Basi storico-programmatiche del comunismo rivoluzionario circa il rapporto tra partito, classe e associazioni economiche operaie Pt.3
Kategoriat: Communist Abstensionist Fraction of the PSI, PCd'I, RILU, Third International, Union Question
Kattojulkaisu: Basi storico-programmatiche del comunismo rivoluzionario circa il rapporto tra partito, classe e associazioni economiche operaie
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L’INTERNAZIONALE COMUNISTA – 1920
Le tesi sindacale del 2° Congresso del 1920 sanciscono il compito dei comunisti nei sindacati operai per importare nelle grandi masse organizzate il programma rivoluzionario e sottoporli, in una prospettiva di avanzata rivoluzionaria, all’influenza ed eventualmente alla direzione del Partito, non esitando per questo a lavorare nelle vecchie organizzazioni riformiste, anche le più reazionarie, ma nel contempo appoggiando e cercando di influenzare quelle sorte per reazione ad esse al fine di liberarle dai pregiudizi anarco-sindacalisti.
Pur nel rivendicare come condizione favorevole allo sviluppo di tale lavoro l’unità sindacale, e nell’escludere le scissioni provocate artificialmente, le tesi danno la direttiva di appoggiare la scissione su scala nazionale quando essa si renda materialmente inevitabile; e gettano pure le basi dell’Internazionale Sindacale Rossa in antitesi a quella “gialla” di Amsterdam, dipendente dalla Società delle Nazioni e perciò dall’imperialismo mondiale.
Pienamente condivise dalla Sinistra, le tesi si esprimono anche in modo inequivocabile sui consigli di fabbrica, negando che possano considerarsi sostitutivi dei sindacati.
Da “Tesi su il movimento sindacale e i consigli di fabbrica”, 1920
[I]
1) I sindacati creati dalla classe operaia durante il periodo dello sviluppo pacifico del capitalismo rappresentavano delle organizzazioni operaie destinate a lottare per l’aumento dei salari sul mercato del lavoro e per il miglioramento delle condizioni del lavoro salariato. I marxisti rivoluzionari si proponevano di mettere in collegamento i sindacati con quello che era allora il partito politico del proletariato, la socialdemocrazia, per la lotta comune per il socialismo.
Le stesse ragioni che, salvo rare occasioni, avevano fatto della socialdemocrazia internazionale non un’arma della lotta rivoluzionaria del proletariato per il rovesciamento del capitalismo ma un’organizzazione che distoglieva il proletariato dalla rivoluzione secondo gli interessi della borghesia, ebbero per effetto che, durante la guerra, i sindacati si presentarono il più delle volte come parti dell’apparato militare della borghesia, che aiutarono a sfruttare la classe operaia con la maggiore intensità possibile al fine di condurre la guerra nella maniera più energica per gli interessi del Capitale.
Organizzando essenzialmente gli operai qualificati, i meglio retribuiti dai padroni, essendo confinati nella loro grettezza corporativa, incatenati da un apparato burocratico completamente estraneo alle masse, sviati dai loro capi opportunisti, i sindacati hanno non soltanto tradito la causa della rivoluzione sociale, ma perfino quella della lotta per il miglioramento delle condizioni di vita degli operai da essi organizzati. Hanno abbandonato il terreno proprio della lotta sindacale contro i padroni, e l’hanno sostituita con un programma di pacifiche transazioni ad ogni costo con i capitalisti.
Questa politica è stata condotta non solo dalle Trade Unions liberali in Inghilterra e in America, dai sindacati liberi tedeschi e austriaci sedicenti socialisti, ma anche dalle unioni sindacali francesi.
2) Le conseguenze economiche della guerra, la disorganizzazione completa dell’economia mondiale, il folle aumento del costo della vita, l’impiego su vasta scala del lavoro femminile e minorile, il peggioramento delle condizioni di alloggio, tutto questo spinge le grandi masse proletarie sulla via della lotta contro il capitalismo.
Per l’estensione e il carattere che assume ogni giorno di più, questa lotta è una lotta rivoluzionaria che distrugge obbiettivamente le basi dell’ordine capitalista. L’aumento dei salari ottenuto da questa o quella categoria di operai mediante la lotta economica, è immediatamente annullato dal rialzo del costo della vita. Ora l’aumento dei prezzi deve ulteriormente accentuarsi, perché la classe capitalista dei paesi vincitori, pur dissanguando con la sua politica di sfruttamento l’Europa orientale e centrale, non solo non è in grado di riorganizzare l’economia mondiale, ma la disorganizza sempre più.
Per avere successo nella lotta economica, le larghe masse operaie che rimanevano fino ad oggi fuori dai sindacati, affluiscono in essi. Si constata dunque in tutti i paesi un poderoso incremento dei sindacati, che non rappresentano più l’organizzazione dei soli elementi avanzati del proletariato, ma delle sue grandi masse. Entrando nei sindacati le masse cercano di farne la loro arma di battaglia.
L’antagonismo delle classi, che diventa ogni giorno più acuto, spinge i sindacati a organizzare degli scioperi, che dilagano a ondate in tutto il mondo capitalistico interrompendo costantemente il processo della produzione e degli scambi. Aumentando le loro rivendicazioni nella misura in cui cresce il costo della vita, le masse operaie, che ne risentono duramente gli effetti, distruggono con ciò stesso le basi di ogni calcolo capitalista, questo presupposto elementare di ogni economia organizzata.
I sindacati, che erano divenuti durante la guerra gli organi dell’influenzamento delle masse operaie nell’interesse della borghesia, rappresentano oggi degli organi della distruzione del capitalismo.
3) Ma la vecchia burocrazia sindacale e le vecchie forme di organizzazione sindacale ostacolano in tutti i modi questa trasformazione del carattere dei sindacati. Essa cerca in ogni modo di tenere in piedi i sindacati come organizzazioni dell’aristocrazia operaia, mantenendo in vigore le norme che rendono impossibile l’ingresso delle masse operaie peggio retribuite nei sindacati.
La vecchia burocrazia sindacale si sforza anche di sostituire l’arma dello sciopero, che assume ogni giorno di più il carattere di un conflitto rivoluzionario del proletariato con la borghesia, con una politica di conciliazione coi capitalisti, una politica di contratti a lungo termine che perdono ogni significato anche solo per il vertiginoso e ininterrotto aumento dei prezzi. Essa cerca di imporre agli operai la politica delle commissioni paritetiche, dei “Joint Industrial Councils”, e di ostacolare, con l’aiuto delle leggi e dell’apparato statale capitalistico, l’organizzazione di scioperi.
