Partito Comunista Internazionale

Federati contro la classe operaia i governi di Occidente ed Oriente

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La rivolta operaia del 17 giugno di Berlino-Est, l’unica autentica azione di classe del proletariato dalla fine della guerra ad oggi e la prima violenta ribellione di massa alla tirannia staliniana dagli anni in cui la controrivoluzione antisocialista trionfò in Russia (1924-1926) ad oggi, risuonò come campana funebre nel vasto impero dominato da Mosca. Ma non soltanto in questo. Fin dal momento in cui le potenze imperialistiche vincitrici della guerra mondiale si divisero sui fronti della cosiddetta guerra fredda, noi affermammo che l’inaudita audacia dei governi di Washington e Mosca che, ad onta delle paurose distruzioni materiali e sociali causate dal conflitto, osavano aprire una violenta fase di conflitto e di rivalità, era da spiegarsi con la completa degenerazione opportunista del movimento operaio, ormai impotente a sganciarsi dalle influenze degli Stati.

La rivolta operaia di Berlino-Est, per il fatto provato che si scagliò in principio contro l’impalcatura statale russa di occupazione senza legarsi alle potenze anglo-americane, le quali soltanto alla fine della convulsione riuscirono ad utilizzare dimostrativamente le proprie organizzazioni clandestine, doveva avvertire paurosamente i governi dei Grandi che la prosecuzione della guerra fredda si presentava gravida di incognite. Una valvola di sfogo del capitalismo mondiale non funzionava: lo stalinismo, il supremo inganno della borghesia internazionale passata audacemente al pericoloso gioco di travestire con le forme esteriori della teoria rivoluzionaria proletaria il contenuto inequivocabile dello sfruttamento capitalista, rivelava la sua intima debolezza. Ma le sassaiole dei rivoltosi di Berlino e della Germania orientale russificata, colpendo i carri armati russi lanciati nella repressione, miravano al cuore del capitalismo universale, del capitalismo che in Russia e in America e in Europa ha la stessa medesima funzione di sfruttamento e di oppressione del proletariato lavoratore.

L’odierna pausa della guerra fredda, che sembra preludere ad una rinnovata sistemazione della Russia e delle zone euro-asiatiche da essa controllate nell’equilibrio internazionale facente perno sul governo degli Stati Uniti, segue di sei mesi la rivolta proletaria di Berlino, ma indubbiamente non si può spiegare con un altro avvenimento. La stampa foraggiata dai governi occidentali filoamericani non può comprenderlo perché in molti casi veramente crede all’antitesi dei regimi sociali americano e russo. Se così fosse, se il capitalismo occidentale veramente fosse minacciato di morte dai regimi staliniani, la politica del Governo americano, espressa in termini bellicosi da Foster Dulles, avrebbe dovuto, dopo la rivolta di Berlino, inasprirsi anziché raddolcirsi, proseguire fin verso le estreme conseguenze anziché fermarsi a metà della strada. È successo invece che proprio nel momento di pericolo per il regime di Mosca, i governi di Washington e Londra, specialmente quest’ultimo per opera di Churchill, hanno proceduto ad allentare la stretta che minacciava di strozzare il preteso avversario di oltre cortina. Non si può prevedere se l’odierno periodo di temporeggiamento partorirà un accordo generale, ma se le prossime conferenze internazionali dovessero lasciare il tempo che trovano, ciò non cancellerebbe il fatto inoppugnabile che, all’indomani della rivolta di Berlino, il mondo della controrivoluzione e della guerra ha trattenuto il fiato, ha smesso sia pure temporaneamente le polemiche e i conflitti intestini, permettendo così al Governo di Mosca di prendere importanti provvedimenti di politica interna volti ad allontanare la tremenda pressione esercitata dallo stalinismo al potere sulle masse lavoratrici delle città e delle campagne.

Ipocritamente, i governi occidentali fanno lavorare la loro propaganda sul tema che lo sfruttamento, l’oppressione e la miseria delle masse salariate e dei contadini poveri dei territori occupati da Mosca derivano dalle forme del regime staliniano, spacciato per socialista. In realtà, lo sfruttamento delle classi lavoratrici dei paesi d’oltre cortina innanzitutto si origina dal modo di produzione capitalistico che lo stalinismo sotto le apocrife insegne socialistiche sicuramente perpetua e conserva. In secondo, e non meno importante luogo, sono proprio le condizioni generali dell’imperialismo, caratterizzate dalla divisione del mondo in due blocchi rivali, che esasperano le congenite tendenze alla accumulazione e alla concentrazione del capitale, inscindibili dall’economia capitalistica ovunque essa si svolga, ad occidente come ad oriente della cortina di ferro. Naturalmente, la corsa al riarmo, possibile solo attraverso l’esaltazione della produzione di mezzi di produzione, di beni strumentali, e la conseguente depressione del livello della produzione dei beni di consumo, non poteva essere sopportata con eguale resistenza da tutti i settori del capitalismo mondiale. I paesi storicamente più giovani e economicamente più deboli, oppure di maggiore età storica ma indeboliti dall’usura terribile di due guerre mondiali – e intendiamo alludere all’Inghilterra e alla Russia – per insopprimibile necessità dovevano chinarsi sotto l’intollerabile peso. La rivolta di Berlino doveva rivelare paurosamente che lo sforzo della Russia era arrivato al limite estremo. La politica di intensa accumulazione ottenuta attraverso un furioso sfruttamento della mano d’opera invano mascherato sotto la mitologia stakhanovista, era arrivata al punto critico. Un successivo passo avanti avrebbe portato alla generalizzazione della rivolta nell’impero di Mosca. Toccava all’America costringere i russi a farlo, ma, ad onta di tutte le dichiarazioni di odio allo stalinismo, l’America non ha mosso dito. Eppure non mancavano i mezzi per attizzare il conflitto: Formosa, Trieste, Berlino, Corea, Indocina.

