Parti Communiste International

Il Programma Comunista 1958/5

Sindacalismo della legge

Fra le mille « tecniche nuove » introdotte dal superopportunismo staliniano nel mondo del lavoro c’è anche, recentissima e brillantissima, quella del… ricorso alla magistratura. Sorge una questione salariale? Non si mobilita la classe operaia in un’azione frontale contro il padronato: si promuove azione legale per ottenere una sentenza debitamente firmata dal presidente e dai giudici della Corte.

Criticando — e fin qui giustamente — l’accordo stipulato fra la direzione della OM e i due sindacati CISL e UIL, il bollettino della FIOM, La Lega, del 4-3, ricorda il brillante risultato di una fra queste azioni legali, promossa dalla CGIL contro la Fiat. La storia è presto fatta. L’azione è intentata nel 1952 per ottenere che il tribunale sancisca il principio che la maggiorazione per il lavoro straordinario venga calcolata sul premio o incentivo di produzione. Una prima sentenza del luglio 1953 dà torto alla Fiat e ragione ai sindacati; la Fiat ricorre in appello; nell’aprile del 1954 la Corte conferma la sentenza; ricorso in Cassazione; nel febbraio 1956 il ricorso è respinto, e riconfermate in toto le sentenze emesse dai giudici di merito.

Quattro anni in cui la Fiat ha avuto tempo di espandere il volume del suo fatturato e di « riorganizzare » nel modo a tutti noto le sue maestranze, mentre il potere d’acquisto delle lirette richieste dagli operai ha avuto tempo di fare il cammino inverso. Risultato: « confrontando i due dati relativi alla maggiorazione per le ore straordinarie [cioè quello precedente all’azione della CGIL e quello sancito da S. M. la legge] risulta una differenza a favore dell’operaio di lire 16,33 orarie« !

« Secondo calcoli approssimativi », chiedendo gli arretrati il lavoratore otterrebbe cifre dell’ordine di 13-15 mila lire: quattro anni di attesa, 15 mila lire e… una sentenza di tribunale. Veramente, il successo è grandioso. Risultato politico: dopo tutto ciò, la FIOM invita gli stessi sindacati CISL-UIL firmatari di un accordo-capestro a « prendere fermamente [!!] posizione sulla questione degli arretrati« , in mancanza di che « la FIOM si riserva il diritto di procedere a termini di legge per tutelare gli interessi dei lavoratori danneggiati« .

La legge innanzi tutto: promoviamo altra azione legale, e fra quattro anni avremo, forse che sì forse che no, soddisfazione: intanto, procediamo uniti, bianchi e rossi, gialli e verdi. Il padrone dorma sonni tranquilli: nei quattro anni da venire, o gli va bene e il pagamento delle spese non gli costerà nulla, o gli va male e troverà sempre modo di non pagare, avendo per giunta dalla sua la « comprensione nazionale » dei sindacati legalitari. Per intanto, registra questo punto di vantaggio: se deve « piegarsi », il poveraccio, lo fa non di fronte alla canaglia stracciona dei suoi dipendenti, ma alla sovrana maestà della legge. L’onore è salvo, le istituzioni ancor più. In attesa che il codice-Kinglas lavori, la maestranza dorme come forza di classe, e lavora come strumento del Capitale…

Ma di là da questo aspetto di codarda acquiescenza di fronte al padronato (è caratteristico che l’azione legale sia stata promossa nel 1952, quando l’espansione della Fiat rinnovata era appena agli inizi, e si sia conclusa nel 1956, quando il ventre del mostro si era ricolmo a dovere, gonfiandosi in santa pace al riparo di agitazioni operaie sospese nell’aspettativa della… sentenza di un tribunale), v’è in tutta questa vicenda ben altro: v’è la sconcia « superstizione dello Stato » contro cui Marx ed Engels levarono già la frusta. Tutte le « agitazioni » hanno questo punto di partenza e questo punto di arrivo, per il superopportunismo: educare i proletari a contare non già sulla propria forza organizzata, ma sull’appoggio di un ente superiore alle classi, incarnazione di leggi morali radicate nel cuore dell’uomo, che si chiama Stato o, che è la stessa cosa, la Legge con l’ « l » maiuscola. Vogliono la Costituzione, vogliono il codice civile, vogliono l’intervento statale a dirimere le questioni di lavoro ed a salvare le industrie pericolanti (punto nel quale i lavoratori sono messi al servizio dei padroni, piagnoni verso lo Stato quando si tratta di ottenere quattrini, insofferenti — a parole — dello Stato quando i quattrini vengono « da sé »), vogliono il rispetto delle sacre istituzioni nazionali. Insomma, vogliono che l’apparato di dominio della classe dominante funzioni nel modo migliore: il loro sogno è quello del più fradicio dei laburisti: « educare i nostri padroni ». Tutti i salmi finiscono così: sia gloria nei cieli allo Stato, e pace in terra ai Valletta di buona volontà!

[RG-21] Le lotte di classi e di Stati nel mondo dei popoli non bianchi storico campo vitale per la critica rivoluzionaria marxista Pt.3

Parte II. Le suggestive lezioni della grande storia della razza cinese

Scenario per 4 millenni

Il palcoscenico immenso su cui vedremo in buona sostanza agire uno stesso attore – considerato dal punto di vista etnografico, nazionale, perfino statale, e della tradizione per millenni di sistemi di lingua, scrittura, e, con parola generica, di costume e « civiltà » – questo palcoscenico geografico ha la vastità, e oggi contiene la stessa popolazione, dell’Europa intera, con i suoi innumeri e mutevoli popoli, Stati e « culture »: in cifre brute dieci milioni di chilometri quadrati e seicento milioni di uomini; un quindicesimo delle terre emerse del pianeta, un decimo di quelle effettivamente abitabili, più di un quinto della umanità tutta.

La forma del territorio storico dei cinesi è ben diversa da quella accidentata ed articolata della capricciosa Europa; per stare ad una descrizione che al solito non ha pretese scegliamo quella di una enorme pagnotta ben rigonfia. Il lato destro del ventre, che ha la curva dell’addome di una favolosa genitrice feconda, e meglio il suo lato inferiore e quello destro, per chi guarda una carta geografica col classico orientamento, sono bagnati nel mare ravvivatore, non proprio nel minaccioso Oceano Pacifico ma in una provvida ricca serie di mediterranei oltre i quali una catena di terre tormentate, dalla Indonesia al Giappone, fa sì che i venti ciclonici arrivino sulla grande pianura cinese ancora caldi ma non più devastatori.

Dai lati opposti di Ovest e di Nord il pianeggiante paese centrale è cinto da terre continentali più alte, montuose fino alle vette dell’Himalaya e ovunque accidentate e in parte desertiche, tracciato naturale di una barriera di protezione non solo dai venti freddi ma anche dalle altre comunità umane che di continuo vi si affacceranno.

