Kansainvälinen Kommunistinen Puolue

Russia e rivoluzione nella teoria marxista (Pt.7)

Kategoriat: Russian Revolution

Kattojulkaisu: Russia e rivoluzione nella teoria marxista

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PARTE II. PARTITO PROLETARIO DI CLASSE E ATTESA DELLA DUPLICE RIVOLUZIONE

Originale uscita dall’«ancien régime»

Nella Prima Parte di questo rapporto abbiamo ampiamente visto come la prospettiva storica della Russia venisse giudicata dal movimento marxista dell’Occidente, e quali eventualità venissero da questo definite per l’estensione alla Russia della Grande rivoluzione democratica e borghese europea, e per gli sviluppi ulteriori della lotta di classe e di una rivoluzione socialista.

Dato infatti il grande ritardo storico della prima rivoluzione, e dato il vigore del movimento operaio in Europa e della sua perfezionata dottrina, era da attendersi che il secondo problema si sarebbe al primo sovrapposto, e si trattava di stabilire quali compiti ne derivavano alla Internazionale proletaria.

Questa liquidazione delle forme medievali e feudali si poneva in maniera originale rispetto ai paesi di Occidente, in cui al momento della rivoluzione antifeudale la classe operaia non era ancora tanto potente da poter avere una parte autonoma, e non aveva avuto altra funzione che di risoluto sostegno di tutte le insurrezioni liberali, democratiche e di indipendenza nazionale.

Reiteratamente abbiamo detto come la situazione non fosse del tutto nuova, ma ripetesse soprattutto quella della Germania nel 1848, quando una rivoluzione borghese pari a quella inglese e francese era decisamente prevista, non si dubitava del suo vittorioso avvento (diluito invece poi in una lunga serie di lotte di Stati e di classi), e già si chiamava la classe operaia tedesca, dopo averne favorito il successo, a tentare di andare oltre, come gli operai francesi avevano invano tentato nel ’31 e nel ’48 (e non meno invano avrebbero ritentato nel ’71).

Abbiamo ricapitolato le differenze fra le due situazioni a fianco della loro analogia di fondo. Le caratteristiche di «inerzia storica» dell’area grande slava sono assai maggiori di quelle dell’area germanica, tengono delle forme statali asiatiche e del monolitismo dello Stato dispotico centrale di antica fonnazione, antecedente o almeno contemporanea a quella della dominante aristocrazia, sicché il potere unitario militare poliziesco e burocratico non è una moderna risorsa della forma capitalistica di produzione, ma si attaglia alla precedente forma rurale e premercantile – e tutto ciò in rapporto lontano colle diverse condizioni materiali di ambiente fisico e naturale che hanno provocata una ben diversa forma di organizzazione umana stabile sul suolo.

Confermato tutto questo punto di vista – inseparabile dall’altra formulazione che il decorso russo si studia e spiega col metodo storico dialettico e materialistico scoperto colla analisi dell’economia inglese e calzante come un guanto a tutta la storia sociale dell’Occidente Bianco – con la compulsazione a fondo di tutto il materiale della scuola europea marxista, passiamo a fare la stessa cosa col materiale del movimento russo, fulmineamente (evento principe della nostra generazione) passato in testa alla Rivoluzione Mondiale.

Studio e spiegazione di un corso storico, scoperta delle sue leggi, nulla direbbero se non sfociassero in una rischiosa ma non esitante profezia, in una ipoteca – sissignori – sul futuro. Bancarotta dottrinaria, se questa non verrà pagata a suo tempo, presto o tardi, e se più tardi, a rischio e carico di quelle definite forme di produzione, riluttanti a crepare.

Si tratta ora di sottoporre alla stessa prova in cui abbiamo confrontato il contributo del marxismo di Europa, la tormentata prospettiva di tutti i recenti movimenti di Russia, e di quello venuto potentemente in primo piano: il bolscevismo.

La fon-nula con cui lasceremo il primo contributo è quella, come sempre di irraggiungibile sintesi, che Marx pose in una sua lettera a Sorge – da noi già altra volta citata – del 1° settembre 1870, a guerra franco-prussiana scoppiata: «CIO’ CHE GLI ASINI PRUSSIANI NON VEDONO E’ CHE LA GUERRA PRESENTE CONDICE NECESSARIAMENTE AD UNA GUERRA TRA LA GERMANIA E LA RUSSIA, COME LA GUERRA DEL 1866 CONDUSSE ALLA GUERRA TRA PRUSSIA E FRANCIA. E QUESTA GUERRA N. 2 FUNGERA’ DA BALIA ALLA INEVITABILE RIVOLUZIONE IN RUSSIA».