Nei momenti critici del conflitto, la borghesia semina la discordia fra le masse operaie in lotta e impedisce alle azioni isolate delle singole categorie operaie di fondersi in una lotta di classe generale. Essa è sostenuta in questi tentativi dalla forma antiquata di organizzazione dei sindacati di mestiere, che divide i lavoratori di una branca d’industria in gruppi professionali separati, benché il processo dello sfruttamento capitalistico li leghi tutti quanti.
Essa si appoggia al potere della tradizione ideologica della vecchia aristocrazia operaia, benché quest’ultima sia incessantemente indebolita dall’abolizione dei privilegi di particolari gruppi del proletariato in seguito al generale sfacelo del capitalismo, al livellamento della situazione della classe operaia, alla generalizzazione della sua miseria e insicurezza.
In questa maniera la burocrazia sindacale divide la poderosa corrente del movimento operaio in esigui rivoli, baratta gli scopi rivoluzionari generali del movimento contro rivendicazioni parziali riformistiche, e ostacola in generale la trasformazione della lotta del proletariato in una lotta rivoluzionaria unica per la distruzione del capitalismo.
4) Dato l’afflusso di potenti masse operaie nei sindacati e dato il carattere obbiettivamente rivoluzionario della lotta economica che queste masse sostengono in antitesi alla burocrazia professionale, è necessario che i comunisti di tutti i paesi entrino nei sindacati e lavorino per farne degli organi di lotta coscienti per l’abbattimento del regime capitalistico e il trionfo del comunismo. Essi devono prendere l’iniziativa della creazione di sindacati dove non ne esistano ancora.
Ogni diserzione volontaria del movimento sindacale, ogni tentativo artificiale di creazione di particolari sindacati senza esservi costretti o da atti eccezionali di sopraffazione da parte della burocrazia sindacale (scioglimento di singoli gruppi rivoluzionari nei sindacati da parte delle centrali opportunistiche) o da una gretta politica aristocratica che precluda alle grandi masse di lavoratori poco qualificati l’ingresso nelle organizzazioni sindacali, rappresenta un pericolo enorme per il movimento comunista.
Esso minaccia di isolare dalle masse gli operai di avanguardia, dotati di maggior coscienza di classe, e le consegna ai capi opportunisti che lavorano per gli interessi della borghesia. Le esitazioni delle masse operaie, il loro atteggiamento indeciso e la loro accessibilità ai sofismi dei capi opportunisti potranno essere superati nel corso della lotta, che si acuisce sempre più, soltanto nella misura in cui gli strati più vasti del proletariato impareranno attraverso la loro esperienza, attraverso le loro vittorie e sconfitte, che mai il sistema economico capitalistico permetterà loro di conseguire condizioni di vita umane, e nella misura in cui gli operai comunisti d’avanguardia impareranno, nella lotta economica, ad essere non solo i propugnatori delle idee del comunismo, ma anche i capi più risoluti della stessa lotta economica e dei sindacati. Solo in questo modo sarà possibile cacciare dai sindacati i capi opportunisti. Solo così i comunisti potranno prendere la direzione del movimento sindacale e farne un organo della lotta rivoluzionaria per il Comunismo. Solo in questo modo sarà possibile superare la frammentazione dei sindacati di mestiere, sostituirli con organizzazioni per industria che permettano di eliminare la burocrazia estranea alle masse e surrogarla con un apparato di delegati di fabbrica, lasciando alle Centrali solo le funzioni più strettamente necessarie.
5) Poiché i comunisti danno più importanza al fine e alla essenza dell’organizzazione sindacale che alla sua forma, essi non devono arretrare di fronte a una scissione delle organizzazioni sindacali se la rinuncia alla scissione equivalesse alla rinuncia al lavoro rivoluzionario nei sindacati, alla rinunzia al tentativo di farne uno strumento della lotta rivoluzionaria, alla rinunzia ad organizzare gli strati più sfruttati del proletariato. Ma anche se una tale scissione si rivelasse necessaria deve essere consumata soltanto se i comunisti riescono con una lotta incessante contro i capi opportunisti e la loro tattica, con la più intensa partecipazione alla lotta economica, a convincere le grandi masse operaie che la scissione viene intrapresa non per fini rivoluzionari remoti e ancora incomprensibili ad esse, ma per l’interesse concreto e più diretto della classe operaia allo sviluppo della sua lotta economica.
In caso di necessità di una scissione, i comunisti devono vagliare con vigile attenzione se tale scissione non li porti ad isolarsi dalla massa operaia.
6) Dove la scissione fra la direzione opportunista e quella rivoluzionaria dei sindacati è già avvenuta, dove, come in America, accanto ai sindacati opportunisti esistono unioni con tendenze rivoluzionarie anche se non comuniste, i comunisti hanno l’obbligo di appoggiare questi sindacati rivoluzionari, di sostenerli e di aiutarli a liberarsi dei loro pregiudizi sindacalisti e a porsi sul terreno del comunismo, che solo può servire da bussola sicura nel groviglio della lotta economica.
Dove, nel quadro dei sindacati o fuori di essi, si costituiscono nella fabbrica delle organizzazioni come gli Shop Stewards Committees (Comitati dei delegati di reparto), i Betriebsraete (Consigli di fabbrica), ecc., che si prefiggono la lotta contro le tendenze controrivoluzionarie della burocrazia sindacale e l’appoggio alle azioni dirette e spontanee del proletariato, i comunisti devono naturalmente sostenerli con tutta a loro energia.
Ma l’appoggio dato ai sindacati rivoluzionari non deve significare l’uscita dei comunisti dai sindacati opportunisti che sono in fermento e si spostano sul terreno della lotta di classe. Al contrario, sforzandosi di accelerare questa evoluzione dei sindacati di massa che vengono a trovarsi sulla via della lotta rivoluzionaria, i comunisti potranno esercitare la funzione di un elemento che unisca idealmente e organizzativamente nella lotta comune per la distruzione del capitalismo gli operai sindacalmente organizzati.
7) Nell’epoca di disgregazione del capitalismo, la lotta economica del proletariato si trasforma in lotta politica molto più rapidamente che nell’epoca di sviluppo pacifico del capitale. Ogni grande conflitto economico può mettere direttamente gli operai di fronte al problema della Rivoluzione. È quindi dovere dei comunisti chiarire agli operai, in tutte le fasi della lotta economica, che questa lotta può essere coronata da successo soltanto se la classe operaia vince la classe dei capitalisti in una battaglia aperta e, mediante la dittatura, intraprende l’opera della edificazione socialista.
