Vecchi e giovani
Sulle colonne dell’ Unità si svolge una pallida tribuna precongressuale per il congresso che non si sa che cosa debba discutere e decidere e quale crisi o svolto liquidare. Le partecipazioni si chiamano secondo il cretinismo parlamentare interventi, e ci è caduto lo sguardo su quello «Vecchi e giovani» del vecchio Li Causi, non si sa se preoccupato o comandato a dissipare preoccupazioni altrui. Prende le mosse dalle sollecitazioni dei giornalisti alla conferenza stampa di Togliatti (apertura di un nuovo corso, e come no?) in cui quelli, avidi, speravano di scoprire un prossimo scompigliamento di grado pari a quello democristiano, che non si avrà mai. Il partitone è impotente anche a questo, non si romperà mai, ma solo finirà un giorno sgonfiandosi per avere troppo sgonfiato.
Togliatti deluse i conferenti. Che, che… resistenze, incomprensioni, dubbi, qui tutto. Ma Li Causi pone il quesito se queste incrinature siano tra vecchi e giovani, per dissipare il fantasma. Egli cita Gramsci che si chiese se poteva sorgere una lotta di generazioni tra giovani «infantili» e vecchi «antiquati», mentre occorre che gli anziani maturi educhino i giovani.. Il buon Antonio fu sempre un educazionista insanabile, ed evidentemente pensava a fastidi che avrebbero potuto dare quei pochi, che si possono vantare di essere al tempo stesso tanto «infantili» quanto «antiquati». I suoi discepoli siano tranquilli che nelle loro file non vi è nessuna quinta colonna di tal genere.
L’orrore del buon vecchione Li Causi per il rigidismo settario in vecchi e giovani e la sua incompatibilità con ogni senso di classe, si vede dal paragone che fa per scongiurare il sinistro che qualche ultimo antico comunista rimasto là dentro (impossibile!) ne veda tante da ritirarsi su una specie di Aventino.
«Chi non ricorda quei protagonisti del nostro (sì, del vostro), Risorgimento, artefici dell’unità d’Italia che partiti da posizioni radicali e progressiste, ad ogni minaccia, vera o presunta sull’unità del Paese,agivano in modo (è chiaro, appartandosi) da rafforzare anche non volendo il gruppo dirigente conservatore che l’unità d’Italia volgeva ai suoi fini di classe?».
Può pensarsi nulla di più filisteo di un simile schema?
L’Unità d’Italia si fece per fini di classe ed anche rivoluzionari, conformi agli interessi della borghesia italiana. Già nel 1911, quando Li Causi non era vecchio, i socialisti avevano ripudiata ogni apologia politica di quel bagaglio ideologico, nel senso che non credevano che l’Unità si fosse fatta per i lavoratori, e poi sarebbe stata sfruttata e rubata dai borghesi!
Mazzini o Garibaldi, se erano in un certo senso gli estremisti di quella rivoluzione, si staccavano dal gruppo dominante in quanto tradiva il contenuto antifeudale, anticlericale, e antimonarchico anche, dei primi generosi gruppi borghesi. Se fecero i vecchi ingrugnati davanti alle manovre del nuovo stato sabaudo, lo fecero per logica determinazione storica, ed è posizione filistea accusarli ora dopo un secolo di avere «fatto il gioco» di non si sa chi, per non avere «fatto compromessi». Che razza di esempio storico.
No, non si tratta di una lotta tra generazioni. Si tratta di vedere se il tempo sociale che si vive è o non è di rivoluzione. In queste fasi generose sono a posto i giovani, che possono errare di tattica anche per troppo slancio e spirito di sacrificio, e i vecchi che non mercanteggiano in patti equivoci la loro tradizione rivoluzionaria.
Oggi non siamo nel tempo della nuova storica rivoluzione del proletariato, ma in quello della corruzione controrivoluzionaria. Nel partitaccio non si leveranno per generosità giovani contro vecchi, né per fedeltà ai principi, vecchi contro giovani. I vecchi sono dei rimbambiti ruffiani che possono tenere cattedra di una sola cosa: che tutto è lecito tradire, vendere e mistificare. I giovani hanno già appreso ad essere decrepiti cinici, che del partito fanno il solo conto di poter avere una pedata nel sedere per avanzare nel successo personale.
Non vi è il pericolo di una lotta di generazioni, non vi è questa né altra speranza. L’ignominia non ha atto di nascita.
Le Commissioni Interne: Arlecchino servo di... un padrone
Il movimento operaio, nel corso del suo sviluppo storico, ha dato vita ad innumerevoli forme di organizzazione e di rappresentanza di ordine economico e politico: dalle prime ed embrionali forme di associazione con compiti di rivendicazione essenzialmente economica alle più organizzate forme sindacali e di mutuo soccorso, via via sino alla forma partito, i cui compiti e il cui programma travalicano i confini storici del modo di produzione che la società umana sta attraversando: quello capitalistico.
Delle organizzazioni a carattere rivendicativo la più completa rimane il sindacato, la cui esistenza è legata al sopravvivere dello sfruttamento salariale e al permanere del sistema di distribuzione a carattere mercantile. Altri istituti di
rappresentanze del proletariato, sia di indole economica che di indole politica, hanno fatto la loro apparizione in particolari periodi del suo sviluppo, e sono successivamente scomparsi o rimangono tuttora validi dopo aver subito radicali trasformazioni. Ci interessiamo qui dei primi e, in particolare, dell’istituto delle commissioni interne, così in Italia definite, ma che sotto altro nome od altra veste sono anche presenti in altri paesi.
Questa forma di rappresentanza a carattere aziendale fece la sua prima apparizione in Italia agli inizi del ‘900, limitatamente alle zone in cui lo sviluppo industriale aveva raggiunto alti vertici di concentrazione. Trattavasi allora di organismi i cui membri erano nominati direttamente dal sindacato col solo compito di controllare che fossero applicate e rispettate le norme dei contratti di lavoro. Successivamente, nel primo dopoguerra, il movimento delle C.I. confluì in quello che si proponeva di partecipare alla gestione economica delle imprese industriali, all’interno delle quali si era formato, cercando di sottrarsi alla tutela del sindacato e mirando a divenire autonomo.
Contro questa tendenza la F.I.O.M. prese giustamente posizione negando ogni autonomia alle C.I., l’operato delle quali, avrebbe inferto un duro colpo all’unità di interessi della categoria. L’importanza del formarsi di simili organismi non era del resto sfuggita alla classe borghese e ai suoi governanti che, con alla testa Giolitti, si affrettarono a presentare un progetto di legge per il riconoscimento giuridico delle C.I.
Lo scopo era duplice: da un lato imbrigliare il movimento rivendicativo legalizzandolo, dall’altro servirsi a fini propri delle energie che il proletariato avrebbe espresso nel vano e illusorio tentativo di gestire per scopi sociali la galera in cui era rinchiuso. La formazione delle C.I. venne quindi demandata alle maestranze delle singole fabbriche interessate. Ma il progetto borghese decadde in seguito agli avvenimenti che sfociarono nell’esperimento riformistico del fascismo. Con esso, i sindacati e gli altri organismi di rivendicazione economica finirono entro e sotto la tutela dello stato borghese, e di C.I. non si parlò più sino al 1943.
E’ di quell’anno la firma dell’ accordo Buozzi (CGIL) – Mazzini (Confindustria) sulla nomina e le funzioni delle ricostituite C.I. nell’Italia «liberata ». Quanto la classe borghese si era già proposto ed aveva realizzato nei limiti della legislazione corporativa doveva essere mantenuto e anzi accentuato salvando la forma.
Concesse le « libertà democratiche », si trattava di servirsene per far convergere nell’opera di ricostruzione dell’economia devastata dalla guerra tutte le energie di cui il movimento operaio è inesauribile fonte: e si poteva farlo perchè battuto internazionalmente con la sconfitta dell’Ottobre Rosso, il proletariato sotto la guida a dei partiti opportunisti subiva le parole d’ordine e l’ideologia proprie della classe avversa.
Se fondamentale fu il contributo a fini collaborazionistici e di pace sociale dei partiti pseudo-proletari, non trascurabile fu l’opera di salvataggio svolta dalle C.I. unitamente ai Consigli di Gestione, la cui a vita fu del resto breve. Le direttive in campo economico, che si ispiravano alla necessità della ricostruzione della economia « nazionale» е quindi, secondo il concetto borghese fatto proprio dagli opportunisti, di «tutta la società», trovarono nelle C.I. le loro fedeli esecutrici. Se, per mezzo dei partiti opportunisti e dei sindacati era possibile il
controllo di vasti strati proletari al livello della lotta politica generale, per mezzo delle C.I. fu possibile attuare il controllo stesso in ogni singola impresa industriale di una certa importanza.
