Kansainvälinen Kommunistinen Puolue

Manovre fra sindacati e governi per prevenire la rivolta dei lavoratori emigrati Pt.2

Kategoriat: CGIL, CISL, Colonie Libere Italiane, ILO, Immigration, Switzerland, UIL

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Dopo aver dimostrata la politica di collaborazione di tutti gli organismi che pretendono rappresentare gli emigrati, sia di emanazione statale sia ispirati dai partiti e sindacati opportunisti, prosegue qui la documentazione relativa alle Colonie Libere Italiane.

Da parte delle CLI notiamo la costante ricerca di appoggi dalle autorità italiane e dai partiti, ritenendo che «ricorrendo ai canali ufficiali, l’azione della CLI si sarebbe posta su un piano legalitario che avrebbe offerto sufficienti garanzie alle autorità svizzere». Ovviamente, nonostante la scelta delle «vie legali» tutte le organizzazioni operaie erano sotto il controllo poliziesco anche delle autorità locali.

Ma al XXI Congresso tenutosi a Losanna il 20-3-1965, «…l’impressione generale che si ricava da questo Congresso è di un maggiore coraggio. Si è superata la paura di pronunciare la parola ”politica”, quando per politica s’intende la pratica che la Federazione deve svolgere in considerazione delle cose inerenti alla emigrazione italiana. Il Congresso d’altra parte riuscì a rassicurare anche le autorità svizzere poiché aprì un periodo di distensione durante il quale le CLI furono guardate con tolleranza se non addirittura con benevolenza. L’interesse da parte svizzera di appianare i contrasti e di cercare delle soluzioni che non acuissero le tensioni coincideva con la linea della CLI. Il fatto che la più grossa associazione di immigrati si dichiarasse favorevole alla collaborazione e alla discussione, anziché alla protesta violenta, non poteva che essere considerato un fatto positivo» (Gli immigrati italiani in Svizzera e il ruolo delle Colonie Libere).

In questo Congresso fu respinta la concezione del sindacato come cinghia di trasmissione dei partiti e se ne auspicò invece l’autonomia più piena e completa.

Non è casuale che la svolta, il riconoscimento e la concessione delle garanzie richieste dagli Stati borghesi avviene negli anni 1965-1970, quando in Italia si vara il pateracchio dell’unità sindacale fra CGIL, CISL, UIL, e della «nuova» impostazione sindacale, «estendendola ai problemi dello sviluppo economico, e per profonde trasformazioni sociali ed economiche».

In questo periodo assistiamo a tre avvenimenti importanti per il rafforzamento del cerchio opportunista dei sindacati degli emigranti, e per una efficiente relazione e collaborazione bonzesca tra i sindacati degli altri paesi:

In Italia: la Conferenza nazionale dell’emigrazione, proposta unitariamente da CGIL, CISL, UIL sin dal 1968-69, che il governo si era impegnato a tenere entro la fine del 1974.

In Europa: il perfezionamento e l’applicazione dei regolamenti comunitari sulla manodopera, compresa la discussione e l’attuazione a breve scadenza di un vero e proprio programma sociale, su tutti i problemi dei lavoratori, emigrati e no, con il contributo, un impegno unitario e una vera contrattazione dei sindacati e della nuova Confederazione Europea Sindacale, di cui dal luglio 1974 fa parte anche la CGIL.

A livello internazionale: l’elaborazione e discussione di una nuova Convenzione e Raccomandazione sui lavoratori migranti per adeguare le norme nazionali ed internazionali alla nuova situazione; l’OIL (Organizzazione Internazionale del Lavoro) porterà a termine questo lavoro nel giugno 1975, con la partecipazione di tutto il mondo.

Tutto lo sforzo compiuto per giungere a questa nuova elaborazione delle proposte avanzate dai sindacati, è stato possibile solo tramite una «strutturazione e il funzionamento degli organismi preposti all’emigrazione negli anni cinquanta e sessanta. Particolarmente intensi furono in quest’ultimo periodo gli interventi sulla politica e l’azione comunitaria, gli incontri a Roma con delegazioni di emigrati, sopralluoghi ed assemblee all’estero assieme ai patronati e in collaborazione, ogni volta che era possibile, con i sindacati e sindacalisti dei paesi di immigrazione». (Il Ponte).

