Diplomazia della CGIL
Kategoriat: CGIL, Middle East and North Africa, Opportunism, Pacifism, Six day war, UN
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Anche la segreteria della C.G.I.L. ha sentito il bisogno di lanciare il suo « appello per la pace » in occasione del conflitto in Medio Oriente. Lodevole iniziativa, se l’appello fosse stato indirizzato ai proletari e ai lavoratori di tutto il mondo, quindi anche agli arabi e agli israeliani. Invece, i sommi bonzi della Centrale hanno sentito soltanto « il dovere di rivolgere un appello a tutti i paesi che vogliono salvaguardare la pace affinché l’O.N.U. intervenga per far cessare il fuoco e ricercare la via del negoziato come unico mezzo possibile per risolvere tutti i problemi controversi ». Cioè, la C.G.I.L. si comporta, nei confronti di un conflitto violento ed esteso, alla stessa maniera con cui tende a risolvere le controversie sindacali e gli immancabili scontri tra operai e borghesi sul piano economico e rivendicativo: appellandosi alla suprema autorità dello Stato e fingendo così di dimenticare nel primo caso che l’O.N.U. rappresenta gli Stati capitalisti di tutto il mondo e quindi non gli interessi del proletariato mondiale così come finge di dimenticare, nel secondo, che lo Stato nazionale rappresenta, ovviamente, gli interessi del capitalismo italiano.
I proletari possono già completare il ciclo involutivo delle centrali sindacali; anche quando si tratterà di affrontare l’incendio di gran lunga più violento e più profondo della lotta diretta del proletariato contro le rispettive borghesie nazionali, la nostra diplomatica C.G.I.L. si appellerà allo Stato, e lo Stato farà intervenire le sue guardie bianche a difesa del privilegio borghese, sparando sulle masse dei lavoratori.
Vergogna!! Il sindacato che si proclama di classe, per ingraziarsi la borghesia capitalistica non solo non osa più da decenni lanciare il proletariato organizzato in azioni generali e dirette per la difesa del posto di lavoro e del pezzo di pane, ma, dinanzi a conflagrazioni che impegnano proletari e sottoproletari, contadini poveri e salariati agricoli tra i più sfruttati della terra, non li chiama nemmeno ad un atto di solidarietà internazionale, solidarietà che, per i combattenti della causa proletaria, non significa lo sventolio forcaiolo di bandierine bianche con tanto di colomba sopra, ma lo scatenamento della lotta diretta, dello sciopero generale contro i padroni bianchi sui quali, insieme al capitalismo mondiale, ivi compreso quello arabo e israeliano, ricadono non solo le responsabilità di guerra, ma quelle ancora più feroci ed antiche dell’inaudito sfruttamento dei lavoratori di quei paesi e dei proletari di tutto il mondo.