Prova migliore della sostanziale solidarietà dei governi vigenti di fronte alle minacce provenienti dal sottosuolo sociale, non poteva aversi. Per quanti fastidi possa creare al super-Stato americano, lo stalinismo rappresenta, nelle zone meno sviluppate della geografia capitalista, nei punti più deboli della dominazione borghese, la rocca dell’estrema difesa dell’ordine costituito borghese. La rivolta di Berlino vi scagliò contro un pauroso colpo di ariete. Come il sussulto non doveva propagarsi fino alle basi del mostro statale americano? Oggi come oggi la innegabile decadenza della borghesia europea, che a mala pena le classi dominanti di Inghilterra e Germania riescono a dissimulare nel proprio corpo, fa della Russia il principale potere di conservazione e di repressione antioperaia, nell’area continentale che si estende dalle coste orientali dell’Atlantico a quelle occidentali del Pacifico. Ma dietro la Russia si erge l’America. Chi tocca la Russia, mette in pericolo l’America. La Russia atterrata dalla rivoluzione proletaria significherebbe l’America sola in un mondo nemico. Viceversa, il crollo dello Stato americano precederebbe di poco l’esecuzione capitale del gendarme moscovita, impotente al gigantesco compito di reggere un mondo capitalista orfano degli Stati Uniti.

Lasciamo che le prossime settimane soddisfino la morbosa curiosità della gente «politicizzata». Riprenderà la guerra fredda? Succederà un periodo di pace? America e Russia troveranno un accordo? Daranno gli avvenimenti una risposta positiva oppure negativa a codesti quesiti, noi non ci chiuderemo certamente nella torre di avorio degli indifferentisti che pretendono di scoprire eguali effetti nel verificarsi di qualsiasi alternativa prevedibile delle questioni storiche. Ma qualunque sbocco avranno gli odierni sondaggi internazionali, non avremo bisogno di conoscerlo per poter dimostrare che l’accordo – quello reale, quello profondo, scaturente dalla convergenza degli interessi di classe da far prevalere contro il proletariato mondiale – non data da oggi, e neppure dalla rivolta di Berlino, essendo molto più antico, più antico anche della alleanza militare stipulata da Mosca, prima con Hitler, poi con Roosevelt e Churchill durante la seconda guerra mondiale. La Sinistra Comunista Italiana, di cui siamo i continuatori, fin dal lontano 1926 denunciò l’avvenuta involuzione dello Stato operaio russo, la mutilazione definitiva del compito socialista della doppia rivoluzione antifeudale e anticapitalista di Ottobre 1917, la subordinazione dei partiti comunisti alla controrivoluzione staliniana. Da quel tempo data l’inserimento dello Stato russo nella macchina di dominazione del capitalismo mondiale. L’esecuzione del bolscevismo leninista, l’alleanza con il fascismo nazista e successivamente con le democrazie anglo-americane nel secondo conflitto, il graduale rivelarsi del contenuto capitalista dell’economia russa, dovevano rappresentare non prove, ma conferme della prova prodotta dalla Sinistra Comunista a carico del capitalismo russo, circa trent’anni fa.

I sei mesi di respiro che le potenze occidentali, in ispecie gli Stati Uniti, hanno concesso, ad onta della virulenza delle polemiche, al Governo di Mosca, dovevano permettergli di scongiurare il tremendo pericolo di generalizzate rivolte degli schiavi salariati oppressi dallo stalinismo imperante. La rivolta di Berlino aveva posto a Mosca il dilemma: allentare la morsa dello sfruttamento o perire. Oltremodo spaventato, il governo Malenkov non ha perso tempo, ha provveduto a ridurre la produzione dei beni capitali e a rallentare lo sviluppo dell’industria pesante, nello stesso tempo che con opportune concessioni al commercio privato dei prodotti agricoli — altra conferma del capitalismo russo — si adoperava a lenire in qualche modo la miseria delle masse lavoratrici. Ma la temporanea pausa nella produzione di guerra presupponeva un corrispondente atteggiamento temporeggiatore da parte dell’imperialismo americano, altra alternativa non essendo possibile, tranne l’apertura della terza guerra mondiale. I fatti stanno a dimostrare che l’America ha dovuto rassicurare il suo ex alleato indossando la pelle dell’agnello, costrettavi dalla incombente minaccia di crisi di sovraproduzione che la spinge a cercare una nuova valvola di sfogo nel mercato mondiale. Può darsi che la prossima conferenza dei Grandi produca una sistemazione delle questioni che fanno recalcitrare Mosca innanzi alla spinta dell’imperialismo americano, come può darsi di no. Ma qualunque sarà l’esito del convegno, e dei prossimi ai quali sembra esso farà da preludio, una cosa è assolutamente certa per noi: la sostanziale solidarietà antirivoluzionaria tra le Potenze anglo-americane e la Russia. Uniti e pacificati come al tempo degli accordi di Yalta e Potsdam, o violentemente divisi come all’epoca della guerra di Corea, i Governi di Washington e di Mosca sono sempre stati federati contro il proletariato. L’avvenire non smentirà il passato e il presente.