Il Congresso del PCd’I a Lione Pt.1
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Elaborazione del capitolo relativo degli Appunti per la Storia della Sinistra a presentazione della pubblicazione in lingua inglese del nostro Progetto di Tesi Pt.1
A Lione, al termine di un rapporto durato sette ore, il rappresentante della Sinistra, rivolgendosi a Gramsci, dichiarò che «non si è in diritto di chiamarsi marxisti, e nemmeno materialisti storici, solo perché si accettano come bagaglio di partito certe tesi di dettaglio, che possono riferirsi vuoi all’azione sindacale, economica, vuoi alla tattica parlamentare, vuoi a questioni di razza, di religione, di cultura; ma si è giustamente sotto la stessa bandiera politica solo quando si crede in una stessa concezione dell’universo, della storia e del compito dell’Uomo in essa». Gramsci rispose riconoscendo la giustezza della fondamentale conclusione enunciata dalla Sinistra «ed ammise anzi che aveva allora scorto per la prima volta quella importante verità».
Ad onor del vero, anche il gruppo di Gramsci, l’anno precedente in polemica con la Sinistra, aveva affermato che il “leninismo” era una visione completa del mondo e non solo del processo della rivoluzione mondiale. Ma probabilmente l’avevano dichiarato senza comprendere il significato. Infatti la Sinistra non faticò a mettere in evidenza la contraddizione tra questa affermazione e l’adesione, da parte dei capi dell’ordine Nuovo, alla filosofia idealistica, alla concezione del mondo propria, non di Marx, non di Lenin, ma dei neo-hegeliani e di Benedetto Croce in particolare. Con quale coerenza Gramsci poteva aderire a Croce in materia filosofica ed al “leninismo” come concezione del mondo?
Alla base del movimento rivoluzionario comunista sta un sistema teorico che riflette una concezione organica del mondo: è questa la dottrina marxista, del materialismo dialettico e storico che in Lenin ebbe uno dei fautori più poderosi. Questo è il motivo per cui diamo il nome di dottrina al compiuto corpo teorico-scientifico marxista, ed è sempre per questa ragione che gelosamente lo difendiamo da ogni tipo di contaminazione, altri direbbe arricchimento, da parte di qualsivoglia scuola.
È quindi del tutto superfluo, e non lo ritenne necessario Lenin, chiamarlo leninismo. Se Lenin fosse stato un revisionista allora si spiegherebbe tale termine, ma egli combatté fieramente contro i revisionisti di tutte le scuole, contendendo loro il diritto di adoperare il nome e la tradizione marxista. Difese la ortodossia marxista con argomenti della storia viva e con una formidabile esegesi dell’opera dei fondatori del socialismo scientifico, sviscerando fino nella minuzia il contenuto delle conferme apportate dalla storia alla nostra comune dottrina.
La battaglia che Marx, Lenin e la Sinistra italiana hanno condotto, e l’attuale nostro partito conduce, è al tempo stesso lotta rivoluzionaria di studio, di organizzazione, di preparazione insurrezionale e di difesa della totale coerenza del programma e della tattica, risultato di esperienza e bilancio della ultracentenaria lotta di classe del proletariato.
Le divergenze che videro contrapposta la Sinistra alla politica deviazionista dell’Internazionale e della direzione gramsciana, o centrista, del PCd’I, che culminarono con il Terzo Congresso di Lione ed il Sesto Esecutivo Allargato di Mosca, avevano appunto origine dal preoccupante eclettismo tatticoche, in nome della conquista delle masse, annacquava le posizioni classiste del marxismo rivoluzionario con le bastarde ideologie piccolo-borghesi. Le preoccupazioni della Sinistra italiana, sfortunatamente, non erano infondate e gli errori di tattica divennero ben presto stravolgimento dei principi rivoluzionari. Da qui all’aperto tradimento il passo fu molto breve.