Quali infatti i compiti demandati alle commissioni interne?
Stralciamo dal testo stesso dell’ultimo accordo interconfederale (Maggio 53) il seguente passo (per inciso, lo stesso termine di «accordo » è un capolavoro di terminologia opportunista):
ART. 2: « Compito fondamentale della C.I. e del delegato d’impresa è quello di concorrere a mantenere normali i rapporti tra i lavoratori e la Direzione dell’azienda, in uno spirito di collaborazione e di reciproca comprensione per il regolare svolgimento dell’attività produttiva ».
La comprensione, la bontà, lo spirito di collaborazione tra sfruttati e sfruttatori, sono la massima aspirazione dei borghesi. Quale miglior successo che potersi liberamente e tranquillamente appropriare del lavoro altrui ricevendone per di più il benestare?
Ma proseguiamo, e, dopo l’enumerazione degli altri compiti – controllo sulla applicazione norme contrattuali, legislative, sociali ecc.- arriviamo a quest’altro brillantissimo passo:
Comma 4:
«Formulare proposte per il miglioramento dei servizi aziendali tendenti al perfezionamento dei metodi di lavoro onde conseguire un maggior rendimento ed una maggiore produttività, vagliando e trasmettendo quelle ritenute utili suggerite dai lavoratori ».
Abbiamo già visto, nel passo e riportato precedentemente, come la i C.I. avesse il compito di mantenere « normali » i rapporti tra lavoratori e direzione aziendale. Nello svolgere questa mansione essa appariva non come un organismo a difesa degli interessi operai, ma come una specie di arbitro, di mediatore fra maestranze e padronato.
Ma la lettura del passo successivo dimostra, per chi consideri la questione da un punto di vista classista, come l’istituto stesso finisca per divenire (anche se eletto da operai) un organismo in difesa di interessi che sono esclusivo appannaggio della impresa capitalistica. Che significa infatti conseguire un maggior rendimento e una maggiore produttività, se non conseguire in termini di economia marxista un aumento del plusvalore relativo? E chi tende ad estorcere questo plusvalore se non la classe capitalista in generale, e la direzione d’ azienda in particolare?
Se inoltre si tiene presente che le C.I. non sono investite di poteri contrattuali, nell’esercizio dei quali, a seconda dei rapporti di forza, una possibilità di rivendicazioni salariali e di condizioni di lavoro, è pur sempre aperta, quale miglior regalo ai borghesi poteva esser fatto dai bonzi sindacali che apposero la loro firma ad accordi del genere?
Con l’inserimento delle clausole succitate, l’autonomia della C. I. dal sindacato raggiungeva un livello tanto più dannoso agli interessi operai, quanto più in seno agli stessi sindacati si rafforzava la tendenza ad adottare il metodo di contratti a carattere aziendale. Assistiamo così alla sempre più completa svalutazione delle funzioni e dei compiti del sindacato tradizionale, poiché l’interesse e l’attenzione dei lavoratori, quando non è deviata verso altri obiettivi, finisce per riversarsi interamente sulla C.I., all’operato della quale solo si guarda.
Si allarga così sempre più quella frattura nel campo dell’azione che, già notevole con effetti disastrosi tra i sindacati delle diverse categorie, sta ora dilagando all’interno delle categorie con l’adozione di metodi di lotta il cui campo ed i cui limiti si circoscrivano alla singola azienda.
La stessa funzione di controllo dell’applicazione delle norme contrattuali, una volta la sola e fondamentale delle c.s., passa in sott’ordine per non urtare la suscettibilità della direzione favorendo così ad esempio l’erogazione di premi di produzione o di assegni « una tantum » il cui importo totale è forse inferiore all’esborso che la applicazione integrale di tutti i precetti del contratto di lavoro imporrebbe.
Che l’istituto delle C.I. abbia assunto per il padronato una importanza notevole, lo si può desumere anche dal fatto che l’elezione dei loro membri nelle principali aziende industriali italiane è oggetto di commento e di attenzione da parte di tutta la stampa. Più che alla vittoria della lista di un sindacato rispetto a quella di un altro (essendo ugualmente apprezzati l’opera e lo spirito d collaborazione di tutti), la borghesia ha interesse al mantenimento e rafforzamento di organismi in cui le rivendicazioni operaie fluiscono per esaurirsi senza turbare ed anzi favorendo il proceso produttivo.
Fino quando le C.I. si manterranno, così come oggi sono costituite e così come funzionano (il lettore ha avuto nel numero scorso un esempio molto chiaro dell’ulteriore degenerazione delle c.s., a proposito della categoria dei ferrovieri; ed è ovvio che gli attuali rapporti di classe non possono che accelerare e approfondire questo processo), altro non potranno essere che un ostacolo al raggiungimento degli interessi anche contingenti del proletariato, e il loro operato dev’essere in ogni occasione denunziato come deleterio. Una rivalutazione delle C.I. è strettamente legata alla ripresa rivoluzionaria del movimento operaio: ripresa che vedrà prima di tutto il ritorno delle associazioni economiche dei lavoratori a quelle posizioni di classe su cui, dall’origine, si erano venute a formare. Liberati i sindacati dalle direzioni riformiste, dalle pastoie burocratiche e dalle catene legislative di cui la «erga omnes » non è che un anello, le C.I. torneranno ad essere le rappresentanze sindacali all’interno delle fabbriche coi compiti e le funzioni per cui erano sorte, ripudiando ogni forma di interesse e collaborazione aziendale per esprimere soltanto gli interessi di tutta una categoria e per rappresentare, all’interno dell’azienda, uno strumento di lotta aperta e senza quartiere contro la
direzione in inscindibile rapporto col sindacato.
Solo su queste basi l’istituto delle C.I. entrerà a far parte di quella rete di organismi di lotta, e di associazioni economiche, che costituiscono un anello di congiunzione fra Partito e classe e il terreno fecondo su cui si esplica l’attività rivoluzionaria del partito.
Religione, scienza, marxismo
Il 24 novembre 1859 apparve nelle librerie di Londra un libro che doveva rivoluzionare le scienze naturali: L’Origine delle speciedi Carlo Darwin. Esso segnò una tappa nell’elaborazione del pensiero materialistico moderno, che aveva avuto rigoglioso inizio ad opera degli Enciclopedisti francesi della fine del Settecento e doveva poi raggiungere il punto più alto ad opera di Marx e della dottrina del materialismo dialettico.
L’importanza delle dottrine evoluzionistiche di Darwin nel campo della conoscenza scientifica della materia organizzata vivente eguaglia senza dubbio la loro importanza nel campo della conoscenza del mondo fisico e dell’universo stellare le opere dei fondatori della moderna meccanica celeste: Copernico, Keplero, Galilei e Newton. Le scoperte di questi geni della indagine astronomica dovevano portare conseguentemente alle ipotesi sulla formazione dei corpi celesti, e in particolare del sistema solare. Dal tempo in cui Kant e più tardi Laplace formularono la nota ipotesi della formazione del sistema planetario per emissione di materia solare, le ipotesi cosmogoniche si sono susseguite. A volte, esse differiscono profondamente l’una dall’altra, ma tutte hanno in comune il principio informatore dell’evoluzionismo cosmico. Le scoperte della moderna astrofisica non permettono di nutrire dubbi sul fatto che le costellazioni, gli astri, i pianeti, e la stessa Terra, hanno una «storia» che si misura magari a milioni di anni. I corpi astrali non sono né fissi né eterni: sono in perpetuo moto, sorgono, durano e si trasformano nella immensità dello spazio. La materia evolve continuamente. Il mondo fisico e lo stesso universo stellare che cadono sotto la nostra osservazione sono soltanto lo stadio attuale di un processo evolutivo che è innegabile, anche se non ne conosciamo, allo stato delle nostre conoscenze, tutte le leggi di sviluppo.
