International Communist Party

Il Partito Comunista 55

La "rivoluzione" islamica contro le masse in armi

La borghesia nazionale iraniana, la grande esclusa dai fiumi di petroldollari che si riversano nelle casse dello Scià, alleata alla potente struttura della chiesa sciita, l’altra grande «rovinata» dalla riforma agraria e dallo sviluppo economico che lo Scià aveva imposto, ha concluso sulla pelle di combattenti proletari, sottoproletari e piccolo borghesi la prima fase della sua «rivoluzione».

Dipendendo quasi totalmente l’economia dal petrolio, e da alcune grandi industrie di Stato, la famiglia imperiale controllava o mediante la proprietà azionaria, o con un efficiente sistema di corruzione, che impediva ogni iniziativa economica non preventivamente contrattata a suon di tangenti, ogni aspetto dell’attività industriale arricchendo a dismisura una strettissima cerchia di «prossimi alla corte»; l’enorme disponibilità di denaro conseguentemente alla crisi petrolifera del ’73, è stata soltanto a vantaggio del capitale finanziario, utilizzata per investimenti stranieri, per acquisto di armi, e non per lo sviluppo e per investimenti commerciali e industriali.

Il Bazar di Teheran, il più grande del Medio-Oriente, struttura economica dalla quale dipendono oltre un milione di persone, che organizza non solo la microproduzione ed il commercio al dettaglio, ma anche il commercio all’ingrosso, e le forniture industriali, si è schierato compatto contro lo Scià ed ha sopportato il peso economico di tutti questi mesi di lotta. Peso economico che, una volta saldamente insediatisi al governo dello Stato i suoi rappresentanti, non esiterà a scaricare sulla spalle della popolazione indebitata fino al collo.

E del resto l’ideologia religiosa, intransigente a parole, è il vero cemento unitario sul quale si sono affidati gli «uomini del bazar»; e mai inciterà gli operai a lottare contro i propri padroni.

Anche se negli ultimi convulsi avvenimenti che hanno preceduto la definitiva caduta delle vestigia delle forze lealiste, il popolo ha finalmente impugnato quelle armi che da lunghi mesi chiedeva, ed è passato all’offensiva, lo sforzo principale dei nuovi governanti iraniani è stato quello di «contenere i danni», riprendendo in consegna le armi irregolari, frenando lo slancio radicale delle masse per riportarlo nell’alveo della costituzionalità statale. E neppure, d’altro canto la formidabile sollevazione è stata in grado di esprimere, e ciò di grazie alla nefasta influenza dell’organizzazione sciita che ha soffocato questa esigenza, delle strutture politiche di base che si contrapponessero alle strutture politiche e giuridiche statali; fatta salva l’organizzazione di sciopero degli operai del settore petrolifero, che ha mantenuto, almeno a quanto le scarse notizie su questo punto, una certa indipendenza operativa ed organizzativa — tanto che lo stesso neo primo ministro Bazargan ha avuto le sue difficoltà a convincere gli scioperanti a riprendere in pieno il lavoro, e non ha scansato l’accusa di aver svenduto lo sciopero — solo le moschee sono stati i centri direttivi ideologici e politici del movimento urbano.

Il rischio che sull’onda conseguente allo spappolamento della struttura di forza dell’ancien regime, le armi nelle caserme passassero agli insorti, è stato il prezzo che la borghesia nazionale e clero sciita hanno potuto pagare data l’assenza di una organizzazione di classe che, sulla difesa degli interessi della classe operaia, riuscisse a legare i contadini poveri e il sottoproletariato urbano trascinandosi al seguito la piccola borghesia su di un programma non genericamente democratico o, beffa peggiore «islamico» — termine che nasconde soltanto la dittatura della borghesia esercitata da parte della chiesa — . Mancando questa organizzazione, il partito di classe, le sparatorie, gli eroismi, il sangue, son destinati (e non è piccolo risultato del resto!) soltanto a smascherare infine l’inganno che in questa «rivoluzione dall’alto» hanno perpetrato preti e borghesi del bazar.

Pure se nella lotta si sono espresse organizzazioni armate — delle quali però sono a tutt’oggi scarse le notizie delle posizioni politiche e programmatiche — che si dicono di tendenze marxiste, e cominciano ad affiorare scontri nel fronte della «rivoluzione islamica» con l’ala radicale del movimento, proletari, piccola borghesia, non ci sono dubbi su quali classi sono al vertice dello stato iraniano, né ci sono dubbi che faranno di tutto per rimanerci e mantenerlo saldo, più di quanto non l’abbia saputo fare con le sue bestiali repressioni il figlio del sergente dei cosacchi.

I combattenti di questi roventi mesi, hanno firmato una cambiale in bianco con i borghesi che hanno sovvenzionato la rivolta: quando la seconda fase della rivoluzione, quella del consolidamento e della ricostituzione dell’apparato economico, sarà avviata, non mancherà di certo un esercito, magari «islamico», a vigilare che l’impegno sia «onorato».

Il blocco sociale che si era potuto costituire attorno alla chiesa, si spezzerà sotto l’urto delle contraddizioni che si determinano all’interno delle classi che lo compongono.

Del resto il colpo decisivo al vecchio regime è stato dato proprio dalla classe operaia col suo più antico strumento di lotta, lo sciopero, e questo patrimonio di lotta, che si salda con l’esperienza delle lotte sindacali ai tempi di Mossadeq, di sicuro non sarà barattato con lo straccio della democrazia, della costituzione; anzi proprio il problema della ricostituzione e sviluppo dell’apparato economico, distrutto da tre mesi di scioperi e da venticinque anni di famiglia reale, e quello dell’agricoltura, sono i due nodi politici e sociali più ardui che la rivoluzione dei preti dovrà in un breve futuro affrontare.