International Communist Party

Programme Communiste 20

Rivoluzione e contro‑rivoluzione in Cina Pt.1

Per i diplomatici occidentali, la disputa russo‑cinese pose una questione “essenziale”: la Cina intende allontanarsi dall’U.R.S.S.? Per gli oppositori che prendono sul serio i dibattiti “dottrinali” tra le discipline di Mao e quelle di Krusciov, la questione e di sapere se Mao è l’incarnazione del “vero” socialismo. Per noi rivoluzionari marxisti, non c’è che una preoccupazione strategica sterile e una manifestazione di confusione politica che non può che contribuire alla mistificazione del proletariato. Ma se si guarda l’orizzonte dello sviluppo storico, le tempeste future e passate della rivoluzione cinese, il piccolo scalpore d’oggi prende il valore d’una ammissione delle disfatte subite e annunciano le nuove battaglie.

Malgrado l’azione contro-rivoluzionaria di Mosca, malgrado l’ideologia reazionaria di Pechino, malgrado lo schiacciamento del proletariato ed il suo silenzio nel mondo intero, la spinta gigantesca e antagonista del capitalismo cinese svolge un lavoro rivoluzionario di fondo che sarebbe vano pretendere di giudicare dalle cifre di produzione e dalle attitudini politiche degli uomini di Pechino.

Se questa stinta del capitalismo scuote un po’ i vecchi compromessi tra la Cina e lo Stato russo, rende anche più difficile la coesistenza pacifica del proletariato ed i suoi sfruttatori, d’un proletariato in piena crescita e che dalla lunga deviazione della “democrazia popolare”, ritroverà presto o tardi il suo cammino di classe.

Lontano d’essere “un ritorno al leninismo” l’estremismo cinese è una confessione forzata che la contro-rivoluzione trionfante deve fare alla rivoluzione strangolata. È al partito di classe e a lui solo che gli appartiene il diritto alla luce delle lotte passate di tirarne tutte le conseguenze.

Borghesia o proletariato

Nelle due rivoluzioni classiche del 1648 in Inghilterra e del 1789 in Francia, la classe che si trovò realmente all’avanguardia del movimento fu la borghesia. Il proletariato e le frazioni della popolazione non appartenenti alla borghesia non avevano ancora degli interessi separati dai suoi, ovvero non rappresentavano ancora delle classi o strati sociali ben sviluppati. Là dove entreranno in opposizione con la borghesia, come per esempio dal 1793 al 1794 in Francia, non lottarono che per il trionfo dei suoi interessi anche se non fu alla maniera borghese. Tutto il Terrore in Francia non esprime nient’altro che la maniera plebea di finire con i nemici della borghesia, l’assolutismo, il feudalesimo e i bottegai.

Queste rivoluzioni non erano delle rivoluzioni inglese o francese, ma delle rivoluzioni di stile europeo. Segnarono il trionfo della borghesia, ma ciò rappresentava allora la vittoria d’un nuovo ordine sociale, ovvero della proprietà borghese sulla proprietà feudale, della nazione sul provincialismo, della concorrenza sulle corporazioni, dell’industria sulla pigrizia signorile, del diritto borghese sui privilegi medievali.

Ciò non significa che il proletariato non manifesti attività proprie durante l’avvento del regime borghese. In Francia, Babeuf mette in atto un primo scontro tra le due classi: represso grazie al terrore statale di cui la borghesia s’era servita prima di tutto per schiacciare la contro-rivoluzione. Ma a quell’epoca, non solamente l’aspetto di classe dei problemi è ancora molto confuso, ma il numero dei proletari e l’estensione della grande industria capitalista sono molto, troppo limitati perché il proletariato possa pretendere di conquistare il potere politico. D’altronde, lo sviluppo dell’economia borghese presenta ancora un vantaggio per tutte le classi moderne. Il socialismo apparirà come una necessità storica quando il capitalismo non sarà più, come nell’era imperialista, che un portatore di catastrofi di tutte le sorti alla specie umana.

