Proclama sul significato della manifestazione del 20 febbraio
Lavoratori d’Italia!
Rechiamo a voi, nella prima grande manifestazione di massa che il partito nostro organizza, la voce dell’Internazionale Comunista, che è quella dei proletari rivoluzionari del mondo intero; così degli oppressi che dovunque lottano contro la prepotenza del capitalismo, come del glorioso proletariato della Russia rossa che, redento dal dominio degli sfruttatori, si è posto all’avanguardia della guerra rivoluzionaria internazionale.
È da poco tempo che a voi giunge il nome del nostro partito; ma il suo pensiero e i suoi intenti non possono esservi ignoti. Essi si ricollegano a quelli della Terza Internazionale e della rivoluzione russa, che hanno avuto tutti i vostri palpiti e tutti i vostri entusiasmi; continuando le tradizioni rivoluzionarie della sinistra del Partito Socialista Italiano, nella lotta contro tutte le insidie borghesi e contro la guerra capitalistica. Oggi quel partito, distaccatosi dalla Terza Inter-nazionale, volge senza più alcun freno verso una politica di compromessi, e il proletariato italiano non può più confortarlo del suo consenso.
Nell’ora tragica che il mondo e l’Italia attraversano non v’è per le masse altra salute che nelle direttive del comunismo, che il nostro partito vi addita. In tutto il mondo, ed in Italia prima che in altri paesi, noi ci avviamo al momento della lotta finale tra la borghesia dominante e le masse, stanche ormai d’un regime di sfruttamento e d’ingiustizia, le cui conseguenze disastrose per l’umanità sono state soprattutto rivelate dalla tremenda Guerra Mondiale. Questo regime oggi si dissolve per la sua intima incapacità a funzionare e per l’ondata di esasperazione rivoluzionaria che dalle masse si leva. Dinanzi alla sua rovina il pensiero comunista e il grido di allarme dell’Internazionale Comunista pongono a voi, proletari d’Italia, come ai profetari del mondo intiero, il dilemma insormontabile: o la dittatura del capitalismo o la dittatura del proletariato. E tracciano la via dell’azione sulla quale già il proletariato russo trionfalmente ci ha preceduti: rovesciamento violento del potere borghese e dei suoi istituti, costituzione del potere proletario nella repubblica dei Consigli Operai, nella repubblica universale dei Soviet, che dovrà organizzare domani, nella sua nuova vita e nella vera sua rinascita, l’umanità redenta.
Il Partito comunista è in Italia il vessillifero e il banditore del programma e del metodo comunista, quale è stabilito dalla Internazionale di Mosca attraverso le grandi esperienze di cento lotte rivoluzionarie. Esso si presenta a voi ad esporvi in tutte le sue parti il metodo comunista per la lotta rivoluzionaria, per organizzare la sua forza che è la vostra forza, o proletari, in vista dell’inevitabile battaglia di classe che si svolgerà tra la borghesia e le classi lavorataci. E soprattutto il Partito Comunista vi grida: Chiunque, o lavoratori, vuol trarvi su altre vie, vuol convincervi che l’urto violento per spezzare la macchina borghese di dominio non è l’UNlCO mezzo per redimere le vittime innumeri del capitalismo; chi idealmente e materialmente vi disarma parlandovi di mezzi pacifici d’azione, mentre più apertamente la borghesia stessa dimostra di prepararsi alla lotta armata e di prendere anzi l’offensiva contro di voi; chi in tal modo vi parla, in modo cosciente od incosciente, non è che un traditore della vostra causa e un servitore della contro-rivoluzione.
Liberatevi da quei dirigenti che non hanno tenuto fede al metodo dell’Internazionale Comunista; che, disertandone le file, si sono rivelati indegni di farne parte, e stringetevi intorno alla bandiera del Partito Comunista. Malgrado ogni forza nemica, noi giungeremo alla vittoria finale, contro tutti i nostri avversari.
Fin da oggi con questa prima grande manifestazione comunista, dedicata alla precisa esposizione di tutto il nostro programma e all’organizzazione del più intenso lavoro per dotare il movimento comunista dell’indispensabille arma di una forte stampa quotidiana, dimostrate che siete maturi a dar vita al grande partito della vostra classe, dimostrate che l’idea comunista, che la volonta di lottare, di sacrificarsi e di vincere per la causa della rivoluzione sono l’idea e la volontà delle grandi masse lavorataci italiane.
Viva la vittoria rivoluzionaria del proletariato comunista d’Italia!
Viva l’Internazionale Comunista e la repubblica mondiale del proletariato!
