Impero del capitale, impero di sangue
E’ un punto fermo da più di cent’anni che i marxisti rivoluzionari, proprio in quanto rivendicano una violenza collettiva col suo corollario storico della dittatura della classe vincitrice sulla vinta, e la rivendicano non già in nome di principi assoluti ed eterni, ma perché riconoscono in essa un fatto obiettivo delle società divise in classi antagoniste, l’esplosione di forze materiali cozzanti contro l’involucro conservatore della società moritura ma non disposta a morire e ammorbante coi suoi miasmi la giovane società che lotta per uscire dal suo grembo e spiccare libera il volo, proprio perciò non hanno mai approvato e condiviso il metodo della violenza individuale e, nella fattispecie, dell’assassinio di capi di Stato o di governo.
Questo metodo ha una triplice base antimarxista, idealista e moralistica: o il presupposto che nello Stato sia la radice di ogni male e che, sopprimendo colui che, come stoltamente si dice, «detiene il potere», si possa liberare l’umanità dai molteplici cancri che la rodono, o quello che il terrore esercitato contro di lui trattenga gli altri dal prenderne il posto, quasi che le forze reali che spingono al potere uomini o gruppi non fossero mille volte più potenti dello stesso attaccamento alla vita del «capo» prescelto, o infine quello, in cui l’idealismo tocca il vertice della sua presuntuosa stupidaggine, che sia la persona umana, grande o piccina, a «fare la storia».
La stampa e la pseudocultura borghesi che in questi giorni si sono abbandonate a un parossismo di retorica adulatrice trasformando l’individuo Kennedy – quali che fossero le sue qualità personali di uomo (e non sarà inopportuno ricordare che pochi presidenti sollevarono da vivi tante critiche, fra i suoi stessi amici) – in un Grande, in un Dominatore, in un Eroe, anzi addirittura nel Perno sul quale poggiava e col quale cadrebbe l’ «umanità civile», si sono esse accorte che esprimevano la stessa ideologia distorta che ha armato la mano del suo uccisore, chiunque egli sia? La medaglia dell’ «Uomo grande nel bene» ha sempre il suo rovescio nell’ «Uomo grande nel male»; del primo non si può fare a meno allo stesso titolo falso con cui (nello stolido presupposto di cui sopra) si deve fare a meno del secondo. Per noi, per il materialismo storico, per la dottrina del proletariato rivoluzionario, l’individuo, quand’anche superasse gli altri in prestanza fisica o in potenza cerebrale, non fa che registrare più o meno fedelmente, in una direzione o nell’altra, i moti di fondo di una storia dalla quale egli è diretto, che egli non dirige. Mettetelo per un istante al centro della storia come un demiurgo che la modelli o addirittura la crei, e vi stupirete che scomparso lui, la storia prosegua per la propria strada, la stessa, o, se imbocca una strada diversa, sia quella che già si esprimeva, lui vivo, nel suo procedere contraddittorio, e che egli stesso, se fosse sopravvissuto, sarebbe stato costretto a seguire firmandola con la sua risibile sigla.
Ma voi per primi, o borghesi, sapete che la retorica dell’Eroe è una menzogna. Troppo facile sarebbe abbattere i vostri templi dorati, se fosse vero che questi stanno o cadono secondo che stia o cada il fragile birillo di un uomo! L’avete dimostrato voi stessi trasformando le esequie di Kennedy, col solidale concorso di tutti i potentati (Cremlino compreso), nella celebrazione di una messa solenne non in mortem ma in vitam della potenza americana, delle «virtù» democratiche, del «bene supremo» della coesistenza negli affari. Non l’uomo-Kennedy ha attirato davanti al nuovo Campidoglio la rappresentanza più folta dell’ordine costituito e delle sue glorie intrise del sangue di due guerre mondiali che mai si sia vista; ve l’ha attirata la solidarietà che lega al suo perno anonimo l’intero mondo borghese, alla casa-madre le sue innumerevoli filiali. Davanti al suo altare, non davanti alle spoglie di un uomo, era necessario inginocchiarsi per trarre dalla breve vicenda di un uomo il pretesto di levare un inno all’ «eternità» di un sistema e di una legge. Questo sistema e questa legge, che sono dittatoriali e cruenti anche se si rivestono di democratismo e pacifismo, non cadranno con un uomo – è questo che il vertice funerario di Washington voleva dire agli schiavi della terra -;noi rispondiamo che cadrà egualmente in scontri sanguinosi, non perché un «capo» sarà stato trafitto da un proiettile, così come non sopravviverà alla condanna della storia perché sia stato eventualmente trafitto un umile o grande propugnatore dell’ideologia proletaria. Nulla è cambiato, urlano radio e televisione; tutto cambierà, urliamo noi, ad opera di una classe!