Il periodo del «castigo» può così terminare, si apre il ciclo delle «conquiste democratiche». In un documento del CNEL, Osservazioni e proposte, (documento approvato dalla CGIL, CISL e UIL) si legge: «È particolarmente significativo che i sindacati italiani abbiano promosso sin dagli anni 65-69 un’azione unitaria molto larga tra gli emigrati e siano riusciti ad inserire nella stessa indagine del CNEL la necessità, da essi sostenuta da tempo, non solo di potenziare l’intervento sindacale tra gli emigrati, ma anche di costituire, per superare la divisione e l’isolamento degli emigranti, dei Comitati democratici e rappresentativi d’intesa o unitari, paese per paese. L’esistenza di un Comitato unitario d’intesa o di coordinamento per ogni paese d’immigrazione – espressione democratica di una serie di analoghi comitati locali – permetterebbe anche di snellire e rendere più tempestivi e diretti i contatti con i numerosi circoli ed associazioni esistenti».

La politica seguita dal 1945 al 1970 dalle organizzazioni politiche, sindacali ufficiali nei paesi di emigrazione, dalle CLI le quali hanno scelto sempre le vie legali della collaborazione e del compromesso, dopo aver portato a termine i piani di pacificazione sociale col sindacalismo ultrariformista, riesce ad inquadrare e controllare le masse operaie emigrate. I risultati formali sono: 1) Il riconoscimento ufficiale, da parte degli Stati interessati, dei partiti opportunisti; 2) Riconoscimento ufficiale della CGIL.

Il cerchio si è completato: «A Zurigo il Congresso dei comunisti italiani in Svizzera» è il grido di «vera vittoria democratica» che l’Unità del 12-3-75 riporta: «questo Congresso della Federazione, terzo della serie, è stato il primo autorizzato ufficialmente dalle autorità elvetiche».

È dunque chiaro che la borghesia internazionale si prepara a difendere il suo avvenire di classe, e nella misura in cui la crisi avanza l’opportunismo presenta il migliore baluardo della controrivoluzione.

Non è un caso che il 1975 segna la cosiddetta «vittoria» del partitaccio, la borghesia svizzera, così democratica e larga di vedute, autorizza che convegni, dibattiti, conferenze, tavole rotonde, sezioni e federazioni, tombole e feste dell’Unità si possano tenere in ogni luogo.

Finalmente anche quel fetente di Canonica, (presidente dell’USS e deputato al parlamento del PSS), in occasione dello schieramento elettorale, diventa il migliore propagandista del partitaccio:

«…un’apertura verso sinistra che coinvolga anche il PCI … può essere salutare per l’Europa e per il mondo intero … La disponibilità del Partito Comunista Italiano verso la democrazia non è tattica ma corrisponde a una vera evoluzione … si tratta di un atteggiamento sincero, il risultato di un lungo processo di maturazione. Pertanto si creano nuove premesse anche di ordine economico che per quanto riguarda la Svizzera significano la possibilità di riattivare i suoi commerci con l’Italia. Ma vi è anche un aspetto che riguarda gli emigrati: da un lato potrebbe essere ridimensionato il problema attraverso una politica di riassorbimento in Italia, dall’altro i vostri lavoratori potrebbero trarre vantaggio da una negoziazione migliore con le autorità elvetiche» (l’Unità 25-5-76).

Il riconoscimento ufficiale della CGIL in campo internazionale mira agli stessi obiettivi del riconoscimento dei partiti opportunisti. I bonzi esprimono questa alleanza, all’interno con CISL e UIL, all’esterno con la «Confederazione europea sindacati» (sindacati liberi).

Dall’«unità organica» con CISL e UIL, il passo è breve, si passa all’«unità organica» dei sindacati liberi europei. Nel 1974 la CGIL entra a far parte di questo organismo e nel 1975, appunto al congresso della CES a Londra, è presente in veste ufficiale.

Da anni stiamo smascherando ai proletari «l’agonia della CGIL», dal punto di vista della sua entrata nel girone dei «funzionari di Stato»; nel rinnegamento di qualunque tradizione di classe, essa è passata dall’agonia alla morte.