Concordanze leonine

L’immenso materiale critico offerto dai russi nel torrentizio concorrere di opposte ideologie riflette – standone all’altezza – gli scontri apocalittici delle forze sociali in Russia e il loro ciclonico accavallarsi, non certo concluso. Nel che si conferma un’altra legge: non goda troppo il fariseo capitalista del ritardo a giungere di quanto a suo terrore «sta scritto», perché egli espierà il respiro conseguito con una conferma di gran lunga più clamorosa del carattere catastrofico che abbiamo teorizzato per la sua fine.

Sceglieremo molte delle più rigorose costruzioni oltre che nell’opera di Lenin, in quella di Trotsky, che in molti casi non rimane indietro ad alcuna delle formulazioni del «pensare della storia» attraverso la voce dei suoi attori.

Anticipiamo una bella sintesi della posizione storica squisitamente leninista – checché dicano le serie molteplici delle «facce tagliate» che, nella loro impotenza a lontanamente sfiorare la dialettica, leggono in Lenin chi il liberale, chi l’anarchico, chi il democratico repubblicano borghese, chi il piatto operaista, chi (disgraziati!) il contadinista, chi (spudorati!) il bloccardo piccolo borghese – in quanto è sulla linea da «filo del tempo». Citiamo Trotsky quando da vero marxista ripubblica battuta a battuta nel 1922 quanto scrisse – dopo la guerra civile – nel 1906; e nella prefazione dipinge come vedessero i marxisti russi il problema centrale della duplice rivoluzione.

«Dal 1905 noi eravamo già completamente lontani dal misticismo della democrazia; ci rappresentavamo la marcia della rivoluzione russa non come una realizzazione delle norme assolute della democrazia, ma come una lotta di classi durante la quale si sarebbero provvisoriamente utilizzati i principii e le istituzioni della democrazia. A quell’epoca noi sostenevamo ben chiaramente l’idea della conquista del potere da parte della classe operaia, ritenevamo che questa conquista fosse inevitabile, e per giungere a questa deduzione, invece di basarci sul numero di probaiblità che ci avrebbe fornito una statistica elettorale secondo lo «spirito democratico», consideravamo unicamente i rapporti tra classe e classe. Gli operai di Pietroburgo, fin dal 1905, chiamavano il loro Soviet: «governo proletario». Questo termine entrò in circolazione a quell’epoca e divenne d’uso familiare, perché rientrava perfettamente nel programma della lotta per la conquista del potere da parte della classe operaia. Ma, nello stesso tempo, noi opponevamo allo zarismo il programma politico della democrazia in tutta la sua vastità (suffragio universale, repubblica, milizia popolare, ecc.). Non potevamo fare diversamente. La politica della democrazia è una tappa indispensabile per lo sviluppo delle masse operaie, a condizione tuttavia che si ammetta una riserva essenziale: che, cioè, in certi casi ci vogliono diecine di anni per percorrere questa tappa, mentre, in altre circostanze, la situazione rivoluzionaria permette alle masse di liberarsi dei pregiudizi democratici prima ancora che le istituzioni della democrazia abbiano avuto il tempo di stabilirsi, di realizzarsi».

Queste parole e quelle che le seguono, che ricordano un evento tanto importante, che per esso valeva la pena di aver fatta una grande Rivoluzione e poi vederla tristemente sfumare («la dispersione dell’Assemblea costituente ad opera delle forze armate del proletariato obbligò a sua volta ad una revisione completa dei rapporti che potevano esistere tra la democrazia e la dittatura … l’Internazionale Proletaria, in fin dei conti, non poteva giungere che a questa soluzione, in teoria come in pratica») ci serviranno ancora trattando della prospettiva di Lenin sulla «dittatura democratica degli operai e dei contadini» che ha fatto rompere tante adialettiche teste, rispondendo al confluire in un vortice storico, e non per un patto da ladri di Pisa ma per una tumultuosa lacerante fecondazione, di quattro correnti ribollenti in direzioni inconciliabili e tuttavia, in quel momento, componenti della risultante storica.

Per il marxista Trotsky non può essere questione di immutabili essenze, ma di campi e cicli storici, secondo la impostazione della nostra scuola, che oggi per la millesima volta è qui – ricopiando ostinatamente – difesa.

Portare la interferenza tra classi e forme sociali da quel campo e da quel tempo all’occidente ultraborghese, e all’oggi, e adoperarvi medesimamente la solleticazione democratica, è come equiparare il cedere alle seduzioni di una vergine acerba e rigogliosa di vita, al seguire il roco richiamo di una maturissima, floscia professionista da bordello.