Il Partito Comunista d’Italia
L'uso della violenza
Nei precedenti miei articoli intorno al problema della andata al potere, mi sono proposto, con quella continuità di trattazione compatibile colla periodicità di un giornale, di rimettere nei loro veri termini le differenze di principio che dividono i comunisti dai seguaci delle tradizionali scuole socialistiche. Non è quindi ancora la critica della tattica socialdemocratica e del necessario suo sviluppo fino alla aperta azione antirivoluzionaria, tesi che solo di passaggio ho sfiorato a che merita più ampio esame, ma soltanto per ora la dimostrazione che il metodo comunista ha un contenuto suo proprio, così ben definito che non si può appressarvisi per sfumature, accettarlo parte si e parte no, sottoporlo ad una critica che riveli e dimostri in esso adattabilità che ne diminuiscano la distanza dalle vecchie illusioni socialdemocratiche.
Ho perciò esposta la antitesi tra la tesi socialdemocratica e quella comunista, rilevando coma sia solo apparentemente loro punto di partenza comune il problema del come il proletariato giungerà al potere; ma in realtà esse si dividono sulla questione più importante della necessità o meno di spezzare la macchina dello Stato borghese per creare la possibilità del potere proletario demolitore della economia borghese.
Quando un socialdemocratico mi dice che lo Stato come oggi è congegnato (ossia coi suoi parlamenti e col suo apparato esecutivo) può essere preso e volto ai fini di classe del proletariato, il che è la stessa cosa dalla espressione: si può giungere a questi fini senza l’azione violenta ed armata, quando egli così si esprime, poco mi importa che egli si sia richiamato al marxismo nell’accettare a parole i concetti di lotta di classe, di intransigenza di andata al potere senza partecipazione borghese. Costui nulla intende del sistema marxista, poiché non ha digerito la critica della democrazia e dello Stato nei rapporti tra le classi, non ha imparato da Marx e nemmeno dalla storia posteriore che una speciale struttura statale nasce e muore come strumento del potere di una classe che lo sviluppo dei mezzi produttivi pone alla testa della società; che la classe borghese capitalistica ha questo strumento storico nello Stato parlamentare moderno, quale esiste in tutti i paesi che hanno conquistato le delizie del regime democratico col suo corredo di burocrazia, di esercito, di giustizia di classe.
Colui non vede neanche che la borghesia per assumere, quando la maturazione dei rapporti economici ve la sospinse, la direzione della società, dovette annegare nel sangue e nel terrore i vecchi istituti, le persone, le caste che per essi dominavano; costui accetta una tesi specificatamente e idiotamente borghese, che nel cammino della storia la necessità dell’uso della violenza e della guerra civile a dei trapassi rivoluzionari sia chiusa con la legittima violenza che ci diede la rivoluzione democratica, e avrebbe aperta l’ora delle lotte civili pacifiche, e schedaiole. Tesi borghese, perché non è che la traduzione in linguaggio demagogico del concetto che la violenza fu legittima per portare al potere la classe capitalistica, ma non è legittima per spodestarla; tesi turpemente borghese perché racchiude la conclusione – in cui come sempre la borghesia per la dialettica implacabile che la guida nella storia rimangia disinvolta i filosofemi di cui si è servita – che la violenza difensiva dello Stato attuale contro ogni atto lesivo dei suoi poteri costituzionali è legittima ed è adoperata nell’interesse collettivo consistente nella conservazione del meccanismo democratico.
Chi quindi pone il dito nell’ingranaggio dell’errore socialdemocratico dà partita vinta alla polemica borghese, e si ritrova agli antipodi della verità marxista secondo cui lo Stato esiste e funziona per gli interessi non della collettività sociale ma di una sola classe. Quegli nemmeno vede come può chiudere il ciclo delle rivoluzioni, in cui il potere passa da una classe all’altra, soltanto la funzione storica di uno Stato che operi alla abolizione delle classi, quale solo può essere lo Stato proletario demolitore del principio della proprietà privata; mentre lo Stato borghese apre e svolge il suo ciclo storico nell’ambiente di una società più che mai divisa in classi. Un tale soggetto insomma non è solo un imbecille dinanzi alla genialità del pensiero marxista, ma è altresì, dinanzi alle sue virili e categoriche affermazioni contro ogni filisteismo pacifistico, un povero castrato del gregge di Cristo, di Tolstoj e di Mazzini; che domani però assumerebbe le funzioni di eunuco al servizio della violenza dei sultani del capitale, che non nutrono pregiudiziali umanitarie e quacqueristiche.
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Ricacciati così nel pantano socialdemocratico coloro che pretendono sopranuotarvi a mezzo della vecchia e sconquassata zattera della tattica intransigente di altri tempi – che allora aveva il suo valore storico di logica premessa della attitudine odierna dei comunisti – è d’uopo occuparsi di innumerevoli altri formulatori di programmi che pretendono l’epiteto di comunisti pel fatto solo di essersi spinti un poco più in là, con loro peculiari affermazioni, con loro speciali interpretazioni dei concetti centrali comunisti di uso della violenza e dittatura proletaria.