Prima di Darwin, l’evoluzionismo cosmico era una grande conquista del pensiero materialistico, ma mancava ancora una dottrina che spiegasse materialisticamente le leggi che governano il regno della vita. L’universo appariva popolato di corpi in perpetua evoluzione. L’ipotesi nebulare formulata da Kant nel 1755 e perfezionata più tardi da Laplace aveva scacciato il mito creazionista almeno dai confini del sistema solare. Ma esso restava inattaccabile nel campo della biologia e in definitiva continuava a apparire come l’unica spiegazione delle origini dell’uomo, presentato dalla religione nella sua pretesa natura contraddittoria di materia e spirito, di corpo e di anima. Gloria imperitura di Darwin è l’avere svelato il mistero che circondava l’origine della vita sulla Terra. L’origine delle specie veniva a conquistare all’evoluzionismo il grande regno della materia organizzata vivente; introduceva il principio dialettico della trasformazione nel campo biologico. Da allora sappiamo che non solo le nebulose gli astri i pianeti sono testimonianze del perenne movimento della materia, ma le stesse forme nelle quali si manifesta sulla Terra la vita. Crollava così il mito della creazione separata delle specie, animali e vegetali, che erano considerate fisse e immutabili, come già prima di Copernico le stelle fisse dell’ottavo cielo. Nella grande concezione darwinista, che trovò subito pieno consenso in Marx ed Engels, il mondo biologico quale ci circonda oggi non è esistito da sempre, ma ha subito una lunga e complessa trasformazione, per cui le specie animali e vegetali ora viventi, e tra esse la specie umana, sono eredi di specie scomparse.
Ma la vera vittoria del pensiero materialistico non consiste tanto nel principio della trasformazione delle specie, quanto nel fatto che la trasformazione biologica viene spiegata con fattori assolutamente naturali. Nella lotta contro l’ambiente ostile (quale determinato, ad esempio, da un cambiamento di clima) le specie viventi sono costrette a sviluppare determinate funzioni organiche, ad acquistare nuovi caratteri somatici che, trasmessi ereditariamente, finiscono col costituire i tratti fondamentali di nuove specie, fornite di migliori difese organiche e capaci quindi di sopravvivere. Con ciò si collegava inseparabilmente l’evoluzione del mondo inorganico, minerale, a quella del multiforme mondo della vita. Cioè si superava l’antitesi metafisica tra materia e spirito, dimostrandosi che vita fisica e vita psichica camminano di pari passo lungo l’immensa scala della evoluzione. Come dice Engels, la mente appariva come il livello più alto raggiunto nella organizzazione della materia. In tal senso, il darwinismo rappresenta una tappa importantissima e una battaglia vinta del pensiero materialistico moderno.
Il Darwinismo colmava una grande lacuna che il pensiero materialistico aveva lasciato dietro di sé. Già gli Enciclopedisti avevano raggiunto risultati così soddisfacenti, che Engels, a distanza di un secolo, poteva raccomandare ai socialdemocratici tedeschi di tradurne e pubblicarne le opere, e Lenin, sull’esempio di Engels, lo suggerì ai comunisti russi nel 1922. Ma alla loro epoca mancavano i preziosi materiali documentari accumulati dalle ricerche geografiche, geologiche, paleontologiche che Darwin doveva genialmente interpretare, leggendo la storia segreta della vita sulla Terra.
I materialisti, ai quali il darwinismo forniva un’altra formidabile arma nella lotta contro l’idealismo e la superstizione religiosa, non seppero però rendersi conto del fatto, apparentemente paradossale, per cui la scienza aveva dovuto faticare con maggior asprezza per strappare Dio dalla Terra che per strapparlo dal Cielo.
Se ad onta dei grandi progressi scientifici conseguiti nella indagine dell’universo e della vita, la superstizione religiosa continuava a dominare le coscienze, ciò era da spiegarsi anzitutto interpretando materialisticamente le origini della religione. Bisognava dimostrare che la superstizione religiosa non è originata dalla «ignoranza delle masse», cioè da una condizione culturale, ma dalla oppressione delle masse stesse, schiacciate dal meccanismo della dominazione di classe. Il materialismo doveva dire la verità suprema, cioè che la superstizione religiosa che soggioga e addormenta le masse non è il risultato di un duello di idee nel chiuso delle coscienze, ma l’unica maniera non rivoluzionaria di reagire all’ingiustizia, alla prepotenza, ai delitti impuniti, al dominio del terrore, inseparabilmente legati alla divisione in classi economiche della società, e che la vittoria della scienza sulla religione non può essere l’effetto di una predicazione illuministica, ma la necessaria conseguenza di una trasformazione sociale che cancelli la paurosa condizione materiale delle masse. Tale compito non poteva spettare ai pensatori atei della borghesia, ma solo alla avanguardia della classe che storicamente ad essa si oppone; al comunismo rivoluzionario, al marxismo.
Dottrine apertamente materialistiche hanno accompagnato i progressi della ricerca scientifica in tutti i tempi. Anzi, il materialismo è nato nell’epoca delle repubbliche della Grecia classica e di Roma. Ma né le scoperte dei grandi scienziati dell’antichità, né quelle che gettarono le basi della scienza moderna sono valse a scalzare il domini della religione. Ciò è avvenuto perché la religione è inseparabilmente legata alla società di classe. L’intellettuale borghese può, senza cambiare il suo stato sociale, rigettare la superstizione religiosa e abbracciare le dottrine atee. Ma per le grandi masse è impossibile continuare a vivere nelle atroci condizioni imposte dalla divisione in classi e liberarsi dalle credenze religiose. La religione è «l’oppio del popolo», l’«acquavite spirituale» di cui le masse hanno bisogno per dimenticare la loro condizione e placare la loro sete di giustizia. Soltanto l’operaio evoluto che ha spezzato le catene della rassegnazione e si è votato alla lotta contro il capitalismo abbracciando il programma e la teoria marxista, può farla finita con la religione. Altra spiegazione del sopravvivere della religione, ad onta dei progressi scientifici, non è possibile.
Sull’arco di cent’anni
Guardiamo ai fatti. Nei cento anni che ci separano dalla pubblicazione de L’Origine delle specie, la dottrina evoluzionistica ha accumulato una quantità enorme di prove. Le realizzazioni della chimica e della biochimica, che riuscirono a produrre in laboratorio sostanze organiche presenti negli organismi viventi, hanno completamente smantellato la barriera fittizia tra mondo inorganico e mondo organico, tra il regno minerale e i due regni della vita. Anzi, già prima della pubblicazione del libro di Darwin, nel 1828, il Wholher riuscì a produrre l’urea in laboratorio, dimostrando che non occorreva la «vis vitalis» dei creazionisti per ottenere sostanze organiche. Di gran lunga più importanti le sintesi ottenute dai biochimici negli ultimi anni.
Partendo da elementi quali il carbonio, l’idrogeno, l’ossigeno, l’azoto, lo zolfo ecc. i biochimici oggi sono in grado di produrre artificialmente le sostanze organiche che costituiscono la base della materia vivente, dagli idrocarburi fino agli aminoacidi. Ciò significa che la scienza, partendo da sostanze minerali, può produrre, facendo a meno dell’alito divino, le sostanze che costituiscono gli esseri viventi. La sintesi biochimica purtroppo si arresta agli aminoacidi, le sostanze che Oparin definisce i «mattoni» che costituiscono l’edificio della molecola proteica, e che, in una miscela gassosa di metano, ammoniaca, idrogeno e vapore acqueo, si formano rapidamente. La scienza non riesce però a produrre artificialmente le proteine di struttura più complessa. Quando ciò si sarà compiuto, allora ci si avvicinerà alla produzione artificiale del protoplasma, la «base materiale da cui si sviluppa il fenomeno vitale». Il protoplasma, base del corpo dei vari batteri, miceti, diatomee, dei diversi vegetali e animali, si presenta come una massa grigiastra semiliquida, mucillaginosa, nella cui composizione, oltre all’acqua, entrano soprattutto proteine ed altre sostanze organiche e sali inorganici.
«Il protoplasma non è però una semplice miscela di tutte queste sostanze, esso ha una organizzazione interna molto complessa. le particelle di proteina e delle altre sostanze che lo compongono non sono disposte disordinatamente come in una soluzione, ma secondo un ordine ben definito, secondo determinate leggi. L’organizzazione interna del protoplasma è tale da rendere possibili anche trasformazioni chimiche che si verificano nel cosiddetto scambio di sostanza».
