Contro il difesismo e l’intermedismo dei partiti opportunisti riprenda la lotta di classe del proletariato Lotta di classe
Due delle forme che racchiudono i principali inganni con cui gli opportunisti di tutte le tinte – socialisti, picisti, ecc. – illudono la classe operaia, contribuendo a tenerla legata al giogo dello sfruttamento capitalistico e sottomessa alla macchina di oppressione borghese, sono il « difesismo » e l’«intermedismo ». Indubbiamente, tanto la lotta di classe, quanto la rivoluzione proletaria, per limitarci all’essenziale, risultano svuotate di ogni contenuto e praticamente ripudiate dall’ impiego di tali risorse. Come è noto, Lenin stesso battezzò difesisti i partiti social- patrioti e social-pacifisti della II internazionale, che avevano tradito il proletariato ripudiando la rivoluzione socialista in cambio della patria e della democrazia borghese. Il « difesismo » consiste, infatti, nella pretesa che il proletariato, pur rimanendo classe subalterna nell’attuale sistema sociale, corra tuttavia in date svolte il pericolo di veder peggiorate le proprie condizioni se alcuni istituti del presente ordinamento sociale (per es .: sistema rappresentativo, parlamentarismo, ecc.) vengono minacciati.
L’« intermedismo » dal suo lato consiste nella presunzione che la classe operaia possa realizzare nell’ambito della società borghese conquiste preliminari che accorciano la strada per il socialismo, e che quindi al partito del proletariato si pongano compiti generali intermedi e transitori tra la dittatura borghese e la dittatura proletaria.
Sostanzialmente sono queste due forme, queste due tipiche risorse, quelle che racchiudono nell’essenza il contenuto contro-rivoluzionario dell’attitudine dei partiti opportunisti.
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Per decenni e decenni, dopo la degenerazione della III internazionale, abbiamo visto questi sedicenti partiti della classe operaia – comunisti – stalinistı – respingere la lotta di classe e rivoluzionaria, ed al suo posto attuare le più ibride coalizioni e le più larghe alleanze (fronti, blocchi, ecc.), con forze politiche e sociali le più disparate, in difesa degli arnesi più logori dell’arsenale politico ed ideologico della borghesia: libertà, indipendenza nazionale, patria, democrazia, pacifismo, ecc.
Per anni e anni, dopo il massacro mondiale, li abbiamo visti mobilitare il proletariato per la ricostruzione nazionale, per il rinnovamento democratico del paese, per l’integrale attuazione della costituzione, per la partecipazione dei lavoratori all’amministrazione della cosiddetta « cosa pubblica », e così via. Oggi, in continuità con queste consegne antiproletarie ed eminentemente borghesi, li vediamo – quando la macchina produttiva dell’industria nazionale manifesta segni di crisi, e il suo riassestamento impone gravi pesi alla classe operaia – agire per tenerla a freno e familiarizzarla ai sacrifici che il capitale esige, alternando in ciò ai latrati il frusto argomento che, se la produzione nazionale va male, ne vanno di mezzo gli interessi dei lavoratori.
Quando il capitalismo abbisogna dell’ incondizionato controllo dei salariati, della massima ubbidienza e del « senso di responsabilità » della classe operaia, intervengono i partiti opportunisti a sbrigare la faccenda, E’ il ruolo peculiare dell’opportunismo, nell’effettivo senso storico e politico. Questi ignobili servitori della borghesia hanno sempre in analoghe circostanze usato l’identico linguaggio; si salvino gli interessi della nazione, della produzione, o che sia, sarà assicurato il benessere di tutti.
Ma, dietro questa facciata, come stavano e come stanno realmente le cose? Per la classe operaia e per le masse di sfruttati delle galere capitalistiche, le cose stavano esattamente e stanno esattamente allo opposto. Ai cosiddetti interessi della nazione e della produzione da un lato, corrispondono dallo altro la schiavitù salariale dei lavoratori e l’asservimento del proletariato alla borghesia. Alla ricchezza e al cosiddetto benessere nazionale, che si accumulano da un canto, corrispondono dall’altro la miseria e la fame, l’incertezza e l’oppressione dei salariati. Anzi, più quelli aumentano, più queste si approfondiscono. Si possono citare milioni di esempi a tal riguardo, ma i proletari sanno molto bene che la miseria in cui essi sono costretti a vivere è inseparabile dal modo di produzione capitalistico. Essi sanno anche molto bene che la massa della miseria aumenta sempre più proprio in ragione dell’aumento della ricchezza, cioè in rapporto alla accumulazione del capitale, qualunque cosa gli opportunisti di tutte le tinte e di tutte le razze facciano per « abbellire » o truccare la realtà,
Se ben si guardano le cose, se si lascia il paraocchi che nella condizione di una aristocrazia operaia, allevata nelle metropoli industriali, fa vedere la condizione generale di esistenza dei salariati, se si considera il capitalismo alla scala mondiale, non sfuggirà a nessuno che la miseria di chi lavora è enormemente cresciuta. Il capitale spreme il vivente lavoro – in scala sempre più generale – su tutto il pianeta. Decine e centinaia di milioni di operai, di salariati, languiscono nella più cruda miseria, vivono ad un livello sotto-bestiale, sebbene aumenti la massa delle merci e il volume della ricchezza. Il capitalismo è la società del profitto: è necessario ripeterlo continuamente?
Si può uscire dalla stretta delle leggi che governano questo modo di produzione, dal dominio della merce sul produttore, dalla miseria che affligge il proletario, da tutto l’accumulo di soprusi, di oppressioni, che angariavano i lavoratori, insomma dalla dittatura borghese, nel solo modo che la storia consente: la rivoluzione comunista e la dittatura proletaria.
Il difesismo e l’ intermedismo rappresentano il modo più ingannevole di difesa e conservazione del sistema sociale esistente, e fino a un certo punto una garanzia contro il suo rovesciamente. Il proletariato deve prenderne coscienza. L’inconciliabilità tra le necessità della lotta di classe e il difesismo dei partiti sedicenti comunisti asserviti alla borghesia, è stridente e addirittura accecante. Il rispetto della legalità del potere e dello stato borghese, che gli opportunisti inculcano negli operai, « uccide » perfino la spinta all’azione politica rivoluzionaria e comunista.
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La lotta di classe nel suo significato reale è, in pratica, una battaglia che il proletariato e l’avanguardia comunista conducono non all’ interno dello stato e delle sue istituzioni, ma dall’esterno, contro lo stato e tutti i suoi meccanismi. Essa ha come obbiettivo non la conquista della macchina di oppressione della borghesia, ma la distruzione di questa macchina e la creazione di un nuovo stato: la dittatura del proletariato.
Lungi dal porsi obiettivi cosiddetti intermedi e transitori, che nell’attuale stadio di sviluppo monopolistico dell’economia capitalistica non sono che palliativi per mascherare il rinnegamento della rivoluzione e del socialismo, la lotta di classe del proletariato non può avere altri obbiettivi che quelli culminanti nell’assalto al potere e all’instaurazione della dittatura comu. nista.
Da oltre un secolo, davanti ai proletari di tutto il mondo è po- sta a chiare lettere la consegna: essi non hanno nulla da difendere nella società borghese, mentre hanno da spezzare le catene dello sfruttamento capitalistico del lavoro per poter guadagnare un mondo nuovo. I partiti opportunisti, i difesisti, gli intermediari, nello svolgere il ruolo di servitori della borghesia e di agenti controrivoluzionari, hanno sempre dovuto sostenere che in questa società – e mille volte peggio nello stadio imperialistico del capitalismo – la classe operaia in certe svolte possa correre il pericolo di perdere pretesi vantaggi e progressi acquisiti, e che perciò sia conveniente sospendere la lotta anticapitalista per il comunismo e ridursi alla difesa di queste cosiddette « conquiste ».
Come nei decenni scorsi, quando l’opportunismo, creando la beota contrapposizione fra democrazia e fascismo (questi due tipici aspetti dello svolgersi storico del dominio politico della borghesia sul proletariato) portò la classe operaia ad immolarsi sul fronte di guerra prima, sul fronte di pace poi, nella ricostruzione nazionale, nella difesa della democrazia contro il fascismo, del parlamentarismo e del costituzionalismo borghese contro le forme di dittatura aperta di questa stessa classe, così è oggi e, possiamo anticiparlo, sarà nel prossimo futuro, perché la contrapposizione di fascismo e anti-fascismo costituisce il sostrato politico di tutte le mosse e le manovre popolari, epperciò anticlassiste, dei social-comunisti.
Le due menzogne supreme, che la ripresa della lotta di classe e rivoluzionaria del proletariato, fin dal suo inizio, deve calpestare e dissolvere, sono dunque il difesismo e l’intermedismo. I proletari non hanno nulla da perdere, in questa società, allo infuori delle loro catene: devono rovesciarla dalle fondamenta. L’obiettivo è la conquista del potere politico e l’instaurazione dello stato di classe. L’azione preliminare contro i difensisti e gli intermedisti è condizione dello sviluppo in senso comunista della stessa battaglia di classe. I socialisti e i comunisti ufficiali, in quanto partiti dell’ordine borghese e reparti della democrazia borghese, vanno tenuti per ciò che realmente sono: lacchè della borghesia, polizia sociale di questo ignobile sistema di sfruttamento del lavoro e di oppressione politica del proletariato, guardiani dell’ordine e della nazione.
