Tra le gesta fasciste e la campagna elettorale
I fatti salienti della cronaca quotidiana che ogni lettore cerca nei grandi giornali sono gli scontri, che a volte assumono pretto carattere militare, tra “fascisti” e proletari.
Veramente l’episodio si ripete con monotonia considerevole, e non ha che due varianti fondamentali: o i fascisti escono vincitori alla prima, o si ritraggono battuti, ed allora cedono il posto di combattimento alla forza pubblica, che finisce coll’aver ragione degli avversari.
Ma vi sono anche due modi sostanziali di imbastire i resoconti del fatto da parte dei giornali di vario colore.
I giornali borghesi cercano in tutti i modi di fare apparire i socialisti, i comunisti specialmente, come “i provocatori”. Gli stessi organi specificamente fascisti, ostentano sì i successi delle loro imprese, ma cercano pure di farle apparire come azioni difensive, le chiamano “rappresaglie” o “spedizioni punitive” per rintuzzare pretese offese dell’avversario.
Ma il primo dei metodi, il metodo veramente piagnone, è specificamente seguito dal giornale socialdemocratico.
Questo appare felice quando può riferire che i lavoratori, quieti, inermi, passivi, senza nulla avere osato, sono stati santamente picchiati.
Norme elementari di guerra vogliono che si esaltino i propri successi e si deprimano le vittorie avversarie: si celino le proprie perdite e si pongano in evidenza quelle nemiche. Questo si fa per rialzare il morale dei propri. Chi sa che i suoi le hanno date si rinvigorisce nello slancio ad agire e… le dà sul serio.
La socialdemocrazia insegna l’illusione di un metodo opposto, che dovrebbe presiedere alle “lotte civili”, di idee, di programmi, di schede!… Essa si illude di speculare sulla simpatia molto ipotetica che riscuote chi è vittima di una forza superiore; affida la sua rivincita al gioco indefinibile di questo coefficiente astratto.
Credere in questa risorsa psicologica per consolarsi delle batoste – peggio, per esibirle al proprio passivo anche quando, si sa di averle date! – equivale a credere alla illuminata giustizia di un potere supremo assiso a decidere dei contendenti: sia esso l’occhio (e dito) di Dio, o il giudizio della Storia, o il tribunale della Pubblica Opinione, o l’Insopprimibilità dell’Idea, e simili castronerie di cui noi, comunisti, ridiamo serenamente.
Il Partito Socialista prende precisamente un atteggiamento che discende da queste sballate ideologie – dominanti nel recente pietoso discorso Turati, ma che traspariscono anche nei documenti firmati dai massimalisti. Basti dire che il Partito Socialista si illude ancora di riguadagnare la battaglia perduta in campo aperto, battendosi col metodo civile della scheda, nel segreto dell’urna.
Accarezzando così la menzogna socialdemocratica, che al prepotere della classe dominante il proletariato possa utilmente opporre, anziché l’insurrezione violenta, l’utilizzazione pacifica dei mezzi legali che gli offre il regime borghese, il Partito Socialista non vede di essersi scavata la fossa colle sue proprie mani.
Il Partito Socialista non intende una elementarissima verità. Non solo è inutile conquistare col mezzo elettorale posizioni che non si sanno poi difendere e tenere per poco che all’avversario piaccia “illegalmente” ritoglierle, ma gli stessi elettori non daranno più il proprio voto ad uomini, ad un partito, che non sanno conservare le deleghe loro affidate, che hanno abbandonato sotto la imposizione fascista le amministrazioni recentemente conquistate.
Sarà la bancarotta della pletorica forza elettorale e parlamentare del Partito Socialista. Il fascismo strepitosamente battuto nell’urna nel 1919, dominerà – grazie agli alalà, al piombo e alla fiamma – le situazioni elettorali.
È utilissimo che sia così. Nessuna migliore prova potrebbe pensarsi della giustezza delle direttive rivoluzionarie dei comunisti.
Se veramente la borghesia andrà fino in fondo e nella reazione bianca strozzerà la socialdemocrazia, preparerà – non sembri un paradosso – le migliori condizioni per la sua rapida sconfitta da parte della rivoluzione.
Forse la borghesia si fermerà in tempo. Appena il gladiatore fascista avrà atterrato l’avversario, il suo padrone, lo Stato borghese, fermerà con un cenno il colpo di grazia, e tenderà una mano al caduto.
Se la socialdemocrazia – e ciò è fatale – prenderà quella mano, sarà per passare ai servigi dello Stato, per dare alla borghesia i ministri oggi, gli scherani domani per fronteggiare il proletariato avanzante nel nome del comunismo.
Tra le gesta fasciste e la campagna elettorale
I fatti salienti della cronaca quotidiana che ogni lettore cerca nei grandi giornali sono gli scontri, che a volte assumono pretto carattere militare, tra “fascisti” e proletari.
Veramente l’episodio si ripete con monotonia considerevole, e non ha che due varianti fondamentali: o i fascisti escono vincitori alla prima, o si ritraggono battuti, ed allora cedono il posto di combattimento alla forza pubblica, che finisce coll’aver ragione degli avversari.
Ma vi sono anche due modi sostanziali di imbastire i resoconti del fatto da parte dei giornali di vario colore.
I giornali borghesi cercano in tutti i modi di fare apparire i socialisti, i comunisti specialmente, come “i provocatori”. Gli stessi organi specificamente fascisti, ostentano sì i successi delle loro imprese, ma cercano pure di farle apparire come azioni difensive, le chiamano “rappresaglie” o “spedizioni punitive” per rintuzzare pretese offese dell’avversario.
Ma il primo dei metodi, il metodo veramente piagnone, è specificamente seguito dal giornale socialdemocratico.
Questo appare felice quando può riferire che i lavoratori, quieti, inermi, passivi, senza nulla avere osato, sono stati santamente picchiati.
Norme elementari di guerra vogliono che si esaltino i propri successi e si deprimano le vittorie avversarie: si celino le proprie perdite e si pongano in evidenza quelle nemiche. Questo si fa per rialzare il morale dei propri. Chi sa che i suoi le hanno date si rinvigorisce nello slancio ad agire e… le dà sul serio.
La socialdemocrazia insegna l’illusione di un metodo opposto, che dovrebbe presiedere alle “lotte civili”, di idee, di programmi, di schede!… Essa si illude di speculare sulla simpatia molto ipotetica che riscuote chi è vittima di una forza superiore; affida la sua rivincita al gioco indefinibile di questo coefficiente astratto.
Credere in questa risorsa psicologica per consolarsi delle batoste – peggio, per esibirle al proprio passivo anche quando, si sa di averle date! – equivale a credere alla illuminata giustizia di un potere supremo assiso a decidere dei contendenti: sia esso l’occhio (e dito) di Dio, o il giudizio della Storia, o il tribunale della Pubblica Opinione, o l’Insopprimibilità dell’Idea, e simili castronerie di cui noi, comunisti, ridiamo serenamente.
Il Partito Socialista prende precisamente un atteggiamento che discende da queste sballate ideologie – dominanti nel recente pietoso discorso Turati, ma che traspariscono anche nei documenti firmati dai massimalisti. Basti dire che il Partito Socialista si illude ancora di riguadagnare la battaglia perduta in campo aperto, battendosi col metodo civile della scheda, nel segreto dell’urna.
Accarezzando così la menzogna socialdemocratica, che al prepotere della classe dominante il proletariato possa utilmente opporre, anziché l’insurrezione violenta, l’utilizzazione pacifica dei mezzi legali che gli offre il regime borghese, il Partito Socialista non vede di essersi scavata la fossa colle sue proprie mani.
Il Partito Socialista non intende una elementarissima verità. Non solo è inutile conquistare col mezzo elettorale posizioni che non si sanno poi difendere e tenere per poco che all’avversario piaccia “illegalmente” ritoglierle, ma gli stessi elettori non daranno più il proprio voto ad uomini, ad un partito, che non sanno conservare le deleghe loro affidate, che hanno abbandonato sotto la imposizione fascista le amministrazioni recentemente conquistate.
Sarà la bancarotta della pletorica forza elettorale e parlamentare del Partito Socialista. Il fascismo strepitosamente battuto nell’urna nel 1919, dominerà – grazie agli alalà, al piombo e alla fiamma – le situazioni elettorali.
È utilissimo che sia così. Nessuna migliore prova potrebbe pensarsi della giustezza delle direttive rivoluzionarie dei comunisti.
Se veramente la borghesia andrà fino in fondo e nella reazione bianca strozzerà la socialdemocrazia, preparerà – non sembri un paradosso – le migliori condizioni per la sua rapida sconfitta da parte della rivoluzione.
Forse la borghesia si fermerà in tempo. Appena il gladiatore fascista avrà atterrato l’avversario, il suo padrone, lo Stato borghese, fermerà con un cenno il colpo di grazia, e tenderà una mano al caduto.
Se la socialdemocrazia – e ciò è fatale – prenderà quella mano, sarà per passare ai servigi dello Stato, per dare alla borghesia i ministri oggi, gli scherani domani per fronteggiare il proletariato avanzante nel nome del comunismo.
I comunisti e le elezioni: La nuova epoca ed il nuovo parlamentarismo
Mentre il Partito Comunista d’Italia si accinge a partecipare alle elezioni generali politiche, per ricordare e precisare il contenuto della tattica elettorale dei comunisti, quale fu definita dal Secondo Congresso mondiale della Internazionale Comunista, riportiamo la parte introduttiva delle tesi sul parlamentarismo adottate dal Congresso medesimo, dalla quale si desume la profonda differenza che intercede tra il metodo parlamentaristico dei partiti socialdemocratici -tipicamente applicato in Italia dal Partito Socialista, ed oggi più che mai – ed i criteri rivoluzionari con i quali i Comunisti si propongono di utilizzare le elezioni ed il parlamento.
La nuova epoca ed il nuovo parlamentarismo
In principio, all’epoca della Prima Internazionale, l’atteggiamento dei Partiti socialisti di fronte al Parlamentarismo era quello dell’utilizzazione dei parlamenti borghesi a scopo di agitazione. La partecipazione al Parlamento veniva considerata dal punto di vista dello sviluppo della coscienza di classe, vale a dire del risveglio dell’ostilità di classe del proletariato contro la classe dominante. Questo rapporto si trasformò, non già sotto la influenza della teoria, ma sotto l’influenza della evoluzione politica. Con l’ininterrotto aumento delle forze produttive e con l’ampliamento del campo di sfruttamento capitalistico, il capitalismo e con esso gli Stati parlamentari guadagnarono continuamente in solidità.
Da ciò nacquero: l’adattamento della tattica parlamentare dei Partiti socialisti al lavoro legale “organico” del Parlamento borghese, la sempre maggiore importanza della lotta per ottenere riforme nell’ambito del capitalismo, il predominio del cosiddetto programma minimo della socialdemocrazia. Su questa base si svilupparono poi i fenomeni dell’arrivismo parlamentare, della corruzione, del tradimento velato o palese a danno degli elementari interessi della classe operaia.
II rapporto tra la Terza Internazionale e il Parlamentarismo non viene determinato da una nuova dottrina, ma dal cambiamento di funzione del parlamentarismo stesso. Nell’epoca precedente il Par- lamento, quale strumento dell’evolventesi capitalismo ha in certo qual modo, compiuto un’opera storicamente progressista. Nelle presenti condizioni di sfrenato imperialismo, però, il Parlamento si è trasformato in uno strumento di menzogna, di frode, di violenza e di chiacchiera snervante. Di fronte alle devastazioni, ai saccheggi, alle violentazioni, alle rapine e alle distruzioni dell’imperialismo, le riforme parlamentari private di sistema, di continuità e di regola, perdono ogni importanza pratica per le masse lavoratrici.
Come tutta la società borghese, così anche il parlamentarismo perde la sua solidità. L’improvviso passaggio dall’epoca organica a quella critica crea la base per una nuova tattica del proletariato sul campo del parlamentarismo. Così, il Partito Operaio Russo (i Bolscevichi) ha elaborato, già nel periodo precedente, la natura del parlamentarismo rivoluzionario, perché fin dal 1905 la Russia era stata portata fuor dell’equilibrio politico e sociale ed era entrata nel periodo delle procelle e dei rivolgimenti.
Quando alcuni socialisti, inclini al comunismo, affermano che nei loro paesi non è ancora venuto il momento per la rivoluzione e si rifiutano di staccarsi dagli opportunisti parlamentari, essi partono essenzialmente dal fatto che ravvisano nell’epoca imminente un’epoca di relativo consolidamento della Società imperialistica e suppongono che su questa base, nella lotta per le riforme, una coalizione con i Turati e i Longuet possa dare risultati pratici. II Comunismo teoretico e chiaro deve, al contrario, rettamente valutare il carattere dell’epoca attuale l’apogeo del capitalismo, auto-negazione e auto-distruzione imperialistica, ininterrotto aumento della guerra civile. ecc.). Coi diversi paesi possono essere diverse le forme delle relazioni politiche e i raggruppamenti. Ma l’essenziale rimane dappertutto lo stesso: per noi si tratta della immediata preparazione politica e tecnica della insurrezione del proletariato per la distruzione del potere civile e per l’instaurazione del nuovo potere proletario.