La difficoltà insita nel passaggio, in laboratorio, dagli aminoacidi alle proteine consiste appunto nel disporre secondo l’ordine naturale centinaia di aminoacidi di specie diverse. Infatti ogni proteina si differenzia da un’altra non solo per il numero degli aminoacidi, ma anche per l’ordine secondo cui essi sono disposti nell’edificio molecolare. Si pensi che le permutazioni, cioè i cambiamenti di posto, di appena 10 oggetti sono oltre 3 milioni e seicentomila. Ora, gli aminoacidi presenti nella molecola proteica sono diverse centinaia e di 20 e più specie diverse.
«Sfortunatamente, osserva Oparin, finora l’uomo è riuscito a stabilire l’ordine degli aminoacidi solamente in alcune proteine di struttura più semplice. Si tratta però solamente di tempo, poiché in linea di principio, nessuno dubita più della possibilità di riprodurre artificialmente le sostanze proteiche».
Quello che veramente conta per il materialista è che si può immaginare trasferito al grande laboratorio della natura le condizioni che il biochimico riproduce artificialmente. Si possono ricostruire idealmente, senza per questo cedere all’invenzione fantastica, i processi di sintesi che diedero luogo, nelle alte temperature regnanti nella Terra da poco staccatasi dal sole, ai carburi e agli idrocarburi, sostanze fondamentali della materia vivente. La scienza chimica dimostra inoltre che si possono ottenere gli idrocarburi trattando i carburi con vapore acqueo surriscaldato. Orbene, nella Terra da poco sorta, circa tre miliardi e mezzo di anni fa, i carburi si trovavano allo stato di fusione e l’atmosfera era costituita da una densa coltre di vapore acqueo bollente, condizioni sufficienti per la formazione di idrocarburi, sostanze composte da carbonio e idrogeno, a cui si aggiungono, nelle sostanze più complesse, l’ossigeno, l’azoto, lo zolfo. Quando la temperatura dell’atmosfera terrestre, in conseguenza del raffreddamento del pianeta che andava disperdendo il suo calore nello spazio interplanetario, si avvicinò ai 100 gradi, le miscele bollenti di vapore acqueo si condensarono e si formò il grande oceano primordiale. Col vapore acqueo si condensarono anche gli idrocarburi ad esso mescolati, sicché le acque calde dell’oceano divennero un immenso laboratorio, dentro il quale gli idrocarburi passarono dalle forme più semplici alle più complesse. Cosa prova ciò? Il fatto che nei laboratori chimici si riesce ad ottenere senza l’intervento di forze che non siano quelle naturali, idrocarburi di ordine superiore: i grassi, gli zuccheri e, infine, gli aminoacidi.
Scrive Oparin: «Durante il processo di sviluppo del nostro pianeta dovettero dunque formarsi, nelle acque dell’oceano primordiale, numerosi composti simili alle proteine e ad altre complesse sostanze organiche con le quali oggi sono costituiti tutti gli esseri viventi. Si trattava, naturalmente, e per così dire, ancora solo di materiale da costruzione: erano ancora solo “mattoni” e cemento con i quali si poteva costruire l’edificio, ma l’edificio non era ancora stato costruito. Le sostanze organiche si trovavano nelle acque dell’oceano sotto forma di soluzione: le loro particelle, le molecole, erano disseminate senza ordine nell’acqua. Mancava ancora la struttura, la organizzazione che è propria di ogni essere vivente».
A questo punto il fideista potrebbe obiettare che a impartire una struttura e una organizzazione alle particelle di sostanze organiche disseminate nell’oceano primordiale intervenne il disegno divino. Invece, la scienza, pur non essendo ancora in grado di fabbricare le proteine, ha provato come si possano ottenere delle associazioni, (che nel linguaggio tecnico prendono il nome di «coacervati»), di sostanze proteiche. Le «gocce coacervate», ottenute da scienziati russi, hanno dimostrato di possedere la capacità di svolgere alcune funzioni proprie del protoplasma, come la immiscibilità e lo scambio di sostanze col solvente, e di poter già dare luogo a processi di creazione (sintesi) di nuove sostanze. Naturalmente il coacervato non è ancora vita, possiede una struttura assai meno complessa di quella che si osserva nel protoplasma. Ma esse stanno a mostrare la via lungo la quale la materia bruta prese a organizzarsi, per trasformarsi in una evoluzione di milioni di anni, nella materia vivente.
La vittoria della scienza è nel marxismo
Sarebbe utile continuare a seguire l’affascinante storia della vita, ma non è tale l’argomento di questa nota. Ciò che preme di chiarire, parlando del centenario de L’Origine delle specie, è l’insufficienza del materialismo non marxista, la sua incapacità di combattere vittoriosamente la religione. Ecco, una massa enorme di scoperte scientifiche che battono in breccia il principio della creazione del mondo dal nulla; ecco ricostruita, sia pure a grande linee, la storia della Terra e degli esseri viventi che la popolano, senza che si debba introdurre nella meravigliosa narrazione l’intervento di una potenza soprannaturale! Parrebbe che la religione doveva essere scomparsa da tempo. E invece che accade? Tranne poche persone, la grande massa degli uomini è ancora soggetta ad essa. Ecco un fenomeno che il materialismo non marxista è impotente a spiegare.
Celebrando il centenario de L’Origine delle specie, il biologo inglese Julian Huxley dichiara all’Università di Chicago, presenti circa duemila scienziati che la religione è destinata a scomparire: «Tutte le religioni sono destinate a scomparire» egli esclamava «e a far luogo a un nuovo ordine di idee, a una nuova mentalità logica. Nel quadro del pensiero evoluzionistico non c’è più bisogno né spazio per esseri soprannaturali capaci di modificare il corso degli eventi. La Terra non fu creata. Essa andò sempre evolvendo, così hanno fatto tutti gli animali e le piante che la abitano, compresi noi stessi, esseri umani, mente e anima, come pure cervello e corpo. E così è avvenuto delle religioni. Esse sono organizzazioni del pensiero umano nella sua integrazione con l’inquietante, complesso mondo col quale l’uomo ha costantemente da fare… e cioè il mondo esterno della natura e il mondo della propria natura».
Huxley mostra chiaramente la natura del suo materialismo, quando pronosticava che le «religioni sono destinate a sparire in competizione con altre organizzazioni di pensiero più vere e più estese».
Evidentemente, il fatto che un secolo di conferme dell’evoluzionismo non sia riuscito a scalzare le radici della religione non ha insegnato nulla al nostro scienziato. Egli non sa applicare il materialismo al campo della storia, al campo delle scienze sociali, come non sanno farlo i materialisti borghesi, ai quali Lenin si rivolgeva in un suo articolo, L’atteggiamento del partito operaio verso la religione, pubblicato nel 1909 ma attualissimo come lo era cinquant’anni fa.
«Perché la religione si mantiene negli strati arretrati del proletariato delle città, nei larghi strati del semiproletariato, come pure della massa dei contadini? Per l’ignoranza del popolo, risponde il progressista borghese, il radicale o il materialista borghese. Dunque, abbasso la religione, viva l’ateismo: la diffusione delle idee atee è il nostro compito principale. Il marxista dice: ciò è falso. Tale punto di vista non è che un’«illuminismo» superficiale, borghesemente limitato. Un simile punto di vista non spiega abbastanza a fondo, non spiega in senso materialistico, bensì in senso idealistico, le radici della religione. Nei paesi capitalistici moderni queste radici sono soprattutto SOCIALI».
Ecco un esempio di applicazione del materialismo al «campo delle scienze sociali»! Ecco la differenza tra il materialismo borghese e il materialismo dialettico! Ecco, soprattutto, spiegato perché abbiamo definito la rivoluzione darwinista solo come una tappa del pensiero materialistico, anche se il darwinismo è in grado di spiegare materialisticamente, alla luce delle ultime realizzazioni della biochimica, l’evoluzione del mondo biologico! Allo scritto di Lenin appare evidente l’impotenza del materialismo borghese a spiegare i fenomeni sociali.
Lo scienziato materialistico contempla la massa di documenti che confermano la grande sconfitta subita, in sede dottrinaria e critica, dalla religione, e stupisce constatando che, in sede sociale, è la scienza che esce costantemente sconfitta, solita lotta dato che i cervelli delle masse rimangono sotto l’influenza della religione. Egli è incapace di vedere le «radici» della religione, perché mentre osserva con metodo materialistico la natura, si ostina a considerare idealisticamente i fatti sociali, a vedere in essi l’attuazione di determinate Idee. Occorre capovolgere tale metodo e vedere «quel che pensano» gli uomini come una conseguenza di «ciò che essi sono socialmente».