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L’inganno maggiore che si deve cancellare dalla coscienza dei proletari, è la difesa degli interessi nazionali e della patria,
Gli operai non hanno patria, Questa verità è oggi – dopo i flagelli paurosi di ondate successive di difesismo nazionale – più tangibile e luminosa che mai, ed è divenuta di fondamentale importanza dopo la rivoluzione di ottobre con il trionfo dello stalinismo in Russia, che senza risparmio di mezzi ha inculcato nell’animo dei proletari di tutto il mondo le pseudo-teorie del socialismo e del comunismo na- zionale, controrivoluzionarie al massimo.
Il comunismo è internazionale o non è. Lo stesso è vero della lotta di classe del proletariato e della rivoluzione che a tanto condurranno. Perciò la ripresa della battaglia di classe degli schiavi salariati nel disperdere le menzogne democratiche, il difesismo e l’intermedismo dei partiti opportunisti, deve risoluta- mente calpestare e calpesterà le bandiere nazionali e la patria borghese,
Introduzione ad una sintesi generale del conflitto russo-cinese Pt.2
Ci limitiamo a elencare quelli che per noi sono i temi essenziali della polemica ideologica fra Mosca e Pechino, riservandoci di analizzarli successivamente in una serie di articoli.
La questione jugoslava
Gli ideologi di Pechino vanno proclamando, almeno dal l963, che la Jugoslavia è un paese capitalista. In particolare, l’articolo cinese che ci sembra il più completo sull’argomento è apparso sul «Renmin Ribao» e su «Hongqi» il 26 settembre 1963, dunque immediatamente dopo il viaggio della «grande riconciliazione» di Chruščëv in Jugoslavia nell’estate 1963. È opportuno ricordare che nel corso di questo viaggio, precisamente il 30 Agosto 1963 a Velenze in Slovenia, Chruščëv dichiarò in un discorso:
«Le vertenze che esistevano tra i partiti comunisti dell’Unione Sovietica e della Jugoslavia sono risolte».
A noi interessa esaminare nella polemica cino-sovietica a proposito della Jugoslavia:
A) Come i maoisti sostengono la natura capitalistica della Jugoslavia;
B) perché i maoisti sostengono la natura capitalistica della Jugoslavia.
Circa A): per gli ideologi di Pechino la Jugoslavia è un paese capitalista per i seguenti motivi:
1 – Esistenza di una produzione artigianale nell’industria e di contadini ricchi nell’agricoltura;
2 – La dittatura del proletariato è stata
«trasformata dalla cricca di Tito in dittatura della borghesia burocratica e compradora»;
3 – Il cosiddetto «sistema di autogestione» jugoslavo ha distrutto la centralizzazione dell’economia.
Noi intendiamo dimostrare il carattere ipocrita delle argomentazioni degli ideologi cinesi. Infatti:
1) Nell’Europa Orientale, in U.R.S.S., nella stessa Cina, fiorisce la produzione artigianale nell’industria e si sviluppano contadini ricchi nell’agricoltura. Dunque, gli ideologi cinesi dovrebbero, se non fossero degli stalinisti incalliti e come tali dei falsificatori dei caratteri dell’economia socialista definiti da Marx nel «Capitale» e nella «Critica al Programma di Gotha» e da Lenin in «Stato e rivoluzione», concludere che in tutto il «campo socialista» non si è «costruita» nemmeno una briciola di socialismo.
2) «La borghesia burocratica e compradora» è un aborto ideologico esistente solo nel cervello degli ideologi di Pechino. Spiegheremo come e perché il cervello dei maoisti abbia potuto partorire una simile aberrazione.
3 – La «centralizzazione dell’economia» è un risultato del capitalismo che il socialismo conserva e sviluppa, mentre non è sufficiente a definire l’economia socialista. Anche su questo punto, i maoisti dimostrano di essere stalinisti incalliti e falsificatori spudorati della teoria marxista.
Inoltre, gli ideologi cinesi affermano che l’esperienza Jugoslava avrebbe dimostrato come uno Stato socialista possa ridivenire «pacificamente» capitalista, mentre «gli stessi individui – la cricca di Tito – detengono il potere».
Quest’ultima aberrazione anti-marxista svela la vera natura della polemica cinese contro Belgrado e contro Mosca, e permette di passare al punto B):
Perché i maoisti sostengono che la Jugoslavia é un paese capitalista?
Gli ideologi di Pechino non possono certo rivelare lo scopo dei loro furiosi attacchi alla Jugoslavia proprio perché sono degli ideologi e dei borghesi. Per i marxisti questo scopo si svela con assoluta trasparenza. La polemica fra Cina e U.R.S.S. non è una «disputa fra comunisti» ma un urto fra uno Stato imperialista (l’U.R.S.S.) e un giovane Stato capitalista sulla via dell’industrializzazione e dell’espansione (la Cina). In questo urto, la questione jugoslava gioca per entrambe le parti il ruolo di una «pedina diplomatica»: per i cinesi la Jugoslavia è un paese capitalista, per i russi un paese socialista; il riavvicinamento o la rottura fra Cina e U.R.S.S., così stando le cose, saranno determinati dall’atteggiamento nei confronti della Jugoslavia. In caso di rottura, i cinesi dichiareranno che quanto è avvenuto in Jugoslavia si è ripetuto in U.R.S.S. I russi, dal canto loro, hanno anticipalo la conclusione cinesi con l’intervento di Kuusinen al Comitato Centrale del P.C.U.S. nel febbraio 1964, sostenendo che in Cina non esiste né «dittatura del proletariato» né «dittatura del popolo», ma «dittatura dei capi, dittatura personale».
Le rivoluzioni anti-coloniali
I maoisti non hanno potuto conservare il privilegio di accusare i kruscioviani di tradire «la lotta anti-imperialista» dei popoli di colore. I kruscioviani hanno infatti ritorto con estrema facilità l’accusa nei confronti dei cinesi alla Conferenza di Algeri, dove il rappresentante russo ha accusato la Cina di avere abbandonato i popoli dell’Unione Afro-malgascia per potersi accordare con la Francia di De Gaulle. Nella loro polemica, i cinesi si sono spinti fino a rinfacciare a Thorez di avere contribuito al massacro di 50 000 algerini a Costantina e di 90 000 malgasci nel 1945, e di avere votato i pieni poteri a Mollet per la repressione della rivolta algerina nel 1956.
In questo modo, russi e cinesi si sono smascherati a vicenda. Inoltre, poiché i cinesi hanno portato alla luce il passato asservimento del P.C.F. all’imperialismo francese nel 1945 e nel 1956 essi si sono smascherati come complici del P.C.F. nel 1945 e nel 1956. L’esame di «questo» aspetto della polemica ideologica russo-cinese ci sarà utile per contrapporre ancora una volta al tradimento delle rivoluzioni anti-coloniali ad opera dell’U.R.S.S. e della Cina le tesi classiche di Marx, di Lenin e dell’Internazionale Comunista su questa vitale questione.
La guerra e la pace
Non intendiamo dedicare nemmeno una riga alla questione della «possibilità» o meno della guerra nelle attuali «nuove» condizioni. La propaganda pacifista svolta dal Cremlino non è meno ipocrita della propaganda pacifista svolta dall’Inghilterra e dagli Stati Uniti. I dirigenti del Cremlino, come i dirigenti del Pentagono, malgrado la loro propaganda pacifista, sanno molto bene che «la guerra ci sarà». Anzi, la propaganda é un’arma preventiva di terrorismo ideologico che ha preceduto due guerre mondiali e precederà ugualmente la terza. Se oggi la propaganda pacifista si è fatta più virulenta, ciò dimostra una cosa sola: la III guerra imperialista sarà più temibile di quelle che l’hanno preceduta se il proletariato non avrà la forza di impedirne lo scoppio con una rivoluzione internazionale.
La polemica russo-cinese intorno alla guerra e alla pace sarà esaminata da noi da un altro ben più importante punto di vista: la terza guerra imperialista vedrà l’U.R.S.S. e la Cina alleate o nemiche? E ci sembra di potere ormai rispondere che l’U.R.S.S. e la Cina si troveranno l’una contro l’altra nel corso della terza guerra mondiale.
Non possiamo esporre qui i morivi che determinano questa nostra conclusione. Rileviamo per ora che, contrariamente a quanto la propaganda russa e americana vogliono far apparire, non è la Cina che persegue una rottura con l’U.R.S.S., ma l’U.R.S.S. che persegue una rottura con la Cina. Questo avviene perché un’alleanza dell’U.R.S.S. con la Cina nella prossima guerra andrebbe a vantaggio della seconda, soprattutto in caso di vittoria.
