PARTE V – BILANCIO FINALE
Kategoriat: Communist Abstensionist Fraction of the PSI, Communist Left, Party History, PCd'I, Trotskyism
Kattojulkaisu: O Preparazione rivoluzionaria, o preparazione elettorale
PARTE V
BILANCIO FINALE
«Il parlamentarismo, seguendo lo sviluppo dello Stato capitalista che assumerà palesemente la forma di dittatura che il marxismo gli ha scoperto fin dall’inizio, va man mano perdendo d’importanza. Anche le apparenti sopravvivenze degli istituti elettivi parlamentari delle borghesie tradizionali vanno sempre più esaurendosi, rimanendo soltanto una fraseologia e mettendo in evidenza nei momenti di crisi sociale la forma dittatoriale dello Stato, come ultima istanza del capitalismo contro cui ha da esercitarsi la violenza del proletariato rivoluzionario».
Tesi caratteristiche del Partito, 1952, Parte IV. 12
Se nel 1926, poco dopo il Congresso di Lione, all’Esecutivo Allargato dell’Internazionale Comunista del febbraio-marzo, Bucharin, allora impegnato a scaricare tutte le sue batterie contro il ”bordighismo” in attesa di poterle rivolgere contro il ”trotskismo”, avesse potuto fare, nello spirito del Secondo Congresso, il bilancio di cinque anni di ”parlamentarismo rivoluzionario” nei maggiori partiti comunisti di Occidente, il quadro non sarebbe stato meno triste di quello da lui tracciato nel 1920 in riferimento a partiti ancora alberganti nel loro seno nutrite ali riformiste.
Il Partito tedesco aveva bensì ottenuto grandi successi elettorali, ma, nella stessa misura, aveva perduto in combattività e mordente sul terreno degli scontri di classe – l’unico che nel 1920 fosse preso a criterio di giudizio: continuerà a mietere voti ancora alla vigilia dell’incruenta ascesa al potere di Hitler! Quanto alla sua attività parlamentare, non solo non poteva vantare alcun esempio di ”sfruttamento” della tribuna del Reichstag a fini di propaganda e di battaglia rivoluzionaria, ma aveva giustificato in pieno l’allarme della Sinistra al Secondo Congresso, andando nel 1923 al governo con i socialdemocratici in Sassonia e Turingia (pronubo l’Esecutivo dell’Internazionale) e, dopo l’elezione di Hindenburg alla presidenza del Reich, lanciando proposte di… fronte unico elettorale e parlamentare non pure alla socialdemocrazia, ma alla ”sinistra” borghese.
Il P.C. di Francia si era attirato, ad ogni nuova riunione a Mosca, i fulmini dell’Internazionale per le sue croniche, recidive parlamentaristiche, per la mancata o insufficiente ”utilizzazione del parlamento” durante l’occupazione della Ruhr e, peggio, durante la guerra coloniale del Riff, mentre sul piano delle elezioni amministrative tornava agli antichi amori dell’appoggio ai ”cartelli di sinistra” (tattica di Clichy), e ancora nel 1927 scandalizzava nientemeno che Palmiro Togliatti per il suo inguaribile ”cretinismo parlamentare”.
Il Partito italiano aveva rischiato di buttarsi anima e corpo in braccio all’aventinismo nel 1924, e nel 1936 – liberatosi dell’incomoda Sinistra – maturava l’evoluzione che, in nome della ”libertà” da salvare, doveva condurlo l’avanguardia del revisionismo.
Cacciato dalla porta nel 1920, il parlamentarismo rientrava, sia pure ancora timidamente, dalla finestra. Era quello contro cui, inascoltati, avevamo messo in guardia. Al di là dalle prime dèfaillances di un metodo tattico, possiamo oggi vedere come la mancata adozione dell’astensionismo marxista nel 1920 abbia pesato – il che è ben più grave – sugli sviluppi del movimento operaio rivoluzionario negli anni 1925-1927 in cui si giocavano le sorti dell’Internazionale di Lenin.
Al Secondo Congresso, la Sinistra aveva sottolineato come l’insistere nella prassi parlamentare nel delicato periodo di formazione dei Partiti comunisti, soprattutto nei paesi a capitalismo stramaturo, minacciasse di ritardare o indebolire il necessario processo di selezione delle sane forze comuniste e proletarie dall’incancrenito democraticismo e riformismo della destra e del centro. Il rifiuto di applicare subito ai partiti nascenti questo che era per noi un salutare reagente, un catenaccio mille volte più efficace di qualunque condizione di ammissione per respingere da noi l’assalto riformista ai giovani partiti dell’Internazionale, fu duramente pagato in quegli anni drammatici, quando alla coraggiosa, per quanto tardiva battaglia dell’Opposizione russa contro lo stalinismo rampante, dai partiti fratelli d’Occidente non venne quell’appoggio che la Sinistra aveva chiesto con urgenza. Non poteva venire, perché essi erano nati quasi tutti pletorici, gonfi di riformistoidi nascosti dietro il paravento dell’accettazione soltanto formale dei 21 punti di Mosca, e della sostanziale adesione al solo punto che assicurasse loro una possibilità di ritorno comunque in parlamento. Erano zeppi di parlamentaristi travestiti, momentaneamente silenziosi ma pronti a tornare in avanscena – come appunto avvenne nel 1925-27 – man mano che l’astro del ”socialismo in paese solo”, cioè della nuovissima ondata opportunista, revisionista, controrivoluzionaria, saliva all’orizzonte. Il monito era stato dato nel 1920: il 1926, sciaguratamente, mostrava quanto fosse stato realistico. Era troppo tardi.