Partendo da questo presupposto, i comunisti devono tendere, nella misura del possibile, a realizzare una piena unità fra i sindacati e il Partito Comunista, subordinandoli alla direzione effettiva di quest’ultimo come avanguardia della rivoluzione proletaria. A questo scopo i comunisti devono organizzare dovunque nei sindacati e nei consigli di fabbrica delle frazioni comuniste e, col loro aiuto, impadronirsi del movimento sindacale e dirigerlo…
[II]
I sindacati tendevano già in tempo di pace a una unificazione internazionale, perché durante gli scioperi i capitalisti ricorrevano ad operai di altri paesi in funzione di crumiri. Ma, prima della guerra, l’Internazionale sindacale aveva solo un’importanza secondaria. Essa si occupava dell’organizzazione di soccorsi finanziari reciproci e di un servizio di statistica sociale, non dell’organizzazione della lotta comune, perché i sindacati diretti da opportunisti cercavano di evitare ogni lotta rivoluzionaria di portata internazionale.
I capi opportunisti dei sindacati che, durante la guerra, erano ognuno nel suo paese i lacchè della borghesia, cercano ora di ricostruire l’Internazionale sindacale e di farne un’arma per la lotta diretta del capitale internazionale contro il proletariato. Sotto la direzione dei Jouhaux, Gompers, Legien, ecc. essi creano un “Bureau du Travail” presso la Società delle Nazioni, questa organizzazione del brigantaggio internazionale capitalistico. Essi cercano di soffocare in tutti i paesi i movimenti di sciopero costringendo gli operai a sottomettersi alle corti arbitrali dei rappresentanti dello Stato capitalista, e, mediante compromessi coi capitalisti, di ottenere concessioni a favore degli operai qualificati per spezzare così la crescente unità della classe operaia.
L’Internazionale sindacale di Amsterdam è dunque un surrogato della fallita Seconda Internazionale di Bruxelles. Gli operai comunisti appartenenti ai sindacati di ogni paese devono invece tendere a creare un fronte internazionale di lotta dei sindacati. Non si tratta più di soccorsi pecuniari in caso di sciopero: occorre che, nel momento del pericolo incombente sulla classe operaia di un paese, i sindacati degli altri paesi in quanto organizzazioni di massa contribuiscano alla sua difesa e facciano l’impossibile per impedire alla borghesia del proprio paese di dare aiuto a quella di un altro che si trova in lotta con la classe operaia.
La lotta economica del proletariato diviene sempre più in ogni paese una lotta rivoluzionaria. Perciò i sindacati devono fare coscientemente uso di tutte le loro forze per l’appoggio a ogni azione rivoluzionaria sia nel loro paese che in altri; e, a questo scopo, non solo proseguire in ogni paese la massima centralizzazione della lotta, ma farlo su scala internazionale, aderendo all’Internazionale Comunista, unendosi con essa in un solo esercito, i cui diversi reparti conducano di concerto la battaglia sostenendosi l’uno con l’altro.
L’INTERNAZIONALE SINDACALE ROSSA, 1921
Dell’ISR riportiamo la parte delle tesi sulla questione della tattica presentate al I Congresso mondiale del luglio 1921, riguardante l’analisi dei sindacati nei rispettivi paesi prima, durante e dopo la guerra imperialistica.
Non riproduciamo le altre perché, in linea di massima condivise dalla Sinistra, ne sarebbero una ripetizione.
La descrizione dello stato del movimento sindacale mondiale invece ben si accorda con la prognosi della Sinistra che il riformismo socialdemocratico avrebbe spianato la strada alla più brutale sopraffazione anche degli organismi di difesa economica del proletariato da parte della classe dominante, grazie ad esso vittoriosa sulla classe operaia e, infine, all’inquadramento di quest’ultima in “sindacati” di completa emanazione statale e di natura corporativa.
L’ISR sorse come l’unione internazionale dei sindacati classisti, orientati, grazie all’influenza del partito comunista, verso la rivoluzione e la dittatura proletaria, in contrapposto all’Internazionale di Amsterdam. L’ISR era l’organo sindacale dell’IC. Si stava realizzando in campo mondiale lo stretto collegamento, la “cinghia di trasmissione”, tra il partito unico del proletariato e il movimento sindacale, per il cui mezzo la classe operaia avrebbe potuto compiere vittoriosamente la sua avanzata rivoluzionaria.
È questo un presupposto storico che sta a indicare come la resurrezione di classe di domani comporti la ricostituzione non solo del partito comunista mondiale, ma anche dell’organizzazione sindacale rossa, dal partito influenzata e diretta.
Va sottolineato che nel 1925-26 la Sinistra si oppose energicamente allo scioglimento dell’ISR voluto dallo stalinismo, e alla sua ventilata riunificazione con l’Internazionale di Amsterdam.
La traduzione è quella pubblicata in opuscolo dal PCd’I nel 1921.
Da ISR, “Deliberazione sulla questione della tattica”, 1921
I SINDACATI PRIMA DELLA GUERRA
7) Durante il XIX secolo e i primi decenni del XX nel movimento sindacale si formarono essenzialmente tre tipi caratteristici, tre gruppi fondamentali: anglo-sassone (tradeunionismo), germano-austriaco (riformismo socialdemocratico) e franco-spagnolo (sindacalismo rivoluzionario).
Nel movimento mondiale dei sindacati, questi tre gruppi fondamentali si distinguevano tanto per la natura della loro opera, quanto per i metodi. In essi si esprimevano tre differenti ideologie, tre differenti programmi d’azione.
8) Il carattere fondamentale del movimento sindacale anglo-sassone consisteva nel suo stretto corporativismo, nell’apoliticismo, nel neutralismo verso i partiti socialisti e nella concentrazione di tutta l’attenzione sui problemi immediati e concreti del giorno.
Il tradeunionismo considerava la lotta sociale con criterio corporativo, e con queste vedute limitate pretendeva di risolvere tutte le questioni sociali ed economiche. Esso riuniva principalmente gli strati più elevati della classe operaia, e la sua ideologia rappresentava la filosofia dell’aristocrazia operaia.
Dai teorici e dai pratici del tradeunionismo, capitale e lavoro erano considerati non come due mortali nemici di classe, ma come due fattori della società che si integrano a vicenda, il cui sviluppo armonico doveva condurre alla pace fra capitale e lavoro e all’equa distribuzione fra loro dei beni sociali.
