Peculiarità dell’evoluzione storica cinese
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Al fine di impostare le basi organiche d’uno studio del “fenomeno cinese”, crediamo sia utile fornire un insieme di dati storici fondamentali sulle particolarità dell’evoluzione cinese che hanno un peso diretto e immediato sui problemi attuali.
CONTINUITÀ ETNICA DELLO STATO
In Europa, lo Stato non ha mantenuto, attraverso sconvolgimenti rivoluzionari delle sue forme, che una stessa base razziale. Dalla preistoria il continente è appartenuto allo stesso ramo indo‑europeo, il cui predominio non fu mai scalfito da incursioni devastatrici di uomini appartenenti a razze extra‑europee, come i Mongoli, gli Arabi, i Turchi. Ma la continuità razziale dello Stato non si accompagna ad una continuità nazionale.
Infatti vediamo alternarsi diverse nazioni negli stessi luoghi geografici. Dei popoli nomadi cacciano le popolazioni indigene dai loro territori, o meglio ancora le assorbono; in seguito altre nazioni vincitrici invadono gli antichi invasori ed un nuovo Stato sorge sulle rovine dello Stato vinto. In altre parole lo Stato cambia al tempo stesso forma politica e contenuto etnico, quando non sono gli stessi rapporti di produzione a cambiare.
La disfatta e la distruzione fisica della nazione – che sparisce cedendo il suo territorio ai vincitori – si produce successivamente in ciascun settore geografico del continente: ma, nonostante la sovrapposizione delle differenti dominazioni, l’elemento razziale resta lo stesso. Le nazioni nascono e periscono, la razza rimane.
La storia delle Americhe è ancora più violenta. Su questo continente, la continuità razziale dello Stato fu violentemente frantumata dall’invasione dei “conquistadors” spagnoli, che abbatterono definitivamente le monarchie teocratiche pre‑colombiane. Da allora il potere politico è passato nelle mani della razza conquistatrice. La disfatta della nazione ha coinciso con la disfatta totale ed irrimediabile, della razza.
L’Africa e la stessa Asia – con l’eccezione dell’Estremo‑Oriente – rappresentano un caso intermedio. All’epoca delle invasioni barbariche e a quella più recente della colonizzazione europea, assistiamo al crollo delle basi nazionali e razziali dello Stato. Si sa che in Africa (non solamente nelle regioni affacciate sul Mediterraneo) lo Stato, in quanto frutto della divisione della società in classi, esisteva dall’antichità classica. Ma contrariamente, a quel che si è verificato per le razze indigene delle due Americhe, l’Asia e l’Africa sono in procinto d’essere riconquistate dalle razze che la dominazione coloniale cacciò dallo Stato.
La Cina è il solo caso storico dove la zona geografica, la razza, la nazione e lo Stato sono coincisi dalla preistoria ai giorni nostri, durante molti millenni. Non esiste infatti altro esempio d’un edificio statale che, malgrado profondi stravolgimenti interni ed invasioni di popoli stranieri, ha conservato la base territoriale, nazionale e razziale sulla quale s’era strutturato all’origine. La nazione cinese non ha mai cambiato dimora nel corso della sua esistenza millenaria; le dinastie straniere – mongole e manciù – non riuscirono che ad impossessarsi in modo transitorio dei vertici dello Stato. Ogni volta, l’immenso oceano fisiologico della nazione ha inghiottito i suoi ospiti fastidiosi, che sparivano senza riuscire ad alterare i tratti distintivi – fisici e culturali – del popolo invaso.
La stabilità ininterrotta della nazione cinese si spiega non con la mitologia eroica di sovrani e semidei che detterebbero a loro volta al popolo adorante. I fattori essenziali della sedentarietà straordinaria della nazione cinese sono due. Il primo è d’ordine geologico: l’estrema fertilità della pianura cinese. Come per la Mesopotamia o il bacino del Gange, la potente civiltà agraria cinese affonda le sue radici nelle formazioni geologiche del continente asiatico. I Cinesi, popolo di abili coltivatori, poterono uscire dalla barbarie e dare origine ad una civiltà millenaria grazie ai fini sedimenti dei quali lo Hoang‑Ho (Fiume Giallo) formò la “Grande Pianura” che va dal Hou‑Nan al Ho‑Pé.
Oggi che è provato, contrariamente a quanto si credeva precedentemente, che la conquista dei cinesi non penetrò dal bacino inferiore del Fiume Giallo, ma che ci abitavano dalla preistoria, si può dire che la storia nazionale dei cinesi è il prolungamento della storia geologica dell’Estremo Oriente. Si resta impressionati per la straordinaria vitalità d’una nazione che voltandosi verso il suo passato, può vedere le sue origini confondersi con quelle del territorio nel quale abita da millenni.
Ma ciò che più conta è che la storia passata dimostra che esiste un gigantesco potenziale motore all’interno della nazione cinese, che la rivoluzione industriale è chiamata a trasformare in potenti realizzazioni storiche.
Anche il secondo fattore è d’ordine materiale: la posizione geografica dell’Estremo‑Oriente. Altri popoli furono costretti ad abbandonare il loro territorio perché mancavano delle frontiere sicure a fermare gli invasori. Al contrario la grande pianura cinese aveva delle frontiere insuperabili: il semi‑deserto di sabbia del bacino di Tarim, che forma il Turkestan cinese attuale; l’immensa estensione dell’oceano Pacifico ad est. Completa la fortezza cinese l’altipiano del Tibet, delimitato a Sud dalla formidabile catena dell’Himalaia e a Nord dalle catene del Kouen‑Loun e dell’Altyn‑Tagh; in piena Asia Centrale dalle Thian‑Chan, l’Altai. Solo la frontiera settentrionale era sguarnita: ed è qui che incalzavano popolazioni nomadi che l’estrema povertà del suolo obbligava a nutrirsi di prodotti animali, ma che, quando la siccità o il gelo decimava i loro armenti, erano spinti dalla fame a tentare l’avventura della guerra di rapina contro le buone terre degli agricoltori cinesi.
PRECOCITÀ DEL FEUDALESIMO
In Cina il feudalesimo ha compiuto interamente il suo ciclo storico mentre lo schiavismo dominava ancora sul resto del mondo civilizzato. Con l’avvento della dinastia Tsin, nel III secolo a.C., avviene il passaggio violento dal feudalesimo aristocratico primitivo (organizzato in forme che riappariranno in Europa occidentale molti secoli più tardi) ad una forma che si può definire come “feudalesimo di Stato”, in altre parole che non s’appoggia più sul potere periferico d’una aristocrazia terriera, ma su un apparato burocratico di Stato, centralizzato.
Nell’ultimo secolo ci siamo talmente abituati in Europa a considerare la Cina come un paese arretrato – e certamente è vero se ci poniamo dal punto di vista del capitalismo – ignorando che ci fu un tempo in cui lo sviluppo storico della Cina correva ad un ritmo più rapido delle splendide civilizzazioni del Mediterraneo e dell’Asia occidentale. Il logoramento dei prìncipi feudali in guerre continue gli uni contro gli altri; il ridimensionamento dell’aristocrazia terriera al ruolo di puro strumento – se non di ornamento – della Corte Imperiale; la soppressione della frammentazione del potere politico e la formazione dello Stato unitario – insomma, le condizioni storiche che permisero la nascita degli Stati capitalisti moderni – non furono realizzati in Europa che alla fine del Medioevo. Negli altri Stati d’Asia ed Africa, soprattutto quelli che si sono formati recentemente, il processo è ancora in corso: guardate l’India che, dieci anni dopo aver ottenuto l’indipendenza, è ancora alle prese con tendenze centrifughe delle diverse nazionalità. In Cina, al contrario, quando l’ultima dinastia – quella degli Tsing – fu detronizzata dalla rivoluzione del 1911, lo Stato unitario era vecchio di parecchi secoli e non esisteva più nemmeno l’ombra d’una aristocrazia terriera indipendente.
Non bisogna però credere che il passaggio anticipato al feudalesimo, quando il resto del mondo restava immerso nella schiavitù, sia dovuto al fatto che la civiltà cinese fosse più antica. Potenti imperi, destinati a lasciare una traccia profonda nella storia, avevano già raggiunto il loro apogeo quando i cinesi vivevano ancora lungo il corso inferiore dell’Hoang‑Ho e non avevano ancora osato intraprendere la conquista del bacino dello Yang‑Tsé. Le prime dinastie reali cinesi furono quelle degli Hia e dei Chang, o Yin, che regnarono dal XXII all’XI secolo a.C. Non si tratta, evidentemente, delle monarchie più antiche della storia. È nel 3200 a.C. che Ménos unificò l’Egitto, fino a quel momento diviso in due regni, e fondò lo Stato faraonico; ed è nel 5000 a.C. che sorse nell’isola di Creta una sorprendente civiltà che fu distrutta da un’invasione di “barbari” venuti dalla penisola ellenica.
