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Iran: l’unica rivoluzione possibile è quella proletaria

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«La rivoluzione di tutto il popolo ha partorito un mostro; la dittatura islamica ». E’ l’epigrafe con la quale chiudono tutte le loro analisi del poderoso e per tanti versi inatteso sussulto d’Iran i pennivendoli democratici e borghesi, giungendo (ma non del tutto a torto però) anche ad affermare che la loro bene amata democrazia è cosa da popoli supersviluppati che dall’alto di una millenaria saggezza e storia, dopo infiniti errori ed esitazioni si sono dati l’assetto statale « meno peggio » che ci potesse essere, mentre in tutti i movimenti rivoluzionari (e qui assolutamente a torto) dei paesi sottosviluppati od alle soglie dello sviluppo capitalistico c’è « necessariamente » la matrice del dispotismo e della dittatura. Conclusione questa che fa fremere i ponzaduro di « Rinascita » e della « Unità » secondo cui tutte le presenti convulsioni sociali esprimerebbero in realtà la dialettica ricerca di un bene sale, talvolta ancora da conquistare, la democrazia appunto, sintesi tra una antitesi positiva, la sollevazione di tutto un popolo con l’unità più ampia di tutte le sue componenti universale, talvolta ancora da conquistare, la democrazia appunto.

Sarebbe questa la sintesi tra di classe — la rivoluzione proletaria d’ottobre irripetibile e abnorme — nella resistenza ad esempio contro l’invasione od il tiranno, o nella lotta anticoloniale, e per continuare lo esempio alla riconquista di una identità nazionale calpestata e negata dall’odiato Scià servo delle multinazionali, con un movimento interclassista che ha visto nello stesso calderone preti, bottegai, sottoproletari, borghesi ed operai — i contadini un po’ in disparte, ma queste son quistioncelle sui quali i cacasenno piccisti stan poco a strologare —, ed una tesi negativa, ancora nell’esempio, l’islamismo, pure esso componente popolare, ma incapace di mediare passato e presente, dinamica tra le classi e sottostruttura economica, specificità nazionali ed idee che soffiano d’Occidente e delle quali non si può fare a meno.

La rivoluzione è in serio pericolo; alla dittatura di un segno si potrebbe sostituire la dittatura di un altro segno.

In realtà tanto il disilluso positivismo dei liberal borghesi che la dialettica possibilista dei traditori del comunismo colgono soltanto aspetti parziali e statici del processo in atto e ne presentano un quadro se non falso sostanzialmente ideologico, anche se poi tutti si trovano uniti nel cantico alla democrazia, la panacea di tutti i mali; per gli uni la « rivoluzione » è un male in assoluto, per gli altri è un rischio necessario — basta non sia di puro segno proletario — e solo può essere in positivo ove sviluppi in una sintesi « superiore » i contrasti tra le classi; di eliminarle, nemmeno se ne parla; se no che democrazia sarebbe?

Sulla base dei dati di fatto il Partito ha definito quella d’Iran non una « rivoluzione », cioè il rovesciamento dell’apparato di potere di una classe ad opera di altre classi (e porcherie ideologiche del tipo la « Rivoluzione contro il Capitale » le abbiamo lasciate da sempre ai carognoni odierni eredi del povero Gramsci, e degni figli del macellaio di comunisti Stalin) ma una sollevazione generale contro l’apparato governativo dello Scià, assolutamente incapace di gestire le immense e non eterne risorse nazionali, incapace non soltanto di condurre lo sviluppo capitalista, ma anche di portare a compimento l’accumulazione primitiva, incapace di condurre una politica nazionale che si appoggiasse ad una classe nazionale, sì da scontentarle tutte, le nuove non ancora ben formate e potenti, le vecchie non eliminate con la necessaria energia. Una sollevazione che ha messo appena temporaneamente sullo stesso fronte di lotta classi con interessi diametralmente opposti, o per altri versi difficilmente conciliabili, contro un imbelle Napoleone il Piccolo venduto al capitalismo straniero, che pur avendo fatto da « balia » al giovane capitalismo nazionale non l’ha saputo difendere dall’ingordigia dell’imperialismo, né ha saputo abbattere tutta la vecchia impalcatura dell’Iran feudale che ne ostacolava la crescita. Da questo, a cianciare di rivoluzione, nel senso classico, c’era un abisso; ma per i sedicenti comunisti, che hanno stravolto il metodo scientifico del materialismo, era impossibile, né del resto l’avrebbero voluto!, capire la differenza ed indicarne le logiche conseguenze.

Paradossalmente da molte parti dello schieramento liberal borghese è stato dato, sia pure con lo svilupparsi degli avvenimenti, un quadro corretto della situazione del dopo Scià, giungendo anche a negare, sia pure con risibili argomentazioni, la natura rivoluzionaria del processo insurrezionale e della dittatura sciita, ed il ruolo degli Stati Uniti che perduto il vecchio alleato, con lo stesso cinismo con cui avevano sostenuto fin qui quando era stato possibile lo Scià, fornivano oggi aiuti economici e appoggio diplomatico al vincitore che si era presentato come l’ammazza imperialisti, mentre l’Unione Sovietica, timorosa di perdere i rifornimenti di gas naturale, si limitava ad una benevola neutralità, trascinando in questa pratica suicida anche il partito comunista d’Iran, che pur ritornato in condizioni di semiclandestinità, non chiamava alla lotta contro la dittatura, mantenendo un equivoco atteggiamento di sostegno, insieme alle altre frange estremiste laiche sparite dalla circolazione, od ai partiti e gruppi borghesi nazionalisti incapaci di uno straccio di programma nazionale comune.