* * *
Il marxismo che respinge il terrorismo individuale nella stessa misura in cui rivendica quel fatto storico che è la violenza collettiva determinata dalla necessità di rovesciare una dominazione di classe che ammorba i viventi, non può associarsi né al coro dei piagnoni, né a quello dei giudici. L’attentato è un effetto della divisione della società in classi e, se nasce in modo deforme da una visione non proletaria ma piccolo-borghese della storia, ha tuttavia sempre una causa oggettiva, storica e sociale; non appartiene alla sfera della criminologia, né si risolve giustiziando il colpevole. Pretendete di fare della vittima il Dio e dell’uccisore il Satana? Riconoscete allora che, ai due estremi di una classificazione che vi lasciamo perché non ci appartiene, entrambi sono le vittime di un ordine sociale che in loro ha espresso il suo dramma collettivo, le sue terribili lacerazioni interne. Tutta la storia della classe dominante americana e del suo Stato trasuda violenza, una violenza feroce, sorda, cieca, sotterranea, che scoppia in convulsioni periodiche e affonda le sue radici nell’assetto sociale e nel meccanismo produttivo di quella società del benessere, di quella gigantesca macchina del profitto, di cui a ragione è divenuto il simbolo non la Casa Bianca, ma Wall Street. L’assassinio di Kennedy e quello del suo uccisore solleva al massimo un lembo di velo sul mondo occulto di odi belluini che non si può separare dal tessuto connettivo della società capitalista. Se follia c’è stata, cercatela nella follia di un regime, non di un uomo o di due.
Chi ha ricordato, in questi giorni, le schiere interminabili di salariati bianchi e negri che, nel corso di una storia giovane di poco più che due secoli, hanno lasciato illacrimati la vita nelle stesse circostanze «misteriose», nello stesso clima da malavita organizzata, quindi socialmente identificabile? Chi ha ricordato le miriadi di lavoratori negri nel Sud, di lavoratori bianchi nel Nord, su cui si è abbattuta una cieca invisibile mano, una mano alla quale non si è mai riusciti a dare un volto perché era ed è quello dello sfruttamento della forza-lavoro, della feroce resistenza di una classe arroccata al potere contro il minimo gesto di rivolta o anche solo di disubbidienza, del suo schiavo? Chi ha ricordato che lo stesso filo rosso corre anche all’interno della classe dominante, fra gruppi in concorrenza reciproca, fra interessi difficili da conciliare se non nell’opposizione all’unico nemico di classe?
Quando nel 1912, il muratore Antonio d’Alba attentò alla vita di Vittorio Emanuele III, il congresso socialista di Reggio Emilia gridò, poco importa per la bocca di chi: «i regicidi sono gli infortuni dei re, come le cadute dai ponti sono gli infortuni dei muratori». Colui che, o per nascita o per elezione, va ad incarnare visibilmente o, come dite voi borghesi, a «dirigere» lo Stato che è la sovrastruttura di una società greve di violenza intrinseca, non può ignorare che la belva scatenata contro i proletari anonimi e non pianti da nessuno potrà imporre la sua legge feroce anche a lui. Nell’apprendere la notizia dell’assassinio De Gaulle ha esclamato: «morto in servizio». Esatto: non Kennedy dirigeva la società in stelle e strisce; egli si è limitato a servirla, nelle sue luci apparenti e nelle sue terribili ombre reali.
Il Moloch come spesso avviene, ha divorato un altro dei suoi figli, non il primo e non l’ultimo. Anzi, ne ha divorato tre, tanto noi siamo certi che la mano degli esecutori di un assassinio a catena è stata armata di carica esplosiva dalle contraddizioni interne della società del capitale, e dal suo retaggio di follia.
“Noi donne” e la fabbrica della schiava perfetta
Come tutti sanno, «Noi donne» è un settimanale edito dal P.C.I., nel quale, con l’armoniosa disinvoltura dell’elefante nel negozio di chincaglierie, si affrontano i problemi più diversi nella pretesa di fornire alla donna i mezzi «adatti» alla sua emancipazione dalla schiavitù del modo di produzione capitalista.