E gli va chiesta un’altra fornìuiazione, all’unisono con quello che uno di noi qualunque può aver scritto fra le date 1875, 1905, o 1925, nella prima battuta dello scritto storico: «La notra rivoluzione ha ucciso il nostro «particolarismo». Essa ha mostrato che la storia non aveva creato per noi leggi di eccezione. E al tempo stesso la rivoluzione russa ha proprio un carattere tutto suo particolare, che è la somma dei tratti distintivi del nostro sviluppo sociale e storico, e che apre a sua volta prospettive storiche tutte nuove».

Quadro sociale russo fino all’800. Lo Stato

Di questo quadro ci è abbastanza noto quanto Engels descrisse, ponendo al loro posto lo Stato dispotico, la classe nobile, il clero, la classe contadina. Le descrizioni dei primi marxisti russi sono conformi a tali valutazioni. Ad essi poi domanderemo maggiori contributi, oltre che sull’apparire del capitalismo, già fermamente delineato e sottolineato da Marx e da Engels, soprattutto sui primi moti del proletariato industriale, e poi sulla critica delle varie tendenze politiche apparse, spesso mal valutate come vuote dispute di emigrati politici.

Possiamo chiedere a Trotsky, e più che altro al solito scopo di evitare ogni lontano dubbio che si costruiscano teorie di comodo post festum, altre felici formule di conferma – anzitutto sui caratteri dello storico stato russo.

Il problema è già stato inquadrato e quindi ci limitiamo a passi che restano significativi, anche se isolati, e giustificano le nostre espressioni: statalismo terriero, statalismo agrario, feudalismo di Stato – piuttosto che feudalismo nobiliare terriero – come definita forma di produzione, in cui dall’inizio lo Stato è un agente economico, un fattore economico.

«Lo Stato russo è solamente un poco più giovane degli altri Stati di Europa: le cronache ne fissano la nascita nell’anno 862 (mille anni di più del pivello Stato italiano, che nacque borghese!). Tuttavia lo sviluppo economico estremamente lento a causa delle condizioni sfavorevoli che gli crearono la natura del paese e la dispersione della popolazione, ostacolava il processo di cristallizzazione sociale e metteva tutta la nostra storia in grande ritardo».

«La storia dell’economia politica russa costituisce una catena ininterrotta di sforzi eroici del genere (per difendersi contro nemici meglio armati lo Stato russo fu obbligato a crearsi una industria e una tecnica …) tutti destinati a garantire le risorse indispensabili dell’organizzazione militare. Tutta la macchina governativa fu costruita, e di tanto in tanto ricostruita, nell’interesse del Tesoro. Il compito dei governanti consisteva nello impadronirsi delle parti, anche le più esigue, del lavoro nazionale e nell’utilizzarle per i detti scopi. Il Governo non indietreggiava dinanzi a nulla: imponeva ai contadini arbitrari oneri fiscali, sempre eccessivi, ai quali la popolazione non poteva adattarsi. Stabilì la responsabilità solidale delle comunità (nel rispondere del totale delle tasse imposte: lato dialettico del comunismo, e meglio del microcomunismo vassallo dello Stato, che gode in comune il prodotto comune, ma previa tangente allo Stato, non al nobile o al proprietario fondiario borghese, come il singolo contadino parcellare di tempi ulteriori). Estorse denaro ai mercanti e ai monasteri. I contadini fuggivano in tutte le direzioni, i mercanti emigravano». Nel XVII secolo forte diminuzione della popolazione. Il bilancio statale era un milione e mezzo di rubli oro (circa due miliardi di odierne lire italiane) e serviva per l’85% a fini militari. A metà del XVIII secolo si era a 20 milioni (una trentina di miliardi) e circa il 70% per la guerra. Nel XIX secolo e al tempo della guerra di Crimea si andò ben oltre.

Non bastò il taglieggiare la popolazione. Già Caterina II (1762-96) aveva contratto prestiti esteri. «L’accumulazione di enormi capitali sui mercati finanziari dell’Europa esercita da allora una fatale influenza sullo sviluppo storico politico della Russia».

Il debito al 1908 raggiunse 9 miliardi di rubli. In quell’anno la spesa per la guerra raggiunse il miliardo di rubli ed era il 40 per cento del bilancio totale. Osserviamo che non deve impressionare la popolazione allora circa doppia di quella attuale italiana mentre oggi il bilancio italiano è di quello stesso ordine di grandezza. Il fatto rilevante è che nessuno Stato, in proporzione anche degli abitanti, ha raggiunto lontanamente un tale movimento economico prima della rivoluzione borghese-capitalista.

