Parti Communiste International

Il Comunista 1921-08-14

Per il soccorso alla Russia rivoluzionaria 

LAVORATORI D’ITALIA COMPAGNI COMUNISTI!

Attorno al flagello che ha colpito la gloriosa repubblica proletaria di Russia, avanguardia di una nuova civiltà rivoluzionaria che sorge sulle rovine di un regime schiantato e disonorato nella guerra, imperversa la speculazione più oscena delle classi privilegiate di tutti i paesi e dei loro molteplici agenti. 

Mentre si moltiplicano le parole di umanità e le disposizioni di soccorso al popolo russo, minacciato dalla carestia, dalla fame, dalle epidemie, per la siccità che ha colpito talune delle più feraci province del centro, distruggendo nella quasi totalità il raccolto, non si cessa dal tramare intrighi contro la repubblica dei Soviets, non si rinunzia a trarre оссаsione dalla tremenda sciagura per vibrare un colpo decisivo alla causa della rivoluzione. 

Il governo dei Soviets, gli organismi del proletariato mondiale hanno chiaramente detto che in una catastrofe come la presente, nella quale si tratta di una lotta di difesa della umanità contro le difficoltà della natura e le calamità che di quando in quando essa scatena, la Russia accetta e domanda ogni aiuto, da qualunque parte venga, senza fare quistione di colore politico o di classe, lasciando parlare solo il sentimento della umana solidarietà. 

Ma quanto avviene nei retroscena della politica e della diplomazia dei governi borghesi sta a dimostrare una grande verità fondamentale del pensiero comunista che solo si potrà parlare di una solidarietà degli uomini nella comune lotta contro la natura avversa e talvolta matrigna, quando la rivoluzione comunista avrà estirpata la divisione della società in classi derivante dal regime della proprietà privata, nel quale i prepotenti egoismi capitalistici soffocano ogni superiore manifestazione dei più alti sentimenti di solidarietà. 

I Governi borghesi si accingono a dettare, per aiutare la Russia, e perfino per consentire che ad essa giungano i risultati di iniziative private di aiuto, condizioni che investono la integrità del regime politico che il popolo russo si è dato versando nelle battaglie rivoluzionarie il sangue dei suoi figli migliori, e respingendo per quattro anni vittoriosamente tutte le forme della violenza e dell’ insidia nemica. I Governi borghesi parlano di Commissioni the entrerebbero in Russia collo scopo di organizzare la distribuzione dei soccorsi al di fuori degli organi del governo dei Soviets, essi parlano di obbligare questo al riconoscimento di impegni che la rivoluzione ha cassati per sempre; quali docili avanguardie di una offensiva imperialista, per un altro agguato alla repubblica della rivoluzione. 

Lo stesso Governo italiano proprio in questo periodo dà prova di intendimenti e di quanto occorre alla restaurazione della economia russa, cercando di estendere gli artigli del loro sfruttamento sul lavoro e sulle sofferenze del proletariato russo.

Intanto la grande stampa capitalistica, mentre cinicamente lascia trasparire la sua compiacenza per la eventualità illusoria che le folle affamate si rivoltino contro il regime soviettista, mena una violenta campagna per proclamare, speculando su di una calamità superiore ad ogni forza umana, il fallimento dei criteri comunisti che presiedono alla restaurazione della vita sociale in Russia. 

Il Partito comunista, mentre si associa a tutti i generosi che senza secondi fini stendono al popolo russo una mano fraterna e leale, rivendica a sé il compito di sbugiardare le menzogne degli avversari della rivoluzione. 

Vi è un proletario il quale ignori che il flagello tremendo che oggi sulla Russia si abbatte viene dopo una serie incessante di difficoltà asprissime che la forza della rivoluzione ha superato? Che la dittatura proletaria ha in Russia ereditato il dissolvimento del regime zarista, di oltre tre anni di guerra sanguinosissima, del funesto esperimento di governo socialdemocratico; ed ha dovuto lottare contro una serie di assalti interni ed esterni della reazione, sola contro la coalizione delle forze mondiali dell’imperialismo capitalistico. 

Queste sono state le cause uniche per cui il proletariato rivoluzionario russo non ha potuto dare energie maggiori e conseguire maggiori risultati nel campo della sistemazione economica. La crisi dei trasporti che secondo taluni renderebbe sterile lo stesso invio nei porti russi di merci destinate all’interno del paese, a parte tutte le balorde esagerazioni, esiste nella misura in cui è ereditata da quelle cause di dissolvimento cui abbiamo accennate, e se il nuovo e razionale sistema di distribuzione collettivista, tuttora in costruzione e logicamente intrecciato con i temperamenti necessari ad estirpare metodicamente le miriadi di propaggini tenaci del piccolo capitalismo, non fosse assistito, o al suo posto avesse sopravvissuto l’antico ingranaggio del grande commercio speculativo capitalistico, assai minori difficoltà sarebbero bastate a schiantare l’apparato dell’economia russa, e la carestia non avrebbe atteso la fatalità della siccità sul Volga per fare la mortifera apparizione. 

Dinanzi a questa situazione, spetta al proletariato e in prima linea ai comunisti, un molteplice compito. 

Anzitutto dare generosamente quanto è possibile, prestarsi attivissimamente alla propaganda ed alla raccolta di aiuti, di mezzi, sia in denaro che in generi, senza ostacolare che anche in altri campi sociali si dia e si raccolga.

Il trattato Italo-Russo

Già da molti mesi è a Roma la Delegazione commerciale del Governo dei Soviet con l’obbiettivo di allacciare legami tra l’Italia e la Russia. 

Risultato del lavoro della Delegazione, e al tempo stesso base per ogni ulteriore organizzazione di scambi tra i due paesi, deve essere il trattato commerciale tra i due governi, che stabilisca le norme che presiederanno a tutti i rapporti da intavolare, tanto più pel fatto che, come è noto tutti gli scambi coll’estero della Russia sono sottratti alla iniziativa privata e regolati unicamente dallo Stato soviettista. 

La Missione russa ha già da tempo predisposto in tutti i suoi dettagli, in seguito ad una serie di abboccamenti coi competenti funzionari del Ministero degli Esteri, il testo completo dell’accordo; e recentemente il marchese Della Torretta, ministro degli Affari esteri, assicurava alla Camera, così come ne aveva data assicurazione alla Delegazione russa, che il trattato stesso stava per essere ratificato, e sarebbe al più presto entrato in vigore. 

Queste spiegazioni soddisfecero gli stessi partiti borghesi della Camera, i quali non sollevarono alcuna obiezione, anzi mostrarono di vedere con simpatia, il riallacciamento dei rapporti economici con la Russia. 

