Il P.C.I. teme la vittoria del P.C.I.
Il capitalismo italiano – non secondo a nessuno nell’arte politica, ma strutturalmente debole per l’ambiente fisico e le particolarità storiche in cui è sorto – ha lavorato in ogni tempo a spostare i propri acuti contrasti sociali sul piano della politica internazionale, cercando appoggio da più robusti apparati politici e produttivi d’oltre frontiera. Diventando partito di governo o – il che è lo stesso – partito di opposizione costituzionale, l’opportunismo operaio ha dovuto seguire necessariamente le orme della borghesia dominante. Il fenomeno ancora inespresso all’epoca del riformismo vecchio stile, si è pienamente appalesato nel secondo dopoguerra. Oggi, apertamente, le due fondamentali partizioni dell’opportunismo – la socialdemocrazia e lo stalinismo – si muovono sotto la diretta protezione di Stati capitalisti da cui ricevono appoggio politico e materiale.
Il servilismo del P.C.I. verso il Governo imperialista di Mosca è talmente evidente che mettersi a provarlo sarebbe per lo meno ozioso. Ma quel che conta è l’individuare i riflessi politici che sulla Direzione del P.C.I. esercitano le alterne vicende della politica internazionale del Governo russo. Ecco, ad esempio, un quesito: Quali direttive Mosca ha impartito alla Direzione del P.C.I. per adeguare l’azione alla odierna campagna per la distensione e l’accordo internazionale bandita dal Governo Malenkov? Vano sarebbe, ovviamente, ricercarle in un testo pubblico. Ma, esse emergono chiaramente dal comportamento politico del P.C.I.
Per la sua intima natura borghese, il P.C.I. si sottrae alla legge storica, abbondantemente provata in sede teorica e politica, che la classe operaia non può conquistare il potere attraverso le vie legali. Nessun dubbio su questo: il P.C.I. in linea di principio può vincere le elezioni, conseguire cioè la maggioranza dei seggi nel parlamento borghese e costituire il governo. Lo può, perché è un partito borghese, un partito che propone un programma di riforme, quando lo fa, perfettamente conciliabili col regime capitalista. Non a caso, i candidati del P.C.I. e del P.S.I. mietono larghe messi di voti nei ceti borghesi. Di conseguenza, una eventuale vittoria elettorale del P.C.I. non annullerebbe ma confermerebbe la tesi rivoluzionaria della conquista del potere.
Ciò premesso, avendo cioè ribadito la natura e l’attività antiproletaria e controrivoluzionaria del P.C.I., si può comprendere come mai il P.C.I., pur operando nel campo della politica borghese e dell’imperialismo, sia escluso dal normale gioco di avvicendamento al potere cui sono ammessi gli altri partiti di centro e di destra. Non basta rifarsi genericamente alla soggezione del Governo di Roma al centro imperialista americano e alla obbedienza del P.C.I. verso il rivale governo moscovita per capire la natura degli ostacoli che sbarrano al P.C.I. la via verso il potere. La subordinazione del P.C.I. a Mosca non è argomento sufficiente per squalificarlo agli occhi della borghesia italiana. Anzi, è vero proprio il contrario. La classe dominante si serve, in generale, della minaccia all’influenza americana rappresentata dal P.C.I., per costringere gli Stati Uniti a sborsare dollari. Certi settori produttivi, poi, che funzionano in senso contrario alle direttrici dell’espansionismo americano – gli industriali che esportano nell’area del rublo, la plutocrazia del cinema, certe categorie dell’agricoltura danneggiata dalla concorrenza americana – sono i sostenitori e i finanziatori, occulti o palesi, del P.C.I. e dei parlamentari del P.C.I. I capitalisti italiani nulla hanno da rimproverare al capitalismo russo e ai suoi esponenti politici.
Il P.C.I. non può conquistare legalmente il potere, o, il che è lo stesso, non può sperare di detenere il potere conquistato attraverso una vittoria elettorale, o un intrigo parlamentare, per la semplice ragione che in tale eventualità gli Stati Uniti interverrebbero militarmente nella politica italiana. Né occorrerebbe che ve li chiamassero i partiti spodestati. Gli Stati Uniti invaderebbero la penisola italiana, checché ne pensassero tutti i borghesi indigeni presi nel complesso o singolarmente. Mica immaginiamo, mica facciamo congetture. L’ha detto apertamente, senza ombra di ipocrisia, Eisenhower in persona nel suo recente messaggio ai paesi della C.E.D. Se la Direzione del P.C.I. aveva ancora qualche speranza di fare il colpo elettorale in Italia, le dichiarazioni del presidente degli Stati Uniti ne hanno fatto piazza pulita. Se certa borghesia italiana ancora si illudeva di capovolgere il fronte delle alleanze – come avvenne ai danni del Kaiser nel 1915 e di Hitler nel 1943 – le chiare minacce degli imperialisti americani hanno spazzato via ogni illusione.
Il governo americano, mentre il neutralismo e il filorussismo borghese in Italia e in Francia combattono l’ultima battaglia contro la C.E.D., ha ribadito brutalmente, per bocca di Eisenhower, l’irrevocabile decisione di conservare a tutti i costi il predominio sull’Europa Occidentale. Di conservarlo, si badi bene, anche contro la volontà di un eventuale governo (leggi: un governo filorusso, e quindi nemico del Patto Atlantico) che riuscisse a conquistare la maggioranza parlamentare.
Ovviamente, nel messaggio di Eisenhower questo concetto era espresso nelle solite formule diplomatiche. Riferendosi alla C.E.D., il messaggio presidenziale diceva: «Quando questo trattato entrerà in vigore, gli Stati Uniti, agendo in conformità dei diritti e degli obblighi loro derivanti dal trattato nord-atlantico, uniformeranno i loro atti ai principi e agli impegni seguenti». Dei paragrafi che seguivano, il quarto è quello che interessa al nostro argomento. Dopo aver ripetuto il noto principio che «gli Stati Uniti continueranno… a cercare i mezzi per dare alla Comunità Atlantica una maggiore sicurezza» il punto 4 continuava: «Seguendo la loro linea politica di pieno e costante appoggio al mantenimento dell’unità e dell’integrità della C.E.D., gli Stati Uniti considereranno come una minaccia alla sicurezza degli Stati Uniti qualsiasi azione, da qualsiasi parte essa provenga, che minacci tale integrità e tale unità. In una simile eventualità, gli Stati Uniti terranno le consultazioni previste dall’art. 4 del Trattato Nord Atlantico».
Tale articolo, come è noto, contempla l’intervento armato della coalizione in appoggio di uno Stato membro minacciato o soggiaciuto ad «aggressione dall’estero o dall’interno». Il punto 6 del messaggio di Eisenhower chiariva maggiormente la sostanza del punto 4. Esso diceva: «Gli Stati Uniti attirano l’attenzione sul fatto che, ai loro occhi, cessare di far parte del trattato del nord atlantico apparirebbe assolutamente contrario alla loro stessa sicurezza nel momento in cui si istituisce sul continente europeo questo solido nucleo di unità che sarà rappresentato dalla C.E.D.».
In altre parole, il Governo degli U.S.A. non dice: «Il patto atlantico vigerà finché gli Stati che ne fanno parte lo vorranno accettare». Mostrando in che conto tiene la messinscena democratica, il governo degli Stati Uniti dice con la brutale franchezza del padrone: «Il patto atlantico garantisce la sicurezza militare degli Stati Uniti. Qualsiasi azione contraria al patto atlantico, da qualsiasi parte venga (leggi: dal nazionalismo neutralista come dall’espansionismo russo) sarà considerata un attentato alla sicurezza degli Stati Uniti». Insomma, l’imperialismo del dollaro lancia apertamente la sfida: «Mi considererò in guerra con qualsiasi governo che osi ritirare la sua adesione al patto atlantico».