Nel momento attuale il Parlamento non può, in nessun caso, essere per i Comunisti il teatro di lotte per riforme, pel miglioramento delle condizioni della classe operaia, come fu in certi momenti del periodo passato. II centro di gravità della vita politica è state interamente c definitivamente trasportate oltre i confini del Parlamento. D’altra parte la borghesia, non solo in seguito ai suoi rapporti con le masse lavoratrici, ma anche in seguito alle intricate vicende entro le classi borghesi, è costretta, nell’uno o nell’altro modo, a tradurre in atto una parte dei suoi provvedimenti nel Paria- mento, dove le diverse cricche trattano intorno al potere, manifestano i loro lati forti, svelano i loro lati deboli, si scoprono, ecc., ecc.
Perciò è immediato compito storico della classe operaia strappare questi apparecchi dalle mani delle classi dominanti, spezzarli, distruggerli, e creare in loro luogo nuovi organi proletari di potere. Nello stesso tempo però lo Stato rivoluzionario della classe operaia è vivamente interessato ad avere suoi esploratori nelle istituzioni parlamentari della borghesia per facilitare questo lavoro distruttore. Da ciò risulta chiara la differenza fondamentale fra la tattica del comunista, che entra nel Parlamento con scopi rivoluzionari, e la tattica del parlamentare socialista. Questi parte dalla premessa della relativa solidità. della indefinita durata del regime attuale, si propone il compito di ottenere riforme con ogni mezzo ed ha interesse che la massa veda in ogni conquista un merito del parlamentarismo socialista (Turati, Longuet e compagni).
In luogo del vecchio parlamentarismo di adattamento subentra il nuovo parlamentarismo come uno degli strumenti di distruzione del parlamentarismo. Le ripugnanti tradizioni della vecchia tattica parlamentare spingono però alcuni elementi rivoluzionari nel campo degli avversari assoluti del parlamentarismo (I.W.W., Sindacati rivoluzionari, Partito Comunista Operaio di Germania).
Tra il Partito Comunista Unificato di Germania e l'Internazionale Comunista.
Coll’articolo di a. b. pubblicato nel numero scorso iniziavamo to studio delle questioni controverse Ira il Partito Comunista Tedesco ed il C. F. della Internazionale Comunista, colla esposizione delle divergenze circa la questione della scissione italiana.
Su tale argomento i lettori possono trovare altre indicazioni documentarie nei 11. 17 e 18 del Comunista nei quali abbiamo dato un ampio resoconto dell’adunanza del Comitato Centrale del V.K.P.D. che liquidò la questione in senso più che favorevole ai comunisti italiani.
Era intenzione proseguire lo studio in parola colla esposizione di altri notevoli argomenti la questione del Partito Comunista Operaio (K.A.P.D.) e dei criteri di organizzazione della Internazionali Comunista. Disgraziatamente i materiali già pronti per queste trattazioni sono rimasti nei nostri uffici occupati dalla questura, e perciò dobbiamo rinviare la pubblicazione: i lettori ci scuseranno.
Party and Class
The “Theses on the Role of the Communist Party in the Proletarian Revolution” approved by the Second Congress of the Communist International are genuinely and deeply rooted in the Marxist doctrine. These theses take the definition of the relations between party and class as a starting point and establish that the class party can include in its ranks only a part of the class itself, never the whole nor even perhaps the majority of it.
This obvious truth would have been better emphasised if it had been pointed out that one cannot even speak of a class unless a minority of this class tending to organise itself into a political party has come into existence.
What in fact is a social class according to our critical method? Can we possibly recognise it by the means of a purely objective external acknowledgement of the common economic and social conditions of a great number of individuals, and of their analogous positions in relationship to the productive process? That would not be enough. Our method does not amount to a mere description of the social structure as it exists at a given moment, nor does it merely draw an abstract line dividing all the individuals composing society into two groups, as is done in the scholastic classifications of the naturalists. The Marxist critique sees human society in its movement, in its development in time; it utilises a fundamentally historical and dialectical criterion, that is to say, it studies the connection of events in their reciprocal interaction.
Instead of taking a snapshot of society at a given moment (like the old metaphysical method) and then studying it in order to distinguish the different categories into which the individuals composing it must be classified, the dialectical method sees history as a film unrolling its successive scenes; the class must be looked for and distinguished in the main features of this movement.
In using the first method we would be the target of a thousand objections from pure statisticians and demographers (short-sighted people if there ever were) who would re-examine our divisions and remark that there are not two classes, nor even three or four, but that there can be ten, a hundred or even a thousand classes separated by successive gradations and indefinable transition zones. With the second method, though, we make use of quite different criteria in order to distinguish that protagonist of historical tragedy, the class, and in order to define its characteristics, its actions and its objectives, which become concretised into obviously uniform features among a multitude of changing facts; meanwhile the poor photographer of statistics only records these as a cold series of lifeless data.
Therefore, in order to state that a class exists and acts at a given moment in history, it will not be enough to know, for instance, how many merchants there were in Paris under Louis XIV, or the number of English landlords in the Eighteenth Century, or the number of workers in the Belgian manufacturing industry at the beginning of the Nineteenth Century. Instead, we will have to submit an entire historical period to our logical investigations; we will have to make out a social, and therefore political, movement which searches for its way through the ups and downs, the errors and successes, all the while obviously adhering to the set of interests of a strata of people who have been placed in a particular situation by the mode of production and by its developments.
It is this method of analysis that Frederick Engels used in one of his first classical essays, where he drew the explanation of a series of political movements from the history of the English working class, and thus demonstrated the existence of a class struggle.
This dialectical concept of the class allows us to overcome the statistician’s pale objections. He does not have the right any longer to view the opposed classes as being clearly divided on the scene of history as are the different choral groups on a theatre scene. He cannot refute our conclusions by arguing that in the contact zone there are undefinable strata through which an osmosis of individuals takes place, because this fact does not alter the historical physiognomy of the classes facing one another.
* * *
We should perceive the concept of class as dynamic, not static. When we detect a social tendency, or a movement oriented towards a given end, the class exists in the true sense of the word; because then the class party must also exist, in a material if not yet in a formal way.
A living party goes hand in hand with a living doctrine and a method of action. A party is a school of political thought and consequently an organisation of struggle. The former is a factor of consciousness, the latter of will, or more precisely of a striving towards a final objective.
Without these two characteristics, we do not yet fulfil the definition of a class. We repeat, the cold recorder of facts may detect certain affinities in the living conditions of strata large or small, but it won’t leave its mark on historical developments.
Only within the class party do we find these two characteristics condensed and concretised. The class forms itself as certain conditions and relationships brought about by the consolidation of new systems of production are developed – for instance the establishment of big mechanised factories hiring and training a large labour force; in the same way, the interests of such a collectivity gradually begin to materialise into a more precise consciousness, which begins to take shape in small groups of this collectivity. When the mass is thrust into action, only these first groups can foresee a final end, and it is they who support and lead the rest.
When referring to the modern proletarian class, we must conceive of this process not in relationship to a trade category but to the class as a whole. It can then be realised how a more precise consciousness of the identity of interests gradually makes its appearance; this consciousness, however, results from such a complexity of experiences and ideas, that it can be found only in limited groups composed of elements selected from every category. Indeed only an advanced minority can have the clear vision of a collective action which is directed towards general ends that concern the whole class and which has at its core the project of changing the whole social regime.
Those groups, those minorities, are nothing other than the party. When its formation (which of course never proceeds without arrests, crises and internal conflicts) has reached a certain stage, then we may say that we have a class in action. Although the party includes only a part of the class, it is still only the party which gives it unity of action and movement, because it amalgamates those elements who, by having overcome the limitations of locality and job category, are sensitive to the class and who represent it.
This casts a light on the meaning of this basic fact: the party is only a part of the class. He who considers a static and abstract image of society, and sees the class as a zone with a small nucleus, the party, within it, might easily be led to the following conclusion: since the whole section of the class remaining outside the party is almost always the majority, it might have a greater weight and a greater right. However if it is only remembered that the remaining individuals who compose the great masses have neither class consciousness nor class will, and live just for themselves, their trade, their village, or their nation, then it will be realised that in order to secure the action of the class as a whole in the historical movement, it is necessary to have an organ which inspires, unites and leads it – in short which officers it; it will be realised that the party is actually the vital nucleus, without which there would be no reason to consider the remaining masses as a mobilisation of forces.
The class presupposes the party, because to exist and to act in history it must have both a critical doctrine of history and a historical purpose.
* * *
The only true revolutionary conception of class action is that which delegates its leadership to the party. Doctrinal analyses, along with an accumulation of historical experience, allow us to easily reduce any tendency that denies the necessity and predominance of the party’s function to the level of petty bourgeois and anti-revolutionary ideology.
If this denial is based on a democratic point of view, it must be subjected to the same criticism that Marxism uses to disprove the favourite theorems of bourgeois liberalism.
It is sufficient to recall that, if the consciousness of human beings is the result, not the cause of the characteristics of the surroundings in which they are compelled to live and act, then never as a rule will the exploited, the starved and the underfed be able to convince themselves of the necessity of overthrowing the well-fed satiated exploiter laden with every resource and capacity. This can only be the exception. Bourgeois electoral democracy seeks the consultation of the masses, for it knows that the response of the majority will always be favourable to the privileged class and will readily delegate to that class the right to govern and to perpetuate exploitation.
It is not the addition or subtraction of the small minority of bourgeois voters that will alter the relationship. The bourgeoisie governs with the majority, not only of all the citizens, but also of the workers taken alone.
Therefore if the party called on the whole proletarian mass to judge the actions and initiatives of which the party alone has the responsibility, it would tie itself to a verdict that would almost certainly be favourable to the bourgeoisie. That verdict would always be less enlightened, less advanced, less revolutionary, and above all less dictated by a consciousness of the really collective interest of the workers and of the final result of the revolutionary struggle, than the advice coming from the ranks of the organised party alone.
The concept of the proletariat’s right to command its own class action is only an abstraction devoid of any Marxist sense. It conceals a desire to lead the revolutionary party to enlarge itself by including less mature strata, since as this progressively occurs, the resulting decisions get nearer and nearer to the bourgeois and conservative conceptions.
If we looked for evidence not only through theoretical enquiry, but also in the experiences history has given us, our harvest would be abundant. Let us remember that it is a typical bourgeois cliché to oppose the good “common sense” of the masses to the “evil” of a “minority of agitators”, and to pretend to be most favourably disposed towards the workers, while entertaining the most vehement hatred towards the party which is the only means the workers have to strike at the exploiters’ interests. The right-wing currents of the workers’ movement, the social-democratic school, whose reactionary tenets have been clearly shown by history, constantly oppose the masses to the party and pretend to be able to find the will of the class by consulting on a scale wider than the limited bounds of the party. When they cannot extend the party beyond all limits of doctrine and discipline in action, they try to establish that its main organs must not be those appointed by a limited number of militant members, but must be those which have been appointed for parliamentary duties by a larger body – actually, parliamentary groups always belong to the extreme right wing of the parties from which they come.
The degeneration of the social-democratic parties of the Second International and the fact that they apparently became less revolutionary than the unorganised masses, are due to the fact that they gradually lost their specific party character precisely through workerist and “laborist” practices. That is, they no longer acted as the vanguard preceding the class but as its mechanical expression in an electoral and corporative system, where equal importance and influence is given to the strata that are the least conscious and the most dependent on egotistical claims of the proletarian class itself. As a reaction to this epidemic, even before the war, there developed a tendency, particularly in Italy, advocating internal party discipline, rejecting new recruits who were not yet welded to our revolutionary doctrine, opposing the autonomy of parliamentary groups and local organs, and recommending that the party should be purged of its false elements. This method has proved to be the real antidote for reformism, and forms the basis of the doctrine and practice of the Third International, which puts primary importance on the role of the party – that is a centralised, disciplined party with a clear orientation on the problems of principles and tactics. The same Third International judged that the “collapse of the socialdemocratic parties of the Second International was by no means the collapse of proletarian parties in general” but, if we may say so, the failure of organisms that had forgotten they were parties because they had stopped being parties.
* * *
There is also a different category of objections to the communist concept of the party’s role. These objections are linked to another form of critical and tactical reaction to the reformist degeneracy: they belong to the syndicalist school, which sees the class in the economic trade unions and pretends that these are the organs capable of leading the class in revolution.
Following the classical period of the French, Italian and American syndicalism, these apparently left-wing objections found new formulations in tendencies which are on the margins of the Third International. These too can be easily reduced to semi-bourgeois ideologies by a critique of their principles as well as by acknowledging the historical results they led to.