A 75 anni di distanza non si conoscono che frammenti dei verbali della discussione del Terzo Congresso del PCd’I. Se a suo tempo non vennero distrutti, restano tutt’oggi sepolti negli archivi di Mosca e dell’ex PCI. Ma, se non ci è dato conoscere il lunghissimo rapporto del rappresentante ufficiale della Sinistra e gli interventi dei suoi delegati, abbiamo però il magnifico corpo di tesi presentato al Congresso, le “Tesi della Sinistra”, la profonda conoscenza delle quali è indispensabile per ogni militante comunista.
Come è tradizione della Sinistra le tesi presentate al Terzo Congresso relegavano le questioni italiane e contingenti all’ultimo posto, dando, al contrario, ampio spazio ai caratteri generali e fondamentali del partito. Le tesi presentate dalla Sinistra al Congresso di Lione non sono quindi da considerare come le tesi di quel particolareCongresso, svoltosi in quel particolare anno ed in quella particolare città, debbono essere bensì considerate come corpo dottrinario del Partito: del partito di ieri come di quello di oggi e di domani. La loro attuale pubblicazione in lingua inglese non vuole essere la presentazione di un documento di archivio quale contributo per lo studio del movimento comunista rivoluzionario degli anni ’20, ma rappresenta una arma della battaglia teorica di oggi in preparazione della battaglia e dello scontro rivoluzionario di domani.
Proprio per questo motivo, prima di entrare nel merito del Terzo Congresso del PCd’I è indispensabile fare una panoramica generale, per quanto succinta ed incompleta, della situazione di quegli anni.
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Finita con il 1918 la prima guerra mondiale, che aveva fatto la sua travolgente apparizione spegnendo le fiamme della lotta di classe, nei successivi anni del 1919 e 1920 il terrore della vittoria rivoluzionaria fece tremare il mondo borghese. L’inatteso divampare dell’attacco rivoluzionario al potere costituito che, partito dalla Russia zarista, era dilagato nell’intera Europa, faceva presagire alla borghesia che alla guerra generale fra gli Stati non sarebbe succeduta, come nuova fase storica, la pace capitalista, ma un nuovo incendio di guerra di classe, di guerra civile.
Il movimento comunista internazionale in quella fase raggiunse il suo culmine: vittoria della battaglia insurrezionale in Russia contro tutta la genia dei partiti piccolo-borghesi (avversari classici) e socialdemocratici (traditori classici); poi le vittorie militari contro le orde bianche controrivoluzionarie sostenute prima dai tedeschi, poi dagli alleati dell’Intesa. E nello stesso tempo vittoria teorica di tutto il sistema della dottrina del marxismo rivoluzionario che era servita di vitale ossigeno alla formazione del partito bolscevico e che lo stesso aveva rivendicato nella sua interezza contro le ignominie dei riformisti e dei traditori del 1914.
Mentre la borghesia vedeva i suoi imbelli ideali cadere a brandelli e disperatamente tentava di dare vita ad un riordino del suo decrepito mondo attraverso le pretesche formule di Wilson e C., illimitato era il nostro disprezzo, nel risplendere della dottrina di classe, nei confronti di tutto il bagaglio borghese di ideologia politica fatiscente, nei confronti delle sue ammuffite filosofie di cui il marxismo, fin dal suo nascere, aveva avuto ragione, nei confronti della sua scienza accademica falsa e corrotta e soprattutto nei confronti della ipocrisia dei suoi pacifismi e filantropismi puritani.
La massa ignorante dei proletari, senza dio e senza patria, alzava le mani callose per assestare alla borghesia il colpo di grazia e fare finalmente piazza pulita di tutta la sapienza della classe dominante.