Rileggete attentamente il messaggio di Eisenhower e provate a dargli un’interpretazione diversa. Persino quelli de l’Unità e dell’Avanti! l’hanno capito. L’Unità faceva sovrastare al commento della dichiarazione di Eisenhower un sottotitolo che diceva testualmente: «Il Presidente degli S. U. afferma in un messaggio ai capi dei sei governi firmatari della C.E.D. che ogni tentativo di svincolarsi dall’esercito europeo verrebbe considerato una minaccia agli Stati Uniti». Mai i redattori de l’Unità avrebbero voluto fare una simile esegesi di un testo diplomatico americano. Quante mani di borghesi rifiuteranno di votare «comunista», se la propaganda governativa e l’Ambasciata americana renderanno edotti l’elettorato che un eventuale governo Togliatti significherebbe la guerra con gli Stati Uniti?
Ecco spiegato a sufficienza perché il P.C.I., partito ultra-borghese, partito ultra-reazionario, non possa sperare di assurgere al potere. La conquista del potere da parte del P.C.I. da solo, o insieme col P.S.I., dovrebbe comportare, ammesso che i capi di Via Botteghe Oscure non decidessero di operare il non impossibile autoaffidamento al padrone americano, l’abrogazione dell’adesione dell’Italia alla C.E.D. e al Patto Atlantico. In tale caso, gli Stati Uniti considererebbero ipso facto l’Italia uno Stato nemico, come ai tempi di Benito. Non a caso l’ambasciatrice Luce nel suo discorso al «Mayflower» dello scorso gennaio, insistette soverchiamente sulla questione delle 1.300.000 schede che i comunisti riuscirono a porre in contestazione nello spoglio delle schede del 7 giugno. Secondo la signora Luce, la Democrazia Cristiana risultò privata in tal modo di ben 700.000 voti. Non occorre dire che lasciamo alla signora Luce la responsabilità dei suoi calcoli. Abbiamo voluto parlarne solo per dare un’idea dei pretesti che il Governo degli Stati Uniti potrebbe usare per dichiarare irregolari le elezioni che eventualmente dessero la vittoria alle liste di Togliatti e santificare in tal modo le divisioni di marines lanciate sulla penisola a ristabilire lo status quo atlantico.
Il Cremlino è disposto ad autorizzare Togliatti a recitare la parte toccata nella prima guerra mondiale agli assassini di Sarajevo? È disposto a provocare una guerra con gli Stati Uniti, e quindi la terza guerra mondiale, come prezzo dell’inclusione della penisola italiana nella zona d’influenza russa? Oggi come oggi la risposta è: no. Si comprende allora il tremendo dilemma in cui si dibatte lo stalinismo nostrano. Esso non può più uscire dalla morsa delle contraddizioni in cui lo pone l’asservimento all’imperialismo russo. Il P.C.I. non può, per quanti divincolamenti faccia, sfuggire alla condanna di partito che funziona da valvola di sfogo del secolare malcontento italiano: i suoi voti non accennano a diminuire, anzi segnano una tendenza all’aumento. Ma ogni passo verso il potere, accresce il formidabile pericolo di riuscire a conquistarlo. Sembra un paradosso, ma non lo è affatto. Nessuno più dello stesso P.C.I. teme di prendere il potere contro la volontà degli Stati Uniti. Forse c’è qualcuno che lo teme ancora di più: il Cremlino. Nenni, lo sa e attende la sua ora…
Ciò spiega l’apparente contraddizione di un P.C.I. che si fa più mansueto e conciliante, mentre la pioggia di voti dovrebbe renderlo baldanzoso e prepotente. Come spiegare diversamente il fatto che all’indomani del successo del 7 giugno il P.C.I. ha reagito contro gli avversari con minor energia che all’indomani della netta sconfitta del 18 aprile? Nella recente seduta del C.C. Togliatti ha avuto parole di lode per il governo Pella. Ricordate che allorché Pella fu al potere il socialcomunismo trasse fuori la politica della «benevola attesa». Non mancano altre prove che il P.C.I. aborre dal governo stalinista monocolore, del tipo di quelli vigenti in Cecoslovacchia o Polonia, e aspira a ripetere le esperienze del Tripartito proprio per non essere costretto ad assumersi la tremenda iniziativa di intaccare il Patto Atlantico. Che questo non sia ritenuto vulnerabile dallo stalinismo internazionale, è provato dalla recente richiesta del governo di Mosca di essere ammesso nel Patto Atlantico stesso.
L’ideale dei dirigenti del P.C.I., obbedienti agli ordini di Mosca, è un governo di «unità nazionale», in cui i social-comunisti non abbiano tale preponderanza da condurre la lotta contro l’atlantismo altrimenti che sul piano della propaganda. Nella impossibilità di deporre opposizione all’atlantismo entrando nel Patto atlantico stesso, il P.C.I. amerebbe poter stare al governo di Roma, senza dover procedere ad atti di governo che provocherebbero l’immediata reazione militare degli Stati Uniti. E come riuscirci, se non spartendo il potere con partiti atlantici? Perciò, nello stesso tempo che azzanna la Democrazia Cristiana, ambisce a diventare un socio al governo. Il non riuscirci provoca violenti scoppi di collera sfogantisi nelle campagne scandalistiche, come quella montata sull’affare Montesi.
Diversa politica il P.C.I. non può sperimentare, pena la sconfessione spietata di Mosca che disperatamente cerca di ottenere dagli Stati Uniti tregua e accordo. Come dicevamo in principio, le contraddizioni dell’opportunismo, diventato partito di governo anche se in forma di opposizione parlamentare, sono risolvibili solo sul piano internazionale. Nell’ambito nazionale la situazione del social-stalinismo è senza via di uscita: deve reagire alla politica del governo Scelba che Togliatti nel suo discorso al C.C. ha definito «maccartista», ma le precise, sebbene non pubbliche, direttive di Mosca, gli vietano una risoluta lotta a fondo, lasciandolo disarmato di fronte all’offensiva del governo. Assistiamo così all’edificante spettacolo di un partito che si autodefinisce comunista ma risponde alle prime avvisaglie «maccartiste» del governo con proposte di accordo tra il mondo cattolico ed il mondo comunista. Evidentemente, la proposta fatta ai cattolici italiani dal C.C. del P.C.I. collima perfettamente con la proposta del Cremlino di estendere il Patto Atlantico a Russia e satelliti. D’altra parte, il P.C.I. deve temere una vittoria alle elezioni, almeno fino a quando non si presenterà la necessità della guerra tra Stati Uniti e Russia.
Prodotto non della lotta di classe, ma della guerra imperialista, il P.C.I. attende la risoluzione dei suoi problemi non dalle lotte sorgenti sul terreno del movimento operaio, ma bensì dall’evolversi della politica internazionale. Cioè, dalla politica dell’imperialismo. Non esistendo le premesse di una guerra imminente tra Russia e America, il P.C.I. fonda le sue speranze di conservazione sul rinnovato accordo internazionale, su una riedizione della collusione oriente-occidente della seconda guerra mondiale. Per le stesse ragioni, all’addensarsi del cataclisma della guerra, svolgerà attivo lavoro di preparazione e provocazione del conflitto e del macello.
Oggi come oggi, il P.C.I. perderebbe vincendo.
A Cinecittà la terra trema Pt.1
In questi giorni la polemica politica si è impadronita del cinema. Già è accaduto perché non da oggi l’industria del cinema ha proceduto saviamente ad affittarsi l’intero parlamento della repubblica.
A Cinecittà regna lo stato di emergenza: i preziosi seni delle dive hanno da palpitare non propriamente per le esigenze del copione; al contrario, i grossi commendatori che in Italia ripetono le gesta e le fortune degli hollywoodiani magnati della celluloide, si riducono a rubare il mestiere ai loro attori recitando mirabili commedie. Accade, nientemeno, che lo Stato, questo munificentissimo mecenate che dispensa fior di miliardi ai fabbricanti di films, dia inequivocabili segni di voler rivedere i conti, di instaurare una «nuova politica cinematografica». Saranno milioni in meno? Il tarlo del dubbio rode i cervelli di produttori, registi, soggettisti, sceneggiatori, attori, tecnici. Sarebbe bastato anche meno di quanto ha dichiarato genericamente il sottosegretario allo Spettacolo Ermini per gettare il panico tra la ben pasciuta borghesia del cinema! Immediatamente produttori e registi hanno marcato visita, denunziando, ahi loro!, gravi disfunzioni finanziarie.
