International Communist Party

Battaglia Comunista 1945/I/11

Finzione e realtà della Costituente

Non è sulle ragioni teoriche della nostra critica alla Costituente che vogliamo oggi ritornare. Abbiamo più volte indicato come, per noi, la campagna per la Costituente rappresentasse un comodo e intelligente diversivo alle agitazioni sociali e alla ripresa della lotta autonoma del proletariato sul piano di classe; abbiamo più volte smascherato l’illusione, intrattenuta dai partiti di governo nelle masse operaie, che la Costituente possa, fermo restando tutto l’apparato di dominio della borghesia, mutare le basi storiche della società capitalistica; abbiamo inoltre ripetuto, sulla scorta della tradizionale critica marxista e leninista, che, nell’ambiente sociale e politico borghese, con una profonda disparità economica e politica fra una classe e l’altra, nessuna consultazione elettorale potrà mai esprimere concretamente gli interessi, i bisogni, le esigenze profonde delle masse sfruttate. Basta pensare alla mobilitazione della propaganda borghese, ai suoi infiniti strumenti di corruzione (non soltanto materiale, ma spirituale e politica), all’influenza che esercitano (in forma spesso coercitiva) su certi strati sociali il prete e l’intellettuale, per svalutare nel fatto, indipendentemente da considerazioni di ordine generale, l’equazione arbitrariamente istituita fra consultazione elettorale e volontà delle masse.

L’argomento sul quale volevamo insistere è di carattere meno generale e più contingente e mira a smantellare l’enorme e delittuoso edificio di illusioni che si va costruendo nelle condizioni attuali del Paese per condizionare all’opera di un istituto parlamentare qualsiasi la presa di possesso delle leve di comando del Paese da parte della maggioranza. In realtà, la Costituente si preannuncia in un clima internazionale che rende illusoria ogni pretesa di governi legalitari e di compromesso ad esercitare un effettivo controllo sui rispettivi paesi. Quanto sta avvenendo in altri settori dimostra a sufficienza come ogni trasformazione politica interna, ogni tentativo di risolvere il più modesto problema istituzionale, ogni libertà di manovra sarà d’ora in poi strettamente vincolata a fattori di ordine esterno, alla suprema volontà del direttorio dei vincitori. E il blocco anglosassone che accusa la Russia di esercitare una pressione politica sui paesi occupati perché le consultazioni elettorali diano l’esito più favorevole ai suoi interessi di grande potenza vale almeno quanto l’accusa inversa della Russia alle potenze anglosassoni di esercitare una pressione analoga sulle rispettive sfere d’influenza.

Ogni assemblea politica a carattere costituente, ogni governo, avrà dunque, nella situazione attuale, segnati rigorosamente i suoi limiti all’organizzazione diplomatica e militare dei nuovi reggitori del mondo, e non sarà tanto l’occupazione militare dei territori (che non può essere indefinita) a tracciare questi limiti, quanto l’apparato internazionale di dominio politico, economico, finanziario che la nuova pace ha garantito e sempre meglio e più saldamente garantirà ai suoi tutori. In condizioni di questo genere, quando ancora l’Italia non conosce la sorte che le sarà riservata (e che comunque risulterà del tutto indipendente dai suoi presunti o reali desideri), parlare di popolo padrone dei suoi destini è veramente scambiare l’ombra per il corpo.

La verità è che il miraggio della Costituente assolve in modo superbo il compito di ridar respiro alle forze più salde della società capitalistica, per costruire grado a grado e quasi nell’ombra un apparato nazionale e internazionale di controllo delle forze politiche a base o a ideologia proletaria, da imporre vuoi attraverso il compiacente meccanismo elettorale, vuoi attraverso un atto d’imperio in tutti i paesi agitati dalla crisi. In questo clima diffuso nelle masse operaie di falsa attesa di una vittoria di carta (che non è neppur sicura), le forze tradizionali della conservazione borghese riprendono giorno per giorno terreno, e le forze nuove (i reggicoda socialcentristi) ne sono, volontariamente o involontariamente, i complici. La mistica della Costituente avrà così disarmato, sul piano nazionale come su quello internazionale, le forze proletarie, e avrà dato alla borghesia tempo, agio e vigoria per mettere la corda al collo al suo nemico di classe.

Se noi ci battiamo, è perché il proletariato non se ne accorga troppo tardi.

