Il capitalismo russo si confessa
«Il diritto» – scriveva Marx nel 1875 – «non può mai elevarsi al disopra del regime economico e dello sviluppo culturale condizionato da questo regime»:
in altre parole, la legge non può che codificare i rapporti economici e sociali esistenti di fatto, e rispecchiantisi nelle fredde e apparentemente astratte e «sanzionali» clausole dei codici scritti.
È stato pubblicato in questi giorni a Mosca (e lo recensisce l’«Unità» del 28 dic.) il volume dal titolo «Principi di diritto civile e di procedura civile» approvato dall’ultima sessione del Soviet Supremo. Leggiamovi rispecchiata la società i cui rapporti interni il nuovo codice così delineato intende regolare, e vi troveremo l’ennesima conferma che l’URSS all’insegna del krusciovismo non solo non va verso il socialismo, ma confessa ogni giorno più la propria natura di società capitalistica, anche se – come di dovere – i giuristi e i politici la rivestono dell’appellativo contrario.
Scrivono gli autori:
«La legislazione civile sovietica regola i rapporti di proprietà e quelli personali di non proprietà ad essi legati».
Due prime importanti ammissioni: esistono rapporti «di proprietà» ed esistono «rapporti personali» – le due basi su cui sta o cade ogni società borghese. Il testo spiega:
«Secondo l’articolo 9 il cittadino ha la proprietà sui valori personali, il diritto di usufruire dell’abitazione e del diritto di proprietà, di ereditare e di lasciare in eredità la proprietà, di avere i diritti d’autore delle opere di scienza, letteratura ed arte, diritti di scoperta, invenzione e di proposta di razionalizzazione della produzione ed altri».
Che razza di avvio verso il socialismo è questo? Si dice (commento della «Pravda») che
«la proprietà privata non può essere utilizzata per ricavare entrate che non siano frutto del lavoro».
Ma chi eredita una proprietà fruisce per ciò stesso di entrate che non sono frutto del suo lavoro; le proprietà che egli eredita e che sono state accumulate da altri, possono a loro volta – se mobili – trovare impiego fruttifero (titoli industriali, di stato, buoni risparmio, ecc.) e quindi procurano all’erede entrate derivanti non solo dal lavoro passato ma anche del lavoro presente di altre persone, e se immobili possono dare anch’esse luogo a entrate «non di lavoro». L’esistenza di diritti d’autore e di scoperta è, in secondo luogo, il principio più borghese e quindi anticomunista che si possa immaginare; esso è legato al cardine borghese della personalità individuale, è antisociale ed antisocialista per eccellenza, essendo il comunismo una società in cui, fra l’altro, si dona con gioia ciò che si crea e non si rivendica su di esso nessun diritto perché ciò che si crea è di tutti e di nessuno; meno che mai se ne trae o si pretende di trarne una vera e propria rendita, per giunta trasmissibile.
Il diritto di eredità presupposto l’eternità dell’istituto familiare – altra bestemmia in chi si dice «socialista»; e i nuovi principi lo allargano per eternizzare anche le appendici borghesi della famiglia monogamica, se è vero che «a differenza del vecchio codice che prevedeva solo in caso di morte dell’erede diretto (genitori, coniuge, figlio, persona a carico incapace di lavorare) una diversa destinazione dell’eredità, i nuovi criteri danno la possibilità al cittadino di lasciare tutta la sua eredità ad estranei, con un’unica limitazione: se tra gli eredi vi sono dei minori o degli inabili al lavoro i due terzi sono riservati a questi ultimi».
(Non vogliamo fare i maligni, ma questa clausola sembra fatta apposta per gli alti e piccoli papaveri della nuova borghesia sovietica, dotati di sacrosanta famiglia e non meno sacrosanto pied-à-terre per la… ragazza).
Essendo sacra la famiglia, il codice proclama la proprietà privata della casa, ennesimo mostro borghese, e, siccome non c’è per ora modo di dare la casa a tutti, il nuovo codice ammette la possibilità per i privati di «AFFITTARE, tutto o in parte, l’appartamento ricevuto dallo Stato o dai soviet locali e la stessa dacia».
Qui al redattore dell’«Unità», perfino a lui, è venuto il dubbio che questa storia del dare la casa in affitto puzzi di borghesia, e ha interpellato dei giuristi. Risposta degna del nuovo codice:
«La violazione del principio [secondo cui ogni reddito deve derivare dal lavoro] e della legge che lo garantisce, si ha solo nel caso che quest’attività assuma un carattere sistematico e manifestamente speculativo: se, per esempio, il prezzo dell’affitto è molto alto, più alto del livello medio previsto da ogni Repubblica; nel caso in cui l’affitto di una sola stanza sia più alto di quello di tutto l’appartamento; se la sub-locazione diviene una fonte permanente cospicua di reddito».
Oh, magnifico: dunque, la differenza fra capitalismo e socialismo si ridurrebbe al carattere speculativo degli utili non di lavoro nel primo, e al carattere… onesto degli stessi nel secondo!!!
Ma queste teorie lasciatele a Proudhon, ai socialisti cristiani, ai laburisti, e al salumiere qui all’angolo; non fatele passare per «socialiste»!
E potremmo andare avanti: leggi severe che difendono «l’onore e la dignità del cittadino» anche e addirittura in campo penale – col che il sacro individuo borghese è tutelato sotto il triplice aspetto della proprietà ereditaria, della famiglia, e della sua «onorabilità»! -; leggi che istituiscono il diritto di proprietà sull’oggetto acquistato a rate dal momento della sua consegna al cittadino (all’«Unità», questo pare un grande successo: in realtà, si tratta di spingere al massimo una tipica forma di acquisto borghese, e di legare permanentemente il disgraziato compratore all’obbligo di pagare fino all’ultimo le rate); e infine una serie di leggi di cui l’«Unità» sottolinea la caratteristica… «socialista di classe» (!!), e che stabiliscono l’esenzione dalle spese processuali nei casi in cui:
«1) gli operai, gli impiegati e i colcosiani si rivolgano ai giudici per la riscossione dei salari o per altre esigenze che derivino dai rapporti di lavoro;
2) si accenda una causa per diritti d’autore e di scoperta
3) si chieda riscossione di alimenti
4) si chieda risarcimento per mutilazioni o per danni alla salute o per la morte della persona che rappresentava il sostegno finanziario della fa miglia»
Socialismo questo che presuppone il salario, il diritto di possedere in privato l’invenzione o la scoperta, la NON automaticità del sostegno da parte della società del mutilato o infermo e dei suoi figli, e l’esistenza di contestazioni sugli elementari diritti di vita? Eh via, raccontatelo ad altri!
