preciso intento di portare a fermine il compito affidatogli dal proletariato italiano, di essergli guida sicura nelle battaglie sociali che si avvicinano, per la rivoluzione proletaria e comunista in Italia e nel mondo.

“Prometeo,, – nel cui nome rivive l’eroe mitologico incatenato sulle rocce del Caucaso per aver rubato agli dèi e donato agli uomini il fuoco – rappresenta tuffa una tradizione e tutto un programma : è l’organo della rivoluzione che si approssima, il giornale che i proletari italiani considereranno il loro.

Demagogia democratica e fascista e realtà di classe

Ogni stato belligerante ha bisogno, per convincere la massa operaia della suprema utilità e santità del massacro, di prendere una certa tintarella sociale o addirittura socialista. Il ”socialismo nazionale” di Hitler ha servito di paravento alla preparazione bellica della Germania; il ”piano Beveridge” serve a Churchill per barattare i sacrifici presenti dei lavoratori contro la promessa di una vita comoda e di una vecchiaia tranquilla nell’avvenire.

E poiché questa demagogia sociale è tanto più necessaria quanto più profonda è la crisi del sistema borghese, è naturale ad analoghi trattamenti di chirurgia estetica sentano l’urgente bisogno di sottoporsi soprattutto gli stati in cui il marasma sociale e politico interno minaccia di sconvolgere le basi stesse della società borghese. Non per nulla, punto di minor resistenza dell’edificio capitalistico mondiale, lo stato fascista repubblica cerca, autoproclamandosi socialista, di riguadagnare presso il proletariato il prestigio clamorosamente perduto.

Questa manovra in se stessa puerile, è uno dei più clamorosi esempi della degenerazione capitalista. Quella stessa borghesia che, nella tremenda crisi sociale dell’altro dopoguerra, lanciò sul mercato l’articolo del fascismo, movimento ”repubblicano e proletario”, e poi – una volta imbrogliati i più ingenui – gli tolse la maschera e lo presentò per quel che era, cioè un movimento monarchico, forcaiolo e schiettamente padronale, per abbatterlo infine quando minacciava di travolgerla nell’abisso dell’avventura bellica, quella stessa borghesia rispolvera oggi i vecchi arnesi demagogici del 1919 nella speranza di legare al suo carro una parte almeno della massa operaia come se fossero passati invano venti anni di reazione antiproletaria, di orge capitalistiche, di sfrontati guadagni digeriti all’ombra dei bassi salari, della protezione doganale, dell’autarchia e, infine, della guerra.

Con un colpo di bacchetta, il capitalismo si trasforma in …socialismo. Ora, che cos’è questo socialismo di cui la recente dichiarazione programmatica del Partito fascista preannuncia la funzione rivoluzionaria? Il socialismo dei cosiddetti ”adeguamenti salariali” e della partecipazione agli utili (arma vecchia di almeno mezzo secolo), con cui la classe padronale ha spesso cercato di cointeressare l’operaio alle sorti dell’azienda promettendogli per la fine dell’anno un invito a pranzo; il socialismo della difesa del piccolo

coltivatore, delle cooperative di produzione e di consumo, dell’esproprio delle terre coltivate male o non coltivate affatto, che riprende cioè i temi obbligati del più logoro e pantofolaio riformismo; un socialismo che si impegna a ricostruire le commissioni interne e a dar vita ad una confederazione generale di soli lavoratori liberamente eletti, nello stesso momento in cui scatena nei centri operai e nelle fabbriche una reazione spietata; un socialismo,

soprattutto, che dichiara di voler mettere al centro dello stato il lavoro, ma si affretta subito a proclamare inviolabile e protetta dallo stato la proprietà privata; che minaccia la guerra alla plutocrazia internazionale, ma ripudia la lotta di classe, anzi vuole la conciliazione fra le classi; che lancia fulmini e tuoni contro il capitalismo monopolistico, ma non ha neppure il coraggio di parlare di nazionalizzazione del monopolio.

Salari equi, partecipazione agli utili, commissioni interne, sindacato libero, cooperative di produzione e consumo: un altro passo avanti e il programma fascista repubblicano coinciderà punto per punto col programma sociale dei cinque (o sei) partiti antifascisti, tanto è giusta la nostra tesi che fascismo e democrazia sono due facce diverse di una realtà sola. Ed è naturale, poiché, se nell’Italia fascista repubblicana il programma di rivendicazioni sociali tende a rendere più popolare la guerra tedesca, nell’Italia democratizzata lo stesso programma tende a rendere popolare la guerra inglese.