Senza dilungarci in preliminari descrittivi di questo foglio ignobilmente definito «comunista», leggiamo e commentiamo brevemente i passi più «significativi » di un articolo del n. 34 di quest’anno intitolato « Le schiave del giorno d’ oggi », scusandoci delle frequenti citazioni perchè, 1) in un semplice riassunto non riusciremmo mai a far rivivere con lo stesso «calore umano» gli sproloqui dell’ autrice, la resistenzialista Luisa Melograni, 2) nulla meglio delle citazioni potrebbe confermare quanto il P.C.I. sia caduto al disotto del livello parrocchiale , anche nelle questioni « femminili », (ammesso che una distinzione esista fra salariati maschi e femmine).
L’articolo è preceduto da un cappello che preannunzia, «in nome della libertà interiore» (squisito il linguaggio marxista fin dapprincipio!), una nutrita offensiva contro atteggiamenti e modi di pensare che fanno di molte donne le « schiave inconsapevoli del capitalismo.»
Polemica, discussione, osservazione della realtà sono le armi [quest’ è nuova!] con le quali si possono spezzate catene invisibili
che impediscono di raggiungere «equilibrio e serenità». Il lettore, che forse si crederà capitato in una scuola di mistica e disciplina mentale e religiosa yoga, prenda fiato, perchè la Melograni lo toglie addirittura!
Vediamo quali sono i «fatti interiori che tengono le donne in una schiavitù inconsapevole» e ci accorgeremo che, non essendo in grado di dir nulla sulle ragioni materiali della sudditanza in cui la fetida società borghese tiene la donna, l’esimia autrice può fornire solo delle soluzioni identiche a quelle delle patronesse di rione: per lei, bastano alcuni accorgimenti morali ed educativi per «spezzare le catene che impediscono alla donna di raggiungere «equilibrio e serenità», cioè alla schiava di non sentirsi schiava pur rimanendo tale. Oh, vittime del lavoro salariato, se siete consunte dal logorio infernale a cui il modo di produzione capitalistico vi sottopone, non incolpate questo stato di cose materiale: incolpate soltanto voi stesse, voi «le schiave inconsapevoli », voi che fate troppo poco per costruirvi «una morale che operi all’ interno della coscienza e che, dal fondo di questa, sı irradi al di fuori «spezzando le catene che voi stesse vi siete create! »
Avanti: sotto la guida di Luisa Melograni o di Paolo VI, che è la stessa cosa, ponetevi una serie di problemi liberatori della coscienza, come: Siete «schiave dela casa per vocazione o per necessità? ». E’ chiaro: per vocazione inconsapevole! «La vostra famiglia è forse più unita con gli elettrodomestici?».
Ohibò, ci vuole la luce, certo, ma della coscienza!
E, alla fine di una serie complessa ma rasserenante di interrogativi simili, tirate, dunque, la conclusione ne: Se, oh donna, vuoi combattere e vincere la schiavitù salariale, domestica, sessuale, in cui le delizie della società mercantile e capitalistica ti tengono, conosci te stessa, è la parola d’ ordine », creati una «personalità», naturalmente anche «nella sfera sessuale, capito?». Ma forse tu, donna, non capisci; tu che, salariata di fabbrica o salariata domestica, vendi la tua vita ora per ora in cambio di quattro soldi e di un affetto intriso di sudore e di lacrime, non capisci, devi fartelo spiegare ancora, che cosa significhi l’ inebriante compito di «crearsi una personalità». Eccolo: «Essere libere intimamente, senza un lembo di cervello e di cuore in catene, senza insomma restare schiave degli altri e nemmeno di voi stesse », senza adagiarsi nei propri « difetti ».