La grande bassura oggi coltivata, e popolatissima di frequenti e vaste città di millenaria origine era, prima dell’uomo, alla evidenza, un immenso mare interno, che fu riempito dalle deiezioni del massiccio centrale asiatico eroso da meteore e cataclismi tellurici. Persistono oggi sulla carta geografica gli autori principali della trasformazione livellatrice dei rilievi terrestri, i due grandi fiumi, più sotto l’Azzurro, Yang-tze kiang, più a Settentrione il Giallo, Hoang-ho, dal colore delle loro acque. Quelle del primo, che lascia subito i monti dell’Ovest indiano e corre tra le create pianure, sono limpide per migliaia di miglia del corso medio e inferiore; quelle del secondo, che anche parte da Occidente dallo stesso grembo montuoso, e tende al mare ad Oriente, sono più torbide (come per il flavus biondo Tevere dei romani, altro letto di civiltà storiche), anche perché il fiume con una enorme ansa rettangolare va a radere la base delle montagne della impervia Mongolia, per poi ritornare nella piana cinese e raggiungere il chiuso Mar Giallo, mentre mille chilometri più sotto con percorso circa parallelo il Fiume Azzurro si getta nel più aperto Mar della Cina.

I fiumi a grande bacino, e specie quelli che si gettano nei mediterranei (Po, Tevere, Arno, Nilo, Tigri ed Eufrate, Mississippi, ecc.) prima meccanicamente fabbricano pianure fertili, poi dense umanità e « civiltà storiche », in cui le esigenze e difficoltà di vita produttiva forzano la specie uomo alla conquista di mezzi attrezzati che giungono a regolare i fiumi e ne utilizzano la funzione fecondatrice arginando gli effetti di devastazione e impaludamento della terra coltivabile. La storia della razza cinese, che si ritiene autoctona, e non discesa dalle regioni montagnose ed aride ad occupare la pianura pingue, sta nel trattamento dei due immensi fiumi che mille volte distrussero, nelle loro ire, masse incalcolabili di forze produttive e di vivente umanità, compensate dopo dall’apporto di chimismo intensissimo delle melme, trasportate dalla erosione delle terre alte e lasciate sui piani dalle acque in ritiro. Il popolo cinese é stato tra i primi, anzi possiamo dire il primo, a lasciare tradizione organizzata e quindi scritta, e gli stessi suoi miti originali nella loro eloquenza rivelano ancora oggi l’opera immensa di milioni di piccoli uomini che seppero con la loro azione indiscutibilmente associata su immense estensioni, bonificare gli acquitrini, mettere i fiumi a regime, portare a livelli alti la coltura delle terre salvate e bonificate, e l’uso delle vie navigabili fino al mare.

Le forme sociali preistoriche

I testi storici cinesi ed anche la loro interpretazione da parte degli storici europei ci fanno arrivare molto indietro nel presentare il corso degli eventi come serie di « dinastie » che si susseguivano e di lotte giganti condotte da esse per spartirsi il territorio e a grandi ondate per riunificarlo e per riconquistarlo dopo le incessanti invasioni da parte di popoli ed eserciti di altra razza. Anche nella storia di altri popoli è difficile risalire da queste serie di nomi eretti a simboli alle funzioni delle masse e alla organizzazione della società primitiva. È da notare che mentre per Roma la serie parte dal 753 avanti Cristo, si può cominciare una serie di dinastie cinesi, non più leggendaria certo di Romolo e Numa Pompilio, dal 2697 al 2205, mentre dal 2205 al 222 si succedono « tre dinastie » Haia, Sciang, e Chou, del tutto storiche.

Non possiamo seguire questa via di esposizione, ma vogliamo solo stabilire che, per antichi che siano i tempi, non è stata quella monarchica la prima forma di organizzazione sociale della razza cinese.

Ai re ed imperatori della prima dinastia mitica gli antichissimi testi attribuiscono la « invenzione » della semina dei terreni, della loro aratura, e quindi della produzione agraria stabile e coltivata, della arginatura dei fiumi e quindi della bonificazione idraulica, e così via.

Che cosa ci dicono questi primi cenni della storia convenzionale sulla preistoria della società cinese? Quali forme sociali vi si devono ravvisare?

Evidentemente la monarchia ereditaria è una forma già sviluppata e tardiva, e non è con essa che si è iniziata la organizzazione stabile sul territorio, particolarmente favorevole, delle comunità primitive. Il nome dei monarchi, re, imperatori, e la loro ipotetica discendenza per stirpe familiare non è che la soprastruttura sotto cui epoche posteriori presentarono le tradizioni di forma più antiche in cui successivamente la capacità produttiva e tecnologica dei primi uomini si andò sviluppando.

Il primo problema in ordine cronologico è quello del fissarsi dei gruppi umani vaganti e nomadi come i branchi animali in sedi stabili, e l’antichità delle serie dinastiche convenzionali esprime con sicurezza il fatto che in tutta l’Asia e quindi probabilmente in tutto il mondo, almeno per quanto si parli di razze e civiltà non scomparse quasi senza traccia, le valli del fiume Azzurro e del fiume Giallo sono state le prime ad ospitare organizzazioni a sede fissa per lungo tempo, precedendo anche la valle dei fiumi mesopotamici e quella del Nilo, del Giordano, e così via.

La prima forma di aggregazione umana che si riproduce con una certa continuità e sicurezza, difendendosi dalle avversità di ambiente che tendono a disperderla ed estinguerla, è l’orda vagante, che reca con sé nello spostarsi di sede in sede le madri, i piccoli e tutto il suo limitatissimo arredamento. I mezzi di sussistenza in questa forma sono elementari: la caccia soprattutto, e la pesca, e la raccolta di frutti spontanei della vegetazione, che nell’assenza di ogni coltivazione delle piante rapidamente si esaurisce anche in cicli più brevi dello stagionale, così come la fauna terrestre e la pescagione fluviale o lacustre, spiegando l’imperio della necessità che il gruppo umano levi le tende e si sposti in zona vergine e non sfruttata con grande frequenza. Lo stesso porre a riserva prodotti vegetali ed animali è funzione successiva ad un minimo di ancoramento al suolo, come anche una fase relativamente evoluta è, con la cattura ed assoggettamento dei primi animali domestici, la scoperta dei carriaggi nei quali si possono trasportare non solo i membri deboli dell’orda, ma una certa scorta non solo di attrezzi ma anche di provviste alimentari conservate con metodi rudimentali. Il gregge è poi la vera scorta di viveri dell’orda nomade.

La distinzione che può farsi tra la pingue piana cinese e la circostante Asia, che presto sarà chiamata dal popolo più evoluto sede dei « barbari » con la parola che usarono anche semiti, egizi, greci e romani secoli e secoli più tardi, è che nella prima vi erano le tribù fisse che avevano appreso a coltivare il suolo, e nella seconda si prolungherà per millenni il vagare di orde incapaci di fissarsi e che ben presto si spostano non solo per trovare un più utile ambiente naturale, ma per tentare la preda di quanto le popolazioni fisse hanno nelle loro sedi di campagne e città accumulato di approvvigionamenti ed attrezzature pronti al consumo del conquistatore. Questo è già divenuto da cacciatore di animali anche cacciatore di uomini di altre tribù nomadi e fisse, e guerriero, con una adatta organizzazione e allenamento – mentre il popolo fisso ha dovuto anche organizzare in forme storiche successivamente diverse la protezione armata della sua stabilità nella sede di residenza e di lavoro.