Ma l’economia non conosce patrie e confini giuridici. «In seguito alla pressione che in tal modo esercitava l’Europa capitalista, lo Stato autocratico assorbiva una parte smisurata dei sopraprofitti, cioè viveva a spese delle classi privilegiate, che allora si stavano formando, e ostacolava così il loro sviluppo, già di per se stesso assai lento. Ma non è tutto. Lo Stato s’impadroniva dei prodotti indispensabili dell’agricoltura, strappava al lavoratore quel che doveva alimentare la sua vita, lo cacciava dai luoghi dove aveva avuto appena il tempo di sistemarsi e ostacolava così l’aumento della popolazione, ritardava lo sviluppo delle forze produttrici. In questa misura, in quella in cui assorbiva i sopraprofitti, esso arretrava il processo già così lento della differenziazione delle classi».

Ancora due osservazioni che ci confermano la collimazione con quanto detto nella prima parte. «Sotto questi aspetti lo zarismo è una forma intermedia tra l’assolutismo europeo e il dispotismo asiatico, e forse si avvicina di più a quest’ultimo». E l’altra vale a dimostrare quanto siano vecchie certe distorte formulazioni che oggi taluno crede avere inventate, sullo Stato che forza l’economia e capovolge il gioco delle classi; taluno che non si accorge di pensare involontariamente, da borghese, che il forte centro politico emana non dalla sociale sottostruttura data dalle specifiche condizioni di produzione, ma dalla potenza volitiva del monarca, del condottiero o del politicone di turno, nella vicenda di nomi da cui fessi antichissimi e modernissimi restano abbacinati.

«Sarebbe distruggere ogni prospettiva storica affermare, come faceva Miliukoff (il capo liberale russo) nella sua storia della cultura russa, che a quella epoca, mentre in Occidente le classi creavano lo Stato, da noi il potere dello Stato creava le classi, nel suo interesse».

Le classi agrarie

Lo scaglionamento della popolazione agraria al momento della riforma del 1861, come sappiamo, divideva la popolazione in due parti quasi uguali, servi dei nobili e servi dello Stato. Secondo le cifre date da Trotsky i primi erano 11.907.000 e i secondi 10.347.000. Molto diversa era però la ripartizione delle terre su cui gli stessi lavoravano, e che furono loro assegnate. Gli ex servi dei nobili ebbero circa 38 milioni di dessiatine, e quindi 3,17 per contadino; gli ex servi dello Stato ne ebbero assai più: 70 circa, e per ciascuno più del doppio: 6,74 dessiatine.

Già allora vi erano pochi contadini proprietari parcellari liberi (non certo liberi dalle carezze del fisco): quasi un milione con 4.260.000 dessiatine, in ragione di 4,90 per ciascun contadino. La riforma interessò dunque 23 milioni di contadini e 112 milioni di dessiatine. La dessiatina è poco più di un ettaro, e quella superficie equivale a circa quattro volte la superficie agraria italiana. Per chi osservi essere la superficie geografica della Russia europea quindici volte maggiore di quella italiana, e la popolazione circa tripla, va notato che non erano quelle tutte le terre russe agrarie, che raggiungevano oltre 350 milioni di dessiatine, un centinaio già appartenenti a privati, di cui 80 circa di grandi e medie proprietà rimaste ai nobili e ai ricchi, 150 milioni della Corona, in minima parte lottizzabili e arabili, e 9 milioni ai conventi.

Il movimento dei possessi terrieri determinato dalla riforma si svolse nel senso della frammentazione in minimi possessi, che sebbene divenuti autonomi resero la miseria del contadino più spinta, provocando una diminuzione drastica della popolazione.

Sette dessiatine di quella terra estensiva possono ritenersi il minimo bastevole alla vita e al lavoro di una famiglia. I lotti, invece, di tre dessiatine dati ai servi dei nobili corrispondevano alla metà della loro possibilità di lavoro, in quanto prima della riforma ogni contadino doveva lavorare tre giorni su una settimana nelle terre del boiardo: fu liberato da quest’obbligo, ma restò colla famosa fame di terra. Di più, su questi lotti in mano ai servi fu prelevato circa il 20 per cento di ottimi terreni che passarono ai nobili. La nota immensa miseria del mugik russo fu poi aggravata dai riscatti che gli emancipati pagarono, da un lato per la concessione della terra e dall’altro per la liberazione personale. Essi versarono 867 milioni per la terra, con stime esorbitanti dei funzionari statali, e altri 219 milioni per il riscatto personale. E dopo la riforma il peso delle imposte statali sul reddito delle terre fu molte volte superiore, a parità di superficie, a quello delle terre dei ricchi.

L’evoluzione successiva alla riforma si svolse nella direzione di sperequare gravemente tra loro i contadini delle antiche comunità, formando una classe di contadini ricchi, kulaki, che possedevano terra, scorte e denaro e in ogni modo sfruttavano i contadini poveri: inizio di una vera borghesia rurale.