La fede ardente di quegli anni fecondi poté far ritenere che uno slancio così vigoroso non potesse essere seguito da una rivincita storica delle forze collaborazioniste socialdemocratiche, da una ricaduta nell’opportunismo. Fu la Sinistra Comunista di Italia che per prima ebbe coscienza di questo pericolo, e da allora, in cento occasioni, il Partito italiano, finché ebbe l’indirizzo di sinistra, mise in evidenza il fatto che non poteva bastare né la fede nella rivoluzione, né la solidità organizzativa del partito a realizzare il legame tra la volontà dei rivoluzionari e l’azionedella classe operaia. Vi deve essere nei militanti del partito sicurezza ed entusiasmo, ma essi non li possono automaticamente trasmettere alle masse proletarie con la loro sola attività di oratori, agitatori, scrittori. E neppure un gruppo dirigente formato da capi famosi può essere in grado di mettere in moto le masse proletarie a fini rivoluzionari. Tesi per noi centrale è che la rivoluzione non consiste nella scelta di un gruppo di uomini con doti particolari che formino lo stato maggiore del partito: il processo è di fisica sociale, si constata non si provoca. In altre parole, il partito comunista può e deve guidare la rivoluzione, non la può generare.
Con il passare degli anni, con il rifluire dell’onda rivoluzionaria e le sconfitte del proletariato, specialmente dopo i disastrosi eventi del 1923 tedesco, l’Internazionale Comunista, anziché svolgere nel senso della dialettica marxista il complesso confronto tra lo sviluppo russo e quello occidentale, non trasse dai vari insuccessi e disfatte un bilancio serio e sereno della sua tattica. Al contrario trovò molto più comodo far cadere le teste di “colpevoli”, fedelissimi e portati ad esempio fino al giorno precedente, accusati di deviazionismo di destra. Come se la rivoluzione dipendesse da ricette organizzative o da atti di volontarismo, si ritenne che, per poter ripetere in occidente il successo ottenuto della rivoluzione in Russia, fosse indispensabile (e sufficiente) fare imitare ai partiti di capitalismo senile il processo di formazione e la struttura organizzativa del partito bolscevico.
Dagli errori nel metodo si passò a rinnegare gli scopi. Quello in un primo momento che non era facile sostenere divenne evidente da quanto lo stalinismo decise che la Russia sarebbe stata il solo paese della dittatura del proletariato e del socialismo, rinunciando, sempre più nettamente, a lavorare per lo scoppio della rivoluzione in Europa.
Di congresso in congresso il Comintern cominciò a soppesare la situazione, ma non nel senso di una constatazione realistica per adottare quei metodi di azione che già il partito mondiale avrebbe dovuto avere previsto da prima nella sua tattica rivoluzionaria, bensì con la pericolosa mania di imprimere al movimento brusche svolte, sempre inattese e disorientanti, seguite da “abili” contromosse, nella pretesa di incrociare sempre ad angolo acconcio le vele al vento delle varie contingenze sociali e politiche. Si arrivò a pretendere di giudicare mese per mese se la “situazione” era più o meno rivoluzionaria. Se lo era se ne deduceva che si andava a “sinistra” e si dovevano mettere alla testa dei partiti degli uomini di “sinistra”. Se la situazione veniva giudicata invece raffreddata allora se ne traevano le conclusioni opposte e si decideva di andare a “destra”, portando alla direzione dei partiti elementi adatti a svolgere questa nuova politica.
La storia miserevole del Comintern, che seguì a quella troppo breve dell’indimenticabile sua grandezza, racconta come in ogni occasione si mettesse a cercare gli uomini adatti, pronto ad innalzarli ai più alti livelli dei partiti e dell’Internazionale o a scaricarli con la medesima facilità, a meno che non fossero talmente opportunisti e viscidi da sapersi adattare prontamente a tutte le svolte. Pratica questa da noi denunciata come “selezione alla rovescia”.
Di questa tendenza a scimmiottare il parlamentarismo e la diplomazia della più deleteria tradizione borghese, però non possiamo accusare il solo stalinismo. È triste un dato di fatto che nessuna componente dell’Internazionale Comunista ne fu indenne. Non solo questo metodo suicida non venne denunciato da alcuno, ma tutti, noi esclusi, comprese le varie opposizioni di sinistra, ne fecero uso senza rendersi conto che il metodo stesso era sintomo di pericolo e di infezione opportunista. Pure i maggiori assertori del metodo rivoluzionario si adattarono alla tattica della manovra e del patteggiamento strumentale, come se fossero inconsapevoli che la vittoria o la sconfitta della rivoluzione mondiale non sarebbe dipesa dai rapporti di forze che si fossero venuti a creare all’interno del Comintern e dei partiti ad esso associati. Stava svolgendosi, purtroppo, il fenomeno inverso. La partita che si giocava a livello mondiale era determinata da ben altri rapporti di forza, il capitalismo internazionale da una parte ed il proletariato dall’altra.
