Lo sviluppo della rivoluzione mondiale e la tattica del comunismo Pt.10
Il comunismo, conducendo una energica lotta di principio contro queste forme politiche di transizione, è il rappresentante delle vive tendenze rivoluzionarie del proletariato. L’azione rivoluzionaria del proletariato, spezzando l’apparato borghese del potere e aprendo la strada alla signoria della burocrazia sindacale, di per sé spinge immediatamente le masse alla creazione dei loro propri organi, dei Consigli, i quali immediatamente minano dalle sue basi il meccanismo burocratico dei sindacati. L’organizzazione del sistema dei Soviety rappresenta a un tempo lo sforzo del proletariato per sostituire la forma perfetta della dittatura alla forma imperfetta di essa. Ma dato l’intenso lavoro richiesto dai mai cessanti tentativi di dare una nuova organizzazione all’economia, una burocrazia dei dirigenti potrà ancora a lungo conservare grande potere, e la capacità delle masse ad agire da sé crescerà solo a poco a poco. Inoltre, queste diverse forme e fasi dell’evoluzione non si succedono ordinatamente nella maniera astrattamente regolare, con cui noi le poniamo una dopo l’altra come espressione di diversi gradi di maturità dell’evoluzione, ma si svolgono l’una accanto all’altra, si mescolano e s’incrociano come un caos di tendenze che s’integrano, si combattono e si elidono, e nella cui lotta si contiene tutto lo sviluppo della rivoluzione. «Le rivoluzioni proletarie – diceva Marx – criticano incessantemente se stesse, interrompono continuamente il proprio corso, ritornano su ciò che apparentemente era già perfetto, per ricominciare da capo, scherniscono con radicale asprezza le mezze misure, le debolezze e i riguardi dei loro primi tentativi, sembrano abbattere i loro nemici soltanto perché essi possano attingere dalla terra nuova forza e drizzarsi di nuovo ingigantiti contro di esse …». I poteri, che scaturiscono dallo stesso proletariato come espressione della sua forza ancora insufficiente, devono venir superati nel processo di sviluppo di essa forza in antagonismi, e quindi sviluppo catastrofico, a mezzo di lotta.
In principio era l’azione, ma essa costituisce soltanto il principio. Abbattere un dominio richiede un solo momento di volontà unitaria; ma solo l’unità permanente – possibile soltanto se la visione è chiara – può mantenere la vittoria. Altrimenti avviene la ritirata, non come ritorno degli antichi dominatori, ma come un nuovo dominio in nuove forme, con nuove persone e nuove illusioni. Ogni nuova fase della rivoluzione porta a galla un nuovo strato di dirigenti, non ancora sfruttati, come rappresentanti di determinate forme d’organizzazione; e il superamento di esso strato significa a sua volta un nuovo gradino nel processo di autoliberazione del proletariato. La potenza del proletariato non è la cieca forza dell’azione momentanea, che schiaccia il nemico, ma la potenza spirituale, che supera l’antica soggezione spirituale, e così sa tenere fortemente in pugno ciò che fu conquistato nell’impeto dell’assalto. Il crescere di questa potenza spirituale nelle varie vicende di avanzata e di regresso della rivoluzione è il crescere della libertà proletaria.
VIII.
Mentre nell’Europa occidentale il capitalismo si va sempre più sfasciando, in Russia pur tra enormi difficoltà si va organizzando la produzione su nuove basi. Il dominio del comunismo non significa che la produzione sia del tutto ordinata comunisticamente – ciò è possibile solo dopo un lungo processo evolutivo – ma che la classe lavoratrice con cosciente determinazione dirige la produzione verso il comunismo. In nessun tempo tale evoluzione può proceder più innanzi di quanto consentono il substrato tecnico e sociale esistente, e quindi essa deve mostrar forme di transizione, in cui appaiono residui dell’antico mondo borghese. A quanto sappiamo in Europa circa lo stato di cose in Russia, anche qui si riscontra il fenomeno accennato.
La Russia è un gigantesco paese di contadini, dove l’industria non si è sviluppata, come nell’Europa occidentale, fino a diventare un innaturale «opificio» del mondo, e a fare dell’esportazione e dell’espansione una questione di vita o di morte; ma giusto abbastanza da permettere la formazione di una classe evoluta, di prender in sue mani la direzione della società. L’agricoltura occupa la massa della popolazione, e in essa le grandi aziende moderne formano una minoranza, sebbene di gran valore per l’evoluzione comunista. La parte principale è costituita da piccole aziende, non le miserabili e sfruttate piccole aziende dell’Europa occidentale, ma tali da assicurare ai contadini il benessere, e che il Governo dei Soviety cerca di avvincere sempre più strettamente al tutto mediante il rifornimento di materie ausiliarie e d’istrumenti, come anche mediante un intensivo lavoro d’istruzione culturale e tecnica. Ciò posto si capisce, che questa forma d’azienda produca un certo spirito individualista, estraneo al comunismo, che spesso nei «contadini ricchi» diventa sentimento ostile, decisamente anticomunista. Indubbiamente su questa circostanza ha speculato l’Intesa nei suoi progetti di commercio a mezzo delle cooperative, per cercare di suscitare un contromovimento borghese attirando questi elementi nella cerchia dell’avidità borghese di profitto. Ma siccome un interesse troppo grande, il timore della reazione feudale, li unisce al governo attuale, tali tentativi son destinati a fallire, e se cade l’imperialismo dell’Europa occidentale, questo pericolo scomparirà affatto.
L’industria è una produzione senza sfruttamento, regolata in prevalenza centralisticamente; essa è il cuore del nuovo ordinamento; e sul proletariato industriale si basa la direzione dello Stato.