Sembra stabilito che nella preistoria il centro montuoso dell’Asia non fosse così desertico ed arido come nel tempo storico, e che comunicazioni si siano stabilite tra le lontanissime nazioni a sede territoriale continua dell’estremo oriente cinese e quelle delle rive del Mediterraneo. Nei due ultimi millenni invece le orde instabili e guerriere del deserto centrale hanno alternato le loro travolgenti invasioni a carico dei popoli organizzati ed evoluti della Cina e dell’Occidente europeo.

Le vestigia del primissimo comunismo

Come avvicendarsi di maree umane e di guerre la storia ufficiale della Cina ondeggia tra invasioni e liberazioni, tra spartizioni e riunificazioni, il che non basta a riscriverla come successione di modi di produzione; ciò si vede tentato ma scarsamente adempiuto dai presenti « marxisti » cinesi, ai quali non va fatto gran torto se mentre essi apprendevano dagli europei la grande dottrina, tanto diversa da quella ai cinesi toccata come sovrastruttura delle loro forme storiche millenarie, gli europei stessi hanno quella dottrina travisata e distorta totalmente.

Nella concezione marxista (basti qui ricordare con brevità necessaria), la immensa Asia è la madre della forma del comunismo primitivo, di cui le ultime tracce, specie nell’India ben più che nella Cina, si sono potute fino ad oggi constatare, sia pure sotto il peso di successive e ben complesse forme di classe. Nel comunismo primitivo il soggetto è il clan, la tribù autosufficiente e autoriproducentesi. Vi può essere la forma comunista nel caso della tribù nomade o dell’orda, ed allora i prodotti della caccia e della pesca ed il gregge allevato sono comuni sia per l’attività che richiedono sia per il consumo. Quando sarà il caso di commentare tutta la teoria di Marx sull’ordine della grande serie, una osservazione notevole sarà che la prima proprietà individuale-familiare che appare presso i nomadi Sciti è quella del carro trainato, abitazione semovente di quella prima popolazione. In questo senso la proprietà della casa è più antica di quella della terra agraria, e forse se ne può cercare altro esempio nella « civiltà » delle terremare, o abitazioni su palafitte (che pensiamo abbiano dovuto fare la loro apparizione in Cina, sebbene il dato ci manchi) di popoli che si sono stabilizzati su una terra tuttavia acquitrinosa e per lunga parte del ciclo stagionale coperta da metri di acqua. Comunque è teorema del marxismo che la proprietà personale sia dell’abitazione che della terra agraria è un risultato della evoluzione storica già matura tecnologicamente e quindi non è un fatto e dato naturale originale.

Presso la forma stabile tribale la unità non è l’Orda che viaggia unita, ma il villaggio costituito da un gruppo di abitazioni circondato da un territorio disboscato e dissodato sufficiente al consumo della comunità di villaggio, terra non spartita tra persone e famiglie, ma lavorata in comune, con comune immagazzinamento e consumo di tutti i prodotti. La regolamentazione di fiumi di grande portata e lunghezza fa pensare ad una organizzazione che riunisce molti villaggi condotti in una forma più complessa a collaborare per la conservazione delle fonti di vita a tutti necessarie, e qui la tradizione ci comincerà a narrare delle forme signorili e monarchiche.

Possiamo pensare ad un territorio tanto vasto rispetto alla prima rada popolazione umana che le orde nomadi possano, anche incrociandosi nei loro viaggi, non ancora combattersi per il controllo temporaneo di una zona particolarmente appetibile – e che i villaggi stabili possano collaborare spontaneamente senza dispute per i limiti dei territori da ciascuno messi a coltura.

Occupandoci di un popolo umano ben stabilizzato, la forma di produzione all’interno del villaggio rurale con la evoluzione perde l’aspetto comunista integrale per una prima via che non è ancora (Grundrisse di Marx) quella di una divisione sociale in classi. La terra viene assegnata con una spartizione prima periodica, poi dopo lunga evoluzione fissa, ai membri attivi della tribù, che applicano al proprio lotto il lavoro proprio e dei familiari diretti, e con essi godono il raccolto. In questa seconda forma l’uomo lavoratore non è separato dagli strumenti di produzione, come avverrà nel mondo moderno. Terra ed animali, sementi, concimi ed utensili sono ancora un « prolungamento » della persona dell’uomo, sia pure non col nobile meccanismo della prima tribù, in cui non essendo ancora individualizzata nemmeno la consanguineità familiare, tutto l’uomo-tribù – remoto esempio originario dell’uomo-società di domani – ha come suo prolungamento materiale e sociale tutta la terra e tutti gli strumenti e greggi di cui il villaggio è proprietario – mentre in forme successive ne darà poi un temporaneo possesso di fatto ai suoi componenti.

La nascita della forma della proprietà individuale libera, in cui il lavoratore della terra non è soggetto né schiavo né servo, ha certo avuto nella storia della Cina una fondamentale importanza, ma tutte le forme di oppressione e di sfruttamento hanno sempre e fino ad oggi tormentata questa forma gracile e da ogni parte vessata.

In Asia prima che il villaggio smembri la sua comunanza sulla terra in lottizzazioni personali, che siano comparabili alla proprietà quiritaria dei romani, formata e tutelata fin nell’ultimo cittadino da una potente organizzazione statale ovunque presente, sorge una nuova forma caratteristica dell’India: ossia un grande capo territoriale o signore, che dispone di una forza armata, obbliga i villaggi agrari, che hanno già nel loro seno quanto loro basta di produzione artigiana diffusa, a farsi suoi tributari di prodotti prima, e molto più oltre di danaro e valori preziosi. Si forma così un sistema di staterelli principeschi che ogni tanto un capo più potente, e meglio armatosi col godimento dei tributi dei soggetti, sottopone ed associa in regni estesi.

Questa forma asiatica tipica differisce dalla schiavitù delle società classiche, come differisce dalla servitù feudale del Medioevo Europeo, ma si sviluppa largamente in aspetti schiavistici ed aspetti feudalistici.

Le grandi imprese statali dei potentati asiatici, sia come utili opere pubbliche che come grandi monumenti delle città capitali, sono realizzate da masse di prigionieri di guerra condotti a lavori forzati e quindi schiavizzati. In queste società non vi sono ormai più uomini liberi, e la forma comune del villaggio agrario tributario al signorotto o allo Stato fa sì che il contadino non sia libero, m servo.