Intanto però, secondo nostre sicurissime informazioni, il Governo italiano sta incominciando a mettere i bastoni tra le ruote, e nel Ministero degli Esteri si lavora, evidentemente, a silurare la stipulazione definitiva del trattato. 

Infatti, lungi dall’annunciare che il trattato proposto dalla Delegazione russa era stato ritenuto accettabile, od anche dal proporre le eventuali modificazioni che si intendessero introdurre nel testo del medesimo, il Ministero degli Esteri ha fatto tenere alla Delegazione russa un nuovo e diverso progetto di convenzione, redatto indipendentemente da quello approntato dalla Missione e che secondo ogni buona consuetudine e logico criterio, doveva costituire l’unica base di ulteriori discussioni. 

Il nuovo testo di convenzione proposto dal Governo italiano è ricalcato, peggiorandolo, su quello russo-inglese, e contiene clausole onerosissime e sfavorevoli per la Russia, cosicché è evidente che le discussioni dovranno andare molto per le lunghe, prima di poter definire quell’accordo, a cui pareva non mancassero che le ultime formalità. 

Si tratta di un evidente manovra ostruzionistica delle cricche notoriamente reazionarie che imperano alla Consulta: si tratta di una manifestazione di quegli sleali propositi di profittare delle gravi, angosciose condizioni in cui la Russia versa, che traspariscono oggi da tutta la subdola politica della borghesia internazionale e dell’imperialismo dell’Intesa. 

In questa ora in cui per un popolo intero è questione di vita o di morte il poter realizzare rapporti e scambi sicuri con gli altri paesi, si intralciano volutamente le trattative iniziate da tanto tempo, con metodi evidentemente sleali, anche dal punto di vista della diplomazia borghese! 

Questi gravi fatti devono essere denunciati alla opinione pubblica italiana, e sopratutto al proletariato, perché faccia intendere la sua voce, e si renda conto delle vere disposizioni del Governo nei riguardi dei rapporti con la Russia, imponendo la cessazione di una politica ipocritamente ostile. Sarà questo il modo più efficace di realizzare una effettiva solidarietà col popolo russo, colpito da un cieco e tremendo flagello mentre aveva già reso il massimo dei suoi sforzi per la causa comune di tutti i lavoratori del mondo.

La reazione contro i compagni jugoslavi

Notizie atroci giungono dalla Jugoslavia sui metodi di repressione adottati da quel Governo di briganti internazionali contro i compagni nostri del Partito Comunista Jugoslavo. Il Partito è fuori della legge, non ha più giornali, non ha più sedi, non può tenere riunioni, nemmeno l’attività parlamentare gli è concessa in quanto sono stati annullati i mandati dei compagni del numeroso gruppo parlamentare e molti deputati sono stati perfino arrestati. 

I morti, gli arrestati, i torturati si contano a migliaia e migliaia. Il terrore bianco imperversa senza limiti e senza freni. 

Già le prime notizie recano che questa politica feroce non raggiunge i frutti di demolire l’attività comunista e lo spirito rivoluzionario della massa; cacciato dalla legalità, il Partito trasporta la sua azione sul terreno illegale, dove dopo una momentanea parentesi ricomincerà a farsi sentire; colpito dal terrore il Partito comunista risponderà colla tattica del terrore; e questo sia anche monito per i governi degli altri paesi che s’apprestano a seguire l’esempio del ministero di intriganti e di ricattatori della politica internazionale che siede a Belgrado.

Se una benemerenza grandissima potrà avere il movimento rivoluzionario comunista, sarà quella di rispondere col ferro e col fuoco ai sistemi di un governo che disonora l’Europa, dopo aver grandemente contribuito a scatenare su esso la bufera guerresca con la sua politica avventuriera. La grande Serbia è una vergogna della pur cosiddetta civiltà europea; essa è degna della sua monarchia la cui storia è fatta di episodi che, quando hanno per protagonisti dei delinquenti non coronati, passano dai registri della polizia alla cronaca nera dei giornali, limaccioso e sedimentizio rifiuto della storia. 

Le caste dominanti in quell’infelice paese sono degne solo di essere sterminate dalla rivoluzione, e il sangue dei comunisti sacrificati alle loro oscene brame di dominio dovrà ricadere sulle loro teste quando passeranno sotto la macina della dittatura rossa, che pur guadagnerà un giorno la tormentata e dilaniata regione balcanica, campo delle contese tra i più osceni appetiti dell’imperialismo di tutti i paesi. 

Ai comunisti di Jugoslavia, tra cui sono compagni valorosi e che tengono degnamente un posto di prima linea nelle file dell’esercito rivoluzionario mondiale, vada il commosso e solidale saluto dei comunisti d’Italia in nome della Internazionale Comunista, bersaglio di tutti gli odi e di tutte le persecuzioni, ma garanzia invincibile della suprema riscossa e della irrefrenabile vendetta.

L'assente

I lavoratori d’Italia già sono a conoscenza del testo dell’ac­cordo social-fascista, che giustamente è stato da varie parti de­finito un « documento sto­rico ». Esso ha, infatti, un grande si­gnificato politico ed apre la via ad una chiarificazione netta nella tattica del socialismo e del fascismo italiani.

V’è taluno il quale pargoleggia intorno alla formula della ri­voluzione per « referendum », o attende dalla conquista della metà più uno dei seggi negli istituti rappresentativi, la possibilità del mutamento di regime. Questo pinzochero non s’è fatto vivo a gridare il suo sistema ed erigerne l’applica­zione, nei giorni in cui i « capi » socialisti marcavano la « pacificazione ». E i « capi » si sono dichiarati interpreti della volontà delle masse. I « capi » del so­cialismo e del fascismo hanno preso impegno di imporre il ri­spetto del trat­tato alle masse. Un impegno simile ha preso la Confederazione Generale del Lavoro, organismo che si spiffera stolidamente apolitico. Mussolini – d’altro canto, ha detto che imporrà al fascismo l’osservanza del patto o stroncherà il fasci­smo che è creatura « sua », cosa sua.

Nell’affanno dei « conciliatori » c’è molta presunzione, ma – soprattutto – una infinita ignoranza. Il domani prossimo dirà se la situazione di tormento del proletariato sia stata originata dal pugno di Mussolini; se il « cozzo » fra le classi sia una invenzione artificiosa di Bacci o di Pasella.