U.R.S.S., Cina e proletariato mondiale
Esamineremo infine la complessa vicenda dei rapporti fra P.C.U.S. e P.C.C. dal 1957 ad oggi, e la serie infinita di lettere che le direzioni dei due partiti si sono scambiate, per dimostrare una cosa sola: l’ipocrisia e la menzogna sistematiche dei dirigenti russi e cinesi nei confronti del proletariato internazionale.
Concluderemo negando ogni diritto a kruscioviani e a maoisti di parlare in nome del proletariato internazionale: contrapporremo, a tutte le ideologie nelle quali va dissolvendosi lo stalinismo, la teoria marxista e il partito rivoluzionario. (vedi rapporto alla riunione di Milano – 1964)
Ben morto
Maurice Thorez, uno dei peggiori arnesi dello stalinismo, uno delle più spudorate girandole dell’« orizzonte » politico francese, ha tirato le cuoia poco dopo aver trasmesso in eredità al suo partito la patriottica missione di cancellare l’onta della scissione di Tours dagli ultrariformisti della SFIO, coi quali si tratta ora di andare a nozze piangendo sulla rottura del fidanzamento 44 anni fa.
Non i proletari rivoluzionari e comunisti piangono su di lui. Il necrologio di questo aiutante di tutti i boia della controrivoluzione l’ha dettato il suo partner De Gaulle: « Per parte mia, non dimentico (lo crediamo bene) che in un’epoca decisiva per la Francia il presidente Maurice Thorez … ha, al mio appello e come membro del mio governo, contribuito a mantenere l’unità nazionale » (fra l’altro, aggiungiamo, controfirmando il massacro dei 40 mila e più algerini nel 1945, vero?).
Tale il necrologio che « il presidente » si merita insieme con un posto nel Pantheon della repubblica borghese assassina e bottegaia.
Ben elogiato
Altri elogi borghesi (ben meritati) a Thorez: su « Le Monde » un professore ricorda che il defunto leader stalin-kruscioviano scriveva nell’« Humanité » del 22-10-1937: « Fra le libertà democratiche figura in primo piano la libertà di coscienza. E la libertà di coscienza postula ed esige il libero esercizio del culto, la libera scelta dell’ insegnamento », e commenta: « Questi sentimenti sono stati confermati pubblicamente da Maurice Thorez nel suo viaggio nel Canada, e lo onorano. Possa il suo successore alla testa del partito comunista avere le stesse idee liberali ! »
Stia tranquillo, professore: vivi o successori dei morti, i dirigenti di qualunque Bottega Oscura nazionale non mancheranno, in nome della libertà di coscienza, di aprire chiese e finanziare scuole private confessionali. E’ nella loro missione storica.
[RG-39] Primo resoconto sommario della riunione generale di Marsiglia
Premessa
La riunione ha avuto un buonissimo successo ed una molta larga partecipazione di compagni italiani, sebbene alcuni incidenti e ritardi di viaggio abbiano impedito a taluni di essi di raggiungere Marsiglia in tempo per la solita riunione preparatoria del venerdì.
Si è tuttavia provveduto ottimamente alla preparazione degli argomenti oltre che all’organizzazione di tutto lo svolgimento della riunione. Il gruppo di Marsiglia ha predisposto con grande impegno la recezione logistica di tutti i compagni che, oltre che dall’Italia e dalla Francia, erano giunti da altri paesi.
Nella prima giornata della riunione, dopo brevi comunicazioni organizzative e dopo aver informato i presenti delle ragioni del ritardo all’arrivo di alcuni gruppi di delegati, si è iniziata la trattazione degli argomenti compresi nel programma di lavoro, risultato molto interessante ma anche molto denso e laborioso, con un primo rapporto sulla questione del preteso dissidio ideologico tra russi e cinesi, svolto da un compagno di Marsiglia.
Questione russo-cinese
Il compagno relatore si è ricollegato alle precedenti esposizioni che sono state fatte in varie nostre riunioni generali in Italia e in Francia, riassumendo con sicurezza ed efficacia gli evidenti motivi per cui la nostra organizzazione non si pone affatto il problema di una scelta o di una preferenza tra le posizioni rivendicate dai sedicenti comunisti di Russia e di Cina. Quindi il compagno si è addentrato, con largo impiego di documentazione tratta anche da originali russi (e che non può certo essere riferita in questo primo sommario testo), nella dimostrazione che nessuno dei due contendenti ha assolutamente il diritto di richiamarsi alla posizione che la III Internazionale e Lenin assunsero a proposito delle questioni coloniali e nazionali, come in genere per la questione della pace e della guerra e del carattere dell’ imperialismo. Tanto i russi quanto i cinesi hanno completamente tradito queste consegne, quali sono ripetute in innumerevoli nostri testi di base, nelle tesi del II Congresso del 1920, in quelle supplementari dovute allo stesso Lenin, e nel fondamentale discorso che questi vi pronunziò. La prospettiva che fu allora disegnata dal nostro grande movimento rivoluzionario, e a cui la Sinistra Comunista, come il nostro movimento e la nostra stampa attuale, si richiamano continuamente, era quella di una associazione nella lotta tra il movimento proletario comunista delle metropoli borghesi e le popolazioni dei paesi sfruttati e soggiogati dall’ imperialismo. E’ soltanto attraverso l’indissolubile collegamento tra queste due forze storiche con l’indiscutibile prevalenza e preminenza del proletariato rivoluzionario dei paesi già sviluppati, che veniva superata l’apparente difficoltà di un movimento di avanguardia anche nei paesi di colore, la cui economia e la cui evoluzione sociale aspettavano ancora di raggiungere forme pienamente borghesi.
Per la III Internazionale e per Lenin, non si trattò affatto di rinunziare per i paesi di colore a porre in pieno la questione della dittatura del proletariato e della conquista del potere con un programma comunista; ed ancora più deforme è la prospettiva dei cinesi che, associandosi all’errore dei russi, ed ereditando perlomeno quanto essi il tradimento di Stalin con la rinunzia alla rivoluzione nelle metropoli bianche, vorrebbero elevare ad una specie di surrogato di essa la rivolta dei popoli oppressi. Il relatore spiegò ampiamente come nella concezione strategica e tattica di allora si poneva il problema dell’appoggio comunista ai partiti ribelli nelle colonie o presso le nazionalità oppresse, c ricordò lungamente le ragioni per le quali lo stesso Lenin sostituì alla formula di movimenti democratico-borghesi quella di movimenti nazional-rivoluzionari che meritavano il sostegno della Internazionale comunista. La differenza tra le due formule, chiarita nelle sue basi dottrinali, se rettamente intesa stabilisce che i comunisti non hanno affatto la prospettiva di fermarsi nè ad una forma democratica, né ad una forma nazionale della rivoluzione, ma mantengono in piedi la rivendicazione della dittatura di classe e quella dell’internazionalismo rivoluzionario. Se, nella fase intermedia, era accettata la lotta fianco a fianco con partiti e movimenti asiatici o africani che avessero preso le armi per la battaglia cruenta, ciò non autorizza nessuno a dire che i comunisti e Lenin intendessero sostituire al proprio programma rivoluzionario integrale quello dei partiti semi-borghesi o piccolo-borghesi che si erano formati nelle colonie.
L’esempio più scandaloso del tralignamento da questi principii lo dette proprio Stalin, seguito in questo dai capi attuali del partito cinese, quando fu data al giovane e potente partito proletario e comunista della Cina la consegna di inserirsi organizzativamente nelle file del Kuomintang, mentre i testi di Lenin sono lì a provare che consegna fondamentale per la strategia dell’appoggio ai moti rivoluzionari locali era l’autonomia piena dei partiti comunisti nei paesi di colore e la loro rivendicazione aperta di una lotta che si doveva chiudere con la dittatura del proletariato.
I cinesi non hanno quindi diritto alcuno di criticare la politica dei russi oggi, dimenticando che quella sciagurata manovra nel 1926-27 consegnò i rivoluzionari cinesi disarmati nelle mani della sanguinosa repressione di Ciang Khai-scek.
La relazione svolse il completo contrasto tra il giudizio che dava Lenin dell’imperialismo moderno e quelli deformi che ne danno da una parte i russi e dall’altra i cinesi, che nemmeno osano sconfessare in pieno come tradimento dei principii la kruscioviana coesistenza pacifica di Stati proletari con Stati capitalisti ma anzi attribuiscono a loro volta a Lenin la paternità di tale vergognosa aberrazione. Conclusione di tale nostra impostazione è che nulla vi è da attendersi, per un risanamento del degenerato insieme dei partiti che si ricollegano a Mosca, dal formarsi di una opposizione che si richiami a Pechino, e che quindi non ha nemmeno alcuna importanza seria la soluzione del dubbio se questa falsa conferenza internazionale possa o meno essere convocata e servire di scena a un dibattito falsamente presentato come teorico ed ideologico, laddove il contrasto si riduce solo a giochi di influenze diplomatiche e a contingenti, bassi interessi statali,
Il movimento proletario in Francia
Nelle nostre riunioni si sono già fatti alcuni esposti con i quali si è richiamata la vicenda storica del movimento proletario francese, e della formazione, giunta a crisi gravissime e deludenti, di un partito comunista e marxista. Con il rapporto svolto da un compagno di Tolone si è ripresa la serie storica delle battaglie del proletariato francese e la vicenda della formazione così difficile di un partito marxista, e si è nello stesso tempo affrontata la grande questione di principio dei rapporti tra la democrazia borghese che può dirsi nata in Francia dalla grande rivoluzione nei suoi massimi fastigi e l’entrata sulla scena storica del proletariato moderno col suo programma di abbattimento del sistema capitalistico.