Cari signori, avete confessato un altro po’ di più di quello che noi sappiamo da tempo e che sarebbe ancora più chiaro se conoscessimo tutto il nuovo monumento giuridico eretto dagli «esperti socialisti»: che siete fino ai capelli dentro la melma della più gretta, onorabile, codina società borghese. Siete peggiori dei vostri padri staliniani: per ciascuno di voi c’è il mausoleo di famiglia assicurato dopo morte, è l’inviolabilità del sacrario personale e familiare in vita!
[RG-31] Marxismo e questione militare Pt.3
ESERCITO PROLETARIO E BORGHESE
Nello studio dell’esercito proletario confrontato a quello borghese Engels considera tutti gli elementi che ne determinano la forza, tra i quali la devozione al nuovo potere proletario anche da parte degli elementi non proletari di cui si formerà l’esercito e degli stessi ufficiali subalterni provenienti dall’esercito dello stato borghese distrutto dalla rivoluzione. A creare questo clima contribuiranno « una direzione energica da parte del ministero della guerra, qualche successo e soprattutto i provvedimenti contro qualche caso di ammutinamento e diserzione ».
Siccome il proletariato era ancora poco sviluppato in Francia al tempo in cui scrive, Engels sostiene: « II proletariato non potrà inviare che un debole contingente all’armata attiva; la sorgente essenziale della leva sarà dunque il sottoproletariato ed i contadini ». Questa situazione si verificò effettivamente per la Russia del 1917: solo il 15% dei componenti l’esercito rosso erano proletari operai dell’industria; la stragrande maggioranza degli ufficiali proveniva dall’esercito zarista. Grazie alla funzione dei comunisti nell’esercito questo poté essere organizzato e disciplinato e cementato da un entusiasmo ineguagliabile contro le armate degli imperialisti e die de esempi numerosissimi di sacrifici eroici. Engels ha dimostrato che le armate borghesi rivoluzionarie « ore supponevano, in ragione della loro stessa tattica, un livello di formazione intellettuale (non scolastica, s’intende) più elevata delle armate feudali, e la possibilità di esercitarle.
Vediamo ora la decadenza della forza militare borghese; va da sé che non cerchiamo di battere qui, sulla carta, il nostro nemico! La lotta dei paesi coloniali, che doveva essere storicamente vittoriosa, non è stata per questo meno aspra e sanguinosa. Il proletariato avrà bisogne di tutte le sue forze, di tutto il suo coraggio e di tutto il suo spirito di sacrificio, per vincere.
Se, nel periodo rivoluzionario della borghesia, massività e mobilità delle forze armate si integrano e si completano a ‘vicenda, col procedere dello sviluppo capitalistico questi due elementi entrano in opposizione e contraddizione reciproca. Nessun altro principio nuovo interviene: l’aumento smisurato della massa e della mobilità diventano antagonici. Da un lato, la potenza e massa di fuoco si può spostare a velocità inaudite (si pensi agli odierni missili), dall’altro vi sono milioni di uomini da spostare.
A conferma di ciò si ricorda che, nell’ultimo massacro mondiale, gli Americani impiegarono ben Quattro anni per preparare lo sbarco di 400.000 uomini, quando vi erano milioni di uomini in lotta. Per contro, con l’aviazione essi potevano trasportare con rapidità potenze di fuoco concentrate (bomba atomica) fra un punto e l’altro della terra, e distruggere intere città.
Non possiamo né vogliamo per ora entrare nel dettaglio, in quanto stiamo trattando solo le grandi linee della questione militare, ma ad ulteriore conferma della contraddizione fra i due elementi della massività e della mobilità dei mezzi di guerra, diamo un altro esempio: l’Algeria, Qui la lotta si svolge, in fondo, fra forze rivoluzionarie borghesi algerine e forze imperialiste e reazionarie-borghesi della Francia. Ebbene, queste ultime, pur essendo formate da più di un milione di uomini sostenuti da un apparato produttivo industriale moderno e disponendo di armi ultraperfezionate (della NATO e degli alleati), conducono faticosamente una guerra disperata contro truppe che non vanno oltre i 25 mila armati ma sono sostenute dall’intera popolazione. Dopo 7 anni la « pacificazione » non è stata raggiunta ed il mostro imperialista cerca di negoziare la fine di ostilità che minano le sue stesse posizioni nella metropoli!
E’ noto pure come in Indocina queste forze moderne siano state battute in tutte le regole dell’arte della guerra. Tale è la differenza fra le armate rivoluzionarie della borghe sia in ascesa e quelle reazionarie della borghesia in declino !
Guai a te, borghesia!
Resta l’elemento di terrore di classe che fa regnare l’armamento e la militarizzazione crescente dei rapporti sociali. Vediamo quale deve essere l’atteggiamento del proletariato di fronte alle minacce apocalittiche della borghesia.