9) Il movimento sindacale austro-germanico, apparso più tardi dell’anglo-sassone e svoltosi in diverse condizioni, fin da principio fu compenetrato da idee socialiste. Il movimento sindacale di Austria e di Germania fu tenuto a battesimo dalla socialdemocrazia, e quindi la sua ideologia era imbevuta di spirito socialdemocratico. Ma il programma e la tattica socialdemocratica assunsero carattere di riformismo e quindi i sindacati della Germania furono la culla del riformismo, il cui contenuto ideologico consiste, com’è noto, nel campo politico nel preconizzare l’evoluzione pacifica e graduale, tendente al socialismo attraverso la democrazia, nell’attenuare l’antagonismo di classe, nella pavida rinunzia alla rivoluzione e al terrore classista, nella speranza che lo sviluppo delle istituzioni democratiche condurrà automaticamente al socialismo senza sconvolgimenti e senza rivoluzione. Invece nel campo strettamente sindacale esso esprime la tendenza a mantenere i sindacati lontani dalla lotta politica rivoluzionaria, la predicazione della neutralità verso il socialismo rivoluzionario, il collegamento intimo col socialismo riformista, e finalmente la sopravalutazione dei contratti collettivi e la tendenza a creare il diritto paritetico, cioè a costruire rapporti sociali per cui, pur permanendo il regime politico e economico borghese, possa tuttavia conciliarsi l’eguaglianza di diritto fra operai e imprenditori con la conservazione del sistema di sfruttamento.
10) Il sindacalismo rivoluzionario, sorto come reazione all’opportunismo del Partito socialista francese, aveva nel suo concetto fondamentale un contenuto realmente rivoluzionario. Esso lanciò l’idea della azione diretta, della lotta immediata delle masse, fece propaganda dello sciopero generale, affermò la necessità di abbattere violentemente il capitalismo, condusse agitazione e propaganda antimilitariste, affermò la teoria antistatale proclamando che i sindacati erano le uniche organizzazioni capaci di fare la rivoluzione sociale e di edificare con le proprie forze la società socialista. I teorici di questo movimento pretendevano che il sindacalismo rivoluzionario fosse la sintesi del proudhonismo e del marxismo.
11) Il sindacalismo rivoluzionario formulava dunque una serie di concetti (in questo appunto consiste il suo merito) tali da renderlo superiore alle altre forme del movimento operaio e da accostarlo al socialismo rivoluzionario. Simili concetti, come quello dell’azione diretta, della pressione rivoluzionaria delle masse sui capitalismo e sullo Stato, dell’abbattimento del capitalismo, la predicazione della rivoluzione sociale, rappresentano il merito dei sindacalisti rivoluzionari e il lato pratico delle loro teorie in generale. Per converso incontriamo nel sindacalismo il concetto dell’indipendenza, del neutralismo verso tutti i partiti politici, compreso quello del proletariato, la negazione anche dello Stato proletario, la sopravalutazione dello sciopero generale, e un contegno errato riguardo alle aspirazioni parziali degli operai. Economia e politica sono due cose diverse per i sindacalisti rivoluzionari, mentre invece è noto che la politica non è altro che un “concentrato di economia”. La separazione tra questi due fattori, malgrado la sua apparente essenza rivoluzionaria, è sfruttata dalla borghesia, che per suo conto non ha mai praticamente separato nella sua lotta l’economia dalla politica.
12) Il movimento sindacale si formò e sviluppò soprattutto nel periodo del pacifico e organico sviluppo della società capitalistica; quindi recava taluni caratteri, che poi, specialmente durante la guerra, dovevano permettere alla borghesia di servirsene per le sue mire di classe. Questi caratteri particolari sono: il gretto corporativismo, l’isolamento dei sindacati, la lotta di molti di essi contro il lavoro femminile, lo spirito nazionalista e patriottico derivante dalla confusione tra gli interessi dell’industria nazionale e quelli della classe lavoratrice. Essi hanno trovato la loro massima espressione durante la guerra, quando gli interessi di classe sono venuti a contrasto con gli interessi nazionali.
I SINDACATI DURANTE LA GUERRA
13) La guerra mondiale, causata dall’antagonismo tra i vari capitalismi nazionali, ha rivelato fino a qual punto la classe operaia e le sue organizzazioni subissero l’influenza della società borghese. Nella maggior parte dei maggiori paesi d’Europa, non appena dichiarata la guerra i sindacati cessarono di esistere come organizzazioni classiste di lotta e immediatamente si convertirono in organizzazioni imperialiste di guerra, la cui funzione consisteva nell’aiutare il governo e la borghesia a sconfiggere, con le loro forze riunite, il concorrente sul mercato mondiale. I vecchi raggruppamenti del movimento sindacale scomparvero. In ogni paese i dirigenti dei sindacati, tranne poche eccezioni, si combatterono tra loro sui fronti di battaglia, stringendo invece alleanza con la borghesia della propria patria: gli interessi della borghesia nazionale furono preposti agli interessi di classe.
14) Il periodo della guerra mondiale è quello del dissolvimento morale dei sindacati di tutti i paesi capitalisti. La più gran parte dei dirigenti sindacali appaiono come agenti del governo: essi assumono spontaneamente il compito di soffocare tutti i tentativi di protesta rivoluzionaria, sanzionano a varie riprese il peggioramento delle condizioni di lavoro, acconsentono di legare gli operai alle fabbriche secondo i voleri del capitalista, rinunziano a conquiste ottenute con lunghe lotte, insomma eseguono senza fiatare tutto ciò che le classi dirigenti ordinano.
15) Il malcontento contro la guerra, e le manifestazioni di esso, avutesi sempre più frequentemente già durante la guerra stessa, furono soffocati fino dal loro nascere dagli stessi dirigenti del vecchio movimento sindacale. La paura della rivoluzione, che costrinse per molti anni le classi dirigenti ad astenersi da azioni e da avventure belliche, scomparve, giacché contro la rivoluzione stavano ormai non solo la borghesia ma anche i sindacati i cui dirigenti si erano trasformati in cani da guardia del capitalismo. Ciò rappresentò la più strepitosa vittoria morale delle classi dirigenti, e a un tempo una solenne sconfitta della classe operaia nel periodo della guerra mondiale.
