Partito Comunista Internazionale

A proposito di isolamento

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Uno stato d’animo che abbiamo spesso sentito affiorare nei convegni provinciali, quasi a contrappeso della fermezza con cui i compagni giudicano la situazione generale e reagiscono ad essa, è la preoccupazione dell’isolamento nel quale l’avanguardia continua a dibattersi, tra la sordità e spesso la diffidenza del proletariato. Chi dà espressione a questo stato d’animo non suggerisce, generalmente, particolari rimedi; si limita, con la passione e la buona fede, che nascono dal profondo attaccamento alla causa della classe lavoratrice ed al suo programma rivoluzionario, a rammaricare il fatto e ad augurarsi che il Partito trovi il modo di uscirne.

Ma la possibilità di uscirne non dipende dal Partito. E’ la situazione che, di fronte alla spaventosa e spietata concentrazione delle forze e dei mezzi dell’imperialismo, isola l’avanguardia rivoluzionaria; è la durezza della reazione borghese che chiede a quell’avanguardia d’indurirsi; è la brutalità con cui il capitalismo pone l’alternativa fra la guerra come sbocco necessario della ricostruzione democratica e la rivoluzione come punto di approdo della controffensiva proletaria, che taglia sistematicamente ogni anche più esile contatto fra i due campi nei quali si schierano le forze della rivoluzione e quelle del compromesso.

Non è per un atto di volontà, per uno scrupolo teorico di intransigenza, che il rivoluzionario non ha più posto negli organismi direttivi sindacali: è perché l’evolversi stesso, obiettivo della situazione fa di questi organi gli strumenti diretti dello Stato. Non è per eccesso di orgoglio che il rivoluzionario rifiuta ogni contatto con le organizzazioni politiche anche indirettamente ricollegate alla macchina di oppressione di guerra dell’imperialismo: è perché di fronte alla prospettiva della guerra, non è possibile tolleranza per chi, direttamente o indirettamente, coscientemente o in buona fede, esplicitamente o con riserva, lavora al servizio di questa spaventosa e sistematica opera di distruzione.

Non solo l’isolamento è incettabile, ma sarebbe antistorico pensare che, nelle condizioni attuali, l’avanguardia proletaria non lo subisse. L’isolato, l’appestato, il perseguitato non è il Partito: è la classe operaia. E più la macina della guerra avanza, più l’imperialismo contende al proletariato il margine di movimento e di ripresa classista che si è conquistato non per benevole concessione borghese, ma per un atto di forza, più l’avanguardia rivoluzionaria è costretta all’isolamento, alla spietata difesa di se stessa, del patrimonio che è suo, ma che è soprattutto della classe.

L’avanguardia non vive e non opera nell’astratto: è, anche se agguerrita, anche se ideologicamente immunizzata dai miasmi dell’ambientyìe storico in cui vive, pur sempre parte della classe. E, come tale, ne subisce i contraccolpi, i riflessi, le oscillazioni. La sua funzione è di resistere, in una situazione che le contende giorno per giorno le possibilità d’irradiazione e di vita. I compagni che hanno imparato a resistere nei periodi di alta marea, sanno anche che quando l’ondata è in riflusso, occorre prepararsi ad essere ancora più soli. Il marxismo insegna a non ridere e a non piangere: ma a capire.

Di fronte all’alternativa della guerra e alla sua quotidiana, capillare preparazione, l’avanguardia proletaria sarà sempre più sola. E lavorerà a preparare il terreno e le armi politiche a quella svolta della situazione storica, dalla quale soltanto può venire una risposta al quesito che tormenta (e lo si comprende) tanti compagni: fino a quando soli?