Dall’altro canto, salvo casi rarissimi, le grandi proprietà raccolte nelle mani di una stessa persona od ente non erano, specie nella Russia centrale, organizzate in grandi aziende. Il nobile e il latifondista, in una agricoltura tanto arretrata, avevano vantaggio non alla gestione diretta delle loro terre, e neppure dalla grande affittanza capitalistica, ma allo sfruttamento della fame di terra dei contadini dei villaggi, che anelavano allo affitto di un piccolissimo lotto ove poter investire la loro forza-lavoro disoccupata in parte. I terreni delle grandi proprietà spezzettati in questi lotti erano locati a canoni altissimi. «Il contadino è costretto, come abbiamo visto, a prendere in affitto la terra dal proprietario, al prezzo richiesto. Non solamente egli rinuncia ad ogni vantaggio, non solamente riduce al minimo il consumo personale, ma vende a destra e a sinistra la sua attrezzatura agricola e abbassa il già basso livello della sua tecnica. Di fronte a questi decisivi «vantaggi» della piccola produzione, il grosso capitale indietreggia disarmato: il proprietario liquida una gestione economica razionale, e affida la sua terra a piccoli pezzi ai contadini».

Questo quadro è completato da Trotsky con il computo del reddito totale agrario russo alla fine del 1800. Esso è bassissimo rispetto ad ogni paese agricolo estero: di 2,8 miliardi di rubli, 2,3 ai contadini e mezzo ai nobili e latifondisti. Anche la totale confisca di questo reddito, la cui aspirazione determina la tensione di classe nelle campagne, non migliorerebbe che di un 15 per cento la situazione del miserrimo contadiname: del resto, fatto dall’autore un bilancio della classe contadina tenente conto degli affitti pagati e delle imposte, si trova un deficit di 850 milioni di rubli all’anno che non sarebbe colmato dai 500 di reddito nobiliare e fondiario.

L’indice delle cimici

La miseria della famiglia contadina «assume proporzioni tali, che la presenza di cimici e scarafaggi nell’isba (l’abituro di legno e paglia) è considerata come un simbolo eloquente di benessere. E realmente Chingarev, deputato alla Duma, ha constatato che nei contadini senza terra del governatorato di Voronesch non trovò mai cimici, mentre nelle altre categorie della popolazione la quantità di cimici nelle isbe è in proporzione al benessere delle famiglie prezzo il 9,3% dei contadini non si trovano nemmeno scarafaggi, per la fame il freddo che regnano nella case! Quelle graziose bestiole hanno bisogno di un minimum termico e di rinvenire in giro minimi imasugli dei cibi: dove la miseria sociale del nobile animale uomo, re della natura, passa un certo limite, il gelo e l’inedia le hanno sterminate tutte».

Nelle terre nere, di cui ora diremo, ove il comune di villaggio sopravvive, i contadini alla fine del secolo non si sono ancora socialmente differenziati, perché nessun risparmio si è accumulato o ha potuto essere destinato a una migliore tecnica e allo sviluppo di forze produttive. Misera fine del microcomunismo che abbiamo prima discusso! «Nella comunità della terra regna una sola eguaglianza, quella della miseria … non si può notare altro antagonismo che quello molto forte tra contadini poveri e nobiltà parassitaria».

Come tutti i marxisti, come Lenin, Trotsky fin dal 1905 sta agli antipodi degli «spartitori di terra». La frammentazione di grandi possessi tra i contadini, creduta la grande scoperta rivoluzionaria dei russi (mentre è una vecchia magagna di riformatori di tutti i tempi e messa oggigiorno in prima linea nei programmi agrari di tutti i movimenti piccolo-borghesi, cristiani, mazziniani, socialdemocratici e stalinisti, nonché fascisti), è da tutti noi considerata la più antimarxista delle pidocchierie; spinta agli estremi ai pidocchi stessi riesce esosa, ed essi dignitosamente si ritirano.

Anche pensata nel campo borghese, la questione agraria non si risolve con la piccola proprietà del lavoratore, ma con la formazione di aziende estese, mediante l’apporto sulla terra di capitale di esercizio, e la trasformazione dei contadini proprietari in salariati.

Così Trotsky enuncia nel 1906 queste antiche tesi marxiste: «L’espropriazione della nobiltà (e del grande possesso fondiario borghese) presenterà tutto il proprio valore quando, sui latifondi strappati dalle mani degli oziosi, potrà svilupparsi liberamente una economia rurale di alta coltura, che aumenterà considerevolmente il reddito agricolo.