16) L’opera nazionalista dei dirigenti del movimento sindacale seminò una profonda discordia tra le masse. Invece della predicazione della lotta e dell’odio di classe, per qualche anno dalle bocche dei rappresentanti operai uscirono soltanto appelli alla fusione di tutte le forze contro il nemico nazionale, in difesa della “patria” e per l’”unione sacra” delle classi. Questa propaganda di tradimento, fatta con l’appoggio della stampa borghese e con l’aiuto finanziario del Governo, è stata la causa principale del perdurare della guerra e degli innumerevoli sacrifici, cui la classe operaia fu sottoposta in conseguenza della guerra mondiale. La guerra ha dimostrato l’assoluto fallimento di tutte le varie organizzazioni del movimento sindacale. I dirigenti delle Trade-Unions d’Inghilterra e d’America, dei sindacati di mestiere d’Austria e Germania, dei sindacati rivoluzionari di Francia, si ritrovarono insieme sul terreno del tradimento degli interessi della classe operaia.
I SINDACATI DOPO LA GUERRA
17) I caratteri essenziali che la politica dei capi sindacali di vari paesi ebbe durante la guerra si conservarono essenzialmente immutati anche dopo. Tale politica consisté nel prolungare l’unione sacra delle classi, conclusa durante la guerra, e nel subordinare gli interessi delle classi operaie alla ricostruzione dell’economia capitalista.
18) In Francia questa politica ha acquistò un carattere oltremodo ributtante, giacché i suoi esponenti erano i sindacalisti rivoluzionari di ieri, coloro che si dicevano antistatali e antimilitaristi. La Confederazione generale del lavoro, per bocca dei suoi dirigenti, reclamando l’onore di lavorare nelle Commissioni per l’elaborazione del trattato di Versailles, assunse l’iniziativa di costringere gli operai tedeschi a risarcire la Francia delle perdite causatele dalla guerra, disgregò il movimento degli scioperi rivoluzionari, combatté a fianco del governo e di tutta la borghesia l’idea stessa della rivoluzione sociale, proclamando il principio della ricostruzione del capitalismo in base alla collaborazione di tutte le “forze vitali” della società moderna, cioè dei lavoratori, imprenditori e rappresentanti del Governo. Questa tattica alimentò la tracotanza della borghesia, corrompendo la coscienza operaia, e generando nelle masse sfiducia verso le parole d’ordine e gli appelli rivoluzionari. Quanto più la Confederazione Generale del Lavoro era di fatto subordinata alla borghesia, tanto più esaltava l’indipendenza e l’autonomia del movimento, riportandosi, a questo proposito, alla “Carta di Amiens”.
19) Contro questo inaudito tradimento, contro la vergognosa violazione degli elementari principi rivoluzionari della classe lavoratrice, sorse e si è diffuse in Francia un forte movimento di protesta che trovò la sua espressione e la sua direzione nel Comitato centrale dei Sindacati rivoluzionari. L’opposizione rivoluzionaria riuniva già quasi la metà dei membri della Confederazione Generale del lavoro, ma, nonostante questo incremento numerico, essa era debole a causa della sua insufficiente unità interna. L’intera opposizione era concorde nella lotta contro il manifesto ed occulto tradimento degli interessi della classe operaia, ma, sebbene combattesse realmente questa lotta e vi riportasse anche delle vittorie grazie al fronte unico, tuttavia essa stessa non aveva ancora determinato in modo abbastanza chiaro i propri concreti intendimenti, il proprio programma e le parole d’ordine della lotta. L’opposizione, formata da anarchici, sindacalisti rivoluzionari e comunisti, proclamava il motto: “torniamo alla Carta d’Amiens”. Parola d’ordine insufficiente già per il solo fatto che anche la stessa maggioranza della Confederazione Generale del Lavoro si richiamava ad essa.
20) La “Carta d’Amiens”, sintetizzante la protesta delle masse operaie contro l’opportunismo del Partito socialista, non poteva servire di base per l’azione concreta, non solo perché era stata scritta quindici anni prima della guerra e della rivoluzione, ma soprattutto perché fin dal principio essa non risolveva tutte le questioni che la classe lavoratrice aveva dinanzi a sé. La guerra mondiale, la decadenza del capitalismo, la rivoluzione, tutto ciò imponeva alla minoranza della Confederazione generale del lavoro di Francia di non chiudersi nei limiti della ormai invecchiata Carta d’Amiens, bensì di elaborare un nuovo programma in conformità con il nuovo stato di cose.
21) In Germania i dirigenti dei sindacati professionali tedeschi, in sostanza assunsero, dopo la guerra, la parte di salvatori della borghesia e della cricca guerresca germanica. La rivoluzione del 1918 realmente impaurì la borghesia tedesca, tanto da indurla a rivolgersi essa stessa ai sindacati tedeschi per salvaguardare il suo dominio di fronte alla rivoluzione sociale.
I dirigenti dei sindacati conclusero un accordo con la borghesia tedesca intorno alle commissioni paritetiche del lavoro che servì di base per tutta l’attività svolta dopo la guerra dal movimento sindacale tedesco. Il dominio della borghesia nel campo politico ed economico: ecco il risultato di questo sistema paritetico. Conseguenza di tale accordo è stato l’aiuto attivo prestato dai sindacati nell’opera di repressione del movimento rivoluzionario. I dirigenti dei sindacati tedeschi si adoperarono con ardore a difesa del capitalismo, non esitando a tal fine neanche ad appoggiare le repressioni sanguinose operate dalla borghesia contro la classe operaia.
22) Simile atteggiamento controrivoluzionario della burocrazia sindacale aveva sollevato le proteste indignate delle masse operaie. Tali proteste cominciarono a prender forme concrete col formarsi, in seno al movimento sindacale, dei gruppi d’opposizione e dei nuclei comunisti, i quali diramandosi in vasta rete per tutta la Germania assunsero il carattere di fenomeno di massa. Il pessimismo, provocato dall’atteggiamento dei sindacati trovò anche la sua espressione nella parola d’ordine della “distruzione dei sindacati“, motto che però contrastava con gli interessi veri della classe operaia e con quelli della rivoluzione sociale. Oltre all’opposizione sorta in seno ai vecchi sindacati, sorsero anche parecchi raggruppamenti al di fuori (Sindacato operaio indipendente di Gelsen-kirchen, Unione generale operaia, Unione sindacalista), ciascuno dei quali si era sviluppato per conto proprio invece di svolgere una lotta concorde contro i capitalisti e i loro fiancheggiatori annidati nei sindacati professionali. A questi raggruppamenti già esistenti si erano aggiunti gli espulsi dalla burocrazia sindacale che, intimorita dal crescere dei nuclei di opposizione in seno al vecchio movimento sindacale, aveva proceduto all’espulsione di singoli, nonché di sezioni sindacali rionali e locali accusati di “comunismo”.
