Kansainvälinen Kommunistinen Puolue

Statali: sindacati ”indipendenti” e azione di classe

Kategoriat: Italy, Opportunism, Union Question

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Oggi, secondo la mentalità comune (che è quella che fa comodo all’interesse della classe dominante borghese) « siamo tutti lavoratori ». Perciò, di fronte alla domanda: chi sono gli statali?, la risposta « ovvia » è la solita, che ne fa tutto un blocco.

Per un sindacato di classe le cose non stanno affatto così. Perché ci sono lavoratori proletari e non proletari, e ci sono poi « lavoratori » antiproletari. È chiaro che il sindacato di classe organizza soprattutto i primi, e ne difende gli interessi con la lotta sulla base di rivendicazioni che ne favoriscono la unità in un indirizzo che va assai al di là degli stessi obiettivi immediati riguardanti il salario e l’orario di lavoro. Il sindacato di classe ha costantemente davanti a sé la meta finale e non trascura occasione di lotta per agitare gli ideali del socialismo, cioè della società senza classi cui vuole pervenire per farla finita una volta per sempre con la schiavitù salariale dalla quale in fondo dipendono tutte le altre forme di schiavitù e di oppressione politica e di abbrutimento umano. Una simile politica rivoluzionaria non può dunque fare « di tutt’erbe un fascio »; essa esclude il principio democratico e controrivoluzionario di difendere « tutte le categorie », e non si pone mai e poi mai il compito di riformare la macchina amministrativa dello stato per renderla più funzionale e più rispondente alle mutevoli condizioni in cui operano le strutture economiche e sociali in via di continua modificazione.

Al contrario, tutti i sindacati che sono per la collaborazione di classe, siano essi fascisti o democratici, confederati o autonomi, non possono che fare la politica inversa, con fini e metodi che nulla hanno di proletario e di rivoluzionario.

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Un campo o settore di lavoro in cui emerge con molta chiarezza il ruolo svolto da tutti questi sindacati è quello degli statali, e gli ultimi episodi della vertenza in cui costoro – tutti assieme – sono stati impegnati contro il governo ne dà la conferma.

Com’è noto, il contenuto di queste vertenze riguarda « la riforma della Pubblica Amministrazione e il riassetto delle carriere e degli stipendi ». Non c’è dubbio che gli strati più proletari degli statali sono maggiormente esposti alle influenze della classe dominante, che, nei funzionari e dirigenti intermedi degli uffici e dei luoghi di lavoro, trova i veicoli dell’infezione opportunista. Ben consapevoli di questa maggiore sensibilità ai discorsi « costruttivi », i sindacati di ogni colore hanno fatto del loro meglio per propagandare la « necessità » di una riforma dell’apparato statale sul piano tecnico e amministrativo (sul piano politico poi, a gridare per le riforme costituzionali ci stanno i partiti « rossi » e perfino il Papa). Ma quali benefici devono attendersi gli statali da simile riforma? Nessuno lo ha mai precisato. Noi diciamo che essi potranno perdere solo la proverbiale pacchia del dolce far niente. E nulla di male se ciò toccasse solo ai lavoratori del deretano, ai più servili impiegati, ed agli zelanti funzionari direttivi. Il giro di vite toccherà anche e più di tutti gli statali più proletari, che dovranno sbrigare in numero inferiore ciò che oggi fanno in condizioni relativamente non troppo severe.

Naturalmente, per interessare gli statali a questa riforma i bonzi sindacali non potevano limitarsi a sbandierare gli « alti fini » della riforma stessa, tra i quali la cosiddetta democratizzazione dell’amministrazione e l’ingresso delle masse negli affari « pubblici », illusioni queste comuni tanto ai democratici quanto ai fascisti di tutti i tempi. Di qui l’accento sulle carriere e sugli stipendi, dalle quali richieste chissà che cosa si fa sperare. Lo sciopero dichiarato per il 31 marzo scorso dalle confederazioni, e che doveva riguardare statali e dipendenti da aziende « autonome » come le F.S., aveva dunque lo scopo di smuovere il governo di centro-sinistra a pronunciarsi in modo definitivo sulla questione della riforma di cui si parla da oltre un decennio. L’accordo di massima raggiunto il 20 marzo tra sindacati e governo, come si sa, ha fatto revocare lo sciopero dichiarato oltre un mese prima. È pure noto che questo accordo è stato salutato come un successo sindacale di notevole importanza e come uno dei frutti migliori e più significativi della « unità sancita dalle tre confederazioni nella scorsa estate ». Tutto questo, quando nel comunicato emesso dopo l’incontro tra sindacati e governo, fra gli « altri principi » che ispirano la riforma, si menzionano la « economicità » da realizzare e « il problema dell’orario di lavoro, per conseguire una maggiore produttività ». In quanto ai vantaggi economici dei miglioramenti di stipendio previsti dall’accordo, c’è da dire che essi si risolvono in una vera e propria beffa.