Anche la coltura sul tipo delle fattorie americane (media azienda meccanizzata con notevole capitale di gestione) non è possibile sul suolo russo che dopo la abolizione definitiva dello zarismo, dell’assolutismo, del suo fisco, della sua tutela burocratica, del suo militarismo divoratore, dei suoi impegni finanziari colla Borsa europea. La formula della questioen agraria in tutta la sua ampiezza sarebbe: espropriazione della nobilità, abolizione dello zarismo, democrazia.

Solo così si potrebbe far finalmente progredire l’economia rurale. Così si potrebbero aumentare le sue forze produttive, e nello stesso tempo intensificare le richieste dei prodotti industriali. L’industria riceverebbe un potente impulso e occuperebbe una considerevole parte della mano d’opera oggi inutilizzata nelle campagne. In tutto questo non si trova però la «soluzione» della questione agraria: sotto il regime capitalista essa non può essere risolta. Ma, in ogni caso, la liquidazione rivoluzionaria dell’autocrazia e del regime feudale, deve avvenire prima di questa soluzione». Di questa soluzione, dunque, ancora prettamente borghese e capitalista.

Su questo rapporto tra produzione agraria e industriale, consumo delle città e delle campagne, sono in sostanza ancora oggi ad arrabattarsi i capoccia del governo russo: pronti sempre ai famosi svolti che sembrano da ieri ad oggi buttare all’aria teorie e programmi e piani di produzione; esposti a passare, esplosivamente, da eroi a traditori, da superuomini a fessi.

La stessa tesi che la soluzione non è possibile nella forma capitalistica si esprime dicendo che non è possibile nella forma mercantile-monetaria. Principio marxista fondamentale è che fino a che il lavoro si scambia con salario e il prodotto con denaro, lo squilibrio tra città e campagna non solo non si risolve ma si esaspera sempre di più.

Non è ancora programma agrario socialista quello di abolire la rendita fondiaria e passarla allo Stato che gestisca la terra con grandi aziende e lavoro salariato, lasciando anche allo Stato il profitto di azienda.

Non lo è tanto meno quello di abolire la rendita padronale e affidare la terra alla gestione di intraprese di affitto capitalista e private che versino i loro canoni allo Stato (Formula di Ricardo).

Ma non è neppure un programma agrario di sviluppato capitalismo quello che abolisce la rendita dei grossi fondiari mediante la consegna ai contadini di piccoli lotti, in modo che l’agricoltore parcellare tragga dal prodotto quello che era prima rendita, profitto e salario: bilancio che, come sappiamo dallo studio sulla questione agraria, si rende spesso passivo: il parcellare non somma rendita e profitto al lavoro che eroga, ma deve dare smisurato tempo di lavoro, oltre quello che il proletario agricolo darebbe, per il salario normale.

Gli strati della popolazione agricola

Conosciamo dalla trattazione della questione agraria in Marx quale sia il «modello» della produzione agraria borghese, come d’altra parte conoscevamo quello feudale. In questa la classe dominante è una: l’aristocrazia terriera, le cui famiglie ereditariamente controllano un dato territorio, o feudo, avendo un diritto signorile sulle persone di tutti gli abitatori, che sono contadini servi. Questi eserciscono un lotto di terra, del cui prodotto vivono, ma devono al signore quote dei prodotti, tempi del loro lavoro. L’esercizio tecnico della terra è per piccoli campi, essendo a ciascuno legata una famiglia di servi. La borghesia ove appare, fatta di artigiani che non sono né agricoltori né nobili, è classe oppressa e tenuta fuori del potere politico.

Nel modello borghese tipico della produzione agraria, vi sono due classi dominanti: i proprietari fondiari e i capitalisti agricoli, o fittavoli, che versano al padrone giuridico del fondo il canone di affitto (rendita); i lavoratori braccianti salariati, che non hanno terra come non hanno capitale, formano la classe oppressa. Il prodotto è diviso fra queste tre classi, la terza sola lavora e produce sopralavoro, spartito dalle altre due.

Nei moderni paesi capitalistici, mai si rinviene questa forma – tecnicamente pervenuta alla grande azienda unitaria – allo stato puro. Ammesso che la classe serva sia definitivamente liquidata, e così la classe nobiliare come privilegio sociale, essendo ormai tutta la terra commerciabile, ed ogni lavoratore libero di lavorare mutando sede quando lo voglia (sotto le alee dell’ingaggio salariale), persistono a fianco delle tre classi-tipo (fondiari, fittavoli, salariati) vari tipi spurii.

Il piccolo colono e il mezzadro hanno il carattere di detentori di limitato capitale e di prestatori di personale opera, ma non hanno terra, che viene loro concessa dal proprietario fondiario contro la rendita in canone di denaro o di prodotti (giustamente ha detto Vanoni che la colonia parziaria è forma arretrata, residuo di quelle feudali; ma col libero accesso dell’agricoltore al contratto diventa forma borghese).