Non è cosa agevole seguire per la Cina la lunga osmosi di tutte queste forme, né leggerne la comparsa e la scomparsa nelle storie convenzionali. Ma è stato necessario, prima di passare al canovaccio storico bruto, anticiparne, rispetto a trattazioni più estese della analisi marxista di tutti i rapporti, una preliminare presentazione.

Periodo dell’antico feudalesimo aristocratico

Tale periodo lo si fa coincidere nelle storie correnti con quello della terza dinastia « Chou » che regnò dal 1122 al 221 prima di Cristo. Esso sarebbe in un certo senso paragonabile al feudalesimo di tipo germanico che prevalse in Europa dopo la caduta dell’Impero Romano, in quanto il potere centrale era vago e debole, mentre pesante era la dominazione provinciale dei nobili.

Il periodo è caratterizzato da una totale anarchia dei poteri e da incessanti lotte tra quelli locali e tra le famiglie rivali; esso ben ricorda quelli del medioevo europeo quando il potere dell’imperatore era vago e lontano mentre le grandi monarchie unitarie non esistevano ancora. L’ultima parte del periodo che va dal 403 al 221 avanti Cristo è detto dei « Regni combattenti », perché alcune principali dinastie che hanno sottomessi i principi minori si contendono tra continue stragi la egemonia su tutto il paese. L’arte militare si è molto sviluppata con la introduzione della cavalleria e il largo impiego di truppe mercenarie (altra analogia con l’Europa di secoli e secoli dopo) e i metodi di lotta sono spietati: soppressione dei prigionieri, sterminio dopo il saccheggio delle popolazioni civili. Nelle città e nelle campagne inaudite sono le sofferenze di queste, descritte da una letteratura che ha traversata una delle sue età auree (negli stessi secoli in cui l’ellenismo dava ad Ovest i suoi prodotti più alti. Sono di questi secoli (VI e V avanti Cristo) i grandi autori Confucio e Lao-Tsu, più che di religioni fondatori di sistemi filosofici e sociali che con accenti diversi contengono la critica delle ingiustizie sociali del tempo, e sono vere sovrastrutture della reazione di classe del contadiname e del popolo minuto delle città artigiane e commerciali come lo fu in Occidente il cristianesimo.

In Lao-Tsu vi è solo una umana protesta contro le degenerazioni egoistiche nella società, e la invocazione al ritorno al regime di natura, a quella che era vantata dai poeti come una remota età dell’oro, e non poteva essere che la tradizione delle forme di produzione comuniste, sicché il grande Lao può essere comparato al tanto posteriore Giacomo Russeau; e va ricordato che Marx ed Engels vedono nel Contratto sociale un saggio del metodo dialettico, volendo intendere che Rousseau cercava nel ritorno al passato la via dell’avvenire, come sul piano scientifico fa il marxismo. Confucio invece che, eliminate dal suo sistema tutte le complesse cosmogonie simboliche è un vero riformista e riformatore, vuole uscire dall’anarchico « bellum omnium contra omnes » con una restaurata autorità fondata sul benessere del popolo, e traccia un vero sistema di Stato e di costume sociale. Confucio non vuole che si rinunci ai benefici del vivere civile del progresso e della cultura, e chiede una disciplina morale dall’alto, che si avvalga però non delle violenza ma dei metodi della persuasione e della saggezza.

Nascita dello Stato amministrativo

La soluzione della violenta crisi de IV e III secolo a.C. non appare essere venuta dalla predicazione delle dottrine, e nemmeno per quanto dicono le storie correnti da un insorgere delle masse, ma proprio dalla guerra stessa, ossia da uno dei Regni combattenti in lotta disperata che seppe aver ragione di tutti gli altri. Si trattò della famiglia dinastica degli Ts’in o Ch’in, dai quali il paese da allora in poi prese il nome, e che continuavano la più antica dinastia Tcheu. Questa aveva capitanata una grande migrazione delle popolazioni del centro verso il nord-est, ove aveva voluto ributtare la pressione delle orde dei Mongoli, indicati allora con nomi che ricordano quelli degli Unni noti all’Ovest; tutte razze che erompevano dal massiccio centrale asiatico e dal Turkestan. La prova era stata ben dura per le reazioni e controinvasioni dei barbari, ma quel regno si era molto agguerrito e volle ritornare alla conquista del pingue centro e sud del paese, riuscendovi nel 207 a.C. attraverso la sanguinosa disfatta, una ad una, di tutte le altre armate dei Regni Combattenti. Da tale data comincia non solo l’unificazione territoriale di tutta la Cina col ributtare i barbari da tutte le frontiere, ma una nuova e radicalmente diversa organizzazione dello Stato. La sua centralizzazione non sta più soltanto nel simbolo dell’imperatore divinizzato, « Figlio del Cielo », ma assume un forma concreta nuovissima. Debellati e disarmati del tutto o anche soppressi i capi delle varie signorie locali che avevano usurpata l’ereditarietà al posto dell’antica investitura da parte dell’Imperatore, il potere locale venne affidato a funzionari del centro governativo che aveva sede presso l’Imperatore. La rete da allora fu doppia, civile da una parte, militare dall’altra. Sotto il suo aspetto legittimista la rivoluzione che dista da noi quasi duemiladuecento anni, fu assolutamente radicale, e non anticipò tanto le forme romane di pochi secoli dopo quanto quelle europee del 1600 e 1700, a Stato centralizzato. Volendo infatti trovare un confronto con questo regno di Cheng-Huang-Ti, primo della serie, ossia Sublime e Divino dobbiamo pensare al Roi Soleil, al secolo di Luigi XIV con le sue vittorie e i suoi splendori. La doppia gerarchia burocratica assicura l’ordine in tutto il paese, i due rami dell’amministrazione hanno al vertice un Primo Ministro ed un Maresciallo dell’Impero, e si ricongiungono nella persona dell’Imperatore. Il territorio si divide tutto in province, le province in distretti e in ciascun grado si ripete la doppia gerarchia.

Il nuovo regime intraprese una gigantesca impresa militare ossia un’offensiva tale da ributtare i barbari da tutte le sterminate frontiere, operando contro spedizioni a carico degli Unni di cui si annetterono vari territori in tutte le direzioni. La « Grande Cina » si estese dal Tonchino ad Ovest alla Corea all’Est, raggiungendo una delle massime espansioni . Gli Ts’in passarono alla storia anche per la costruzione della famosissima « Grande Muraglia ». Si tratta di una colossale fascia di opere, che ne utilizzò di più antiche, e che storicamente subì brecce e ricostruzioni incessanti, ma finì col segnare un baluardo invalicabile nelle più diverse vicende.

Nell’ordinamento interno la svolta della nascita del primo Stato centralizzato si accompagnò con la liquidazione di ogni residua coltura in comune della terra da parte dei contadini uniti in villaggi, e la terra fu attribuita alle singole famiglie. Benché le cronache parlino di abolizione di ogni nobiltà ereditaria, non è possibile indurne che sia avvenuta una equa spartizione della terra in possessi liberi.