Le sovvenzioni al cinema in pericolo! Mai catastrofe nazionale ha commosso di più i nobili petti dei rappresentanti del popolo in parlamento. Deputati e senatori, di tutti i partiti, hanno formato il quadrato, decisi a combattere da spartani a difesa della cinematografia nazionale. Non certamente per la triviale questione dello sporco denaro, ohibò! Forse che quando Silvana Mangano scopre le cosce sullo schermo lo spettacolo è fatto per il godimento (estetico) dei ricchi soltanto? Non fosse altro che per il considerevole contributo arrecato all’incremento demografico della nazione – si son detti i parlamentari di tutti i settori – il cinema italiano va difeso e salvato.
Vogliamo provarci a srotolare il film della recente crisi imperversata nel cinema? Avvertiamo subito che in esso non c’è proprio nulla di piccante, o, meno che mai, di inedito. In un paese, come l’Italia, ove lo Stato è una sorta di mammellone da cui le industrie succhiano la linfa vitale delle sovvenzioni protezionate, anche la storia della crisi del cinema comincia con una legge speciale congegnata in maniera da far defluire nelle tasche degli industriali del cinema il fiume di denaro estorto a Pantalone. Quella che governa il cinema fu varata il 29 dicembre 1949 e prese il nome dall’allora sottosegretario Andreotti.
La legge Andreotti, che in questi cinque anni ha costituito il «paradiso artificiale» della cinematografia nazionale, si fonda su un chiaro indirizzo protezionista, tendendo a rendere difficile il mercato italiano per le case straniere. Tale obiettivo viene raggiunto con un duplice sistema, e precisamente: 1) artificiale riduzione dei costi di produzione dei films nazionali; 2) materiale impedimento alla libera circolazione dei films stranieri.
Il primo punto si riferisce a tutta la legislazione relativa alla corresponsione di sovvenzioni e premi finanziari ai films e ai documentari di fabbricazione nazionale. In pratica, i contributi versati dallo Stato alle case cinematografiche sono prelevati da fondi costituiti con detrazioni dagli incassi pari al 10 e al 18 per cento. Significa ciò che una aliquota delle tasse erariali che lo Stato impone sui biglietti di ingresso ai cinematografi ritorna nelle casse delle imprese di Cinecittà. Riferisce la stampa che nell’esercizio finanziario passato, lo Stato ha erogato, seguendo tale sistema, ben 10 miliardi di lire alla sacra industria cinematografica italiana. Voi, liberi cittadini, vedete Totò spasimare per la conturbante Sophia Loren, e l’Erario lavora.
Il secondo obiettivo perseguito dalla legge Andreotti viene centrato con mezzi sbrigativi, e cioè: 1) si assoggetta a forti oneri l’importazione di films dall’estero, applicando a carico delle case produttrici una tassa sul doppiaggio di due milioni e mezzo; 2) si prescrivono limitazioni alla programmazione dei films stranieri nelle sale di proiezione, rendendo obbligatoria la programmazione di films italiani. Quando vi capita di osservare che un esercente di cinematografo continua a proiettare un film pestifero per sere e sere di seguito, nonostante che in sala ci sia soltanto uno sparuto gruppetto di alcolizzati del cinema o di coppie mancanti di camere, non vi affrettate a prendervi beffe dell’ostinazione dell’esercente. Lui non c’entra. Tanto è vero che la categoria degli esercenti cinematografici chiede a gran voce l’abolizione della programmazione obbligatoria, attirandosi i fulmini della stampa di sinistra, che vede in essi i «servi dell’imperialismo americano», i campioni del «cosmopolitismo antinazionale». Quel povero cristo di esercente non può rifiutare i films che non gli garbano. La legge Andreotti glielo vieta facendogli obbligo di proiettare per un determinato numero di giorni all’anno films fabbricati in Italia, piacciano o non piacciano al pubblico. Una rivista milanese, Epoca, i cui redattori odiano l’alto capitalismo come noi amiamo i films patriottici su Trieste, si dichiara tutt’altro che insoddisfatta della legge Andreotti, o almeno dei suoi criteri informatori.
«La legge 29 dicembre 1949, la cosiddetta « Legge Andreotti » – scrive Epoca – dette alla nostra industria cinematografica la convenienza a produrre». Avemmo 76 film nel 1949, 104 nel 1950, 107 nel 1951, 132 nel 1952, 145 nel 1953. Di che cosa si lamenta dunque il cinema italiano? Perché lancia di nuovo un grido d’aiuto? Perché tante accese polemiche?
Senza avvedercene, proprio come succede nei films, siamo passati dall’antefatto nel bel mezzo della crisi. Uno sguardo alle cifre ci avverte come la «convenienza a produrre» offerta dalla legge Andreotti abbia dato, in questi cinque anni, i suoi frutti. La produzione nazionale è aumentata di oltre il 100 per cento di fronte al 1949. Ma, ahimè, le leggi della produzione capitalista non hanno rispetto per nessuno, non si lasciano intenerire neppure dalle delizie di Gina Lollobrigida o intimidire dalle pose socialiste di Raf Vallone. La «convenienza a produrre» sotto l’ombrello protettore dello Stato e col denaro dell’Erario, si è trasformata in fomite di sovraproduzione. La «sovvenzione per la produzione» ha spinto case e affaristi di tutte le tinte ad impiantare il proficuo gioco della «produzione per la sovvenzione». Cioè, gli industriali del cinema si sono gettati a corpo morto a sfornare film, sicuri di piazzare la merce ed intascare i contributi dello Stato. Caso eccezionale? Non sia mai detto! Forse che non avviene lo stesso nell’edilizia e in cento altri rami dell’industria protetta? State sicuri: nonostante tutte le puzzonate che la legge Andreotti ci ha obbligati a vedere sugli schermi non ci siamo affatto rimbecilliti. Il «neorealismo» dei sinistri non ci tange.
«La situazione è questa – continua la sconsolata Epoca – la legge Andreotti ha raggiunto sostanzialmente il suo scopo. A parte l’aumento del numero dei film come sopra indicato, siamo passati da una produzione di tipo nazionale a una produzione di tipo internazionale, riuscendo a penetrare persino nel mercato della stessa concorrenza, cioè nel mercato anglosassone. Nello stesso tempo, sul mercato nazionale il rendimento del film italiano in rapporto all’incasso globale è passato dal 14 per cento (1949) al 33 per cento (1953). Queste percentuali dimostrano che è aumentata la fiducia del pubblico nei confronti del nostro cinema (a prescindere dalla programmazione obbligatoria? n.d.r.), fenomeno tanto più importante in quanto l’incasso è passato, nello stesso periodo, da 48 a 90 miliardi.
«Trasportata dall’euforia della situazione – è sempre Epoca che scrive – la nostra industria cinematografica ha, nel 1953, impegnato 25 miliardi di lire nella produzione di film spettacolari (il solo « Ulisse » è costato un miliardo e duecento milioni). Ha incassato, nello stesso anno 6,5 miliardi dal mercato nazionale, 5 miliardi di contributi governativi, e 4 miliardi dall’esportazione. In totale, circa sedici miliardi. Apparentemente i conti non tornano; ma bisogna tener presente che tali proventi si riferiscono a film prodotti negli anni precedenti. Se e come frutteranno i venticinque miliardi del 1953 si potrà vedere solo nel 1958, dato che il ciclo di sfruttamento di un film si calcola sia di cinque anni».
Ma, è chiaro, le grandi case cinematografiche, quali Titanus, Lux, Ponti-De Laurentiis, Rizzoli, Minerva, Costellazione, Documento, non possono attendere fino al 1958 per ricostituire i capitali di esercizio. Realizzare prima non è possibile per l’accresciuto numero di film sul mercato, cui la legge assicura la programmazione. Allora si comprende perfettamente quanto sia essenziale l’intervento delle finanze statali. Continuando lo Stato a mungere i contribuenti per regalare capitali enormi a Cinecittà, la crisi non esiste neppure allo stato potenziale. Alla fin fine, un rimedio estremo c’è sempre, come insegna la politica anti-Hollywood di Mussolini. Perciò, molti organi di stampa hanno negato che il cinema italiano soffra di crisi economica. Allora, quale spettro ha terrorizzato nelle scorse settimane la plutocrazia del cinema?