Nel XX secolo, dopo la guerra prima imperialista, l’economia, il diritto e lo Stato borghese appaiono alla scala mondiale come l’ostacolo che bisogna spazzar via per tutti i progressi ulteriori della specie umana. Altrimenti detto, ciò che è all’ordine del giorno, è la rivoluzione politica e sociale del proletariato. È per questo che anche nei paesi arretrati che soffrono di più dell’indigenza dello sviluppo industriale che non della sua pletora, e dove dunque i compiti della rivoluzione restano, in un certo senso, dei compiti borghesi, la classe chiamata a dirigere questa rivoluzione e a spingerla fino in fondo non è più come nei secoli XVII e XVIII, la borghesia ma il proletariato. La decadenza mondiale della classe capitalista rende in effetti impossibile alla borghesia dei paesi arretrati di ogni grande audacia rivoluzionaria, perché teme oltretutto la classe proletaria piuttosto che le vecchie oppressive o anche la dominazione degli imperialismi stranieri. Se quindi la dittatura del proletariato è con ogni evidenza la sola formula politica concepibile della rivoluzione puramente socialista dei paesi avanzati, lo è ugualmente quella della rivoluzione “impura”, della rivoluzione “doppia” dei paesi arretrati che non possono evitare, anche con un potere proletario, una fase più o meno lunga di sviluppo economico di tipo capitalista1.

Questo apprezzamento dato dal comunismo mondiale dei primi anni della rivoluzione russa del 1917 (che fu essa stessa una rivoluzione “impura”) non è confermato dallo “sviluppo attuale” tanto vantato dai continenti arretrati. Potremmo in effetti obiettare che o si dimostra che è socialista e proletaria, o si dimostra che la classe capitalista non è per niente arrivata al termine della sua fase progressiva. Neghiamo per principio e per esperienza che sia in alcun modo socialista. Ma neghiamo ugualmente che i passi in avanti reali del capitalismo nei paesi arretrati dopo le rivoluzioni nazional-democratiche rendono il meno possibile al modo di produzione e all’organizzazione sociale borghese il carattere di fase storica ancora utile e benefica: nessun Mao Tsé Tung non potrà in effetti cancellare due guerre imperialiste mondiali, una crisi economica come quella del 1929 e altre dieci ancora, meno spettacolari, né soprattutto una mezza dozzina di contro-rivoluzioni sanguinanti sul proletariato. Ed è proprio questa realtà storica che, agli occhi del marxismo, ha provato senza revisione possibile che il solo ed unico nemico al tempo stesso delle classi sfruttate e dei popoli deboli o arretrati, è il capitale e l’imperialismo. In altri termini, lo sviluppo inoltre con compiacenza sopravvalutato comunque2 e in tutti i casi antagonistico dell’Asia, dell’Africa, dell’America del Sud di cui si assiste soprattutto dopo il 1945 all’inserimento non in una nuova ascesa delle forme borghesi, di cui il carattere reazionario diviene al contrario sempre più evidente, ma nella marcia verso l’esplosione rivoluzionaria generalizzata che non abbiamo mai cessato d’attendere. E non sono certamente questi progressi dei paesi arretrati che possono dissuaderci, poiché aumentando gli effettivi dell’armata proletaria mondiale, preparando l’economia capitalista, in una scadenza non lontana, ad una crisi più profonda e più vasta di tutte quelle del passato, lavorano a rendere irresistibile la formidabile spinta rivoluzionaria di domani.

“L’evoluzione recente”, cavallo di battaglia di tutti i rinnegati, non smentisce per niente le considerazioni marxiste e a maggior ragione la realtà storica mondiale che spiega che nella Russia arretrata del 1917, il partito proletario e leninista non abbia temuto di spingere la rivoluzione anti‑zarista fino al rovesciamento del potere borghese di febbraio e di pretendere “Tutto il potere ai soviet operai e contadini”, pur sapendo che le sole misure che poteva prendere per la trasformazione dell’economia in vigore non potevano uscire dai limiti del capitalismo.

Questo partito non era assolutamente il leader d’una rivoluzione nazionale russa, ma l’avanguardia del proletariato mondiale che lottava per il socialismo, ed il suo merito storico principale non è tanto quello d’avere fondato lo Stato sovietico quanto quello d’aver tentato di ricostituire l’Internazionale rivoluzionaria.