«L’oppressione sociale delle masse lavoratrici, la loro apparente impotenza totale davanti alle cieche forze del capitalismo, che sono causa, ogni giorno e ogni ora, di sofferenze mille volte più orribili, di tormenti più selvaggi per la massa dei lavoratori di tutte le calamità, di tutte le guerre, i terremoti ecc. Ecco in che consiste attualmente la radice più profonda della religione. La paura ha creato gli dei. La paura davanti alla cieca forza del capitale, cieca perché non può essere prevista dalle masse popolari e che, ad ogni istante della vita del proletariato e del piccolo proprietario, minaccia di portarlo e lo porta alla catastrofe «subitanea», «inattesa», «accidentale», «che lo rovina, lo trasforma in mendicante, in povero, in prostituta, che lo riduce a morire di fame: ecco la radice della religione moderna che il materialista deve tenere presente, prima di tutto e al di sopra di tutto, se non vuole restare un materialista da prima elementare. Nessun libro di divulgazione potrà sradicare la religione dalle masse abbrutite dalla galera capitalistica, soggette alle cieche forze distruttrici del capitalismo, fino a che queste masse non avranno imparato, esse stesse, a lottare in modo unitario, organizzato, sistematico e cosciente contro questa radice della religione, contro il potere del capitale in tutti i suoi aspetti».
Le grandi vittorie conseguite dal pensiero materialistico, all’epoca della rivoluzione copernicana e della fondazione della moderna meccanica celeste, come, cento anni fa, ad opera della rivoluzione darwinista, sono da considerare delle vittorie parziali. La lotta secolare doveva giungere, sul terreno dottrinario e critico, alla battaglia finale solo quando il comunismo rivoluzionario, impersonato da Marx e da Engels, operò la più grande delle rivoluzioni intellettuali, applicando il materialismo allo studio delle forme sociali e delle leggi che ne governano la successione. Non era bastato strappare Dio dal cielo, né era bastato sloggiarlo dalla terra, bisognava scacciarlo dalla società. Perciò, Engels nel suo discorso pronunciato davanti alla tomba aperta di Marx così si esprimeva: «Così come Darwin ha scoperto la legge dello sviluppo della natura organica, Marx ha scoperto la legge dello sviluppo della storia umana, cioè il fatto elementare, finora nascosto sotto l’orpello ideologico, che gli uomini devono innanzitutto mangiare, bere, avere un letto e vestirsi, prima di occuparsi di politica, di scienza, di arte, di religione, ecc. e che, per conseguenza, la produzione dei mezzi materiali immediati di esistenza e, con essa, il grado di sviluppo economico di un popolo e di un’epoca in ogni momento determinato costituiscono la base sulla quale si sviluppano le istituzioni statali, le concezioni giuridiche, l’arte ed anche le idee religiose degli uomini, e partendo dalla quale esse devono venir spiegate, e non inversamente, come si era fatto finora».
È dunque nel marxismo che si conclude vittoriosamente la lunga e tremenda lotta del materialismo contro l’idealismo e la religione, e il materialismo diventa materialismo dialettico. Ma se la lotta è vinta sul terreno critico, essa è tuttora aperta sul terreno sociale. Se base della religione nei paesi capitalistici è il modo di produzione capitalistico dei mezzi materiali immediati, la soppressione della religione nelle coscienze delle masse è legata strettamente alla rivoluzione sociale. Ciò non significa che i comunisti marxisti rinunciano alla propaganda atea. Evitare di attaccare la religione o ridurre la propaganda atea al livello di uno squallido anticlericalismo perché si teme di perdere qualche mandato parlamentare, è da rinnegati del movimento comunista. Ma i comunisti marxisti subordinano la lotta religiosa al loro compito fondamentale, cioè allo sviluppo della lotta di classe delle masse sfruttate contro gli sfruttatori.
Sotto il capitalismo, nelle orride condizioni in cui quasi tutta la specie umana ormai è costretta a vivere, schiacciata dal potere tirannico del Capitale, e perpetuamente terrorizzata dallo spettro della guerra, la lotta tra religione e scienza è destinata a risolversi con la sconfitta di quest’ultima, ad onta dei suoi progressi, ad onta delle scoperte che espellono Dio da ogni angolo del mondo. È l’oppressione del lavoro salariato che genera la religione, è la disperazione, la paura della miseria e della morte civile, soprattutto la falsa convinzione che nulla si possa contro la prepotenza del Capitale. È l’inferno sociale che genera irresistibilmente l’aspirazione a un paradiso celeste. Se nelle masse non si agitassero tali sentimenti di disperato pessimismo, a nulla varrebbero le blandizie e le grottesche minacce dei preti. Solo l’operaio politicamente educato che ha imparato a lottare contro il capitalismo e ha compreso che esso non è indistruttibile, sente di non aver più bisogno di Dio, acquista con ciò una mentalità scientifica.
La lotta per il trionfo della scienza sulla superstizione religiosa, iniziata quattro secoli fa, sarà conclusa dalla rivoluzione comunista; solo chi non è materialista dialettico non è in grado di comprendere che spetta alla classe produttrice dei mezzi materiali di esistenza, alla classe incolta, condurre la scienza alla vittoria.
[RG-25] Questioni fondamentali della economia marxista Pt.2
Continuazione della seconda seduta.
Il secondo stadio
Nel processo della circolazione del Capitale al primo atto o stadio, che consiste nell’acquisto sul mercato a mezzo del denaro del capitalista del doppio tipo di merce, forza di lavoro e mezzi di produzione, succede il secondo stadio, che è quello del vero e proprio processo produttivo. Marx come dicemmo indica questo stadio sinteticamente con la lettera P grande preceduta e seguita da punti sospensivi, ossia …P…
Come abbiamo già detto i due elementi della produzione, il lavoro umano e le materie prime e strumenti, che la storia sociale precedente ha separati, di regola con brutale violenza, l’uno dall’altro, vengono a contatto nelle mani del capitalista, diabolico personaggio o stregone che convenga chiamarlo, come due pericolosi reagenti nelle mani del chimico, e si combinano in modo veramente esplosivo. Al tempo di Marx non si parlava di esplosioni nucleari, ma di reazioni chimiche esplosive sì (da quella nella pentola del monaco Schwartz che fece scoprire la polvere da sparo si può andare a quelle nella camera dei motori a scoppio e anche in quella dei motori a razzo astrale tra ossigeno liquido e supercarburanti) e la serie dei processi P di tutto il dramma della circolazione del capitale, che Marx va svolgendo, è del tutto lecito definirla unareazione a catena. La infernale e dibattutissima accumulazione del capitale, senza nulla innovare alla sua classica teoria, la chiameremo reazione a catena. Questa sprigiona una super energia, l’accumulazione sprigiona un plusvalore.
Marx così vi descrive la reazione a catena. « Il movimento circolatorio del capitale produttivo ha la forma generale: P… M – D – M… P. Ciò significa che vi è un rinnovellamento periodico nel funzionare del capitale produttivo, dunque una riproduzione; per rapporto alla messa in valore, il processo di produzione è un processo di riproduzione; non vi è dunque produzione ma periodica riproduzione di plusvalore; e la funzione del capitale industriale nella sua forma produttiva non è una funzione passeggera, ma una funzione periodicamente rinnovata, il nuovo punto di partenza essendo dato dal primo, di arrivo« .
Già qui Marx anticipa che sarà la sua seconda formula che va da P a P quella cruciale del capitalismo moderno, e non quelle che per lui sono la prima da D a D (da denaro a denaro), o la terza da M ad M (da merce a merce). Qui è contenuto tutto lo svolto tra le economie tradizionali (in cui oltre a quelle note a Marx includiamo tutte le successive ufficiali, universitarie e modernissime) e la nostra economia, svolto rivoluzionario e possibile una volta su vari secoli, già tutto esplosivamente scontato. « Mentre nella forma prima D-D del processo di produzione il funzionamento P interrompe la circolazione del capitale denaro (e del capitale merce) e sembra soltanto l’intermediario tra le due fasi D – M e M – D, qui invece nella formula P – P (e stiamo a bella posta omettendo per ora le lettere con apice D’ – M’ – P’ di cui oltre) tutto il processo di circolazione del capitale industriale, tutto il suo movimento nella fase di circolazione (merce-denaro-merce, punto centrale dei professoroni di economia) non forma che un’interruzione, e per conseguenza la transizione tra il capitale produttivo (P) che costituisce il primo termine del movimento circolatorio e questo stesso capitale produttivo che ne costituisce l’ultimo termine. La circolazione propriamente detta (ossia quella secondo la legge del valore idolatrata da staliniani e keynesiani, quella sul mercato) appare semplicemente come l’intermediario (passivo, infecondo) della riproduzione periodicamente rinnovellata e resa continua dal rinnovarsi ».