Engels, nell’AntiDuhring, così pone il problema: « L’armamento è divenuto il principale scopo dello stato; esso è diventato uno scopo in sé; i popoli non fanno più che nutrire e vestire i soldati. Il militarismo domina e divora l’Europa. Ma il militarismo porta in sé anche il germe della sua propria rovina. La concorrenza fra i diversi stati li obbliga da una parte a stanziare più denaro ogni anno per le forze arma tè e quindi ad accelerare sempre più la crisi finanziaria, dall’altra a prendere sempre t)ìù in considerazione il servizio militare obbligatorio e, in fin dei conti, a familiarizzare il popolo intero con il maneggio delle armi, dunque a rendersi capace, a un dato momento, di far trionfare la sua volontà di fronte a Sua Maestà il comando militare. E questo momento arriva quando la massa del popolo – i lavoratori delle città e delle campagne – acquista una volontà. A questo punto, l’esercito dinastico si converte in esercito popolare; la macchina si rifiuta di servire, il militarismo perisce per la dialettica del suo proprio sviluppo ».
Lenin ri prende esattamente lo stesso filo quando scrive nel 1916 Sulle parole d’ordine del disarmo : « Oggi la borghesia imperialista non militarizza solo i popoli interi ma anche la gioventù. Domani essa procederà alla militarizzazione delle donne. A tal proposito bisogna che noi diciamo: Tanto meglio! Lo si faccia; più si andrà in fretta, più presto ver remo all’insurrezione armata contro il capitalismo. Come dei socialdemocratici possono sentirsi intimiditi dalla militarizzazione della gioventù, eco., se si ricordano l’esempio della Comune? ». E, rivolgendosi alle donne dei proletari, ci dice quale sarà il loro atteggiamento di fronte a questa militarizzazione crescente sotto l’imperialismo: « Contro di ciò che faranno le donne dei proletari? Si limiteranno a maledire ogni guerra e tutto ciò che ha relazione con la guerra, e a reclamare il disarmo? Mai le donne della classe oppressa, che è realmente rivoluzionaria, si accontenteranno di un ruolo così vergognoso. Esse diranno ai loro figli: « Presto tu sarai grande. Ti daranno un fucile. Prendilo e apprendi bene il mestiere della guerra. E’ una scienza indispensabile ai proletari, non per sparare sui loro fratelli, gli operai degli altri paesi, come si fa nella guerra attuale e come ti consigliano i traditori del socialismo, ma per lottare contro la borghesia del tuo proprio paese, al fine di mettere termine allo sfruttamento, alla miseria ed alle guerre, non con voti inoffensivi, ma riportando la vittoria sulla borghesia e disarmandola ».
Engels scriveva a Lassalle (Mehring, t.4, p.185): « Viva la guerra, se i Russi ed i Francesi ci attaccano nello stesso tempo; quando si sarà con l’acqua alla gola, allora, in questa situazione disperata, tutti i partiti, da quelli che dominano oggi a quelli più meschini, dovranno logorarsi, e la nazione, per salvarsi, dovrà infine rivolgersi al partito più energico ». E’ la trasformazione della guerra tout court in guerra civile di classe.
Fin dal 1848, Engels, in un articolo sulla rivoluzione di Parigi, insegnava il radicalismo al proletariato: « Se gli in sorti avessero impiegato gli stessi mezzi violenti che usaro no i borghesi ed i loro valletti comandati da Cavaignac, Parigi sarebbe in rovina, ma essi avrebbero trionfato »,
Nel suo Indirizzo da Londra (marzo 1890) alla Lega dei Comunisti, Marx scrive: « Lungi dal combattere i pretesi eccessi, gli esempi di vendetta popolare contro odiati individui ed edifici pubblici che evocano dei ricordi penosi, bisogna al contrario non solo tollerarli, ma prenderne in mano la direzione »
Non entriamo qui nelle questioni, pur molto importanti, che potranno essere trattate separatamente, quali la famosa « teoria dell’offensiva » (nei primi congressi della III Internazionale) e nella Questione del « disfattismo militare », di cui bisognerebbe mostrare tanto l’efficacia militare quanto il carattere profondamente rivoluzionario e proletario.
Trotsky, nel capitolo « L’influenza della guerra » (v. Difesa del terrorismo »), spiega l’effetto della militarizzazione crescente alla quale assistiamo durante la fase imperialista: « L’imperialismo ha strappato di viva forza la società al suo equilibrio instabile… Ha rotto le chiuse con le quali la socialdemocrazia conteneva il torrente d’energia rivoluzionaria del proletariato e lo canalizzava nel suo letto. Questa formidabile esperienza storica, che di colpo ha spezzato le reni all’Internazionale socialista, porta in sé nello stesso tempo un pericolo mortale per la società borghese. Si è ritirato il martello dalle mani dell’operaio per rimpiazzarle con la spada. L’operaio, che era legato all’ingranaggio dell’economia capitalistica, è improvvisamente strappato dal suo ambiente; gli si insegna a situare gli scopi della collettività al disopra del benessere domestico e della stessa vita. Tenendo in mano le armi che egli stesso ha forgiato, l’operaio è messo in una situazione tale che il destino politico dello Stato dipende immediatamente da lui. Quelli stessi che in tempi normali lo opprimevano e lo disprezzavano, ora lo adulano e strisciano ai suoi piedi. Egli impara nello stesso tempo a conoscere i cannoni che, secondo Lassalle, costituiscono una delle parti più importanti della Costituzione. Egli verifica i confini dello Stato, partecipa a requisizioni violente, vede le città passare da una mano all’altra sotto i suoi colpi. Nella sua psicologia si producono cambiamenti che la generazione passata non aveva mai visto. Se gli operai d’avanguardia sapevano in teoria che la forza è la madre del diritto, il loro pensiero politico era nero imbevuto di uno spirito di possibilismo e di adattamento alla legalità borghese. Ora la classe operaia impara di fatto a disprezzare e distruggere con la violenza questa legalità. Le fasi statiche della sua psicologia cedono alle fasi dinamiche. I mortai inculcano nella classe operaia l’idea che, quando non si può aggirare l’ostacolo, resta però la possibilità di spezzarlo. Quasi tutta la popolazione maschile adulta passa per questa, terribile scuo1a di realismo che è la guerra, creatrice di un nuovo tino umano.
