Kansainvälinen Kommunistinen Puolue

Il partito non nasce dai «circoli» Pt. 3

Kategoriat: Opportunism, Organic Centralism, Party Doctrine

Kattojulkaisu: Il partito non nasce dai «circoli»

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Gli argomenti sin qui svolti hanno teso a dimostrare che il partito politico non nasce da “svolte” organizzative né da “cure” disciplinari ma dal corretto lavoro di ripristino del programma. Su questa base è sempre sorto e risorto il partito politico di classe. Le forze che si affasciano attorno alle funzioni, tutte, nelle debite proporzioni, nelle quali si estrinseca la vita del partito, trovano con naturalezza ciascuna il suo posto di lotta e di impegno, nel rispetto, anch’esso naturale, dei principi fondamentali dell’organizzazione che sono il centralismo e la disciplina. Questi principi sono comuni a tutti i partiti politici, anche borghesi, con la sostanziale differenza che nel partito comunista trovano applicazione che la Sinistra definisce con l’aggettivo “organica”.

A scanso di equivoci, l’aggettivo “organico” non significa che ciascun militante può arbitrariamente interpretare le disposizioni del partito; che il partito si struttura senza una gerarchia e che in questa gerarchia chi sta in alto possa altrettanto arbitrariamente lanciare ordini reprimere e condannare. La storia della Sinistra sta a dimostrare che, piuttosto di infrangere le regole fondamentali dell’organizzazione politica di partito, essa ha preferito ”subire in silenzio”, spesso “eroico”. L’esempio delle cosiddette “ritrattazioni” della vecchia guardia bolscevica dinnanzi ai tribunali statali di Stalin conferma la formidabile disponibilità dei comunisti a rinnegare ogni loro personale convincimento, quando debba scontrarsi con il principio dei principi, l’esigenza primaria del partito politico di classe; per non offrire al nemico, il capitalismo, l’argomento di ricatto sulla classe operaia che anche il suo partito viene rinnegato dai rivoluzionari. La lezione di Bucharin, Zinoviev, Kamenev, ecc. è stata proprio quella di non offrire al mondo capitalista lo spettacolo dell’insubordinazione al partito.

Organico significa che il partito non è vincolato ad alcuna forma a priori e che vuol essere in grado di assumere ogni forma che sia funzionale per la micidiale guerra totale del proletariato rivoluzionario alla società capitalistica. In questo senso non esclude dal suo arsenale politico ideologico tattico ed organizzativo alcun mezzo che ritenga efficace per vincere sul nemico storico. Un partito con una organizzazione duttile, in grado di passare da una fase all’altra della lotta di classe, senza uscire dai binari del programma. È quello da sempre sostenuto da Lenin, anche.

I principi della organizzazione

Un partito politico può esistere senza una ideologia, una dottrina, un programma storico suoi propri, ma non può esistere senza organizzazione. Il partito fascista è un esempio lampante. Il partito anarchico ha dovuto rimangiarsi tutti i suoi sofismi per sopravvivere come forza politica.

Il vantaggio che ha il partito comunista è quello che la sua organizzazione non poggia sui principi organizzativi di centralismo e di disciplina svincolati dal programma. In questo l’organizzazione comunista trova continuità, muore e risorge nel tempo, perché trae origine e forza dal suo programma unico e indivisibile. Fermo restando il “partito storico”, cioè il partito-programma che non muore sino a che non morirà la società divisa in classi, il partito politico, cioè effimero nell’espressione di Marx, suscettibile alle fluttuazioni della lotta di classe, opera e si muove organizzando le sue forze sulla base del centralismo e della disciplina.

È ben vero che il partito non nasce dai circoli, ma può dissolversi nei circoli, quando venga meno l’osservanza del programma, della tattica, dei principi organizzativi.

Un altro aspetto che caratterizza la applicazione dei principi organizzativi nel partito comunista è che la disciplina è spontanea, anche quando, per ragioni di forza maggiore, il partito deve darsi una organizzazione militare. Anche qui va ribadito che spontaneo non significa accettazione o repulsa della disciplina a seconda di come uno si alza la mattina.

Uno degli argomenti principali che la Sinistra ha usato nella lotta contro la degenerazione di Mosca e contro lo stalinismo era, ed è, che è mortale per il partito ritenere di correggere le deviazioni con procedimenti organizzativi e disciplinari.

Il partito si crea delle regole di funzionamento che possono variare da fase a fase della lotta di classe, in corrispondenza dell’azione e dell’attività che deve svolgere. Queste regole devono altresì rispondere ad esigenze precise e ai principi organizzativi, in modo tale da non turbare l’assetto del partito. Assicurare che la vita interna e il lavoro del partito si svolgano al meglio non è aspetto secondario, né morale, nel senso deteriore del termine. La travagliata storia dell’Internazionale ha dovuto soffrire l’inquinamento opportunistico anche per queste vie, che la Sinistra, pur denunciandole per tempo e con forza, non poté evitare. Il piccolo partito non può trascurare questi aspetti ritenendoli secondari rispetto ai grandi problemi da affrontare. Il buon funzionamento del partito non è dato soltanto dal rispetto rigoroso del programma, della tattica e della organizzazione, ma anche dall’insieme delle funzioni interne ed esterne.