Il terzo stadio
Gli stadi sono stati e sono presentati nel loro ordine secondo le nozioni degli economisti volgari. Se il primo è stato da Denaro a Merce (nelle due note forme), il secondo è consistito nell’esplosivo processo P; il terzo ordine ha di comune col primo lo svolgimento nella sfera della circolazione pura, ossia mercantile, che preme a loro messeri, mentre a noi preme la circolazione del capitale. Il terzo è dato da M-D, ma l’effetto dello scoppio avvenuto nel secondo atto P è che si tratta di M’ e di D’, quantità di merce e di denaro tra loro equivalenti, ma nettamente superiori a quelle di partenza: il primo capitale denaro anticipato, e la prima merce bifronte con esso approvvigionata. È chiaro che M‘ sono i prodotti venduti e che D‘ è il loro ricavo. La differenza a noi notissima è il plusvalore « creato » nello scoppio …P…
Già a questo punto Marx presenta la distinzione base tra riproduzione semplice e riproduzione allargata, ovvero accumulazione, quale si presenta nella realtà storica delle società capitalistiche.
La distinzione è ovvia e si riduce, quando pensiamo per semplicità ad un’azienda sola, all’impiego che sarà dato al plusvalore, ossia alla differenza tra D’ e D, al premio di D’ rispetto allo speso D. Ove il plusvalore sia portato via, sotto forma di una corrispondente frazione di D’ pari a D’ meno D dal capitalista, il ciclo dovrà ricominciare identico al primo, ossia al tipico D-M …P…M’-D’. Avremo allora avuta la riproduzione semplice.
Se invece il plusvalore non è consumato dal capitalista che in parte, o per nulla (come Marx suppone per motivi di ricerca teorica, e come la storia ha fatto in Russia sopprimendo i padroni di fabbrica, e facendoci vedere quello che avevamo capito tanto tempo prima, che la vera infamia del capitalismo si vede quando mancano i capitalisti-persone), allora tutto il denaro D’ diventa capitale produttivo industriale e in un successivo ciclo riesplode a catena diventando M » e D » e poi M e D ennesimi, coi ritmi della pacifica e disgustevole competizione distensiva.
Questa distinzione tra riproduzione semplice e riproduzione allargata resti qui a base dello studio di ulteriori capitoli cruciali del marxismo e per intendere l’aspetto storico e non solo economico della questione (di cui lo schema puramente economico fu, come « modello », indispensabile al viver della nostra dottrina). Ma noi consideriamo più importante di gran lunga (se ci è lecito) la distinzione che lo scopritore del « segreto » della forma capitale ha qui introdotta nella risorsa tanto semplice di studiare il ciclo della circolazione (del capitale, signori nemici, che di quella delle merci non sappiamo che farne) non più tra D e D, o tra M ed M (come tutti i signori « circolazionisti » facevano fanno e faranno, finché saremo tanto da poco da non saper confutare i coltissimi trustificati cervelli nel modo appropriato, come don Carlo insegnò, tramite un fracco di bastonate sui cornutissimi crani), ma traP e P, ossia quando si parte non avendo tra mano uno stock di merci o un fondo monetario, ma una macchina infernale, non quotabile secondo la legge del valore, ma destinata ad essere ridotta in frantumi dal terrore rivoluzionario.
È con questo intento che facciamo alcuni commenti – e citazioni, per dare la solita prova che nulla abbiamo scoperto e che nulla falsificheremo – alle « tre figure » del processo di circolazione genialmente date da Marx in questo capitolo, e di cui abbiamo espressa la forma simbolica originaria, e quella da noi tradotta, secondo la pubblicazione che ne sarà diffusa.
Le tre figure
Gli stadi o gli atti del dramma sono come abbiamo visto tre; il primo e il terzo possono essere interpretati, senza ancora ridurre i filistei al silenzio, in termini di circolazione monetaria-mercantile; ma solo il secondo, che è lo stadio P, definisce il processo di circolazione che a noi preme, ed è la circolazione del capitale produttivo e perciò stesso del plusvalore.
Le figure sono i tre modi di leggere il ciclo « a catena ». Anche stavolta la prima e la terza sono importanti benché non rivoluzionarie, e se ne lascia il dominio alle schiere nemiche, secondo il testuale detto di Marx. Sono la figura che gira da denaro a denaro e quella che gira da merce a merce (prima e terza dunque). Sbrigheremo queste due prima della seconda, per noi ultima in quanto è la prima (messeri non sbigottite; gli ultimi saranno i primi, disse anche il vostro, ma non certo fesso quanto voi, Gesù di Nazareth) e che è quella che da P si muove ed a P giunge.
La prima delle tre figure non richiede che vi si ritorni a lungo dopo aver illustrato gli atti che il capitalista compie quando lo immaginiamo entrare sulla scena come portatore di capitale-moneta, e dopo avere dimostrato che la sola accumulazione di moneta non contiene le condizioni storiche della produzione capitalistica, che risiedono nella rottura lacerante tra i mezzi di produzione e gli uomini dotati di forza lavoro, e nella nobile elevazione di questi schiavi moderni dalla possibilità di essere essi stessi ridotti a mezzi di produzione, come un cavallo (che per questo si vede usati migliori riguardi).
La seconda figura prende le mosse da M’, ossia dalla massa di merci che sono già originate da un precedente ciclo produttivo, partito dalla somma di denaro D convertita la prima volta dal capitalista imprenditore nella massa minore di merci M. Marx osserva che M’ si può considerare divisa in due ponendo M’ = M + m. Allora dopo avere afferrato il blocco M’ lo si getta tutto nella circolazione di mercato per far denaro. La parte M sarà sufficiente a ripristinare la somma D e tutto ricomincerà come nella prima figura e primo stadio. Sarà la parte m che resterà in bilico per la doppia destinazione: consumo o come si dice oggi reinvestimento, che decide tra la riproduzione semplice e la progressiva. Comunque, il testo avverte, salvo rare eccezioni (che si verificano nell’agricoltura e non nell’industria perché Agnelli, supponiamo, non si fa servire in tavola una bistecca di lingotto d’acciaio) anche la parte m dovrà andare al mercato per diventare denaro d formante reddito consumabile dal capitalista. Quindi m per il borghese resta nella generale circolazione mercantile anche nella riproduzione semplice, ma per noi resta nel processo di circolazione del capitale solo se non è consumata, grazie ad una astinenza che non ha inventata Stalin, né Marx, ma gli stessi ricardiani classici, e quindi sen va immolata al dio della riproduzione allargata.
Chi si mette a studiare la circolazione come avente per soggetto le merci non capirà mai nulla, dice Marx cento volte, e qui (pag. 116, Costes V) con queste parole: « Abbiamo supposta una riproduzione semplice, cioè che d-m si separino totalmente da D-M (quei trattini non si leggono meno, ma equivalente a; di qui il nostro modesto mutamento di simboliche). Le due circolazioni, m-d-m come M-D-M, appartenendo alla forma generale secondo la circolazione delle merci, e dunque non apparendo nessuna differenza di valore tra gli estremi, è facile, come fa l’economia volgare (che non ne vuol sapere di defungere!) di considerare il processo di produzione capitalistico come una semplice produzione di merci, di valori di uso destinati ad un qualunque consumo, che il capitalista produca unicamente per cambiarli con mercanzie di un altro valore d’uso ».
E perché mai produce il capitale? Produce perché deve produrre non merci, ma sé stesso, il plusvalore; e trova idioti distesi ad emularsi nel consumare quelle merci insensate!
Immediatisti e stalinisti
La ragione per cui il nostro partito aborre per principio dalla ingenua idea di rimediare allo scarsissimo numero con un « blocco » di tutti quelli che osano non credere ai russi, a Stalin e ai pretesi dopo-Stalin di lui più sciagurati, è proprio che sono quasi tutti immediatisti in economia, ed anche criptoliberali in politica, quindi non meno antimarxisti! degli stalinisti peggiori. Questo non c’entra coll’abaco dell’economia marxista! pare di sentir dire. Invece c’entra benissimo, ed è nel trovare queste relazioni evidenti che il nostro settarismo inveterato incontra le peggiori imprecazioni.