Costoro pullulano in Italia, tra quelli specialmente che da recenti accesissime dichiarazioni massimaliste sono in rotta verso il più sporco riformismo, ma che per i loro fini hanno bisogno di presentarsi alle masse come aderenti alla dottrina del comunismo, all’azione della Terza Internazionale. Non solo si può provare che il pensiero di costoro si riduce a quello socialdemocratico puro – e mi si passi l’espressione, ritorsione non intenzionale di quella abbastanza cretina di comunisti puri, fabbricata a scopo non di disamina critica, ma di miserevole pettegolezzo – ma la loro azione, nei suoi riflessi sulle masse, è ancora più insidiosa e disfattistica di quella dei primi. Che cosa dicono costoro? Il più sovente non dicono nulla, ma hanno al tempo stesso l’abilità di perdere l’occasione di tacere, dimodoché non scoprono il loro pensiero che attraverso cose tanto piccine e volgari che la sola risposta idonea è il disprezzo. Ma talvolta esprimono un loro punto di vista, se anche sarebbero imbarazzati a dire quale sia tal punto tra… i quattro punti cardinali. Talvolta scrivono, e se non scrivono almeno disegnano tutta la vile inettitudine del loro atteggiamento.
Prendiamo ad esaminare soltanto la loro posizione sul problema della violenza. Dicono qualche cosa di simile: ammettiamo la violenza come momento necessario dell’atto rivoluzionario, ma neghiamo la opportunità di predicarla fin da ora (i coccodrilli arrossiscono sotto le loro cornee squame!) poiché la situazione non è matura, la borghesia è forte, la borghesia se si sente minacciare ci assale prima del tempo.
Ma è proprio questo che fanno costoro. Hanno predicato la necessità della violenza fino a ieri, ma nulla hanno fatto per organizzare in una preparazione della massa quella loro predicazione verbale, appagandosi che questa desse come resultati i 150 seggi parlamentari e i 2500 comuni socialisti, e dinanzi all’attacco borghese, che non sanno ributtare, predicano il disarmo ideale e materiale del proletariato prospettandolo in dichiarazioni ignobili, che assumono anche la forma di vignette disfattiste la cui paternità sarebbe in regime militare – ossia così nel regime della borghesia che in quello del socialismo non evangelico – colpa più che bastevole per il plotone di esecuzione.
Dire: alla violenza si ricorrerà in un momento estremo, quando le stesse condizioni culminanti della crisi la renderanno fatale e logica nel suo svolgimento, confina con un calcolo disfattista della rivoluzione. Infatti la borghesia calcola sul suo apparato difensivo democratico per raggiungere questo effetto: illudere le masse – l’errore socialdemocratico aiutando – che esse ascenderanno per la facile via legalitaria e quando la violenza esploderà, approfittare della propria preparazione e organizzazione armata statale per soffocare lo sforzo di un proletariato che insorga senza nessuna preparazione.
Quindi, chi non è socialdemocratico puro, chi arriva a vedere che, comunque le cose si svolgano, all’urto finale armato si arriverà primo o dopo, deve anche capire che ci si arriverà in condizioni tanto più favorevoli alla rivoluzione quanto più il proletariato sarà preparato a tali frangenti. E il metodo Comunista vuole che anche quando la situazione non è quella dell’imminenza dell’assalto, si dica al proletariato che l’assalto ci dovrà essere e che solo con le armi in pugno lo si potrà condurre. Collo stesso passo con cui si prospetta questa necessità creando nelle masse la coscienza di doverla e saperla affrontare, i comunisti devono andare organizzando la forza proletaria contro quella dello Stato borghese, ed è solo a questo patto che si può anche, ove la situazione lo consigli, sospendere azioni arrischiate e sfavorevoli.
Ma chi dinanzi allo sferrarsi del periodo dei decisivi conflitti, dinanzi alla eloquenza del fatto che la borghesia getta la maschera della democrazia e della legalità, vuol rispondere applicando questa maschera stessa sul viso del proletariato, facendolo il gerente della legittimità del civile regime parlamentare, dicendo alle masse di scartare la prospettiva di una loro azione armata, e di attendere il misterioso divenire di chi sa quali forze inermi ed imponderabili che gli apriranno l’avvenire, non può uscire da questo dilemma: se egli è un seguace della menzogna socialdemocratica che esclude la violenza proletaria dalle vie della storia, basterà per lui il limbo degli imbecilli; se è invece un assertore della necessità sia pure annebbiata di un episodio di lotta violenta, e peggio se fu un declamatore di violenze verbali anche al di là del necessario, deve essere precipitato e sommerso nella bolgia dei traditori.