Bisogna sapere che la legge Andreotti scadrà il 31 dicembre. Ora, al momento in cui scriviamo, il governo Scelba che entro il mese di giugno dovrebbe varare la nuova legge, non è uscito dall’atteggiamento ambiguo che ha gettato l’allarme tra i cinematografari. Sarà prorogata la vecchia legge? O il governo presenterà un nuovo progetto di legge accettando le varianti richieste dai produttori? Per tutta risposta, il Governo ha reagito, come dicono a Napoli, «da capraro». Ha dato via libera alla iconoclastia moralistica del sottosegretario per lo Spettacolo Ermini, ha mobilitato i molossi finora sonnecchianti della censura: la Ponti-De Laurentiis si è visto arrivare fra capo e collo il divieto di programmazione del film «Totò e Carolina», giudicato lesivo del prestigio della polizia, subendo così una perdita di 230 milioni. Altri film della stessa casa, «La Romana» e «Mambo» cadevano pur essi nelle grinfie della ridestata censura. Spaventata, o, il che è più verosimile, decisa a ricattare il governo, la Ponti-De Laurentiis inviava lettere di licenziamento al personale. Con perfetta sincronia, l’Unità dava fiato alle trombe aprendo una violenta polemica contro il governo cui muoveva l’accusa di proteggere la cinematografia americana a danno di quella nazionale. L’offensiva dell’Unità provocava le reazioni ancora più violente della stampa governativa ed atlantica. La gazzarra dura tuttora.
Dall’enorme pasticcio un dato sicuro emerge chiaramente: la politica protezionista per il cinema continuerà. Un ministro infatti veniva a dichiarare, nel bel mezzo della mischia giornalistica, che il governo farà quanto è in suo potere per lo sviluppo del cinema. E chi ne dubitava! Forse che in Italia esiste un solo ramo della grande industria che sia trascurato dallo Stato? Altre comunicazioni di fonte ufficiosa giungevano a confermare il punto che principalmente sta a cuore ai produttori. Le sovvenzioni continueranno, come al tempo di Andreotti. Allora, se tutto deve andare come prima, a che attribuire la sfuriata della censura che s’era mantenuta zitta e accomodante fino a che Scelba divenne presidente del consiglio?
Interpretazioni della mossa del governo non sono mancate nella stessa stampa governativa o filo-governativa. Forse la più spregiudicata è quella data da Il Borghese. Rifacendosi al sequestro del film «Totò e Carolina» e alle obiezioni mosse dalla censura ai film «La Romana» e «Mambo», questo settimanale scriveva nella sua rubrica «Cinema»: «Sarebbe interessante che quelli della Ponti-De Laurentiis spiegassero al pubblico per qual motivo essi basano la loro produzione sulle sovvenzioni di uno Stato che è il costante obiettivo del loro « tiro al bersaglio », come dimostra il precedente di « Anni facili »».
Attracchi il batiscafo storico!
I pescatori di fallo
Ripetutamente abbiamo detto che per Ricardo la rendita fondiaria è sempre e soltanto differenziale, mentre nella teoria di Marx è differenziale in quanto si paragonano terreni di diversa fertilità e diversi interventi di capitale sulla stessa terra, ma vi è anche una rendita assoluta « di partenza » cui le differenziali vengono a giustapporsi.
Nello sviluppo dimostrativo di Marx vengono dapprima dimostrate le leggi differenziali della rendita nella prima e seconda forma, provando quantitativamente che a differenze di prodotto corrispondono esattamente altrettante differenze di rendite, ferma restando la remunerazione del lavoro e del capitale di impresa agraria.
In tutta questa esauriente dimostrazione, che abbiamo sostenuto essere confermata dai dati della moderna economia agricola, Marx pone l’ipotesi che vi sia un terreno A peggiore di tutti, nel quale il prodotto, col suo ricavo sul mercato, basta solo a remunerare salario e capitale (col profitto medio) ma, non avendosi altro margine o sopraprofitto, non si ha rendita.
Potrebbe sembrare che seguendo una tale via Marx abbia dovuto rinunziare a sostenere la sua tesi dell’esistenza di una rendita assoluta, ossia presente anche sul più sterile terreno.
Passando nelle sue ordinate « rubriche », come alla fine del precedente « Filo » fu richiamato, alla rendita assoluta, Marx spiega come questa contraddizione non sussista nemmeno per un momento.
Prima di esporre la cristallina deduzione, osserveremo che il grande impiego che da ogni sponda si fa dell’opera di Marx da suoi pretesi seguaci, che del complesso corpo di dottrina se ne fregano, ma non vogliono rinunziare alla utilizzazione « politica » del poderoso fiume storico di forze cui l’opera e il nome di Marx sono venuti a corrispondere, ha questo carattere cronico, nel corso di ben più di 50 anni: caccia a pretese contraddizioni.
Noi non ce l’abbiamo affatto con chi voglia gettare tutte le « opera omnia » del mago di Treviri nel cestino della carta straccia, dichiarandoci che mentre Marx ha voluto trovare gli intrecci di regole in cui si riesce a chiudere la storia, questa invece è « non casellabile » e noi marxisti giriamo a vuoto.
Ci danno invece maledetto fastidio tutti i rubacchiatori del possente insieme delle dottrine marxiste, che considerano la dottrina di classe proletaria, da Marx per il primo sistematicamente esposta, come una pesca di beneficenza dove si può portare via a piacere questi o quei pezzi con fortunati colpi di mano.
Pretese critiche del marxismo scritte a distanza di molti e molti decenni si somigliano stucchevolmente: molti crederanno davvero di avere finalmente trovato il punto difettoso e le zone da rifare a nuovo e non sanno che le stesse cose si trovano scritte dalla fine dell’800, colle stesse parole.
Marx, il più citato e il peggio citato degli autori, sarebbe stato un genialone che si gettava a nuoto nel mare sociale storico di qua e di là secondo l’urgere dell’ora, e con una fantastica forza di intuizione agguantava brani di realtà in modo formidabile; mentre talaltra volta divagava nelle pretese « contraddizioni ».
Una tal cosa accade a tutti gli scrittori e poteva accadere anche per Marx, se si segue il solito metodo di spiluzzicare nella produzione della loro penna e del loro cervello. Se invece si sa procedere alla organica ricostruzione della teoria nata non da un cervello piccolo o grande, ma dalla forza materiale della storia, l’unità e l’armonia del tutto riusciranno evidenti e indiscutibili.
Di qui la storiella dei Marx multipli, dei marxismi multipli, delle due anime e via dicendo, di qui gli sballati confronti tra i momenti e gli stadi della trattazione, proprietà e prodotto non di un uomo, ma di una classe nascente alla storia. Non dunque completamento, aggiornamento, miglioramento e sfruttamento di quanto si trova comodo e utile: piuttosto incomprensione, falsificazione, regressione degenerativa, balbettio e vaneggiamento brancolante di chi trova la luce rivoluzionaria troppo abbagliante.
Il tutto, una volta ancora, è da prendere o lasciare.
Assoluto e differenze
Nulla vi è da mutare, Marx spiega in questo caso, alla legge della rendita differenziale, quando si ammette e si constata che vi è una rendita anche nel terreno peggiore, cui vengono ad aggiungersi i successivi scatti, se si cambia terreno o si investe ulteriore lavoro e capitale.
Non solo la pretesa contraddizione non sussiste, ma avviene così in tutte le ricerche scientifiche. Prendiamo la legge della termodinamica secondo la quale nel riscaldare un dato corpo l’energia calorifica che vi si aggiunge è in proporzione con l’aumento di temperatura. Niente di spauracchiatorio. Supponiamo di essere molto preoccupati della mensile bolletta del gas e di avere un contatore che non segna solo i metri cubi, ma le lirette da pagare addirittura. La pentola è sul fornello e ci pesca un termometro. Sale da venti a quaranta gradi centigradi: cinque lire già volate via. Per metter giù la pasta deve salire ancora da quaranta a cento, ossia di uno « scatto » triplo del primo: nulla da fare, altre quindici lire. Ecco il vantaggio della cultura scientifica: gusto l’entità della fregata prima del tempo.