La Sinistra Comunista italiana fu la sola che con estrema coerenza denunciò in questa politica la marcia generale nella direzione di un neo-opportunismo verso cui, con queste oscillazioni poco sincere, si metteva in moto il Comintern e del quale prevedemmo la tendenza liquidatrice. E questo nostro coerente atteggiamento, nei confronti di una tattica fatta di alterne oscillazioni, dove ogni tipo di spostamento verso “sinistra” faceva prevedere un immancabile successivo ritorno a “destra”, ci portò più di una volta, destando lo scandalo generale, a sostenere che nella concezione della “destra”, molto spesso, vi era, pur nell’errore, una coerenza di metodo e di impostazione, cosa che mancava del tutto ai centristi.
Un esempio di ciò lo si ebbe proprio durante il Congresso di Lione. Tasca, rappresentante dell’ala destra del partito, riferendosi alle tesi gramsciane, ad un certo punto del dibattito in commissione politica affermava: «Io non accetto il punto delle tesi politiche in cui si nega che la socialdemocrazia sia l’ala destra del movimento operaio e se ne fa l’ala sinistra della borghesia. Se così fosse – commentava a ragione Tasca – la tattica del fronte unico sarebbe assurda, perché sarebbe una tattica di coalizione con una classe nemica. Con una affermazione simile – si preoccupava Tasca – si viene quindi a dare una giustificazione alle critiche che la estrema sinistra fa alla tattica del fronte unico. È vero che la ideologia socialdemocratica è il riflesso della influenza della borghesia sul movimento operaio, è vero che questa influenza, grandissima sui capi, si riversa anche su larghi strati delle masse, ma ciò non spoglia ancora il movimento operaio, anche là dove esso segue la socialdemocrazia, del suo carattere, della sua struttura sociale di classe. Ciò è specialmente vero là dove la socialdemocrazia costituisce una fase storica di sbocco di tutto il movimento operaio, come per il Labour Party inglese, e, se ciò non fosse, l’adesione dei comunisti al Labour Party sarebbe un assurdo». Ed il rappresentante della Sinistra, ritenendo del tutto logico il ragionamento di Tasca, non poteva che dichiarare: «Rienzi (Tasca – n.d.r.) ha ragione. Se si dice che la socialdemocrazia è un’ala sinistra della borghesia si deve ammettere che la tattica del fronte unico è una tattica di coalizione con un partito borghese. Vi è però una contraddizione tra ciò che Rienzi dice della base sociale della socialdemocrazia e ciò che egli stesso afferma circa la natura del Partito. Se è vero che è dalla base sociale che si giudica un partito la socialdemocrazia è essa pure un partito proletario e rivoluzionario». E questa annotazione, più che per Tasca, valeva per Gramsci, sostenitore della tesi del “partito parte della classe operaia”.
L’eclettismo tattico del Comintern, sempre avversato dalla Sinistra italiana, anche se, fino agli anni 1923/24, rimase nel quadro di una strategia le cui linee generali restavano tuttavia immutate, servì da fertile terreno per lo sviluppo ed il prosperare delle successive deviazioni opportunistiche, sempre più marcate e pericolose. Di tutto ciò le varie tendenze di sinistra e le opposizioni internazionali non si accorsero prima e non seppero, dopo, trarne il giusto bilancio.
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In Italia, nel 1926, a seguito del Terzo Congresso del PCd’I, al centrismo fu consegnato il totale controllo del partito. Tutte le deviazioni dalla corretta dottrina e dalla conseguente giusta tattica rivoluzionaria, basi della controrivoluzione staliniana, furono condivise appieno sia da Gramsci sia da tutto il gruppo dell’ “Ordine Nuovo”. Si andava inesorabilmente verso la peggiore degenerazione in quanto scopo prefissato era la rinuncia alla rivoluzione europea mentre si gettavano le premesse ideali per la partecipazione della Russia sovietica alla guerra imperialista.