La civiltà cinese nacque più tardi delle civiltà mediterranee, ma arrivò prima alla tappa storica del feudalesimo, quando decine di secoli furono ancora necessari per l’Occidente. L’anticipo preso dalla Cina è stato reso possibile per l’assenza della fase schiavista nel suo sviluppo storico. Non c’è traccia, in effetti, di una schiavitù cinese. È esatto affermare che esisteva in Cina una forma di schiavitù, ma era piuttosto legata al modo di vita delle famiglie ricche piuttosto che al modo di produzione sociale. È nel III secolo d.C. che gli Imperatori permisero alle famiglie povere di vendere i loro figli che, abitualmente, erano comperati da ricchi signori, da funzionari imperiali, da grossi commercianti, per i lavori domestici. Questa usanza era in armonia con la tradizione familiare che ammetteva il concubinaggio; la famiglia degli ceti superiori della società comprendeva dunque un gran numero di membri e l’amministrazione della casa ne risultava complessa.
E chiaro che questa forma di schiavitù domestica differiva completamente dalla schiavitù faraonica o dalla schiavitù degli imperatori romani. Nell’antichità greco‑romana gli schiavi erano prigionieri di guerra che i vincitori portavano nelle metropoli per cederli all’aristocrazia terriera o allo Stato che li impiegava nella sua organizzazione civile e militare. Questi schiavi costituivano dunque una classe sociale ed un settore importante delle forze produttive, sul quale s’appoggiavano la società e lo Stato. Lo schiavo cinese è un domestico a vita, un servitore che il padrone si procura comperandolo in giovane età ed elevandolo al rango della propria casa. Inoltre, il diritto di possesso dello schiavo non era illimitato, come negli Stati schiavisti d’Occidente; infatti, il padrone non poteva esercitare il diritto di vita o di morte sul proprio schiavo, e la legge e il costume intervenivano per addolcirne la condizione. Per esempio, gli schiavi domestici di sesso femminile passavano dopo il matrimonio sotto l’autorità del marito e divenivano libere se lo sposo lo era; i figli ed i nipoti di schiavi non erano liberi, ma le generazioni successive acquistavano la libertà, ecc.
La civiltà occidentale nacque e si espanse nelle forme schiaviste perché le condizioni fisiche e storiche nelle quali si sviluppò imposero la pratica organizzata della guerra di conquista e la sottomissione dei popoli vicini. In fondo l’imperialismo schiavista e l’imperialismo capitalista – che per molti aspetti si differenziano fondamentalmente – hanno in comune l’organizzazione della “razzia” della forza lavoro. Gli antichi conquistatori che annettevano terre d’oltremare prelevando un bottino di schiavi, e lo Stato imperialista moderno che si assoggetta i popoli delle “zone arretrate” e le ingloba nella propria sfera economica, perseguono un obiettivo analogo: procurare alle metropoli delle masse gigantesche di forza lavoro da sfruttare. La guerra imperialista tra gli antichi grandi Stati è una guerra tra aristocrazie terriere proprietarie di schiavi, a loro volta formate da capi militari che delle esigenze assolute spingono alla guerra di conquista e alla sottomissione di altre nazioni più ricche.
La società cinese, uscita dalla barbarie, può “saltare” lo schiavismo, perché può liberare il suo potenziale produttivo ed organizzarsi nelle forme della civiltà senza dover ricorrere alla guerra e all’imperialismo, e senza doverlo subire dalle nazioni nemiche. Dobbiamo ricorrere di nuovo, per comprendere le leggi dello sviluppo della società cinese, ai due grandi fattori della composizione geologica del suolo – eccessivamente favorevole al progresso d’una società agraria sedentaria – e della posizione geografica. Ben protetta dalle aggressioni esterne, esentata dalla crudele necessità di forgiarsi una tradizione guerriera, la nazione cinese è in grado di vivere quasi isolata dal resto del mondo – la terra, quasi senza fertilizzanti e con il prezioso ausilio di ingegnosi lavori idraulici,produce delle derrate in proporzione al numero, pertanto elevato, degli abitanti. E, malgrado il suo carattere sedentario e agrario, la civiltà cinese dà dei frutti meravigliosi.
Può darsi che in Cina, più che in altri paesi civilizzati, il feudalesimo abbia potuto realizzare tutte le sue possibilità di sviluppo. In Occidente, dopo lo sbocciare della civiltà mediterranea – e in particolare del mondo greco‑romano, dove la tecnica produttiva, la scienza e l’arte raggiungono i massimi livelli – il feudalesimo medievale rappresenta una fase di ripiego dell’attività umana. Bisognerà aspettare il Rinascimento perché le forze creative del lavoro umano s’aprano a nuova vita. Ebbene, quello che si produce in Cina sembra smentire le idee correnti sul feudalesimo, dato che, se la struttura sulla quale si modella la via sociale è interamente feudale, ciò non impedisce, al contrario favorisce il progresso intellettuale, come può testimoniarlo lo splendido periodo artistico che coincide con il regno della dinastia Ming (1368‑1643). Ciò si produce perché lo Stato raggiunge molto rapidamente un alto grado di potenza e riesce a sopprimere il potere dell’aristocrazia terriera, sostituendogli un sistema amministrativo e burocratico fortemente centralizzato nelle mani dell’Imperatore. La soppressione di numerose frontiere interne, specifiche per i paesi divisi in domini feudali, permette un commercio interno intenso, che si sviluppa soprattutto per via fluviale e dunque un intreccio fecondo di relazioni sociali.
Per contro, i secoli dell’alto Medioevo europeo sono sterili, precisamente perché gli uomini vivono chiusi nel feudo, le cui frontiere sono controllate dall’ostinata cupidigia del signore in armi, sempre pronto a prelevare diritti di pedaggio a detrimento della Corona.
In un precedente articolo, inteso a mettere in luce la peculiarità dell’evoluzione storica cinese (e quindi a facilitare la comprensione dei fatti attuali della Cina), se ne sono illustrate due: 1) la continuità etnica dello Stato; 2) la precocità del feudalesimo. Continuiamo col punto 3).
Schizzo del trapasso dal feudalesimo aristocratico al feudalesimo di stato
Abbiamo già detto che la patria della nazione cinese è il bacino inferiore del Fiume Giallo. Pure venne il momento che questo popolo di pacifici agricoltori dovette affrontare, per sopravvivere, l’impresa della conquista armata. Ciò avvenne quando la migliorata tecnica agraria e il conseguente incremento delle forze produttive provocarono l’aumento della popolazione e le sedi ataviche divennero anguste.
Verso il secolo XV a.C. gruppi di colonizzatori mossero verso occidente, seguendo il corso dei Wei e del Fen – affluenti del Fiume Giallo – occuparono l’odierno Shen-si e, spingendosi verso il mare, lo Shantung. La conquista delle nuove terre abitate da tribù bellicose, assunse necessariamente la forma di una spedizione militare. Probabilmente in tale periodo ebbe origine l’aristocrazia militare, che in seguito si trasformerà in aristocrazia terriera. Durante il secolo XI a.C. ascese al trono imperiale la dinastia dei Ciù, e dalle sue attribuzioni e prerogative comprendiamo che in questo periodo la monarchia esercita il potere solo in maniera indiretta, come dovunque lo Stato è organizzato nelle forme del feudalesimo aristocratico. Infatti l’imperatore accentra solo formalmente nelle sue mani il potere politico. Egli assume anche l’alta carica di gran sacerdote della religione di Stato – donde il titolo di “Figlio del Cielo”, anello di congiunzione tra l’ordine celeste e terrestre -, ma esercita il potere mediante l’intermediario di una potente aristocrazia terriera. In tal modo, la piramide sociale si divide in tre strati nettamente distinti: in basso, le classi inferiori sfruttate, cioè i servi della gleba, i piccoli coltivatori, i coloni, i ceti urbani; al vertice, la Corte che dispone di un rudimentale apparato burocratico e dipende dai vassalli per quanto riguarda l’alimentazione delle finanze statali e l’allestimento delle truppe; nel mezzo, la casta dei nobili che da aristocrazia militare si è trasformata in aristocrazia terriera. Essa riceve l’investitura dei feudi dal sovrano , ma riscuotendo direttamente i tributi feudali dai contadini e costituendo i quadri dell’esercito imperiale, detiene l’effettivo potere politico. In pratica, l’imperatore è il più forte – perché dispone di un esercito che supera per potenza gli eserciti dei vassalli isolatamente presi – dei re che si spartiscono il governo del paese. Ma, essendo ogni feudatario nel suo feudo un re che regna assolutisticamente, l’imperatore non è che il re dei re.