Nello stesso tempo il potere dei Ts’in intraprese riforme unitarie della lingua, della scrittura, delle misure, pesi, norme di commercio, della legislazione tutta, e può parlarsi di un controllo del potere di Stato in tutti gli affari economici.

Tuttavia la creazione di una così pesante impalcatura amministrativa che gli storici chiamarono feudalesimo burocratico in sostituzione di quello aristocratico, non poté non determinare una maggiore oppressione e sfruttamento del popolo, colpito da un sistema onerosissimo di tasse. Gli intellettuali e gli stessi confuciani che volevano l’ordine ma non il dispotismo di tutta una gerarchia di funzionari e di cortigiani, si fecero eco del malcontento generale, malgrado le repressioni e la compressione che giunse fino a far bruciare le antiche opere che descrivevano l’età della libera agricoltura comune. Già il secondo Huang-Ti, travolto dalla insurrezione fu assassinato, la capitale e il grandioso palazzo reale messi a sacco. Ma ancora una volta tutto si risolse con un più o meno lungo mutamento dinastico: rimasero i principii della unificazione di tutta la Cina, dello Stato burocratico onnipotente, malgrado la corruzione divenuta cronica dei suoi mandarini. Due secoli prima di Cristo, già la formula di uno Stato gravante sulle classi lavoratrici e malato di elefantiasi burocratica, che doveva essere nota a tutti i popoli e a tutti i tempi, aveva in Cina un esempio colossale e di colossale persistenza, salvo a pretesi modernissimi critici del marxismo di credere di averla in questi anni recenti inventata, come forma che segue il capitalismo moderno europeo senza ancora essere socialismo, e come contenuto del capitalismo di Stato della Russia d’oggi!

Alterne vicende dell’impero unitario

Questa forma di Stato, originale quanto continua, non si è mai dissolta dal 221 prima di Cristo al 1911 ossia per ventun secoli. Vi sono state crisi dell’unità territoriale sia per momentanee scissioni interne tra dinastie concorrenti, sia per vittorie delle valanghe di barbari invasori ma sempre alla fine la vitalità quasi animale di questo paese fertile e di questo popolo dall’immensa forza di lavoro hanno fatto sì che ogni invasore venisse ributtato dalle frontiere e che l’unità di governo fosse raggiunta colla vittoria di un regno o di un esercito meglio organizzato, e che dominava nemici esterni ed interni assorbendoli nel suo superiore sistema.

A secoli di lotte atroci e di miseria e perfino depopolazione se ne sono alternati altri di ripresa e di splendore. Nel VII, VIII e IX secolo dopo Cristo la grande dinastia dei Tang debella i due grandi Khanati turchi di Est e di Ovest, conquista il Turkestan e ristabilisce la grande via carovaniera della seta rompendo l’isolamento dall’Europa e dal mondo occidentale, in cui era in crisi l’impero bizantino, fronteggiando nell’Asia minore il potere dell’Islam. Dopo le glorie dei Sung intorno al mille, si formano ai margini regni barbari, e nei secoli XIII e parte del XIV la Cina subisce una dinastia mongola dei Khan. Ma coi famosi Ming dal 1368 al 1643, dopo una vera rivoluzione nazionale che abbatte i Khan mongoli, si apre un nuovo periodo aureo in cui le industrie ed i commerci grandeggiano a completare la fondamentale economia terriera della ricca Cina, il Catai di cui gli sbalorditi viaggiatori europei dovranno favoleggiare nei loro resoconti. Costume pubblico, cultura, sapienza, arte raggiungono vertici che nei loro monumenti di ogni specie nulla hanno da invidiare alla rinascenza europea degli stessi secoli, e di fronte ai quali la cultura occidentale borghese, salvo rare eccezioni, non professa che una crassa ignoranza. Nella vita sociale sono forme capitalistiche nel senso non ignobile che si delineano per forza spontanea. Un’industria che raggiunge alte produzioni per il consumo interno come per la esportazione offre manufatti di inestimabile pregio artistico: così per i tessuti di seta famosi nel mondo e per la incomparabile arte ceramica e per le porcellane artistiche che sono di gran lunga più preziose dei migliori prodotti europei. Le arti meccaniche erano avanzatissime, come prima testimonia lo stesso Marco Polo, che scioglie veri inni alla civiltà e raffinatezza cinese di quel tempo. Come vi è una economia industriale con una classe elevata e colta di padroni di manifatture, così immenso sviluppo ha il commercio interno, favorito dai canali perfetti che collegano i grandi fiumi; e uno sviluppatissimo commercio con l’estero fino all’Africa impiega una vera fiorente navigazione oceanica.

Letteratura, poesia, arte, teatro, dramma, architettura pubblica; in tutti i campi questo periodo lasciò orme smaglianti. E, dopo una prima fase in cui i Ming, liberata la Cina, tentarono di assoggettare i Khanati mongoli, uscendo in forze oltre la Muraglia, ma riportando alcune gravi sconfitte che tagliarono la via al sogno di uno Stato panasiatico, che aggiungesse al Celeste Impero quello, che aveva premuto sulla stessa Europa, di Gengis Khan e di Tamerlano, turco-mongolico il primo, islamico il secondo, la dinastia famosa assicurò per la prima volta al paese un lungo intervallo di pace, che fu condizione di tanto rifiorire.

Tornati sul filone della tradizione nazionale, i Ming opposero al buddismo, dall’India penetrato in Cina, il confucianesimo come religione nazionale, di cui esaltarono l’insegnamento della subordinazione dell’individuo agli interessi collettivi, e non contrastarono una certa diffusione del cristianesimo, avendo aperte le porte a commercianti come a missionari di Europa.

Una nuova fase di conquista straniera deve subire la Cina alla caduta della dinastia dei Ming, nel 1644. Si tratta dell’avvento della dinastia Manciù, venuta dell’estremo nord-est (la Manciuria è sulle rive del mare del Giappone). Ma i rozzi mancesi dettero luogo ad un fenomeno di rapido assorbimento e di mimetizzazione nella superiore civiltà cinese, come avveniva ai barbari a contatto degli imperi romano ed ellenico-bizantino. La dinastia durò fino al nostro secolo e così le sue forme militari; del resto tradizionali, in quanto le guarnigioni erano tenute in abitati separati da quelli civili e in un certo senso avevano aspetti da esercito di occupazione. Ma tutto il tessuto sociale della popolazione si mantenne, secondo le tradizioni nazionali, entro la rete di una immensa burocrazia statale e di un sistema fiscale complesso, mentre la vitalità e la produttività in tutti i campi tecnici e culturali delle forme proprie ai popoli europei passava decisamente oltre il rallentante tardo mondo cinese. Dinanzi alle diavolerie degli emissari del capitalismo di Ovest questo mondo, così fecondo e ricco di antiche manifestazioni, si chiuse in se stesso, e parve come voler rientrare nell’ombra, mentre la grande maggioranza dei lavoratori agricoli continuava nella sofferenza millenaria a sopportare il grave peso di una società condotta da classi raffinate e colte, pigre e parassite.