Intorno al tavolo di De Nicola, v’erano degli assenti… pre­senti in ispiri­to; ma vi fu un assente lontano. È questo assente che oggi diviene il perno della attività rivoluzionaria del prole­tariato italiano, ed il bersaglio della legge punitiva dello Stato borghese rafforzata dal richiamo solidale di tutti i partiti politi­ci. Noi siamo l’Assente: il Partito Comunista. Siamo stati isolati perché volemmo isolarci. E non siamo in istupore.

Perché il Partito Socialista accedette alle trattative per la pacificazione e concluse il trattato? Le ragioni le abbiamo sen­tite ripetere: bisognava ritor­nare alla normalità, al rispetto della legge.

Lo strazio dei profughi e dei feriti, dei morti e dei perse­gui­tati esulcera­va il cuore femmineo dei direttori del par­tito socialista. L’attacco in forze del fascismo, per di più ap­poggiato dallo Stato, minacciava le organizzazioni proletarie, le conquiste del proletariato. Il partito socialista, non attrezzatoattrez­zabile per la difesa e l’offesa armate, non poteva perdere il suo pa­trimonio per la bella faccia degli assoldati bianchi, e vide con primo piacere l’inizio di trattative che portarono alla stipulazio­ne di una tregua.

In tali somme ragioni noi vedemmo ancora una volta la di­sfatta del massimalismo italiano. I sedicenti massimalisti, rab­biosi nell’impotenza, ur­lino ancora la loro ira contro di noi. I fatti possono non commentarsi: la loro eloquenza è tale che nes­suna critica o polemica può vieppiù chiarirla. Non è sufficiente a smontare la nostra « critica » ripeterci: « cosa avete fatto voi? ».

Tale domanda ha un contenuto sì scarsamente socialista e marxista, per lo meno quanto le ragioni poste a giustificare il trattato di pacificazione.

Dopo Livorno, dopo la sarabanda delle parole grosse e vuote, è spuntata su una teoria che pareva sepolta. Si è detto che il socialismo è contro la vio­lenza; ma poiché tale formula tradiva apertamente i postulati del massimali­smo, la si corresse serratianamente nella formula insulsa ed insignificante: « Il so­cialismo è contro la violenza individuale« .

Questa, peraltro, avrebbe dovuto supporre che il socialismo italiano ac­cettava il concetto di una violenza collettiva, di masse, la quale vuole essere preparata ed educata. Il socialismo nostrano si è ben guardato di militariz­zare il partito e le masse ad esso aderenti, secondo i principii della Interna­zionale Comu­nista che esso dice ogni mattina di accettare.

C’era poi qualcosa… da perdere nella lotta contro i bianchi. C’erano le Cooperative, le mutue e le banche, i Comuni e le Province in pericolo. Il so­cialismo dottrinario italiano, che ci fe­ce tanto ridere a Livorno e dopo allor­ché rilevava la eresia della scissione, ripetendoci le parole di Marx: Prole­tari di tutto il mondo, unitevi!, non ha ricordato che lo stesso Marx ha pure scritto che il proletariato nulla ha da perdere nel cozzo rivolu­zionario con la borghesia, fuorché le sue catene. Ma queste sono fanfaluche del vecchio Marx per le quali Serrati ha sostenuta una lotta ridicola con i comunisti della Internazionale, allorché affermava che d’Aragona (tutto il tesoro delle conquiste sinda­cali e cooperativistiche) era necessario per l’indomani della rivo­luzione e perciò doveva sin da oggi rimanere nelle file del pro­letariato… rivoluzionario.

È tutta una mentalità antirivoluzionaria, coerente alle azioni che pro­voca ed accetta, equivoca per il demagogismo che perse­gue ed adula, quella dei socialisti italiani, che oggi li ha con­dotti dinanzi all’arbitro De Nicola, presidente della Camera dei Deputati. La meraviglia per il fatto che lo Stato appoggiò… il « fascismo », e quindi mise in condizioni di inferiorità il prole­ta­riato, dimostra che i socialisti, i « capi » non hanno preparazione culturale, e pensano che possa concepirsi lo « Stato-arbitro », lo « Stato al di sopra dei partiti », lo « Stato moderatore » ed altre si­mili amenità della filosofia demo­cratica.

Eppure Giovanni Bacci, che tanto si è spaventato del con­nubio fra lo Stato ed il fascismo (i quali non potevano non esse­re una cosa sola) è stato l’editore di quel magnifico libro di Lenin: Stato e rivoluzione, che non ha letto, o non ha capito, o non ne condivide i concetti marxistici contenuti. In ognuno dei tre casi il segretario massimalista del P.S.I., massimalista, è da deplorarsi.

Noi non vogliamo chiosare il testo del trattato. Noi com­mentiamo su­perficialmente il fatto: la stipulazione del trattato. Il quale ha un significato nello spirito ben più profondo di quel che non appaia nella forma. Il docu­mento, come atto politico, è l’esecuzione capitale del rivoluzionarismo paro­laio di Bologna e di Livorno; e noi confidiamo che esso varrà, assai più effi­cace­mente della nostra critica, a squassare il Barnum.

A noi importa fissare chiaramente il contenuto profonda­mente antico­munista del documento, quello che è stato rilevato dal Presidente del Con­siglio, nella nota circolare ai Prefetti. Alla pubblicazione del testo del tratta­to ha fatto seguito la pubblica­zione di tre comunicati ufficiali: uno della Di­rezione del P.S.I., uno della Confederazione Generale del Lavoro, uno del Presi­dente del Consiglio on. Bonomi. Mussolini ha scritto vari arti­coli sull’argomento, chiedendo ai suoi seguaci l’osservanza del patto, ma il C.C. dei Fasci non ha ancora detto la sua parola.

Ad ogni modo gli articoli di Mussolini ed i comunicati di cui sopra si in­tegrano e si completano. Il concetto inspiratore degli appelli alle masse od… alle autorità politiche è in ciò: il patto firmato a Roma impegna i partiti alla pacificazione ed al disarmo. Qui… è l’errore. Ce ne duole per il signor Bonomi e per i suoi prefetti, ma noi abbiamo fatto a meno di recarci a Roma non già per evitare la noia o la spesa di un viaggio, bensì perché sappiamo che le classi né oggi né domani né mai potran­no conciliarsi e pacificarsi,e che l’illusione di una tregua nella guerra di classe toglie al partito politico della classe lavoratrice il diritto di condurre il proletariato alla rivoluzione.