23) In Inghilterra, immediatamente dopo la guerra, i sindacati ingaggiarono una lotta ostinata per ottenere il miglioramento delle condizioni di lavoro e per consolidare le posizioni conquistate. I grandiosi scioperi dei minatori e di altre categorie di lavoratori,dimostrarono la forza e la fermezza del proletariato inglese nella lotta. Ma nello stesso periodo successivo alla guerra si era rivelata tutta la forza del legame tra una parte dei capi del movimento sindacale e la borghesia. Ogni sciopero, ogni serio conflitto urtava anzitutto contra una resistenza accentrata nel seno delle organizzazioni interessate e degli altri sindacati. Queste particolarità, oltre all’indiscutibile processo di rivoluzionamento ideologico, per quanto abbastanza confuso, rappresentavano il carattere essenziale del movimento sindacale inglese, il quale tuttavia, in confronto al periodo precedente alla guerra, aveva certo fatto un grandissimo passo avanti.
24) I Comitati di fabbrica e d’officina, sorti spontaneamente durante la guerra e relativamente molto influenti negli anni 1917 e 1918, erano poi decaduti di importanza, nonostante il diffondersi delle idee rivoluzionarie e dell’inevitabilità della lotta rivoluzionaria fra le masse proletarie d’Inghilterra. La debolezza degli elementi di opposizione organizzata si spiega col fatto che essi non avevano coordinato adeguatamente l’attività fra le masse. La fusione di tutti questi elementi rivoluzionari poteva ottenersi mediante l’allargamento e l’approfondimento dell’attività dei Comitati Operai. Scopo che poteva conseguirsi non distaccando i migliori operai dalle masse organizzate nei sindacati, e costituendo altre organizzazioni al di fuori, ma nell’indirizzare l’attività all’interno di essi
Gli elementi più coscienti, più rivoluzionari e attivi nelle fabbriche, devono concentrare l’attività su tutti i livelli del movimento sindacale, dal più basso al più alto, sforzandosi dappertutto di conquistare i posti di responsabilità e di direzione. Questa è la via maestra per svolgere un’opera sistematica ed insistente, atta a ottenere risultati concreti e permanenti in un paese con un così esteso movimento sindacale e tuttavia così imbevuto di conservatorismo.
25) In America più che altrove i dirigenti sindacali si rivelarono come agenti del capitale. A Gompers e alla sua cricca che presiedeva la Federazione Americana del Lavoro persino l’Internazionale di Amsterdam sembrava troppo rivoluzionaria, per cui si rifiutarono di farne parte. La Federazione americana poneva tutte le sue speranze nella buona fede della borghesia e non voleva saperne della possibilità di una lotta per l’instaurazione di un nuovo regime sociale. Si ebbe qui l’esempio tipico e classico della collusione fra i dirigenti della classe operaia e lo Stato borghese. Tale dipendenza dalla borghesia e dai miliardari americani costituì la ragione sostanziale del perché tutti questi Gompers invocarono a gran voce l’autonomia del movimento sindacale.
La Federazione americana rappresentò il miglior sostegno alla borghesia, determinata ad annientare il movimento rivoluzionario, anche se poi perfino essa fu trascinata nella lotta contro la borghesia, poiché quest’ultima, non paga di tanta sottomissione, voleva ottenere profitti anche maggiori di quelli già ottenuti.
Quindi, sebbene la Federazione americana come tale finora non prendesse parte alla lotta, nacquero distaccamenti isolati, e organizzazioni locali, che sempre più venivano in contrasto con l’apparato statale e con gl’interessi del capitale. Se essi restavano ancora all’interno dell’organizzazione, tuttavia nella realtà si allontanavano sempre più dai principi fondamentali sui quali era basata la Federazione Americana del lavoro.
26) L’organizzazione indipendente americana degli “Operai industriali del mondo” (I.W.W. era troppo debole per sostituire i vecchi sindacati.
Gli IWW avevano dei pregiudizi prettamente anarchici contro la lotta politica, dividendosi in due opposti campi in quella questione d’importanza cardinale che è la dittatura del proletariato. I sindacati autonomi esistenti accanto a queste due organizzazioni, solo formalmente erano indipendenti dalla Federazione Americana del Lavoro, mentre gran parte di essi dipendeva moralmente da tutta l’ideologia e pratica dei dirigenti controrivoluzionari di quella. Il problema della creazione di nuclei e gruppi rivoluzionari in seno alla Federazione Americana del Lavoro e ai sindacati autonomi, era della massima urgenza. Non vi era altro mezzo per conquistare le masse operaie, fuorché quello di fare una lotta sistematica in seno ai vecchi sindacati.
27) In Italia, la situazione aveva assunto un carattere affatto particolare: la grande maggioranza del proletariato italiano aveva aderito al punto di vista della lotta rivoluzionaria e della dittatura del proletariato; invece il nucleo dirigente della Confederazione Generale del Lavoro (CGL) nutriva grande diffidenza per i metodi rivoluzionari di lotta, e così, in teoria e in pratica, si avvicinava assai più al socialismo riformista che al socialismo rivoluzionario.
Oltre alla CGL, esistevano l’ “Unione Sindacalista” e altri sindacati autonomi, che a differenza di quelli americani erano profondamente imbevuti di spirito rivoluzionario. Essi, nella loro attività pratica, accettavano le direttive della Internazionale Comunista e dell’Internazionale dei Sindacati Rossi.
28) Negli altri paesi d’Europa e d’America, il movimento sindacale aveva fatto un gran passo avanti. In seno ai vecchi sindacati di parecchi paesi si era costituita una risoluta minoranza di opposizione (Cecoslovacchia, Polonia, ecc.), mentre altrove (Bulgaria, Iugoslavia, Norvegia) con i fautori della rivoluzione sociale e della dittatura del proletariato stava già la maggioranza.
* * *
Questa specifica situazione del movimento sindacale di tutto il mondo, dimostrava quale profondo mutamento era avvenuto fra le vaste masse operaie. Gli insegnamenti della guerra e della rivoluzione russa non erano stati vani per le moltitudini dei lavoratori.
Lo spirito rivoluzionario che si manifestava nei sindacati era il risultato del naturale svolgersi delle cose.
Per i dirigenti dei Sindacati rossi, il problema stava nel seguire il processo rivoluzionario e dirigerlo verso la risoluta lotta contro il regime borghese, per la dittatura del proletariato.