Non abbiamo nulla a che vedere con i sindacati cosiddetti autonomi, che per noi rappresentano solo i figli degeneri dei sindacati confederati, come essi scissionisti nella sostanza oltre che nella forma (v. l’articolo « Lotta di classe e non di categoria » nel n. 5 di « Spartaco »), ma non possiamo disconoscere che hanno ragione quando lamentano ed osteggiano quest’aspetto dell’accordo intervenuto il 20 marzo tra confederazioni e governo. Secondo questi sindacati, gli aumenti di stipendio che deriverebbero agli statali dalle somme stanziate dal governo si ridurrebbero a « circa mille lire al mese nel 1967; lire tremila nel 1968 e via via, fino al 1971, un aumento globale che non raggiungerebbe la metà della presumibile svalutazione che a quella data avrà raggiunto il potere di acquisto delle retribuzioni dei soli dipendenti dello Stato in mancanza di una efficiente scala mobile automatica ».

È stato questo il motivo essenziale su cui i sindacati autonomi hanno fatto leva per chiamare gli statali, ferrovieri compresi, allo sciopero del 20 aprile, protestando contro un accordo considerato come una vera e propria capitolazione al padrone. È stato esso a favorire la creazione del « fronte » dei sindacati autonomi di varie categorie statali e che ha visto un seguito insperato di scioperanti all’appello da essi diffuso.

Noi respingiamo tutte le altre rivendicazioni di questi sindacati che non si discostano affatto da quelle dei sindacati confederati, specie in merito alla riforma che essi vogliono « effettiva ». Pretendere di difendere contemporaneamente l’interesse di tutti, « dal più alto funzionario al più modesto inserviente » (v. comunicato della FISAFS del 10-4-67) e di fare « azione unitaria », è solo una sporca demagogia che gli « apolitici » dirigenti di questi sindacati autonomi hanno imparato dai loro colleghi dirigenti i sindacati « unitari » che essi criticano e ai quali vogliono dare lezioni di sindacalismo. Per noi resta significativo solo il fatto che il malcontento delle masse lavoratrici trovi un termometro nella sollevazione di questi sindacati-pidocchi, la cui azione di protesta e di « rivolta » da una parte trova giustificazione nell’inerzia dei sindacati confederati, dall’altra prova che il tradimento della trinità CGIL-CISL-UIL è ormai palese. Siamo arrivati al punto che i crumiri di professione, come sono sempre stati i funzionari statali, fanno oggi la morale ai proletari per invogliarli a scioperare con loro. Stralciamo alcuni punti dal manifestino diffuso tra i ferrovieri della FISAFS (Federazione sindacati autonomi ferrovie stato) e del SINDIFER (Sindacato indipendente funzionari delle F.S.) il 12-4, cioè otto giorni prima dello sciopero da essi dichiarato in comune col DIRSTAT (Sindacato dei funzionari direttivi statali), col SASMI (Sindacato autonomo scuole medie), ecc.:

« È crumiro: colui che già prevede che lo sciopero, comunque, non sortirà effetti positivi;

Come si vede, siamo arrivati al colmo. Non sono gli strati proletari che con la forza d’attrazione della loro lotta antipadronale e rivoluzionaria trascinano gli strati più deboli e più oscillanti, ma sono gli elementi più antiproletari come i funzionari dello stato che cercano di rimorchiare gli operai – sia pure quali pubblici dipendenti, come essi scrivono – alla lotta contro il governo e la sua politica di « piano », che come si sa, non è stata osteggiata nemmeno nel parlamento dai deputati della CGIL. Non è questa la maggiore vergogna di cui si coprano le confederazioni, tra le quali la CGIL pretende di essere il solo sindacato di classe? Non è questa una nuova prova che la « unità » che essi si sforzano di realizzare con i loro incontri al « vertice » è unità antiproletaria, conservatrice e controrivoluzionaria?

Contro la mortificazione che la classe operaia sta subendo ad opera delle forze sindacali e politiche che la controllano, noi comunisti internazionalisti siamo i soli a batterci, smascherando gli opportunisti in ogni occasione, svergognando senza pietà i bonzi sindacali, partecipando ad ogni lotta contro i padroni e il loro governo, chiarendo agli operai in lotta l’indirizzo opportunista delle rivendicazioni e condannando i metodi di lotta adottati.

Risorga negli operai quello spirito rivoluzionario di classe dei gloriosi tempi passati, e scaccino al più presto tutti i bonzi! È questa la prima condizione per disfarsi dell’opportunismo e dei sindacati confederati e dei sindacati « autonomi », che oggi hanno la possibilità di presentarsi come i soli paladini degli interessi dei lavoratori proletari insieme ai lavoratori antiproletari ed anticomunisti per eccellenza.