In tale ordinamento la monarchia si regge non per forza propria, ma per effetto delle rivalità e delle lotte intestine che permanentemente scoppiano tra i vassalli della Corona. In breve la società cinese di questo periodo, per il modo di produzione, per le classi essenziali che la compongono, e per gli ordinamenti sociali, è tutta dentro il feudalesimo; ma, per quanto riguarda la macchina del potere, è ancora alla fase di quello che potremmo chiamare il “feudalesimo inferiore” o feudalesimo aristocratico. La successiva evoluzione storica mostrerà come, restando pressoché immutata la base economica e sociale, il potere politico si ritirerà dalle mani dell’aristocrazia accentrandosi in quelle dello Stato, che d’ora innanzi eserciterà il potere mediante una burocrazia stipendiata e un esercito regio. Si sarà passati, cioè, alla fase del feudalesimo superiore, che si è convenuto di chiamare “feudalesimo di Stato”.
La crisi della dinastia Ciù iniziò alla fine del secolo XI, quando fu ripreso il grande disegno della conquista del bacino dello Yang-tse-kiang, e si fu impotenti ad attuarlo. La spedizione militare, scontratasi nella fiera resistenza delle tribù autoctone, subì gravi rovesci e infine fallì miseramente. Addirittura il nemico passò alla controffensiva, e nella prima metà del secolo VII a.C. il territorio cinese fu invaso dai “barbari” del sud. La stessa capitale Hao-Chin (l’attuale Hsi-han-fu) veniva invasa e l’imperatore costretto a trasportare la sua residenza più verso l’interno, a Lo-i (l’attuale Honan-fu). Una gravissima crisi seguì alla catastrofe militare e al conseguente esautoramento politico della dinastia: quanto del potere sfuggì dalle mani dell’Impero si condensò in quelle dell’aristocrazia. I vassalli più potenti si appropriarono delle terre della Corona e le incorporarono ai loro feudi. Usurpando le prerogative regali, essi, che un tempo ricevevano l’investitura del feudo dalle mani dell’imperatore, si aggiudicarono il diritto di nominare vassalli scegliendoli nelle file della piccola nobiltà o tra gli avventurieri che prosperavano nel generale disordine. Presero così ad assegnare terre ricevendone tributi. Non di rado i nuovi signori terrieri che, con un termine tratto dalla storia del feudalesimo occidentale, potremmo chiamare “valvassori”, imponevano il vassallaggio ai loro simili, aggravando così le condizioni di vita dei contadini, sulle cui spalle veniva a pesare un giogo sempre più duro. Era inevitabile che, cresciute le corti principesche, aumentassero le spese di mantenimento della casta aristocratica. D’altra parte la continua contesa tra i principati circa le terre e i vassalli, imponeva un inaudito inasprimento fiscale e di tale condizione era il villaggio contadino a soffrire profondamente. Né le classi urbane – artigiani, mercanti, professionisti – potevano sottrarsi alle angherie dei feudatari e dei loro luogotenenti, cosicché la nazione era divisa e percossa da continue guerre intestine, né l’imperatore disponeva ormai di alcun potere per porre un freno all’arbitrio e al brigantaggio degli ex vassalli trasformatisi in sovrani assoluti entro i confini dei loro possedimenti.
Ai primi del secolo V emergono dalla guerra permanente dei feudatari una decina di grandi principati. La stessa dinastia Ciù è ormai scesa al livello di costoro e non dispone più della supremazia militare relativa. La parabola del feudalesimo aristocratico raggiunge il punto più alto nel periodo 335-320 a.C., quando la maggior parte dei principi, ad onta del fatto che la dinastia Ciù rappresenti ancora la monarchia legittima, assume ufficialmente il titolo di re (wang).
A ragion veduta dicevamo poc’anzi che il feudalesimo cinese è notevole per la sua precocità. Se si considera che il feudalesimo compare in Europa, a rigor di termini, alla fine dell’Impero Carolingio (887), si deve concludere che il feudalesimo sorge in Cina con un anticipo almeno di tredici secoli. Nel tempo in cui la monarchia imperiale cinese decade e l’aristocrazia terriera diventa padrona assoluta del paese, in Occidente Alessandro Magno muove alla conquista dell’immenso impero persiano. Tutto il resto del mondo civile è immerso nello schiavismo. Roma, organizzata nelle forme della repubblica, è ancora impegnata nelle due guerre per la conquista della penisola italica.
Se il feudalesimo è una fase della storia della società di classe che si situa più in alto dello schiavismo, ne risulta che la storia, in questo momento, corre più veloce nell’Estremo Oriente cinese che non nelle altre sedi di civiltà del mondo. Né il ritmo rallenta in seguito. La spartizione del territorio tra i grandi principati non comporta la stabilità politica, dato che ognuno di essi è in perpetua lotta con i vicini. Subentra così un’epoca di sanguinose tirannie, di massacri di popolazioni, di guerre rovinose: l’epoca fosca del Cian Kuo (Regni Combattenti). Esso dura oltre due secoli dal 403 al 221 a.C., durante i quali l’aristocrazia feudale si dilania in guerre intestine che provocano sangue e rovina economica. Infine dalla furiosa lotta emerge un grande principato quello dei Ts’in, la futura dinastia da cui la Cina prenderà il suo nome.
I Ts’in avevano fondato la loro potenza a spese della dinastia regnante dei Ciù, impadronendosi di gran parte dei territori personali della Corona – l’attuale Shen-si -, quando questa li aveva abbandonati sotto l’incalzare dell’invasione barbara. Col passare degli anni essi avevano allargato sempre più la sfera del loro potere, divenendo un pericolo per i principati rivali. Ben presto lo Stato di Ts’in ebbe contro di sé tutti gli Stati coalizzati, e fu la guerra generale. La lotta, da cui la Cina doveva uscire profondamente trasformata, durò dal 312 al 256 a.C. Alla sua conclusione, la Cina risultò di nuovo riunificata. E’ con l’ascesa al trono imperiale della dinastia Ts’in che si ha il trapasso dal feudalesimo aristocratico al feudalesimo di Stato. La nuova monarchia risolve drasticamente la contraddizione tra potere centrale e signorie feudali. L’aristocrazia fondiaria che si interponeva tra la Corona e il resto della nazione viene praticamente abolita, i principi spodestati o ridotti a rango di funzionari reali. Il territorio, prima diviso in feudi, ora viene diviso in province e distretti, che sono posti sotto la giurisdizione di funzionari nominati dall’Imperatore. La nuova burocrazia imperiale si differenzia in due rami, civile e militare, che fanno capo rispettivamente a un Primo Ministro e a un Maresciallo dell’Impero (comandante in capo dell’esercito regio). Vertice del potere è l’Imperatore, nelle cui mani confluiscono i due rami dell’amministrazione. Su tutto l’apparato vigila un corpo di ispettori che rispondono direttamente all’Imperatore e sono incaricati di sorvegliare tanto l’amministrazione centrale quanto quella delle province. In altre parole si assiste alla comparsa della monarchia assoluta, cioè di una forma di Stato caratterizzata da un rigoroso accentramento del potere, che rimane tuttavia la sovrastruttura di una base economica feudale.
La dinastia Ts’in cadrà ben presto, ma la struttura statale da essa fondata durerà per oltre duemila anni, mantenendosi sostanzialmente inalterata al di sotto dell’avvicendarsi delle dinastie e nonostante la dominazione dei mongoli e dei manciù. Ufficialmente esso cesserà di esistere allo scoppio della rivoluzione antimonarchica del 1911, ma è chiaro che le tradizioni accentratrici del ciclopico edificio si stanno perpetuando nei regimi post-rivoluzionari giunti al potere in Cina.
Esistono tra il feudalesimo di Stato cinese e il feudalesimo di Stato russo, di cui il nostro movimento ha fissato i caratteri sostanziali, sostanziali affinità che cercheremo di illustrare in seguito. Per il momento ci preme di ribadire il concetto della precocità di sviluppo del feudalesimo e, in genere, di tutto il corso storico cinese, tanto più rimarchevole in quanto ad un certo momento nella storia mondiale – quando, cioè, la rivoluzione borghese comincerà a fermentare nel seno della società feudale d’Europa – la Cina si metterà a segnare il passo lasciandosi enormemente sopravanzare.