« Su tutte le norme della società borghese – col suo diritto, la sua morale e la sua religione – è oggi sospeso il pugno della necessità di ferro. « Necessita non ha legge », dichiarava il cancelliere tedesco il 14 agosto 1914. I monarchi scendono in piazza ad accusarsi, in un linguaggio da carrettiere, di perfidia. I governi calpestano gli obblighi che avevano solennemente contrattato; e la chiesa nazionale incatena il suo Dio, come un forzato, ai cannoni nazionali.
« Non è evidente che queste circostanze devono provocare un cambiamento profondo nella psicologia della classe operaia, guarendola radicalmente dall’ipnosi della legalità, in cui si rispecchiava, un’epoca di stagnazione politica? Le classi possidenti dovranno ben presto convincersene con orrore. Il proletariato che è passato ben presto per la scuola della guerra pentirà, al primo ostacolo serio nel suo stesso paese, il bisogno imperioso di usare il linguaggio della forza. « Necessità non ha legge », dirà in faccia a coloro che tenteranno di fermarlo in nome degli imperativi della legalità umana. E la miseria, la spaventosa miseria che è regnata nel corso di questa guerra, e dopo la sua fine, spingerà le masse a calpestare molte, molte leggi. Malheur a toi, bourgeoisie! Guai a te, borghesia. »
[RG-31] Questioni di economia marxista Pt.3
Il relatore sull’argomento della presentazione della dottrina economica del marxismo premise che dato il carico di lavoro in questa riunione ancora una volta si sarebbe segnato il passo in questo studio che nei suoi risultati definitivi è da vario tempo ancora fermo ai due fascicoli dell' »Abaco dell’economia marxista » che hanno data l’espressione in formole quantitative delle fondamentali dottrine del « Capitale » per l’intero Primo Libro e per la sola Prima sezione del Secondo.
Nelle precedenti riunioni si è varie volte riferito (come anche nei resoconti apparsi su queste pagine) delle sezioni successive del Secondo Libro fino alla teoria della accumulazione semplice e progressiva, ma i non pochi materiali arrecati abbisognano di un coordinamento definitivo di formale, schemi e quadri che sono stati varie volte mostrati alle riunioni ma non ancora pubblicati. Tale compito è ponderoso e richiede rapporto collettivo degli sforzi di tutto il movimento; la principale difficoltà sta nel fatto che la materia del secondo volume, sulla circolazione del capitale (il tema da cui esce la condanna economico-storica del modo capitalista di produzione) non l’abbiamo che per tronconi, senza la sistematica pensata da Marx, e senza che Engels per espressa sua dichiarazione abbia voluto costruire una sistematica propria, ritenendo di non avere il diritto di sostituire opera propria alle pagine meravigliose ma solo « semilavorate » lasciate dalla penna del gigante Marx.
Il compito sarà meno arduo per il Terzo Libro, che, studiando il processo di insieme, ha un tema più sociale-politico che conduceva direttamente al programma del partito, quando la redazione ne venne spezzata sul tema: le classi; a grande sfruttamento di tutto l’opportunismo carognone successivo e anche recentissimo.
Poiché noi rifiutiamo nettamente ogni pretesa di aggiornatori del sistema, e non vogliamo inventare le parti rimaste nell’ombra per effetto delle forze agenti nella lotta storica, e riaffermiamo che il marxismo si formò in un tutto monolitico e definitivo proprio nell’epoca 1840-70 in cui lavorò Marx (e così sarebbe stato anche se la persona Carlo Marx non fosse mai nata), la principale via per affrontare il problema che ci siamo posti, e che le necessità della annosa lotta contro i deformatori ci hanno posto, è di utilizzare le fonti del marxismo in Marx ed Engels soprattutto, ma anche altrove; e quindi la ricerca sui testi storici è il compito fondamentale.
Tale via non è da percorrere da un solo uomo e nemmeno da una sola generazione, essa esige la partecipazione di tutto il partito da tutte le sue sedi e in tutti i suoi aggruppamenti delle varie lingue, tra le quali la più interessante è ovviamente quella tedesca, se pure oggi il movimento tedesco si presenta come il più sconquassato dalla crisi generale.
Anche in questo settore i compagni del gruppo parigino hanno fornito materiale ricco e preziosissimo che si è andato accumulando senza che ancora si sia potuto tutto utilizzare, e in questa non lunga esposizione attingeremo ad esso sia pure in modo non del tutto organico.
La teoria dello « sciupìo »
Nei precedenti inviti a tutti i compagni per il loro aiuto nella ricerca comune avevamo delineato non una teoria completa ma le vie per giungere a dare forma alla « teoria dello sciupìo » nel modo capitalista di produzione. Si tratta di un tema delicato in quanto ad esso si riconduce tutto il fondamento della analisi e del programma marxista. Una tale teoria è incomprensibile a quegli sprovveduti che vogliono vedere nell’opera di Marx la pura descrizione della economia capitalistica e al più la scoperta delle leggi che ne reggono la dinamica economica. Essa può essere riguardata come un aspetto di programma per il partito rivoluzionario che noi rivendichiamo alle fiammeggianti pagine del Capitale.
Infatti la forma capitalistica si può definire come dilapidatrice degli sforzi e delle energie dell’uomo e della società solo se si perviene a misurarne le perdite in confronto alla dinamica di una società non più capitalistica, data nella storia anche se non presente oggi in nessuna parte del mondo. Occorre dunque ammettere che i dati di una tale società del domani siano desumibili e deducibili, non da schemi ideali o da costruzioni filosofiche astratte, ma dai dati della storia passata e di tutte le forme sociali analizzabili: quelle precapitalistiche, e la capitalista.
La misura dello sciupìo sarà quindi possibile anche se si ammetterà che il passaggio al capitalismo segnò (anzi fu reso inevitabile proprio da esso) un deciso miglioramento nella utilizzazione della attività umana in rapporto alle forme sociali che precedettero quella presente. È chiaro che una critica basata sul richiamo ad una situazione futura che nessuno ha ancora osservata o rilevata incontrerà sempre la fiera derisione di quelli che sono soliti dileggiare il dogmatismo, o perfino la ricaduta nella utopia, di noi marxisti rivoluzionari.