Reagite, oh schiave! Sapete voi, legate ad un lavoro quotidiano che non ha orario metà nella galera aziendale, metà a tenere a bada la casa, i figli e tutto il resto sapete voi che ci sono tante vostre compagne che non leggono mai un libro? Sapete che esiste tutto un campionario di donne che si guardano bene di modificarsi perchè non sanno e non credono di poterlo fare?». (Alla Melograni, simile ad una patronessa di rione o ad una gerarchetta fascista buonanima, all’ eletta che parla al gregge dall’ alto della sua prosopopea intellettuale, non passa nemmeno per la formidabile testa che quel campionario di donne non legge libri perchè non può comprarli o, se può, non ha tempo di leggerli, e che «conoscere se stessi »
sarà un gran bell’ esercizio, ma non si concilia col bucato quotidiano o coi telai abbinati di una fabbrica ultramoderna; a questa dispensatrice di saggezza liberatrice, non passa nemmeno per l’anticamera del munitissimo cervello che il suo linguaggio è esattamente quello dei padroni e dei loro servi educatori della personalità dello schiavo, la personalità di chi « si libera all’interno» per non avere neanche più l’illusione di doversi « liberare dall’ esterno »!)…
E’ vero: «Non è facile ed è anche fastidioso (quanta fatica deve aver fatto l’esimia autrice!), intendiamoci; ma, visto che in mezzo alle difficoltà e alle fatiche ci siamo tutte [salvo la Melograni], aggiungiamo ad esse qualcosa che a lungo andare [piano piano, gradualmente!] porterà dei vantaggi grossi, inestimabili… GINNASTICA MENTALE, è quello che ci vuole… un regolare sforzo per «allenarci », per correggere i nostri «difetti », dominare gli impulsi sbagliati », correre in tempo ai ripari con «i nostri mezzi o con l’aiuto della scienza ogni qualvolta avvertiamo un campanello di allarme, Ma, per affrontare questo esercizio di tipo nuovo [oh, certo, non poteva mancare il nuovo», e nuovo è sicuramente per chi si esercita quotidianamente in cucina, intorno alla vasca da bagno, davanti al telaio!], bisogna impadronirsi degli STRUMENTI FONDAMENTALI [be’, forse ci siamo? disilluditi, lettore!]: CULTURA, CONOSCENZA, VOLONTA’. Avanti, provate… Provate ad essere consapevoli di ciò che siete, che fate e che volete, Provate a formare nel modo migliore la vostra personalità, in ogni suo aspetto, per diventare davvero padrone di voi stesse. Non negatevi la possibilità di riuscire… Non essere più schiave, al giorno d’oggi [al giorno del PCI ultimo modello!] significa infatti, per una donna, costruirsi con la propria intelligenza un carattere saldo, una varietà di interessi e di curiosità, una riserva intellettuale e morale contro i momenti difficili, che è sinonimo di equilibrio e di felicità nella vita (Amen!).
Ed ora, potremmo dire anche noi: Capito? Capito che, per spezzare le catene della società capitalistica, occorrono sforzi culturali, morali e intellettuali, il raggiungimento di una coscienza interiore», di una volontà di «equilibrio e serenità»? Capito che, raggiunto questo traguardo nei ritagli di tempo di una giornata di lavoro, Sua Maestà il Capitale si dissolve come nube al vento, e la donna (come l’uomo) è libera e padrona di se stessa»?
Lotta di classe, conquista del potere, distruzione dello Stato, dittatura proletaria? Sciocchezze : ginnastica mentale è quello che ci vuole, e scienza, e cultura, e carattere saldo, Questo si che chiama essere concreti, che si chiama essere progressisti, questo si che si chiama andare «avanti» secondo la fraseologia dei Migliori: si chiama, in altre parole, trasformarsi in SERVI DORATI, IN SCHIAVI COLTI!
Per gli educatori del PCI, le armi fondamentali dell’… emancipazione della donna sono le armi con cui il negriero tiene inginocchiato il negro. «La donna, scriveva Lenin, troverà la propria emancipazione soltanto nel socialismo»; la donna, risponde la Melegari, trova la propria emancipazione in se stessa, attraverso la cultura, la volontà, la «ginnastica mentale». Fino ad oggi,
scriveva Lenin, nessuna repubblica ha potuto liberare la donna; risponde la Melegari: La felice repubblica italiana, fondata sull’ esercizio mentale oltre che sul lavoro, permette alle donne di… liberare se stesse, meditando.
Ve le immaginate, le donne uscite dall’istituto di bellezza mentale di «Vie Nuove», parlare ai figli come Lenin indicò:
«… Esse diranno ai loro bambini: presto tu sarai grande. Ti daranno un fucile. Prendilo e impara a maneggiare bene le armi [non le « armi fondamentali… coscienza, cultura, volontà», e nemmeno l’arma del… pacifismo beota tipo «Vie Nuove» ]. Ma non per sparare ai tuoi fratelli, gli operai degli altri paesi, ma per lottare contro la borghesia del tuo paese, per mettere fine allo sfruttamento, alla miseria e alle guerre, non formulando pii desideri» di rigenerazione morale dell’uomo e della donna?
Queste le parole da donna proletaria, da schiava decisa a liberarsi; queste le parole eterne del marxismo, Parole di ferro e di fuoco, parole che nessun lacchè della cultura, della coscienza e della ginnastica mentale, nessun opportunista, oserà mai pronunciare, perchè sono le parole della sua irrevocabile vergogna!