Orbene, se invece del termometro centigrado avessi quello inglese Fahrenheit in cui a zero gradi corrisponde 32 e a cento 212, sarebbe cambiato nulla? Proprio no e lo si capisce « da prima ». Da 68 gradi a 104 avrei pagato 5 lire e da 104 a 212 le altre quindici lire. Infatti i « differenziali » (brrr) di temperatura sono in questo caso 36 e 108 e il secondo è sempre triplo del primo.
L’energia fisica che obbedisce alle leggi della trasformazione senza creazione e distruzione (buonini: vale anche nel campo nucleare) è una merce (nel fetido tempo capitalista) e quindi, secondo la legge del valore, costa soldi. Perciò la grandezza temperatura l’abbiamo letta sul termometro, quella energia termica nella… tasca. Rigoroso. Ora l’acqua a 20 centigradi o a 68 Fahrenheit, prima di ricevere la differenza in più delle 20 lire, già contiene energia calorifica: questa fa sì che le molecole danzino una invisibile ma ultrafrenetica rumba… Il discorso vuole dire che per misurare le energie e costi differenziali lo zero lo possiamo mettere dove si vuole: i conti tornano lo stesso. La legge presa ad esempio della relazione tra temperatura e quantità di calore non ha bisogno, per essere valida, che si cominci a riscaldare un corpo teoricamente privo di energia, come si ha motivo di credere che avvenga a meno 273 centigradi (quindi 273 sotto zero).
Un caso del tutto analogo si ha nella prima parte del libro primo del Capitale, quando Marx nel fare la teoria del plusvalore assoluto e relativo suppone che nel prodotto non entri capitale costante, ma solo spesa salari. Io faccio, egli dice, come ha facoltà di fare ogni scienziato, c uguale a zero e quindi considero v, capitale variabile e p plusvalore. Le conclusioni non muteranno quando « permetterò » di ricomparire al capitale costante così come avviene in ogni caso reale. Una magia proprio per bambini. Ogni manovale analfabeta capisce che se il suo padrone compera per un miliardo di materie gregge e se le mette a contemplare non gli cresce un quattrino; se per lavorarle assolda operai per mille lire, ecco che se ne trova duemila. In « alta » matematica si dice questo con parole terribili: il differenziale di una quantità costante è zero. Tutti orripilano, ma sorridono se dico: uno che sta fermo non si muove. Il grado mio di fessaggine è lo stesso nei due casi… ha per derivata zero.
Algebretta del Carlo
Marx per la centesima e noi forse per la decima volta soltanto torniamo ab ovo.
« Chiamiamo P il prezzo generale di produzione, quello che regola il mercato. P coincide, per il prodotto del terreno peggiore A, con il suo prezzo di produzione individuale; vale a dire, il suo prezzo paga il capitale costante e variabile consumato nella produzione più il profitto medio.
« La rendita in questo caso è uguale a zero. Il prezzo di produzione individuale del terreno migliore immediatamente successivo B è P’ [P primo], e P è maggiore di P’; ossia P paga più dell’effettivo prezzo di produzione del prodotto del terreno di tipo B. Sia ora P – P’ = d; d, l’eccedenza di P su P’, è quindi il plusprofitto realizzato dall’affittuario del terreno di tipo B. Questo d si converte in rendita, che deve essere pagata al proprietario fondiario. Per il terzo tipo di terreno C sia P » l’effettivo prezzo di produzione e P – P » = 2d; allora questo 2d si converte in rendita; (…) e così via [ricordiamo che sono tanti scatti tutti uguali a d in quanto uguali erano gli scatti del prodotto. Marx ha preso la lettera d per differenziale rendita. Ora prende la r per rendita assoluta].
« Ammettiamo ora che, per il terreno di tipo A, [contrariamente alla prima ipotesi], paghi una rendita = r. In questo caso noi arriviamo a due conclusioni.
« Primo: Il prezzo del prodotto del terreno di tipo A non sarebbe regolato dal suo, prezzo di produzione, ma conterrebbe un’eccedenza su tale prezzo, corrisponderebbe a P + r. Infatti, presupposto il modo di produzione capitalistico nella sua normalità, presupposto dunque che l’eccedenza r, che l’affittuario paga al proprietario fondiario, non rappresenti una detrazione né dal salario, né dal profitto medio del capitale, essa può essere pagata dall’affittuario stesso unicamente se questo vende il suo prodotto a un prezzo superiore a quello di produzione, a un prezzo che gli darebbe un plusprofitto, se egli non dovesse cedere questa eccedenza al proprietario nella forma di rendita. In questo caso il prezzo di mercato regolatore del prodotto complessivo di tutti i tipi di terreno esistenti sul mercato non sarebbe il prezzo di produzione che il capitale generale apporta in tutte le sfere della produzione, ossia un prezzo uguale alle spese più il profitto medio, ma sarebbe il prezzo di produzione [del terreno peggiore A] più la rendita, P + r, non semplicemente P. Infatti il prezzo del prodotto del terreno del tipo A esprime in genere il limite [più basso] del prezzo di mercato generale regolatore, a cui il prodotto complessivo può essere fornito, e regola pertanto il prezzo di questo prodotto complessivo [anche se prodotto in tutti i terreni di classe migliore] ».
Parole e formuline sono di Marx e noi non ci abbiamo messo che qualche altra pignoleria tra parentesi: potete rileggere. Dunque A, terreno schifo, regola sempre lui il prezzo e lo tiene in alto; con questo di peggio, che al prezzo che gli risulta da spese per capitale costante, salario e profitto dell’affittavolo, compie l’ulteriore bravura di mettere una bella coda: la rendita assoluta.
La legge differenziale è andata forse, con questo bel regalo all’appetito pubblico, all’aria? Giammai. Parli Marx, col suo secondo punto, così le male parole per l’algebra vanno a lui.
« Secondo: Tuttavia la legge della rendita differenziale non sarebbe in questo caso annullata, sebbene il prezzo generale del prodotto agricolo sia sostanzialmente modificato. Infatti, se il prezzo del prodotto di tipo A, e quindi il prezzo generale di mercato, [che prima era P] fosse P + r, allora il prezzo dei tipi B, C, D ecc. sarebbero parimenti P + r. Ma poiché, per il tipo B, P – P’ = d [il prezzo di produzione del migliore terreno B discende rispetto a quello di A della differenza d tra P e P’; tal beneficio va a rendita], allora [venendo nei due casi non a P ma a P + R] (P + r) – (P’ + r) sarebbe parimenti uguale a d [stessa differenza tra B e A stessa rendita differenziale], e per C : P – P » = (P + r) – (P » + r) = 2d, come infine per D : P – P »‘ (P + r) – (P »‘ + r) = 3d, e così via ».
La prima formuletta è inguaiata nell’edizione Costes (traduttori, sfruttate, ove il nostro proto sia più misericordioso di quello), ma tutte e tre rispondono alla regolina che se una stessa cosa si aggiunge all’entrata e alla spesa, il margine resta lo stesso. Marx ha diritto di conchiudere:
« La rendita differenziale sarebbe, dunque, sempre la stessa e sarebbe regolata dalla medesima legge, pur contenendo la rendita un elemento indipendente da questa legge e presentando, insieme con il prezzo del prodotto del terreno, un generale aumento. Ne deriva allora che, qualunque possa essere la condizione della rendita sui tipi di terreno meno fertili, non soltanto la legge della rendita differenziale è indipendente da ciò, ma altresì che il solo modo di interpretare la rendita differenziale stessa in modo conforme al suo carattere, è di porre la rendita del tipo di terreno A = 0. Il fatto che questa sia zero o maggiore di zero è privo di importanza per quanto riguarda la rendita differenziale, e non se ne tiene conto ».