In questo senso, il vero Kerenskj della situazione è proprio l’esule Baktiar, ministro della fuga dello Scià, che da Parigi fa finta di voler ricostituire un’opposizione democratica all’attuale regime dei preti senza aver nessuno dietro, e, che è peggio, senza aver saputo costituire una alternativa laica legale nei convulsi momenti del dopo fuga.

Né miglior sorte può avere il mite ingegner Bazargan, tecnocrate spento del governo Khomeini, impossibile mediatore tra le esigenze borghesi e l’integralismo islamico, incapace tanto di fronteggiare la crisi economico-produttiva che squassa il paese, vincolato irresistibilmente dalle medievali concezioni economiche dei preti che pretenderebbero « curare » l’inflazione con le frustate ai bazarì colpevoli di aumentare i prezzi delle merci, quanto di domare la rivolta che serpeggia tra gli operai tessili e petroliferi, le cui organizzazioni sindacali ed i cui militanti più attivi vengono eliminati e distrutte dalle milizie islamiche, incapace com’è l’attuale regime di comprendere che un sindacato, sia pure di regime, è una realtà irrinunciabile della dinamica della produzione capitalistica. Così il pretume sciita, che nella fase insurrezionale era stato sostenuto ed abbondantemente foraggiato dai mercanti del Bazar, aveva attinto le sue milizie nelle sterminate masse del sottoproletariato urbano, forza d’urto senza speranza e potente, era stato visto con simpatia dalle varie frazioni della borghesia imprenditoriale, anche se alcuni « intellettuali » ne denunciavano sin dall’inizio il carattere reazionario ed oscurantista, addirittura appoggiato dal Tudeh, e da altre formazioni di estrema sinistra, si trova adesso a sopportare il carico di una crisi economica che pare senza uscita e sociale, avendo il solo appoggio della milizia islamica, comprata con la potenza della fede e con un mensile che le moschee pagano a chi è senza lavoro.

Lo stesso bazar ha abbandonato lo scomodo alleato, che si regge soltanto sulla forza delle armi; questo stato sociale, che la sottostruttura economica di un paese nel quale il precapitalismo convive con masse enormi di capitale in cerca di investimenti dilatava in un ventaglio amplissimo, dalla microdistribuzione al moderno commercio all’ingrosso, non poteva per la sua storia schierarsi decisamente dalla parte « progressista » della borghesia nazionale e dell’intelligenza laica, del resto incapace di prendersi sulle spalle il pesante carico della liquidazione dello Scià, ma era comunque deciso a presentare, una volta che la situazione fosse risolta, a presentare i conti delle spese. I sogni dei commercianti, di sbarazzarsi dello strapotere economico dei Palevi che soffocavano l’iniziativa privata monopolizzando il settore pubblico, ed eliminare dal paese le compagnie straniere, si sono infranti contro le nazionalizzazioni « selvagge », le requisizioni di case, i calmieri senza ragione economica alle merci, i sostegni in denaro ai sottoproletari che aumentano l’inflazione ed il marasma economico.

Gli stessi motivi hanno definitivamente allontanato anche la borghesia che nell’assoluta mancanza di un programma economico, in un paese che è consumatore di beni e non produttore si trova a dover operare in condizioni peggiori che non sotto lo Scià.

Sono infine cadute le fole di una ala islamica di « sinistra » che si sarebbe opposta in senso democratico alla destra oscurantista; in realtà il clero appare ben coeso, e controllante totalmente il movimento armato delle città.

Delle città, non delle campagne; in effetti, uno dei punti salienti in negativo della pretesa rivoluzione, è stata proprio l’assenza sulla scena politica e militare dei contadini, di qualunque strato, anche se la politica economica del passato regime aveva principalmente colpito questa classe. I contadini non sono riusciti ad esprimere un partito politico, non una tendenza, non una voce autonoma in quello che è stato essenzialmente un movimento urbano, in tutte le sue componenti; non è quindi un caso se i preti sciiti, pur nella confusione dei loro pseudo programmi economici, abbiano totalmente ignorato qualunque accenno ad uno straccio di riforma agraria, tanto più essenziale in questa fase di marasma economico, in cui l’intero apparato di produzione e consumo di derrate alimentari rischia il collasso.