Il relatore prese le mosse dagli ultimi risultati di questo ciclo complesso e difficile, ricordando le recenti manifestazioni sempre più degenerative del partito stalinista francese, i suoi deplorevoli sbandamenti a proposito della rivoluzione coloniale algerina, già da noi ampiamente trattata, e la sua ostinata tendenza a collaborare coi governi della borghesia, che non si è nemmeno fermata dinanzi alla figura dello stesso De Gaulle.
Espose molti documenti che mostrano la degenerazione di questo partito, forse il peggiore della serie di rovine che ci presentano le antiche sezioni della III Internazionale.
Risalì con ampi riferimenti alle sue origini ed al congresso di Tours, dove in maniera difettosa e insufficiente venne dichiarata la rottura coi socialtraditori dello sciovinismo del 1914, ed -espose all’uditorio alcuni confronti veramente impressionanti fra testi di questi ultimi anni del PCF e testi non meno deformi che vennero presentati per giustificare (o condannare) la scissione allo stesso congresso di costituzione, a Tours.
D’altra parte, contro questo bilancio deplorevole stanno grandiose tradizioni di lotta del proletariato di Francia, che molte volte nella storia si levò contro la propria borghesia ed ebbe i massimi riconoscimenti da parte di Marx e del marxismo rivoluzionario, tanto che è nostra antica formula che, se il moto internazionale si richiama per i dati economici ad una origine inglese e per quelli dottrinali e filosofici ad una tedesca, dal lato politico può affermare che le maggiori lezioni sono state tratte dalla storia di Francia, Il relatore, in modo che riuscì molto suggestivo per il numeroso uditorio, pose in modo dialettico il quesito di come si spieghi che nella storia delle lotte si abbiano episodi così elevati ed invece in quella della formazione della dottrina si siano dovute riscontrare tanto gravi deficienze.
Per risolvere questo problema, fece ricorso al legame storico che va rettamente stabilito tra la grande rivoluzione borghese del 1789 e le sue tradizioni nel movimento moderno del proletariato. In tale legame dobbiamo ravvisare elementi utili e positivi come invece altri elementi dannosi e negativi, che hanno formato un grave intralcio per il movimento rivoluzionario. Il proletariato come classe non aveva tardato a presentarsi nella storia e aveva fornito nella grande rivoluzione le schiere più forti dei sanculotti, tanto che già nel 1793 si poteva pensare che minacciasse la giovane borghesia e volesse contenderle il possesso del potere. D’altra parte, sia pure in modo embrionale, prese a costruire i suoi principii dottrinali e la sua prima organizzazione col grande Babeuf e la Lega degli Eguali. Ma il terrore borghese, che aveva fatto le sue prove nella repressione di ogni restaurazione feudale, si volse presto contro i nuovi rivoluzionari e seppe distruggerli. Da allora in poi, nella lunga storia che effettivamente è la più feconda tra quella di tutte le nazioni, più volte la classe proletaria rialzò la testa e tentò anche la sorte delle armi. Ma quando si trattò di perfezionare la propria strategia, di proclamare le proprie ed originali posizioni politiche, fu sempre fermata da una specie di fantasma, o di incubo, che era la tradizione della grande rivoluzione, e non seppe trovare la via per rompere con le tradizioni democratiche e liberali di quella e mettersi sulla via della distruzione del principio di proprietà e della dittatura rivoluzionaria.
Il movimento francese non ha mai capito purtroppo una posizione fondamentale per la dottrina di Marx, secondo la quale alla libertà e alla eguaglianza proclamate come dogmi dalla grande rivoluzione si associa lo altro della proprietà privata, che è l’evidente ostacolo sociale che sbarra ogni via al proletariato nascente, il quale per attaccarlo deve fare altrettanto con i principii sacri della grande patria francese.
Oscillando tra questi due poli e punti cardinali della storia moderna, il proletariato francese ha sempre sacrificato la sua sorte pur dopo avere combattuto battaglie eroiche di cui l’esempio più glorioso è quello della Comune. Con tale sviluppo di questo grande problema di principio il nostro compagno si collegò direttamente a relazioni già svolte nelle nostre riunioni sul tema del principio democratico e della insanabile contraddizione esistente tra ogni programma proletario e socialista e la minima soggezione a quei cardini della politica borghese che si chiamano libertà, democrazia e parlamento. In contrasto anche con la debole posizione dell’anarchismo, che ha tanto disturbato nelle sue forme molteplici il movimento dell’89 abbia liberato l’uomo a metà fornendogli la redenzione francese abbia liberato l’uomo a metà fornendogli la redenzione giuridica e politica mentre resterebbe da completare quella opera per l’altra metà con la emancipazione economica e sociale.
Non sono due tappe successive del cammino dell’uomo verso la redenzione, ma due forze storiche in completo contrasto, sicché, davanti alla rivoluzione comunista e proletaria, tutto il bagaglio della precedente rivoluzione liberale deve essere respinto e classificato come controrivoluzione.
La presente forma degenere del riformismo italiano
Seguì un compagno italiano il quale premise di non avere da fare un completo rapporto, ma di volere solo esporre all’ uditorio francese e soprattutto trasferire su un piano politico internazionale la critica della politica italiana di questo momento, alla quale sono stati dedicati i due recenti articoli di « Programma Comunista » (numeri 12 e 13).
A questo proposito, si è constatata la difficoltà di tenere la riunione con procedimento bilingue, non solo nel senso che anche tutti gli altri rapporti erano stati dovuti tradurre in italiano per quei compagni venuti dall’ Italia che ancora non comprendono il francese, ma anche per la difficoltà di trovare in francese termini corrispondenti e frasi equivalenti a quelle balorde mese di moda dal neo democratume italiano, e di cui i due articoli citati contengono una fiera critica ed una sarcastica antologia. Si ebbe la conferma che, se borghesi imbastardiscono ogni giorno le proprie lingue nazionali in gerghi nauseabondi, maggiormente si deve operare perché i proletari al più presto sappiano comunicare tra loro in un linguaggio che non tema di valicare le frontiere nazionali.
L’argomento qui trattato era quello dei piani e dei programmi di cui si vanta la contemporanea e disgustosa metodologia politica del centro-sinistra italiano, che in progetti, relazioni e rapporti affidati ai soliti pretesi esperti e specialisti, ammannisce non solo le tradizionali droghe per addormentare la rivoluzione proletaria, ma sciorina anche nel senso (per usare aggettivi grati a quel gentame) tecnico e concreto formidabili castronerie.
L’analisi di questi progetti e pretesi studi potrebbe ridursi ad una semplice girata di terga che pregiudizialmente denunzi la malafede che ne ha provocato la confezione, e da tempo noi sap- piamo che è tutto tradimento il tentativo di sostituire con proposte « progressive » e riformiste la chiara via proletaria della lotta per la conquista del potere. Ma un giorno Lenin volle che noi non ci liberassimo con un così facile espediente dall’obbligo di svelare l’inganno mettendo i suoi manipolatori con le spalle al muro; e noi oggi, pur ripetendo che tutti questi pretesi problemi isolati mancano di qualunque serietà e vanno tutti rovesciati nel crogiuolo unico del- la rivoluzione, ci prenderemo il compito di seguirli uno per uno nelle bestiali aberrazioni di cui sono contesti.
A questo scopo il compagno che esponeva il contenuto dei due articoli spiego perchè si era scelto quello che lor signori definiscono un settore, ossia l’urbanistica, che in termine francese va indicato con urbanisme sebbene in una terminologia corretta l’urbanesimo sia uno dei più schifosi fenomeni del tempo capitalistico e l’urbanistica pretenda di essere una scienza che disciplina il trattamento di tutto il territorio su cui l’uomo vive, sia esso campagna aperta o città. L’esposizione prese ad occasioni e alcuni passi dei detti articoli e specialmente quelli che riguardano la famosa progettata legge urbanistica italiana che, nata già come una fesseria formidabile, uscirà ancor più sbrindellata dalla crisi ministeriale in corso, e si limitò a promettere che con l’aiuto dei valenti compagni che compilano la nostra stampa francese sarà a suo tempo diffuso non solo un ben comprensibile testo francese, ma più ancora predisposto uno studio totale in cui l’argomento sia considerato non come italiano ma come europeo ed internazionale.