These tendencies would like to recognise the class within an organisation of its own – certainly a characteristic and a most important one – that is, the craft or trade unions which arise before the political party, gather much larger masses and therefore better correspond to the whole of the working class. From an abstract point of view, however, the choice of such a criterion reveals an unconscious respect for that selfsame democratic lie which the bourgeoisie relies on to secure its power by the means of inviting the majority of the people to choose their government. From other theoretical viewpoints, such a method meets with bourgeois conceptions when it entrusts the trade unions with the organisation of the new society and demands the autonomy and decentralisation of the productive functions, just as reactionary economists do. But our present purpose is not to draw out a complete critical analysis of the syndicalist doctrines. It is sufficient to remark, considering the result of historical experience, that the extreme right wing members of the proletarian movement have always advocated the same point of view, that is, the representation of the working class by trade unions; indeed they know that by doing so, they soften and diminish the movement’s character, for the simple reasons that we have already mentioned. Today the bourgeoisie itself shows a sympathy and an inclination, which are by no means illogical, towards the unionisation of the working class; indeed the more intelligent sections of the bourgeoisie would readily accept a reform of the state and representative apparatus in order to give a larger place to the “apolitical” unions and even to their claims to exercise control over the system of production. The bourgeoisie feels that, as long as the proletariat’s action can be limited to the immediate economic demands that are raised trade by trade, it helps to safeguard the status-quo and to avoid the formation of the perilous “political” consciousness – that is, the only consciousness which is revolutionary for it aims at the enemy’s vulnerable point, the possession of power.
Past and present syndicalists, however, have always been conscious of the fact that most trade unions are controlled by right wing elements and that the dictatorship of the petty bourgeois leaders over the masses is based on the union bureaucracy even more than on the electoral mechanism of the social-democratic pseudo-parties. Therefore the syndicalists, along with very numerous elements who were merely acting by reaction to the reformist practice, devoted themselves to the study of new forms of union organisation and created new unions independent from the traditional ones. Such an expedient was theoretically wrong for it did not go beyond the fundamental criterion of the economic organisation: that is, the automatic admission of all those who are placed in given conditions by the part they play in production, without demanding special political convictions or special pledges of actions which may require even the sacrifice of their lives. Moreover, in looking for the “producer” it could not go beyond the limits of the “trade”, whereas the class party, by considering the “proletarian” in the vast range of his conditions and activities, is alone able to awaken the revolutionary spirit of the class. Therefore, that remedy which was wrong theoretically also proved inefficient in actuality.
In spite of everything, such recipes are constantly being sought for even today. A totally wrong interpretation of Marxist determinism and a limited conception of the part played by facts of consciousness and will in the formation, under the original influence of economic factors, of the revolutionary forces, lead a great number of people to look for a “mechanical” system of organisation that would almost automatically organise the masses according to each individual’s part in production; according to these illusions, such a device by itself would be enough to make the mass ready to move towards revolution with the maximum revolutionary efficiency. Thus the illusory solution reappears, which consists of thinking that the everyday satisfaction of economic needs can be reconciled with the final result of the overthrow of the social system by relying on an organisational form to solve the old antithesis between limited and gradual conquests and the maximum revolutionary program. But – as was rightly said in one of the resolutions of the majority of the German Communist Party at a time when these questions (which later provoked the secession of the KAPD) were particularly acute in Germany – revolution is not a question of the form of organisation.
Revolution requires an ordering of the active and positive forces, bound together by one doctrine and one final purpose (…) The class sets out from an immediate homogeneity of economic conditions that appear to us to be the prime mover of the tendency to go beyond, and destroy, the present mode of production. But in order to assume this great task, the class must have its own thought, its own critical method, its own will bent to achieving ends defined by research and criticism, its own organisation of struggle which with the utmost efficiency channels and utilises every effort and sacrifice. All this is the Party.
Pietro Kropotkin
di MAX STRYPYANSKY
Pubblichiamo questo notevole studio su Pietro Kropotkin, il celebre teorico anarchico morto recentemente in Russia. E’ uno scritto interessante, poiché mentre rende con serenità il dovuto omaggio alla figura dello scomparso – cui la Russia Sovietista ha tributato solenni onoranze – critica brillantemente e con lucido rigore marxista le dottrine del Kropotkin, dimostrando l’affinità dell’anarchismo, pur nelle formulazioni del migliore e più «scientifico» suo esponente, colle ideologie piccolo borghesi, e i suoi punti d’incontro colla socialdemocrazia, trovando gli elementi suggestivi della dimostrazione anche in manifestazioni antecedenti all’epoca in cui il grande anarchico apparve, anche ai suoi, un «convertito».
Quando nel novembre 1917, i bolscevichi rovesciarono il governo di Kerensky, essi furono combattuti e denunciati non dai soli beati possidentes di tutto il mondo. Fra i loro nemici c’erano anche gli altri partiti rivoluzionari del loro paese, che comprendevano alcuni dei più famosi e più venerati nomi della storia rivoluzionaria della Russia. L’intera stampa borghese, e socialista dei due mondi non si stanco di sfruttare tale fatto. Essa si fermava con maggiore insistenza su alcuni uomini come Plekhanov, il fondatore del marxismo russo; Burstew l’infaticabile smascheratore delle spie della polizia czarista: Chaikovsky, il «Nestore» dei rivoluzionari russi del settanta, Caterina Breshkovskaya, la «nonna» della rivoluzione e specialmente il principe Pietro Kropotkin, il grande geologo, naturalista e storico.
Pietro Kropotkin era in special modo indicato per costituire un’importante prova di fatto contro la rivoluzione proletaria russa, poiché egli infine, non poteva essere accusato d’essere un moderato od un socialista «all’acqua di rose».
Egli era il fondatore ed il più grande teorico di quella teoria ultra-rivoluzionaria chiamata «Comunismo Anarchico» i cui aderenti usavano di quando in quando spaventare il mondo con i loro atti terroristici. Kropotkin era una stella solitaria nel firmamento rivoluzionario russo. II posto che egli occupava quale fondatore di una scuola era presso a poco simile a quello di Leo Tolstoi. Generalmente venerato per i suoi lavori puramente scientifici come il saggio di Jasnaya Polyana lo era per le sue opere letterarie – egli era però generalmente disprezzato per ciò che riguardava le Sue idee politiche. Benché circondato da una notorietà che non aveva quasi l’eguale nella lunga lista degli eroi rivoluzionari russi la sua origine principesca – il suo imprigionamento nella fortezza di Pietro e Paolo – la sua fuga sensazionale nel 1876 – il suo arresto in Francia come cospiratore anarchico – il suo lungo esilio in Inghilterra – egli non doveva essere profeta nel proprio paese.
I suoi insegnamenti anarchici erano molto più conosciuti ed avevano molti più aderenti in tutti gli altri paesi che in Russia. Persino nei paesi Latini dell’Europa occidentale, dove per un certo tempo le sue idee furono in voga, il suo prestigio comincio a svanire col principio del secolo XX. Lo sterile utopismo del suo vangelo che attendeva che le masse si rivoltassero per il bellissimo ideale dell’«anarchia» (una società comunista senza alcun governo), ha condannato il movimento anarchico a vivere come una setta di ingenui entusiasti e di chiacchieroni esaltati; i loro elementi più intelligenti e più rivoluzionari si unirono usualmente al movimento sindacalista rivoluzionario, nel quale essi vedevano una più efficace protesta contro la società borghese ed il socialismo riformista.
Egli era quasi dimenticato nel movimento operaio di tutti i paesi, quando l’inizio della guerra mondiale lo lanciò di nuovo in prima linea nella pubblica attenzione. In quel tempo egli pubblicò un manifesto diretto ai compagni francesi, esortandoli ad arruolarsi nell’esercito, per difendere la libertà della Francia e la civiltà contro il militarismo e l’assolutismo della Germania. E poco tempo prima egli aveva scongiurato i suoi compagni egli l’anarchico e l’anti-militarista, – allo scopo di impedire il pericolo tedesco, di non protestare contro gli sforzi del governo francese per aumentare il tempo del servizio militare obbligatorio.
A molti dei suoi seguaci quest’atteggiamento del loro amato maestro causò una penosa sorpresa. Gli anarchici russi e francesi cercarono di spiegarlo con un’improvvisa ricaduta nelle illusioni patriottiche e democratiche. Ma essi avevano torto. Per coloro che hanno seguito la carriera teorica di Kropotkin, il suo atteggiamento non era un atto di tradimento, esso era la conseguenza del suo intero sistema teorico, esso era la conclusione logica che completava l’intero sistema mentale e psicologico di un uomo che si credeva il più acerrimo nemico della società borghese ed il più irreconciliabile di tutti i rivoluzionari, e che in realtà non era altro che un fervente democratico e «progressista».
Anarchico o Democratico?
La base della sua teoria era la sua concezione dello Stato. Egli non si basava su di una vedute marxista come il carattere di classe di un fenomeno storico, egli non considerava lo Stato come una macchina per l’oppressione di una classe sull’altra: egli scorgeva lo Stato soltanto dove esso appariva nella forma di un apparato fortemente centralizzato, che ricopre un vasto territorio.
«Lo Stato – dice Kropotkin nella sua Anarchia – sua Filosofia. suo Ideale» – rappresenta una forma di vita sociale che nella nostra società Europea si è stabilita solo da poco tempo. L’uomo era già esistito migliaia di anni, prima che si formassero i primi Stati. La Grecia e Roma furono fiorenti per molti secoli prima dell’apparire degli Imperi Macedone e Romano: e per gli Europei d’oggi, lo Stato è sorto propriamente parlando, soltanto dopo il secolo XVI. In questo tempo si creò quella società di mutua protezione fra il potere militare e giudiziario, i proprietari fondiari ed i capitalisti che si chiamò lo Stato».
Noi vediamo le investigazioni storiche di Kropotkin condurlo ad una meravigliosa scoperta. Le città repubblicane di Roma e di Atene nel tempo antico, le città del Medio Evo come Firenze, Brema, Novgorod ecc., non erano ancora Stati, non erano organizzazioni per l’oppressione di una classe sull’altra, essi erano «liberi Comuni», organismi senza Stato, e Stati simili a quelli di Alessandro il Grande di Macedonia, e degli Imperatori Romani ne apparvero in Europa soltanto col sorgere relativamente moderno dell’assolutismo centralizzatore.
E questa è la veduta di Kropotkin, nonostante il fatto che per molti secoli prima di questi grandi imperi la maggioranza della popolazione delle citate comunità consisteva di schiavi, nonostante il fatto che c’era la lotta di classe e l’oppressione di classe nelle città del Medio Evo.
La succitata citazione fornisce la chiave per la spiegazione del tragico malinteso che costituisce l’essenza della dottrina anarchica di Kropotkin.
Entrato nell’atmosfera di uno spirito intellettuale idealistico e di «nobile pentito»1, egli fu profondamente colpito del modo con cui il suo grande paese era mantenuto in uno stato di soggezione orientale e di barbarie da una cricca di governanti corrotti ed ignoranti che, con le loro innumerevoli ramificazioni, da un punto centrale opprimevano, divoravano e devastavano un vasto impero. Questa idea doveva in modo speciale imprimersi nel suo spirito durante i suoi lunghi viaggi intrapresi per scopi scientifici, quando egli serviva come ufficiale con i Cosacchi dell’Amur nella Siberia Orientale. Così sorse in lui una profonda ostilità contro l’assolutismo ed il centralismo, che sotto l’influenza degli insegnamenti di Prudhon e di Bakunin formò la base per la sua «totale negazione dello Stato».
Ma subcoscientemente, era sempre rimasta in lui l’ammirazione dell’intellettuale russo per la forma borghese-democratica degli Stati dell’Europa occidentale, dove l’amministrazione era più intelligente, meno vasta, dove c’era un’autonomia locale – in una parola dove c’era più «democrazia» e federalismo, come nelle «libere» città dell’antichità e del Medio Evo al contrario dell’assolutismo centralista di Alessandro il Grande, Cesare, Luigi XIV e dei Romanov. Per lui non contava il fatto che, per la gran massa dei lavoratori, gli schiavi del lavoro manuale, i benefici della democrazia e dell’autonomia non esistevano, che essi erano esclusi da ogni partecipazione all’amministrazione democratica degli Stati e che sotto la libertà democratica c’era proprio lo stesso, affamamento e le stesse repressioni sanguinose degli operai ribelli come sotto la tirannia autocratica. Dopo tutto, nonostante tutta la sua generosità ed il suo idealismo col quale egli sacrificava i suoi interessi personali e di classe, egli rimaneva sempre un’intellettuale borghese incapace di guardare le cose dal punto di vista dei lavoratori.
Veramente, ci fu un momento nella sua vita nel quale egli quasi si avvicinò al vero punto di vista proletario. Ciò avvenne durante il suo processo a Lione, in Francia, nel 1883, quando fu accusato d’esser membro di un’organizzazione anarchica segreta, la «Associazione Internazionale dei lavoratori». In quel tempo egli disse: «La storia ci insegna che i governi sono tutti eguali e che uno vale l’altro. I migliori sono i peggiori. Alcuni di essi adoperano un maggior cinismo, altri invece una maggior ipocrisia…». E trenta anni più tardi egli chiamava i suoi seguaci a dar la vita in difesa di uno Stato che adoperava maggior ipocrisia, quando questo fu attaccato da un altro Stato che adoperava un maggior cinismo.
Le sue vedute sulle possibilità rivoluzionarie in Europa.