Che, dopo di allora, della costruzione 1920 del ”parlamentarismo rivoluzionario” nulla sia rimasto in piedi nei partiti che ancora si dicono comunisti, non occorre nemmeno spendere tempo a dimostrare: in parlamento essi sono e restano – né lo nascondono – non per distruggerlo, ma per tenerlo in piedi caso mai crollasse. Il ”cretinismo parlamentare” si è preso la sua rivincita: l’ammonimento nostro del 1920 sulla tenacia di questo morbo nei paesi che da cento anni e più hanno compiuto la rivoluzione democratica borghese poteva allora apparire dettato da ”pure considerazioni teoriche”; oggi, è carne e sangue della storia.
Ma qualche cosa di più è avvenuto, e costituisce un’altra vittoria nostra, teorica ancora una volta, ma appunto perciò straordinariamente pratica. Nella stessa misura in cui i partiti della fu Internazionale Comunista si imbevevano di parlamentarismo in un grado sconosciuto ai Turati e ai Kautsky – rispettabili ancora, di fronte ai discepoli d’oggi – la borghesia democratica si toglieva di dosso quell’ultima foglia di fico, per non lasciarla sussistere che come soporifera droga da somministrare ai proletari. Vittoriosa in guerra sul fascismo, la democrazia sopravvive oggi unicamente in forza di un’adozione non solo integrale ma centuplicata del metodo fascista, che è poi l’altra faccia del dominio totalitario delle grandi potenze imperialistiche alla scala del mondo. Lo constatano gli stessi ”ideologi” della classe dominante, essi che per primi gemono – gemere è la loro funzione, mentre la storia fa il suo corso inesorabile – sul divorzio fra ”paese reale” e ”paese legale”, sulla schiacciante preminenza dell’esecutivo, sulla soffocante ”dittatura” della ”classe politica” e dei suoi partiti, sulla riduzione dei molto onorevoli deputati e senatori a burocrati stipendiati, a managers dell’impresa statale, a ombre – faticosamente rinverdite dagli schermi televisivi – di quella che si presume sia la loro ”storica” funzione. In questa cornice, la ”tribuna” parlamentare non è più nulla, neppure un microfono, e l’”aula” ha da tempo cessato d’essere il teatro delle grandi battaglie non diciamo di principio, ma anche soltanto oratorie: è il regno dell’ordinaria amministrazione, e a ridargli un pallido lustro non restano – fatica inane – che le colonne di una qualunque Unità…
”Il cadavere ancora cammina”, sì, ma solo come specchietto per le allodole proletarie. Se queste, per ipotesi assurda, scomparissero del cielo tempestoso della società borghese, anch’esso sparirebbe senza che nessuno si accorgesse della sua scomparsa, perché la macchina statale gira per conto proprio e i costi di manutenzione di Montecitorio e di Palazzo Madama non entrano nel suo bilancio che come faux frais della conservazione sociale. I suoi puntellatori ”socialisti” e ”comunisti” non hanno neppur più la giustificazione che di là ”si parli alle masse”: la voce, là dentro, si spegne prima ancora si uscire dalle labbra (delicate labbra, del resto) di chi la articola. Il baraccone ha il solo compito di fare atto di presenza: la sua funzione di riduce ad ”essere lì”, cadavere che ingombra la strada della ripresa di classe proletaria.
Disse Stalin – erano esigenze di conservazione del regime a farglielo dire – che toccava ai partiti comunisti risollevare le bandiere irrise e calpestate dalla borghesia. Non altro compito la classe dominante assegna ai traditori; non altro è il mestiere per il quale, profumatamente, li paga.
Il partito di classe, il partito rivoluzionario marxista, non ha che da prenderne atto. Lo facemmo, come si vede nell’articolo che segue, alla vigilia delle elezioni politiche indette per il maggio 1952 – non per un anno della seconda metà del secolo, ma per tutto l’arco di tempo che dalla rivoluzione ci separa. Nel 1920, dicemmo che l’adozione del ”parlamentarismo rivoluzionario”, specie nei paesi di capitalismo avanzato, era pericolosa. Oggi, il bilancio di lunghi decenni ci autorizza a dire che, a prescindere dalle buone intenzioni, ritentarlo sarebbe disfattista: equivarrebbe, coscientemente o no, a ridare parvenza di vita a ciò che la storia stessa, con nostra somma gioia, ha ucciso; significherebbe restituire ossigeno a quello che la borghesia – smentendosi e dando ragione a noi – ha mostrato essere soltanto una larva.
Volga la terga per sempre il proletariato all’ignobile teatro dei pupi, e cerchi ossigeno delle grandi battaglie passate e avvenire – per dirla con Trotski – là dove è solo possibile respirarlo: fuori da quelle mura, sulle piazze!