Esso del resto è sempre quello, e la nostra critica è sempre quella del principio di questo secolo, quando la nostra corrente prese a battersi contro l’ignobile revisionismo che in tutti i paesi cercava di castrare il marxismo della sua inesausta potenza rivoluzionaria, e tentava, come oggi fa sia in Italia sia nella stessa Russia, di scardinarne la dottrina delle catastrofi sociali e la grande prospettiva della dittatura rivoluzionaria.
Cronologia del movimento operaio tedesco
Nella seconda parte della seduta della domenica, una nostra compagna francese espose una elaboratissimo rapporto, il quale coordinava un più complesso lavoro svolto finora tanto in Francia quanto in Italia e in altri paesi con la finalità di colmare la grave lacuna che si determina quando si tenti di ricostruire il corso della storia tedesca dal 1914 ad oggi. Infatti è quasi impossibile trovare materiali che permettano di ristabilire le tappe del movimento dei partiti proletari, sul quale si sono addensate una serie di catastrofi: dopo il tradimento generale e vergognoso del 1914, vi è stata una reazione nelle file dello stesso proletariato ed un primo tentativo di ricostruire un movimento di classe ed un partito rivoluzionario, ma già al principio del 1919 tutto ciò è finito con la strage di Liebknecht & Luxemburg. Da allora in poi, la Internazionale di Mosca ha cercato di lavorare alla costituzione del partito e di ottenere che si potessero dare in Germania nuove battaglie, ma la storia di queste si riassume nelle disfatte del 1921 e del 1923 e, per quanto riguarda il partito, la sua storia è quella di un urto fra tendenze in nessuna delle quali possiamo riconoscere il vero marxismo rivoluzionario di sinistra. Venne poi con l’hitlerismo una nuova disfatta del movimento operaio e una materiale distruzione degli stessi testi che dovevano conservarne la tradizione. Dopo la II guerra mondiale, un regime non meno avverso al proletariato e tremante perfino del falso rivoluzionarismo russo e staliniano ha completato la cancellazione di ogni ultima traccia della tradizione comunista e della storia operaia.
La compagna che esponeva il ponderoso rapporto ha preso le mosse dal tragico agosto 1914, quando la più numerosa delle frazioni parlamentari socialiste votò senza nessuna eccezione i crediti di guerra per il governo del Kaiser. Con grande diligenza il rapporto segui tutte le manifestazioni della successiva penosa reazione del proletariato tedesco, il quale seppe tuttavia scrivere pagine notevolissime di ribellione e di lotta armata. Segui parimenti la storia del partito dalla prima ribellione alla disciplina di gruppo parlamentare, che fu quella di Carlo Liebknecht, e svolse la storia dei primi sforzi per formare un nuovo partito. Questa storia, di cui furono esposti i documenti fondamentali, resta purtroppo oscura ed incompleta, malgrado l’eroismo del sacrificio dei due grandi capi subito la fine della I guerra mondiale.
L’immenso partito della socialdemocrazia si spezza una prima volta con la formazione del Partito Socialista Indipendente; ma più che altro si tratta della espulso per indisciplina di quelli che avevano osato approvare primi voti ai crediti di guerra, La Lega Spartaco di Carlo e di Rosa seguita per molto tempo a considerarsi parte del Partito Indipendente, ed anche dopo la rivoluzione russa di Ottobre non si decide ad adottare le consegne fatte trionfare dai bolscevichi russi. Nell’esposizione, che qui non possiamo nemmeno riassumere, la relatrice lesse ampi estratti di un opuscolo della Luxemburg apparso sotto lo pseudonimo « Junius » e inteso a spiegare le ragioni dell’atteggiamento della Lega di Spartaco, e della critica severa che ne fece Lenin pur plaudendo alla coraggiosa azione dell’opposizione tedesca. Il testo di Lenin mostra che la posizione di Spartaco non è chiara né sul problema vitale della negazione della difesa della patria né su quello delle guerre nazionali e della teoria dell’imperialismo.
Seguendo più oltre le vicende del glorioso movimento di Spartaco, ed anche i suoi documenti fino a quelli che di poco precedono la morte dei due grandi capi, si deve constatare che non vi è mai proclamata apertamente la nozione della dittatura del proletariato e tanto meno quella della gestione di essa da parte del partito comunista. La completa esposizione, che tuttavia non poté giungere per l’ora tarda allo svolgimento di tutto il poderoso materiale preparato, si spinse fino ai primi interventi dell’ Internazionale di Mosca nella fase di formazione della sezione tedesca e svolse la documentazione e anche la critica della manovra condotta al congresso di Halle, nel quale si ammise che l’ala staccatasi a sinistra dal partito indipendente facesse completa fusione organizzativa con il nostro partito di Germania, che prese il nome di Partito Comunista Unificato.
Questi ed altri episodi della storia comunista tedesca si inseriscono nelle nostre critiche ai metodi tattici della Internazionale di Mosca e troveranno esauriente svolgimento da una parte nel completamento del testo di questo rapporto, e dall’altro nella Storia della Sinistra che con intenti perfettamente paralleli la nostra organizzazione va completando e pubblicando in successivi volumi, oltre che nel fascicoletto già preparato in lingua tedesca che contiene tutta la cronologia del periodo trattato con le date dei più importanti avvenimenti.
Questioni di organizzazione
Questa seduta supplementare era stata destinata a questioni organizzative nel quadro internazionale, che furono adeguatamente svolte da compagni di tutte le nazionalità, ma che non è necessario qui riferire in dettaglio.
Tuttavia un compagno italiano premise ad essa una breve trattazione di natura generale sull’argomento dell’organizzazione del nostro movimento, in cui volle soprattutto ricollegarsi ai punti salienti dei quattro rapporti che avevano occupato le due giornate precedenti, specialmente al fine di dimostrare che hanno origine unica ed aspetto di tutta omogeneità le nostre risposte ai problemi di dottrina, di tattica ed anche di organizzazione, come unica è la risposta che la esperienza di tutti questi campi, relativamente all’ultimo periodo di grave smarrimento del proletariato mondiale, ci ha condotti ad elaborare.
Questa relazione fu svolta in lingua francese con riserva di ripeterla in Italiano, il che si è già fatto nei giorni scorsi a Milano e avverrà in altre riunioni parziali o generali del movimento in altre città d’Italia.
Le laboriose sedute furono svolte tra l’estrema attenzione dei molti compagni intervenuti e con la massima soddisfazione di tutti. Particolare compiacimento deve essere espresso perché numerose delegazioni di diverse regioni italiane hanno fatto in modo di partecipare alla importante manifestazione ed ai suoi molto impegnativi lavori.
Totale fu l’affiatamento dei compagni convenuti da zone tanto lontane, e unanime il ringraziamento che a nome di tutti va porto all’attivo ed omogeneo gruppo di Marsiglia.
Seguirono tutte le necessarie comunicazioni, che qui si omettono, sulla organizzazione del lavoro di propaganda e sulla diffusione internazionale della nostra stampa nelle diverse lingue.
"Eguaglianza dei punti di partenza”
Noi respingiamo il parlamentarismo non perché lo riteniamo « troppo poco democratico », ma, al contrario, perché riconosciamo in esso la più pura incarnazione di quella truffa per essenza che è la democrazia. Se quindi lo svillaneggiamo, non è che auspichiamo un suo « miglior » funzionamento »; è che lo consideriamo un arnese da buttar via, in blocco, insieme alla classe che l’ha partorito.
Mettiamoci, tuttavia, per un momento sul terreno del nostro avversario, l’ideologo borghese. Egli racconta che la democrazia garantisce a tutti l’« eguaglianza dei punti di partenza »: in quanto cittadini di una società democratica, tutti, hanno, per esempio, lo stesso diritto e la stessa capacità di divenire non solo deputati o senatori, ma addirittura presidenti; e non di una repubblica in cui il presidente sia un personaggio puramente rappresentativo, ma di una repubblica come l’americana in cui il presidente è il capo dell’esecutivo. Ma, se ciò fosse vero, come la mettiamo con la risposta data dal borghesissimo « Die Welt » (14 luglio) al quesito: « Quanto deve essere ricco un candidato alla presidenza USA? », risposta che traduciamo fedelmente: « La conquista della Casa Bianca è l’impresa più costosa del mondo. Il prezzo sale da un’elezione all’altra. Gli uomini che quest’anno sperano di diventare presidenti degli Stati Uniti d’America sono quasi tutti milionari. Chi è povero, non ha alcuna probabilità di riuscire »? Il borghesissimo foglio narra che la sola corsa alla candidatura è costata quest’anno dieci milioni di dollari, di cui la metà per Rockefeller, (il quale non ha certo faticato a raccoglierli: i dividendi della Standard Oil gli bastavano). Ed è vero che Rockefeller è stato battuto dal meno ricco Goldwater, ma questi ha colmato la differenza distribuendo un volumetto di fotografie e autografi per 1500 dollari la copia, mentre Johnson, essendo « valutato in 9 milioni di dollari », non avrà nemmeno bisogno di questo espediente di alta classe mercantile per contendere il passo. Così, a colpi di milioni di dollari, si prepara la … eguaglianza dei punti di partenza e si fabbrica « la libera espressione della volontà popolare » …..