Ma non gli occorsero trent’anni per cambiare così radicalmente le sue vedute. Già nel 1892, nel suo manuale «La conquista del pane». parlando delle possibilità di una rivoluzione Europea egli manifestò delle opinioni per le quali avrebbe potuto ricevere le congratulazioni dei più moderati menscevichi (se essi fossero esistiti in quel tempo) non solo, ma anche dai semplici «Progressisti». Egli dice in quel libro che in Francia il popolo può aspirare ad una se non proprio comunista, libera comune (una repubblica federale come opposizione al presente centralismo); che la Germania andrà un po’ più lontano della Francia nel 1848 (essa diverrà una repubblica simile agli Stati Uniti d’America) e che «le idee con le quali governerà la rivoluzione russa saranno le idee del 1789 modificate in alcuni punti dalle correnti di pensiero del nostro secolo (le idee di Miliukov, Kerensky, e del loro piccolo gruppo di amanti della libertà)2.
Questa sua opinione che la Russia non era «matura» per una rivoluzione sociale, Kropotkin la disse anche durante la prima rivoluzione russa del 1905-1907. Nell’Almanch de la Révolution, del 1907, egli scrisse in quel tempo in merito alla rivoluzione russa: Questa non sarà ancora la rivoluzione sociale – l’onore di iniziarla spetterà alle nazioni latine – ma essa sarà un passo verso la rivo- luzione…». Veramente, quasi nello stesso tempo egli scrisse nel giornale anarchico russo Listki Khleb i Volya. N. 18: «La terra al popolo, le fattorie, le botteghe e le ferrovie ai lavoratori, in ogni luogo la libera comune rivoluzionaria, che prenda nelle sue mani l’amministrazione dell’economia nazionale.. questa sarà la parola d’ordine del secondo periodo della rivoluzione russa.
Ma questa diretta contraddizione col brano citato dall’Almanach francese può essere spiegato soltanto se noi pensiamo che la parola «periodo» deve essere intesa non come un breve termine di anni, ma come un’epoca cosmica come è impiegata in geologia, la sua scienza favorita.
Ideale anarchico e realtà democratica.
Lo scopo dell’anarchismo di Kropotkin è l’abolizione dello Stato e l’instaurazione di un Comunismo libero, – una società nella quale non ci sono autorità costituite, non corpi organizzati, capaci di rafforzare la volontà della comunità: non obbligatorietà del lavoro, ma ciascuno lavora secondo le proprie capacità e riceve secondo i propri bisogni. Uno stato di cose bellissimo, piuttosto ideale, che ha un piccolo difetto, di essere troppo bello. Così bello, che anche i suoi più ardenti seguaci ritengono difficile la possibilità della sua istituzione immediata per mezzo di una rivoluzione violenta. Un lungo periodo preliminare d’educazione, preparazione, sviluppo dei sentimenti di solidarietà e di aiuto reciproco è necessario, secondo i suoi teorici, alcuni dei quali, come Jean Grave o Cornelissen. calcolano questo periodo anche in secoli prima che l’umanità sia capace di adottare questo sistema ideale.
E qui ci siamo. Questo vangelo ultrarivoluzionario, questo sistema più che rosso, malgrado gli atti occasionali di violenza commessi da alcuni dei suoi più accesi adepti, più che un movimento di educazione e di elevazione riflette un «rivoluzionamento degli intelletti». Ed in un momento storico, in cui si presenta una reale situazione rivoluzionaria, come in Russia nel 1917, e in Germania nel 1918, i suoi aderenti sono condannati a rimanere inattivi e perplessi, essi non possono essere utili non essendo suonata l’ora della loro rivoluzione ideale.
Non c’è dubbio che deve essere venuto un momento nella vita di Kropotkin in cui egli si rese conto della sua situazione e da essa ne trasse le conclusioni necessarie. Se è necessario un lungo periodo di preliminare preparazione intellettuale, allora è preferibile quella forma di governo che concede la maggior possibilità di propaganda cioè una repubblica democratica così come è in Francia, che rispetta al massimo grado la libertà di parola e di stampa, piuttosto che il semi-assolutismo della Germania. Così, nuovamente egli vedeva la questione principale dal punto di vista dell’intellettuale, del maestro del popolo e non da quello del lavoratore, per il quale questa libertà significa solo libertà di leggere o di ascoltare delle frasi inspirate che non rechino alcun danno ai padroni tutte queste libertà sono abolite non appena divengono inopportune e la libera parola può danneggiare realmente i privilegi di classe.
Di più. Kropotkin concepì una strana e curiosa idea di distruzione dello Stato, per fasi successive. Secondo lui lo Stato era più forte sotto un regime assolutista ed era tanto più debole quanto più era democratico. Nella sua prefazione alla «Comune di Parigi» di Michele Bakunin, egli dice: «Gli anarchici si sforzavano non di rinforzare il potere dello Stato, ma di indebolirlo, di spezzarlo tanto territorialmente quanto funzionalmente e finalmente di abolirlo del tutto. E nel suo opuscolo «La rivoluzione russa» pubblicato nel 1905, egli dice che la repubblica democratica ha il vantaggio di aver allentato la morsa del potere statale. Non era necessario dimostrare quanto fosse ingenua questa idea, poiché ognuno sa che quanto più democratico è uno Stato tanto più solide sono le sue basi e quindi più difficile l’opera dei suoi schiavi per spezzare le catene che, quantunque invisibili (o meglio, perché esse sono invisibili) sono più forti che in una monarchia tirannica che non ha ornamenti «liberali».
L’ideale anarchico è così divenuto per Kropotkin una stella che serve da guida per una serie continua di domande per una maggior indipendenza nazionale, per l’autonomia provinciale e municipale, in una parola, per una sempre più ampia democrazia! L’Ideale anarchico si è così riconciliato con la realtà democratica.
Difensore della Francia.
La sua prima schermaglia quale difensore della Francia democratica ebbe a combatterla, in modo abbastanza strano, con Gustavo Hervé, la più grande banderuola del XIX e XX secolo, attualmente accanito sostenitore di Wrangel, Pilsudsky, Clemenceau, Millerand ed altri briganti dell’imperialismo europeo.
In questo tempo, nel 1905, Hervé, nella veste di estremista di sinistra, inventa un nuovo mezzo «pour épater le bourgeois». Egli formula la sua teoria dell’«antipatriottismo», basata principalmente su di una famosa sentenza marxista del Manifesto dei Comunisti (Il lavoratore non ha patria). Tutti i sindacalisti e gli anarchici lo acclamano. Ma cosa avviene? Chi scende in campo contro di lui, fra il plauso dell’intera stampa borghese? II padre dell’anarchia, Pietro Kropotkin. «No, se la Francia è assalita – questo era il punto essenziale della sua argomentazione, – noi non possiamo piegare le nostre armi e lasciarla sconfiggere da un potere monarchico reazionario. Ma noi non dobbiamo difendere l’attuale forma di governo della Francia. Noi faremo la rivoluzione sociale, innalzeremo la bandiera rossa sul palazzo della capitale, poi difenderemo il nostro paese». Molto grazioso. Ma se ciò era quello che lui pensava, perché il Temps, l’organo principale della plutocrazia francese, applaudiva così entusiasticamente e chiedeva al governo di ritirare l’ordine di espulsione che, venti anni prima, le autorità avevano emesso contro questo coraggioso amico della Francia? Era impazzito il Temps, giornale capitalista, da chiedere la riabilitazione di un uomo che difendeva l’innalzamento della bandiera rossa sul palazzo della capitale? Oppure comprendeva perfettamente che egli agitava la bandiera rossa soltanto per abbagliare il suo gregge, affinché potesse ingoiare con maggior facilità la pillola patriottica? Quanto avesse ragione il Temps apparve otto anni dopo (1914) quando la Francia fu attaccata dalla Germania, e Kropotkin, nel suo patriottico appello ai compagni francesi, non menzionava più le parole che riguardavano la rivoluzione e «l’innalzamento della bandiera rossa». Ed è interessante il fatto che, quando Kropotkin all’inizio della guerra raggiunse una grande popolarità il New York Times del 27 agosto 1914, in un articolo editoriale intitolato «Le speranze di Pietro Kropotkin» lo chiamava il «veterano agitatore e democratico russo». (Per una volta tanto lo scrittore, congratulandosi con sé stesso di dire un’utile bugia. era senza volerlo nel vero). Ma anche per il Times la sua entusiastica speranza per il «rafforzamento delle forze liberali in Russia» sembrava un po’ esagerata. «Sarebbe interessante conoscere le ragioni specifiche di questo ottimismo», si chiedeva il giornale. Le ragioni specifiche erano le speranze che la «democratica» Francia e l’Inghilterra eserciterebbero probabilmente sullo Czar una pressione in questa direzione.
Si vede che un grande geologo può essere savio quanto un grande novelliere, poiché H. G. Wells nello stesso tempo esprimeva la medesima veduta. Soltanto Wells ultimamente si era disilluso della sua fiducia nelle generose intenzioni degli Alleati, mentre Kropotkin non dette mai segno di una tale debolezza.
Kropotkin e la rivoluzione di Novembre
Quando scoppiò la rivoluzione nel marzo 1917, Kropotkin vide le cause immediate di questo evento nel fatto che il popolo russo venne a sapere «che l’autocrazia, con l’intera cricca civile ed ecclesiastica fosse dalla parte dei conquistatori tedeschi». La ragione evidente, cioè, che la fame ed i disagi della guerra spinsero il popolo ed i soldati alla rivolta, era completamente sfuggita alla sua attenzione. E l’opera principale della Russia in questo momento, secondo lui, era di «ricacciare i tedeschi dai territori occupati».
Quando egli ritornò in Russia, il suo ricevimento fu molto freddo. II suo punto di vista non era dissimile da quello del grande marxista Plekhanov, e – ironia del fato – questi due acerrimi avversari teorici, insieme con i socialisti rivoluzionari Burtsev e Savinkov, rappresentavano per così dire l’estrema destra mentre menscevichi, social-rivoluzionari e bolscevichi erano tutti più o meno avversi alla guerra. Anche I suoi stessi discepoli, gli anarchici, lo abbandonarono quasi interamente.
La rivoluzione di novembre suscitò da parte sua una duplice disapprovazione. In primo luogo per il dissenso sul compito principale della rivoluzione, che secondo lui era di «ricacciare i tedeschi». Secondariamente perché essa era centralistica, dittatoriale, «Giacobina» tre parole che per lui erano scomuniche. Egli non credeva che la rivoluzione dei soviets avesse successo. Non soltanto per l’intervento della Germania e dell’Intesa; ma specialmente per il suo «metodo centralizzatore che paralizzava l’ opera ricostruttiva del popolo».
Brailsford ed anche Bertrand Russel hanno dimostrato che senza questo «metodo centralizzatore» l’opera ricostruttiva del popolo per l’egoismo, e l’avidità dello spirito capitalistico del contadino, avrebbe semplicemente affamato le città e distrutto quel poco che era rimasto dopo la guerra imperialistica prima e la guerra civile poi. La delusione dell’utopia dell’«opera ricostruttiva del popolo» gli fece anche deplorare la «distruzione delle locali società cooperative, con la loro trasformazione in organismi burocratici di partito», questo nel tempo in cui le «libere» cooperative si sviluppavano sempre più in organizzazioni borghesi controrivoluzionarie, i cui capi in moltissimi casi cospiravano con Kolciak e Denikin: nel tempo in cui soltanto l’applicazione senza pietà di una forza dittatoriamente organizzata poteva salvare la rivoluzione da una totale distruzione da parte dei bianchi, degli eserciti imperialisti, dal sabotaggio e dalla disgregazione interna.
Ma in suo favore bisogna dire che, malgrado la sua opposizione dottrinaria, egli non approvava l’attività controrivoluzionaria russa ed internazionale contro il regime dei Soviet. E due volte, prima in una lettera ad un suo vecchio amico Giorgio Brandes, grande critico danese (28 aprile 1919), poi di nuovo in una lettera ai lavoratori inglesi (giugno 1920) egli protestò contro il blocco e l’intervento. Ma benché egli così si separasse da coloro che gli erano stati più affini, i social-rivoluzionari, che erano divenuti apertamente i sostenitori del capitalismo e dell’imperialismo mondiale contro la rivoluzione della classe lavoratrice, nelle sue proteste contro lo strangolamento dei Soviet proletari della Russia, egli non seppe mai trovare accenti cosi vibrati come per la borghese, ma democratica Francia, quando questa fu minacciata dalla monarchica Germania. Mentre nel 1914 egli chiamava i suoi discepoli a combattere con le armi alla mano contro il brutale invasore della bella Francia, nel tempo in cui fu posta la grande causa dell’emancipazione dell’intera classe lavoratrice, egli s’accontentò di alcuni lacrimevoli appelli agli Alleati, nei quali egli credeva ancora, e non lasciò passare anche questa occasione senza manifestare la sua indignazione verso il «criminale atteggiamento dei bolscevichi durante la guerra».
Il brano contro l’intervento nella sua lettera a Brandes, dice quanto segue: «In Occidente si parla di una restaurazione dell’ordine in Russia con un intervento armato degli Alleati. Ah, bene, caro amico, voi conoscete come fosse criminale verso tutto il progresso sociale in Europa, secondo me, l’atteggiamento di coloro che lavorarono per disorganizzare la forza di resistenza della Russia che prolungò la guerra di anni, ci diede una invasione tedesca sotto il manto di un trattato – e costò un mare di sangue- per prevenire alla Germania conquistatrice di schiacciare l’Europa sotto gli stivali imperiali. Voi conoscete bene i miei sentimenti riguardo a costoro. Ciò nonostante io protesto con tutte le mie forze contro ogni specie di intervento armato degli Alleati negli affari della Russia. Questo intervento si risolverebbe in un aumento del sciovinismo russo. Esso ristaurerebbe un sciovinismo monarchico, e notate bene, esso produrrebbe nelle masse del popolo russo un atteggiamento ostile verso l’Europa occidentale, atteggiamento che avrebbe le peggiori conseguenze… Quelli fra gli Alleati che vedono chiaramente negli avvenimenti dovrebbero ripudiare ogni intervento armato. Di più, se essi vogliono realmente venire in aiuto alla Russia, essi troveranno un tremendo lavoro da fare in altra direzione…».