A tale riguardo la Sinistra ha dato delle indicazioni precise, sotto forma di precetti riferibili, nelle espressioni letterarie, più ai sentimenti che alla ragione, certi di suscitare il sarcasmo dei neo-bolscevichi di ferro, tetragoni ad ogni moto dell’animo. La definizione che il «socialismo è un sentimento» è di Marx e della Sinistra, non di Tolstoi, e non si vede perché questo sentimento debba impregnare l’umanità di domani e non anche la “comunità combattente”, il partito appunto, di oggi. La “fraterna considerazione dei compagni”, che scandalizza gli imbecilli e offre pretesto agli ipocriti per le loro manovre diplomatiche, è uno dei precetti di vita interna di partito. Significa solidarietà dei compagni tra di loro, non compatimento. La solidarietà è una forza materiale, non una debolezza. Si racconta che l’internazionalista Lenin facesse al “romantico”, “bolscevico di ferro”, o “di acciaio” per definizione, Stalin, una potente cazziata napoletana per essersi permesso di mancare di rispetto alla sua compagna Krupskaia, militante del partito.

Un altro precetto di vita di partito, è quello che sembra contraddire il primo, che “non si deve amare nessuno”. Gli isterici, che non possono apprezzare l’alto contenuto di verità del paradosso, danno l’interpretazione che tra compagni non debbano intercorrere sentimenti affettivi, che i compagni debbano essere considerati come meri strumenti, da prendere o buttare, di un partito metafisicamente inteso come un Moloch cui tutto debba essere sacrificato, dimentichi che il partito politico non può esistere senza militanti. Il significato al contrario, del precetto è quello che si devono amare tutti i compagni, e non alcuni ed estromettere altri.

È falsa l’immagine che il partito sia tutto e solo razionalità, scienza militante, freddo organo sociale, come se fosse una macchina. Anche nel partito la razionalità, la scienza non è dei singoli, ma del corpo complessivo della classe, intesa da marxisti, condensata in testi e tesi travalicanti secoli e generazioni. E scienza e razionalità non sarebbero senza le spinte determinanti della passione, del sentimento. Senza fede, istinto, sentimento non esiste rovesciamento della prassi. Non esiste la scienza per la scienza, il marxismo per il marxismo, il partito per il partito. Marxismo e partito sono arma e organo dell’ultima classe rivoluzionaria della storia, il proletariato. Ribadimmo questi concetti in particolare negli ultimi anni di vita dell’Internazionale, quando eravamo costretti ad assistere a velenose lotte interne che laceravano il corpo glorioso del partito internazionale in fiere: quando si formavano fratrie lottanti senza esclusioni di colpi, di cui Stalin fu la macabra sintesi.

La scissione del nostro piccolo partito del novembre 1973 non avvenne perché al partito veniva imposta una disciplina “stalinista”, secondo la versione degli scissionisti, il cui bilancio, peraltro, è tanto grave quanto fu in quegli anni torbidi ed asfissianti la tracotanza con cui si impose al partito la museruola. Le ragioni della scissione riposano in un disegno tattico col quale si voleva spostare il partito sul terreno del pateracchio con il campo dell’estremismo piccolo-borghese, ribattezzato “area rivoluzionaria”, con i “circoli” e le fogne della “contestazione” perenne dello studentame e del sotto proletariato, mente e braccio delle semi-classi sterili e reazionarie. La manovra fu sostenuta dalla falsa dottrina che “forse saranno i Soviet” a sostituire i sindacati, assorbendo il principio che proveniva proprio dal campo dell’estremismo reazionario, della “politique d’abord”, della “politica prima di tutto”, col quale si declassava la lotta economica proletaria, la ricostruzione dell’insostituibile organizzazione di classe.

I provvedimenti organizzativi e disciplinari che furono presi per far passare questa manovra servirono a spezzare le resistenze nel partito e furono coadiuvati da una campagna di denigrazione e di menzogne, degne degli anni bui della Internazionale di Mosca.

Così, nella vita interna del partito, si andava affermando il falso principio che si potesse impunemente passare da una manovra all’altra col semplice ricorso a strumenti organizzativistici e disciplinari, col terrorismo ideologico ed in alcuni casi anche non ideologico. Nei rapporti fra compagni dominò sempre di più la diffidenza, la diplomazia, sino all’odio giustificato dal nuovo verbo della necessità, per il bene del partito, della “lotta politica” nel partito.