L’immediatista è quello che vorrebbe aggiustare il conto economico senza fare intervenire quel mediatore tremendo che è la rivoluzione politica, ossia il partito che gestisce la dittatura. Immediatismo significa volere aggiustare la partita m-d-m e lasciare correre la partita M-D-M, che tutto inglobi. Che altro apologizzano gli stalinisti?
Invece il colpo del terrore dittatoriale sulla maggioranza sempre più incarognita della società borghese deve essere proprio assestato per scardinare la formula M-D-M anche quando fosse identificata con la M’-D’-M’. Questa verità non si vedrà mai stando chiusi nell’orizzonte della fabbrica, del sindacato, della comune locale, ma sorge solo luminosa sull’orizzonte della forma partito. Questa verità si raggiunge quando non si guarda più al padrone dell’azienda e al bilancio di essa, per arraffare a favore degli operai, i dividendi degli azionisti, e spartire ad esempio quanto la « organizzazione » FIAT strafrega ai poveri fessi italiani, nel che era la quintessenza degli ideali « ordinovisti ». Questo lo aveva detto Marx? Certamente, o teorizzatori che ne avreste saputo più di lui; e non state all’altezza della suola degli stivali.
« Abbiamo visto che m-d-m, circolazione del reddito del capitalista, non entra nella circolazione del capitale che in quanto m fa parte del valore di M’, cioè a dire del capitale funzionante come capitale-merce; ma dal momento che esso ha la forma indipendente d-m non entra più nel movimento del capitale anticipato dal capitalista, sebbene ne sia uscito. (Ed attenti!). Esso (d reddito goduto dal capitalista individuale) vi si trova legato (al vero movimento di circolazione del capitale che stiamo trattando nella critica economica al solo fine di individuare il nodo dove vibrare il colpo di spada) fino a tanto che l’esistenza del capitale presupponga l’esistenza del capitalista; e questa ultima ha, come condizione , il consumo del plusvalore da parte del capitalista« .
Leggiamo con sufficiente dialettica (quelli che criticano solo che gli operai russi mangino poco, o che gli eserciti mandati da Mosca abbiano sparato per ordine di partito sugli studenti di Budapest si facciano da parte). Il consumo del plusvalore da parte della persona del capitalista è una condizione della esistenza del capitalista. Non è arduo teoricamente: lasciamo il capitalista senza mangiare ed egli morirà; ma nella realtà storica si segue altra via: ammazziamo il capitalista ed egli non mangerà. Sono deduzioni di pura fisiologia. Ma il consumo del capitalista non è una condizione per l’esistenza del capitalismo, dato che era tutto capitale, nella metamorfosi in mercanzia, tanto M che m piccolo. Anzi, in cento citazioni lo mostrammo: la vera condizione di esistenza del capitalismo è l’opposta; ossia il trasporto del plusvalore m a nuovo capitale produttivo, che si metamorfosi in maggiori volumi di merci (nella emulazione gloriosa e « distensista »). I russi hanno realizzata al massimo grado la condizione centrale d’esistenza del capitalismo. Nessuno degli aspiranti a bloccare con noi lo vorrà concedere.
In altri termini lo scandalo che i padroni mangiano una parte del frutto del lavoro dei salariati non consiste nella iniquità morale in sede di riparto dei redditi; ma piuttosto nel fatto che inchiodando il sistema capitalistico nello schema della riproduzione semplice, impedisce il suo sviluppo storico che è condizionato dalla riproduzione allargata ossia alla fabbricazione di un tale plusvalore che si riporti a nuovo capitale. La rivendicazione comunista non è la distribuzione del plusvalore tra i salariati ma la fine del sistema del salario e del ciclo maledetto della circolazione del capitale.
Il capitale deve cadere nella specie di tutte le sue metamorfosi: capitale produttivo, capitale merce e capitale denaro.
L’errore aziendista
Nel testo di Marx è mostrato come non interessa sapere la fine che fanno tutti i prodotti di una determinata fabbrica capitalista. Come tali al momento in cui escono dalla fase del processo produttivo hanno tutti la forma di capitale-merce. Infatti, come ricordiamo sempre, la misura del capitale è data in economia marxista da quella del valore delle merci fabbricate, il famoso fatturato. In quanto merci tutto il prodotto cade nel giro generale della circolazione delle merci e ridiventa denaro. Come merci possono divenire capitale di un’altra azienda o bene di consumo. Da questo momento a noi interessa per seguire il processo di circolazione del capitale soltanto sapere che destinazione avrà il denaro D’ in cui si è metamorfosata la merce M’, per decidere se vi sarà riproduzione semplice o allargata. Ma l’importante è il passaggio alla scala sociale, nel cui quadro vi è una circolazione di merci ed una per noi ben più notevole di capitali. « La circolazione generale abbraccia l’intreccio dei movimenti circolatori delle diverse frazioni del capitale sociale, ossia l’insieme dei capitali particolari, altrettanto come la circolazione dei valori che non siano stati gettati sul mercato in forma di capitali, o anche che entrino nel consumo individuale« .
Nella parte m-d-m che la riproduzione semplice scarta dalla circolazione di capitale « il denaro funziona semplicemente come moneta; questa circolazione ha per fine il consumo individuale del capitalista. Ciò che caratterizza il cretinismo dell’economia volgare, è che essa ci dia come movimento circolatorio del capitale questa circolazione che in quel movimento non entra, ossia la circolazione di quella parte del prodotto-valore che viene consumata come reddito« .
In altri passi Marx insiste sul passaggio tra la considerazione di un’economia di azienda e quella di tutto un paese (pag. 166, dove tratta quella III figura della circolazione del capitale merce che noi consideriamo appunto prima della II che è la figura da P a P, circolazione del capitale produttivo). « Quando ad esempio noi consideriamo la totalità del prodotto merci di un paese e noi analizziamo il movimento a mezzo del quale una parte di questo prodotto rimpiazza il capitale produttivo in tutti gli affari individuali (aziendali) mentre un’altra parte entra nel consumo personale delle differenti classi, noi consideriamo M’-M’ come forma del movimento tanto del capitale sociale che del plusvalore o del sovraprodotto che esso genera. Dal fatto che il capitale sociale è uguale alla somma dei capitali individuali (ivi compresi i capitali delle società per azioni o quelli dello Stato in quanto i governi impiegano lavoro salariato produttivo nelle miniere, le ferrovie, eccetera, e funzionano dunque come capitalisti industriali), dal fatto che il movimento totale dei capitali individuali (la parentesi – del testo, che precede, giustifica il nostro termine di capitali aziendali e quello di aziendismo per l’errore che qui Marx denunzia) è uguale alla somma algebrica del movimento di ciascun capitale individuale, non bisogna concludere che questo movimento, come movimento del capitale individuale isolato, presenti altri fenomeni che lo stesso movimento quando lo si consideri come una parte del movimento totale del capitale sociale, cioè nel suo rapporto coi movimenti delle altre parti del capitale; non bisogna nemmeno concluderne che quel movimento ci apporti la soluzione che, per certi problemi, noi siamo costretti a supporre effettuata preliminarmente quando studiamo il ciclo di un capitale individuale isolato« .
Non si trovi laboriosa questa citazione, il cui senso è evidente. Se tutto il prodotto è merce tutta la economia è economia capitalistica, anche se il soggetto dell’azienda non è più un padrone personale, o collettivo. Quando nel ciclo della singola azienda troviamo lo stadio per cui si vende merce alla fine di un ciclo e all’inizio del successivo si acquista merce, da una parte come mezzi di lavoro, e dall’altra come forza di lavoro, ivi è economia capitalista, per la stessa ragione che capitalismo e non socialismo è quello dei salariati pagati in moneta dal padrone privato.
Nella struttura russa fino a ieri si dissimulava da parte dell’azienda l’acquisto del capitale costante di partenza, ma non quello della forza lavoro (a parte che sia a prezzo più vile che in Occidente, il che non decide). Colle nuove riforme è ridiventata palese la vendita finale M’-D’ ed anche l’acquisto iniziale D-M in cui M non è solo V, ma anche C, anche mezzi di produzione e non solo forza di lavoro, in rubli sempre.