Il piccolo contadino proprietario infine è allo stesso tempo fondiario, capitalista e lavoratore: come dicevamo, cumula – nella più stupida miseria e sperpero di forza e valore – rendita, profitto di capitale e lavoro molecolare; ma soprattutto troppo lavoro per troppo basso consumo.

La società russa della campagna nella fase prerivoluzionaria era un misto di forme borghesi, feudali, e antifeudali, ossia patriarcali e di primo comunismo.

Naturalmente i tipi erano diversamente importanti nelle varie regioni, e dopo aver ancora una volta ricordate pazientemente le forme-tipo, i modelli-base, riporteremo da Trotsky anche la ripartizione del paese in tre principali zone.

Questa ripartizione riguarda i 50 govematorati in cui la Russia europea si divideva. Sono, fino agli Urali e comprese le piccole ma popolose Ucraina e Russia Bianca, circa 5 milioni di kmq (che oggi hanno 150 milioni di abitanti, al principio del secolo circa 90).

La prima zona è di «industria vecchia», la seconda di «industria giovane», la terza di agricoltura primitiva.

Le tre zone russe

La prima zona era quella di Pietroburgo-Mosca, la prima che fu sede di una industria di Stato e di fabbriche soprattutto tessili. L’agricoltura vi era già evoluta, con la coltivazione del lino, colture orticole e relativamente intensive per la produzione commerciale (diretta al consumo delle agglomerazioni urbane); mentre bassa era la produzione di grano, importato dal sud.

In questa zona al 1900 si può considerare che non vi sono più servi, i nobili hanno figura di fondiari del tipo borghese, vi sono piccoli coloni e medi, piccoli proprietari e medi, ancora in certa quantità i villaggi agrari già servi dello Stato, meno poveri, con un discreto artigianato. La Russia russa.

La seconda zona al sud-est confinante col Mar Nero e col Basso Volga è per le grandi ricchezze minerarie divenuta più recentemente sede di industria pesante. Sarebbe l’America russa. Vi sono infatti affluite masse di contadini migrati dalla terza zona miserabile, di cui in seguito, e questi si sono trasformati in proletari. Mano d’opera e capitale disponibile hanno fatto sì che sorgessero nella agricoltura grandi aziende per la produzione soprattutto del frumento, che si dicevano «fabbriche di frumento». Questo veniva esportato sia nella Russia di nord-ovest che verso l’estero dai porti del Mar Nero, esportazione oggi del tutto cessata; col grano duro serviva nell’Italia meridionale a fare i maccheroni, che da mezzo secolo hanno conquistato il pianeta.

Questa zona non aveva quasi conosciuto la servitù della gleba. Nella campagna si facevano fortemente sentire le differenziazioni sociali. Di fronte a ricchi fittavoli si levavano i proletari agricoli, provenuti in molti casi dalla terza zona.

In essa quindi non vi sono servi e semiservi, al detto tempo prima del 1905: vi sono capitalisti agricoli e salariati agricoli, proprietari fondiari di tipo borghese, e anche, in data misura, piccola proprietà, piccolo affitto, colonia.

La terza zona che è la più vasta e sta al centro, è quella immensa delle «terre nere», chiamata l’India russa. Essa è anche la più arretrata. Era relativamente popolata prima della riforma del 1861, che rendendo liberi i contadini servi della gleba, decurtò le terre che coltivavano del 24 per cento, nei lotti migliori, che passarono ai proprietari e feudatari. Qui si inscenò dopo la riforma il tremendo pauperismo, la fuga della popolazione. «Nella terza zona non vi è né grossa industria, né agricoltura capitalistica». Qui si verifica il tipo parassitario di godimento della grande proprietà, la situazione: grande possesso giuridico, piccola azienda tecnica; in quanto, come già detto i grandi latifondisti hanno adottato un sistema di gestione del tutto parassitario, hanno fatto lavorare le loro terre con gli strumenti e le bestie da soma del villaggio, oppure le hanno affittate ai contadini che non hanno potuto uscire dalle condizioni di una penosa vita da fittavoli minimi.

La coerenza dello scrittore con la teoria agraria marxista è assoluta. «Il fittavolo capitalista è incapace qui di far concorrenza al fittavolo indigente, l’aratro a vapore è qui vinto nella sua lotta contro l’agilità fisiologica del mugik che, dopo aver pagato come affitto non solamente tutti i profitti del suo capitale (mal tradotto nella edizione dell’Ist. edit. it. tutte le rendite), ma anche la maggior parte del suo salario, si nutre di un pane fatto di farina mescolata con segatura di legno e con scorza macinata».