La furibonda repressione in Kurdistan, quando in generale i dirigenti del partito democratico curdo non si ponevano in aperta ribellione allo stato centrale, ma richiedevano una maggior autonomia proprio sull’onda di una sollevazione che pareva aver spezzato il giogo della dittatura, ancorché essere totalmente diversa dalle repressioni con cui i giovani stati nati dalla rivoluzione borghese schiacciavano le minoranze etniche, e valga l’esempio delle guerre di sterminio condotte da Kemal Ataturk proprio contro i kurdi di Turchia, nei quali si identificava il permanere di una società feudale nei confronti di una nazione che se ne era sbarazzata, ha teso a mantenere il controllo totale non soltanto su tutto il territorio statale ma anche su tutte le componenti sociali dello stato, e dare un esempio di estrema determinazione nei confronti di ogni avversario, e dall’altro di scatenare in una guerra « santa » una buona parte delle milizie urbane di sottoproletariato fedele, un espediente usato da sempre per abbassare la temperatura sociale in momenti critici.

Del pari è stato definitivamente vinto il braccio di ferro ingaggiato con le gerarchie dell’esercito, condotto all’indomani della caduta dello Scià a suon di fucilazioni, nella situazione presente con l’ordine di una obbedienza assoluta ai governanti religiosi, domani forse con lo acquisto di nuovi armamenti, con la stessa abborrita politica del povero deposto, una cui fornitura di armi per svariati miliardi di dollari con gli USA era stata prima denunciata per motivi morali e poi in buona parte accettata, per dure esigenze materiali.

La fedeltà dell’esercito che si trova ad agire accanto ad una milizia armata civile con funzioni di polizia e militari « interne » è del resto una delle caratteristiche delle dittature « bonapartistiche », con le quali il regime di Khomeini ha molti punti in comune, fatte le debite differenze di momento storico e di area geopolitica, in cui la funzione militare cessa di avere un’autonomia specifica quanto a personale e decisione di intervento, per diventare strumento totalmente nelle mani dei governanti « civili » (« religiosi » nel caso) controllata politicamente dal braccio armato della milizia. In questo senso la pretesa di certi articolisti borghesi che individuano una possibilità di ritrovare infine guarentigie democratiche soltanto nella ricostituzione come corpo autonomo dell’esercito, vista la assoluta latitanza della borghesia e dei suoi partitucoli sui quali il ciclone islamico è passato distruttore prima ancora che si proponessero un abbozzo di organizzazione, appare totalmente priva di senso storico e politico. Di fatto, nella dinamica dello scontro sociale, tutte le classi hanno tenuto un atteggiamento oscillante e rinunciatario, abdicando per debolezza o carognaggine alla direzione del movimento, rimasto nelle mani di chi poteva mettere in campo l’ottanta per cento della popolazione analfabeta; solo il proletariato, gli operai estrattivi del Kuzestan, i tessili di Isfahan, si sono schierati ed hanno combattuto su obbiettivi di classe, con metodi di classe, anche se l’assenza di una prospettiva rivoluzionaria comunista non ha tradotto, unita anche all’esiguità numerica, questa lotta in una autonoma posizione veramente rivoluzionaria. E’ questa l’unica rivoluzione

«vera » che l’Iran può oramai esperimentare, poiché le condizioni storiche e la specifica e delicatissima area geopolitica non possono permettere altro che forme di bonapartismo più o meno modernizzate, ma in nessun modo una sovrastruttura politica democratica sullo stile occidentale. Il sogno dei pennivendoli nostrani si scioglie contro i fatti: gli stati imperialistici hanno ben appreso la sostanza delle cose, e con ammirevole tempismo si sono adoperati a far ritornare la situazione politica e commerciale nelle stesse condizioni precedenti, senza tanti scandali per i vari chador messi a destra ed a manca, per i fucilati kurdi, che del resto nella loro storia di nazionalità oppressa hanno ben conosciuto i tradimenti dei loro dirigenti e le comprevendite dei servizi segreti dei paesi imperialistici per mantenere od accrescere l’influenza dei rispettivi Stati nell’ area medio-orientale, per le appena riconquistate e già perdute libertà di pensiero e di parola del popolo persiano, né tanto meno per i proletari ed operai ancora in sciopero passati per le armi o condannati a morte per attività sindacali; hanno preoccupato solo la diminuzione notevole dell’attività estrattiva, tutti i contratti mandati a monte e non si sa quando e come onorati, il pericolo di spostamenti di alleanze nell’area del Golfo; questi sono i veri problemi che aveva posto la liquidazione dello Scià, e risolti i quali tutto poteva tornare ad essere come prima. Solo la minaccia della Rivoluzione avrebbe messo in allarme non solo l’imperialismo, ma anche tutte le altre classi dell’Iran, che veramente si sarebbero schierate, e con maggior determinazione che non contro lo Scia, a difesa dello Stato, qualunque la forma di conduzione, monarchica o repubblica islamica. La vera alternativa storica e concreta alla dittatura, unica forma di governo possibile, è solo nella dittatura proletaria; non c’è più posto in Iran per la democrazia, non c’è posto per una doppia rivoluzione.

La borghesia ha troppe volte ormai abdicato alla sua funzione di edificazione e conduzione del proprio stato per poter mascherarsi dietro gli inganni infami del bene e della concordia di tutta la nazione; il modo di produzione che la determina come classe si è già evoluto, bene o male, da non essere più necessario il sangue del proletariato e dei contadini poveri per accrescersi oltre.