Potenza dello spirito? Certo: lo spirito dell’idealismo borghese è l’equivalente fatto e finto del danaro.
Parole “nuove” per vecchie funzioni
Lombardia socialista, settimanale del Psiup, nel n. 1 del 30-6- ’64 riporta, tra le tante cose spassose, un articolo di Lelio Basso dal titolo « La funzione del P.S. I.U.P. ».
E’ noto che la funzione di ogni partito opportunista, piccolo o grande che sia, consiste nello spingere gli operai a combattere per falsi scopi, nel confondere loro le idee sui fini che il proletariato deve raggiungere storicamente e sui mezzi che esso deve necessariamente utilizzare a questo scopo.
Abbiamo detto più volte che, sebbene l’opportunismo internazionale si sforzi in tutti i modi di dire qualcosa di « nuovo », non riesce a riproporre che cose stravecchie. E ciò perché l’opportunismo, come – per contrapposizione dialettica – il marxismo rivoluzionario, è qualitativamente invariante. Questa asserzione poggia sul fatto che il capitalismo, da quando è nato, possiede determinate caratteristiche che gli sono proprie e che lo accompagnano in tutto il suo sviluppo quantitativo fino alla morte violenta ad opera del proletariato rivoluzionario: caratteristiche che sono il lavoro salariato, lo scambio tra equivalenti, la caduta tendenziale del saggio di profitto ecc. e i cui risultati sono lo sfruttamento e la miseria crescenti (relativamente alla maggior ricchezza prodotta dagli operai per i capitalisti), le crisi commerciali, le guerre e così via.
La necessità degli opportunisti di sfornare a rotazione pretese « teorie nuove « si spiega quindi, da una parte, col fatto che le novità spacciate in precedenza si dimostrano col tempo un completo disastro (che agli occhi degli operai appare causato da un errore dei partiti opportunisti o peggio dei loro capi, mentre si tratta della precisa realizzazione del tradimento storico di uomini e partiti passati al servizio della borghesia), dall’altro col fatto che la borghesia ha temporaneamente superato le difficoltà che avevano richiesto l’uso di particolari parole d’ordine opportuniste e, avendo altri guai da risolvere, ha bisogno di « nuovi » slogan, di « nuovi » falsi obiettivi sui quali impegnare la classe operaia, di espedienti di « ricambio ».
E veniamo a Lelio Basso. Quest’« uomo politico » fa parte di un « nuovo » partito socialista, il Psiup, sorto con l’intento di proseguire l’attività del « vecchio », il Psi, che nel frattempo si è sputtanato agli occhi delle masse e quindi non può più svolgere con la stessa efficacia la funzione di agente della borghesia in seno alla classe operaia.
Parlavamo di « nuovo » e di « vecchio ». Sentiamo che cosa dice in proposito Lelio Basso (i corsivi sono nostri): « C’è bisogno di trovare nuove vie, in gran parte inesplorate, di lotta per il socialismo nelle condizioni di capitalismo avanzato in cui si trova l’Europa occidentale, c’è bi- sogno di trovare risposte socialiste da opporre alle soluzioni neo-capitalistiche [e a quelle di Marx e di Lenin !! ], c’è bisogno di saper esprimere un’alternativa alla classe dominante, un’alternativa che sia democratica e socialista a un tempo. Questo è il problema del Psiup come è il problema del PCI e di chiunque, fuori o dentro i partiti, creda nel socialismo e voglia realizzarlo ».
La classe operaia, come anche Lelio Basso sa ma finge spudoratamente di ignorare, non ha da cercare « nuove » vie, perché ne ha già una, ed una sola; essa si chiama Rivoluzione. Non ha bisogno di « esplorare » nulla, perché dal 1848, anno in cui apparve il Manifesto dei Comunisti, sa tutto ciò che occorre fare non solo durante il capitalismo, ma anche durante la fase di transizione da questo nel socialismo e nel comunismo. Non deve inventare « alternative » perché conosce un solo dilemma: o dittatura della borghesia o dittatura del proletariato. Non deve trovare « nuove » risposte socialiste allo imperialismo fascista in veste democratica (che Basso chiama neocapitalismo), perchè l’unica risposta storica che essa ha dato in passato e darà in futuro è il terrore rosso, l’espropriazione degli espropriatori, i plotoni di esecuzione della Guardia Rossa. L’insurrezione e la dittatura del proletariato sono la condanna della borghesia e dei suoi servi, Per questo Lelio Basso propone agli operai un’« alternativa democratica e socialista », cioè inoffensiva, buffonesca, incapace di far compiere al proletariato un solo passo verso il socialismo. Perché egli non vuole il socialismo ma la democrazia borghese, e il problema del Psiup e « del Pci e di chiunque altro dentro e fuori i partiti» è di tenere il proletariato legato mani e piedi al carro di quest’ultima.
Quale – secondo Basso – lo « spazio politico » del Psiup? Ii problema potrebbe sembrare quello di decidere se imbrogliare i proletari ponendosi o «a destra » o « a sinistra » del Pci. Errore grossolano. Sentite che cosa scrive Basso in proposito: « Impostato in questo modo, il discorso è senza uscita. Assurda sarebbe l’idea di risuscitare il frontismo, di rifare ancora una volta del Psiup la retroguardia del Pci, di sacrificare le immense possibilità di azione autonoma e dinamica che la situazione oggi offre a un’unità formale e immobilizzante. E non meno assurda l’idea di collocarsi alla sinistra del PCI … Una simile scelta condannerebbe il nuovo partito all’immediato fallimento. E non meno errata mi sembra l’idea di cercare il proprio spazio politico alla destra del Pci, ricollegandosi al vecchio e falso cliché secondo i cui comunisti vogliono arrivare al socialismo con metodi violenti e i socialisti invece per via di riforme. La verità è che nella situazione odierna questa distinzione topografica non ha più senso ».
Questo si chiama parlar chiaro. Né accanto né contro, né a sinistra né a destra; perché non esiste alcuna differenza fra Pci e Psiup, essendo entrambi i partiti riformisti, gradualisti, social pacifisti e controrivoluzionari.
Dove recluterà dunque i suoi iscritti il Psiup? « Più che agli iscritti degli altri partiti, più che stessi compagni della sinistra rimasti nel Psi … è al difuori dei partiti che il Psiup deve guardare per la sua opera di reclutamento … Vi sono oggi in Italia, come del resto altrove, numerose energie non utilizzate, o per lo meno non inquadrate, di militanti usciti dai partiti, di intellettuali che non hanno mai trovato il partito che sapesse convogliare la volontà di lotta socialista … ecc. » Il Psiup sarà dunque prima di tutto un partito di intellettuali. Ma non solo a queste « forze » esso « deve guardare per la sua opera di reclutamento ». Si tratta anche di « raccogliere tutte le forme di ribellismo, di insofferenza giovanile, di riunire tutti i gruppi e gruppetti di intellettuali assetati di rivoluzione ». E’ un secondo scaglione che però va tenuto particolarmente d’occhio perché « non diventi un elemento di perenne turbamento »; « solo nella misura in cui i dirigenti sapranno dare delle risposte valide ai problemi del movimento operaio, il pericolo scomparirà ».
Nella sua qualità di controrivoluzionario cosciente, Basso ammette che « queste forme di rivoluzionarismo, magari qualche volta dilettantesco, sono la controprova dell’assenza di una linea politica valida, sono una risposta, sbagliata, ma inevitabile, a ogni forma di burocratismo, di politica di ruotine, sono cioè la espressione di un bisogno di azione che i partiti non riescono a soddisfare »; il compito del Psiup è di impedire che i « ribelli » si orientino verso il programma rivoluzionario e il suo partito, il vero, unico e spietato antagonista di tutti i partiti borghesi e opportunisti.
Se dunque (ammesso che dal guazzabuglio ideologico bassiano si possa tirare una conclusione) la linea del Psiup non si differenzia da quella del Pci perchè entrambi i partiti sono contro la rivoluzione, e la loro « distinzione topografica » non ha più senso, se la sua ideologia è caratterizzata dalla ricerca di « nuove vie », « alternative » e fesserie analoghe da opporre al « neocapitalismo » (« questo è il problema del Psiup come è il problema del Pci ecc. »), qual’è la funzione specifica del Psiup?
Evidentemente, quella che gli avevamo attribuita sin dall’inizio: costituire un « nuovo » reticolato che, meglio degli altri che cominciano ad andare in pezzi, isoli la classe operaia dal pericolo di ritrovare la propria dottrina, il proprio programma politico, e il suo inseparabile strumento storico: il partito rivoluzionario di classe. Tutte le grandi squadre di calcio hanno le loro riserve: i logori partiti del gradualismo e della collaborazione di classe potrebbero farne a meno?
Qualcosa che non funziona
Fate che la società borghese decida di « pianificare » qualcosa, di rimettere ordine ed armonia nelle forze anarchiche della produzione e nei rapporti fra uomini, e state certi che la barca farà più acqua di prima.