In tutta questa nostra lunga ricerca noi abbiamo citato mille e mille passi in cui si vede che Marx fa sempre in modo esplicito il paragone tra le caratteristiche del processo capitalistico e quelle della produzione futura e società futura, dato preciso per il quale egli tiene il « comunismo » in atto, pur designandolo sotto diversi nomi e perifrasi. Ciò in tutte le opere, nei tre Libri del Capitale, opera massima, e possiamo dire in ogni capitolo di essa, anche se per mostrarlo appieno, il lavoro critico deve saper gettare ponti sicuri tra pagine anche lontanissime tra loro.
In questo abbozzo della teoria dello sciupìo noi chiedemmo e torniamo a chiedere ai compagni di utilizzare uno schema (la scienza si fa sempre riuscendo a costruire schemi, anche magari provvisori) che abbiamo dedotto dai capitoli del Secondo Libro, oggetto dello stadio presente della nostra ricerca.
Lo schema è quello dei « tre momenti » della critica rivoluzionaria. Il primo momento si limita ai rapporti che si stabiliscono entro i confini di una azienda produttiva unica, tra capitalista ed operai. La sua analisi è già tutta contenuta nelle formule dedotte dal Primo Libro, ma questo non si deve intendere nel senso erratissimo che tutto il Primo Libro non si preoccupi anche degli altri successivi due « momenti »: tutti e tre all’opposto erompono da ogni capitolo e come sempre teniamo a dire da ogni pagina.
Se la misura dello sciupìo sociale fosse un concetto così angusto come quello della misura dello sfruttamento dei singoli operai da parte del singolo padrone, saremmo ridotti a volgarissimi immediatisti, che propongono di abolire il padrone lasciando stare il sistema mercantile, la moneta, l’azienda col suo dare ed avere ed anche il suo profitto, che andrebbe banalmente diviso tra gli operai. Proudhon per il primo pose il piede su questa via scivolosa, e se gli anni e i secoli contano qualcosa, può essere solo in questo: Proudhon al suo tempo fu un grande, chi oggi proudhonizza è una carogna.
Nel primo momento il grado di sciupìo non sarebbe nemmeno il tasso di profitto, ossia il rapporto del plusvalore a tutto il valore del prodotto; è infatti noto che una parte del plusvalore nella riproduzione progressiva va non a consumo del capitalista ma a nuovo investimento (e vi dovrebbe andare anche in una società senza capitalisti, vedi critica al programma di Gotha). Allora il solo consumo dei capitalisti parassiti sarebbe misera cosa. Marx lo disse già: voi che vi fermate al primo momento programmate solo una generalizzazione della miseria.
In un passo dei Grundrisse (ed. tedesca pag. 347: capitolo del « bozzone » marxiano del 1858-59 che corrisponde al II Libro sulla circolazione del Capitale, nostro tema; capitoletto sui limiti della produzione capitalista, le crisi, ecc.) Marx pone questi rapporti: 2/5 di materie prime, 1/5 di macchine, 1/5 di salari, 1/5 di sovraprodotto, di cui 1/10 per il consumo del capitalista, 1/10 per la nuova produzione. Colle nozioni del Capitale si ha: 3/5 di capitale costante, 1/5 di capitale variabile, 1/5 di plusvalore. Il tasso di plusvalore è 100 per 100, il grado di composizione organica del capitale è tre, come rapporto del capitale costante al variabile, che misura la produttività del lavoro. È noto che negli schemi della riproduzione semplice del Secondo Libro Marx pone sempre 100 per 100 come tasso di plusvalore, ma 4 come grado di composizione del capitale. Erano trascorsi 15 anni e più e la produttività era cresciuta: una sezione della ricerca di oggi che additiamo ai compagni chiamati in aiuto è questa; quale il grado odierno?
Comunque allo stato dei Grundrisse tutto il profitto è un decimo del capitale merci prodotto, un nono del capitale anticipato (c più v), quanto a consumo parassitario del capitalista. Ne segue che chi si ferma al primo momento infraziendale non fa che fare salire di un decimo il tenore di vita medio; risultato che non vale certo una rivoluzione!
Cogliamo un punto interessante: quando il Marx del 1858 dà un quinto per le macchine, rata alta del 20 per cento, e tre quinti per tutto il capitale costante, egli non comprende solo il logorio, ma anche l’ammortamento del capitale fisso, come noi abbiamo fatto di recente alle riunioni in un quadro non pubblicato in cui portiamo nella misura di c anche tutto il rinnovo del capitale fisso. Nel valutare questo sta tutto il problema come mostreranno altre citazioni eloquenti, in quanto la tesi di Marx è che il capitale fisso, o lavoro morto, non genera di per sé valore né sopravalore, che viene tutto dal capitale variabile, parte del circolante. Crediamo avere noi colto a differenza della più parte dei pretesi discepoli il pensiero di Marx. Infatti sarebbe assurdo che una macchina che costi 100 tra impianto e manutenzione nella sua vita utile, non getti fuori che 300 in tutto di materie trasformate!
Gli altri « momenti »
Ricordiamo di volo che il secondo momento è quello che considera tutto l’insieme delle aziende di produzione che formano una società capitalista pura, con il gioco dei mille effetti della concorrenza e delle relazioni tra esse, formando un bilancio sociale del capitalismo in cui lo sciupìo e il suo grado almeno si raddoppiano.
Nel terzo momento si paragona questa dinamica con quella di una società senza capitale privato, senza mercato, senza moneta e senza azienda, e si viene al confronto finale con la società comunista, mostrando che lo sciupìo si moltiplica ancora, nella società presente, almeno per due, giusta il nostro schema grezzo: due – quattro – otto, da cui nasce la prova che il lavoro nella società comunista può scendere da otto ore a due giornaliere – ciò, si intende, a grandissimi tratti. A tal punto possiamo fare ricorso all’apporto francese.