Ne abbiamo descritto il lento ma inesorabile cammino al servizio del Capitale internazionale; bisognava assolutamente imprigionare la classe operaia in un unico organismo sindacale. Semplificando la questione si può ben dire che oltre 12 milioni di emigrati, solo nell’Europa occidentale, sono una potente forza che bisogna assolutamente tenere sotto controllo. Tutto tende a questa manovra controrivoluzionaria.

In una riunione del comitato sindacale di coordinamento nei paesi del MEC, la Federazione Sindacale Mondiale riunitasi a Differdange (Lussemburgo) nell’ottobre del ’59 si afferma che negli anni avvenire l’espansione economica nei sei paesi sarà tale da dover far ricorso ad una importazione di mano d’opera, «di cui l’Italia sarebbe il principale fornitore». (Gli emigrati, Ed. Riun).

I paesi del MEC si propongono di raggiungerla attraverso la «libera circolazione dei lavoratori» ed i sindacati eseguono ubbidienti questi compiti di fronte al fenomeno migratorio:

  1. Si presenta una piattaforma rivendicativa che dicesi corrispondente agli interessi dei lavoratori migranti.
  2. Si accetta la necessità della libera circolazione della mano d’opera, della emigrazione dei lavoratori, ed è compito delle organizzazioni sindacali di prestarvi la massima attenzione.

La CGIL è portavoce di questo piano che può essere definito «piano per la programmazione dell’emigrazione», in effetti aumenta l’interesse e l’impegno della CGIL sui problemi dell’emigrazione. Il modo è semplice basta costituire degli «uffici» che si interessano che le leggi borghesi vengano giuridicamente rispettate; a questo scopo si istituiscono gli uffici di assistenza: oggi l’Istituto nazionale confederale di assistenza, è presente in ogni centro industrializzato della Svizzera, Germania, Belgio, Francia, ecc.

La concorrenza sfrenata è solo di bottega fra: INAS-CISL; ITAL-UIL; ACLI e la forte INCA-CGIL. In realtà da tutte le Conferenze, dibattiti, convegni, tavole rotonde, Congressi nazionali e Congressi internazionali, che a ritmo sempre più sostenuto si tengono dal 1959 al 1976, scaturiscono rivendicazioni poggianti esclusivamente su un programma di assistenza sociale.

Il «trust dei poveri cervelli» dei bonzi si riunisce per studiare le misure assistenziali per vincolare la classe operaia ai destini e al buon andamento dell’economia dello Stato.

Anche l’altro incontro tenuto a Stoccarda il 20-22 maggio non ha fatto che riproporre i vecchi bilanci e le vecchie iniziative.

L’iniziativa più importante è stata ovviamente quella della «solidarietà e l’appoggio dato unanimemente alla delegazione italiana per favorire il rientro degli emigranti che intendono partecipare alle elezioni del 20-21 giugno, tutti i sindacati interverranno direttamente presso i governi e datori di lavoro per ottenere permessi dalle aziende, mezzi di trasporto ecc.». (L’Unità).

Quali iniziative prendere sembrano chiedersi i bonzi sindacali? La situazione economica si aggrava, la disoccupazione aumenta, le statistiche dei rientri degli emigranti (pur manomesse), salgono purtuttavia a 12 milioni di operai, la «fanteria leggera del capitale» preoccupa la schiera dei bonzi. Preoccupa anche il fatto che, per quanto riguarda l’Italia, mentre 100 mila emigrati all’anno partono (se trovano dove accamparsi), l’Italia conta anche 300 mila immigrati stranieri, di cui 200 mila sono lavoratori senza contratti di lavoro, provenienti dal Nord Africa e da altri paesi del Sud-Europa.

In un marasma di ipocrite rivendicazioni caritatevoli borghesi arriviamo alla «Conferenza Nazionale dell’Emigrazione», tenuta a Roma nei primi mesi del 1975; in un nostro articolo abbiamo sottolineato che «l’opportunismo ha ancora una volta confermato la sua totale sottomissione allo Stato borghese».

La grande Conferenza è stata sbandierata per anni dai bonzi come l’unica che avrebbe dovuto risolvere tutti i grandi problemi che assillavano l’emigrazione i quali invece si sono «risolti» con il rientro di migliaia e migliaia di emigrati.