Sullo sblocco dei licenziamenti

Dopo l’allarme lanciato nei giorni scorsi sui licenziamenti in massa, pare ora che si voglia procedere, sotto il controllo dei consigli di gestione, ad un rinnovo delle maestranze col licenziamento di una quota ridotta di operai (i consigli di gestione si assumeranno così il simpatico compito del giudizio sulla produttività o sulle qualità morali, e magari politiche, dei lavoratori) e ad una riduzione delle ore di lavoro con conseguente peggioramento della situazione economica delle famiglie proletarie: ma è ovvio che si tratta soltanto di rinviare nel tempo una crisi che è in atto ben oltre i confini dell’Italia e ber oltre i limiti di questo o quel settore produttivo. Comunque, la parola d’ordine tanto degli industriali quanto dei consigli di gestione è ridurre i costi e l’incitamento che viene dal governo è che «ritornino in tutti la gioia e la dignità del lavoro» – le classiche parole d’ordine dell’economia borghese e del filisteismo moraleggiante dei radicali di tutti paesi.

Ma, accanto alla crisi industriale, va approfondendosi la crisi agricola, esplosa per riflesso di tutti gli squilibri del periodo bellico, dell’anormalità della situazione dei costi e dei prezzi, e delle distruzioni (in alcune regioni vastissime) prodotte dal conflitto. E’ questo un altro punto dolente della congiuntura. Gli industriali e il governo vorrebbero riavviare verso le campagne gli operai affluiti nel periodo di guerra negli stabilimenti: le campagne soffrono non di una deficienza di mano d’opera, ma di un suo eccesso (proletarizzazione di piccoli proprietari, affittuari, mezzadri che hanno perso tutto o quasi tutto nelle operazioni militari, ritorno dei prigionieri, degli internati, dei militari ecc.) e vorrebbero trovare nell’industria una possibilità d’impiego delle braccia inutilizzate. Si apre così un nuovo circolo vizioso.

Le lotte che ingaggerà il proletariato per uscire da questa stretta avranno un senso solo se inquadrate nelle direttive politiche di un partito rivoluzionario di classe e se, nel loro sviluppo e per effetto di una continua e intima aderenza alla linea di questo partito, daranno vita ad organismi nuovi di battaglia per la difesa degli interessi contingenti e finali della classe operaia. Giacché da questa crisi può liberare in modo veramente duraturo i lavoratori solo la rivoluzione proletaria.

Le elezioni alla FIOM

Il modo con cui sono state impostate a Milano le elezioni per il Comitato Direttivo della FIOM, mediante schede bloccate proposte da quattro partiti agli operai con esclusione di ogni lista di minoranza e con spazio bianco riservato alla generica designazione di altri candidati, dimostra come gli organismi sindacali siano dominati da una dittatura di parte e come il criterio della burocratizzazione abbia definitivamente prevalso su quello della libertà sindacale.

A titolo di protesta contro questo metodo, il Comitato Sindacale della nostra Federazione ha distribuito una lista di nostri rappresentanti proponendoli alla votazione. E’ la rivendicazione non di un nostro particolaristico interesse, ma di un diritto vitale della classe contro lo svuotamenti dei suoi organi di lotta.

Dalla «Piattaforma politica del Partito»

La politica del partito nella questione agraria, coerente alla impostazione marxista di questa, deve mirare a creare alleati del proletariato industriale nelle campagne, non dimenticando che già da tempo in Italia tali alleati esistono e sono rappresentati dai lavoratori diretti della terra, salariati e braccianti. Gli altri gruppi di lavoratori diretti della terra a carattere non salariale devono essere incitati e spinti a scorgere le antitesi dei loro interessi sociali con quelli della borghesia cittadina e terriera, ma non per questo si deve elevare all’altezza di compito storico la abolizione di un preteso superstite feudalesimo in talune regioni d’Italia, né si deve giungere all’apologia del frammentamento delle aziende rurali determinato in altre zone da condizioni materiali e tecniche, e che non può non essere considerato come un elemento controrivoluzionario. La conquista della terra da parte dei contadini non è un postulato proponibile ed attuabile da un regime borghese, fascista o liberale, e non è la giusta espressione del compito economico di un regime proletario nelle campagne, che, pur spezzando i privilegi fondiari di natura strettamente parassitaria gravanti sulle piccole aziende, imposterà le sue misure economico-sociali e la sua politica nel senso di togliere il più rapidamente che sia possibile al lavoratore dei campi il carattere borghese di proprietario della terra e dei prodotti di essa.