Non parliamo delle vicende di quella misera cosa che è il governo di casa nostra, sebbene la sua morte e la sua reincarnazione siano una prova supplementare che il taccone messo per coprire il buso si rivela puntualmente peggiore di quest’ultimo e bisogna affrettarsi a sostituirlo con un cerotto (dalla solenne « programmazione » giolittiana alle prosaiche misure « congiunturali »), salvo in un terzo tempo a buttar via anche quello per la provata incapacità di guarire anche il più banale dei reumatismi produttivi. In casa nostra, l’esperienza dei governi riformatori di strutture e sottostrutture è vecchia quanto la storia dell’unità nazionale, e altrettanto miserabile.
Parliamo delle vicende di Stati e comunità di Stati di ben altre consistenze economiche e di ben altra storica albagia: l’ Inghilterra, paralizzata dallo sciopero dei postini che solo i buoni uffici sindacali e la paura dei conservatori di perdere la faccia in prossimità delle elezioni ha permesso di comporre; la Germania di Erhard, dove si gridava che la inflazione non ci sarebbe stata e dove i prezzi cominciano a salire alle stelle; la Cecoslovacchia superindustrializzata e « socialista » che « deve » incoraggiare i piccoli stabilimenti e i piccoli spacci commerciali privati per colmare i vuoti; la cosiddetta unione europea silurata a intervalli regolari dal governo della France éternelle; le « patrie » alleate e nemiche di Occidente e quelle « socialiste » ma altrettanto gelose e ostili di Oriente; la Romania che traffica con gli USA in barba al Comecon; la Cina che fa lo sgambetto agli ex-fratelli dell’« infrangibile » blocco cremlinesco; e via via in una confusa girandola di « colpi di scena », di morti che risorgono, di vivi che tramontano, di Ciombe che ritornano a galla, di razzisti e qualunquisti alla Goldwater che prendono quota, di avventurieri e magnaccia trionfanti dovunque al sole della democrazia universale, mentre sul pianeta insanguinato il sangue non cessa di scorrere, e la fame di ingigantire.
Qualcosa che non funziona? No: tutto che va a catafaccio. Corrono i medici, pregano gli arcivescovi, esortano i filosofi e i moralisti: noi gridiamo – ben venga l’agonia di una società più che decrepita!
Avanti coi “socialismi”
Non passa ormai settimana senza che, con la scioltezza e la agilità di un … colpo di decreto, uno stato borghese si trasformi in socialista, e senza che Mosca prontamente applichi la sua controfirma, la sua marca da bollo legittimatrice, a questi giri di mano.
L’ultimo esempio è l’Iraq, dove il primo ministro, generale Taher Yehia, ha annunciato il 15 luglio per radio: « Oggi, seguendo le promesse incluse nella nostra costituzione provvisoria, noi facciamo dell’ Iraq uno Stato socialista ». Così facile, così allegra, è diventata l’instaurazione del socialismo !
E in verità, come non lo sarebbe un « socialismo » che consiste nella nazionalizzazione contro indennità di alcune branche industriali e finanziarie, e delle sole grandi aziende in altre, dove le piccole e medie aziende sussisteranno ancora ed anzi i privati che intendono « fondarne di nuove in avvenire saranno incoraggiati a farlo », mentre i depositi personali nelle banche nazionalizzate resteranno sacri ed intangibili? E’ vero che (diranno i corifei dell’opportunismo) gli operai delle nuove imprese statali riceveranno il 25% degli utili delle stesse e saranno rappresentati da 2 delegati nei nuovi consigli di amministrazione di 7 membri; ma, come la nazionalizzazione di alcune banche industriali non ha spaventato né spaventa S. M. britannica, così la cogestione e la partecipazione agli utili non hanno impedito né impediscono a Krupp di essere la S. M. tedesca; e l’Iraq ha – a questo titolo il diritto di chiamarsi socialista tanto quanto l’Inghilterra o la Germania federale, – cioè nessun diritto.
Ma che importa, in quest’epoca di giocolieri e di saltimbanchi? Oggi, ci si stupirebbe che il più lurido dei capitalismi non si presenti come socialismo al 100%, e che intellettuali, politici, economisti, preti e generali non diamo fiato alle trombe perchè tutti (vogliamo dire tutti i proletari) ci credano.
D’altra parte, che cos’è – sul piano politico – un « socialismo » non instaurato da un partito marxista delle grandi metropoli industriali, ma « decretato » da agricole, dotato di un programma e di una visione generale della storia e collegato ai partiti (che oggi non esistono) proletari e marxisti delle grandi metropoli industriali, ma « decretano » da un pugno di generali di origine, stampo e ideologia borghese? E’ vero che tempo fa Rinascita si era dilettata di chiedersi se il ruolo decisivo degli eserciti e relativi marescialli e colonnelli « rivoluzionari » nei moti d’indipendenza nazionale delle colonie non debba suggerire una … revisione del marxismo al fine di giustificare il ruolo di « classe autonoma » degli apparati militari e la loro pretesa di servire non il capitalismo ma il … socialismo (quello egiziano o quello birmano non sono figli di graduati?): ma Rinascita non ha aspettato queste vicende per rivedere Marx e la sua « problematica » è quella dei lacchè dell’ordine costituito e del filisteismo piccolo-borghese, per il quale soltanto fa testo. Il trucco è semplice: i nuovi Stati hanno bisogno di un’accumulazione e industrializzazione accelerate; queste sono possibili solo mediante l’intervento centrale e accentratore del potere politico; nei giovani paesi ex-coloniali, questo intervento – squisitamente capitalistico – può essere opera soltanto della macchina per eccellenza centralizzata e centralizzatrice, l’esercito, e della sua organizzata e gerarchica violenza; l’etichetta socialista serve, come già a Hitler, per mobilitare l’entusiasmo delle masse, e Rinascita o arnesi simili per gettar fumo negli occhi ai gonzi. Socialismo? No, controrivoluzione preventiva!
Lotteria socialista
Scrive l’ Unità del 23-7 da Sofia:
« Drastiche misure sono state decise per migliorare la qualità della produzione industriale. Direttori di fabbrica, ingegneri, tecnici ed operai saranno materialmente responsabili del livello qualitativo della produzione. Nell’ambito dell’attuazione del piano, saranno premiate le imprese che miglioreranno sistematicamente la qualità dei prodotti. Le somme-premio verranno distribuite dalla direzione, d’accordo col comitato sindacale di fabbrica.
« Al contrario, direttori, ingegneri ed operai responsabili di avere prodotto merci di bassa qualità, al di sotto degli « standards » stabiliti, subiranno una riduzione del salario in misura variabile dal dieci al venti per cento.
« Con queste misure, per la prima volta il personale direttivo e tecnico viene ad essere materialmente corresponsabile della produzione. Il salario degli operai infatti è già condizionato, attraverso le norme, anche alla qualità del pezzo prodotto o dell’operazione compiuta.
« Con lo stesso decreto, il ministero del Commercio viene incaricato di introdurre nelle organizzazioni commerciali, a cominciare dall’inizio dell’anno prossimo, un sistema di retribuzioni condizionate dal livello effettivo delle vendite. Ciò dovrebbe stimolare i lavoratori del commercio a riflettere le esigenze del consumatore, per qualità e assortimento, nelle ordinazioni alle fabbriche,
« Le disposizioni attuali si possono perciò considerare un ponte verso una forma più organica di interessamento materiale dei lavoratori alla produzione, attraverso un nuovo sistema di pianificazione che dia autonomia alla azienda ».
Di giorno in giorno, di settimana in settimana, l’aziendismo e l’incentivismo un tempo giustamente rinfacciato come revisionisti e capitalistici agli jugoslavi diventano l’ideale dei Paesi cresciuti all’ombra del « socialismo » kruscioviano.
Riunioni
Il 26 luglio, ricorrendo l’11º anniversario dell’assassinio di Mario Acquaviva, si sono riunite a Casale Monferrato le sezioni di Asti, Casale, Torino, Genova, Savona e Milano.
La riunione, molto numerosa, ha inquadrato la potente figura del nostro indimenticabile compagno nella storia non solo del nostro Partito, ma del movimento proletario mondiale nella sua faticosa e purtroppo sanguinosa risalita dall’abisso della controrivoluzione, e ha contrapposto la lucida e tagliente via della ripresa rivoluzionaria, sui cardini pazientemente ristabiliti del marxismo, alle deformi strade « nazionali » e « democratiche » indicate non solo da Mosca ma dalla sedicentemente « ortodossa » Pechino, tracciando poi un bilancio della nostra attività anche e soprattutto nel campo internazionale e prendendo le opportune decisioni per un maggior coordinamento e approfondimento del lavoro collettivo nel prossimo futuro.
I compagni, incontratisi in una atmosfera carica di passione e resa ancor più vibrante dalla presenza di un forte gruppo di giovani, si sono lasciati con un serio impegno di proseguire e rafforzare l’opera intrapresa, secondo una direttiva che è unica ed invariabile per tutti e non conosce smarrimenti, oscillazioni e perplessità. La sottoscrizione raccolta sarà pubblicata nel prossimo numero del « Programma ».
