Partito Comunista Internazionale

La classe dominante russa si disvela

Categorie: Stalinism, USSR

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Finché lo stalinismo internazionale limitò la falsificazione del comunismo al campo dei rapporti tra Stato russo e Internazionale comunista, postulando la soggezione dell’organismo rivoluzionario alla politica estera di Mosca, e alla questione della tattica e del programma dei partiti comunisti, giustificando la politica di collaborazione governativa successivamente con ambo gli schieramenti democratico e fascista (patto russo-tedesco del 1939), la struttura sociale della Nazione russa rimase fuori discussione. Era socialista, e basta. Mai i capi dello Stato moscovita vollero andare oltre le solite affermazioni che in Russia il proletariato era al potere, che le classi erano scomparse, che la produzione si avviava al comunismo. A provare ciò, si portò immancabilmente la testimonianza della gestione statale dell’industria, delle miniere, dei trasporti, e via dicendo.

Dopo la seconda guerra mondiale, il governo di Mosca, giovandosi dell’enorme prestigio derivatogli dalla vittoria militare e dal successo della politica di annessioni, e disponendo di un potere assolutamente inattaccabile per l’assenza di ogni forma di opposizione costituzionale o di classe, ha cambiato decisamente strada.

La suprema oligarchia che pilota il gigantesco apparato propagandistico che irradiando da Mosca avviluppa il pianeta, non ha da fare i conti, come fino al 1938, quando l’ultima raffica di pallottole stronco l’ultima schiera di oppositori di classe al regime stalinista, con un movimento di critica e di agitazione all’interno. Né all’estero esiste una considerevole corrente di opposizione rivoluzionaria alla dilagante corruzione opportunista delle masse.

D’altra parte, la strapotenza militare della Russia, benché in gran parte favoleggiata dalla America a giustifica della politica di imbavagliamento dei paesi satelliti, impressiona superstiziosamente vasti strati di borghesi grossi e piccini, congenitamente portati ad adorare ed ingraziarsi chi comanda a formidabili eserciti, a ferree polizie, a pletoriche burocrazie. La conquista graduale dei satelliti orientali, la detronizzazione della monarchia rumena, il colpo di Stato cecoslovacco, la vittoria di Mao-tse-tung, le offensive di stile nazista in Corea, la guerriglia nell’Asia Sud-orientale dovevano riempire di sacro rispetto la borghesia occidentale.

Se aggiungete alle imprese militari e diplomatiche di Mosca, disegnate suggestivamente sul tessuto della rivoluzione industriale di zone geografiche socialmente arretrate, i non meno seducenti ammennicoli della propaganda: i grattacieli di Mosca, le opere di irrigazione in Ucraina, il technicolor sovietico, le navi da guerra inviate sul Tamigi per festeggiare l’incoronazione di Elisabetta II, capirete quanta profonda sia la presa della propaganda russa sui cervelli della beozia piccolo-grande-borghese. Le recenti affermazioni elettorali dello stalinismo italico, che contro la coalizione governativa filo-americana riusciva a schierare vaste correnti dell’elettorato borghese, sta a provarlo materialmente. La borghesia trova digeribile lo stalinismo.

A queste masse di elettori votanti reclutati nel campo borghese la propaganda moscovita doveva necessariamente delle chiarificazioni che valessero a scacciare le residue apprensioni degli interessi costituiti, alimentate ad arte dalla propaganda governativa dei paesi dell’Occidente che malamente si arrabattano a presentare il regime di Mosca come uno strumento della rivoluzione mondiale contro il capitalismo. E le chiarificazioni sono venute da Mosca a josa. Ma non a casaccio.

Le supreme oligarchie di Mosca e i partiti politici che ne applicano le direttive politiche e propagandistiche non hanno da conquistare soltanto le simpatie e la sottomissione ammirativa dei benpensanti e degli intellettuali borghesi, la complicità dei governi e le relazioni di affari con l’alta finanza, ma hanno altresì da conservare tutto quanto il patrimonio rubato di infatuazioni proletarie. Una troppo repentina e brutale dichiarazione di principio sul contenuto capitalista degli ordinamenti sociali russi, se varrebbe a fugare i residui dubbi di molti borghesi, avrebbe l’effetto di una bomba nell’elettorato proletario stalinista, pronto a giurare e, purtroppo, a farsi ammazzare, per il «socialismo» russo.