Dunque, più fame
Per un’ultima volta e nel caso che le piccole formule sollevassero dubbio spieghiamo coi numeri. E prendiamo quelli che avevamo adeguato alle cifre moderne. Nello specchio da noi manipolato il terreno A su un ettaro dava 5 quintali di grano e quindi 40 mila lire, di cui 32 mila compensavano le anticipazioni, 8 mila erano profitto e rendita zero. Il terreno C, per semplificare, aveva in più di prodotto 2 quintali e 16 mila lire: tutto il resto era pari; e tale somma costituiva la rendita dominicale, tutta di natura differenziale.
Se ora vogliamo che dia rendita anche il terreno A, fermo restando che produce 5 quintali, dopo avere speso le 32 mila più 8 mila, non vi è altro mezzo che crescere il prezzo, del grano.
Nella realtà, il problema che Marx si pone subito dopo, ossia se vi è o meno la rendita base, la rendita assoluta, è risolto positivamente, se proprio vogliamo attingere al catasto italiano. Non troveremo infatti in tutte le tariffe nazionali un unico caso in cui sia tassato reddito agrario (profitto) senza rendita dominicale (rendita fondiaria). Infatti nella effettiva classe peggiore (la quinta) di quel comune al reddito di 3.200 già corrispondeva una rendita di 4.000.
Abbiamo già mostrato che il prodotto doveva essere in tal caso cinque volte (il tasso è qui il 25 per cento) il profitto, più la rendita, ossia 16 mila più 4 mila e quindi 20 mila. Se il prezzo è sempre 8 mila, questo terreno pessimo produce solo 2 quintali e mezzo e sarebbe terreno regolatore.
Prendiamo ora questo terreno come classe A e avremo la rendita « assoluta » di 4 mila lire. Sarebbe la quantità r.
Passiamo ora al prodotto di 5 quintali, che ora risulta conseguito (se vi fosse un così fertile terreno) con la sola stessa spesa di 16 mila (profitto incluso). Essendo il prodotto di 40 mila lire, vi è sopraprofitto di ben 24 mila lire. Ora questo è per 4.000 (r) rendita assoluta; per 20 mila (d) rendita differenziale.
Se ora esistesse (ipotesi contraria alla effettiva tariffa) un terreno così fertile da dare addirittura collo stesso lavoro 7 quintali e mezzo, il prodotto salirebbe al valore di 60 mila, la rendita a 44 mila lire. Sappiamo che la rendita assoluta è 4 mila, dunque restano 40 mila lire di rendita differenziale. Bene; questa è esattamente scattata di 20 mila lire, come era avvenuto passando da 2,5 a 5 quintali.
Non vorrà dirsi che abbiamo modificato i rapporti delle varie classi di quei terreni coi dati odierni: lo specchio di allora rispondeva alla prima forma perché nelle prime tre classi, con poca variazione di reddito agrario, scattava forte la rendita dominicale: colle classi inferiori varia molto il profitto e quindi la spesa di investimento e il caso va trattato colla seconda forma, in cui grado di fertilità e capitale applicato variano entrambi.
Marx dunque dapprima elimina la contraddizione tra la coesistenza della rendita differenziale e di quella assoluta (così come sarebbe eliminata la pretesa di far pagare il gas consumato secondo la temperatura finale di 100 gradi, sia nel caso che l’acqua messa in pentola era a zero gradi, che a 40).
Quindi spiega su che si basa nel sostenere che, in generale, ad una prima ragione che tiene alto il prezzo di mercato dei prodotti agrari, ossia l’adeguamento inevitabile alle peggiori condizioni di rendimento produttivo, se ne aggiunge una seconda, ossia un quanto di prelievo di rendita che viene esercitato allo stesso titolo sui terreni buoni e pessimi. La legge che il prezzo di mercato generale, ossia il valore di scambio del grano, dipende dal prezzo di produzione sul peggiore terreno diviene questa: dipende dal prezzo di produzione sul peggiore terreno, più ancora un altro margine di aumento che costituisce la rendita assoluta.
Questi concetti sono già stati due volte richiamati in precedenza. In tutti i settori della produzione capitalistica può avvenire che appaiono sopraprofitti. Infatti il prezzo di vendita, di mercato, di tutti i prodotti, quello che nella economia marxista si chiama valore, contiene oltre alle spese anticipate un profitto corrispondente al rapporto di tutto il profitto sociale a tutto il capitale sociale. Nei casi singoli vi possono essere scarti e una singola azienda potrà avere un prezzo di produzione inferiore al valore. Ma, mentre in genere tra i vari settori della produzione manifatturiera si tende a questo compenso, in quanto in tutti va aumentando colle scoperte tecniche la produttività del lavoro e il saggio del profitto decresce, l’agricoltura resta arretrata perché nella composizione organica del suo capitale entra molta spesa salari e poco capitale costante e si hanno in un certo senso « due saggi medi del profitto »: uno basso industriale, uno alto agrario, nello stesso terreno pessimo.
Punto cardinale
Non deve considerarsi di lieve conto il dissenso tra Ricardo e Marx: esso si riduce né più né meno alla contrapposizione tra l’apologia del capitalismo e la dottrina della sua distruzione.
Ricordiamo dalla VII puntata di questa esposizione la sintesi delle quattro diverse teorie per la spiegazione della rendita. La prima è quella fisiocratica. La terra produce una quantità di ricchezza che si aggiunge all’effetto del lavoro umano, ed è di naturale fonte. Ma i proprietari del suolo, essendo i soli a disporre di tale fonte, fissano a loro piacere il prezzo dei prodotti agricoli, sotto forma del canone che pretendono dai fittavoli: quindi nel prezzo delle derrate al rimborso del lavoro che è servito si aggiunge l’acquisto della ricchezza naturale, retaggio della classe proprietaria. Solo sulla terra sorge sopravalore.
Tale dottrina, che dimostrammo con Marx non reazionaria o filofeudale, si contrappone decisamente a quella del valore-lavoro da cui prenderà avvio la storica dichiarazione dell’autonomia della classe proletaria, che qui figura come un elemento passivo e « sterile » nel campo industriale.
La seconda teoria è quella di Ricardo, espressione pura dei capitalisti industriali. Il valore di scambio dei prodotti esprime il lavoro umano in essi contenuto, né vi fanno eccezione i prodotti agrari. L’origine di quanto viene versato ai proprietari fondiari deriva da parte del guadagno accumulato dagli imprenditori rurali col lavoro dei loro dipendenti, ma in quanto lo stesso è applicato in condizioni di favorevole produttività del terreno e del capitale, a differenza di quanto avviene nelle peggiori aziende rurali. Questa veduta tende ad aprire alla produzione capitalista delle derrate le stesse prospettive di discesa dei prezzi reali che vi sono per i manufatti, col miglioramento della composizione tecnica dei capitali, in modo che possa col sistema capitalistico crescere il tenore di vita delle aumentate popolazioni e conservarsi, abolendo la sola rendita fondiaria privata, il profitto del capitale di impresa, indefinitamente.
La terza teoria spiega la rendita con l’interesse del capitale terra; viene da alcuni avversari reazionari dello stesso Ricardo, tendenti a prospettare la immanenza storica ed economica del privilegio fondarlo, ed abbiamo visto come sia da Marx nettamente respinta. La terra non è capitale anticipato nel prodotto e il capitale non produce interesse se non come frazione del plusvalore e del profitto, dunque del valore di merci, quando la forza lavoro è intervenuta.
La quarta teoria, ossia quella di Marx, che considera sia la rendita differenziale che la assoluta, vale a stabilire in modo irrevocabile la limitatezza storica della maniera capitalistica di sciogliere il rapporto tra produzione e consumo delle collettività umane. Le necessità alimentari di queste non saranno mai risolte dal processo dell’accumulazione del capitale, per quanto possa procedere la tecnica, la composizione organica del capitale, la massa di prodotti ottenibili dallo stesso tempo di lavoro. Necessariamente al moderno antagonismo di classi sociali corrisponde la formazione di sopraprofitti, il nascere di rendite assolute, l’anarchia e lo sperpero nella produzione sociale. La equazione capitalismo uguale fame è irrevocabilmente stabilita.
