I tornei elettorali dei Partiti di SM il Capitale
Kategoriat: Electoralism, Italy, May Day, Opportunism
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Il miglior commento alle prossime giostre elettorali – giacché i discorsi e gli articoli dei competitori sono ormai vecchi e logori, li sappiamo a memoria – è forse dato dal modo come i partiti dominanti hanno condito il recente Primo Maggio. Festa ormai generale, patriottica, di Stato: la Chiesa ha provveduto alla dispensa perché riuscisse una buona scampagnata per tutti e i partiti (monarchici compresi) sono andati a gara nel parteciparvi sotto insegne comuni, le insegne della produttività, della difesa dell’economia nazionale e della democrazia, del commovente accordo tra sfruttatori e sfruttati. Il Primo Maggio di destre e sinistre parlamentari è ormai la festa dei massacratori di Chicago e, a coronare la patetica scena, i tre sindacati presenziano alla distribuzione delle stelle al merito del lavoro, – che è, si voglia o no, una variante dei premi agli stakhanovisti, un’esca gettata alla fedeltà verso l’azienda-prigione e la patria-caserma. La celebrazione della forza internazionale del lavoro, organizzato contro il capitale è così divenuta, per concorde iniziativa di tutti gli «avversari elettorali», la celebrazione del lavoro inquadrato nel regime dello sfruttamento, nelle sue istituzioni sociali e politiche, nel meccanismo della sua conservazione. Valeva la pena, dopo questo, di concedere ai praticanti la dispensa dal digiuno: la festa era a celebrazione di una vittoria anche della Chiesa sul movimento operaio in lotta.
È questa impostazione che gli operai dovrebbero aver presente, oggi che li si chiama ancora una volta all’urna. La rosa di candidati che la scheda presenta loro è intercambiabile: nonostante la diversità dei simboli (o proprio per questa diversità puramente formale, per questo specchietto da allodole destinate a figurare sullo stesso spiedo), tutti i partiti si muovono su una piattaforma comune – la difesa degli istituti politici, delle premesse economiche, delle basi sociali del regime capitalista. Sono tutti riformisti, giacché non si concepisce difesa e conservazione del privilegio senza un opportuno adattamento ai tempi, senza una vernice di popolarismo «progressista»: sono tutti patriottici, produttivisti, legalitari, innamorati delle tavole giuridiche della democrazia, fedeli alla Patria, ansiosi delle sorti degli azionisti delle industrie nazionali, proni agli istituti di difesa dell’ordine costituito. Il loro piedestallo è, senza distinzione, il lavoro: il lavoro che premiano se ed in quanto ha abbracciato l’ideologia e la prassi della conciliazione, della pacifica emulazione, della subordinazione ai supremi interessi della madre comune, l’Italia. È il loro sgabello, e su di esso tutti sperano, premio di maggioranza o no, di assidersi per altri cinque anni di pingue lavoro sulle poltrone dei due parlamenti. Né si potrebbe giurare che, mentre si lanciano invettive – basate del resto sugli stessi argomenti dalle due parti (insufficiente cura degli interessi nazionali, tradimento della patria, lesa democrazia…) – stiano già maturando nel grembo della società internazionale borghese i motivi di un loro prossimo o prevedibile a non lunga scadenza abbraccio finale.
E tuttavia, non vale nasconderselo, la stragrande maggioranza dei proletari voterà per qualcuno di questi partiti dichiaratamente antiproletari; e solo un’esigua minoranza avrà capito così lucidamente il gioco immondo delle alternative elettorali, da non dare il voto a nessuno, da contrapporre al falso della conquista elettorale del potere per la classe operaia il rifiuto della scheda e l’uso dell’arma antilegalitaria e antidemocratica dell’azione di classe. Il baccano elettorale assorda tutti e ogni nuova «esperienza» schedaiola ribadisce un anello della catena che lega i lavoratori al regime del loro sfruttamento. Oggi: non certo domani.
La nostra assenza da questo pagliaccesco agone – dietro il quale non c’è neppure più la parvenza dell’antidittatura – non ha il carattere di un atto di forza maggiore, da deprecare e rimpiangere: è deliberata e precisa. Ha il significato di un vigoroso richiamo, per l’esigua schiera di proletari che la marea montante della controrivoluzione non ha ancora travolto, alla continuità delle battaglie di classe. Il nostro campo di battaglia è altrove: lasciamo che sull’arena elettorale e parlamentare tenzonino, affogando nella melma, i partiti di S.M. il capitale.