“Vie al socialismo” e “socialismo africano”
Il numero del 10 agosto di “Rinascita” pubblicava il discorso pronunciato ad Addis Abeba da Kwame Nkrumah, presidente del Ghana, durante il “vertice” dei trentadue capi di Stato africani. A sua volta, la rivista tedesca Ost Probleme, nel numero 11 del 31-5-1963, informava su che cosa del “socialismo africano” pensino ufficialmente i russi, riportando quasi per intero l’articolo di I. Potecin, intitolato: Sul “socialismo africano”: una risposta ai miei avversari, apparso nella “Meshdunarodnaja shisn”1 di Mosca, n. 1/63.
Possiamo così vedere nello stesso tempo che cosa gli africani intendono per socialismo e come i russi li “correggono”; il che faremo subito rimandando il lettore alle nostre trattazioni generali della questione coloniale e riservandoci di esaminare più dettagliatamente, in seguito, le teorie degli “africani”.
Premessa
Noi siamo evidentemente, e lo premettiamo, ben lontani dal definire socialiste le teorie elaborate dagli africani, Nkrumah compreso, in questi anni. Sappiamo che la maggior parte degli Stati africani si trova allo stadio del faticoso superamento di economie primitive e feudali mediante lo sviluppo della economia capitalista, il che rappresenta indubbiamente una rivoluzione di grande portata. Ed è naturale che vi si oppongano con tutte le loro forze gli imperialismi “civili”, dagli “antichi” francesi e inglesi ai “neo” americani e russi “democratici” e “tolleranti”, che vedono di buon occhio la liberazione politica dei popoli soggetti solo per entrare con il peso enorme del loro potenziale economico nella direzione di quegli stessi Paesi “liberati”, ridotti al rango di fornitori esclusivi di pochi e ben determinati articoli a prezzi bassissimi, con conseguente potenziamento unilaterale della loro economia.
Noi non aderiamo neppure alla presentazione di Rinascita del discorso del filo-russo Nkrumah come di «una espressione fra le più complete e autorevoli» dell’idea «della unità del Continente nero», mentre la stessa rivista non spreca un rigo per chiarire, come sarebbe doveroso da parte d’un giornale “comunista”, che il sogno di Nkrumah di un’Africa unita in federazione nazionale è una pura utopia, e che tutti gli obiettivi che questi si pone si possono ricondurre all’introduzione di un vigoroso capitalismo che riscatti la forza africana dall’umiliazione della strapotenza del sistema borghese, europeo e statunitense.
Noi non abbiamo la minima difficoltà a riconoscere la contraddizione lampante fra il desiderio (sorto dalle condizioni materiali di capitalismo in formazione) di accumulare capitali sfruttando le risorse naturali del Continente nero, e quello (sorto dalla pressione esterna del colonialismo) di fondare un unico Stato africano col quale gli imperialismi antichi, intimoriti da una così giovane potenza, dovrebbero trattar da pari a pari. Accumulare capitali significa creare differenziazioni tra zona e zona, Paese e Paese, a seconda delle loro diverse risorse, scavare abissi fra gli strati di popolazioni ancora compatte e “senza classi”, a seconda che queste si trasformino in greggi di funzionari del capitale o in lavoratori salariati. Se ha senso parlare di unità del Continente nero oggi, è solo in rapporto agli antagonismi internazionali; ma quest’unità non può essere che momentanea ed effimera: un’alleanza di Paesi con interessi contrastanti.
Le doppie rivoluzioni
Né un Continente come l’Africa può battere un’altra via, abbandonato come è a sé stesso, slegato com’è dalla rivoluzione dei Paesi avanzati. Da un’economia primitiva non si salta al socialismo d’un colpo solo, perché del socialismo mancano i presupposti, cioè una forte produttività del lavoro legata all’industrializzazione e alla divisione e concentrazione del lavoro stesso. Questi presupposti sono il capitalismo, ed è falso, anche se oggi è una falsità corrente, presentarli come socialismo. È un’altra rivoluzione quella che dovrà compiere il passo di utilizzare tali presupposti, maturati che siano, per la trasformazione anticapitalistica, cioè per l’eliminazione del capitale come oppressore dell’utilizzazione umana delle risorse fisiche, attraverso la distruzione del principale perno su cui esso poggia, il lavoro salariato e, per conseguenza, il mercato.