Come abbiamo più volte indicato e come potrebbe essere svolto in trattazioni a parte, la dottrina della rendita di Marx nel suo completo lucido intreccio fornisce l’arma teorica per descrivere l’ultraprevisto monopolismo e imperialismo moderno. Per quanto la sfera della produzione degli alimenti sia fondamentale nella dinamica di ogni società, la teoria marxiana della rendita è parte centrale della descrizione del modo di produzione capitalista: diremo che ne è dal punto di vista rivoluzionario e antipossibilista la parte decisiva.
A lui l’ultima parola
« La sostanza della rendita assoluta consiste quindi in questo: capitali di pari grandezza in diverse sfere di produzione producono, a seconda della loro diversa composizione media, allo stesso saggio del plusvalore o allo stesso grado di sfruttamento del lavoro, masse diverse di plusvalore. Nell’industria queste diverse masse di plusvalore si livellano al profitto medio e si distribuiscono uniformemente tra i singoli capitali in quanto parti aliquote del capitale sociale. La proprietà fondiaria, non appena la produzione richiede terra sia per l’agricoltura che per l’estrazione di materie prime, impedisce un tale livellamento fra i capitali investiti nella terra e si appropria una porzione del plusvalore che altrimenti parteciperebbe al livellamento che porta al saggio generale del profitto. La rendita costituisce, allora, una parte del valore, più specificamente del plusvalore delle merci, che, invece di toccare alla classe dei capitalisti che l’ha estorta ai lavoratori, tocca ai proprietari fondiari, che la estorcono ai capitalisti. Si presuppone qui che il capitale agricolo metta in movimento una quantità di lavoro maggiore di un capitale non agricolo di pari grandezza. L’entità di questa differenza o in genere la sua presenza dipendono dallo sviluppo relativo dell’agricoltura rispetto all’industria. Secondo la natura della cosa, questa differenza deve diminuire con il progresso dell’agricoltura, a meno che il rapporto secondo cui il capitale variabile diminuisce rispetto al costante non sia ancora maggiore nel capitale industriale che nel capitale agricolo ».
E così era, è, e sarà nel fatto.
La dottrina generale del monopolio può ravvisarsi in questo breve passo:
« (…) se il capitale incontra una forza estranea, che non può superare, o che può superare solo parzialmente, e che limita il suo investimento in particolari sfere di produzione, ammettendolo solamente a certe condizioni che totalmente o parzialmente escludono quel generale livellamento del plusvalore al profitto medio, è evidente allora che in tali sfere di produzione l’eccedenza del valore delle merci al di sopra dei loro prezzi di produzione verrebbe a creare un plusprofitto, che potrebbe essere trasformato in rendita e reso autonomo, in quanto tale, rispetto al profitto. Ma appunto come una tale forza estranea, come una tale barriera la proprietà fondiaria si contrappone al capitale nei suoi investimenti nella terra (…) ».
Un tale ostacolo può essere dato da un monopolio nazionale o semimondiale, anche statale, ad esempio, dei pozzi di petrolio o degli altiforni.
La perequazione immancabile, in virtù delle leggi eterne della concorrenza, era la carta su cui Ricardo bluffava.
Fu Marx che gliela strappò tra le mani. Arrivate tardi, teoricelli dell’epoca monopolista.
Cammino col gambero
Abbiamo così esposto (non senza ripetizioni e anche divagazioni, necessarie ad insistere su alcuni punti scottanti, come la necessità di colpire il contenuto mercantilistico del capitalismo e il suo contenuto aziendale, senza lasciarci bloccare dal solito schermo illusorio della « proprietà titolare ») la intera teoria della rendita fondiaria, compiutamente ca-pi-ta-li-sta. I solitissimi Croce, Labriola, Sorel, essendo assai poco svincolati dalla posa individualista, letteraria, « artistica », dello scrittore borghese, se la pigliano con Marx perché non sanno riportare i pezzi al loro posto e si smarriscono nel non vedere quando lo scrittore fa economia, storia o filosofia, quando salta da una fredda constatazione alla istigazione alla sommossa e credono tutto ciò dovuto al caso, o alla voglia di sbalordire!
Con buona pace di questi messeri è convenuto in questo caso trattare la questione prima « staticamente » e poi « cinematicamente ». Non lavoriamo per la scienza degli scienziati, ma per la causa del partito, ed il metodo di esposizione non può piacere a questi signori, né possono essi vederne il motivo, nella squallida loro cerebrale « imparzialità ».
Tutta la ordinata agendina di Marx nella presente materia tratta una società nettamente capitalista, tanto nell’agricoltura che nella industria. Tutto il reddito sociale è ridotto, anche nella campagna, a tre tipi: salario per gli operai, profitto per i capitalisti, rendita per i proprietari.
A suo tempo abbiamo mostrato che si trattava proprio di mandare all’aria la formula trinitaria secondo cui una simile società, una volta sviluppata ed adulta e tutto al più con lo Stato e non la classe terriera, a ritirare le rendite, avrebbe girato a regime senza crisi né rivoluzioni.
E’ solo dopo avere esaurito l’argomento fondando sulla ipotesi di questo integrale industrialismo terriero la sicura previsione rivoluzionaria e comunista (che naturalmente non si legge facile facile, come quando per comunismo si avanza l’emulsione popolarliberalpacifistica) e chiusa la programmata agendina, che Marx afferma il metodo storico e fa l’analisi delle forme agrarie non capitaliste tuttora presenti e anche un secolo quasi dopo di lui, ostinatamente frammiste alla gestione industriale della terra.
Da questo capitolo sulla « Genesi della rendita fondiaria » abbiamo già non poche volte attinto. Esso insiste sul concetto che la rendita nel senso proprio nasce solo dopo l’intervento del capitale, ed esamina, dopo cenni alle vedute dei vari economisti sulla rendita, di cui trovammo altra ben larga copia nella Storia delle dottrine economiche, le forme precedenti ed improprie nei paragrafi: rendita in natura – rendita in lavoro – rendita in denaro. E infine parla delle forme sopravvissute: mezzadria e proprietà parcellare contadina.
L’ultimo strillo!
Anche qui viene a taglio il respingere il malvezzo di seguire, in materia sociale, l’uzzolo dell’ultima moda. A seguire molti e certo i più, la discesa in campo di queste varie e spurie classi « popolari » sarebbe un fatto nuovo e moderno, successivo alle lotte condotte dai soli proletari puri dell’industria (e verbigrazia della terra!) contro le imprese capitalistiche.
Si tratterebbe di una scoperta del primo dopoguerra e nella forma più volgare si appioppa a Lenin questa pretesa chiamata in prima fila dei semiproletari, come peso decisivo a fare traboccare la bilancia della autentica lotta di classe tra operai e capitalisti.
Lenin avrebbe detto, a sentir questi, e lo avrebbe perfino detto Marx, che una rivoluzione proletaria anticapitalista dovrebbe sapere anzitutto essere « veramente popolare ». Che diavolo vogliono dire con questo? Gli operai veri, che sono minoranza, dovrebbero mettere in moto e naturalmente adattando il programma rivoluzionario alle loro misure, le altre classi « povere »: artigiani, piccoli coloni, contadini proprietari e piano piano piccoli commercianti, piccoli industriali, per non parlare di non meglio definiti « intellettuali »!
Qui è la prova dell’enorme guazzabuglio tra impostazioni storiche, economiche e azione di partito: tra difesa della dottrina propria di una classe, ed intervento nelle fratture sismiche della storia.
Nelle rivoluzioni e nelle epoche rivoluzionarie tutte le classi sono messe in moto e partecipano in un modo o nell’altro, questo è innegabile. Noi arriviamo senz’altro e ne abbiamo data ampia spiegazione nelle trattazioni ad esempio della questione nazionale e coloniale, alla tesi che, fermo restando il nostro caposaldo storico e politico, oltre che dottrinale, sullo specifico antagonismo tra borghesia e proletariato salariato, in dati tempi e « campi » si debba innestare la rivoluzione operaia addirittura sul contenuto e i postulati della rivoluzione borghese, capitalista. Ciò nell’Europa prima del 1871, nella Russia prima del 1917, nell’attuale Asia ed Africa.