La «Conferenza di Roma» era necessaria per l’opportunismo, esso è stato «impegnato» in questi anni per fare degli emigrati un patrimonio prezioso da proteggere, una massa di operai che doveva avere il suo «protettore» nella borghesia nazionale, o per essa, nei falsi rappresentanti proletari.

Si è deciso nella «Conferenza» che la contropartita da esigere da parte degli Stati interessati per queste carogne doveva essere di «democrazia diretta», risolvere cioè alcuni problemi di poltrone. Abbiamo detto che il riconoscimento ufficiale dei partiti opportunisti e dei bonzi sindacali è stata una prima mossa, la seconda, ed è la «grande vittoria», sarebbero i «Comitati Consolari di Coordinamento», «Fino ad oggi hanno amministrata la mera assistenza e l’emigrazione non li ha mai direttamente eletti. Era il Console a vedere e provvedere. Se il Console era democratico, bene; altrimenti … In Svizzera ora è aperta la vertenza per la conquista dell’elezione diretta e di nuove competenze per i comitati. È una battaglia che valica addirittura i confini europei: investe l’emigrazione italiana in tutto il mondo. Quale la linea? Cosa e come rivendicare? – I cittadini in Italia possono contare su tutta una serie di servizi che vengono dalla Regione, dalla Provincia, dal Comune – organismi questi tutti eletti democraticamente. All’estero, invece, noi emigrati non abbiamo niente di simile, pertanto il Co.Co.Co. può e deve funzionare alla stregua di un’autonomia locale. Il Comitato … può e deve, dunque, essere inteso come una specie di Consiglio comunale, i responsabili delle varie commissioni che si formeranno al suo interno come degli assessori, il presidente del Comitato medesimo come un sindaco, ecc.». (Emigrazione italiana 26-11-1975). Una specie di extraterritorialità della macchina statale contro il proletariato.

La seconda «vittoria», che rientra sempre nelle «conquiste democratiche» dell’opportunismo, è la politica regionalistica dell’emigrazione.

È dal 1973 che in un’«inchiesta parlamentare», l’opportunismo fa studi, interventi, discorsi (e quanti, perché non costano), statistiche e tavole rotonde (con pasto pagato), finché si arriva al 27-6-1973 quando, finalmente e definitivamente viene approvata la legge regionale «per la consulta dell’emigrazione e per il fondo regionale dell’emigrazione con la possibilità di dare a queste Consulte Regionali una parte importante e stabilita in un Consiglio Nazionale della Emigrazione, che dovrebbe diventare una sorta di libero Parlamento del mondo della Emigrazione, … dalla base al centro, e non viceversa; … a forme diverse di assemblee che facciano del Consiglio Nazionale un organo di democrazia diretta, in continuo rapporto sia con le Regioni, sia con gli Emigrati». (Emigrazione verso la crisi, FILEF).

Basilicata – Calabria – Emilia-Romagna – Friuli-Venezia Giulia – Lazio – Puglia – Sardegna – Trentino-Alto Adige – Umbria – Veneto e Spezzini nel Mondo, queste sono le conquiste dell’opportunismo.

Localismo, commissioni paritetiche, Consulte, Parlamentini e Comitati Consolari non sono che metodi traditori di una prassi che dura da decenni. Noi, da sempre, indichiamo alla classe proletaria che solo la violenza armata e la dittatura di classe del proletariato diretto dal partito comunista può abbattere (non riformare) questo terribile sistema ed il suo gendarme, lo Stato, democratico o autoritario che sia. Vorrebbero rispondere con le conquiste democratiche del «libero parlamento del mondo dell’emigrazione» alla crisi avanzante del modo di produzione capitalistico.

L’opportunismo affonda sempre più le sue radici nella melma, o meglio nel putrido pozzo di fogna: i suoi avvocati, professori, uomini di cultura, che si sono fatti le ossa sulla pelle di milioni di proletari, spudoratamente continuano nel loro tradizionale modo di imbrogliare e fregare gli operai.

La lotta di classe, quella vera, incoercibile, mossa da determinazioni materiali comuni a milioni di sfruttati, nei principali paesi del capitalismo, accumunando proletari autoctoni ed immigrati, rovescerà per sempre insieme al regime borghese questa infame rete internazionale di terrorismo e di menzogne.