Noi siamo rimasti assenti perché i principii e la tattica dei comunisti non consentono tregue o temperamenti alla lotta delle classi, perché dob­biamo interpretare storicamente, anche a costo di momentanee impopolarità, la somma delle aspirazioni politi­che ed economiche delle classi lavoratrici. È naturale che lo Stato veda con simpatia una campagna quale quella con­dotta dai socialisti per il ripristino della legalità, per il ritorno ed il ri­spetto alla legge. Ma noi che siamo contro la legge e sappiamo che il concetto di normalità in regime borghese equivale al ras­sodarsi dell’autorità della classe dominante a danno delle con­quiste proletarie e della preparazione rivoluzio­naria del proleta­riato, noi dobbiamo essere banditi dalla società borghese, nemici come le siamo, e dei suoi organi e dei suoi complici.

Il patto di pacificazione, impegnandone i partiti e gli orga­ni­smi firma­tari al rispetto, chiaramente indica i responsabili prossimi o lontani della di­fesa proletaria contro le multiformi angherie della classe borghese. Non im­porta se dietro questi « responsabili » andranno ad irreggimentarsi i lavoratori regolar­mente muniti delle tessere della Confederazione Generale del Lavoro o quei proletari che non seppero staccarsi dal Partito fedifrago. I « capi » hanno salvato la loro posizione personale: se domani il proletariato sfuggisse dalle loro mani essi tenterebbero di dimostrare che l’avversario mancò all’os­servazione di uno dei « punti » del concordato, che la tregua fu passeggera, che il nemi­co tradì la firma data, ecc…

Noi abbiamo anche il dovere di evitare questa « mossa » futu­ra. Il Presi­dente del Consiglio dei Ministri, con la sua recente circolare, ci fa un ottimo servizio. Egli indica appunto in qual modo devesi colpire l’Assente, dopo che i « pacificatori » hanno firmato il documento.

Ma l’Assente dice a socialisti ed a fascisti, al Governo e a tutti i partiti della borghesia, quanto segue:

Il programma comunista e la tattica dei comunisti tanto nei confronti della classe borghese quanto verso i socialtraditori, restano immutati.

Il Partito Comunista continua, legalmente ed illegalmente, la sua propa­ganda intesa alla preparazione rivoluzionaria del prole­tariato ed al suo in­quadramento.

L’azione dei partiti comunisti mira al rovesciamento dello Stato borghe­se, per mezzo della insurrezione della classe lavora­trice.

Non è dimostrato che la soppressione dei capi comunisti nuoccia grave­mente all’avvenire della rivoluzione. Socialisti e governo; fascisti e polizia facciano quanto loro più aggrada per toglierci la libertà di propaganda e di azione. Essi ne hanno il diritto, e – dal loro punto di vista – ne hanno il do­vere. Sarebbe strano che lasciasse impunemente ad un partito la libertà di at­tentare alla vita dello Stato borghese. Ma noi chiaramente di­chiariamo ai traditori di ieri e di oggi della classe lavoratrice, a Bonomi, a Mussolini ed a Bacci, che noi ci infischiamo in modo superlativo delle loro imbecillità e delle loro sanzioni punitive. Essi ci conoscono assai bene scambievolmente. Mussolini espulse nel 1912 Bonomi dal P.S.I., Bacci espulse nel 1914 Mus­solini, noi abbiamo cacciato fuori Bacci dall’Internazionale comunista.

Ciò che Mussolini disse a suo tempo di Bonomi, Bacci disse di Musso­lini più tardi. Questi tre traditori di razza hanno oggi il compito di infierire contro il proletariato rivoluzionario d’Italia.

Noi ce ne infischiamo delle leggi che essi valorizzano e di quelle che essi formulano. Noi siamo contro la loro legge. È per questo che siamo stati assenti dal turpe mercato. È per questo che rimaniamo soli, pochi e forti, fortissimi, invincibili.

Perché non vogliamo la tregua dei vinti, perché noi non im­porremmo la tregua ai vili. Così parla l’Assente. Il quale aspetta che le spie di via del Seminario lo additino al mercenario ed al poliziotto.

Signor Baratono, abbiamo letto la mozione da voi stesa in nome dei « massimalisti » unitari al Congresso di Roma! Coraggio! La vostra viltà è senza nome!

Si tratta del « Patto di pacificazione » con i fascisti firmato il 3 agosto 1921 dal PSI e che af­fermava tra l’altro: « Al fine di raggiungere il ritorno alla vita normale in Italia fra partiti politici e organizzazioni economiche, si sono riuniti, sotto la presidenza dell’on. Enrico De Nicola, presidente della Camera, i rappresen­tanti del Consiglio Nazionale dei Fasci di Combattimento, del gruppo parlamentare fascista, della Direzione del Partito Socialista, del gruppo parlamen­tare socialista, della Confederazione del Lavoro. Erano stati anche invitati il diret­torio del gruppo parlamentare comunista, i rappresentanti del gruppo parlamen­tare popolare e i deputati repubblicani. Il direttorio del gruppo parlamentare co­munista dichiarò verbalmente al presidente « che il gruppo parlamentare comuni­sta, in conformità con le dichiarazioni da tempo pubblicate dal Comitato Esecutivo del Par­tito Comunista d’Italia, non partecipa alle trattative ». I rappresentanti del gruppo parlamentare popo­lare on. De Gasperi e Cingolani, risposero ringraziando per l’invito e facendo voti per il buon risul­tato delle trattative miranti alla tanto invocata pacificazione. Per i deputati repubblicani gli on. Chiesa, Marzolani, Conti e Macrelli, risposero egualmente ringraziando e formulando fervidi auguri per la pacificazione necessaria alla salute del Paese ».

Il « Patto » portava le seguenti firme: on. Benito Mussolini, Cesare Maria de Vecchi, Giovanni Giurati, Cesare Rossi, Umberto Pasella, Gaetano Polverelli e Ni­cola Sansanelli per il Consiglio Nazionale dei Fasci di Combattimento e per il gruppo parlamentare fascista; on. Giovanni Bacci ed Emilio Zannerini per la dire­zione del PSI; on. Elia Musatti e Oddino Morgari per il gruppo parla­mentare so­cialista; on. Gino Boldesi, Alessandro Galli ed Ernesto Caporali per la Confedera­zione Generale del Lavoro; on. Enrico De Nicola, presidente della Camera dei de­putati.

La circolare Bonomi - i socialisti sono serviti!

Era appunto questo che i socialisti cercavano (e ieri leggevamo sul «Secolo Nuovo» l’invito ad agire contro i comunisti): volgere la reazione illegale del fascismo nella forma della reazione legale e statale e colpire la violenza « di qualunque partito». 

Il trattato di pace firmato dai fascisti e dai socialisti ha dato all’on. Bonomi buon giuoco per l’invio ai prefetti della circolare riprodotta dalla stampa. 