LA SINISTRA COMUNISTA – 1920-21
I testi coprono un periodo complesso che va dalla nascita del Partito Comunista, sotto la guida della Sinistra, fino alla sua estromissione, dalla vittoria del fascismo fino alla sconfitta del movimento comunista mondiale.
Se dovessimo pubblicare tutti i testi di riaffermazione programmatica e di documentazione dell’attività della nostra corrente, riempiremmo un intero volume. Ci limitiamo ad alcuni testi fondamentali, che permettono di seguire le posizioni programmatiche e di battaglia del Partito da noi diretto o influenzato.
Sarà compito di successivi testi specifici, in particolare dei futuri volumi della Storia della Sinistra Comunista, rievocare la gigantesca attività allora svolta in questo settore, esplicata non da un partito con milioni di effettivi ma da poche decine di militanti, la cui forza consisteva appunto nel possesso di un sano e corretto indirizzo programmatico.
La Sinistra, all’unisono con Lenin, ripudia il “sinistrismo “ operaista latino, tedesco e olandese, e ribadisce che il collegamento con la classe e la direzione del partito su di essa sono impossibili senza una sensibile influenza sui sindacati operai e sulle organizzazioni di classe in genere, anche se gli stessi sindacati rossi subivano la direzione di forze reazionarie, tendenti ad un crescente accostamento allo Stato capitalista per condurre il movimento sindacale sotto la protezione statale borghese.
Il fascismo, dopo di aver distrutto, con la complicità della democrazia e della socialdemocrazia, insieme al movimento politico proletario anche quello sindacale di classe, fonderà dei sindacati coatti, di Stato, nel tentativo di organizzare centralmente e unitariamente le forze produttive, pur nel quadro della fondamentale anarchia borghese.
La Sinistra fu la sola a capire il nesso dialettico tra opportunismo e fascismo, e ad opporsi a tutte le iniziative della stessa Internazionale miranti, in un’ottica distorta, alla conclusione di blocchi, alleanze e perfino fusioni tra i Partiti comunisti, false sinistre socialdemocratiche e partiti opportunisti, tra Mosca e Amsterdam in campo sindacale, nella prospettiva, da noi condannata in partenza, di rafforzare il fronte d’attacco rivoluzionario.
Quando i sindacati fascisti prevalsero e la direzione socialdemocratica della CGL si autoeliminò, la Sinistra lanciò la parola d’ordine della difesa e del potenziamento dei Sindacati Rossi. Restò sola, anche nel Partito, a proclamare, col sabotaggio dei sindacati statali coatti, la rinascita dell’organizzazione di classe.
Da “Tesi della Frazione Astensionista”, 1920
II Critica di altre scuole [10]
- Le organizzazioni economiche professionali non possono essere considerate dal comunisti né come organi sufficienti alla lotta per la rivoluzione proletaria, né come organi fondamentali dell’economia comunista.
L’organizzazione in sindacati professionali vale a neutralizzare la concorrenza tra gli operai dello stesse mestiere e impedisce la caduta dei salari ad un livello bassissimo, ma, come non può giungere alla eliminazione del profitto capitalistico, così non può nemmeno realizzare l’unione dei lavoratori di tutte le professioni contro il privilegio del potere borghese. D’altra parte il semplice passaggio della proprietà delle aziende dal padrone privato al sindacato operaio non realizzerebbe i postulati economici del comunismo, secondo il quale la proprietà deve essere trasferita a tutta la collettività proletaria, essendo questa l’unica via per eliminare i caratteri dell’economia privata nell’appropriazione e ripartizione dei prodotti.
I comunisti considerano il sindacato come il campo di una prima esperienza proletaria, che permette ai lavoratori di procedere oltre, verso il concetto e la pratica della lotta politica il cui organo è il partito di classe.
II Critica di altre scuole [11]
- È in genere un errore credere che la rivoluzione sia un problema di forma di organizzazione dei proletari secondo gli aggruppamenti che essi formano per la loro posizione e i loro interessi nei quadri del sistema capitalistico di produzione.
Non è quindi una modifica della struttura di organizzazione economica che può dare al proletariato il mezzo efficace per la sua emancipazione.
I sindacati d’azienda o consigli di fabbrica sorgono quali organi per la difesa degli interessi dei proletari delle varie aziende, quando comincia ad apparire possibile il limitare l’arbitrio capitalistico nella gestione di esse. L’acquisto da parte di tali organismi di un più o meno largo diritto di controllo sulla produzione non è però incompatibile col sistema capitalistico e potrebbe essere per questo una risorsa conservativa.
Lo stesso passaggio ad essi della gestione delle aziende non costituirebbe (analogamente a quanto si è detto per i sindacati) l’avvento del sistema comunistico. Secondo la sana concezione comunistica il controllo operaio sulla produzione si realizzerà solo dopo l’abbattimento del potere borghese come controllo di tutto il proletariato unificato nello Stato dei consigli sull’andamento di ciascuna azienda; e la gestione comunistica della produzione sarà la direzione di essa in tutti i suoi rami e le sue unità da parte di razionali organi collettivi che rappresenteranno gli interessi di tutti i lavoratori associati nell’opera di costruzione del Comunismo.
III – [4]
4. Il partito comunista svolge un intenso lavoro interno di studio e di critica, strettamente collegato all’esigenza dell’azione ed all’esperienza storica, adoperandosi ad organizzare su basi internazionali tale lavoro. All’esterno esso svolge in ogni circostanza e con tutti i mezzi possibili l’opera di propaganda delle conclusioni della propria esperienza critica e di contraddizione alle scuole ed ai partiti avversari. Soprattutto il partito esercita la sua attività di propaganda e di attrazione tra le masse proletarie, specie nelle circostanze in cui esse si mettono in moto per reagire alle condizioni loro create dal capitalismo, ed in seno agli organismi che i proletari formano per proteggere i loro interessi immediati.
5. I comunisti penetrano quindi nelle cooperative proletarie, nei sindacati, nei consigli di azienda, costituendo in essi gruppi di operai comunisti, cercando di conquistarvi la maggioranza e le cariche direttive, per ottenere che la massa di proletari inquadrata in tali associazioni subordini la propria azione alle più alte finalità politiche e rivoluzionarie della lotta per il comunismo.