Questo mostra che anche dopo il Trattato di Versailles, anche quando i più sciocchi ammiratori delle «democrazie» occidentali ebbero visto attraverso le loro ipocrite pretese, egli credeva ancora nelle buone intenzioni degli Alleati e li pensava diversi dai briganti imperialisti tedeschi. Egli persiste nelle sue illusioni democratiche fino alla fine.
Ma con tutto questo, egli era un uomo la cui memoria la Russia onorerà sempre. Per quanto non libero dai borghesi pregiudizi democratici della vecchia generazione dei rivoluzionari russi, per quanto incapace di comprendere il significato di questa grandiosa sollevazione nella storia dei popoli, e quantunque questa rivoluzione era in contraddizione con tutta la sua concezione storica e politica, egli serbò incontaminato il suo onore rivoluzionario, mentre molti dei suoi contemporanei del settanta e dell’ottanta, i Burstevs, i Chaikovskys, le Breshkovskajas, i Morozovs, dopo un glorioso passato di lotte eroiche per la rivoluzione borghese in Russia, divennero coscientemente od incoscientemente strumenti della controrivoluzione mondiale dell’imperialismo e del capitalismo, ponendosi nella storia della Russia fra i peggiori nemici dell’emancipazione della classe lavoratrice.
L'offensiva di Amsterdam
di GIOVANNI SANNA.
Siamo entrati in uno stadio acuto della lotta fra la rivoluzione e la controrivoluzione. La borghesia di tutto il mondo sente che questa volta non si tratta più d’una crisi passeggera, ma che si giuoca la partita finale e naturalmente mette in tavola tutte le sue carte. Dappertutto essa getta contro le avanguardie rivoluzionarie del proletariato le non indifferenti forze ideologiche. economiche, politiche, militari ereditate pur nell’ora dell’imminente sfacelo da un più volte secolare dominio di classe. In Russia essa con gl’intrighi e con l’oro fa il tentativo di riaccendere le fiamme della guerra civile; negli Stati Uniti riempie le galere di operai rivoluzionari mediante semplici misure di polizia, senza processo; in Spagna fa assassinare da sicarii pagati i capi più in vista del movimento operaio; in Francia e in Inghilterra fabbrica fantastici complotti addomesticati, per aver pretesto di perseguitare i comunisti; in Germania fomenta le gesta dell’Orgesch, imitate in Italia dai fascisti. Qualcuno, anche nel campo proletario, teme e spera che ciò sia il principio di una vittoriosa controrivoluzione borghese, mentre, dato l’irrimediabile sfacelo del sistema capitalista di produzione, non può trattarsi che dei divincolamenti agonici di un organismo moribondo.
E’ assai significativo che con questa riscossa generale della borghesia coincida e s’accompagni l’offensiva generale dei capi socialdemocratici dei sindacati aderenti ad Amsterdam contro gli elementi rivoluzionari dei sindacati. La coincidenza non è fortuita. La socialdemocrazia continua il suo triste mestiere di tirapiedi della borghesia. Naturalmente i signori di Amsterdam spergiurano per bocca dei vari Fimmen che essi non sono gialli né controrivoluzionari: ma intanto rendono alla controrivoluzione il maggior servizio possibile, tentando di tagliar fuori dalle masse proletarie organizzate sindacalmente la parte politicamente più avanzata, quella che ha più chiara la coscienza e la volontà della lotta contro il capitale, cioè i nuclei comunisti. Non si è con la borghesia – ohibò, allora, quale gonzo di operaio ci darebbe retta? – ma… ma si combattono i più decisi nemici della borghesia! Ombra di Ignazio da Loyola, esulta!
Però, sarebbe pericoloso, a questi lumi di luna, combattere i comunisti perché rivoluzionari. Questo potrebbe piuttosto attirar loro le simpatie della massa. Occorre trovare contro di essi un capo d’accusa, che faccia presa sui lavoratori non ancora stufi o conscii del tradimento socialdemocratico. E allora la demagogia controrivoluzionaria dei papaveri sindacali inizia la lotta sotto la bandiera dell’unità del proletariato. «I comunisti vogliono portare la scissione nel campo operaio!», gridano, gonfiando le gote, tutti i grandi e piccoli Gompers, pensando con ansia alle loro prebende.
La maggior parte di coloro che gridano così -specialmente tra i capi- sono in mala fede ma ve ne sono anche di quelli, male informati o ingannati, che credono realmente al pericolo. Costoro si basano su la circostanza che i comunisti aderenti alla Terza Internazionale dappertutto si sono separati dagli altri partiti che usurpano il nome di proletari. Ma altra cosa è il partito, altra il sindacato.
La scissione dei partiti socialdemocratici in tutto il mondo era necessaria, e inevitabile il distacco dei comunisti dagli opportunisti di ogni gradazione. Ciò posto è indifferente chi abbia preso l’iniziativa dell’inevitabile. Quando in un partito, cioè in una unione di uomini possedenti uguale concezione del mondo, costituita allo scopo di raggiungere determinati scopi politici, si determinano fondamentali disparità di vedute, o queste vanno eliminate, o se ciò risulta impossibile, il Partito deve dividersi, perché soltanto se vi è fondamentale comunanza di opinioni esso è adatto al proprio scopo di guidare il proletariato.
Diversamente stanno le cose per quanto riguarda i sindacati. In questi i lavoratori si riuniscono non sulla base di un’identica concezione del mondo, ma soltanto per il conseguimento di fini economici. La differenza tra partito e sindacato fu cosa formulata nel Congresso di Heidelberg del P. C. tedesco nel 1919:
«L’organizzazione politica del P.C. ha lo scopo di riunire gli elementi più progrediti della classe lavoratrice sulla base del programma del P. C.
L’organizzazione economica ha lo scopo di riunire l’intiero proletariato, che è oggetto di sfruttamento capitalista.
Base dell’organizzazione politica è la comune volontà di conseguire un futuro assetto politico.
Base dell’organizzazione economica è il fatto di una condizione economica esistente.
L’organizzazione politica ha il compito di guidare le lotte politiche. Questo compito può essere assolto da una minoranza.
Compito dell’organizzazione economica è quello di attuare la lotta stessa. Esso può assolversi soltanto dalle compatte masse proletarie.
La borghesia già da lungo tempo attua praticamente questa concezione. Vi è infatti tutta una serie di partiti politici borghesi, i quali talora si combattono nel modo più accanito, ma nelle organizzazioni economiche della borghesia si riuniscono tutti i capitalisti, senza differenza di partito». («Rote Fahne», di Berlino, num. 72).
A identici concetti si inspirano le Tesi del Congresso di Mosca, che, com’è noto, mentre esigono la separazione, anche organizzativa, dei comunisti dai partiti opportunisti, prescrivono invece loro di restare nei sindacati anche opportunisti e gialli, e anzi condannano espressamente «ogni artificiale tentativo di fondare speciali sindacati senza esservi costretti da straordinari atti di violenza da parte della burocrazia sindacale… o dalla gretta politica sindacale aristocratica che impedisca l’entrata nei sindacati di grandi masse d’operai poco qualificati».
A questi criteri tattici i comunisti non son venuti meno in nessun luogo e in nessuna occasione. Essi dappertutto mirano a liberare i sindacati dai loro capi e dai loro metodi opportunisti e collaborazionisti, ma nella loro interezza, come organismi compatti, senza frazionamenti. Invece un vasto e metodico lavoro di scissione nei sindacati è stato intrapreso proprio da coloro che si spacciano pei paladini della unità proletaria, e che non possono tollerare la presenza nei «loro» sindacati di elementi di opposizione risoluta, che i comunisti.
La parola d’ordine di Amsterdam
Le prime avvisaglie della lotta dei papaveri sindacali contro i comunisti s’ebbero, com’è note, in Francia, iniziandosi con l’ukase di Hodée che espelleva dalla Federazione dei contadini una serie di organizzazioni per reato di rivoluzionarismo e culminando con la incompatibilità dei comunisti nei sindacati. Aspetto caratteristico ha assunto la lotta in Austria, dove i socialdemocratici, profittando della prevalenza che ancora hanno nei Consigli di fabbrica, e delle facoltà spettanti a questi ultimi in materia di ammissioni e licenziamenti, conducono la lotta anticomunista coi più bassi mezzi della rappresaglia padronale. I bonzi socialdemocratici dei Consigli di fabbrica fanno licenziare gli operai rivoluzionari, impongono loro sotto minaccia di licenziamento di entrare nelle loro organizzazioni e di abbonarsi ai loro giornali. Dei compagni padri di famiglia, furono licenziati solo perchè leggevano e facevano leggere la «Rote Fahne», giornale comunista. Una particolareggiata esposizione di questi miserabili procedimenti può leggersi in detto giornale, del 10 febbraio.
Non meno stomachevole, come vedremo, è il modo con cui i seguaci di Amsterdam conducono la lotta in Germania. E perfettamente legittima ci sembra la conseguenza che dalla contemporaneità e uniformità dell’assalto socialdemocratico trae sulla «Vie Ouvrière» il compagno V. Godonneche: «Se si paragona la condotta dei capi sindacali tedeschi con quella dei loro colleghi francesi, si può riscontrare una grande somiglianza. Gli uni e gli altri si comportano in modo affatto uniforme nella esclusione dei comunisti. Non può esservi dubbio che alla Conferenza di Londra dell’Internazionale di Amsterdam sieno state decise misure di violenza per ostacolare i progressi dei comunisti in seno ai sindacati, che appartengono ancora all’Internazionale. Certamente, si è avuto cura di non render di pubblica ragione questo fatto, e i provvedimenti di esclusione sono stati presi dai capi in sedute segrete. Non Mosca né i comunisti son quelli che scindono i sindacati, ma la parola d’ordine della scissione è partita da Amsterdam, e gli agenti di Amsterdam la mettono in esecuzione così in Germania come in Francia».
La lotta in Germania
In Germania i dirigenti dei sindacati, per lo più maggioritari, ma anche indipendenti, si trovano in una situazione particolarmente difficile e disperata di fronte alla crescente radicalizzazione delle masse. Dal già citato articolo della «R. Fahne» berlinese riportiamo a tale proposito i seguenti interessanti rilievi:
«Nessuno, che abbia posto di responsabilità nel movimento un operaio tedesco, mette in discussione che dopo il novembre 1918 la correlazione delle forze tra proletariato e borghesia si sia spostata vantaggio della borghesia. Si può anche affermare che molto al di là delle file comuniste si sia convinti che i mezzi di lotta finora adoperati dalla classe lavoratrice non sono più sufficienti: Perfino il Comitato dell’A.D.G.B. («Allgemeiner Deutscher Gewerkschafts Bund», Unione generale dei Sindacati tedeschi), nella sua tornata di dicembre ha constatato l’insufficienza dell’antica tattica sindacale.
Guardando la cosa superficialmente, sembra illogico e incomprensibile che in una simile situazione la burocrazia sindacale muova un’offensiva generale contro i comunisti. Ma questa contraddizione è soltanto apparente. In realtà la situazione oggettiva non solo non è in contraddizione con i conati della burocrazia sindacale, ma anzi l’accentuarsi della situazione è appunto la causa della battuta di caccia della burocrazia sindacale.
II crescente sfacelo del capitalismo e i tentativi della borghesia per conservare a ogni costo il dominio determinano il sempre maggiore peggioramento delle condizioni di vita degli operai, impiegati e funzionari. Ma la psicologia delle masse è diversa da quel ch’era prima della guerra. La stessa borghesia durante la guerra, quando le conveniva spremere dal proletariato fin le ultime forze, fu costretta ad insegnare ai lavoratori l’importanza decisiva ch’essi hanno nel processo produttivo. E il grande e positivo guadagno della rivoluzione di novembre consiste indubbiamente nel fatto che nel corso di essa ricevette un colpo mortale quello spirito di servilismo, che secondo un’espressione di Engels contraddistingueva i Tedeschi dalla guerra dei Trent’anni in poi. Antiche e radicate idee andarono in aria. La mutata psicologia delle masse si manifesto anzitutto nel poderoso affluire di esse ai sindacati. Questi, che prima della guerra annoveravano nelle loro file soltanto i più avanzati tra gli operai e gli impiegati, abbracciano oggi il grosso dei lavoratori. E questo fatto è impegnativo.