E «la circolare governativa, sebbene manchi di precisione come tutti i documenti della politica borghese, è però abbastanza chiara perchè gli operai non vi leggano l’ordine alle autorità di colpire senza misericordia il proletariato comunista, e — prima di tutto — il partito comunista. 

«A maggiore chiarimento di questi criteri dice l’on. Bonomi — la S. V. dovrà tener conto che il non aver partecipato al patto o il non aver voluto localmente ottemperarvi non esime, ma anzi obbliga di più, i cittadini ad obbedire alla legge che non può e non deve essere violata». 

Ecco precisamente a che cosa è servito il «passo» socialista: ad isolare i comunisti. In altra parte del giornale diciamo quanto questo splendido isolamento, ci faccia piacere, tantopiù che lo abbiamo voluto, obbedienti ai nostri principi ed alla nostra tattica. 

Ma l’atteggiamento dei socialdemocratici nei nostri confronti l’avevamo preveduto da tempo, ed allora i famigerati socialisti strillavano come oche, tacciandoci di diffamatori e di calunniatori.

Dopo Livorno l’isolamento l’abbiamo cercato con ogni mezzo: l’equivoco socialdemocratico ci rese difficile, spesso, la chiarificazione nonostante che molti fatti della vita politica italiana ci dessero l’occasione di assumere responsabilità ed atteggiamenti ben distinti e precisi. 

Il documento di Roma definitivamente fissa i connotati programmatici e tattici dei partiti socialista e comunista; e l’episodio della stipulazione e della firma del patto è tale da rendere superate le intenzioni della Terza Internazionale Comunista sulla questione italiana. Ma di ciò diciamo altrove. 

Ci troviamo dinanzi ad un provvedimento governativo che tende ad impedire il funzionamento legale del partito. Diciamo al governo, alla stampa sollecita della borghesia, agli stessi socialisti che noi siamo in grado di funzionare egregiamente anche in condizioni di illegalità. Naturalmente questa seconda «condizione» richiedendo nei militi del partito comunista maggiore spirito di sacrificio ed un esercizio intensivo del sistema nervoso non è destinata a recare maggior sollievo alla pacificazione. E superfluo ripetere che queste conclusioni non ci sono discare. Ma cosa dirà il proletariato della condotta dei capi socialisti che ha provocato la reazione di tutti i partiti e dello Stato contro i comunisti? E’ al proletariato che noi ci rivolgiamo. 

Il nostro partito è nato per la continuità logica di un pensiero e di una tattica che vissero tenacemente, se pure stentatamente. in seno al partito socialista. 

Dal gennaio u. s. ad oggi (circa sette mesi di vita!) il nostro partito si è andato affermando notevolmente fra le classi lavoratrici, come il partito che esattamente interpreta le aspirazioni dei lavoratori massime nell’ora storica che attraversiamo.

I socialisti, in armonia con la imbecillită borghese, affermarono che noi ci distaccavamo per «fare la rivoluzione», sapendo che questa espressione è sufficientemente stupida, così gettata a vanvera, scontando sulla ignoranza di grandi strati di masse che la politica «educativa» e riformistica tenne lontana dalla preparazione cosciente della necessità rivoluzionaria. 

Il Partito Comunista, rassodando le sue basi organizzative, politiche, è andato man mano ampliando la sua attività crítica (i comunisti non hanno un programma concretizzatore, ma tendono al fatto rivoluzionario), diffondendo i concetti della propaganda comunista, dando al partito ed alle masse i primi elementi di una disciplina che le masse non hanno mai avuta. 

Le elezioni politiche ci dissero che il nostro partito era un organo solido e forte, disciplinato ad una volontà sola, saldo intorno ai principii sui quali fu costituito; ma ci disse pure che le masse che ci seguono intendono il valore della nostra disciplina: il partito impose alle masse i voti preferenziali sui nomi scelti dal C. E., e le masse obbedirono, e votarono quei nomi, così come il Partito aveva ordinato. Molti episodi hanno dato la sensazione al proletariato che il partito comunista segue una linea diritta e logica, e non tentenna come la nave metaforica del Serrati, ma va ritto allo scopo. 

E’ questa la nostra direttiva; è la nostra serietà e severità; è la nostra disciplina settaria che spaventano i nostri nemici. 

Un partito rivoluzionario che sa cosa vuole, che sa dove è la sua meta, che si appresta a giungere alla meta, che risponde a criteri di accentramento e di disciplina, che non agisce secondo la libertà de’ suoi singoli inscritti ma che assume la responsabilità degli atti che l’organismo centrale compie o fa compiere, è un partito che deve essere temuto, che deve essere abbandonato dai rivoluzionari comiziali, che deve essere odiato dagli avversari, che deve essere messo fuori legge dallo Stato.

Tutto ciò è naturale. Ma allorché il proletariato vede che coloro stessi i quali ieri dissero che la rivoluzione era inevitabile, che il metodo violento per abbattere lo Stato era inevitabile, e che oggi ridono della rivoluzione «sogno di illusi o di folli» ed arzigogolano intorno al tema della violenza per timore che la violenza chiami la violenza avversaria, per timore della propria pelle, allora il proletariato sinceramente rivoluzionario, cosciente e preparato non può [fare] a meno di maledire e di abbandonare i suoi falsi pastori. Questo processo di discernimento è lento nelle masse: non si improvvisa. Ma è pure inevitabile. Questo processo noi dobbiamo favorire ed accelerare, perché da esso sprizza fuori la verità vera che muove la nostra critica alla socialdemocrazia. E su questa lenta differenziazione che noi contiamo, non per una « speculazione » politica, ma per la ambizione di assimilare larghi strati del proletariato, per rifare con maggior profitto la strada percossa dai bagoloni del parolaismo socialista. E tal processo avverrà qualunque sia la ventura che ci serbano l’azione governativa, e la reazione degli organi dello Stato. Anzi il danno personale o dei nostri organismi più sollecitamente e chiaramente sveglierà la trepida mentalità del proletariato angariato dal capitalismo e turlupinato dalla politica scempia dell’ascensione proletaria « per gradi ». 

Se i socialisti volevano giungere a chiave contro di noi l’autorità statale e le guardie regie, essi hanno egregiamente raggiunto lo scopo.

Ma se pensavano o pensano tuttora di schiantarci a colpi di moschetto o facendoci relegare nei cellulari, essi hanno sbagliato grossolanamente. 

Non si schianta il partito comunista. Nella reazione contro il nostro partito, Governo e socialisti vedranno opporsi una resistenza che non ha esempi nella vita politica italiana degli ultimi cinquant’anni!