Fine storica dell’isolazionismo cinese

Se la grande stabilità delle costruzioni storiche è una costante inderogabile dell’evoluzione sociale cinese, conseguentemente lungo e schiacciante deve essere lo sforzo rinnovatore tendente a creare nuove forme sociali. Perché le forze rivoluzionarie, germinanti nella decrepita società agrario-burocratica, riuscissero finalmente a soverchiare la resistenza opposta dal campo della conservazione, è occorso un lavoro titanico che copre un secolo intero, quanto corre tra la prima guerra dell’oppio e la fondazione della Repubblica Popolare, e cioè tra il primo sconvolgente urto vibrato dall’esterno al mummificato edificio della monarchia Manciù e il costituirsi della Cina nelle forme dello Stato moderno.

Forse non esiste nella storia delle altre nazioni un periodo che raduni in eguale tratto di tempo un così grande numero di mutamenti, di rivoluzioni, di guerre e di controrivoluzioni come il secolo della rivoluzione cinese. Ma quello che colpisce di più l’immaginazione è il constatare come la rivoluzione cinese, che pur mira a finalità nazionali, si sviluppi in stretta connessione dialettica col maturare dei grandi eventi mondiali, provando in tal modo, e proprio nel paese della Grande Muraglia, come l’evoluzione storica tenda a incastrare i popoli e le razze in un meccanismo che abbraccia il pianeta. Di enorme interesse è, in terzo luogo, il poter ricostruire, studiando gli ultimi cento anni della storia cinese, il ciclo storico dell’imperialismo capitalista. Difatti è in Cina, cioè in un grande paese troppo arretrato per poter respingere l’aggressione finanziaria e politica dell’imperialismo straniero, ma abbastanza sviluppato sul piano dell’organizzazione dello Stato per poter rifiutarsi di divenire un possedimento coloniale, come nell’Ottocento accadde all’India, che l’imperialismo disvela le sue più profonde contraddizioni. Non a caso la Cina moderna diviene il terreno comune su cui si affrontano la rivoluzione nazionale, la rivoluzione socialista e la guerra imperialista.

Appare subito chiaro quanto sia complessa la trattazione di tale argomento. Tuttavia non è disagevole suddividere il grande concatenamento di avvenimenti in varie fasi, le seguenti:

1) Guerra dell’oppio e rivolta dei Tai-Ping

Essa va dal 1840 al 1900, e comprende la prima (1840-1844), la seconda (1857-1858) e la terza (1857-1860) guerra dell’oppio; la grande rivolta dei Tai-ping; la guerra nippo-cinese e il saccheggio territoriale della Cina; il movimento costituzionale-liberale di Kang Yu-Wei.

Può sembrare che tali avvenimenti siano messi insieme senza ordinato legame; invece appare chiaro, se si bada alla loro sostanza, che essi sono ferreamente collegati. L’attacco militare che l’imperialismo, impersonato all’epoca dall’Inghilterra e dalla Francia, sferra ripetutamente contro la Cina per spezzarne la corazza isolazionista, mira esclusivamente a rimuovere un ostacolo che si oppone reazionariamente al monopolio commerciale capitalista. Una potenza storica in pieno sviluppo – l’imperialismo capitalista – che, per le inflessibili leggi economiche che lo governano, tende ad allargare incessantemente i confini del mercato mondiale, non può arrestarsi deferentemente ai tabù legali, con i quali la dinastia Manciù crede di poter assicurare la chiusura dei porti. L’Impero che aveva bandito l’oppio viene forzato dalle armi a riammetterne il consumo. La Cina, che non produce la micidiale droga, è costretta, a seguito di tre ferocissime guerre, ad importarla dall’India in quantità sempre crescenti e a permetterne la libera vendita entro i confini dell’Impero, nonostante i danni fisiologici che essa arreca alla popolazione e nonostante la paurosa fuga all’estero dell’argento.

In tal modo la Cina diventa un mercato coatto del capitalismo occidentale, che non tarda a ridurre il paese allo stato di una colonia, applicando un protezionismo alla rovescia, per cui il governo cinese non ha la facoltà di elevare i dazi doganali sulle merci di importazione al di sopra di un certo limite, che viene fissato – caso unico nella storia! – dagli stessi esportatori stranieri a mezzo dei loro governi. Ciò naturalmente arreca un insuperabile impedimento allo sviluppo del capitalismo nazionale cinese. In tal modo, il governo imperiale, ad onta delle reiterate sconfitte subite in guerra, non può fabbricarsi le armi moderne solo con le quali le sue armate potrebbero resistere ai rapinatori stranieri, anzi è costretto a rivolgersi ad essi per ottenere di che armare i propri mercenari.

Le guerre dell’oppio, turbando l’equilibrio economico della Cina, provocano profonde crisi sociali. Ma lo Stato non è più in grado di prevenirne le conseguenze, perché la sconfitta militare e l’umiliazione subita dall’Impero hanno avuto l’effetto di demoralizzare le sue forze armate e di infondere coraggio alle classi oppresse. L’imperialismo, sotto l’ipocrita scusa di estendere la civiltà occidentale alla Cina, che va inondando di missionari, ha risolto a modo suo la questione del rinnovamento del bimillenario Stato cinese. L’ha risolto senza tenere in alcun conto le aspirazioni degli oppressi. Esso, con le torpedini e i cannoni, tende a trasformare la monarchia autocratica, esponente di tutte le forze della reazione agraria e burocratica, in un protettorato coloniale, analogamente ai principati indiani. Ben diversamente reagiscono le forze endogene della rivoluzione cinese: i contadini, la piccola borghesia radicale, il primo proletariato. Il movimento loro tende a cambiare, ben più che l’orientamento politico, la base stessa dello Stato cinese, che essi aspirano a trasformare da macchina di repressione del semifeudalesimo burocratico in organo politico di un nuovo tipo di società.

L’era rivoluzionaria moderna si apre in Cina con la rivolta dei Tai-ping, che può definirsi l’ultima guerra contadina della storia cinese e il primo tentativo abortito di creazione di uno Stato anticonfuciano e democratico. Il movimento inizia nel 1848 e si protrae fino al 1865. Sotto certi aspetti esso può considerarsi la versione cinese di un fenomeno che non è sconosciuto alla storia della dominazione di classe dell’Europa: il tentativo generoso dei contadini di spezzare le bardature di ferro del feudalesimo agrario, al di fuori dell’appoggio delle classi rivoluzionarie urbane, quando ancora non è sorto il proletariato. Per la immaturità delle condizioni storiche, per il sostrato eroicamente rivoluzionario del suo programma, la rivolta dei Tai-ping può essere paragonata alla guerra dei contadini tedeschi del 1525, descritta da Engels in pagine indimenticabili. Ma per i contadini cinesi l’impresa è molto più ardua, perché in Cina il potere dello Stato ha raggiunto da secoli un alto grado di concentrazione e viene esercitato da una burocrazia rigidamente gerarchizzata, sicché la sede del potere è al di fuori delle campagne, è nelle città dove si accampano le guarnigioni Manciù e risiedono i gangli dell’apparato amministrativo.