Giacché le masse non affluirono nei sindacati per entusiasmo verso la politica di guerra della Commissione Generale. Esse chiedevano ai sindacati di essere sostenute contro la fame e la miseria, contro l’arbitrio padronale, e di esserne protette contro un ulteriore immiserimento. Ma a ciò non si prestano i sindacati con la loro antica tattica, ancora senza eccezione fedelmente seguita. L’organizzatore antico poteva adempiere al suo ufficio tanto meglio, quanto più esattamente e a fondo egli conosceva le condizioni del suo mestiere e la situazione dell’intiera industria. Le lotte economiche erano complicatissime, e per dirigerle occorreva un’esperienza, che si poteva acquistare solo con l’attività pratica di molti anni.
Tali conoscenze oggi non servono più a nulla. Quando le masse si trovano in condizioni da far pietà, esse non si lasciano persuadere a rinunciare per motivi tattici alla lotta contro i padroni, solo perché i sindacati possono sperare nell’esito favorevole della lotta soltanto quando la congiuntura è buona. E così la ribellione delle masse contro il proprio immiserimento, contro il tentativo capitalista di asservire totalmente i lavoratori, rovinò con forza elementare i calcoli dei capi sindacali. Ora qua, or là i lavoratori. si ribellarono con scioperi selvaggi contro l’imminente rovina, contro la bancarotta dell’antica tattica sindacale.
Gli antichi organizzatori praticoni son disperati. I loro accorti calcoli son dispersi dalla volontà di vita delle masse affamate. Questi organizzatori, incapaci di capire che è suonata l’ora mortale del capitalismo, che una migliore «congiuntura» potrà aversi solo dopo l’eliminazione del capitalismo, ricadono nell’antico errore dei mercenari della borghesia, che in ogni agitazione del proletariato ridestantesi vedevano i «sobillatori socialdemocratici». Per i capi delle organizzazioni è un fatto positivo che l’agitazione del proletariato non è che un effetto della sobillazione comunista. Quindi la loro immensa avversione contro i comunisti e contro tutto ciò che viene da questi».
I successi ottenuti recentemente dai comunisti nelle elezioni alle cariche sociali di alcuni tra i principali sindacati tedeschi, finora infeudati al socialpacifismo, convinsero i sopracciò del movimento sindacale che non v’era tempo da perdere. Fu così iniziata la crociata «contro coloro che turbavano l’unità sindacale dietro ordine di Mosca». Nella decima tornata dell’A.D.G.B., fu approvata una mozione dell’indipendente (!) R. Dissmann, cosi concepita:
«Le tendenze patrocinate da Mosca minacciano nel più alto grado l’unità e la compattezza del movimento operaio e quindi il Comitato dell’A.D.G.B. dichiara esser suo dovere combattere con tutti i mezzi il sua disposizione queste tendenze disgregatrici».
Vedremo come quella di «tutti i mezzi disponibili» non fosse una semplice frase. Tutt’altro!
Tuttavia dapprima il C. C. dell’A.D.G.B. credette opportuno di non agire esso direttamente, ma bensì per via indiretta, influendo sulla direzione dei singoli sindacati, specialmente dei più grandi ed importanti. Parola d’ordine: «I Comunisti obbedendo alle tesi di Mosca si mettono fuori degli Statuti e scindono l’organizzazione». Dobbiamo intanto rilevare che nonostante tutta la loro buona volontà, non è riuscito mai ai capi della caccia anticomunista di trovare una prova concreta delle mene secessioniste attribuite ai nostri compagni ma soltanto la presunzione, fondata sulle deliberazioni di Mosca, che però, come abbiamo visto, riguardano i partiti e non i sindacati. Spesso il pretesto fu dato dal fatto che i comunisti, seguendo appunto le direttive di Mosca, costituivano in seno ai singoli sindacati particolari gruppi o frazioni, le «cellule comuniste». Ma ciò non era una novità nel movimento sindacale tedesco. I membri socialdemocratici, quando in un sindacato si trovavano in minoranza, non avevano mai ritenuto contraria all’essenza del sindacato la formazione di particolari gruppi entro i sindacati, come sostengono ora: anzi la avevano essi stessi praticata. Per esempio a Berlino i membri maggioritari del sindacato edile costituiscono appunto un gruppo particolare, che tiene le sue adunanze separate, con tanto d’invito sul «Vorwärts», e nessuno di essi ha mai sognato che ciò fosse pericoloso all’unità sindacale.
La lotta nel sindacato dei ferrovieri.
Tra le prime a scendere in lizza fu la direzione della potente organizzazione ferroviaria, il D.E.V (Deutscher Eisenbahner Verband, Lega dei ferrovieri tedeschi). capeggiata dai signori Scheffel e Kotzur. L’organo ufficiale di questa Lega nel num. 49 scriveva: «Si è fatto il tentativo di portare a cariche direttive della Lega dei seguaci della Terza Internazionale. Tutto ciò costituisce un pericolo per l’organizzaione! II C. C. ha il dovere di combattere questo pericolo con tutti i mezzi di cui dispone». E il C. C., riunito in seduta plenaria (Erweiterier Vorstand), il 19 gennaio, prendeva infatti le deliberazioni «salvatrici» chieste dall’organo federale. Alle deliberazioni seguirono presto i fatti.
II C.C. decretò a Berlino, a Monaco, a Colonia l’espulsione di fiduciari comunisti, che godevano tutta la fiducia dei loro colleghi. Ma ebbe subito ad accorgersi che l’autoritario provvedimento non sarebbe passato liscio. Nell’assemblea generale del D.E.V. di Berlino il rappresentante del C.C. annunziò essere stata aperta procedura d’espulsione a carico di cinque soci comunisti, colpevoli di aver capitanato una dimostrazione di ferrovieri non autorizzata, di non aver voluto obbedire agli ordini del Comitato locale di sospendere una seduta dopo appena 10 minuti ch’era cominciata, e di altre consimili perversità. Aggiunse che i processati erano provvisoriamente sospesi da tutti i loro diritti sociali, ciò che contrasta con le precise disposizioni dello Statuto che non consentono tale sospensione pendente il giudizio arbitrale. Queste comunicazioni suscitarono la più grande agitazione tra i ferrovieri adunati, e procurarono al C.C. un bel fiasco. Infatti l’assemblea a grande maggioranza deliberò che i cinque colpiti rimanessero nell’adunanza e vi avessero diritto al voto.
La grande maggioranza deliberò che i cinque colpiti rimanessero nell’adunanza e vi avessero diritto al voto.
Caso simile, ma ancor più clamoroso, a Colonia. I ferrovieri del locale gruppo, dopo appassionata discussione prolungatasi per tre sedute consecutive, deliberarono con stragrande maggioranza di collocarsi sul terreno dell’Internazionale Comunista. Apriti cielo! Occorreva porre riparo, levando di mezzo i compagni Mieves e Klein, capi della maggioranza comunista. Ed ecco, proprio mentre erano imminenti le elezioni a due posti di plenipotenziari (Bevollmachtigten) del gruppo, nelle quali era certa l’elezione dei due compagni, piovere da Berlino un ukase del C.C. che intimava loro procedura d’espulsione, con la solita chiosa della sospensione provvisoria immediata. I 3000 ferrovieri di Colonia insorsero come un sol uomo, e imposero alla riluttante direzione locale di convocare un’assemblea straordinaria per discutere questi procedimenti d’espulsione contro i comunisti. II C. C. credette di poter dominare la situazione mandando a presiedere tale adunanza uno dei suoi membri, il Breunig. Ma nonostante l’opposizione di costui l’assemblea a grande maggioranza deliberò di concedere la parola a Mieves come correlatore: per cui il rappresentante del C.C. corrucciato abbandonò la sala. Dopo il suo ritiro, l’assemblea deliberò di non mandare più i contributi alla cassa centrale di Berlino finché non cessi la persecuzione contro i comunisti, deliberazione che giustamente fu però disapprovata dai dirigenti del Partito Comunista, giacché può fornire ai socialpacifisti ferroviari l’occasione, forse a bello studio provocata, di espellere in blocco tutta l’organizzazione di Colonia. La stessa assemblea si elesse pure un nuovo Comitato locale provvisorio, con alla testa appunto il Mieves. Ma il C.C. non volle riconoscerlo. Allora una nuova assemblea straordinaria dei ferrovieri di Colonia, tenutasi il 4 febbraio, prese la seguente deliberazione, che riproduciamo perché lumeggia in modo caratteristico la situazione:
«Noi domandiamo dove e quando gli aderenti alla Terza Internazionale hanno danneggiato la forza e la compattezza dell’organizzazione?
Finora non ci fu data una risposta chiara ed esplicita. E’ invece provato che il C.C., per esempio nell’ultimo movimento per i salari e per gli stipendi, non ha utilizzato la forza e la compattezza dell’organizzazione, e che con le espulsioni ha distrutto l’unità e la risolutezza della Lega. II C.C. non ha alcun diritto di classificare i membri. Esso non ha alcun diritto di far dipendere la capacità di coprir cariche sociali dall’appartenere a un determinato partito politico. Esso ha invece il dovere di attenersi più strettamente di ogni altro socio agli Statuti sociali. Esso ha il dovere di eliminare le cause del giustificato malcontento che in tutti i distretti della Germania pervade i membri della Lega».
Nella stessa assemblea fu nominata una Commissione, che doveva recarsi a Berlino per informare il C.C. del vero stato delle cose e chiedere la revoca dei provvedimenti antistatutarii. Ma il presidente sig. Scheffel dichiaro che il C. C. nella sua ultima adunanza aveva deliberato l’espulsione di tutti gli oppositori di Colonia, tra cui appunto i membri della Commissione, per cui non v’era luogo a trattative. E aggiunse «C. C. ha nominato una Commissione di tre colleghi, che deve esaminare tutti i procedimenti di espulsione. Noi facciamo una politica unitaria. Per noi vi sono soltanto due alternative o la Seconda o la Terza Internazionale. L’unità è impossibile». Affermò che il C.C. era pronto ad affrontare anche il distacco di tutti gli 800 organizzati di Colonia: e infine fece sapere che il C.C. aveva deciso di chiedere a tutti i funzionari una dichiarazione scritta di non appartenere alla Terza Internazionale.
Questo piano fu anche metodicamente attuato. Ad Essen furono espulsi in via burocratica cinque membri per il solo fatto di esser comunisti. A Monaco nella stessa maniera fu espulso il compagno Kammerer, membro del Consiglio industriale dello Stato, e da ben 16 anni attivo del movimento operaio, anch’egli soltanto perché è comunista. Una numerosissima assemblea di ferrovieri organizzati dichiarò alla unanimità che da molti anni Kammerer si era dedicato disinteressatamente al bene dei colleghi e della classe lavoratrice, e chiese la revoca dell’espulsione. A Berlino furono espulsi cinque fiduciari: e anche lì i compagni a stragrande maggioranza si dichiararono solidali con gli espulsi. Anche ad Hanau il C.C. voleva toglier di mezzo il compagno Fleischhauer, funzionario del gruppo locale. Ma l’assemblea degli organizzati prese all’unanimità e senza alcuna astensione, a votazione segreta, la seguente deliberazione:
«L’assemblea generale del gruppo locale di Hanau, presa conoscenza del tentativo di licenziamento del compagno Fleischhauer, dichiara al C.C. che essa disapprova nel modo più aspro tale procedimento. L’assemblea fa notare al C.C. che gli organizzati del gruppo locale di Hanau sono completamente e senza riserve d’accordo col collega Fleischhauer, e che non tollereranno che questi sia allontanato dal suo posto. L’assemblea afferma che non singole persone – qualunque posizione esse occupino – possono decidere quale tendenza la Lega deve seguire, ma che tale questione deve esser decisa dalla massa dei membri organizzati nella Lega. Siccome l’attività del collega Fleischhauer non fa che attuare la volontà degli organizzati del gruppo, questo resta e se ne va col suo segretario».
Questa deliberazione fu naturalmente trasmessa dal Fleischhauer, come segretario, al C.C., il quale rispose con questo documento, che vale la pena di riportare integralmente per dimostrare la buona fede dei socialdemocratici quando gridano contro la dittatura moscovita.
Berlino 4 febbraio 1921
Al signor C.Fleischhauer, funzionario locale – Hanau
Egregio Collega!
II C. C. nella seduta di ieri ha deliberato di notificarti la tua revoca dall’ufficio di funzionario locale con effetto dal 31 marzo. Mentre ti sarà pagato lo stipendio fino a tal termine, si rinunzia alla tua ulteriore attività nel gruppo locale. II motivo di questa revoca è dato da tutta l’attitudine da te finora tenuta, che è in contrasto con le norme e le decisioni così del C.C., come dell’A.D.G.B. La risoluzione costà votata il 27 p.p. lascia chiaramente riconoscere quali progressi abbia già fatto la scissione in codesto gruppo. Quando un’assemblea si crede lecito di impugnare le decisioni del C.C., mettendosi in cosciente contrasto con le norme sindacali, e tale attitudine è favorita dal funzionario locale al punto tale che egli invece di impedire una tale deliberazione, come sarebbe stato suo dovere, la trasmette con la sua firma al C.C. un simile funzionario non può più esser tollerato nella Lega.
Con saluti collegiali
p. il C. C. Thielemann
Con la stessa data e con la stessa brutalità di procedura fu licenziato «con preavviso di 6 settimane a norma del Codice di Commercio, anche un altro funzionario locale, Schmidt di Erfurt. Motivo esplicitamente e unicamente dichiarato nella relativa lettera del C.C. «l’azione da te spiegata nel senso della Terza Internazionale contro le deliberazioni del C.C.».