Lo sciupìo diviene il gaspillage, di cui è data l’altra definizione: le perdite sul « prezzo sociale di produzione ». La definizione è di Marx e si impianta già su una considerazione di primo e secondo momento. Il prezzo di produzione è il « valore » (dunque siamo in capitalismo) epurato dagli alti e bassi di mercato concorrenziale. Esso è dunque: capitale costante più capitale variabile più plusvalore al tasso medio sociale di esso. Il prezzo di costo degli economisti borghesi è altra cosa (prix de revient) perché è dato da capitale costante più capitale variabile (sempre per ogni unità di merce prodotta), considerando come è chiaro il compenso per rinnovo del capitale fisso a fine del suo ciclo.
Prima di passare alla critica dello sciupìo capitalista bisogna segnalare l’aumento di forze produttive che ha realizzato il modo capitalista di produzione rispetto ai più antichi. In tal modo noi coglieremo da una parte le radici di tutte le teorie apologetiche del capitale, e dall’altra la misura dello sperpero, dello sciupìo, offerta dall’inaudito sviluppo di forze produttive che il capitalismo arreca. Ciò ci permetterà di mostrare da una parte che i « comunisti » legati a Mosca fanno l’apologia di fatto del capitalismo, quando essi pretendono che nei paesi capitalistici… non sovietici i lavoratori ricevano sempre meno prodotti, ciò che essi chiamano la pauperizzazione assoluta, poiché la realtà smentisce queste affermazioni da rivoluzionari da operetta; e dall’altra parte che il socialismo non ha nulla di comune col sistema americano di calcolo della produzione, secondo il quale appena un prodotto richiede meno tempo per essere fabbricato di quello che ne richieda la sua manutenzione, lo si getta via piuttosto che tenerlo in funzione (vedremo nel seguito come il capitalismo, sistema di produzione, arrivi a questa alta produttività poiché si appropria di una grande massa di beni fisici gratuitamente, ciò che gli consente di arrivare alle contraddizioni assurde del tipo americano che abbiamo testé citato, mentre la verità è che esso giunge a tale risultato attraverso lo sperpero di materie fisiche di cui la società potrebbe giovarsi). È in questo senso che Engels nell’Antidühring caratterizza la produzione socialista scrivendo:
« La appropriazione sociale dei mezzi di produzione elimina non solo tutti gli intralci artificiali della odierna produzione, ma anche lo sciupìo e la effettiva distruzione di forze produttive e di prodotti, che attualmente sono i corollari inevitabili della produzione e raggiungono nelle crisi il loro parossismo« .
Circa il primo punto della effettiva incrementazione iniziale delle forze di produzione dovuta al nascere del capitalismo, Marx fin dal 1844 la registrava in un momento in cui un tale svolto poteva essere senza difficoltà letto nelle statistiche, citando nei suoi Manoscritti economico-filosofici un autore che ha sempre ben considerato (Schultz, nel Movimento della produzione) nel passo seguente:
« Non è che a mezzo della eliminazione dell’impiego di forza umana che è divenuto possibile fare, partendo da una libbra di cotone che costa tre scellini e otto pence, 350 fili di una totale lunghezza di 167 miglia inglesi, aventi un valore commerciale di 25 sterline« .
Nello stesso testo Marx scrive:
« In Inghilterra il prezzo dei prodotti di cotone è in media diminuito di 11/12 in 45 anni e, secondo i calcoli di Marshall, oggi si fornisce esattamente tanti prodotti manufatturati per 1 scellino e 10 pence quanti nel 1814 per 16 scellini (ossia prezzo ridotto a circa un nono in trenta anni). Il miglior mercato dei prodotti industriali ha aumentato il consumo nello stesso tempo sul mercato interno e su quello estero; ne risulta che dopo la introduzione delle macchine in Gran Bretagna il numero degli operai del cotone non solo non è diminuito ma è passato da 40 mila a un milione e mezzo. Oggi, in quel che concerne il guadagno sia degli imprenditori che degli operai industriali, la inevitabile concorrenza tra i padroni delle industrie ha necessariamente aumentato il profitto di essi in rapporto alla quantità di prodotti che forniscono. Durante gli anni 1820-33 a Manchester, il profitto lordo del fabbricante è sceso da 4 scell. circa a 1 scell. e 9 pence per ogni pezza di cotone filato. Ma, per compensare tale perdita, è stato necessario aumentare in proporzione il volume della fabbricazione« .
Sempre nel suo scritto giovanile Marx mostra che la ricchezza è aumentata favolosamente, nei paesi conquistati al regime borghese:
« supponendo che il lavoro di un operaio apporti in media 400 franchi all’anno al capitalista, e che tale somma basti ad un adulto per vivere di una vita grossolana, ogni proprietario di 2000 franchi di rendita, di affitto di terreni o di case, forza dunque indirettamente 5 uomini a lavorare per lui; dunque i 300 milioni di lista civile di Luigi Filippo valgono il lavoro di 750 mila operai« .
Può sembrare un ragionamento semplicistico ma si ricordi che Luigi Filippo era il re borghese e costituzionale e si noti il concetto base che in democrazia l’uso della violenza vige come nel despotismo: il denaro « passa » pacificamente, ma in realtà la violenza è la stessa solo più sordida che per il brigante da strada maestra. Tanto in una società democratica e mercantile, insegna Marx da 120 anni!
Nel Capitale Marx mostrerà poi che questo aumento favoloso di ricchezze, che fa impallidire la tradizione dei signorotti feudali, proviene dalla cresciuta produttività del lavoro dovuto al macchinismo.
Un passaggio dei Grundrisse servirà a mostrare come Marx fa ad ogni tratto un aperto confronto tra una società scambista e il comunismo. Ciò definisce il nostro metodo storico e mostra che con esso dobbiamo affrontare il problema del calcolo delle perdite. Le leggi di ogni forma di produzione sono originalmente diverse, e lo sviluppo storico della società mostra che ogni nuova forma potrà vantare un « rendimento » superiore alle antiche. Perciò noi prendiamo il nostro sistema di riferimento, il nostro termine di paragone, non nel passato ma nel futuro, in quanto la soluzione del problema sociale non va chiesta al passato come nelle false alternative del genere di quella che ha dato il nome al movimento amarxista di « Socialisme ou Barbarie ».