Perciò, dalla fine della seconda guerra si è adottata a Mosca una linea propagandistica estremamente abile che pur continuando a bruciare incenso davanti ai busti di Marx e di Lenin, trasformati in idoli, lavora sistematicamente a fare entrare nelle menti dei borghesi e dei proletari di Occidente, la nozione della sostanziale uguaglianza del modo di produzione russo con quello che vige dispoticamente in Occidente, limitandosi ad attribuire alla classe dirigente russa una sovrannaturale superiorità amministrativa.

In pratica avviene questo: il riferimento d’obbligo alla dottrina e alla strategia rivoluzionaria marxista non conosce sosta, viene applicato giorno per giorno ora per ora; le «rivelazioni» sulla reale struttura economica e sociale della Russia sono fatte circolare a tratti, con lunghi intervalli di tempo.

In ordine di tempo, la prima tra le più importanti azioni di propaganda volte a provare l’esistenza del capitalismo in Russia, pur senza rinnegare formalmente il marxismo, fu la Conferenza economica tenuta a Mosca nella primavera dell’anno scorso. Non pochi si meraviglieranno leggendo che noi attribuiamo alla propaganda russa lo scopo di rassicurare i borghesi di Occidente mostrando loro con i fatti e con le cifre che, pur sotto l’etichetta di comunismo, l’economia russa marcia secondo le leggi impersonali e anonime del capitalismo.

Ma la Conferenza economica internazionale di Mosca, cui parteciparono circa 500 industriali di tutti i paesi del mondo (vedi Unità del 7 marzo 1952), tra cui emissari del re dei tessili italiani, Marzotto, svolse il preciso compito di facilitare ed incrementare il commercio internazionale da e con la Russia. Non si voleva con ciò dimostrare agli industriali convenuti a Mosca, e quindi alla stampa mondiale, che la produzione russa è compatibile con gli interessi dei capitalisti, degli esportatori, delle banche?

Gli industriali invitati a Mosca, ove furono lussuosamente ricevuti e alloggiati, se ne ripartirono con tanto di contratti, Marzotto otteneva grosse ordinazioni di tessuti. Né Marzotto è il solo tra i capitalisti italiani che ha capito la predica. Basta scorrere la stampa quotidiana per rendersi conto che esiste negli ambienti industriali una irresistibile tendenza ad attivare scambi commerciali con i mercati orientali e russi. Sul piano politico essa si manifesta nelle forme di una collerica opposizione al governo filo-americano, accusato di applicare alla lettera le discriminazioni commerciali a danno del blocco russo volute dagli Stati Uniti. In Inghilterra è lo stesso governo che lavora ad onta delle resistenze americane, a realizzare accordi commerciali con la U.R.S.S.

Ma le ammissioni di gran lunga più probanti sul carattere capitalista dell’economia russa erano spregiudicatamente rese in un testo ufficiale, esprimente le posizioni del governo e del partito dominante russo, che fu approvato dal XIX Congresso, tenuto a Mosca nell’ottobre dello scorso anno, e pubblicato sotto la firma di Giuseppe Stalin. Nel volumetto «Dialogato con Stalin», edito dal nostro movimento, ne fu fatta l’esatta decifrazione, discriminando le denunzie e i riconoscimenti di fatti e processi effettivi della produzione, e smascherando i falsi teorici tentati in extremis da Stalin in vista del mantenimento della truffa ideologica sul «comunismo» russo.

Lo scritto staliniano non vedeva la luce a caso. Esso si inseriva perfettamente nella successione delle «rivelazioni a singhiozzo» prestabilita dalla propaganda del Cremlino. La classe dominante russa non può attendere, ha bisogno urgente di manifestarsi per quello che è alle masse borghesi, ma neppure può presentare il suo «biglietto di visita» con mossa improvvisa e definitiva. Molta gente, non esclusi i fanatici irregimentati nell’apparato di partito e nell’attivismo, crede troppo nel «socialismo» russo, per poter resistere senza un disastroso «choc» alle improvvise confessioni di Mosca. Ben deve dunque un adeguato intervallo distaccare le «deposizioni» a discarico che il Governo di Mosca rende, ci si perdoni l’immagine, davanti al tribunale dell’opinione borghese.