Questa Internazionale non poteva porre diversamente il problema della rivoluzione nei settori del mondo che soffrivano non soltanto d’un ritardo economico peggiore ancora di quello della Russia del 1917, ma anche dell’oppressione più o meno aperta delle grandi potenze colonialiste. Al suo II Congresso (luglio 1920) adotta delle “Tesi e integrazioni sulle questioni nazionali e coloniali” originariamente scritte da Lenin e che sostengono le posizioni seguenti di vitale importanza:

«” (…) Il Partito Comunista (…) deve considerare come formare la chiave di volta della questione nazionale e non dei principi astratti e formali (NdR: si tratta della nozione d’uguaglianza delle nazionalità e della democrazia in quanto uguaglianza delle persone, che è stato criticato nel punto precedente), ma:

«1°. Una nozione chiara delle circostanze storiche ed economiche (NdR: le circostanze storiche sono fornite dalla crisi del regime che s’è tradotta nel primo massacro imperialista mondiale e nell’effervescenza rivoluzionaria che ha provocato; le circostanze economiche sono fornite dallo sviluppo gigantesco delle forze produttive nei paesi avanzati, sviluppo a condizione che il potere sia strappato alla borghesia, permetterebbe ai paesi arretrati se non di impedire, almeno di abbreviare considerevolmente la fase d’accumulazione del capitale e di attutirne le sofferenze).

«2°. La dissociazione precisa degli interessi delle classi oppresse (…) in rapporto alla concezione generale dei sedicenti interessi nazionali che significano in realtà quelli delle classi dominanti.

«3°. La divisione così altrettanto chiara e precisa delle nazioni oppresse, dipendenti, protette – dalle nazioni oppressive e sfruttatrici che godono di tutti i diritti, contrariamente all’ipocrisia borghese e democratica che dissimula attentamente l’asservimento (proprio nell’epoca del capitale finanziario dell’imperialismo) alla potenza finanziaria e colonizzatrice, dell’immensa maggioranza delle popolazioni del globo ad una minoranza di ricchi paesi capitalisti (…)

«4°. Ne risulta quindi da quanto sopra esposto che la pietra angolare della politica dell’Internazionale Comunista nelle questioni coloniali e nazionali deve essere il riavvicinamento dei proletari e lavoratori di tutte le nazioni e di tutti i paesi per la lotta comune contro i possidenti e la borghesia. Perché questo riavvicinamento è la sola garanzia della nostra vittoria sul capitalismo senza la quale non possono essere abolite né le oppressioni nazionali né le illegalità.

«5°. La congiuntura politica mondiale attuale mette all’ordine del giorno la dittatura del proletariato; e tutti gli avvenimenti della politica mondiale si concentrano inevitabilmente attorno ad un centro di gravità: la lotta della borghesia internazionale contro la Repubblica dei Soviet che deve raggruppare attorno ad essa da una parte i movimenti sovietici dei lavoratori avanzati di tutti i paesi, – dall’altra tutti i movimenti emancipatori coloniali delle colonie e delle nazionalità oppresse che una esperienza amara li ha convinti che non c’è salvezza al di fuori di una alleanza con il proletariato rivoluzionario e con il potere sovietico vincitore dell’imperialismo mondiale (…)

«11°. È necessario combattere energicamente i tentativi fatti dai movimenti emancipatori che non sono in realtà né comunisti né rivoluzionari per abbracciare i colori comunisti; l’Internazionale Comunista deve sostenere i movimenti rivoluzionari nelle colonie e i paesi arretrati alla sola condizione che gli elementi dei più puri partiti comunisti (e comunisti nei fatti) siano raggruppati e istruiti dei loro compiti particolari, ovvero della loro missione di combattere il movimento borghese e democratico. L’I.C. deve entrare in relazioni temporanee e formare anche delle unioni con i movimenti rivoluzionari nelle colonie e i paesi arretrati, senza tuttavia mai fondersi con essi, e conservando sempre il carattere indipendente di movimento proletario, anche nella sua forma embrionale».