Demagogia, dunque, da ambo le parti. Ma al fondo di questa mascheratura c’è una realtà tragicamente seria: la realtà di una crisi sociale di cui la classe dominante avverte già i sintomi minacciosi, e della quale si preoccupa di ritardare a qualunque costo l’esplosione. Siatene certi: pur di non cedere sulla questione di fondo – sul suo dominio di classe – la borghesia fascista o democratica sarà domani disposta (e lo è già oggi) a cedere sulle questioni secondarie, ad aumentare un pochino i salari, a lasciar sorgere delle commissioni interne che ha tanti modi per corrompere, a subire il controllo delle entrate da parte di organismi operai preventivamente narcotizzati. Può darsi anche che, in extremis, ceda su qualche cosa di più e che in questo gioco trovi un fraterno appoggio nell’opportunismo di certi sedicenti partiti operai.

Spetta a noi fin da oggi smascherare una manovra che, con la vecchia e sempre giovane arma della collaborazione, tende a spuntare l’impulso rivoluzionario del proletariato e dimostrare ogni giorno e ogni ora che la soluzione della tesi sociale non può avvenire entro i confini dell’economia e dello stato capitalista, e presuppone come primo e fondamentale atto il grande colpo di scopa della rivoluzione proletaria.

La Russia che amiamo e difendiamo

Non a caso dobbiamo, proprio noi comunisti, assertori e difensori non sospetti della Rivoluzione Russa, delle sue idee e delle sue prime realizzazioni, difenderci dall’accusa di essere ora contro questa grande esperienza storica; accusa lanciataci da coloro che furono i suoi più aperti e feroci avversari in epoca in cui la coalizione borghese, liberale e socialdemocratica cercava di strangolarla con le armi del più prezzolato banditismo militare o con la fame, e di isolarla dal mondo capitalista col filo spinato della diffamazione e della congiura.

Questo radicale capovolgimento di stati d’animo, di valutazione politica e di simpatia verso la Russia, è quanto di meno arbitrario si possa immaginare ed è, alla luce del marxismo, facilmente comprensibile. Oggi la gamma di queste simpatie e solidarietà va dal clero ai capitani d’industria, dal socialista ai magnati dell’alta finanza.

Noi non siamo tra questi; e gli operai, che hanno guardato e guardano alla Russia come al primo grande esperimento della loro classe, devono finalmente capire per quali ragioni noi comunisti ci dichiariamo senza esitazione avversari della Russia di Stalin, nello stesso tempo che ci proclamiamo fedeli combattenti della Russia di Leni.

Per noi non sono state bazzecole di poco conto la nostra completa adesione alle idee della Rivoluzione d’Ottobre e questa nostra assoluta dedizione alla causa della Rivoluzione Russa, primo episodio della Rivoluzione internazionale.

Moltissimi di noi hanno, nella loro milizia più che ventennale, dato a questa causa tutto: interessi, affetti familiari e libertà, andando incontro più volte al carcere, al confino e al campo di concentramento. Ebbene, proprio a noi spetta l’ingrato, ma necessario e indilazionabile compito di non tacere la verità sulla Russia: abbiamo appreso dalla scuola del marxismo la lotta aperta e rude contro i miti, contro ogni genere di ”tabù” per la più concreta verità di classe.

E prima ancora di ogni nostra definizione, vorremmo che gli operai, che hanno vivo il senso della critica e non contaminato l’istinto di classe, considerassero essi le ragioni reali che stanno alla base di così profonda e subitanea solidarietà di tanto borghesismo reazionario verso la Russia di oggi, e ne definissero la vera natura. Noi, per nostro conto, vogliamo chiarire qui alcuni aspetti di questo paradossale problema ed arrivare, ne siamo sicuri, alle medesime loro conclusioni.

I) L’amore sviscerato e chiassoso dei borghesi verso la Russia di Stalin è in proporzione diretta dei loro interessi che si concretizzano nel salvare e consolidare il potere economico e politico del sistema capitalista, e che spiegano, senza possibilità di equivoci, la natura dell’attuale orientamento psicologico e politico della borghesia. Se ne conclude che, quando noi amiamo, i borghesi naturalmente odiano per antitesi di classe; quando invece siamo noi sul fronte della lotta col nostro appunto critico e la nostra azione di partito, essi, i borghesi, non possono che amare.