La retta visione del socialismo in Africa è quella delle doppie rivoluzioni: conquista del potere e introduzione del capitalismo sotto il “controllo dispotico” di uno Stato socialista, in attesa di ricevere l’appoggio determinante del movimento rivoluzionario delle masse proletarie in Europa, finalmente rimessesi sulla loro diritta strada storica e frontalmente schierate contro i regimi borghesi e le loro, e solo loro, sovrastrutture: Stato democratico (o fascista), parlamento, elezioni, religioni costituite. Un unico Stato africano è pensabile solo in questa prospettiva, l’unica che tenga conto delle condizioni economiche particolari e differenziate degli spazi geografici.
Il comunismo è il movimento storico che corrisponde alle società in cui già esiste una separazione accentuata tra lavoro salariato e condizioni del lavoro (capitale): nasce quindi nell’area di formazione del capitalismo, l’Europa Occidentale. Nella situazione odierna, in cui il capitalismo si è ormai diffuso in gran parte del mondo, non è bensì escluso che il movimento politico comunista possa prender piede in Paesi che non hanno ancora raggiunto un alto livello capitalistico, ma sono ancora sconvolti dalle lotte per la formazione nazionale. In questo quadro, se i Paesi già avanzati con le loro lotte proletarie apertamente indirizzate allo scopo massimo, mostrano che la fiaccola della rivoluzione non si spegne ma riprende ad ardere con maggior vigore appena ottenuta l’indipendenza, anche i Paesi arretrati potranno dar vita al Partito della doppia rivoluzione, come gliela diede la Russia 1905-1917. Fuori da questi legami internazionali non esiste alcun socialismo, abbia pure la pretesa e la buona volontà di esserlo o di chiamarsi tale.
Nkrumah e l’unità africana
La concezione dei vari Nkrumah è chiaramente determinata dalle condizioni economiche africane e da quelle politiche internazionali. Che il loro massimo desiderio sia l’introduzione della forma capitalistica lo si deduce dalle misure richieste dallo stesso Nkrumah nel segno di un’Africa unita e senza contraddizioni interne. Egli vede le cose in modo capovolto: l’unione degli Stati africani è la condizione necessaria per reperire i capitali necessari allo sviluppo economico. È una concezione in un certo senso avanzata, in quanto tiene un giusto calcolo della difficoltà del movimento nazionale di affrancarsi in un mondo prigioniero dell’imperialismo più potente. Anzi, rende palese come i movimenti coloniali, abbandonati al loro sviluppo isolato, non possono che fallire e, in pratica, rinunciare a molte misure di rivolgimento sociale. Non è l’unione stessa, comunque, che viene proclamata come fine; essa è il mezzo per ottenere i capitali necessari allo sviluppo economico: «Come è pensabile di poter reperire altrimenti [cioè senza l’unione] i capitali necessari al nostro sviluppo economico? Come è possibile creare diversamente un mercato interno per le nostre industrie?» (Nkrumah, in “Rinascita”, pag. 17).
Più chiari di così non si potrebbe essere: il fine è lo sviluppo economico capitalistico, la creazione di un mercato interno per lo smercio dei prodotti industriali – condizione necessaria e indispensabile al capitalismo – e mezzo a tale fine è l’unione degli Stati africani.
Solo “Rinascita”, ovvero il PCI, e Potecin, ovvero l’odierno Stato russo, possono confondere la creazione del mercato interno con la introduzione del socialismo. E anche questo si spiega: Stalin è l’“inventore” della falsificazione, condivisa dagli odierni antistalinisti, che spaccia per “costruzione del socialismo” la formazione del mercato interno.
Le critiche di Potecin
Nella sua critica al “socialismo africano”, il russo Potecin cerca di fondarsi sulla teoria marxista, e giustamente afferma che il “socialismo africano” non è qualcosa di definito, ma ognuno dei suoi teorici lo intende in modo del tutto personale e diverso. Anche per i propugnatori del “socialismo africano” lo scopo finale è il socialismo ma, come si possa giungere ad esso, questo “come” li divide dal socialismo scientifico. In realtà, molti africani considerano il socialismo come un’economia di piccoli produttori indipendenti a scambio individuale dei prodotti. Potecin obbietta che una simile società è impossibile allo stadio attuale della tecnica, che richiede per la sua utilizzazione la grande produzione (fabbriche, stabilimenti, ferrovie); e ha ragione. Ma la sua critica si limita a questo, e anche un economista americano o europeo avrebbe potuto farla. L’economia moderna richiede enormi mezzi e completo accentramento produttivo: le piccole economie sono costrette o a fallire, o a svilupparsi e differenziarsi ulteriormente creando appunto grandi complessi che concorrono fra loro superando ed eliminando i piccoli.