Infine, il C.C. del D.E.V. mandò a tutti i funzionari della Lega il testo di una dichiarazione, mediante la quale essi debbono dichiararsi per iscritto contro la Terza Internazionale e dal sottoscrivere o no tale documento dipende la loro conservazione in carica. Giacché occorre notare che nei sindacati tedeschi le assemblee locali possono bensì proporre i nomi dei rispettivi funzionari, ma l’approvazione di essi, la nomina, e quindi la revoca, e soprattutto il pagamento degli stipendi sono di competenza dei C. C. Sicché il C. C. del D.E.V. infligge ai funzionari aderenti alla Terza Internazionale la pena del licenziamento, cioè della fame. Ma poi i signori di Amsterdam si gonfiano le gote gridando che essi «rappresentano 25 milioni di lavoratori organizzati», e urlano contro «il terrorismo di Mosca».
Dovunque i membri del D.E.V. ne ebbero occasione, protestarono appassionatamente contro il volgare modo d’agire degli agenti di Amsterdam, dichiarando di considerarlo pericoloso per l’organizzazione, e di non volersi prestare a nessun costo all’espulsione dei comunisti. In tal senso deliberarono i ferrovieri di Colonia, Monaco, Lipsia, Berlino. Ma di ciò si cura poco la burocrazia sindacale, finché essa si trova in possesso della cassa e può contare sull’appoggio dei poteri statali.
Tuttavia queste violenze sono sintomo di coscienza di debolezza anziché di forza. I mangioni del D.E.V. si sentono infatti vicini ad essere sommersi dal malcontento della massa organizzata. Per mascherare l’insuccesso dei capi di tutti i sindacati ferroviari nel recente movimento per i salari, in commovente accordo la stampa borghese, il «Vorwärts» e la «Freiheit» imputano alle pretese mene dei comunisti il malcontento dominante in grandissima parte dei lavoratori e impiegati ferroviari. II vero è che tra questi il processo di radicalizzazione si svolge rapidamente sotto la pressione delle sempre più difficili condizioni di vita. Dal D.E.V. lo spirito rivoluzionario non può più essere eliminato, e la tendenza di Amsterdam coi suoi sogni di socializzazione vi è già in minoranza. Le mene del C.C. di quest’organizzazione gli hanno fatto perdere l’ultimo resto di fiducia da parte delle masse; la crisi può prolungarsi per qualche tempo, ma allontanando definitivamente lo spirito ond’è animata l’attuale direzione, avrà certamente come risultato il rafforzamento dell’organizzazione.
Negli altri sindacati – il gesto di Paeplow.
Il D.B.V. (Deutscher Bauarbetiter Verband, Lega degli operai edili tedeschi), intraprese recentemente anch’esso un’agitazione per aumento di salari, finita anche in questo caso con un insuccesso. Ciò naturalmente rialzò le azioni dei comunisti, che avevano sostenuto la necessità di una più energica impostazione della lotta. Essi, che sono forti specialmente nel gruppo locale di Halle, convocarono in questa città una Conferenza speciale. Nella Conferenza, riuscita numerosissima, fu bensì disapprovata la politica dei capi e decisa l’adesione all’Internazionale dei sindacati rossi, ma tuttavia all’unanimità si deliberò di rimanere nell’organizzazione. Ciò non impedì al presidente del D.B.V., signor Paeplow, socialista maggioritario, di emanare un decreto di espulsione contro gli organizzatori comunisti Heckert, Brandler, Bachmann di Halle, e contro altri due di Berlino e uno di Monaco, e di minacciarne altre. Questa provocazione ha suscitato una vera insurrezione nelle file degli edili, manifestatasi in innumerevoli ordini del giorno di protesta e nel movimento per la convocazione del Congresso straordinario dell’organizzazione.
I continui successi riportati dai comunisti nelle organizzazioni locali del D.M.V. Deutscher Metallarbeiter Verband, Lega degli operai metallurgici tedeschi), e specialmente il risultato delle recenti votazioni nel gruppo locale di Berlino, riuscite completamente favorevoli ai nostri compagni, turbarono i sonni di Dissmann e dei suoi amici abituati a fare la pioggia e il bel tempo nella Lega. Quindi essi nel C.C. del D.M.V., presentarono la proposta di espulsione dei comunisti, che fu approvata con 72 voti contro 14. Nella relativa deliberazione è significativo questo periodo: «Non può essere funzionario della Lega chi fa dipendere la sua condotta nella Lega da ordini ricevuti dall’esterno». Il già citato compagno Godonneche osserva opportunamente a tale proposito che di altrettanta gelosia di «indipendenza», non dettero prova i burocratici sindacali allorchè, dopo il 4 agosto 1914, essi tanto in Germania quanto in Francia andavano a prendere istruzioni sul modo d’agire nei sindacati presso i gabinetti dei Ministri. A questo odioso modo di agire però i comunisti del D.M.V. si sono opposti.
Contro questa odiosa politica reagirono energicamente i comunisti del D.M.V. facendosi promotori di una Conferenza nazionale dei metallurgici. da tenersi a Berlino il 28 febbraio. Nel relativo manifesto è detto fra l’altro: «Nel momento stesso, in cui più gravi si addensano i pericoli. il C.C. e il Consiglio nazionale (Beirat), vogliono scindere l’organizzazione, staccando dal vostro fianco i metallurgici comunisti, benché questi abbiano fatto la lotta contro la servitù capitalistica fianco a fianco con voi, spesso in prima linea, e si rende servizio alla borghesia indebolendo la nostra forza di combattimento».
Anche la burocrazia degli altri minori sindacati tedeschi si prepara ad imitare questi nobili esempi ma soltanto procede più cauta, e per vie traverse, per timore dell’indignazione delle masse, che vedendo messa in pericolo la compattezza e la forza di combattimento delle organizzazioni non chiedono più a quale partito appartengano i perseguitati, e fanno senz’altro causa comune con loro, anche contro le istruzioni dei propri partiti. Così per esempio nel gruppo berlinese dell’Unione degli impiegati d’albergo ecc., avendo un membro indipendente accusato i colleghi comunisti di preparare la scissione, fu nominata una Commissione d’inchiesta, la quale, benché composta esclusivamente di maggioritari e indipendenti, concluse dichiarando infondata l’accusa, che non si fondava su alcun fatto specifico ma soltanto su una presunzione generale basata sul programma d’opposizione dei comunisti.
II colpo di Halle.
Finora, come abbiamo visto, l’A.D.G.B. non era intervenuta direttamente nella lotta, limitandosi ad eccitare contro i comunisti le direzioni dei singoli Sindacati. Ma infine anch’essa scese apertamente in lizza con un colpo clamoroso.
Uno dei centri operai più pericolosi per i socialisti tedeschi della «pace civile» è Halle, i cui sindacati sono quasi tutti in mano dei comunisti. La loro organizzazione locale collettiva, o cartello, come la chiamano in Germania, decise alla fine di gennaio di unirsi in comunità di lavoro con l’organizzazione economica dei Consigli. Ciò forni il pretesto al C.C. dell’A.D.G.B. di iniziare la lotta aperta per distruggere i sindacati comunisti Halle, vale a dire per annientare il movimento sindacale di quell’importante centro industriale. L’A.D.G.B. mandò ad Halle con pieni poteri un noto mangiabolscevichi, il maggioritario Schulz, con l’incarico di organizzarvi un nuovo cartello sindacale provvisorio. cioè una contro-organizzazione, il cui scopo essenziale deve esser quello di combattere i sindacati rossi. A tale scopo i cassieri dell’organizzazione (dipendenti, come abbiamo visto, solo dai rispettivi Comitati centrali) ebbero ordine di rifiutare ogni pagamento ai sindacati prescritti: se le maggioranze comuniste eleggessero altri cassieri, questi non sarebbero stati riconosciuti; occorrendo, non si doveva esitare a sostituire le direzioni locali poco fidate come commissari, nominati direttamente dal C. C.: questo infine avrebbe dato i fondi per la creazione ad Halle di un nuovo giornale sindacale destinato a combattere i comunisti. Il 10 febbraio si tenne una Conferenza di tutti i sindacati di Halle, sotto la presidenza del maggioritario Schulz, presidente dell’A.D.G.B. Durante la seduta, terminata tra – più grandi tumulti per la ribellione della gran maggioranza contro le calunnie pronunziate a carico del Partito Comunista dai rappresentanti del C.C., questi ebbero a dichiarare che se anche fosse stata revocata la deliberazione d’unione con i Consigli, l’A.D.G.B. avrebbe stabilito ad Halle un «dittatore», e che ad ogni modo si dovevano dividere ad Halle i sindacati.
E’ evidente che i capi dell’A.D.G.B., come i loro colleghi della francese C. Gen. Du T., mirano ad eliminate tutti i comunisti dai sindacati, il che, data la forza ognor crescente dei comunisti nel movimento, va a tutto vantaggio della borghesia, che ha bisogno di non trovarsi di fronte tutto unito il proletariato, allorché finita la commedia della resistenza, passerà ad accollare al proletariato tedesco il pagamento dei miliardi di Parigi, sotto forma di accresciuti orari di lavoro e di mercedi diminuite.
Perciò la lotta dei capi sindacali socialdemocratici contro i comunisti, che in tutto il mondo è un episodio del tentativo di riscossa borghese assume un’importanza affatto speciale in Germania. Giacché dall’esito di essa dipenderà in gran parte se il proletariato tedesco si schiererà definitivamente per la rivoluzione oppur no; dipenderà, cioè, l’andamento della rivoluzione mondiale nei prossimi anni.
La situazione economica nell’Europa Continentale
di E. VARGA
L’«Internazionale Comunista» pubblica nei suoi ultimi numeri un poderoso studio di E. Varga – il valente economista che fu Commissario del popolo per l’Economia popolare nella Repubblica Ungherese dei Soviet – sulla crisi economica del capitalismo. Di tale studio riportiamo qui l’introduzione nella quale è contenuto un’esame preliminare delle cause generali della crisi economica. L’intiero studio potrà essere noto ai lettori italiani quando verranno pubblicati a cura del Partito Comunista i fascicoli dell’ «Internazionale Comunista».
Due anni son già passati dalla fine della guerra mondiale. Ma la ricostruzione dell’economia capitalistica è tutt’ora un sogno. Per spiegare il perché di tale fatto noi dobbiamo mostrare le profonde trasformazioni che il capitalismo ha subito durante la guerra.
L’accumulazione incessante di un capitale reale era la base di sviluppo del capitalismo moderno. La guerra interruppe improvvisamente questo processo al quale subentrò un processo contrario: quello dell’impoverimento progressivo del mondo capitalista in ricchezze materiali.
Si consumava durante la guerra molto di più di quello che si produceva. La struttura particolare dell’economia capitalistica permetteva però di mascherare quest’impoverimento reale creando miliardi e miliardi di capitale fittizio. Ai proprietari delle ricchezze reali che si consumavano, lo Stato dava in compenso un capitale fittizio, che si presentava sotto un duplice aspetto. Innanzi tutto sotto la forma dei prestiti di guerra che assicuravano il possesso di una parte del soprapiù da prodursi dalle generazioni future. In tal modo, le entrate nominali del mondo capitalista lungi dal diminuire, indicavano un rialzo, sul quale ritorneremo in seguito, e l’impoverimento continuo del mondo capitalista in guerra era ad un tempo dissimulato agli occhi di ogni capitalista considerato isolatamente ed agli occhi dell’intera classe capitalista. La seconda forma di creazione del capitale fittizio consisteva nell’emissione per centinaia di milioni di moneta fiduciaria che nulla garantiva. Questa cartamoneta differiva, dal punto di vista economico, dalla cartamoneta dell’epoca anteriore in ciò che essa era emessa non per facilitare gli scambi e la conclusione di reali operazioni capitalistiche, ma per compensare formalmente il consumo di ricchezze reali fatto durante la guerra.
L’impoverimento di ricchezze effettive si stendeva anche ai mezzi di produzione, nello stretto senso della parola.
II suolo si esauriva per insufficienza di cure e per il lavoro trascurato. I trasporti erano rovinati. Le macchine si consumavano e non venivano rimpiazzate. In altre parole non erano soltanto le ricchezze che diminuivano rapidamente durante la guerra: la base materiale della produzione si deteriorava rapidamente. Altri fattori s’aggiunsero a questi. Innanzi tutto l’industria non produceva in larga misura che per la guerra, per cui la sua produttività cessava d’essere economicamente utile; in seguito -e ciò era un fattore assoluto di regresso, – delle ricchezze erano distrutte sul teatro delle operazioni militari; infine e questo fattore doveva essere ricordato in primo luogo la capacità di lavoro della mano d’opera non cessando di diminuire, la produzione continuava irresistibilmente a cadere. La perdita di mano d’opera era in parte temporanea (milioni d’uomini mobilitati erano strappati al lavoro produttivo) in parte definitiva, quando si trattava di morti, mutilati o lavoratori resi invalidi, nelle retrovie, per le privazioni e l’insufficiente alimentazione.