Il passo sta nel Capitolo che tratta delle false spese nella circolazione del capitale; argomento proprio del Libro Secondo, Sezione Seconda, già da noi ripetutamente delibato.
Marx deride le « robinsonate » di J. Stuart Mill.
« Immaginiamo due lavoratori che fanno scambio dei loro prodotti: un pescatore e un cacciatore. Il tempo che entrambi perdono nella operazione di scambio non crea né selvaggina né pesce ma si deduce dal tempo durante il quale tutti e due creano valore, l’uno pescando, l’altro cacciando, in cui il loro tempo di lavoro si oggettiva in un valore d’uso. Se il pescatore volesse ricuperare tale perdita di fronte al cacciatore, col solo mezzo di pretendere da lui più caccia dandogli meno pesce, è chiaro che il cacciatore sarebbe autorizzato a fare lo stesso. Se essi incaricassero un terzo C di occuparsi dello scambio dei prodotti di A e B non avrebbero altro mezzo che cedere a C una parte dei loro due prodotti, e non avrebbero nulla guadagnato, salvo che sostituire una perdita con altra perdita più o meno pari. Ma all’opposto, se essi lavorassero in proprietà comune, non si darebbe luogo ad alcuno scambio, perché consumerebbero nella comunità. Le spese di scambio dunque sparirebbero [nel comunismo o messeri di Mosca!] sebbene in un tale caso resti la divisione del lavoro, ma non tale come quella che sullo scambio è fondata. È dunque a torto che Stuart Mill considera le spese di circolazione come il prezzo necessario della divisione del lavoro. Esse sono unicamente le spese della divisione del lavoro quando è legata alla proprietà privata e non alla proprietà comune« .
Il dibattito secolare è sempre vivo; e quello banalissimo sugli specialisti, questi superparassiti del mondo 1931! Se io a piacere caccio o pesco prenderò due pesci o due uccelli al giorno, ma se caccio solo o pesco soltanto, vi saranno almeno tre pesci e tre uccelli al giorno, e vi sarà con questo benefizio della specializzazione professionale un premio del 50 per cento che potrà pagare il servizio commerciale (!!!).
Tanto facile e banale quanto di « senso comune »! Ma noi tendiamo a fornire una formula di calcolo economico che conduca a misurare come la moderna specializzazione costi alla società cara ed amara (basterebbe contare le famigerate tredicesime di queste ferie) contro le rovine di un andazzo poltrone e intrallazzatore del generale lavoro umano. Gli esperti, incontrollati nel mistero del loro settore, sbafano forte e girano a vuoto causando in serie disastri distruttivi di forze produttive in atto o in potenza.
I popoli commercianti, dice Marx in altro passo della stessa opera, come i fenici, i normanni, i longobardi, condussero altri popoli più stabili ad esaltare la produzione, in tempi di gran lunga precapitalistici. Questo sarebbe « l’effetto civilizzatore del commercio ».
Ma l’opposto avviene nel sistema capitalistico.
Lotta per la riduzione della giornata di lavoro Pt.1
La lotta per la riduzione della giornata lavorativa non in una singola azienda, dove questa riduzione non è in genere mai frutto di una lotta ma di una concessione per motivi che saranno chiariti più oltre, bensì alla scala nazionale, e se possibile, internazionale, la lotta quindi per la riduzione generale della giornata lavorativa rappresenta nelle mani della classe operaia l’unica arma con cui combattere, entro il quadro del regime capitalista, la oppressione crescente generata dall’aumento della produttività e dell’intensità del lavoro. D’altra parte ciò non significa che le lotte operaie per obiettivi più limitati non rappresentino anch’esse una forma dì lotta operaia contro il capitale, e che i comunisti debbano disinteressarsene. I comunisti al contrario devono partecipare attivamente a queste lotte particolari per elevarle e unificarle sulla piattaforma della riduzione della giornata di lavoro, l’unica via attraverso la quale i comunisti riusciranno a propagandare, impostare, e dirigere nel futuro la lotta nazionale e internazionale per la riduzione generale della giornata lavorativa.
L’apparente contraddizione fra lotte particolari e lotta generalizzata è così chiarita da Marx:
«Se nelle associazioni si trattasse realmente solo di quello dì cui sembra si tratti, cioè della fissazione del salario, e se il rapporto fra lavoro e capitale fosse eterno, queste coalizioni si urterebbero senza successo alla necessità delle cose. Ma esse sono il mezzo della unione della classe operaia, della preparazione all’abbattimento di tutta la vecchia società con i suoi contrasti di classe. E da questo punto di vista hanno ragione gli operai di ridere dei saggi maestri di scuola borghesi, che fanno loro il conto preventivo di quanto costa questa guerra civile, in morti, in feriti e in sacrifici dì denaro. Chi vuole battere il nemico, non discute con lui i costi della guerra». (Marx – «Lavoro salariato e capitale»).
Il paradosso dialettico consiste proprio in questo – i borghesi e i loro servitori riformisti sono i più
zelanti nell’esaltare la funzione delle lotte sindacali e nello stesso tempo nel sabotarle – i comunisti dimostrano che le lotte sindacali non hanno mai un esito risolutivo, ma ne sono gli unici difensori. La contraddizione e spiegata dal fatto che, per borghesi e riformisti, il rapporto fra lavoro e capitale è eterno; per i comunisti, il rapporto fra lavoro e capitale è destinato ad essere distrutto, e le lotte sindacali, in particolare la lotta per la riduzione della giornata lavorativa, sono un mezzo necessario a questa distruzione.