Nelle “tesi supplementari” la posizione dei comunisti relativamente alla rivendicazione dell’indipendenza nazionale dei paesi colonizzati o assoggettati è così definita:

«6°. L’imperialismo straniero che preme sui popoli orientali ha impedito loro di svilupparsi socialmente ed economicamente nello stesso tempo delle classi d’Europa e d’America… Il risultato di questa politica è che in alcuni di questi paesi dove lo spirito rivoluzionario si manifesta, non trova la sua espressione che nelle classi medie e acculturate.
     La dominazione straniera ostacola il libero sviluppo delle forze economiche. È per questo che la sua distruzione è il primo passo della rivoluzione nelle colonie e questo è perché l’aiuto portato alla distruzione della dominazione straniera nelle colonie non è in realtà un aiuto portato al movimento nazionalista della borghesia indigena, ma l’apertura del cammino per il proletariato oppresso lui stesso.

«7°. Esistono nei paesi oppressi due movimenti che, passando i giorni, si separano sempre di più: il primo è il movimento borghese democratico nazionalista che ha per programma l’indipendenza politica d’ordine borghese; l’altro è quello dei dei contadini e operai ignoranti e poveri per la loro emancipazione da tutte le specie di sfruttamento.
     Il primo tenta di dirigere il secondo e c’è spesso riuscito in una certa misura. Ma l’Internazionale Comunista ed i partiti aderenti devono combattere questa tendenza e cercare di sviluppare un sentimento di classe indipendente nelle masse operaie delle colonie.
     Il primo passo della rivoluzione nelle colonie deve essere d’abbattere il capitalismo straniero; ma il compito più urgente e importante e la formazione di partiti comunisti che organizzano gli operai e i contadini e li conducono alla rivoluzione e all’insediamento della repubblica sovietica».

L’ultima parte delle “Tesi supplementari” ci fornisce la definizione più lapidaria di ciò che è la “doppia” rivoluzione, ovvero la rivoluzione proletaria in un paese di debole sviluppo capitalista:

«9°. La rivoluzione nelle colonie, nel suo primo stadio, non può essere una rivoluzione comunista, ma se fin dall’inizio la direzione è nelle mani d’una avanguardia comunista, le masse non saranno smarrite e nei diversi periodi del movimento, la loro esperienza non potrà che crescere.
     Sarebbe certamente un grande errore voler applicare immediatamente nei paesi orientali i principi comunisti nella questione agraria. Nel suo primo stadio, la rivoluzione nelle colonie deve avere un programma che includa delle riforme piccolo-borghesi quali la ripartizione delle terre. Ma ciò non comporta necessariamente che la direzione deve essere abbandonata alla democrazia borghese. Il partito proletario deve al contrario sviluppare una potente e sistematica propaganda in favore dei soviet, e organizzare dei soviet di contadini e operai. Questi soviet dovranno lavorare in stretta collaborazione con le repubbliche sovietiche
dei paesi capitalisti avanzati per raggiungere la vittoria finale sul capitale nel mondo intero.
     Anche le masse dei contadini arretrati, guidate, dal proletariato cosciente dei paesi
capitalisti avanzati, arriveranno al comunismo senza passare attraverso i vari stadi dello sviluppo capitalista».

Le tesi leniniste e l’Internazionale stalinista

La pretesa attuale dell”estremismo” cinese di rappresentare l’ortodossia leninista di fronte all’opportunismo kruscioviano sarebbe storicamente giustificato se la politica del P.C. cinese avesse costituito, nel passato come nel presente, l’applicazione e lo sviluppo delle tesi dell’Internazionale Comunista. In realtà, per formulare fin d’ora il nostro giudizio su questo movimento, tutta la sua azione è consistita nell’”abbandonare la direzione della rivoluzione alla democrazia borghese” e diventare lui stesso finalmente l’unico partito coerente con la democrazia borghese. Il riflesso teorico di questa evoluzione nefasta, si trova nel dibattito storico del 1925‑1930 in seno all’Internazionale sulla “questione cinese” nella quale Stalin, rilanciando in Cina una
tattica di tipo menscevico, pretendeva che la rivoluzione cinese doveva comportare una tappa democratica come preparazione alla tappa socialista, mentre la “doppia” rivoluzione di Lenin era precisamente quella che permetteva di saltare “la tappa” della democrazia borghese, tutto il suo percorso storico rappresenta la vittoria della linea proletaria su quella della democrazia borghese.