È chiaro che la concezione d’un “socialismo” consistente in una società di piccoli produttori indipendenti è un’utopia identica a quella dei primi utopisti che non riuscivano, per quanta fantasia avessero, a superare i limiti e gli schemi della società esistente e al massimo l’immaginavano resa giusta e perfetta. È una concezione che sorge necessariamente a un livello ancora immaturo del capitalismo, che suole presentare la propria introduzione rivoluzionaria e violenta come l’introduzione della giustizia, della libertà (i piccoli produttori immaginati dagli africani sarebbero infatti liberi e indipendenti), e della fratellanza (essi sarebbero tenuti ad aiutarsi a vicenda). Quando il capitalismo è immaturo, si sogna il socialismo; ma si va sempre a finire nella fantasia di un capitalismo impossibile, perché scevro di difetti e soprusi.
Potecin non tiene affatto conto di queste condizioni primitive, e si limita ad affermare che una simile concezione è determinata dalla propaganda svolta per decenni e decenni dai colonialisti inglesi o francesi. Tuttavia prosegue con questa interessante osservazione: «Gli uomini di Stato e i capi politici dell’Africa sono uomini colti e maturi. Essi comprendono in modo eccellente le vere intenzioni della propaganda anticomunista. Ciò nonostante alcuni di essi sono sensibili, in certa misura, a questa propaganda». Come mai? Potecin risponde che ciò avviene perché la socializzazione dei mezzi di produzione contraddice gli interessi delle caste immediatamente superiori. Ma questa non è una novità ed essa basta a chiarire che razza di socialismo gli ideologi africani sognino, un socialismo che non pregiudichi gli interessi della borghesia! Da parte nostra, vogliamo darne una spiegazione più ampia, che invano chiederemmo al signor Potecin.
Tutti sanno che gli Stati nazionali arretrati non possono non appoggiarsi ad altri organismi e forze di carattere mondiale. L’appoggio che i popoli coloniali possono ricevere dall’esterno è di due tipi: quello degli imperialisti, che equivale allo sfruttamento e assoggettamento da parte di questi ultimi, e quello del proletariato in lotta, che lega alla sua azione eversiva quella dei popoli ex-coloniali. Attualmente, il proletariato è bloccato nella sua strada da partiti e sindacati opportunisti, e l’unico “appoggio” che resti alle nuove nazioni è l’imperialismo. La loro indipendenza si tramuta quindi prima o poi in dipendenza da questo o quel blocco. È perciò che alcuni Paesi sono sensibili alla “propaganda” di cui parla Potecin. Essi non hanno altra scelta. La propaganda anticomunista degli imperialismi Occidentali equivale esattamente quella “anti-imperialista” dei russi, giacché il risultato per gli “indipendenti” è sempre lo stesso: dipendenza, assoggettamento economico, imposizione di sviluppare i rami economici che interessano al grande succhione, si chiami USA o URSS.
Quali aiuti all’Africa?
Ma un fatto simile, è naturale, Potecin non vuole né può vederlo. Qual è l’“aiuto” che la Russia offre ai popoli coloniali? Esso non mira ad acuire i contrasti interni di classe legandoli alle lotte di classe di tutti gli altri Paesi e fornendo i mezzi necessari alla vittoria; è un aiuto propagandistico rivolto ad ottenere la conquista e lo sfruttamento di nuove risorse e mercati.
Egli poi confuta un argomento degli africani, che pretenderebbero di ricostruire il socialismo originario che i colonialisti trovarono agli albori del loro dominio, valendosi del fatto che nei Paesi dell’Africa Centrale non è mai esistita la proprietà privata del suolo e che ancor oggi il suolo è proprietà delle comunità contadine. Potecin obbietta che «da molti secoli in Africa sul terreno comune domina la produzione privata, cioè da molti secoli esiste una disuguaglianza di proprietà»: questo è tutto. Il signor Potecin va a caccia degli errori “africani” e, dall’alto della cattedra russa, insegna che il comunismo primitivo è scomparso e che nessuno può risuscitarlo, invece di mostrare che il comunismo primitivo ancora esistente in Africa è ben diverso dal comunismo superiore, che millenni di storia li separano, e che questi millenni non si possono saltare con un atto di volontà. Ma il professore non può compromettersi spiegando che al comunismo superiore si arriva solo con la lotta di classe nella società borghese, cioè in una fase molto avanzata dello sviluppo storico, e quindi che in determinati svolti bisogna per forza introdurre economia capitalista e non socialismo: come farebbe a spingere gli africani verso un presunto “socialismo scientifico” che egli immagina fin d’ora attuabile dovunque, compreso l’assetto sociale in cui essi vivono oggi?