Un ultimo raffronto. Le monarchie burocratiche che sorsero in Europa alla fine del Medioevo possono considerarsi una fase intermedia tra il feudalesimo aristocratico e il feudalesimo di Stato. Infatti se prendiamo ad esempio la monarchia francese, che raggiunse l’apogeo dell’assolutismo sotto Luigi XIV, constatiamo che l’accentramento del potere statale non ha cancellato del tutto l’aristocrazia terriera. Inoltre sappiamo che le monarchie assolute controbilanciando il potere della nobiltà feudale, facilitarono lo sviluppo della borghesia, condizionando da lontano la rivoluzione democratica borghese. Per quali cause storiche non si verificò in Cina un eguale fenomeno? Eppure la monarchia burocratica instaurata dai Ts’in, la cui opera di unificazione non si limitò al solo terreno politico, ma si estese a tutti i campi dell’attività sociale (unificazione della lingua, dei pesi e delle misure, degli usi e costumi, ecc.), favorì lo sviluppo del commercio interno e il sorgere di una classe di commercianti e professionisti. Bisognerà rendersi conto di tale fenomeno, senza di che non si potrebbero comprendere i rivolgimenti dell’ultimo quarantennio, e – quel che conta – il contegno assunto dalla borghesia cinese nel corso di essi, che ha permesso ai revisionisti del P.C. cinese di perpetrare, prendendo a pretesto l’antimperialismo dei “borghesi nazionali”, l’ennesima truffa interclassista.
(Al prossimo numero: «Le cauzse remote del ritardo capitalista»).
La necessità di tenere d’occhio gli avvenimenti dell’area afro-asiatica ci ha impedito di completare il lavoro intrapreso. Lo facciamo ora, avvertendo che le puntate precedenti sono apparse nel n.23 («La continuità etnica dello Stato» e «La precocità del feudalesimo») e nel n.24 («Schizzo del trapasso dal feudalesimo aristocratico al feudalesimo di Stato») dell’annata 1957 e che l’articolo, per mancanza di spazio, riprenderà fino alla conclusione nel prossimo numero.
Fin dalle precedenti puntate il lettore si è accorto che non era nostro proposito, mettendo mano a questo lavoro, di descrivere il lunghissimo corso storico cinese. Un lavoro siffatto presuppone uno sforzo collettivo imponente, a meno che non ci si voglia limitare a travasare in un linguaggio diverso le solite risultanze della storiografia tradizionale.
Per ricostruire la storia della Cina con criteri marxisti, cioè scrivere la storia reale della Cina, bisogna, come del resto per gran parte della storia universale, svolgere un poderoso lavoro di archeologia economica. Gli storici tradizionali trascurano, per formazione mentale o per tornaconto polemico, l’esame delle strutture economiche sociali che mutano parallelamente alla forma politica dell’evoluzione storica. Accade perciò per i “reperti” economici ciò che accade agli avanzi dei monumenti delle età passate. Essi giacciono sotto un cumulo di secolare oblìo. Allora lo storico marxista è costretto a percorrere all’indietro il suo cammino, “partendo” cioè dal risultato finale dell’evoluzione storica per retrocedere alle cause economiche, che occorre scoprire mediante una continua lotta con i pregiudizi idealistici.
Gli storici confuciani, imitati pedissequamente dagli storici moderni occidentali, riducevano tutta la storia cinese ad una lotta di dinastie all’interno e alla guerra dei cinesi di nazionalità Han contro i barbari del Sud e del Nord. Noi sappiamo invece che ogni cambiamento dinastico era il risultato di una guerra civile che sconvolgeva la società cinese. Fu una gigantesca guerra civile che provocò, nel 209 a.C., il crollo della dinastia Ts’in che pure aveva segnato col suo avvento il punto di approdo di un lungo drammatico periodo di sconvolgimenti sociali, che portarono alla fine il feudalesimo aristocratico. La rivoluzione dei Ts’in sfociò, lo sappiamo, nella fondazione dello Stato nazionale cinese, assoluto e ereditario, che, pur restando l’organizzazione di potere delle classi feudali, introdusse una sostanziale limitazione del potere periferico e centrifugo dei signori feudali. L’assolutismo è una forma di Stato che si presenta in diverse epoche storiche. Ma l’assolutismo burocratico cinese non si può paragonare all’assolutismo degli Stati classici dell’antichità, per esempio l’Impero romano che fu coevo della dinastia degli Han. Ciò diventa chiaro se si pone mente al diverso fondamento economico delle società considerate: schiavista a Roma, feudale in Cina. Perciò abbiamo parlato della precocità del feudalesimo cinese. Lo Stato burocratico cinese non anticipa il cesarismo romano, ma sebbene la Monarchia assoluta che compare in Europa nei secoli XV e XVI.
La rivolta sociale è un catalizzatore del processo storico. Perciò la storia cinese, che è più ricca di rivolte e di guerre civili, marcia più in fretta che la storia degli altri paesi. Fu un’altra gigantesca rivoluzione sociale che, parecchi secoli dopo, cioè nel 1368, pose fine alla dominazione mongola. Ma la guerra contadina ancora una volta mancava il suo bersaglio rappresentato dalle classi proprietarie, riuscendo soltanto a portare a termine la lotta per la liberazione nazionale, che si concludeva con l’avvento sul trono imperiale della dinastia nazionale dei Ming. Né quest’ultima sfuggì al destino delle case regnanti di Cina. Sono rimaste memorabili la grande rivolta contadina e la guerra civile seguitane, che ne provocarono il crollo. Il movimento fu guidato da un eroe rivoluzionario, Li Tze-ceng. Ma, come già era accaduto nel passato, esso, pur distruggendo l’impero dei Ming, non riuscì ad impedire che il potere restasse nelle mani delle classi dominanti. E queste, per proteggersi contro la sovversione sociale, preferirono chiamare in aiuto la dinastia straniera dei Manciù.
Ma tra una grande rivolta e la successiva si intercalarono, nel millenario corso storico della nazione cinese, centinaia di rivolte e di guerre contadine di minore importanza. Secondo Mao Tse-dun si contano, in un periodo di oltre duemila anni, ben diciotto grandi rivolte. Nessun altro popolo può sfoggiare una tradizione rivoluzionaria così ricca. Né si trattò di reazioni elementari di masse infuriate. La lotta fisica si accompagnò spesso ad una tagliente critica delle ideologie della classe dominante. Ricordate come si esprime il comunismo agrario dei Tai-ping? “Tutta la terra che è sotto il cielo dovrà essere coltivata da tutto il popolo che è sotto il cielo. Che la coltivino tutti insieme e quando raccolgono il riso, che lo mangino insieme“. Ebbene non è facile trovare nella letteratura del comunismo mondiale una formula che, come questa, dia una interpretazione materialistica delle aspirazioni rivoluzionarie, nella quale il rigore scientifico si fonde con la passione poetica.
Il dato incontrovertibile che si ricava dallo studio della storia cinese, qualunque cosa pretendano gli storici idealistici, è che la molla del progresso sociale è la guerra civile, la lotta di classe. È appunto l’eccezionale frequenza dei rivolgimenti sociali che spiega la precocità dello sviluppo storico cinese di fronte all’Occidente. Per poter scrivere la storia della lotta di classe in Cina, che è la storia vera della Cina, bisognerà, come dicevamo, ricostruire anzitutto, con metodo archeologico, i trapassi delle antiche forme economiche e delle organizzazioni sociali che si sono succeduti nel vasto paese. Ma per il nostro modesto lavoro sono bastate finora le risultanze della storiografia tradizionale, criticamente considerate. Esse ci saranno ancora di aiuto in questa parte conclusiva.
Finora abbiamo insistito sulla peculiarità dell’evoluzione storica cinese che riguarda la precocità di sviluppo del feudalesimo rispetto a quanto accaduto nell’Occidente. Un dato incontrovertibile è che il feudalesimo cinese corre con parecchi secoli di distacco sul feudalesimo europeo. Mentre tutta la pubblicistica tradizionale esalta l’Occidente capitalista come fonte esclusiva di storia, affermare che la superiorità e il predominio dell’Europa sull’Asia è fatto del tutto recente può sembrare un’eccentricità. È vero, invece, che è venuto un momento cruciale nella storia dei continenti in cui l’Europa e l’Asia si sono quotate, dal punto di vista dello sviluppo economico e sociale, allo stesso livello. In quella drammatica svolta della storia universale, l’Europa e l’Asia si potevano paragonare, a guardare gli avvenimenti retrospettivamente, ai due piatti di una bilancia perfettamente equilibrati. Poi l’equilibrio si ruppe. L’Europa cominciò a marciare più in fretta, sempre più in fretta, mentre l’Asia rimaneva ferma, anzi si dava a retrocedere.
Dobbiamo spiegarci le ragioni di questo importantissimo fenomeno storico. In tal modo il nostro lavoro sarà completato. Infatti, è da questo momento che la Cina conosce la decadenza, condividendo il tragico destino che si compie per tutto il continente.