Più fortunati dei contadini tedeschi, i Tai-ping riuscirono a fondare uno Stato , il Tai-ping Tien Kuo (Impero della grande prosperità), che durò ben quindici anni (1851-1865) ed ebbe a capitale Nanchino. Vincendo sui Manciù, esso avrebbe anticipato di un secolo la fondazione dello Stato moderno cinese; ma, perdendo, contribuì ugualmente, sia pure da lontano, alla dissoluzione della monarchia reazionaria. Questa, pur di salvarsi dalla rivoluzione interna, si spinse ad accettare, dopo qualche esitazione, il decisivo appoggio in denaro e in armi degli imperialisti anglo-francesi. Da allora apparve chiaramente che la rivoluzione democratica cinese avrebbe potuto avanzare alla sola condizione di combattere contro la coalizione feudale-imperialistica.

Il periodo della rottura del segregazionismo cinese si chiude con la guerra nippo-cinese del 1894-1895, strepitosamente vinta dal Giappone, il più giovane dei banditi imperialisti scesi a saccheggiare la Cina. La guerra è una sorta di atto di nascita di un nuovo imperialismo, che non affonda le radici nella storia dell’Occidente, ma è generato da un capitalismo che è sorto dal superamento rivoluzionario delle antiquate forme produttive di un paese asiatico.

Il lato positivo della pesante sconfitta militare subita dalla Cina è rappresentato appunto dalla dimostrazione pratica della possibilità di portare i paesi asiatici, come ha fatto il Giappone, al livello tecnico degli odiati e invidiati paesi dell’Occidente. La grande muraglia dei divieti legali, che dovevano proteggere il vecchio Celeste Impero dalla contaminazione straniera, è ormai definitivamente crollata, se persino un paese asiatico fino ad allora povero e arretrato ha potuto infischiarsene. Sarà giocoforza allora spiccare il grande salto verso il livello storico degli Stati che straziano e divorano la Cina, oppure rassegnarsi a restare un prolungamento dell’imperialismo straniero. Tale dilemma è perfettamente acquisito dalle correnti della borghesia autoctona che si è andata formando negli interstizi lasciati liberi dal capitale finanziario straniero. Ma, per la natura e le origini sociali del movimento, esso non può altro che tentare la via delle riforme dall’alto. Così, all’insorgere eroico dei Tai-ping, succede l’illuminismo di un partito legalitario di riformatori, capeggiato dallo scrittore Kang Yu-Wei. Essi si illudono che basti « illuminare » il giovane imperatore e indurlo a firmare una serie di decreti innovatori Ma la terribile reazione seguita, ad opera del partito di Corte e dell’esercito, verrà a dimostrare inequivocabilmente che la Cina, a meno di voler restare indefinitamente in condizioni di asservimento, non potrà sottrarsi, come lo avevano potuto le nazioni europee nei secoli XVII e XVIII, alla chirurgia della rivoluzione sociale.

2) Scoppio della rivoluzione borghese. La prima rivoluzione (1900-1912)

È un periodo che comincia con la rivolta dei Boxers (1900). Da questo momento il movimento rivoluzionario cinese assume pienamente il duplice compito del sovvertimento sociale interno e della lotta nazionale contro la soggezione straniera. È nel primo decennio del secolo che si verifica un considerevole incremento delle forme capitalistiche, con conseguente sviluppo delle classi sociali proprie della società capitalistica: la borghesia e il proletariato. Per la prima volta sorgono organizzazioni politiche modellate sui partiti occidentali, come la Lega rivoluzionaria di Sun Yat-sen. Ma la rivoluzione anti-monarchica del 191, che pure riuscirà a buttar giù dal trono imperiale la dinastia Manciù, e a fondare la repubblica con Sun Yat-sen presidente, non potrà impedire che la casta dei generali, lasciata in eredità dallo speciale ordinamento militare dei Manciù, si impossessi del potere e spezzi in varie satrapie militari quell’unità dello Stato cinese che bene o male la monarchia autocratica aveva saputo difendere e perpetuare. Necessariamente il rinnovamento sociale del paese viene ad essere soffocato sul nascere. Si tratta, in sostanza, di una rivoluzione incompiuta, e altre se ne dovranno verificare. Da questo punto il movimento rivoluzionario seguirà come una serie di linee spezzate. La rivoluzione, che irresistibilmente tende a fuoriuscire dal sottosuolo sociale, esploderà alla superficie, ma ogni volta ad una entusiasmante vittoria seguirà una precipitosa ritirata. Tuttavia è questa una delle quattro rivoluzioni democratiche orientali che per Lenin preludono alla prima guerra mondiale e al risveglio dell’Oriente (Cina, Turchia, Persia, Russia 1905).

3) Gli anni della reazione militarista (1912-1919)

È il periodo della dominazione dei « Signori della Guerra », generali di professione che si disputano ferocemente il potere, lasciandosi comprare dalle diverse potenze imperialiste concorrenti. Come tutte le epoche di controrivoluzione, la reazione militarista è « maestra » di rivoluzione. Le forze sconfitte del campo rivoluzionario rivedono i loro errori e migliorano la loro preparazione.

4) La ripresa rivoluzionaria (1919-1925)

Si tratta di un periodo oltremodo interessante perché si intersecano in esso le conseguenze di due processi storici di enorme portata: la involuzione incipiente della Internazionale Comunista, che sta deragliando dai binari dell’originario programma, e la presa di coscienza delle finalità di classe da parte della borghesia cinese. Tali fenomeni, come proveranno gli avvenimenti, stanno tra di loro come in una relazione di causa ad effetto. Infatti sarà la completa degenerazione delle direttive politiche in materia nazionale e coloniale, che erano state approvate al II Congresso dell’Internazionale (luglio-agosto 1920), a incanalare su una strada sbagliata il movimento dei contadini e degli operai controllati dal Partito Comunista cinese e a permettere al Kuomintang di operare impunemente la rottura dell’alleanza col PCC, alleanza che appunto alla fine di tale periodo viene ricercata e attuata.

5) Serie delle guerre civili interne. La prima guerra civile rivoluzionaria (1925-1927)

Essa inizia con la formazione di un governo nazional-popolare cui partecipano il PCC e il KMT, e la spedizione, contro il blocco del Nord militarista, dell’esercito nazionale rivoluzionario, che muove dalla sua base centrale nel Kwang Tung (la provincia dove sorge Canton). Nell’aprile del 1927 la spedizione si conclude vittoriosamente per i sudisti con la conquista di Nanchino; ma subito dopo il KMT lancia le sue forze contro l’alleato comunista, provocando i mostruosi massacri di contadini nelle campagne e di proletari nei grossi centri urbani di Sciangai, Wuhan, Canton.