II regresso continuo della produzione determinò, fin dai primi anni della guerra, un’impoverimento economico generale. Questo fatto coincidente con i prestiti di guerra il cui sistema impediva la diminuzione delle entrate nominali, generò nel mondo intero il rialzo dei prezzi. Ad una quantità sempre minore di prodotti dell’industria corrispondeva un’entrata nominale rimasta fissa od aumentata per i benefici di guerra. La scarsità dei prodotti offriva a sua volta un largo campo d’azione alla speculazione e provocava così un nuovo aumento delle entrate nominali. L’altezza dei prezzi raggiunse naturalmente un grado corrispondente all’utilità dei prodotti, dei quali i più indispensabili, come quelli dell’agricoltura e le derrate alimentari, furono i più cari. Nel mondo intero, negli Stati belligeranti in prima linea, e sopratutto in quelli dell’Europa Centrale, che si trovavano completamente tagliati fuori dai mercati del mondo, si manifestò una crisi degli approvvigionamenti senza precedenti. Ne risultò una trasformazione radicale nei rapporti di forza fra la città e la campagna. Mentre nel periodo normale di sviluppo del capitalismo la città domina la campagna, l’Europa industriale domina le regioni agricole, la deformazione economico-militare del capitalismo portò a questo risultato, che le campagne sfruttarono le città e le regioni agricole si emanciparono nella più larga misura dall’egemonia economica dell’Europa industriale.
Questa trasformazione economica fu facilitata dal fatto che tutti gli obblighi della campagna riguardo alla città sono genericamente fissati in moneta: affitti, interessi su prestiti, imposte ecc. Il rialzo dei prezzi d’altra parte significa discesa del valore della moneta. Si comprende che la campagna, i cui obblighi verso la città si esprimono in unità monetarie nominali, non dovette ormai pagare che la decima o la trentesima parte di ciò che pagava per il passato. Ciò fu la causa d’una nuova diminuzione dell’approvvigionamento delle città e delle regioni industriali, diminuzione che noi constatiamo ancora oggi.
La conseguenza ulteriore di questa situazione fu l’azione reciproca di elevazione dei prezzi e delle entrate nominali: l’una determinò il crescer dell’altra e viceversa. II rialzo dei salari, essendo stato nel mondo intero fortemente distanziato dall’aumento del prezzo dei viveri, le vittime di questo stato di cose furono gli operai. L’impoverimento si manifestò nettamente col ribasso del livello di benessere della classe operaia. Se in regime capitalistico l’enorme accumulazione dei mezzi di produzione abbreviava sempre più la durata del lavoro dell’operaio e se, per tale fatto, il livello dell’esistenza di quest’ultimo, poteva elevarsi – per quanto molto lentamente – o per lo meno non abbassarsi, avvenne durante la guerra che le condizioni d’esistenza del proletariato peggiorarono bruscamente in proporzioni terribili1.
L’abbassamento del benessere materiale dell’operaio, abbassamento provocato dalla diminuzione della produzione, fu a sua volta la causa di una nuova diminuzione della produzione. Mal nutriti, gli operai non potevano adempiere il loro compito come prima. Delle cause psicologiche, quali il malcontento suscitato dalle cattive condizioni d’esistenza ed una guerra assurda aggravarono ancora la crisi della produzione.
L’economia militare si sviluppò in modo tale entro un circolo vizioso, che esso fu ed è tutt’ora, dopo la fine della guerra, un problema insolubile entro i limiti del capitalismo. Gli operai, nel mondo intero, esigono un aumento del livello medio della loro esistenza che li riporti, per lo meno, alle condizioni di prima della guerra.
La diminuzione delle forze produttrici nel mondo intero e la diminuzione della produttività della stessa classe operaia non permettono di soddisfare a queste rivendicazioni in regime capitalista, anche se i capitalisti rinunciassero temporaneamente ai loro benefici, postulato evidentemente impossibile. Questa esigenza potrebbe essere soddisfatta solo se si potesse prima accumulare di nuovo i mezzi di produzione a restaurare cosi l’industria. Ma l’accumulazione reale è ora impossibile, il rendimento inferiore del lavoro, in regime capitalistico, non permette in rapporto al consumo giornaliero, alcuna sopraproduzione.
Questi aspetti generali della crisi del capitalismo non si manifestano gli stessi in tutti i paesi. E’ una delle particolarità del capitalismo del dopoguerra quello che, in seguito ai differenti gradi di deformazione economica-militare, non c’è più un’economia capitalistica mondiale unica.
II mondo capitalistico s’è smembrato: le Sue parti non hanno più un’unità economica. La crisi del cambio è la manifestazione este- riore di questo smembramento.
Tempo fa la moneta – equivalente realizzato del tempo di lavoro dell’operaio – aveva in regime capitalista un valore generale, mondiale. Vale a dire che le monete dei diversi Stati capitalistici, all’infuori delle minime oscillazioni economiche, erano stimate al loro valore nominale, quello dell’oro che esse rappresentavano.
Attualmente non si può più parlare propriamente di moneta che abbia un valore mondiale. L’oro insomma, la base monetaria mondiale – è, nella maggior parte degli Stati, uscito dalla circolazione, e la moneta fiduciaria subisce in tutti i paesi grandissime variazioni di valore che trasformano tutti gli scambi commerciali internazionali in speculazione. Se si considera da questo punto di vista, il mondo capitalista quale è attualmente, si divide in cinque vasti raggruppamenti economici : 1) L’Inghilterra ed il suo impero coloniale; 2) Gli Stati Uniti e le Repubbliche sud-americane che hanno meno sofferto dalla guerra; 3) L’Europa centrale; 4) La Russia : 5) 11 gruppo cino-giapponese di grandi potenze.
Nostra intenzione è di studiare nei seguenti articoli la situazione generale di queste vaste regioni economiche, incominciando dall’Europa centrale, come quella in cui la deformazione economica militare raggiunge il grado più elevato. Esamineremo in seguito la vita economica Inglese, sulla quale abbiamo maggior copia di dati materiali.
Nelle file dell'Internazionale Pt.2
Rivista quindicinale del lavoro di organizzazione e dello sviluppo dei Partiti Comunisti in tutto il mondo
Nella SVIZZERA il 5 e 6 marzo fu tenuto, a Zurigo, il Congresso che sanzionò la fusione dell’ala sinistra della socialdemocrazia con il Partito Comunista.
Il nuovo partito, che ha preso il nome di Partito Comunista di Svizzera, s’è costituito sulla base del programma dell’antico Partito Comunista e delle risoluzioni del Secondo Congresso internazionale di Mosca.
Non più di 4 o 5000 appena il 10 % sono i secessionari dalla socialdemocrazia svizzera; ciò dipende dal fatto, come fu già osservato, che la gran maggioranza di essa è formala da elementi piccolo borghesi ed impiegati che mirano al miglioramento economico immediato, non è certo dal Partito Comunista che possono aspettarselo!
Le feste di Pasqua hanno dato occasione a vari Congressi.
Nei PAESI SCANDINAVI si sono tenuti quelli del Partito di sinistra di Svezia e del Partito Operaio Norvegiano: ambedue tra i primi ad aderire alla Internazionale di Mosca, ma che tutt’ora dovevano mettersi in regola con le sanzioni da essa emanate.
Nella SVEZIA l’accettazione completa dei 21 punti e la conseguente adozione del nome di Partito Comunista di Svezia ha provocato l’uscita degli elementi opportunisti-parlamentari: Vennertrom ha creato un terzo partito.
II Sindaco di Stoccolma Lindhagen farà invece banda a sé.
Nella NORVEGIA, dove gli elementi riformisti sono usciti, in gran parte, di loro iniziativa alcuni mesi fa per creare un partito socialdemocratico, le decisioni del Congresso sono state meno recise perché s’è permesso di rimanere disciplinati ai centristi, e s’è mantenuto, per opportunità, il vecchio nome di Partito Operaio.
Pure durante le feste Pasquali in INGHILTERRA si tenne l’annunciato Congresso del Partito Operaio Indipendente (I.L.P.) che, come era già previsto, respinse a grande maggioranza l’adesione a Mosca e alle sue condizioni, e provocò l’uscita immediata della minoranza che ha deciso di fondersi con il partito comunista della Gran Bretagna, fondato nel gennaio scorso a Leeds.
Non sappiamo pel momento quanta sarà questa forza che va ad ingrossare le file degli aderenti della Terza Internazionale in quella Inghilterra che sta traversando proprio in questi giorni la più grave crisi da quando esiste come stato tipicamente capitalistico.
II Congresso che doveva tenere in SPAGNA il Partito Comunista si è dovuto rimandare causa il raddoppiato terrore che ha seguito l’esecuzione di Dato ed il conseguente arresto di vari dirigenti del Partito medesimo.
Si attende il Congresso del Partito Operaio Socialista che vorrà fissare, una buona volta, il suo rifiuto di aderire a Mosca e mettere così gli elementi di sinistra, primo il dondolone Anguiano. nella alternativa di decidersi o di restare nel vecchio partito o di venire coi comunisti.
Si progetta anche, in unione col neo Partito Comunista del PORTOGALLO, di costituire un unico partito comunista per tutta la regione Iberica.
Nella CECO-SLOVACCHIA il primo passo risolutivo è stato fatto al Congresso di Reichenberg dove s’è costituito il Partito Comunista di Ceco- Slovacchia, Sezione tedesca.
I compagni slovacchi già nel gennaio scorso avevano aderito alla Terza Internazionale.
Tuttora esitante è la sinistra ceca – il leader di essa Smeral serrateggia e mena per le lunghe la convocazione del Congresso nazionale che dovrà affasciare in un unico partito comunista tutte le molteplici nazionalità tedesca, slovacca, magiara che rendono questo novello Stato etnicamente il più tipico erede della dualistica monarchia d’Absburgo.
Nella RUMENIA il Partito Socialista è l’unico che, dopo la guerra. non ha ancora tenuto un Congresso nazionale, e la questione della Internazionale è restata sino ad oggi insoluta.
Aveva inviato una delegazione in Russia ed essa s’era accodata anche un ex-ministro della Transilvania, certo Fluerasch: ma fu a Mosca Messo bellamente alla porta e Zinovief così lo congedò: «Spero che avremo così creato un precedente e che i signori ministri che chiamano socialisti non verranno più a battere alle porte della Internazionale Comunista, dove non c’è posto per loro».
La delegazione è tornata propugnando l’adesione, e i socialdemocratici si sono affrettati ad uscire dal Partito e partecipare in massa al Congresso di Vienna della Internazionale 2 ½.
Ma dubitiamo che neppure ora questo Congresso che dovrebbe sancire l’adesione a Mosca si potrà tenere, perché col reciso atteggiamento del Partito se iniziata una reazione che temiamo condurrà, anche in Rumenia, a togliere la possibilità di qualsiasi attività legale al partito della sorella minore latina.
Per il mese prossimo è stato convocato, in GRECIA, a Salonicco, il Congresso che dovrà por termine all’opportunismo degli attuali dirigenti, i Benaroya ed i Sideris ed uniformare il Partito strettamente ai deliberati di Mosca.
Almeno tale opportunismo lo denunciano gli estremisti di sinistra che si sono staccati, qualche mese fa, ed ora pubblicano una loro rivista: il «Comunismo».
Non si può parlar più di Congresso del partito nella JUGOSLAVIA perché, come fu già riferito, dal dicembre scorso questo partito è stato legalmente disciolto e la sua stampa è stata soppressa.
Si danno un gran da fare invece i socialdemocratici, espulsi recentemente e che hanno avuto la sfrontatezza di atteggiarsi a rappresentanti del proletariato della Jugoslavia al Congresso della Internazionale 2 1/2 di Vienna.
Nella RUSSIA, infine, come fu rimarcato al IX Congresso del Partito Comunista si va maturando il processo d’assorbimento dei vari partiti che sono posti nell’alternativa o di fondersi con il Partito Comunista, custode della Internazionale proletaria, o di finire nelle file della controrivoluzione.
Si sono successivamente sciolti, aderendo al Partito Comunista. gli «internazionalisti», la Lega dei Massimalisti, i Borotbisti ucraini, e in questi giorni, proprio i socialisti rivoluzionari di sinistra che fanno capo a Kamkof e Karelin.
Queste adesioni unite alla partecipazione sempre maggiore delle grandi masse dei «fuori partito» sono al lavoro di ricostruzione – sono la prova tangibile del consolidamento del potere dei Soviet.
I vari Schneider che rappresentatore a Vienna i s.r., i vari Martof che hanno ora piantate in Germania le proprie tende, fatalmente dovranno fare la miseranda fine dei Savinkof, quella di agenti prezzolati della controrivoluzione.
La decisione del Bund, nel suo Congresso di Minsk, di sciogliersi e fondersi nel Partito Comunista di Russia è l’epilogo della conversione a sinistra che la più antica organizzazione ebraica, ch’era stata fondata già nel 1897, aveva iniziato da un paio d’anni.
Anche l’altro partito ebraico: il Poule Zion (i lavoratori di Sion), segue la stessa evoluzione verso il comunismo, e non sarà lontano il momento in cui la Sezione ebraica del Partito Comunista russo, potrà raggruppare attorno al suo Ufficio tutto quel proletariato che è stato il pioniere del movimento rivoluzionario nella Russia czarista.
Secondo Plehve, il primo ministro russo, l’80 % delle rivoluzionarie erano ebree.