Myths About American Democracy Crumble
The burst of racist hatred (or, as pressmen pitifully like to put it, of “black revolts”) in the North of the US dramatically exposed the inconsistency of those myths the fictional integrity of the “American system” stood upon.
In US historical mythology, the Civil War was fought between the North, which incarnated civilization, and the South, embodiment of barbarity. Culture against obscurantism, philanthropy against the sinister domination of slave traders.
The industrializing capitalism of Northern States did not go to war against the underdeveloped, agricultural economy of the South in order to defend its freedom to exploit that massive reserve of labour power bound to a clod of earth, but took arms to defend and affirm the undying principles of freedom, equality and brotherhood instead.
Blacks fled in part to the North, attracted by that illusion of freedom and brotherly equality both reward and consequence of the Civil War.
They were indeed free but only to sell their defenceless labour power. Free to be on their own and not under the protection assured by the habit of slave traders to use their lash against slaves, of course, but to also feed, dress and keep alive the flogged for as long as possible.
They were not tied to the patriarchal farm of their master anymore but they became slaves of the contractors of cheap labour force, the promoters of strikebreaking and competition among workers, the owners of horrific hovels in frightful, overpopulated neighborhoods.
The illuminated bourgeoisie was touched by the Jewish ghetto (and for good reasons if the former had been honest) while it was just building its black ghetto, its Harlem, to make it a paradise for swindling shop owners, usurers, trafficants of male and female flesh, dealers of religious pills and marijuana.
They were not flogged anymore but they were slowly grinded and worn out as the subtle mechanism restated the old chains by their feet.
Blacks were mere labourers but if the non qualified whites were able to cross the job barrier, they could not.
The marginalization of their ghetto and its houses compared well to the marginalization of their professional qualifications and because new black immigrants were unarmed, defenceless, distrusted, lost in a world both indifferent and hostile, black labourers discovered that, on equal terms, their wage was less than half the wage of their non black brothers (today, after so much progress, it increased to… 57%!).
The marginalization of salaries joined the marginalization of jobs.
In the North, brotherhood applied.
But only on condition that black “brothers” did not violate the sacred fence of white supremacy, that they travelled in separate wagons, ate on different tables, “learned” in their own schools – the most miserable and ill‑equipped – and lived inside the paddock of horrific slums.
Blacks were equal only inside that prison that is factories, in the sense that they were the most exploited among the exploited. But even in that case an invisible barrier made them more miserable, more mistreated and in conclusion more enslaved.
According to that very mythology, the towering bourgeois “civilization”, product of the capitalist industrialization, recognized equal rights to all American citizens. Possessing these rights was enough to make blacks equal to whites in reality.
Today it is acknowledged that, a century after the Civil War and the victory of “civilization” over “barbarity”, equal civil rights are not even ensured on paper. At the same time, the state of affairs proves that, in reality, in order to own the missing part of equality that the new laws “pledge” to blacks, they have to use brute force against those very law enforcement that should shield them against the violence every American institution is soaked in.
Myth pretended that the racial barrier was not a product of social reasons but of moral and intellectual ones, born out of the lack of “enlightenment” and “moralization” in white skinned citizens due to secular prejudices and inherited deficiencies.
These days, even the most conservative Italian newspaper acknowledges that black Americans’ condition is the way it is because they are and have to constitute the reserveless army available to the exploitation of the productive machine. It is acknowledged that racial hatred is indeed class hatred, racial violence is violence that is inseparable from the economic base and the general fabric of present society. It is acknowledged that blacks are rioting because their wages are immensely below the national averages and they are squashed inside filthy neighborhoods that emanate misery, depravation and sickness. Moreover, they are defenceless prey of looters such as buyers of human flesh, traffickers of alcohol and narcotics (or prayers), usurers and tax and rent collectors all while being sentenced to the hardest, filthiest and most vile jobs. In conclusion, they are the most proletarian out of all the proletarians of the star‑spangled republic. They are the southerners of that country and they get the treatment that here, in the highly evolved Northern Italy, southerners, without reservations, have the “honor” to get.
These days, even a catholic and social reformist social worker such as Harrington has to acknowledge that even in the case in which the most perfect among all laws wipes out the racial restrictions that have blacks disheartened and subdued, their condition of disheartenment and submission would persist as racism is gangrened inside the very mechanism of the bourgeois society.
According to American mythology the US was not and is not imperialist, has not colonized nor colonizes anyone and doesn’t fear colonial revolts.
In reality, American capitalism has colonized its own underdeveloped areas and did to its own citizens of proletarian class what the old imperialisms did to black peoples that were subjugated with iron and fire.
The black revolt is both an episode of proletarian class struggle against the capitalist exploitation and colonial uprising against the bourgeois colonizers.
Let the moralists spill tears!
Our hope for the revolt is to catch fire, and to blend, beyond the secular prejudices, with white proletarians’ class struggle. We hope the latter comprehend that one is the enemy, the very same one that split the proletariat in the past and still does!
Un indomito militante scomparso: Vittorio Comunello
Ci è doloroso annunziare la morte, avvenuta il 5 luglio allo ospedale di Treviso, del vecchio e indomito compagno Vittorio Comunello.
Entrato nel Partito Comunista d’Italia dalla sua costituzione, esule dopo il 1926 e iscritto alla nostra frazione all’estero in Belgio, inviato al confino dopo il suo rimpatrio, egli aveva immediatamente aderito al nostro Partito dopo il 25 aprile 1945, e da allora non ha cessato fino all’ultimo di combattere per la diffusione della nostra parola nella provincia di Treviso con l’ardore, lo spirito battagliero e l’abnegazione che tutti i compagni ricordano come i tratti dominanti del suo carattere.
Vittorio Comunello ha dato veramente tutto se stesso, tutta la sua vita, alla causa del proletariato e del suo partito. Vada a lui il ricordo memore e riconoscente di ogni militante rivoluzionario marxista.
Come la mettiamo?
Ci sentiamo ribattere ad ogni momento, dalla borghesia e dai suoi ideologi, che i nodi della storia si risolvono a colpi di « idee », per via costituzionale, secondo i precetti del galateo democratico e riformista; che la violenza è stata e deve essere per sempre bandita dalla storia. Teoria comoda, per una classe che ha imposto il suo dominio universale sul pianeta attraverso rivoluzioni cruente e guerre micidiali; teoria che vale non per essa – solita ad appoggiare il « diritto » col rombo del cannone– , bensì per il proletariato, il quale non deve nemmeno lontanamente credere che quanto la borghesia aveva trovato logico e storicamente necessario per l’affermazione di se stessa sia giustificato anche per lui.
Nei proletari, la violenza sarebbe legittima se commessa, ad esempio, nelle vesti di fantaccini o artiglieri o aviatori di un esercito scagliato contro un altro esercito, nel qual caso anzi sarebbe non solo legittima ma doverosa, perchè ci vanno di mezzo la « patria », la « civiltà »,o i valori dello spirito »; sarebbe condannabile se commessa, ohibò, nelle vesti di rivoluzionari straccioni. Ogni anno si celebrano le gesta guerriere della Resistenza: era violenza o no? Si onorano due guerre mondiali: a bombe o a confetti? Recentemente, la Germania federale e democratica ha solennemente ricordato gli attentatori ad Hitler: era o no un atto di forza?
Ma già, qui si trattava di « liquidare un tiranno ». E che cos’è se non tirannia perpetua, un regime che condanna gli operai, i senza riserva, a vendere la propria forza-lavoro come pelle da conciare? La verità è che la borghesia difende, condannando la violenza, il suo monopolio della violenza: è santa la violenza che protegge i suoi istituti dal pericolo del crollo; è condannata quaggiù e nell’oltretomba la violenza che si arroga lo scandaloso diritto di abbatterli. Ma come mettiamo, o ideologi dei principii eterni della morale e del diritto, se al poveraccio è negato quello che ai mercati di cannone e ai loro caudatari è non solo permesso, ma doveroso?
Tutto qui il filocinesismo?
Un volantino dei « gruppi comunisti di fabbrica (marxisti-leninisti)», in altre parole filocinesi, rivolto agli operai metalmeccanici in data Milano luglio 1964, prende posizione in merito alla politica sindacale della CGIL.
Questi sparafucilisti non condannano la teoria dell’articolazione delle lotte rivendicative: essa era valida fino a ieri, ma « nella nuova situazione, nuove forme di lotta ! » La « nuova » situazione è di « attacco massiccio e generale »; la risposta proletaria deve essere « massiccia, generale e simultanea ».
Perbacco, direte: qui c’è della gente che ragiona bene. Ahi noi, dopo tanto chiasso, il manifestino conclude: «Operai dell’Alfa, Breda, Siemens, Filotecnica, giovedì 16 scioperiamo un’ intera giornata ! » E allora? Tutta la differenza si riduce a questo: nello scioperare, nel solo settore IRI di Milano, 24 ore invece di 12! E questa sarebbe una « risposta massiccia, generale e simultanea » ?!!