L’Europa e l’Asia, partendo da epoche diverse, arrivano ad una meta comune: la monarchia assoluta a fondamento feudale. Poi, prendono a divergere ed opporsi. L’Asia, rappresentata dalla Cina, prende la rincorsa che la porta fuori dalla preistoria; attraversa rapidamente lo schiavismo di cui restano scarsissime tracce; si butta nel feudalesimo e ne percorre tutto il ciclo pervenendo allo Stato burocratico, cioè alla monarchia assoluta. L’Europa marcia lentamente: si attarda per lunghi secoli nello schiavismo per le condizioni naturali che favoriscono le guerre di conquista, le invasioni, l’imperialismo; poi compie la rivoluzione cristiana antischiavistica e entra nel feudalesimo; raggiunge alfine lo stadio della monarchia assoluta nei secoli XV e XVI. È in quest’epoca che siamo all’equilibrio tra Asia e Europa. Ma la monarchia assoluta a fondamento feudale è una forma di Stato che sottintende una fase di transizione nel processo economico. E infatti l’Europa compie questo trapasso: da feudale diventa borghese. Con un balzo prodigioso sopravanza tutti gli altri paesi del mondo e si pone alla testa dell’umanità. Ci riuscirà mediante orrende carneficine, assoggettando il mondo a forme inaudite di sfruttamento, ma ci riuscirà. L’Asia, invece, resta inchiodata al precapitalismo. Perché avviene ciò? Come si spiega il fatto che nazioni europee, come la Spagna, la Francia, l’Inghilterra, da povere e deboli diventano ricche e potenti, mentre nazioni antiche come la Cina decadono dalla loro posizione dominante?
Alba dell’Europa moderna
In fondo, noi vogliamo spiegarci perché la rivoluzione capitalistica, che fermentava in taluni grandi Stati d’Europa e d’Asia, esplose in alcuni di essi e ripiegò profondamente negli altri. Vogliamo sapere, cioè, perché il capitalismo ha ritardato in Asia, e quindi in Cina.
L’Europa moderna è sorta da poco, se si considera il lungo cammino della specie umana. Fino alla metà del secolo XV nulla lasciava presagire il vertiginoso sviluppo che di lì a poco avrebbero avuto i paesi affacciati sull’Oceano Atlantico. Unici centri di attività economica e intellettuale erano le gloriose repubbliche marinare e le signorie dell’Italia rinascimentale: Venezia, Genova, Firenze. Il resto del continente era ancora immerso nel caos feudale, mentre i turchi-ottomani demolivano quello che restava dell’Impero bizantino. Paesi come la Spagna, la Francia, l’Inghilterra, l’Olanda che avrebbero tra breve soggiogato il mondo, non erano ancora diventate nazioni. La loro economia era decisamente medioevale. Eppure, in questi paesi esploderà il capitalismo. Cerchiamo di descrivere, necessariamente in maniera assai sintetica, le condizioni di ognuno. La Spagna, la futura grande potenza coloniale, soltanto nel 1492, l’anno stesso della scoperta dell’America, distrugge il superstite regno musulmano di Granada, portando così a termine la “riconquista” cristiana della penisola iberica, durata oltre otto secoli. La Spagna che era stata cartaginese, romana, visigota e araba, soltanto adesso assume le caratteristiche nazionali che le conosciamo. La monarchia si organizza subito nelle forme dell’assolutismo. Giovandosi della forza militare e del prestigio acquistato nella lunga lotta, essa si oppone validamente alle pretese dei signori feudali, limitandone drasticamente l’autorità. È di questi anni (1481) l’istituzione dell’Inquisizione, formidabile strumento di governo che, sotto la forma di un tribunale religioso, dovrà servire efficacemente gli interessi della monarchia, favorendone le mire accentratrici. È opportuno far rilevare come la monarchia assoluta, per quante ripugnanze possa ispirare la sua macchina di repressione agli spiriti libertari, si ponga come un fatto rivoluzionario di fronte al disordine e all’impotenza feudali. Va infatti ad essa il merito dell’organizzazione della spedizione di Colombo. Il potere locale dei feudatari non sarebbe mai stato capace di tanto.
Nello stesso periodo si forma la monarchia francese. Le dinastie dei Capetingi e quella dei Valois ad essa succeduta, hanno due nemici mortali da eliminare: l’Inghilterra che per diritto feudale occupa parte del territorio francese, e la recalcitrante nobiltà indigena che ostinatamente lavora a menomare l’autorità regia.
Per venirne a capo, la monarchia dovette attraversare la paurosa crisi che prese il nome di Guerra dei Cent’anni. Come è noto, non si trattò soltanto di una guerra tra Stati, ma di una profonda crisi sociale che sconvolse la Francia. La monarchia dovette destreggiarsi non soltanto nella guerra degli eserciti, ma anche nella guerra delle classi, parteggiando per la nascente borghesia e ricevendo da questa prezioso appoggio finanziario. È l’epoca convulsa della logorante guerra anglo-francese, della rivolta dei contadini che i signori feudali chiamano sprezzantemente Jacques Bon-hommes (Giacomi Buonidiavoli); della lotta fra le fazioni feudali dei Borgognoni e degli Armagnacchi, delle disfatte francesi di Crécy e di Azincourt, delle imprese di Giovanna d’Arco. La lunga crisi scoppiata nel 1337, si conclude nel 1453. È a quest’epoca che l’unità territoriale francese è compiuta, eccezione fatta per Calais che resta agli inglesi. E come già sperimentato con successo dalla casa d’Aragona in Ispagna, la dinastia dei Valois approfitta della potenza acquistata per saldare il conto con l’altro grande nemico della monarchia: la nobiltà feudale.
La monarchia assoluta francese viene fondata da Carlo VII, il re incoronato nel 1429 a Reims, liberata nello stesso anno dall’esercito di Giovanna d’Arco. Ma l’unificazione politica del paese, cioè la costituzione della Francia nelle forme moderne della nazione, avviene sotto il regno di Luigi XI, morto nel 1483. Spetta a questo sovrano, grande mente politica, il merito di avere gettato le basi dell’alleanza politica tra monarchia e grande borghesia in funzione antifeudale, che doveva assicurare lo sviluppo della Francia. Alla sua morte, i grandi feudatari di Borgogna, di Provenza, di Bretagna sono di fatto esautorati. È quindi soltanto alla fine del secolo XV – bisogna insistere sulle date per poter fare il raffronto Europa-Asia – che termina la grande crisi sociale francese. Il feudalesimo aristocratico è definitivamente battuto, l’assolutismo monarchico assicurato. La grande macchina statale è ormai montata: tra poco la scoperta di nuovi mondi aperti all’intraprendenza e alla pirateria dei mercanti europei, aprirà davanti ad essa insospettati campi di applicazione.
Sempre alla fine del secolo XV, un’altra grande monarchia europea emerge dall’inferno di un’altra tremenda crisi sociale. Non si creda che si esageri nell’aggettivazione. Veramente tremenda è la guerra civile che strazia l’Inghilterra, uscita sconfitta dalla Guerra dei Cento anni. È la guerra delle Due Rose, che durerà trent’anni, dal 1455 al 1485. Una lotta ferocissima tra casate nobili che si disputano il trono. Essa termina, dopo eccidi in massa, con l’avvento al trono della casata dei Tudor.
La fondazione della monarchia assoluta, anche in Inghilterra, coincide con il sorgere della borghesia. Ne fa fede il capitolo del Capitale, da noi altre volte citato (Libro I, Sez. VIII, Cap. XXVIII) che Marx intitola Legislazione sanguinaria contro gli espropriati a partire dalla fine del secolo XV. Sono difatti descritte in esso le crudeli pene che la dinastia dei Tudor, continuata degnamente negli Stuart, applica contro le famiglie contadine che i land-lords scacciano dalle comunità agricole per impossessarsi delle terre e trasformarle in pascoli. Sappiamo tutti che la lana è il principale articolo commerciale con cui la borghesia britannica si presenta in quest’epoca sui mercati esteri. Ciò significa appunto che il capitalismo britannico nasce sotto la monarchia assoluta, quasi insieme ad essa.
Tali erano le condizioni del continente alla vigilia della scoperta dell’America. Si può dire che in quest’epoca l’Europa è allo stato fluido: una grande rivoluzione economica e sociale è in atto. Nuove forze sociali, liberate dal crollo degli antichi rapporti produttivi, tendono a condensarsi attorno ad un centro che non può essere altro che la monarchia. Il feudalesimo entra nella crisi che lo condurrà a morte. È chiaro che la rivoluzione antifeudale non può essere circoscritta agli avvenimenti, sia pure determinanti, della rivoluzione cromwelliana in Inghilterra e della rivoluzione giacobina in Francia. Queste esplosioni di lotta di classe furono se mai il culmine di un processo rivoluzionario che si perpetuava da tempo nel sottosuolo sociale. In effetti, la lotta contro le forme feudali di produzione e di organizzazione sociale, inizia molto tempo prima, cioè proprio in questo periodo, alla fine del secolo XV, e precisamente nell’epoca delle scoperte geografiche e della formazione del mercato mondiale. Orbene, questo gigantesco rivolgimento, questo incessante accumularsi della “quantità” capitalistica nelle viscere del feudalesimo, che poi trasformerà la stessa “qualità” del modo di produzione, non interessa soltanto una parte del mondo.