Debolezze sindacaliste

Nella Guerra di Classe del 4 agosto vi è una replica a quanto abbiamo scritto circa il caso oramai famoso del sindacalista Meledandri, alleato elettorale dei socialriformisti pugliesi, caso che il giornale si compiace battezzare «Meledandri-D’Agostino», pur avendo noi mostrato che D’Agostino non c’entra per nulla. 

Anche questa volta, nessuna smentita alle nostre cinconstaziate affermazioni sulle gesta del Meledandri, e la ammissione, di cui ci rallegriamo, che è in corso un’inchiesta della Unione Sindacale al proposito. Come questa inchiesta si concilii con le dichiarazioni di solidarietà colle quali erano presentate le lettere di Meledandri e C., e se questo si chiami altrimenti che omertà, lo giudichi il lettore. 

Ma, al posto della contestazione dei fatti come da noi incontrovertibilmente vennero narrati, troviamo invece una discreta serie di buaggini di tutti i tipi. Basti il dire che si fa un miscuglio della replica a quelle nostre accuse riguardanti un fatto specifico e concreto, con la discussione, se così può dirsi, della tesi sostenuta negli articoli del sottoscritto sul «Valore dell’isolamento».

L’articolista ci informa, credendo di alludere a qualchecosa di men che limpido nel contegno del sottoscritto, che l’Unione Sindacale «non fa l’astensionista per principio e l’elezionista per disciplina». E’ verissimo. Far quello, come lo fa il sottoscritto, è cosa a cui nessun critico può trovare una grinza. L’Unione sindacale invece fa ben altro: lo astensionismo per principio, e l’elezionismo per… indisciplina, per opportunismo e per arrivismo. Qui la differenza. Lasciando da parte che lo fa nelle liste dei vituperati socialriformisti! 

A quanto dice il giornale circa la posizione internazionale della U.S.I. non dovremmo obiettare nulla di diverso da quanto dicemmo nel numero scorso, tanto più che il Congresso della U.S.I. è già indetto per il 20 del mese, e della cosa ci occuperemo di proposito. Ma dobbiamo rilevare una dichiarazione interessante: «per l’ennesima volta diciamo che la disciplina della Terza Internazionale NON CI RIGUARDA» (il maiuscolo è del testo). Voltate la pagina e leggerete sulla testata del giornale: ORGANO DELLA UNIONE SINDACALE ITALIANA ADERENTE ALLA TERZA INTERNAZIONALE. Dunque l’U. S. I. vuole aderire, non alla sola Internazionale sindacale, ma alla Terza Internazionale, cioè alla Internazionale Comunista, politica, con… una sola condizione: che la disciplina della medesima «non la riguarda!». Roba da chiodi, semplicemente.

Di tutto il resto facciamo grazia al lettore. Sono argomenti, in verità, peregrini. A. B. non conoscerebbe il movimento operaio… Ci hanno mai detto altro tutti i mandarini sindacali messi alle strette dalla dimostrazione del loro opportunismo? 

L’argomento centrale è poi bellissimo. Siccome chi scrive è un antisindacalista, così… non ha il diritto di discutere del sindacalismo! Ecco trovato un bel mezzo per aver sempre ragione quelli che sono d’accordo coi sindacalisti possono discutere il sindacalismo, quelli che non sono sindacalisti non hanno il diritto di parlarne. E tutto ciò, naturalmente, in nome del « libertarismo »… latino; contro il nostro autoritarismo settario.

In conclusione I’U.S.I. appare a chiunque come una organizzazione senza testa, in cima ai cui metodi ce n’è uno, adoperato talvolta a fin di bene, ma che noi non possiamo digerire il bluff. Basti citare quanto il giornale stesso scrive sul processo di Milano, di cui uno spiegabile riserbo ci induce a non occuparci, basti pensare alle altre belle imprese dei Meledandri, Faggi e compagni venute fuori di questi giorni, basti, ad esempio, notare tutte le vanterie contenute in una corrispondenza dei delegati in Russia dell’U.S.I. Vecchi e Mari, sul loro viaggio « illegale ».

Anche su ciò saremmo riservati se, per punto bluffismo, la corrispondenza non rendesse noti itinerari che era meglio tacere, se non vi si insinuasse che solo i rappresentanti della rivoluzionaria U.S.I. hanno avuti negati i passaporti e hanno viaggiato illegalmente, mentre «tale permesso è stato concesso a socialisti e comunisti» — asserzioni false, in quanto su una trentina di delegati nostri non v’erano dieci col passaporto, in quanto i delegati sindacalisti sono stati da noi «spediti» — è la parola — per le vie illegali che si atteggiano ad avere scoperte da sé!! 

No, cugini sindacalisti, l’opera rivoluzionaria non si alimenta di gesti e di pose incomposte e chiassose, ma esige serietà e dirittura. Non è ammissibile che nelle vostre file non ci sia una disciplina. Sanando tutte le deviazioni, o dandovi a difenderle contro le nostre critiche spassionate con asserzioni esagerate e tendenziose, non fate per nulla il bene della vostra organizzazione, travagliata da una crisi i cui sintomi sono evidenti.

Dopo ciò, porremo la massima buona volontà nel sollevare al disopra di piccole cose la valutazione del delicato problema dei rapporti tra il movimento comunista e quello sindacalista rivoluzionario, a cui non neghiamo di costituire tuttora una forza reale nelle file del proletariato italiano, quando non si ostini a farsi raffigurare in certe marachelle elettoralistiche e in certe vanteric esagerate e fuori di posto. 

 A. B.

Il Congresso di Lilla

Nell’ultima settimana del mese scorso ha avuto luogo a Lilla, il Congresso nazionale della Confédération Générale du Travail

Non ne faremo la cronaca, certamente già nota ai nostri lettori: ci limiteremo ad alcune osservazioni che meglio serviranno a chiarire ed a spiegare l’importanza ed il significato nazionale ed internazionale che detto Congresso ha avuto per il movimento proletario e rivoluzionario.