II) La riabilitazione della Seconda guerra imperialista, divenuta per virtù staliniana ”guerra popolare” per la democrazia e il riconoscimento ufficiale della Chiesa ortodossa quale validissimo sostegno della guerra per la grande Patria slava, ha commosso profondamente l’animo, sempre pieno d’amore patrio, degli onesti borghesi. Legittimare la guerra significava legare ad essa le masse operaie, scatenare le forze più odiose e brutali dello sciovinismo, rendere certa la vittoria e con essa la salvezza del capitale.

III) La bolscevizzazione del partito russo e dell’Internazionale, la liquidazione cioè dei quadri direttivi espressi dal proletariato e la loro sostituzione con i servi sciocchi dell’opportunismo; l’ineguaglianza dei salari, che doveva ripristinare le differenze sociali; il ruolo assunto dalla burocrazia di Stato e di partito, della classe dei tecnici usciti dal travaglio della industrializzazione forzata, e della Chiesa come forze direttive e preminenti dello Stato in luogo della dittatura del proletariato; i piani quinquennali per lo sfruttamento intensivo degli operai, ridivenuti classe soggetta: questi sono gli aspetti esteriori dell’affermarsi di interessi non più coincidenti con quelli del proletariato. E’ stata la messa in esecuzione, data l’imminenza della guerra, di un piano economico e politico senza precedenti per grandiosità d’intenti e di realizzazione, reso possibile dalla particolare organizzazione sociale sovietica, la più adatta ad interpretare ed esprimere nella sua ideologia e nella sua struttura di capitalismo di Stato, la fase estrema dell’imperialismo.

A questo punto gli affossatori della Rivoluzione hanno ritenuto opportuno dimostrare alla borghesia internazionale la lealtà e concretezza del nuovo indirizzo nella politica russa, sacrificando sull’altare della concordia democratica gli uomini della vecchia guardia, gli artefici incorrotti della Rivoluzione d’Ottobre.

Questa è la Russia cara al cuore di Roosvelt, di Churchill e di tutto il radicalismo internazionale, ma non è la nostra.

IV) La Russia che noi amiamo e difendiamo sul piano delle conquiste rivoluzionarie è quella del proletariato e contadiname povero che, sotto la guida di Leni e del partito della Rivoluzione, hanno osato spezzare la impalcatura della feudalità politica e del capitalismo, e porre la loro dittatura di classe, esperienza transitoria del potere proletario nello Stato, la cui meta avrebbe dovuto segnare la distruzione dello stesso Stato Operaio e della stessa classe.

La Russia che amiamo e difendiamo è quella che ha dato al suo proletariato e a quello internazionale la coscienza della sua forza, il senso storico del suo ruolo rivoluzionario, la dimostrazione organica del nuovo mondo del lavoro, che nel ”Soviet” ha il suo fulcro creativo.

La Russia che amiamo e difendiamo è quella che da anni è costretta a cospirare all’ombra del partito bolscevico, che si serra nelle formazioni illegali della gioventù rivoluzionaria, e di quanti nelle carceri, nelle deportazioni dell’immensa Russia conservano intatta la fede nei principi di Ottobre e attendono l’ora di poter unire la loro ripresa rivoluzionaria a quella del proletariato internazionale.

Questa è la Russia della nostra battaglia antiborghese, la Russia della nostra immutata passione rivoluzionaria.

In buona compagnia

Per mille sintomi ci si accorge che il periodo kerenskiano é già aperto, anche se sul piano della direzione politica siamo ancora ai primi schieramenti dei partiti per l’ arrembaggio definitivo. La fregola del potere sveglia intanto gli istinti più bassi proprio in quelli che in tempo del potere borghese erano stati, a parole, gli avversari più irriducibili. Alludiamo ai centristi del partito staliniano.

Da questi signori il nostro partito è nientemeno diffidato come pseudo partito comunista e i suoi aderenti come agenti provocatori, sol perché il nostro è il solo partito di classe che osa smascherare l’inganno della guerra nazionale e il tentativo d’assorbimento del proletariato e della sua causa all’imperialismo democratico.

Sono i fetori del più pacchiano kerenskismo che tornano a infestare l’ambiente operaio. Ricordiamo solo che lo stesso Lenin fu tacciato di agente provocatore al soldo del tedesco da avversari della stessa risma, i social-patrioti d’ allora.

L’ episodio ci conferma che siamo in buona compagnia e battiamo buona strada.