L’Asia, come l’Europa, partecipa al grande movimento innovatore. Mentre gli audaci navigatori dell’Occidente esplorano gli oceani fino ad allora sconosciuti e temuti, e la Spagna e il Portogallo conquistano immensi imperi coloniali in America, in due vitali parti del continente – la Persia e l’India – sorgono potenti imperi. Assistiamo, cioè, allo svolgersi di un fenomeno di enorme portata che è già accaduto nella Cina. In pratica accanto all’impero dei Ming vediamo formarsi la grande monarchia persiana dei Safawidi e l’impero indo-musulmano del Gran Mogol. Ecco schierarsi tre colossi statali che bene possono contendere all’Europa il primato storico. La storia scritta non registra certamente uno scontro tra l’Asia e l’Europa, ma se si riflette che ogni collisione tra potenze statali avviene sul terreno economico, prima che su quello politico e militare, si comprenderà che una colossale partita fu giocata tra i massimi Stati di Europa e d’Asia. Risulteranno vincitori gli Stati che riusciranno a monopolizzare l’esercizio delle rotte oceaniche aperte al commercio mondiale, che saranno in grado di approntare potenti flotte da carico e da combattimento, con cui spazzare via i concorrenti. Il mare prende a dominare la terra, il commercio l’agricoltura. Perciò, i grandi imperi territoriali che già esistono da secoli in Asia, com’è il caso della Cina, o che adesso vanno sorgendo, com’è il caso della Persia e dell’India, dovranno soccombere, pur potendo vantare gloriose e antiche tradizioni marinare.
La meravigliosa rinascita dell’Asia
In Persia, dal 1501, ha inizio un grandioso rivolgimento. L’immenso paese, fin dall’antichità, ha funzionato da ponte tra Occidente e Oriente. Non a caso, dunque, viene percorso adesso dalla grande ondata di rinnovamento che sta scuotendo il mondo civile. L’indipendenza persiana era stata distrutta, nel secolo VII, dalla conquista araba, alla quale erano succedute le dominazioni turca e mongola. Adesso, sale sul trono la grande dinastia dei Safawidi che unifica il paese e gli ridona l’indipendenza. Né si tratta di un mero cambiamento della facciata politica, ma di un rivolgimento sociale.
Il compito storico che la dinastia dei Safawidi svolge con successo è la limitazione del potere localistico e fazioso dell’aristocrazia terriera, la messa sotto controllo della turbolenta classe dei Khan, i famosi Kizilbàsci, cioè i nobili portatori di fez rossi. In una parola, il movimento persegue la trasformazione della monarchia feudale in monarchia assoluta, proprio come sta avvenendo nei massimi Stati dell’Europa Occidentale, da poco fondati. I Khan perdono il diritto all’ereditarietà del feudo, e sono ridotti al rango di funzionari del potere regio; anzi ad essi viene contrapposta una burocrazia civile e militare di nomina regia. Lo Scià sottrae territori sempre più vasti alla giurisdizione dei signori feudali, creando le città regie, organizzando una classe di funzionari di Stato scelti non più tra gli altezzosi Kizilbàsci, ma tra le classi inferiori della popolazione. In armonia con le finalità antifeudali del regime nuovo, viene soppressa la vecchia armata formata dagli uomini e dalle armi forniti dall’aristocrazia, e creato, sul modello europeo, l’esercito regio permanente.
La compressione delle forze conservatrici comporta di conseguenza uno sviluppo economico che involge tutti i rami della produzione. Il commercio ne è stimolato e agevolato, l’industria artigiana e la manifattura ricevono un forte incremento. E, come fanno le monarchie assolute d’Europa, il governo dello Scià non vi assiste inerte, ma vi partecipa attivamente. Vediamo, infatti, lo Stato promuovere direttamente la colonizzazione di territori rimasti nell’abbandono, la canalizzazione delle acque a scopo di irrigazione, la costruzione di nuove città, la restaurazione di antiche strade cadute in disuso e l’apertura di nuove vie. Il potere pubblico favorisce in ogni modo l’attività degli armeni, degli ebrei, degli indiani che monopolizzano nelle loro mani il commercio interno ed estero. Anticipando le moderna meraviglie del capitalismo di Stato, la monarchia safawide istituisce una polizia stradale avente il compito di proteggere le vie di comunicazione e i convogli commerciali che le percorrono, costruisce ai margini delle grandi arterie stradali caravanserragli, depositi, alberghi; cura direttamente il commercio della seta che acquista a prezzi remunerativi dai produttori locali, che lavorano in concorrenza con i cinesi, e la rivende ai commercianti all’ingrosso – i nuovi borghesi di Persia – o addirittura ai commercianti stranieri, che importano la preziosa materia prima in Moscovia, in Germania, in Polonia, in Francia, in Spagna, nella Repubblica di Venezia.
La monarchia safawide ha talmente il senso del tempo, che si spinge fino a creare e gestire manifatture regie, dove si lavorano tappeti, pietre preziose, oro e argento e si fabbricano broccati, velluti, armi, mobili. Lo Stato si mette alla testa della rivoluzione manifatturiera che sta percorrendo il paese. L’iniziativa statale sprona l’iniziativa privata, ad onta di quanto diranno in seguito, e dicono ancora, i paladini dell’individualismo economico. Sorgono le industrie tessili cotoniere, che importano la materia prima dalla vicina India e ne esportano i manufatti. Altri articoli di esportazione fabbricano le regie industrie del cuoio, assai richiesti all’estero.
Lo sviluppo economico si accompagna con lo sviluppo sociale. Nascono le classi borghesi dei commercianti, dei banchieri, dei rentiers. I viaggiatori che visitano a quell’epoca la Persia (come riferiscono varie fonti) trovano che essa non solo ha raggiunto il livello dell’Europa, ma che se l’è lasciata notevolmente addietro. Grande slancio si nota nel campo intellettuale, rifioriscono le arti e le scienze. Poi la meravigliosa rinascita persiana appassirà e scomparirà, ma essa è un fatto così importante e colpirà in tal maniera l’immaginazione dei posteri che nel ‘700, in pieno secolo illuminista, il grande Montesquieu affiderà, nelle sue Lettere persiane, ad un personaggio immaginario di nazionalità persiana la critica della società occidentale.
Altra sede di grandiosi rivolgimenti è, nella stessa epoca, la grande penisola del Gange: la favolosa India.
Questo immenso paese, per un complesso di circostanze storiche, massima tra le quali è l’invasione frequente di conquistatori stranieri che si sovrappongono all’elemento indù, è un caso limite del frammentarismo feudale. Quando. qualche anno fa, cessò l’Impero britannico in India, i principati musulmani e indù vassalli della Corona britannica, assommavano a 562. Sembrerebbe un numero eccessivo, pure non è certamente il numero massimo, se si pensa che nel secolo XIV l’India era spezzettata in ben 1350 Stati. Né basta. Alla fine del secolo successivo il frazionamento doveva aggravarsi ulteriormente, essendosi il regno brahamanide del Deccan diviso in parecchi piccoli Stati provinciali.
A porre riparo al caos feudale e a instaurare l’unità politica, giunge l’Impero del Gran Mogol, di cui è fondatore un discendente di Tamerlano, Baber. L’Impero nasce dalla battaglia di Panipat combattuta il 20 agosto 1526 e vinta dall’esercito di costui, ma raggiunge l’apogeo sotto Akbar, che regna dal 1556 al 1605. Sotto di lui, l’Impero attinge i suoi limiti storici, comprendendo oltre all’ex sultanato di Dehli sottomesso da Baber, il Gujerat, il Bengala e parte del Deccan: un impero immenso che tocca i 4 milioni di kmq ed è popolato da 100 milioni di uomini.
Nel precedente capitolo si sono cominciati ad illustrare due grandi esempi di evoluzione di Paesi asiatici nel senso del passaggio dal feudalesimo al capitalismo, parallelamente all’analoga evoluzione già in corso in Europa: la Persia cinquecentesca dei Safavidi e l’India pure cinquecentesca dei Mogol sotto Akbar.