Ma le fasi di questa politica disfattista dovevano essere ben mimetizzate per fare intendere al proletariato che l’Internazionale non solo non arretrava di un passo, al contrario si spostava sempre di più a “sinistra”. Un paio di anni dopo, infatti, prevalse quella che venne denominata tattica del social-fascismo. Questa nuova svolta apparentemente rappresentava l’esatta negazione della teoria in nome della quale i centristi gramsciani avevano in Italia combattuto le nostre posizioni facendosi un merito di eseguire fedelmente le direttive dell’Internazionale. La Sinistra italiana da sempre aveva sostenuto che la borghesia alterna, a seconda delle sue necessità di dominio di classe, il metodo fascista e quello democratico, asserzione allora considerata come una bestemmia. Ma quando Mosca lanciò la parola del social-fascismo non disse forse la stessa cosa, ossia che i socialisti dovevano essere combattuti quanto i fascisti, perché non vi erano da fare preferenze?
Trotski, ormai esule, combatté fieramente la nuova formula, paventando il “pericolo fascista”, che in Germania avanzava senza che i comunisti stalinisti nulla facessero per combatterlo, e sostenne una tattica tipo fronte unico 1922 per cui si dovesse fare blocco antinazista. Noi su simili tattiche, che falsamente venivano dette “leniniste”, abbiamo sempre avuto dissensi con Trotski, che troppo tardi vide l’abuso che ne aveva fatto lo stalinismo. Senza salutare come un successo di sinistra la nuova tattica di Mosca e confermando la linea non breve della nostra critica, mantenemmo ferma, su ben altre basi, la nostra avversione al blocco-fronte popolare, ben sicuri che gli stalinisti sarebbero tornati ad una tale formula, specialmente in Italia dove mai l’avevano denunziata.
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Il Congresso di Roma del 1922, con l’approvazione delle famose Tesi, aveva sancito, quasi all’unanimità, la linea di sinistra quale era organicamente scaturita, l’anno precedente, dalla scissione di Livorno. A puro titolo di cronaca possiamo ricordare che nel corso di quel Congresso nemmeno la destra di Tasca si era allineata completamente alle direttive tattiche dell’Internazionale, con alcune delle quali già eravamo in dissenso. L’adesione totale alla tattica del Comintern venne allora propugnata da quel Bombacci che dopo pochissimo tempo sarebbe divenuto un fiancheggiatore ufficiale del fascismo, fino a dargli poi completa adesione.
La Centrale del PCd’I che si presentò al successivo Congresso di partito, Lione 1926, non era stata né eletta né il partito aveva mai avuto occasione di giudicare il suo operato essendo stata nel 1923 nominata d’autorità da parte dell’Internazionale e avendo sostituito quella regolarmente eletta nel corso del Congresso di Roma. Inoltre, successivamente, era stata più volte rimaneggiata. Dal Congresso di Roma in poi il partito non aveva più avuto la possibilità di pronunciarsi sull’indirizzo e l’attività della Direzione. Nell’unica consultazione svoltasi, ossia la Conferenza clandestina di Como del maggio 1924, la schiacciante maggioranza dei delegati si era schierata contro la politica della nuova Centrale aderendo alle tesi di Roma, ossia della vecchia direzione di sinistra. Anzi, la direzione gramsciana emanante da Mosca non solo risultò nettamente minoritaria rispetto alla Sinistra, ma raccolse addirittura meno suffragi della stessa destra.
Ma nelle intenzioni dei centristi il Terzo Congresso “doveva chiudere tutta una epoca di vita del partito”. E così fu. Sradicare dalla base del partito l’influenza esercitata dalla Sinistra, era per l’Internazionale ed il centrismo, compito prioritario.