Non ci dolemmo, allora, dell’improvviso inasprimento delle misure disciplinari, né del comportamento poliziesco degli emissari del centro, perché è sacrosantamente vero che i comunisti non si dolgono della disciplina, ma perché con questi mezzi, usati inaspettatamente, i comunisti percepiscono che qualcosa di poco chiaro sta mutando nel partito e fanno bene a diffidarne. Malgrado ciò, fu atto coerente e dovuto la sottomissione alla centrale del partito, senza rinunciare alla funzione necessaria per qualsiasi compagno di controllare l’operato della centrale.

Ricordiamo questi fatti dolorosi, ma anche pietosi, indegni della tradizione della Sinistra, ai compagni seri e giovani di ieri e pure a quelli di oggi, ai quali la verità non è mai giunta o è giunta distorta, perché possano valutare obiettivamente che le vie attraverso cui passa la distruzione del partito sono varie e diverse, ma tutte riconducibili all’esperienza storica, che il vero partito possiede e che i compagni sinceri hanno il dovere di ricercare e di difendere, costi quel che costi.

Dal partito ai “circoli”

Uno dei percorsi di degenerazione del partito è quello del suo decadimento in “circoli”, di gran lunga assai il peggiore, anzi addirittura infecondo, perché le frazioni possono essere la base da cui ripartire per la ricostruzione del partito, come la storia ha dimostrato. Questo pericolo sussiste soprattutto quando si tratti di un partito nel quale ci sia da dilapidare il prezioso patrimonio complessivo del marxismo rivoluzionario. La via per disperdere questo patrimonio in mille rivoli è esattamente quella per cui si consente che si formino e si cristallizzino ed infine operino nella stessa organizzazione politica di partito indirizzi difformi da quelli che il partito si è dato, coltivando l’illusione che il partito così trasformato in partito di opinioni possa rispondere alle sollecitazioni più impegnative della lotta di classe.

Abbiamo già storicamente constatato quanto sia erronea la generosa pretesa di attrarre forze disomogenee nel momento in cui ci si crede lanciati verso l’attacco rivoluzionario, sperando che la lotta le amalgami almeno fino alla vittoria, nel fermo proposito di distaccarle dopo la vittoria se dovessero ostacolare il mantenimento del potere politico. Abbiamo amaramente constatato che, venuto meno l’attacco e la vittoria, queste forze disomogenee hanno fortemente contribuito ad uccidere il partito. Ripercorrendo questa strada, bocciata dalla storia, il piccolo partito morirà ancor prima di nascere come un grande partito.

A maggior ragione quando si verifica il processo inverso, cioè quando, per effetto di discontinuità organizzativa, oscillazione tattica, difformità di indirizzi, incoerenza verso la tradizione, il partito, unico nominalmente, in realtà è una organizzazione composita, formata di particelle diseguali, tenute insieme da regole disciplinari, che reggono per assenza di veri urti, per la persistente flaccidità dei rapporti sociali.

Le posizioni che esprimiamo sono quelle della Sinistra, del partito di ieri, del 1921, cristallizzato nelle Tesi di Roma 1922, di Lione 1926, nelle posizioni ferme e coerenti tenute nei Congressi dell’Internazionale Comunista, nelle basi caratteristiche del 1952 sino alle tesi 1965-1966.

Lo abbiamo seccamente ricordato anche ai “circoli” cosiddetti “internazionali” e “internazionalisti”, che ci invitavano a congressi paracostituenti del “partito”, i quali svolgevano, e crediamo che ancora svolgano, l’argomento che il partito nasca da una “intesa” da un pateracchio tra circoli, o gruppi, come li chiamano, riunendo le “membra sparse” dei comunisti. Che il pateracchio possa esserci, non lo neghiamo. Escludiamo che generi il partito politico di classe, il partito “compatto e potente”.

Va riconosciuto che i “costituenti” sono coerenti perché fanno seguire le parole dai fatti. Non sono coerenti quelli che predicano la falsa dottrina che il “partito nasce dai circoli” e la praticano soltanto di nascosto, tra le mura di casa, non è dato sapere se per pudore o per opportunità, o anche per tutti e due.

Le posizioni della Sinistra non passano nel mezzo tra “costituenti” spudorati e “costituenti” pudichi, ma si scontrano con gli uni e con gli altri, denigratori della Sinistra e del vero partito.

Il partito cresce e si sviluppa nei modi già conosciuti, sulla base del patrimonio della Sinistra, e non addizionando circoli o gruppi sedicenti rivoluzionari, verso i quali va svolta una politica di svuotamento per liberarne le forze genuinamente proletarie. In altro modo, saranno i circoli che entreranno nel partito e ci porteranno ciò che di più deleterio si possa concepire. Il partito si accrescerà d’effettivi, forse, ma si trasformerà in una serie di circoli e fratrie in lotta tra di loro, sino a degenerare.