Akbar che fu un grande statista oltre che un conquistatore, prese a modello, nella gigantesca opera di ricostruzione da lui intrapresa, la monarchia safawide, anche se i risultati conseguiti risultarono inferiori al paragone. Naturalmente, se l’India dei Gran Mogol risorge a nuova vita, ciò non è dovuto alle qualità personali, anche se eccezionali, di Baber e di Akbar. Al contrario, si assiste anche colà ad uno sblocco degli antichi rapporti sociali. Anche Akbar, come gli Scià della Persia, come i monarchi cristiani dell’Europa, è espressione di un movimento sociale che tende a stroncare, o almeno a limitare sensibilmente, il potere della nobiltà feudale, che si era rafforzata a seguito della conquista musulmana e che pesa insopportabilmente sui villaggi. Anch’egli, all’anarchia del potere feudale locale, cerca di sovrapporre una burocrazia di Stato, responsabile soltanto di fronte al potere regio, e alla vecchia armata feudale sostituisce un esercito permanente. La dialettica della lotta sociale gli impone, come già si è verificato per le monarchie assolute di Europa, di appoggiare il contadiname che da secoli patisce sotto il ferreo giogo dell’aristocrazia militare. Conseguentemente, egli persegue il grande obiettivo di una riforma agraria che reintegri lo Stato nelle sue proprietà e il villaggio nei suoi diritti, cancellando le usurpazioni perpetrate tradizionalmente dalla nobiltà e dai suoi aguzzini. Ma le grandi riforme di Akbar urtano contro la fanatica resistenza del clero musulmano che, come al solito, nasconde sotto l’intransigenza dogmatica la difesa degli inconfessabili interessi dell’aristocrazia, e non esita a predicare e suscitare l’odio di razza tra musulmani e indù. Saranno proprio la divisione razziale – la penisola indiana, per le successive invasioni, è un caleidoscopio di razze e di lingue – e la tenace vitalità delle tradizioni feudali a limitane i risultati. Tuttavia, al momento dello sbarco dei portoghesi nei porti della penisola, l’India non è quel paese crudamente povero e affamato in cui sarà ridotto dall’imperialismo. L’industria è in pieno sviluppo, più ancora il commercio. La penisola indiana è uno dei gangli del commercio mondiale. Navi di piccolo cabotaggio vi fanno scalo, provenendo da tutti gli angoli dell’Asia: dalla penisola arabica, dai porti della Persia, dalla Cina, dall’Insulindia. La marineria indiana stupisce per la sua dovizia i visitatori stranieri. Si sviluppa un’importante classe di mercanti, detti Banias, che, nel secolo XVII, sono operanti in tutte le regioni costiere indiane, a Goa, nel Coromandel, nel Bengala. Essi si occupano di traffici commerciali e di operazioni finanziarie, e i loro fondachi e i loro uffici di cambio si incontrano anche fuori dell’India; nei porti persiani, in Arabia, in tutta l’Africa orientale, da Aden fino al Capo di Buona Speranza. Essi esportano le cotonate fabbricate nel Bengala e nel Coromandel. Grazie ad essi i prodotti dei filatori indiani arrivano fino alle isole della Sonda. La micidiale monocoltura, tipica delle dominazioni coloniali, vi è sconosciuta: agricoltura, artigianato, manifattura, commercio si equilibrano e si compensano reciprocamente. L’India non esporta soltanto tessuti ma anche prodotti industriali. Insomma, è tutto l’opposto dell’India dolorante e depauperata che il feroce colonialismo occidentale ci ha abituati a immaginare. È un paese in fase di ascesa.
Tutti questi avvenimenti parlano chiaro. Essi ci avvertono che la rivoluzione antifeudale non è un fatto esclusivamente europeo: essa travalica gli oceani e mette in moto i continenti. Anche l’Asia è in linea, anche i popoli di colore, non accorgendosi neppure di avere quelle tendenze all’inerzia e alla contemplazione che i filosofi occidentali attribuiranno loro, operano attivamente. Poi, su tutto questo brulicare di attività calerà una mortifera paralisi. Ciò succederà allorché l’Asia, che da millenni è stata la matrice inesausta di popoli conquistatori calati sull’Europa, diventerà a sua volta l’oggetto dell’invasione e della conquista brutale. Ma gli spietati invasori non verranno, come nell’antichità, sui dorsi dei cavalli, ma al contrario sui ponti armati di navi oceaniche. E invano gli aggrediti cercheranno di sfuggire alla morsa, rinserrandosi in un geloso isolazionismo, come faranno la Cina e il Giappone.
Il caso del Giappone è oltremodo eloquente. Bisogna accennarvi rapidamente. Le isole nipponiche partecipano anch’esse al rinnovamento mondiale. Attraverso lotte durissime, il potere imperiale, rappresentato dagli Shogun, una sorta di dinastie ereditarie di primi ministri, atterra il potere dell’aristocrazia feudale. Il Giappone è un paese arretratissimo: basti dire che soltanto adesso, nel sec. XVI, vi penetrano il ferro e l’acciaio, fino ad allora sconosciuti. L’unificazione politica del paese comporta la rinascita dell’economia agricola che la dominazione dei signori feudali – i daimio – tiene ad un livello bassissimo. Le riforme antifeudali avvengono sotto gli shogunati di Nobunaga (1534-1582), di Hideyoschi (1536-1598), di Yeyasu (1542-1616). Sotto di loro, specialmente Yeyasu, si ha la trasformazione del potere imperiale, che assume la forza della monarchia assoluta e riduce la riottosa classe dei daimio al rango di cortigiani.
La religione cattolica importata dai missionari si rivela una insospettata arma ideologica nelle mani dei riformatori antifeudali, scesi in lotta contro il clero buddista che si ostina a difendere accanitamente l’ancienne régime. Viene addirittura un momento in cui le numerose conversioni al cattolicesimo, favorite dagli Shogun, pare debbano trasformare il Giappone in una nazione cristiana. Ma l’invadenza dei portoghesi, per i quali la predicazione missionaria serve unicamente a facilitare la conquista del paese, costringe il governo nipponico a mutare completamente politica. Nel 1638 i successori di Yeyasu chiudono il Giappone agli stranieri e bandiscono il cattolicesimo. Occorreranno, due secoli dopo, le cannonate delle navi da battaglia del commodoro americano Perry per porre fine al risentimento giapponese verso i pirateschi sistemi degli imperialisti europei. Ma non tutti gli Stati asiatici godono dei benefici che vengono al Giappone dalla sua insularità. All’invasione europea sono impotenti ad opporsi non solo gli Stati di recente formazione, ma anche l’antico Impero cinese.
Ripiegamento del capitalismo asiatico
Potrà sembrare che abbiamo dato eccessiva importanza all’esame degli avvenimenti che si verificano nel mondo, all’epoca che stiamo considerando, mentre il presente lavoro è dedicato allo studio delle particolarità del corso storico cinese. Ma è chiaro che non potevamo assolutamente usare un metodo diverso. Ogni accadimento storico, anche se si verifica in sedi lontane dai paesi in cui il ritmo di sviluppo delle forze sociali è più veloce, è condizionato dall’evoluzione della storia mondiale. Tanto più questo discorso vale per la Cina. Abbiamo visto come l’origine della nazione cinese e il suo sviluppo furono strettamente determinati dalle condizioni del continente, dalla posizione geografica del territorio, dalla sua geologia. Sappiamo anche che esistono strette relazioni tra l’evoluzione storica della Cina e del resto del mondo civile. Infatti, la Cina antica ebbe una parte molto importante, sia pure non diretta, nelle invasioni barbariche che distrussero l’Europa romana, in quanto respinse e costrinse a deviare verso occidente le popolazioni mongole nomadi, che a loro volta premettero irresistibilmente sui barbari germanici.
Si pensi a quali conseguenze storiche portarono le invasioni degli unni nell’antichità e quella dei turchi nel basso Medioevo; si rifletta che ad esse è legata rispettivamente tutta la storia del feudalesimo europeo e dell’epoca di transizione al capitalismo; si tenga presente che questi popoli nomadi erano originari della Mongolia, donde moltissime volte uscirono per avventarsi sul baluardo cinese e invariabilmente furono respinti e carambolati verso l’Occidente; si ponga mente a tutto ciò, e si comprenderà come non si possa fare un serio lavoro storico sull’argomento senza considerare globalmente gli avvenimenti mondiali e scoprirne le intime relazioni.
Così, non potremmo comprendere le ragioni dell’enorme ritardo riportato dalla rivoluzione borghese cinese, se non ci rendessimo conto del ristagno e della involuzione che si verificarono in Cina, nella stessa epoca in cui gli Stati atlantici dell’Europa si lanciavano nella via del capitalismo, uscendo definitivamente dal Medioevo. Dobbiamo capire perché accadde che la Cina, che pure era andata avanti a tutte le nazioni del mondo, anticipando di secoli il feudalesimo e la monarchia assoluta si lasciò poi superare piombando in una decadenza irrimediabile dalla quale soltanto ora si sta riscattando. E non potremmo farlo, come il lettore s’è accorto, se non avessimo dato uno sguardo alle condizioni non della Cina soltanto e neppure dell’Asia, ma di tutto il mondo conosciuto all’epoca delle scoperte geografiche. Perciò abbiamo passato in rapida rassegna i rivolgimenti che in quel periodo si verificarono in Europa, e quelli, sostanzialmente identici, che la storia registra per le principali nazioni dell’Asia, come la Persia, l’India, il Giappone. Resterebbero da esaminare le condizioni della Cina. Ad esse abbiamo già accennato nelle precedenti puntate, rievocando l’era dei Ming, che è la dinastia regnante al momento dell’arrivo degli occidentali. Conviene completare il quadro tenendo conto però della ristrettezza dello spazio.