La tesi dei capitalisti e dei riformisti, l’eternità del capitale, non spiega l’antitesi, la lotta rivendicativa della classe operaia, e la riconduce alla tesi: l’eternità del capitale. Perciò i riformisti sabotano la lotta sindacale. La tesi dei comunisti, la distruzione del capitale, spiega ed illumina l’antitesi, la lotta sindacale operaia, e la conduce attraverso l’azione del partito alla sua sintesi luminosa: il comunismo. Così i comunisti difendono, potenziano e generalizzano le lotte rivendicative della classe operaia. Il programma comunista, la società comunista, sono il fine inconsapevole che muove gli operai nelle loro lotte, immediate, sono l’anima nascosta ma potente di queste lotte. I comunisti non possono staccarsi dal loro fine e dalla loro anima – partecipando anche alla più umile delle vertenze rivendicative, essi non soltanto si ricongiungono al fine e all’anima che in queste lotte si manifestano, ma li rappresentano, li incarnano e li esprimono agli occhi degli operai, esprimono agli occhi degli operai il comunismo.
I limiti economici delle lotte sindacali
Abbiamo affermato paradossalmente che la lotta sindacale è in un certo senso disperata. Si è visto che questa affermazione è di Marx, e che Marx aggiunge: se il rapporto fra lavoro salariato e capitale fosse eterno. Vediamo allora quali sono per Marx i limiti capitalisti ci della lotta sindacale.
«I costi che i sindacati procurano agli operai sono nella maggior parte dei casi più grandi dell’aumento di guadagni che essi vogliono ottenere… Se riuscisse alle coalizioni di tenere così alto in un paese il prezzo del lavoro, che il profitto cadesse sensibilmente in confronto con il profitto medio in altri paesi, oppure che il capitale venisse trattenuto nel suo sviluppo, la conseguenza dì ciò sarebbe la stagnazione e il regresso della industria, e gli operai sarebbero rovinati insieme ai loro padroni, perché questa è la situazione dell’operaio – la sua situazione peggiora a sbalzi, quando il capitale produttivo cresce, ed egli è senz’altro rovinato quando esso diminuisce o rimane stazionario». (Marx «Lavoro salariato e capitale»).
Tutto quindi nella società capitalistica spinge l’operaio alla distruzione di questa società, all’instaurazione del comunismo. Il comunismo è impossibile, è assurdo, ripetono oggi i luridi servitori del capitale. Essi non si accorgono che il primo e più grande degli assurdi è… la loro semplice esistenza di leccapiedi e sfruttatori. Ma i comunisti devono saper riconoscere i caratteri assurdi, le assurde contraddizioni del capitalismo, per farne scaturire la necessità semplice e ragionevole dei comunismo.
Ora, per quanto riguarda la questione sindacale, uno di questi assurdi, finché si rimane nell’ambito del capitalismo, è proprio l’esistenza dei sindacati. Solo il comunismo può spiegare l’esistenza dei sindacati oggi. Solo la speranza, oggi sotterranea ed inconsapevole, domani aperta e travolgente, che il capitalismo un giorno scomparirà, che gli succederà una organizzazione sociale in cui tutte le loro pene e le loro sofferenze scompariranno, può spingere gli operai a sopportare i costi in passivo che, finché dura il capitalismo, rappresentano per essi i sindacati.
Si è visto che il primo dei limiti capitalistici alla lotta sindacale sono i sindacati stessi. Si tratta ora di esaminare la situazione in cui il capitale produttivo cresce, cioè la situazione attuale – la situazione che è succeduta alla II guerra mondiale e si protrae tuttora. Quando il capitale produttivo cresce, la situazione dell’operaio peggiora a sbalzi, dice Marx. Bisogna quindi spiegare perché questi sbalzi nella situazione odierna degli operai debbano essere utilizzati dai comunisti in modo che si arrivi alla lotta per la riduzione della giornata lavorativa. Dal punto di vista dell’abbattimento del capitalismo, la spiegazione è semplice: se attraverso le lotte attuali si arrivasse da parte degli operai alla rivendicazione della riduzione della giornata lavorativa, e questa lotta coincidesse con la prossima crisi economica, cioè con il periodo in cui il capitale produttivo diminuisce o rimane stazionario e l’operaio è senz’altro rovinato, allora il capitalismo sarebbe colpito al cuore. Gli operai passerebbero dalla lotta economica più generalizzata, cioè per la riduzione della giornata lavorativa, alla lotta rivoluzionaria per la conquista del potere, proprio nel momento in cui il capitalismo è più debole.
Ma prima di questo è necessario dare la dimostrazione economica della necessità della lotta per la riduzione della giornata lavorativa. A questo scopo sarà riassunto il capitolo quindicesimo dei primo libro del Capitale, il quale si intitola: «Variazioni di grandezza nei prezzi della forza-lavoro e del plusvalore».
Il valore della forza-lavoro, scrive Marx all’inizio di questo capitolo del Capitale, è determinato dal valore dei mezzi di sussistenza che per consuetudine sono necessari all’operaio medio. In una certa epoca di una certa società, la massa di questi mezzi è data, benché la sua forma possa variare, cioè la quantità è costante, la qualità (forma) è variabile. Ad esempio l’operaio russo di oggi può coi suoi kopeki comperare tutto pane o tutta vodka, in ciò consiste la sua libertà; ed hanno perfettamente ragione gli opportunisti del Cremlino quando si presentano come i cavalieri della libertà. Ma al capitale non interessa l’uso che l’operaio liberamente fa del salario. Essendo data la massa dei mezzi di sussistenza necessari alla forza-lavoro in un’epoca determinata, ciò che può variare, e che il capitale ha interesse a far diminuire è il valore di questa massa. Infatti in questo modo diminuisce non il valore assoluto della forza-lavoro, ma il suo valore relativo; cioè il rapporto fra salario e plusvalore si sposta a tutto svantaggio del primo e a tutto vantaggio del secondo anche se il valore reale della forza-lavoro, cioè il salario reale, rimane lo stesso o addirittura aumenta. Come può il capitale raggiungere questo risultato? Marx esamina vari casi. Vediamo il primo.