La par roba fascista

Nei giorni scorsi un foglietto è circolato ed è apparso anche incollato sui muri in taluni paesi della provincia di Milano; Appello del Partito comunista Italiano alla gioventù. In esso si rifriggono le solite tirate sulla Patria, contro l’invasore l’occupatore tedesco (e l’inglese no) si invitano i giovani a correre sui monti nelle file della Guardia Nazionale, a difendere e liberare la Patria, e si esorta all’azione e al sacrificio che affretteranno la vittoria sicura. In poche parole si esortano i giovani italiani delle officine, dei campi, delle scuole e degli uffici, nonché i soldati, e dare la vita per gli interessi del capitalismo con cui il Partito Comunista Italiano ha fatto così gloriosa alleanza.

Davanti ad uno di tali manifestini abbiamo visto assiepato un gruppo di persone che leggevano in silenzio. Alla fine un operaio, allontanandosi, ha lanciato il commento più giusto e sintetico: «La par roba dei fascisti!»

Gli operai torinesi hanno scioperato


Mentre andiamo in macchina ci giunge notizia dello sciopero organizzato dagli operai della Fiat il 23 nov. 11. u.s. e concretatosi nella richiesta di un aumento del 100 per 100 dei salari. La nostra Federazione torinese è intervenuta con un manifestino che invitava gli operai a unire la lotta per le rivendicazioni immediata alla grande lotta del proletariato contro la guerra. Nel prossimo numero daremo un’ ampia relazione sullo sciopero: per ora giunga al proletariato torinese l’ espressione della nostra solidarietà.

Ecco il testo del manifesto.

PROLETARI TORINESI

I movimenti che avete scatenato fanno onore alla vostra classe ed alla massa in generale.

Le rivendicazioni che voi reclamate sono giuste alla condizione, che voi coscienti del vostro ruolo storico, le colleghiate in linea diretta alla terribile situazione in cui si trova il proletariato mondiale.

La vostra lotta potrà prendere una vera fisionomia classista alla sola condizione di legarla a I’azione contro la guerra, cioè ad un livello più superiore di ciò che può essere una rivendicazione economica.

Lotta contro la guerra dunque quella guerra che il nemico della vostra classe ha scatenato per distruggere voi e le vostre famiglie.

W Lo sciopero generale

W II proletariato mondiale

W Il proletariato torinese avanguardia rivoluzionaria

Abbasso i guerraioli di tutti colori

Lotta contro il fascismo

Lotta contro la democrazia

Il Partito Comunista Internazionalista

La guerra vista da noi

(Parole semplici su un problema spinoso)

Essendoci stata richiesta una sintesi panoramica della nostra visione della guerra, condensiamo qui il nostro pensiero, riservandoci di trattare più dettagliatamente in seguito i singoli punti.

Nella fase attuale del capitalismo, che è caratterizzata da una crescente concentrazione in tutti i rami della vita economica – fase di grandi blocchi economici all’interno delle singole economie nazionali, e di economie nazionali organizzate esse stesse come grandi blocchi – ogni guerra ha caratteri e obbiettivi imperialistici, verte cioè inforno alla conquista di mercati, all’occupazione di punti nevralgici dell’economia e quindi della politica mondiale, al controllo finanziario e allo sfruttamento dei paesi meno evoluti ma ricchi di possibilità economiche e, in una parola, ad una nuova spartizione dei mondo a favore di questa o quella potenza industriale. Dominati dalla necessità di espandere continuamente le proprie capacità produttive per non rimaner soffocate, e quindi di trovare sempre nuovi sbocchi ai loro prodotti e nuove possibilità di sfruttamento al loro capitale, le singole economie nazionali entrano in una gara di velocità che, esaurite le possibilità pacifiche di concorrenza, sboccano fatalmente nell’atto sanguinoso della guerra.

Questa non ha dunque origine in contrasti di natura ideologica, a quel modo che si è usi rappresentare il conflitto come lotta fra civiltà e barbarie, fra libertà e schiavitù, fra giustizia ed arbitrio: anzi, la diversità delle ideologie e delle forme politiche è essa stessa il prodotto di una diversa posizione dei belligeranti nel quadro dell’economia e della politica mondiale. Non è un caso che la guerra attuale si combatta tra i paesi usciti vittoriosi dal conflitto 1914-18 e paesi che da quel conflitto sono usciti vinti o meno favoriti e non è un caso che questi due blocchi abbiano assunto una diversa struttura politica ed una diversa ideologia, democratica i paesi ricchi, fascista ed autoritaria i paesi poveri.