La rivista “Prometeo” che aveva visto la luce, all’inizio del 1924, con l’approvazione dell’Internazionale era stata bruscamente soppressa con il pretesto che sarebbe potuta «diventare un centro di attività e di agitazione da parte della Sinistra». I contributi dei compagni della Sinistra per la stampa di partito erano il più delle volte cestinati, oppure, se pubblicati, venivano sempre preceduti da lunghi cappelli redazionali, a volte più lunghi degli stessi articoli, in cui si tentava di screditarli presentandoli come frazionistici. Tutti i dirigenti della Sinistra furono regolarmente rimossi dai loro posti di responsabilità nelle varie federazioni, quando le federazioni stesse non erano addirittura sciolte.
Al Quinto Congresso del Comintern la Sinistra, pur rimanendo fuori dagli organi centrali del partito, si era impegnata a non creare ostacoli o fare opposizione all’azione del centro dirigente. Ma, fin dai congressi federali tenuti subito dopo, la Centrale italiana aveva rotto questa specie di accordo pattuito a Mosca aprendo la sua offensiva frazionistica.
L’argomento polemico usato dal gruppo dirigente del PCd’I era di una semplicità elementare: la Sinistra dice che l’Internazionale sbaglia, l’Internazionale non può sbagliare, quindi la Sinistra ha torto. Ma, di fatto, i grandi difensori del Comintern, che lo confondevano con il suo comitato dirigente, non erano mossi dalla preoccupazione di sostenere l’organizzazione internazionale dalle critiche della Sinistra, ma al contrario dall’Internazionale si facevano sostenere, scaricandole addosso tutto il peso delle proprie responsabilità e dei propri errori: la chiamavano in gioco e la compromettevano senza esitazione ogni volta che si trovavano in difficoltà. Questo “internazionalismo alla rovescia” era dettato dalla maggiore facilità e comodità che, agli effetti dell’immediato successo, poteva presentare l’utilizzazione del sentimento di fedeltà e dedizione che le masse lavoratrici nutrivano nei confronti dell’organo internazionale e di nomi illustri, quali l’abusato Lenin. Così, da individui che potevano essere considerati solo dei parassiti di quel grandioso insieme di forze, addosso alla Sinistra ad ogni piè sospinto venivano gettati l’Internazionale, la Rivoluzione Russa, il Leninismo, il Bolscevismo.
Questo sistema, anche quando fosse riuscito a spostare l’adesione della base dalle posizioni di sinistra a quelle di centro, avrebbe solo recato del danno al Partito e all’Internazionale perché avrebbe stravolto e degenerato la sua fisionomia, riconsegnandolo, complici della controrivoluzione staliniana, nelle mani dell’opportunismo. Da tutto questo sciagurato andazzo gli iscritti di base avrebbero solo ricavato la triste opinione che, in definitiva, anche il partito comunista era come tutti gli altri partiti borghesi e socialdemocratici dove tutto il dibattito si risolveva in dissensi ed antagonismi tra i capi, pronti anche a spezzare l’organizzazione politica pur di prevalere sui rivali, e dando ragione a chi affermava che la scissione di Livorno aveva contribuito alla rovina del proletariato avendo permesso al fascismo di trionfare.
Ma, al di là degli operai già inquadrati, il partito si sarebbe dovuto preoccupare di attrarre, convincere, mobilitare coloro per i quali il ricorso alla disciplina nei confronti delle deliberazioni dell’Internazionale non rappresentava alcuna autorità. Il partito, con argomenti e metodi positivi avrebbe dovuto trarre questi operai dalla diffidenza alla fiducia, e questo è compito fondamentale per un partito rivoluzionario, tanto più per un partito che sbandierava la necessità della conquista delle masse. Nei fatti concreti, tra tanto chiacchierare di conquista delle masse, la direzione centrista non riusciva ad allargare la influenza del partito sul proletariato riducendo il suo obiettivo ad avere il controllo totale sui proletari già inquadrati nel partito e non esitando, pur di raggiungere questo scopo, anche a smembrare il movimento non appena sorgevano iniziative di discussione e di critica.