6. Il partito comunista invece si mantiene estraneo a tutte le istituzioni ed associazioni nelle quali proletari e borghesi partecipano allo stesso titolo o, peggio, la cui direzione e patronato appartiene ai borghesi (società di mutuo soccorso, di beneficenza, scuole di cultura, università popolari, associazioni massoniche, ecc.) e cerca di distaccarne i proletari combattendone l’azione e l’influenza.
13. I soviety o consigli degli operai, contadini e soldati costituiscono gli organi del potere proletario e non possono esercitare la loro vera funzione che dopo l’abbattimento dei dominio borghese.
I soviety non sono per se stessi organi di lotta rivoluzionaria; essi divengono rivoluzionari quando la loro maggioranza e conquistata dal partito comunista.
I consigli operai possono sorgere anche prima della rivoluzione, in un periodo di crisi acuta in cui il potere dello stato borghese sia messo in serio pericolo.
L’iniziativa della costituzione dei soviety può essere una necessità per il partito in una situazione rivoluzionaria, ma non è un mezzo per provocare tale situazione.
Se il potere della borghesia si rinsalda, il sopravvivere dei consigli può presentare un serio pericolo per la lotta rivoluzionaria, quello cioè della conciliazione e combinazione degli organi proletari con gli istituti della democrazia borghese.
Da “Partito e classe”, 1921
Si vorrebbe ravvisare la classe in una sua organizzazione, certamente caratteristica ed importantissima, che ci è data dai sindacati professionali, di categoria, che sorgono prima del partito politico, che raggruppano masse molto più estese, e corrispondono quindi maggiormente alla totalità della classe lavoratrice. Dal punto di vista astratto un simile criterio dimostra solo un inconsapevole ossequio a quella stessa menzogna democratica su cui calcola la borghesia per assicurare il suo dominio attraverso l’invito alla maggioranza del popolo a scegliersi un governante. Da altri punti di vista teorici questo metodo va incontro alle opinioni borghesi; quando affida ai sindacati l’organizzazione della nuova società, rivendicando i concetti di autonomia e di decentramento delle funzioni produttive che sono i medesimi degli economisti reazionari. Ma non è qui nostro intento svolgere un esame critico completo delle dottrine sindacaliste. Basterà, passando al tempo stesso a compulsare i risultati dell’esperienza, constatare come gli elementi di estrema destra del movimento proletario abbiano sempre fatto proprio lo stesso punto di vista di mettere innanzi la rappresentanza sindacale della classe operaia, ben sapendo con questo di sbiadire ed attenuare i caratteri del movimento per quelle semplici ragioni che abbiamo accennate.
La borghesia stessa ha modernamente una simpatia ed una tendenza tutt’altro che illogica per le manifestazioni sindacali della classe operaia, nel senso che andrebbe con piacere – nella sua parte più intelligente – incontro a riforme del suo apparato statale e rappresentativo che facessero largo posto ai sindacati «apolitici», ed anche alle stesse loro richieste di esercitare un loro controllo sul sistema produttivo. La borghesia sente che, finché si può tenere il proletariato sul terreno di esigenze immediate ed economiche che lo interessano categoria per categoria, si fa opera conservatrice evitando la formazione di quella pericolosa coscienza «politica» che è la sola rivoluzionaria, perché mira al punto vulnerabile dell’avversario: il possesso del potere.
Ma ai sindacalisti antichi e moderni non è sfuggito il fatto che il grosso dei sindacati era dominato da elementi di destra, che la dittatura di dirigenti piccolo-borghesi sulle masse si fondava, più ancora che sul meccanismo elettorale degli pseudo-partiti socialdemocratici, sulla burocrazia in cui erano inquadrati i sindacati. Ed allora i sindacalisti, e con essi moltissimi elementi mossi soltanto da uno spirito di reazione all’andazzo riformista, si diedero a studiare nuovi tipi di organizzazione sindacale, e costituirono nuovi sindacati indipendenti da quelli tradizionali. Come tale espediente era teoricamente falso, poiché non superava il criterio fondamentale dell’organizzazione economica, di accogliere necessariamente tutti quelli che sono in date condizioni per la loro partecipazione alla produzione senza chieder loro speciali convincimenti politici e speciali impegni ad azioni che potessero anche esigere il proprio sacrificio, poiché inseguendo il «produttore» non riusciva a varcare i limiti della «categoria», mentre solo il partito di classe, considerando il «proletario» nella vasta gamma delle sue condizioni e delle sue attività, riesce a destare lo spirito rivoluzionario nella classe – così, quell’espediente si rivelò in fatto insufficiente allo scopo.
Non si cessa tuttavia dal cercare una simile ricetta anche oggi. Una interpretazione affatto errata del determinismo marxista, un concetto limitato della parte che hanno nella formazione delle forze rivoluzionarie sotto la originaria influenza dei fattori economici i fatti di coscienza e di volontà, conduce molti ad inseguire un sistema «meccanico» di organizzazione, che inquadrando, direi quasi automaticamente, la massa secondo certi rapporti della situazione degli individui che la compongono rispetto alla produzione, si illude di trovarla senz’altro pronta a muoversi per la rivoluzione e con la massima efficienza rivoluzionaria. Risorge la soluzione illusoria di collegare la soddisfazione quotidiana degli stimoli economici col risultato finale di un capovolgimento del sistema sociale, risolvendo con una formula organizzativa il vecchio problema dell’antitesi tra le conquiste limitate e graduali e la massima realizzazione di programma rivoluzionario. Ma – giustamente disse in una sua risoluzione la maggioranza del partito comunista tedesco, quando queste questioni erano in Germania più accese (e determinarono poi la secessione del Partito Comunista del Lavoro) – la rivoluzione non è una questione di forma di organizzazione.
La rivoluzione esige un organamento di forze attive e positive, affasciate da una dottrina e da una finalità. Notevoli strati ed innumeri individui che materialmente appartengono alla classe, nell’interesse della quale la rivoluzione trionferà, sono al di fuori di questo affasciamento. Ma la classe vive, lotta, avanza, vince, mercé l’opera di quelle forze che ha enucleate dal suo seno nei travagli della storia. La classe parte da una omogeneità immediata di condizioni economiche che ci appare come il primo motore della tendenza a superare, ad infrangere l’attuale sistema produttivo, ma per assumere questa parte grandiosa essa deve avere un suo pensiero, un suo metodo critico, una sua volontà, che miri a quelle realizzazioni che l’indagine e la critica hanno additate, una sua organizzazione di combattimento che ne incanali ed utilizzi col migliore rendimento gli sforzi ed i sacrifici. Ed in tutto questo è il partito.