Così come in Russia tra febbraio e ottobre del 1917, la teoria della “rivoluzione per tappe” aveva portato i Menscevichi ad allearsi con la borghesia contro il movimento dei soviet, ovvero a preparare la vittoria dello Stato borghese su quest’altro potere che andava erigendosi man mano che i soviet si sviluppavano, parimenti in Cina, dove il proletariato evidenzia la tendenza a costituire dei soviet, gli si dice in sostanza: “Bisogna ancora aspettare per “la tappa socialista”. Per adesso, la rivoluzione cinese non è ancora che democratica e borghese”. D’altronde che altro poteva significare l’appoggio del P.C.C. al Kuomintang dopo la fusione con la sua ala sinistra, come l’alleanza dell’U.R.S.S. con quelli che dovevano diventare i peggiori orrori del proletariato cinese?

Come un ritorno a delle posizioni che erano state schiacciate con l’espulsione dei Menscevichi russi e la loro reclusione com’è stato possibile dieci anni solamente dopo la vittoria bolscevica e proletaria? Per giustificare i suoi rinnegamenti l’opportunismo costruisce sempre delle “teorie”, e in Cina ne inventa una secondo la quale la borghesia cinese, a causa dei suoi compiti anti-imperialisti, era più rivoluzionaria della borghesia anti-zarista russa. (L’anti-imperialismo che dovrebbe provare oggi l’ortodossia leninista cinese è dunque servita all’origine a ingannare il P.C. cinese sulla vera “natura” della sua borghesia nazionale, e nello stesso tempo il proletariato mondiale sulla vera natura del “socialismo cinese!”) Trotski dimostra, nell’Internazionale Comunista dopo Lenin, che dedurre il carattere rivoluzionario della borghesia cinese per la semplice esistenza del giogo coloniale al quale essa stessa era sottomessa significava commettere lo stesso errore teorico che i Menscevichi russi che deducevano la “natura rivoluzionaria” della borghesia russa per la semplice sopravvivenza d’uno sfruttamento feudale. Del resto, il P.C.C. e Mao sono arrivati ad accreditare la falsa tesi d’un “feudalesimo cinese” al fine di dare nuovo lustro “rivoluzionario” alla borghesia nazionale. Se la riforma agraria era in questo paese rurale il principale compito della rivoluzione, la situazione reale della classe contadina toglieva dall’inizio alla borghesia tutto il ruolo rivoluzionario in questo campo. È che in Cina, le terre non erano monopolizzate come nell’Europa feudale da una classe nobile indipendente, ma da una borghesia mercantile e usuraia.

L’oppressione che esercitava sui contadini non teneva tanto in considerazione legami personali quanto rapporti nettamente mercantili: la sproporzione tra l’enorme popolazione contadina e la terra monopolizzata da questa borghesia le permetteva in effetti di esigere degli affitti esorbitanti; inoltre l’economia contadina aveva cessato essa stessa d’essere un’economia naturale, il fittavolo doveva chiedere in prestito il capitale d’esercizio al proprietario che era il “banchiere” accessibile, e che ne approfittava per praticare dei tassi usurai.

Note

  1. Nella società capitalista l’aumento del rendimento del lavoro umano ha per obiettivo e per effetto d’aumentare la produzione, e di conseguenza il profitto, ciò che, ad un certo stadio dello sviluppo delle forze produttive, coincide con l’interesse di tutta la società; nella società socialista, questo aumento ha per obiettivo la diminuzione dello sforzo del lavoro umano, quello che con il livello raggiunto dalle forze produttive nel capitalismo super sviluppato, è la sola cosa compatibile con gli interessi non solamente della classe operaia ma di tutta la specie umana. ↩︎
  2. Sopravvalutata, perché l’industrializzazione e lo sviluppo agricolo di questi paesi sono condannati a dei ritmi molto lenti che non escludono d’altronde, anzi al contrario, delle terribili tensioni delle forze umane, finché le forze produttive dei paesi avanzati sono monopolio di nazioni e di classe, e non patrimonio della specie umana, ovvero mentre “l’aiuto delle grandi potenze deve passare sotto le forche caudine del mercantilismo e obbedire alla legge del dare‑avere” che sfavorisce chi possiede di meno. È precisamente questa legge che il socialismo spezzerà, realizzando una gestione planetaria delle risorse, abbreviando i ritmi e temperando le sofferenze dei lavoratori dei paesi arretrati. ↩︎