La verità è che, se il povero correttore di errori africani dovesse portare a fondo le sue critiche, dovrebbe anche chiarire come nella stessa Russia di socialismo non ne esista neppure un’oncia. Perciò, all’argomento “africano” che il marxismo, in quanto propugna la lotta di classe, non sarebbe applicabile in Africa, dove le classi non esisterebbero, egli risponde che Marx disse di non aver scoperto le classi e le lotte di classe, ma di aver dato la spiegazione scientifica della loro esistenza e del loro sviluppo. Inoltre, contesta che la società africana sia una società senza classi, specie negli Stati indipendenti dove una nuova (tutto nuovo, per questi signori!) borghesia burocratica si sarebbe venuta formando.
Le condizioni del socialismo
Ma l’argomentare marxista è un altro. Se in Africa le classi non si sono ancora ben differenziate, gli è perché il livello della società è precapitalistico. Con l’introduzione dell’industrialismo e della divisione moderna del lavoro (propugnati da Nkrumah), anche questi Paesi conosceranno prima o poi le piacevolezze della divisione in classi antagoniste. I marxisti, che hanno osservato l’analogo processo altrove, possono facilmente prevedere tutto ciò, che del resto è in atto. Tuttavia, un enorme vantaggio sarebbe il formarsi di un’avanguardia anche sparuta che, in collegamento con la rivoluzione proletaria dei Paesi sviluppati, vedesse qual’è la strada della rivoluzione africana e sapesse al momento buono ricongiungerla a quella del proletariato internazionale. In questo senso lavorano i marxisti, non in quello di “costruire” socialismo in ogni Paese africano o, in altri termini, di creare le basi di un proficuo e bottegaio commercio con la Russia.
L’articolo di Potecin si conclude con la soddisfatta constatazione che gli africani abbandonano a poco a poco il loro socialismo utopistico e si avvicinano sempre più al socialismo scientifico: Nkrumah non parla più di “socialismo africano”, ma semplicemente di “socialismo”. Nel programma del 1962 del partito popolare del Ghana, il socialismo scientifico è riconosciuto come base del partito, e altrettanto ha fatto un recente congresso del partito governativo della repubblica del Mali (Unione sudanese). Questo fa andare in brodo di giuggiole il nostro professore. Egli osa credere che avremo di qui a poco un Ghana e un Sudan “socialisti”, così come abbiamo avuto una Mongolia o una Romania “socialisti”. Egli lavora con simili criteri scientifici: l’introduzione del socialismo è una questione di dichiarazioni programmatiche, non di lotte internazionali, e prescinde completamente, egli che tanto ama le situazioni immediate e “particolari”, da quelle particolari condizioni economiche che non consentono all’Africa l’introduzione economica del socialismo e nel cui ambito, per dirla con Lenin, sarebbe già un grande progresso l’introduzione del capitalismo privato.
Le vie al socialismo – voi proclamate – sono diverse e anche l’Africa necessariamente avrà la sua. Ma il socialismo è uno solo, corregge Potecin. Noi rispondiamo: Esistono due sole vie al socialismo: quella dei Paesi avanzati dove la trasformazione economica delle principali strutture è possibile immediatamente, e quella dei Paesi arretrati, dove si può solo conquistare il potere politico e attuare misure di potenziamento economico in attesa dell’aiuto dei Paesi avanzati (aiuti gratuiti, signor Krusciov, non commerciali!): come infatti si potrebbe socializzare una produzione quasi inesistente? La seconda è appunto la via del socialismo africano, non “nuova”, non “diversa”, ma valida per tutte le aree in posizione analoga: legarsi al movimento comunista internazionale, lottare con esso, conquistare anche – se possibile – il potere nazionale ma restando nel più stretto legame con la classe lavoratrice dei Paesi avanzati e non creando l’illusione di poter “costruire” socialismo, suprema bestemmia al marxismo scientifico.
Solo questa è la “via africana”. Chi non la prospetta non ha il diritto di contestare le “peculiarità” del socialismo made in Africa. Del resto, prof. Potecin, dopo i “socialismi” russo, polacco, rumeno, tedesco, jugoslavo, ecc., perché non un socialismo ghanaènse o del Mali?
Ma il socialismo non ha appellativi né confini nazionali; è internazionale o non è nulla; solo sul piano internazionale può vincere, e vincerà.