Ove restano, o restano a fare, rivoluzioni borghesi, esse sono un trampolino di lancio per rivoluzioni proletarie. Ma ove siano vere, originali, storicamente e geograficamente collocate, rivoluzioni, non certo fasulle liberazioni postume, che si ha ancora la incredibile cornea faccia di commemorare.
Questa formula della rivoluzione veramente popolare è proprio la potente formula storica della vigorosa, coraggiosa, audacissima giovane borghesia dell’800. Noi proletari ci contiamo e diciamo perplessi: siamo in minoranza. Ben altra minoranza erano i borghesi, i primi capitalisti (non pensate a studenti, poeti, professionisti e simili). La borghesia fu maestra nel mettere in moto altre classi dai potenti effettivi, che erano oppresse dagli antichi regimi, e la rivoluzione della classe capitalista vinse come rivoluzione del popolo, della grande maggioranza.
Dove non ancora questo processo aveva portato la moderna borghesia al potere, è ben chiaro che il partito proletario doveva appoggiare questa incalzante rivoluzione di tutto il popolo e gettarsi dentro non solo per far crollare gli apparati feudali, ma per fare subito passare le masse all’attacco contro le borghesie vittoriose. Tale la prospettiva delle rivoluzioni permanenti per Marx ed Engels nella Germania 1848, per Trotsky e Lenin nella Russia 1917, o per un partito comunista vero e di classe che esistesse in Cina.
Quindi vanno bene le due tesi: nelle situazioni di « doppia rivoluzione » ossia sotto poteri precapitalistici, il partito operaio è per la rivoluzione borghese, nazionale, liberale, come punto di partenza della ulteriore rivoluzione socialista. Una tale rivoluzione non può non essere veramente popolare, nel senso che quelle truppe d’assalto che la borghesia chiede a contadini e simili, il proletariato deve tentare subito di togliergliele, neutralizzandole ove non possa sottomettersele.
Ma dove siamo in presenza di un capitalismo caratterizzato, specificato, storicamente fuori da decenni da impacci feudali, basta, per gli dei, con questa rivoluzione veramente popolare, che storicamente è ormai una sporca superfetazione e deve essere sostituita da una rivoluzione veramente di classe.
Cose a posto
Comunque il generale prurito di passare subito all’alta politica e strategia viene a confondere grossolanamente le cose. Una balla come quella di un Lenin che sostituisce contadini ad operai e scopre che d’ora in poi i secondi non sapranno fare rivoluzioni senza i primi e dà ai partiti operai dei paesi avanzati la consegna di questa tattica nuova, deve essere davvero dispersa senza pietà.
Lenin è un seguace ortodosso di Marx nella questione agraria e ne condivide alle virgole la dottrina sulla rendita. Sa quanto Marx che lo studio delle forze sociali delle classi agrarie estranee alle classiche tre, fin qui considerate: proprietari al senso borghese, fittavoli, salariati, va fatto, ma con piena consapevolezza che non si scoprono forme nuove, bensì si risale a considerare quelle antiche. Se si smarrisce questa sicurezza vano è parlare delle rivoluzioni agrarie, delle rivendicazioni contadine, del loro incrociarsi con le rivoluzioni borghesi.
Diluire la sagoma precisa della lotta di classe operaia e del suo organo politico, nei movimenti popolari, non significa essere più moderni di Marx, o poniamo del forte Partito Comunista d’Italia del 1921, ma aver retrocesso a posizioni deteriori rispetto alle grandi polemiche storiche e alle grandi scissioni; quelle di Marx contro il vuoto, piccolo borghese, « ribellismo », esteso a tutti i « coscienti » , di un Bakunin, quelle di Lenin contro i socialisti fautori della difesa della patria e negatori della dittatura proletaria con motivi, più o meno, tanto « popolari » come quelli anarcoidi. E del resto da « veramente popolare » a « veramente patriottico » non restava che un passo: è stato fatto e come!
Sondare in profondità
Dunque è sicuro che guardandoci attorno, vuoi in Italia e Francia o in Germania e in America, non abbiamo uno spettacolo solo « trinitario »: non lo abbiamo nella campagna e nemmeno nelle città. Vi sono e spesso statisticamente formidabili, altri ceti e strati sociali oltre i capitalisti, i possidenti e i salariati. Benché non eccessivamente, anche tali strati si muovono, si agitano, tendono alla difesa dei loro interessi e preconizzano più o meno bene nuovi assetti sociali.
Vogliamo dunque studiare questo problema e non solo in via scientifica, ma rispondendo al quesito degli atteggiamenti tattici e politici di un partito operaio di classe verso queste forze. Vogliamo pure farlo.
Ma se il solo modo di farlo fosse quello di attendersi da tali contatti ed incontri una forza qualitativamente migliore e più viva, sarebbe quasi meglio chiudere gli occhi nel solito semplicismo, che da sempre deploriamo, nel banale dualismo: un solo contrasto ci interessa, tra padrone di azienda e dipendente; non cerchiamo altro. Dualismo ingenuo che, scordandosi come in tutti i testi Marx, parla di tre e non due classi della moderna società capitalistica, si è tenuto all’oscuro del potenziale immenso che promana dalla teoria rivoluzionaria del capitalismo rurale. Errore non forse tanto imputabile al movimento socialista in Italia, ove le masse possenti che abbiamo di puri salariati della terra possono ascrivere a loro vanto battaglie magnifiche che mirarono al cuore (vecchio Lazzari, era una tua frase quando eri ortodosso) dell’ordine costituito della proprietà e del capitale. Oggi si lotta per l’ordine, per la costituzione e magari per la sottana del papa.
Il partito comunista, dopo essersi costruito la teoria e la tattica, per la campagna sulla base del rapporto tra il bracciante sfruttato, fittavolo capitalista ed il borghese agrario, si occuperà bene del problema delle altre classi rurali. Ma non imposterà questo problema con la presunzione di trovare forze pari lontanamente, peggio ancora, superiori alle sue in estensione o intensità.
Queste classi non sono che resti di una storia passata, ed il problema del perché il capitalismo non le abbia ancora spazzate via, almeno nella misura in cui lo ha fatto per l’artigianato urbano, trova già le basi della sua soluzione nella dottrina della rendita, il cui teorema fondamentale è che per la produzione dell’alimento il capitalismo non può guardare affatto dall’alto le precedenti forme di società: e questo era soprattutto indispensabile capire.
Ed ecco perché, avendo studiata una società di totale capitalismo rurale, e avendo acquisito che mai il capitalismo, ma il socialismo soltanto, darà un colpo al bestiale antagonismo campagna-città; per definire le leggi che reggono la superstite economia e, dinamica sociale della piccola proprietà, del piccolo affitto e colonia parziaria, bisogna guardare attenti, ma sicuri di guardare indietro, non avanti, di trovare pesi da smuovere, non forze che ci trarranno più oltre.
Dopo aver fatta la sua scorribanda nel mare aperto del mondo rurale capitalistico e solo allora, Marx guarda alla genesi dell’attuale situazione e fornisce i caratteri distintivi delle forme meno moderne.
I fessi credono che, scoprendo la forza delle masse contadine e scagliandole prima contro lo zar e poi contro la borghesia, Vladimiro Ulianoff abbia additato al proletariato europeo, che viaggiava nel treno della lotta di classe, l’aeroplano dell’alleanza coi semiproletari, genialmente sconvolgendo vecchie strade.
Ma Lenin sapeva meglio di noi che, per sondare gli spostamenti di questo materiale sociale, è il batiscafo che occorre, la esplorazione delle profondità abissali della storia, i cui esemplari del resto si nascondono ancora tra le immani distanze dei continenti che ancora il capitalismo dilagante non è riuscito a soggiogare.
Troppo cara è stata pagata la rinunzia del maturo proletariato d’Europa alla sua posizione di avanguardia, alla sua sacra gelosia per la totale indipendenza da mezze posizioni della sua teoria, della sua organizzazione.
Il movimento di oggi che, per accidente, in casa nostra è veramente popolare, fa, nella stessa misura, veramente schifo e più ancora, forse, pietà.