La storiografia staliniana definisce tradizionalmente questa drammatica svolta della prima guerra civile cine se come il « tradimento » di Ciang Kai Scek. Ma se le parole si riattaccano al contenuto di classe degli avvenimenti, si vede che, se di « tradimento » si vuole discorrere, di esso certamente non andavano accusati gli sgherri del Kuomintang, i quali avevano imposto al Partito Comunista cinese, una cui ala sinistra vi si era invano opposta, di sacrificare totalmente il programma della « doppia rivoluzione », quale era stato perseguito da Marx e Engels nel 1848 in Germania e vittoriosamente attuato da Lenin nel 1917 in Russia.

Catastrofe peggiore di quella seguita al rovesciamento del fronte del KMT non poteva aversi, perché la cancellazione della possibilità di una rivoluzione socialista e il sacrificio di migliaia di proletari non furono compensati dalla vittoria della rivoluzione democratica. Infatti, anche la guerra civile tra Nord e Sud rimase nel novero delle rivoluzioni incompiute, in quanto il regime nazionalista del Kuomintang, pur di combattere la minaccia rappresentata dalla guerra partigiana intrapresa dal PCC, si darà ad una politica equivoca di patteggiamenti con la reazione fondiaria interna e l’imperialismo straniero.

6) La seconda guerra civile. Il conflitto tra PCC e il KMT (1927-1937)

È il periodo che vede il Kuomintang trasformato in sostegno del potere legale, succeduto alla dominazione dei militaristi, mentre il Partito comunista viene spogliato di ogni riconoscimento legale. Inizia così la lotta armata tra nazionalisti e comunisti che durerà fino allo scoppio della guerra tra Cina e Giappone (luglio 1937).

Ma l’aperto conflitto col KMT non vale certo a riportare il PCC sulla Piattaforma del II Congresso dell’I.C. anzi, in concomitanza con lo sviluppo della politica dello Stato russo, che muove decisamente verso il definitivo schiacciamento del bolscevismo, la sinistra del PCC viene completamente battuta e la direzione del partito viene assunta dalla corrente di Mao-Tse-dun (1934), la stessa che, a vittoria ottenuta contro il KMT, dovrà instaurare in Cina la Repubblica popolare fondata sul blocco delle « quattro classi ».

Ritirandosi dinanzi alle forze di Ciang-Kai-scek, le « armate rosse » daranno vita alle cosiddette « regioni sovietiche », vere sacche militari territoriali, nelle province del Kiangsi (Cina sud-orientale) e dell’Hu-nan e dello stesso Hu-pen. Ma fin dal 1935 la direzione del PCC sostituisce la parola d’ordine di una repubblica di operai e di contadini quale governo della Cina, dopo la vittoria, con quella della Repubblica popolare, con la borghesia « nazionale » come una delle classi avente una parte nella vita legale del paese.

È durante questo periodo che le « armate rosse » per sfuggire alle « campagne di annientamento » sferrate da Chiang, abbandonano le loro basi nelle province del Kiang-si e del Fu-kien e si trasferiscono mediante una marcia di 10.000 chilometri nello Scien-si (Cina nord-occidentale), descrivendo un’immensa curva da sud verso l’estremo nord-ovest (Lunga Marcia).

7) Gli anni della rinnovata collaborazione tra PCC e KMT nella guerra antigiapponese (1937-1945)

Dopo l’attacco giapponese alla Manciuria e la costituzione del Manciu-kuò (1932-33), il PCC rinnova i suoi appelli per la creazione di un fronte unico anti-giapponese, ma il KMT li ignora, anzi raddoppia gli attacchi alle truppe comuniste. Ma dopo lo scoppio del conflitto nippo-cinese il KMT per evitare il completo disfacimento a cui lo spingono le sconfitte inferte dai giapponesi, è costretto ad addivenire ad un accordo col PCC per la condotta di operazioni comuni contro l’aggressore. All’indomani del 7 luglio 1937, inizio dell’attacco giapponese, l’Esercito rosso cambiava la propria denominazione in Esercito rivoluzionario nazionale, sanzionando così, anche sul terreno dei simboli, e delle forme esteriori, il definitivo passaggio ad un programma puramente nazionale e democratico. Da parte sua, il KMT riconosceva la legalità del PCC (22-23 settembre). A solennizzare la riappacificazione tra i tradizionali avversari, giungeva il plauso di Mosca nella forma di un trattato di non-aggressione cino-sovietico.

Ma mentre il PCC si mantiene fedele agli accordi assunti col KMT, questi, conducendo una politica di doppio gioco, cerca accordi segreti col Giappone e nello stesso tempo tenta di ridurre la potenza dei comunisti. Per raggiungere tali obiettivi, il KMT non esita a sferrare delle vere offensive contro le truppe comuniste, qualche volta agendo addirittura in collegamento con le truppe giapponesi, (1939, 1940,1941). Solo dopo Pearl Harbour (1941) Ciang-Kai-scek dichiara guerra al Giappone. La collaborazione tra il PCC e il KMT viene di fatto a cessare, fin dal 1941. Ma, persistendo ostinatamente nella sua politica di lealismo, il PCC, mentre dura la grande offensiva giapponese in Cina nel 1944, ripropone la collaborazione militare e politica tra i due partiti.

Alla resa del Giappone, nell’agosto del 1945, col conseguente sgombero della Cina, seguono trattative tra il PCC e il KMT, per l’intermediario degli americani, e nell’ottobre un comunicato comune di Mao Tse-dun e di Ciang-Kai-scek sancisce l’accordo.

8) La terza guerra civile e la fondazione della Repubblica popolare (1946-1949)

Il periodo si apre con una offensiva di Ciang-Kai-scek (luglio 1946) che ottiene un successo iniziale, riuscendo a ricacciare i comunisti persino dalla loro capitale Ye-nan nello Scen-si (Cina nord-occidentale). Ma a cominciare dal marzo dell’anno successivo, il KMT è ridotto alla difensiva nello Shan-tung e nello Shen-si settentrionale. Nell’estate le truppe dell’Esercito popolare passano il Fiume Giallo e rompono il sistema difensivo del KMT, portandosi sulla linea del Fiume Azzurro. Il 30 ottobre 1948 viene conquistata Mukden. Nel 1949 tutta la Cina del Nord è sgomberata dal KMT; nell’aprile, l’esercito popolare varca il Fiume Azzurro, mentre il KMT trasferisce la capitale a Canton.

21-30 settembre. La Conferenza politica consultiva del popolo cinese proclama, a Pekino, la Repubblica.

Ciang-Kai-scek deve fuggire a Formosa sotto la protezione americana.

Nel 1950 scoppia (giugno) la guerra di Corea.

La misura della totale degenerazione, prima della rivoluzione russa, e quindi della rivoluzione cinese, sta nel fatto che questa guerra, come a suo tempo prevedemmo, si concluse senza dar luogo né ad un conflitto mondiale, né ad una rivoluzione sociale.