L’ammissione di Stalin che in Russia vige la legge del valore è ammissione che ivi vige l’economia capitalista. Occorre a questi inguaribili marxisti ancora un passo classico? « La merce diventa capitale merce, perché essa è la forma funzionale di esistenza, discendente direttamente dallo stesso processo di produzione, del valore capitale che abbia già prodotto plusvalore. Se la produzione delle merci avesse luogo, in tutta l’estensione della società, secondo il modo capitalista, ogni merce sarebbe naturalmente elemento di un capitale-merce, fosse del ferro greggio o dei merletti di Bruxelles, dell’acido solforico o dei sigari. Il problema di sapere quali mercanzie sono, giusta la loro natura, destinate a svolgere il compito di capitale, e quali altre sono semplici merci (ricordate la disputa di Stalin con i dissidenti se in Russia erano merci anche le macchine industriali? Dopo le riforme Stalin è stato azzittito) è stato immaginato, per il suo proprio scocciamento, dalla economia scolastica« .
Dopo ottant’anni dalla morte dell’autore di queste parole, l’economia universitaria e le statistiche truffaldine occidentali e sovietiche sono ancora a tali gingillamenti.
Distribuzione delle figure di Marx
La prima e la terza figura, ossia quella che parte dal denaro e quella che parte dalla merce, sono figure incomplete per dare una idea del capitalismo moderno. Il testo lo dice alla fine del capitolo sulla terza figura.
« È su M’…M’ che si basa la Tavola Economica di Quesnay; questo autore ha mostrato tatto e giudizio nello scegliere questa forma, e non la forma P…P, per opposizione alla forma D…D, che è quella ritenuta dal sistema mercantilista« . Alla fine del capitolo, che nel testo è precedente, sul movimento circolatorio del capitale produttivo (seconda figura) Marx aveva detto: « La circolazione del capitale produttivo è la forma sotto la quale l’economia classica considera il processo di circolazione del capitale industriale« .
È quindi giusto storicamente che noi ordiniamo le tre figure come abbiamo fatto; prima quella che vede circolare il denaro, poi quella che vede circolare la merce, infine quella che vede circolare il capitale d’impresa. La scuola economica mercantilistica rispecchiava gli interessi di quella prima classe borghese che si arricchì nei commerci di oltremare; conformemente agli interessi di questi strati essa tentò di teorizzare che la ricchezza si genera in ogni atto di scambio. Il mercantilista nega la legge dei valori equivalenti di mercato perché sostiene che comprando e rivendendo cresce di un plusvalore il capitale. Da D ad M e da M a D’ cresciuto.
I ricardiani classici e noi con loro diciamo che in questo movimento non nasce plusvalore.
I fisiocratici nel sostenere ed esprimere gli interessi non dei signori feudali ma dei proprietari di terre al modo borghese, negarono anche essi la tesi del mercantilista ed affermarono che la ricchezza aumentata e quindi consumabile nasce ad ogni ciclo stagionale dalla terra alla quale si dà dieci di seme per riavere cento di prodotto. Non nasce plusvalore dallo scambio né dalla manifattura ma solo dall’agricoltura per la quale M impiegata diventa una M’ ricavata più grande. Ogni altro conto è pari: quello del commerciante come quello del lavoratore e dell’industriale che consumano una parte dei prodotti della terra senza nulla aggiungere a quanto hanno ricevuto, ma fornendo alla pari (« lavoratori improduttivi ») la loro attività.
Gli economisti della scuola classica rispecchiano gli interessi dei fabbricanti. Per essi il plusvalore di cui la umanità vive, non nasce nello scambio né nell’agricoltura, ma solo nella industria. Quindi il profitto compete alla classe imprenditrice. Essi quindi pongono in primo piano il processo produttivo che Marx chiama P e possono essere bene rappresentati dalla sua seconda figura. Questa si scrive in forma semplice P…M’-D’-M…P quando la riproduzione è semplice e quando è allargata P…M’-D’-M…P’ dove P’ rappresenta una intensificata produzione di impresa che darà luogo ad un prodotto esaltato. Marx riunisce le due formule in una che scrive all’incirca così: P…M’-D’ (D’-M’) (D-M) …P (P’).
Tutte e due le versioni appartengono ai teorici apologisti del capitalismo di impresa che hanno introdotto già il concetto che il capitalista personale preferisca non consumare nulla e tutto investire.
L’infernale accumulazione
« Tutto il carattere della produzione capitalista è determinato dalla messa in valore del valore capitale anticipato, dunque in primo luogo dalla massima produzione di plusvalore, quindi dalla produzione di capitale, ossia dalla trasformazione del plusvalore in capitale. L’accumulazione, o la produzione su di una scala ingrandita, che appare come il mezzo per estendere la produzione di plusvalore e di arricchire il capitalista di cui essa accumulazione è lo scopo personale; questa accumulazione, implicata dalla tendenza generale della produzione capitalistica, diviene a poco a poco sviluppandosi (vedere il Libro Primo) una necessità per ogni capitalista individuale. Il capitalista non può che mantenere il suo capitale aumentandolo senza posa« .
Quindi la apparente libera decisione del capitalista singolo di profittare per consumare più degli altri si svela meglio come una « necessità » ossia una determinazione estranea alla volontà umana del soggetto, di fare crescere il suo capitale, o meglio detto il Capitale, il capitale sociale. Non sembri un assurdo quello dei ricardiani che il capitalista per obbedire a un simile imperativo categorico si astenga dal consumare il profitto; egli fa di più come persona, sparisce nel numero della maggioranza quando il capitale si concentra in un numero maggiore di mani, in un più grande numero di aziende anonime, nello Stato capitalista.
Ritornando alla seconda figura, comprensiva della riproduzione semplice e di quella allargata, in quanto i due aspetti non possono essere separati, noi ne deducemmo, separandola invece deliberatamente in due, le formule che possono definire altre due scuole nostre avversarie, direttamente generate dalla economia borghese, anche se lo negano.
Di P…P senza allargamento del processo produttivo abbiamo fatta la formula degli « immediatisti ». Questi propongono solo che il plusvalore (che nella notazione del nostro Abaco è tenuto in evidenza come p piccolo) sia sommato con v, capitale salario (ossia ripartito tutto agli operai) eliminando il padrone o i dividendi della società. Con ciò P resta sempre uguale a sé stesso e non occorre più allargare la produzione, ma solo correggere una sbagliata ripartizione. Anche Marx disse: « Questo rapporto tra capitalista e salariato come rapporto di denaro, di compratore e venditore, è fondato sul carattere sociale della produzione e non sul carattere del modo di distribuzione. È il secondo che nasce dal primo. È del resto conforme alle concezioni borghesi, in cui il ‘piccolo commercio’ occupa il primo posto, non cercare nel modo di produzione la base del modo di distribuzione, ma fare il giusto contrario« .
L’immediatista che abbiamo così incasellato sotto la formula abbreviata P…P è un soggetto operaista, ma la sua anima è puramente piccolo borghese.
La formula invece P…P’, seconda faccia della formula borghese classica, va molto bene per gli economisti staliniani. Anche questi hanno, con le persone fisiche dei capitalisti, fatto sparire il plusvalore p, ma non si sono sognati di aggiungerlo al salario v. Lo hanno interamente trasportato a nuovo investimento produttivo per fare favolosamente salire la intensità di P, e in questa enfiazione del produrre pretendono che debba consistere… il socialismo.
Attribuite così tutte le formule alle scuole nostre nemiche, noi non avevamo da prescegliere tra esse una nostra. La chiusura di questa esposizione, che fu integrata da una serie più completa e simmetrizzata di formule simboliche dei tre aspetti della circolazione del capitale, fu che nella economia socialista e comunista non si producono capitali e quindi non ne circolano. Non si producono nemmeno quindi merci e non ne circolano, nel senso dello scambio a mezzo di denaro, e tanto meno a mezzo di baratti.
Poiché per Marx « l’estensione della massa di merci fornita dalla produzione capitalista è determinata dalla scala di questa produzione e dal bisogno della sua perpetua estensione, e non dal cerchio predestinato dell’offerta e della domanda, né dai bisogni da soddisfare »; la nostra rivendicazione è che la produzione sia ridotta alla scala di quei bisogni che sono conformi alla evoluzione migliore della società umana e non al capriccio dell’individuo, e che questo proporzionamento avvenga per misure fisiche e non per misure di valore economico, fino al punto che la soddisfazione dell’umano bisogno e la attività per conseguirla coincidano in un atto solo ed in una stessa umana gioia.