In questa zona sono ancora presenti servi, o almeno semiservi, la cui disperata emigrazione è ancora un’evasione, una volta colpita con lo knut. Vi sono boiardi, figure spurie tra feudatari e latifondisti borghesi. Non vi sono capitalisti agrari, e proletari agrari, in genere. Vi sono dopo la riforma piccoli coloni e in minor numero piccoli proprietari liberi.

È questa la zona ove, ridotta ad una economia infima, sopravvive la comunità di villaggio, legata però all’arretratezza del consumo immediato sul luogo della parte del prodotto salva da imposte e affitti a canoni, sempre più esosi, di terra (supplementare alla poca comunale) strappata ai nobili. Ma questo residuo di comunismo, mentre per le distribuzioni duodecennali ha perso il carattere del lavoro in comune colla spartizione del prodotto sostituito da attribuzione familiare delle parcelle autonome, vive in quanto non ha conosciuto le forme sviluppate e ricche di svolgimenti in ogni senso della vita sociale che si devono allo scambio dei prodotti, come per la prima zona che mangia il grano lavorato nella seconda.

Come il giro mercantile e lo scambio monetario segnano che il microcomunismo iniziale è superato, così il loro impiego nella ripartizione dei beni di consumo segna che il passo al (ci si conceda il termine) pancomunismo è ancora lontano dall’essere spiccato.

Riforma e rivoluzione agraria?

L’umanità in buona sostanza sfrutta la terra negli stessi modi da più migliaia di anni, da quando cioè andò oltre la semplice raccolta di frutti spontanei della vegetazione, comune agli animali inferiori.

Non potrà introdurre nella coltura le enormi – rivoluzionarie – nuove forze di produzione che hanno spinto ad altezze immense la produzione di manufatti, sia utili a mille forme di diretto consumo, sia impiegati come utensili che prolungano enormemente la breve mano anatomica dell’animale superiore – non potrà sostanzialmente applicare sulla terra che la nutre la divisione tecnica del lavoro, la collaborazione in grandi masse, la concentrazione dei lavoratori, il grande impiego dei mezzi e delle energie meccaniche, se non quando avrà spezzato le catene del slariaato e vinto il modo di produzione capitalistico.

Il socialismo allora, nella produzione dei manufatti, significherà la sparizione dei limiti tra le intraprese a profitto e la organizzazione in un meccanismo unico di tutta la produzione attiva del mondo conosciuto; una collaborazione che, dopo essere andata dall’individuo alle masse di fabbrica, va da queste masse alla società intera.

Nella produzione agraria socialismo sarà il consumare derrate ricevute in toto dalla società e non dalla propria attività locale, sarà cancellazione dei confini tra tutte le parcelle, ad uso di gruppi liberi, ad uso di individui liberi, ad uso di possessori monopolisti e parassiti, o anche di aziende a lavoro diviso e salariato.

Non fu riforma quella russa del 1861 che cancellò il personale servaggio, in quanto, laddove non era sorta una economia manifatturiera capitalistica, ciò condusse ad una maggiore miseria materiale e ad un minor uso di terra per il contadino libero o anche per la comunità di villaggio sciolta da tributo di prodotti o di «comandata», e a un decadimento economico e sociale generale.

E non fu atteso e non fu vantato come rivoluzione (se non dalle correnti e dai partiti non marxisti di Russia, vaganti tra il liberalismo scimmiottato da occidente, ciarlatano e idilliaco, e un istintivo violentiamo terrorista) lo spezzettamento dei possessi di signori nobili e borghesi, di monasteri e dello Stato e della Corona – sotto forma o, meglio, nome di spartizione, municipalizzazione, o nazionalizzazione, come vedremo nelle analisi rigorose di Lenin – tra i milioni di contadini poveri.

I servi della gleba non hanno affatto insegnato al mondo che cosa è una rivoluzione sociale e tanto meno politica. In Francia nel 1789 combatterono non vilmente, e anche disperatamente, come nelle insurrezioni del passato, ma la grande rivoluzione la fece un’altra classe: la borghesia cittadina nazionale e capitalista.

In Russia nel 1917 – come nel 1905 – i contadini poveri seppero anche insorgere, ma la rivoluzione fu condotta innanzi dal proletariato urbano. Urbano, come la borghesia, ma non come essa nazionale. Il giovane e grande proletariato russo potè avere come alleati subordinati e contingenti i contadini russi, ma poteva trarre la forza di andare al socialismo solo da una rivoluzione internazionale.

In un paese ove una borghesia nazionale mancò ai suoi compiti storici, lo zarismo fece parodisticamente una riforma terriera borghese. Il proletariato fece, purtroppo, non una rivoluzione socialista nel suo contenuto, ma una rivoluzione terriera borghese.

Questa è la dura verità, che non cessa di essere una verità rivoluzionaria.