La Conferenza economica di Mosca assolse il compito di dimostrare all’affarismo internazionale la possibilità di intrattenere proficue relazioni commerciali con Russia e satelliti. Si riuscì contemporaneamente a dare a bere all’attivismo che il traffico di rubli con dollari è compatibile con l’esistenza del comunismo in Russia. Il testo di Stalin, solennizzato al XIX Congresso, venne alcuni mesi dopo a popolarizzare il fatto reale che la Russia, oltre a svolgere un efficiente commercio estero, sviluppa entro le sue frontiere un non meno attivo mercato interno, che dalle zone industrializzate della pianura sarmatico-ucraina avanza irresistibilmente oltre gli Urali, conquistando il continente asiatico. Fatto nuovo in Russia, ma non nel resto del mondo. Avanzando in direzione opposta, cioè da Est ad Ovest, dall’Atlantico al Pacifico, i pionieri e i cercatori d’oro americani non diversamente gettarono nel secolo scorso le basi del capitalismo yankee.

Stalin pretendeva che diffondere mercantilismo e lavoro salariato in Siberia e nelle steppe dell’Asia centrale costituisce un compito rivoluzionario socialista. Noi non disconosciamo al gigantesco processo una portata rivoluzionaria, ma neghiamo che esso si orienti verso obiettivi socialisti, e affermiamo che l’espansione del mercato interno ed estero russo denuncia la esistenza di un capitalismo in espansione. Non basta. Per il fatto che tutto il campo, o quasi, della produzione agricola avviene nelle forme mercantili e di appropriazione privata del prodotto, e ad essa si aggiunge, per esplicita ammissione dello stesso Stalin, il settore della piccola produzione industriale, per tale ormai incontrovertibile fatto è da negare che in Russia il capitalismo di Stato, cioè la gestione statale della produzione, involga tutto quanto il meccanismo produttivo. In effetti, la gestione di Stato (che è fenomeno riscontrabile in tutte le epoche e le zone del capitalismo) si limita alla grande industria, la quale per giunta si alimenta degli investimenti operati dai privati sottoscrittori dei prestiti di Stato.

Le recenti misure di riprivatizzazione, di restituzione ai privati imprenditori di aziende industriali e commerciali, adottate nella Germania sotto controllo russo, costituiscono un’altra «prova» di buona condotta che Mosca offre ai borghesi del mondo. Con la stessa disinvoltura dei conservatori inglesi che progettano di denazionalizzare le aziende statizzate dal passato governo laburista, per riconsegnarle alla gestione privata, le autorità della Repubblica «democratica» tedesca tirano fuori dalle carceri gli imprenditori privati, messi dentro evidentemente per cacciare fumo negli occhi dei proletari, e li reintegrano nelle loro proprietà.

Il capitalismo in Russia e nei satelliti non è certamente fenomeno di oggi, ma solo oggi, mentre l’elettorato filo-russo si allarga, le centrali propagandistiche del Cremlino lavorano nel senso di renderlo evidente, visibile e tangibile. Ma come le notizie di mortali disastri vengono propinate a gocce, si fa in modo che le masse proletarie, infatuate del russismo, se ne rendano conto poco alla volta. Forse che il proletariato americano e filo-americano non segue il proprio governo pur sapendo che negli Stati Uniti o in Inghilterra o in Italia vige il capitalismo? Mosca ha il mondo borghese da conquistare, ma non intende perdere il controllo delle vaste masse dominate dai partiti comunisti. Ben sapendo che le masse non sono capaci da sole di andare oltre il riformismo salariale Mosca non teme di mostrarsi per quello che è: la centrale di un capitalismo in fase di espansione. Non temerà di togliersi completamente la maschera di fronte al proletariato.

Solo il partito rivoluzionario è abilitato a smascherare i falsi del nemico borghese. Ma la sua funzione che oggi si esplica prevalentemente sul terreno critico, per trasferirsi nell’avvenire su quello dell’azione, è condizionata dallo svolgersi della dialettica dei fatti materiali. Se da quasi 30 anni la sinistra comunista italiana ha denunziato il corso capitalistico assunto dalla rivoluzione russa, e se Mosca stessa apporta oggi le conferme delle nostre previsioni, ciò segna una vittoria del metodo marxista. Ma essa resterebbe un successo da laboratorio, se non conferisse al nostro movimento, come siamo certi che accadrà, una maggiore forza di irradiazione e di proselitismo, e agli strati più avvertiti del proletariato a noi vicini la certezza di avere dubitato con fondatezza della sincerità della propaganda staliniana.