Testimone magnifico della grandezza della Cina fu Marco Polo che visitò il paese dal 1275 al 1291, cioè mentre regnava la dinastia mongola degli Yuan. Occorre ripetere quello che tutti sanno? Marco Polo trovò un paese molto avanzato nell’industria, nel commercio, nella amministrazione. Due secoli e mezzo prima dell’insediamento dei portoghesi a Macao, graziosamente concessa ai “barbari” di Occidente dall’Imperatore, la Cina è un paese dove esiste già una classe di industriali che impiegano mano d’opera salariata nelle loro manifatture. Segno, questo, che l’industria ha assunto forme capitalistiche. Ancora più importante è la classe dei commercianti, che dispone di flotte fluviali e marittime imponenti. “Pel solo Yang-tse-kiang – scrive lo sbalordito Polo – vanno, in verità, più navi cariche di merci di gran valore che non per tutti i fiumi e tutti i mari del mondo cristiano. Il paese vanta un’avanzata metallurgia e consuma grandi quantità di carbone. Il commercio estero è sviluppatissimo e riceve nuovo impulso sotto i Ming“. La Cina importa le spezie dalle isole della Sonda e le rivende ai portoghesi, mantiene relazioni commerciali con la Persia, con l’Arabia, con l’India, col Giappone. Sotto il terzo imperatore Ming, Youg-lo (1403-1424), si intraprende l’esplorazione della Malesia e di Ceylon, viene conquistato l’Annam. Prima di lui, l’imperatore Qubilai aveva tentato la conquista di Giava. Marinai e commercianti cinesi si trovano in tutti i maggiori porti dell’Oceano Indiano, e si spingono fin sulle coste dell’Africa orientale. I banchieri cinesi, come Marco Polo aveva già notato con immenso stupore, usano largamente la carta moneta, del tutto sconosciuta in Occidente.
Ricapitolando, all’alba del secolo XVI le condizioni storiche dell’Europa e dell’Asia, considerando naturalmente gli Stati principali, sono sostanzialmente pareggiate. A parte le diverse vie seguite, a parte le accidentalità presenti nello sviluppo di ciascuno e le differenze degli organismi politici, una tendenza è comune a tutti: la tendenza al rinnovamento delle strutture sociali , all’espansione dei mezzi produttivi, alla ricerca di nuovi modi di vita sociale. In una parola, la tendenza a sotterrare il feudalesimo. Ma la dialettica storica permetterà soltanto ad un gruppo di Stati di percorrere fino in fondo il cammino intrapreso, e cioè a quegli Stati che riusciranno ad imprimere un ritmo mai visto all’accumulazione primitiva, alla costruzione di grandi fortune mercantili e finanziarie che in seguito renderanno possibile la rivoluzione industriale. La grande partita tra l’Asia e l’Europa si deciderà sui mari, sulle rotte oceaniche che apriranno la strada al mercato mondiale moderno.
I persiani, gli arabi, gli indiani, i giapponesi, i malesi, i cinesi sono popoli che vantano antiche e gloriose tradizioni marinare. Sono popoli nei quali il commercio marittimo ha origini remote. Purtroppo i fatti verranno a dimostrare che la loro tecnica delle costruzioni navali e la loro arte nautica sono impari allo sforzo richiesto dalla grande navigazione oceanica. Essi sono audaci al punto di spingersi da un estremo all’altro di un oceano – l’Indiano – ma si dimostrano incapaci di operare la grande impresa del collegamento degli Oceani. La realtà dell’epoca è che il commercio ha assunto un’importanza che supera le nazioni e i continenti: s’è fatto mondiale. Le sue vie restano, però, ancora terrestri. Esistono, è vero, le gradi flotte di Venezia e di Genova che si occupano del commercio Europa-Asia, ma il loro compito si arresta nel porto di Alessandria o in quelli meno importanti della Siria. Le merci provenienti dall’Asia, quando non seguono la lunghissima “via della seta” attraverso il Turkestan cinese, sono trasportate dalle flotte arabe a Suez, e di qui, a dorso di cammello, proseguono verso la metropoli egiziana. Di conseguenza, le spese di trasporto, sulle quali pesano tra l’altro le imposte gravosissime fatte pagare dai turchi che controllano le vie di accesso all’Europa, diventano insostenibili. Occorre trovare una comunicazione diretta tra i due continenti, tra i due mercati. In questa impresa l’Asia è assente; vi partecipano, invece, i nuovi Stati atlantici dell’Europa, le neonate monarchie cristiane che sono emerse da una lotta vittoriosa e tendono irresistibilmente ad espandersi.
Se i disparati principi feudali accettavano con rassegnazione il monopolio commerciale delle Repubbliche marinare italiane, le superbe monarchie che si sono insediate a Madrid, a Lisbona, a Parigi, a Londra, non sono più disposte a tollerarle, anche perché possono disporre dei mezzi finanziari occorrenti alle spedizioni oceaniche. E comincia la lotta per la scoperta e il possesso monopolistico delle nuove rotte interoceaniche. La scoperta dell’America regala immensi imperi coloniali alla Spagna e al Portogallo, ma essa non avrà influenze immediate sulla storia mondiale come la circumnavigazione dell’Africa di Vasco de Gama. Il formidabile raid Lisbona-Calicut del 1497-98 scrolla il mondo: esso segna la smobilitazione del Mediterraneo, la decadenza irrimediabile dell’Italia, l’esplosione della potenza coloniale portoghese; segna soprattutto la sconfitta dell’Asia. Ora il mondo sa chi sono i suoi padroni. E quando un’altra eroica spedizione, condotta da Ferdinando Magellano, si spinge nell’Atlantico australe, riesce a trovare il passaggio di sud-ovest e sbocca nell’Oceano Pacifico che risale fino alle Filippine, la vittoria dell’Europa è piena, è inappellabile: l’accerchiamento navale dell’Asia è completo.
La circumnavigazione del globo, negli anni 1519-1522, sanziona il primato e il predominio mondiale dell’Occidente, poco importa se dalle mani degli iberici esso passerà in seguito in quelle di olandesi ed inglesi. Cambieranno i dominatori, che la tortureranno e la spoglieranno spietatamente, ma non muterà ormai più la sorte dell’Asia: scompariranno dai mari le sue flotte, si inaridiranno le sue campagne, e si spopoleranno le sue meravigliose città. E i suoi popoli piomberanno nella galera infernale del colonialismo capitalista, il più feroce e inumano che sia mai esistito. Non altrimenti si spiegano le cause del ripiegamento e della decadenza dell’Asia, e per essa della Cina.
Ma nulla accade a caso nel dominio della storia come in quello della natura. La superiorità navale dell’Occidente non fu l’effetto di un colpo di fortuna. Nella riuscita delle spedizioni ebbe certo la sua parte la preparazione scientifica, il coraggio e la disciplina degli ammiragli e delle ciurme. Ma la verità è che la tecnica delle costruzioni navali e l’arte nautica dovevano avere maggiore sviluppo in Occidente per la ragione che la civiltà occidentale sorse sulle rive del Mediterraneo, cioè di un mare interno di facile navigazione. Proprio perché questo mare era di facile accesso a tutti i popoli che ne abitavano le coste, ogni grande potenza che aspirava a conquistare la supremazia imperiale dovette innanzi tutto imporsi come potenza navale. La circumnavigazione dell’Africa compiuta dalle navi del Faraone Nino, l’imperialismo commerciale dei fenici, il colonialismo transmarino delle repubbliche elleniche, il grande conflitto tra Roma e Cartagine, le competizioni delle Repubbliche marinare italiane, sono fatti che stanno a dimostrare come la lotta tra le potenze mediterranee fu soprattutto una lotta tra potenze navali.
Al contrario, le nazioni asiatiche non ebbero mai una marina da guerra capace di rivaleggiare con quella dell’Occidente. La stessa Cina non riuscì mai a stroncare la pirateria giapponese. Ciò si spiega col fatto che i grandi Stati asiatici furono costretti a spendere la massima parte della loro energia contro le invasioni dei barbari calanti dalla parte settentrionale del continente e non ebbero da affrontare pericoli di invasioni dal mare. L’Oceano era stato, per millenni, un baluardo insuperabile per loro come per i remotissimi popoli che abitavano l’Occidente. Ma quando l’Oceano fu violato, essi si trovarono senza difesa.
Da allora, l’imperialismo bianco è riuscito a dominare l’Asia dominando gli Oceani. Non a caso è accaduto che appena gli antichi padroni britannici francesi e olandesi ne furono scacciati, nel corso della Seconda Guerra Mondiale le nazioni asiatiche sono risorte a nuova vita.