Innanzi tutto un fatto s’impone all’attenzione generale: il forte e rapido sviluppo dello spirito rivoluzionario fra i lavoratori francesi. Chi non ricorda le condizioni del movimento francese durante e dopo la guerra? Le masse ubriacate di spirito sciovinista e nazionalista, immerse nell’orgia patriottarda, apparivano lontane da ogni più elementare coscienza di classe. La loro incoscienza ed impotenza di fronte ad una borghesia ferocemente reazionaria, aveva fatto della Francia la cittadella della reazione mondiale. Ed i riformisti, i centristi, in genere tutti i controrivoluzionari, ci additavano le condizioni delle masse francesi come argomento definitivo per dimostrare l’impossibilità della rivoluzione. La nostra fede però non vacillò per questo. Lo spirito marxista di cui è animata ogni nostra concezione politica ci diceva che date le condizioni economiche e finanziarie, ben presto si sarebbero risvegliati ed acuiti gli antagonismi economici e quindi gli antagonismi sociali. E la nostra previsione si è avverata fra l’esultanza di tutti i rivoluzionari ed il dispetto e terrore della borghesia e dei suoi valletti. Fra le masse francesi si sta sviluppando un processo di radicale spostamento a sinistra. Non per niente i riformisti dirigenti della Confédération hanno con tutti i mezzi anticipato di parecchi mesi il Congresso; e ciò nonostante non hanno avuto che la debole maggioranza di 200 voti su 3250 votanti. Tre o quattro mesi più tardi si sarebbero trovati in minoranza.

* * *

E prima di venire a dire qualche cosa del Congresso è necessario accennare brevemente alle correnti politiche e sindacali esistenti nel movimento francese. 

Alla destra noi troviamo gli attuali dirigenti, Jouhaux, Metrheim, Bidegarray, ecc., i più tipici rapresentanti del tradimento riformista. L’opera di adulterazione della coscienza di classe dei lavoratori da essi compiuta è stata enorme. E’ superfluo ricordare minutamente i fasti e nefasti di cotesti signori durante e dopo la guerra. Essi, come i loro compagni di tutto il mondo, appartengono a quella schiera che nelle sue diverse sfumature è diversamente definita come socialnazionalista, socialtraditrice, ecc., ed oggi costituisce il più valido sostegno della borghesia. 

All’opposizione invece troviamo una corrente rivoluzionaria che nella sua maggioranza si differenzia in qualche punto dai comunisti. Essi sono i seguaci di quel sindacalismo rivoluzionario che proprio in Francia ebbe la sua origine, oltre che per una differenziazione teorica e di principio della concezione di-rivoluzionaria marxista, che non è qui il caso di analizzare, anche per reazione e protesta contro il politicantismo e l’arrivismo, di cui è in special modo intesuta la storia del movimento proletario francese.

Nelle file dell’opposizione non mancano naturalmente i comunisti i quali sostengono la adesione incondizionata a Mosca, il riconoscimento del partito politico e la subordinazione ad esso, la centralizzazione, ecc.: ma si trova in prevalenza l’altra corrente, quella dei sindacalisti rivoluzionari, che accettano di entrare nell’Internazionale rossa, ma con la pregiudiziale dell’autonomia sindacale sia nel campo nazionale che internazionale. 

Nonostante queste divergenze, il fronte d’opposizione è unito e compatto contro i riformisti della CGT. Contro di essi si conduce una lotta energica ed accanita, che aumenta sempre più l’influenza del «Conseil Sindycaliste révolutionnaire» fra le organizzazioni proletarie e diffonde lo spirito rivoluzionario fra le masse lavoratrici. 

I primi effetti si sono già visti nei brillanti risultati ottenuti al Congresso, per i quali uno dei leader dell’opposizione poteva affermare d’aver conseguito una grande vittoria.

* * *

Come abbiamo in precedenza accennato il Congresso doveva tenersi in settembre. Ma il risvegliarsi dello spirito rivoluzionario fra le masse chiaramente manifestatosi con il rivoluzionamento avvenuto nei più importanti sindacati, turbò i sonni tranquilli dei mandarini sindacali, i quali si affrettarono a convocarło in anticipo nella speranza di porre un argine alla crescente influenza dell’opposizione rivoluzionaria ed arrestare lo spostamento verso sinistra della massa operaia.

E per raggiungere tale scopo non si peritano di provocare anche la scissione nei sindacati. Allontanando gli avversari dalle file dell’organizzazione, essi si ripromettevano di preservare dalla propaganda rivoluzionaria quella parte della massa ancora ad essi devota e mantenere quindi su di essa la propria influenza. Ma se a tanto giunsero in qualche organizzazione ed al sentimento unitario degli stessi organizzati che in massima seguono ancora le loro direttive. 

Con questi precedenti si è adunato il Congresso, il cui burrascoso e violento inizio è a tutti noto. 

L’urto fra le due correnti si è iniziato nella discussione sulla relazione morale, e si è poi allargato e sviluppato nel dibattito sull’indirizzo sindacale e internazionale.

Tutta l’azione della Confederazione venne sottoposta ad un’aspra critica da parte dei minoritari. Indubbiamente essi non hanno dovuto faticar molto per dimostrare il tradimento dei riformisti e la loro azione nettamente collaborazionista e controrivoluzionaria. La disfatta subita nelle più grandi battaglie del lavoro è la documentazione più evidente dell’inefficacia dei metodi di lotta da essi adottati Il voler persistere nella stessa via nonostante le disastrose conseguenze da essa derivate, è la aperta manifestazione di una cosciente volontà di voler legare il proletariato agli interessi della borghesia e mantenerlo sotto il giogo dello sfruttamento capitalistico. Nel campo internazionale poi, l’adesione incondizionata all’opera collaborazionista di Amsterdam esplicata nella Conferenza di Washington, nei nei rapporti col «Bureau Internazionale» di Ginevra, nei legami con la Società delle Nazioni, ecc., ecc., costituisce una riprova lampante di quale spirito sia animata la Confederazione, ormai passata dalla lotta di classe alla più aperta e sfacciata collaborazione di classe. 

Questa la sostanza intorno alla quale si sono accesi i più vivaci ed appassionati dibattiti fra le due frazioni gli uni riaffermando la loro passata attività e propugnando l’adesione ad Amsterdam, gli altri chiedendo un cambiamento nell’indirizzo sindacale e nei suoi metodi di lotta e proponendo l’adesione a Mosca previo rispetto dell’autonomia sindacale. 

* * *

Nelle due votazioni avvenute, il rapporto delle forze opposte si mantiene quasi identico. 

Sulla relazione morale i maggioritari hanno avuto 1556 voti, i minoritari 1348, astenuti 46. 

Sull’indirizzo sindacale ed internazionale i maggioritari 1572 voti, i minoritari 1325. astenuti 66.

L’esigua maggioranza ottenuta dai riformisti è resa ancor più precaria dal fatto che gli astenuti pur avendo qualche indecisione per quanto si riferisce alla dichiarazione di solidarietà con Mosca, sono però apertamente contrari al Bureau confederale.