La guerra, espressione massima della crisi borghese

La guerra è perciò anche la manifestazione suprema di una crisi insolubile della società borghese. Essa scoppia quando all’interno dei paesi più direttamente interessati al dominio mondiale, e nelle loro relazioni reciproche, ogni possibilità di comporre pacificamente la crisi sociale si è esaurita. Allora, si pone alla società capitalistica il dilemma o rivoluzione o guerra. E la guerra scoppia proprio perché non è avvenuta la rivoluzione, e, a sua volta, è il mezzo estremo a cui la borghesia ricorre per spezzare bruscamente il corso di una nuova ondata rivoluzionaria; per uccidere il proletariato ideologicamente con la corruzione e lo sbandamento che accompagnano la guerra, e fisicamente col massacro. In questo senso, tutti i paesi belligeranti hanno un comune interesse l’annientamento del proletariato come classe.

Vediamo i fatti. La guerra attuale è indiscutibilmente l’ultimo anello di una crisi che, sin dalla fine del primo conflitto, non ha cessato di travagliare il mondo. Non s’era preveduto sin d’allora che una Germania privata delle sue colonie, gravata di un enorme onere finanziario verso i vincitori, costretta per soddisfarlo ad espandere vertiginosamente un attrezzatura industriale già mastodontica, ma posta nell’impossibilità di ampliare corrispondentemente le sue capacità di sbocco sui mercati mondiali, avrebbe finito per trovarsi di fronte ad una crisi da cui non sarebbe uscita se non col precipitare della soluzione rivoluzionaria o con la guerra? Infatti, lo hitlerismo afferrò il potere proprio al culmine della crisi, spezzò le reni al proletariato rivoluzionario tedesco, e preparò il paese alla suprema prova delle armi. E poiché i paesi capitalisti egemonici erano travagliati anch’essi dalla crisi, non poteva esservi fra i due massimi contendenti possibilità di accordo, a meno che non intervenissero ragioni comuni di difesa degli interessi di classe. Divampata in una serie di conflitti parziali nei punti in cui più minacciava la crisi rivoluzionaria (Cina, Spagna ecc.) interrotta nel suo processo di maturazione da riavvicinamenti ispirati al concetto della difesa di classe contro l’insorgere del comune nemico proletario (si ricordi il patto di Monaco), la guerra doveva infine scoppiare assumendo aspetto ed estensione internazionali.

La guerra, supremo tentativo di difesa del capitalismo

Ma allora, se, nonostante i contrasti reciproci, esiste fra i diversi imperialismi un comune interesse di difesa contro il nemico proletario, non si può pensare che la lotta delle potenze democratiche contro le potenze fasciste non rappresenti anche lo sforzo di debellare un regime che, dopo di aver servito per alcuni anni da ottimo cane di guardia contro gli assalti al regime borghese, non solo non era riuscito a rendersi popolare, ma aveva creato reazioni così violente e squilibrii così forti, e era imbarcato in avventure talmente folli, da mettere in pericolo l’esistenza stessa della società capitalistica nazionale e mondiale? In altre parole, non possiamo ritenere che l’asse della resistenza borghese contro il proletariato, fino a qualche anno fa eccentrata nei paesi fascisti, sia passata alle potenze democratiche (in particolare all’America) e che queste, combattendo fascismi, cerchino di convogliare dietro di sé e distogliere dalla lotta di classe il proletariato, facendo leva sul fascino addormentatore dell’odio antitedesco, della difesa nazionale, della patria? Ma, sia nell’interpretazione più ristretta, sia nell’ interpretazione più vasta e certo più profonda, è chiaro che tra proletario e guerra non esiste possibilità di compromesso: nessuna guerra, condotta in nome del fascismo o della democrazia, serve gli interessi del proletariato tutte servono agli interessi della classe dominante. E partiti operai che collaborano, da una sponda o dall’altra a questa guerra, tradiscono la classe lavoratrice a favore del suo nemico: il capitalismo.

Se dalla guerra deve uscire vincitore, come noi fermamente vogliamo, non questo o quel gruppo imperialista, ma la classe proletaria, questa vittoria sarà realizzata soltanto da un partito che abbia combattuto contro entrambe le parti del capitalismo: la faccia democratica e la faccia fascista, e non si sarà lasciato sviare dal suo cammino né dalle sirene che lo invitavano a impugnare il fucile per una «più alta giustizia sociale», né da quelle che gli rivolgevano lo stesso invito in nome della difesa nazionale e del governo popolare. Solo chi non ha ammesso patteggiamenti con la guerra ha il diritto di convocare il proletariato a quella lotta, che ha nome trasformazione della guerra imperialistica in guerra civile.