E degno di nota poi lo spostamento nel rapporto delle forze delle singole frazioni verificatosi dall’ultimo Congresso (settembre 1920) ad oggi. Mentre i maggioritari aumentano di soli 72 voti, i minoritari invece si accrescono di ben 700 voti. 

Dei 600 voti di maggioranza ottenuti ad Orléans, oggi i maggioritari non ne contano che 200, nonostante l’aumento degli effettivi della Confederazione. Abbiamo detto più sopra quale sia in ultima analisi il reale valore di questa maggioranza, tanto più quando si pensi ai vantaggi derivati ai maggioritari dal fatto di essere al potere e di poter quindi disporre di mezzi ben superiori a quelli dei minoritari per influire sulla volontà degli organizzati.

Le cifre riportate sono l’indice migliore dello sviluppo del movimento rivoluzionario in Francia. Man mano che la propaganda rivoluzionaria, strappando gli ultimi veli dietro cui si nasconde il tradimento del riformismo ed il danno da esso recato al proletariato, renderà sempre più evidente agli occhi dei lavoratori gli effetti disastrosi della politica nefasta di Jouhaux e C., la loro vera natura e fisionomia di servi della borghesia; man mano che l’acuirsi della crisi economica e finanziaria, accelerata dalla folle politica imperialista della borghesia francese, renderà sempre più aspri i conflitti di classe; le masse si libereranno completamente d’ogni illusione sulla possibilità di migliorare le proprie condizioni di esistenza sotto il dominio della borghesia e comprenderanno quale sia la via da seguire, per difendere realmente i propri interessi di classe. Ed allora si accentuerà lo spostamento verso sinistra dei lavoratori francesi, e non è difficile prevedere come al prossimo Congresso i minoritari conquisteranno con una schiacciante maggioranza la Confédération Général du Travail. 

In tale opera essi sono poi aiutati dagli stessi dirigenti confederali, che a differenza di quanto avviene tra noi, difendono apertamente e senza sottintesi le forme più sfacciate di collaborazione di classe e di tradimento della rivoluzione proletaria.

* * *

Alcune osservazioni saranno necessarie sui risultati del Congresso e sulle mozioni votate. 

Per quanto riguarda la possibilità di una scissione è degno di nota quest’affermazione contenuta nella mozione maggioritaria in merito ai diritti della minoranza: 

«L’azione della minoranza può esercitarsi nel seno delle organizzazioni e nelle assemblee regolari dei Congressi. Essa non può essere tollerata quando prende un carattere di opposizione alle decisioni prese regolarmente dalla maggioranza. Come un organizzało non può aderire a due Sindacati, un Sindacato a due Federazioni, i raggruppamenti confederali si interdicono di appartenere a due Internazionali sindacali ».

E’ evidente che i maggioritari tendono a scindere l’organizzazione economica del proletariato, pur non manifestandolo apertamente, ben sapendo di incontrare in tal caso la ostilità della gran massa degli organizzati. 

In ogni caso essi dovranno lottare contro la risoluta volontà dei minoritari che si opporranno a qualunque tentativo di scissione. E tal fatto ha oggi una importanza ben maggiore che non per il passato, data la grande influenza che questi esercitano in seno alla Confederazione. Non per niente i riformisti si sono apertamente e pubblicamente pentiti di non aver escluso i comunisti al Congresso di Orléans, quando non contavano che un numero limitato di seguaci.

Ciò richiama alla nostra mente l’opera dei socialdemocratici in Germania, il deliberato ultimo della nostra Confederazione in merito alla disciplina delle minoranze, e ci fa comprendere come la tattica seguita dai controrivoluzionari sia ovunque la stessa, come gli stessi sono gli scopi: lotta contro i rivoluzionari e difesa della borghesia. Ovunque essi sentono vacillare sotto di sè il terreno, e per non cadere dal posto di comando non si peritano di calpestare gli interessi del proletariato a spezzare proprio quegli organismi della lotta proletaria, che a differenza dei partiti politici, devono rimanere uniti. Essi furono unitari là dove era necessaria la scissione, sono secessionisti qua dove è necessario l’unità. 

Un’ultima osservazione dobbiamo fare sulla valutazione dei suffragi raccolti dall’opposizione rivoluzionaria dal punto di vista comunista. Come abbiamo già accennato, nell’opposizione vi sono due correnti, di cui la più numerosa è costituita dai «sindacalisti rivoluzionari», sulla cui differenziazione dalla nostra tattica abbiamo già fatto menzione. Ora noi non possiamo certo valutare, l’insieme delle forze di opposizione come forze comuniste. Non che queste forze manchino, ma fra i rivoluzionari esse costituiscano ancora una minoranza. Infatti nella mozione estremista presentata al Congresso, là dove si parla dell’adesione a Mosca, è detto chiaramente che ciò deve avvenire a condizione che «i suoi statuti rispettino l’autonomia sindacale». Perciò una vittoria degli estremisti in seno alla Confederazione, noi non possiamo considerarla come una vittoria nettamente comunista pur riconoscendo in essa un gran passo in avanti della rivoluzione. 

Pertanto noi auguriamo ai sindacalisti rivoluzionari che essi possano al più presto sbalzare dalla posizione di comando la camarilla riformista attualmente dominante, ma ci auguriamo altresì che fra di essi si affermino i principii comunisti col riconoscere la gravità dei pericoli che presenta l’autonomia e l’indipendenza sindacale, da essi reclamata, di fronte ai ritorni offensivi della controrivoluzione, che solo un forte partito politico, centralizzato e disciplinato, può inesorabilmente spezzare per il trionfo della rivoluzione sociale.

L'Ufficio Confed. per la legislazione sociale e i Comunisti

Poiché l’ufficio, che la Confederazione Generale del Lavoro ha istituito per lo studio e la discussione dei problemi inerenti alla legislazione sociale, ha carattere di organo sindacale consultivo interno, le Federazioni e le Camere del Lavoro dirette da comunisti possono e devono parteciparvi, designando il loro rappresentante.

I compagni comunisti componenti del detto organismo regoleranno collettivamente la loro linea di condotta secondo le direttive del Partito in materia, quali esse furono anche portate alla discussione del Congresso confederale di Livorno.

Essenzialmente i comunisti sosterranno che i Sindacati non devono addivenire a compromessi di collaborazione con gli organi dello Stato con l’obbiettivo dì ottenere provvedimenti protettivi della classe operaia, la quale non può conseguire i suoi postulati che attraverso una lotta fuori e contro l’apparecchio statale borghese, per giungere all’abbattimento di questo.

Il Comitato Sindacale

Il Comitato Esecutivo