A un secolo dalla fondazione della Prima Internazionale Pt.4
IX
Dalla Comune di Parigi (1871) fino alla prima guerra mondiale (1914–1918) all’incirca, non si presentò in tutta l’Europa, se si eccettua il 1905 russo, una situazione oggettivamente rivoluzionaria. Dal 1923 circa (disfatta del proletariato tedesco in ottobre) ad oggi, malgrado le vampate rivoluzionarie dell’Oriente negli anni 1925–1928 e sebbene si siano verificati in tutto questo periodo avvenimenti di grande importanza politica (guerre dei movimenti nazional-borghesi, lotte di liberazione dei popoli coloniali o oppressi dall’imperialismo, guerre mondiali, guerre locali, ecc.), nessuna situazione oggettivamente rivoluzionaria si è prodotta nei grandi paesi capitalistici del mondo. E dobbiamo constatare che essa si presenta ancora come il fatto di un avvenire più o meno lontano.
Quello che bisogna rilevare, ai fini del tema sopra indicato, è che, nei due periodi qui abbozzati a grandi linee, l’avanguardia comunista del proletariato, dovendo, dopo la disfatta, ricominciare daccapo, si è trovata ad operare, nel corso della controrivoluzione, in condizioni politiche notevolmente diverse. Dopo l’annientamento della Comune di Parigi l’avanguardia comunista, duramente provata, si rimise all’azione, e con un lento, molecolare, difficile lavoro assolse il compito essenziale: preparare il proletariato e riorganizzare il partito in vista del futuro combattimento per la dittatura proletaria. La grandiosa vittoria rivoluzionaria dell’Ottobre 1917 in Russia è il frutto, sotto l’aspetto della condizione soggettiva della rivoluzione, del formidabile lavoro magnificamente svolto dai bolscevichi guidati da Lenin, dai comunisti autentici. Con la conquista del potere politico in Russia, e le successive momentanee vittorie comuniste altrove, si nutrì la profonda fiducia che l’instaurazione della dittatura del proletariato si estendesse a tutto il mondo. Ma il volgere degli eventi negli anni successivi fu alquanto duro per il proletariato internazionale, che non solo non riuscì a trionfare sull’avversario, ma perse anche quello che eroicamente aveva conquistato: la dittatura del proletariato in Russia e la stessa III Internazionale.
Ora, la Comune di Parigi fu schiacciata nel sangue dalle truppe comandate da Thiers e dai versagliesi, nemici dichiarati di quei rivoluzionari generosi. Il proletariato parigino venne calpestato dalla borghesia, e i suoi capi fucilati. Ma sulle carni della classe operaia si incise profondamente la dura lezione, passando vigorosa alle generazioni future che al suo ricordo avrebbero trovato alimento nell’assalto al potere e vigore rivoluzionario nel regolamento dei «conti storici». Un fenomeno opposto è avvenuto in Russia dopo la vittoria rivoluzionaria. Lo Stato proletario quivi si è disfatto, non ad opera della guerra promossa dall’Intesa, dalle potenze del capitale, dalle armate controrivoluzionarie che l’assaltavano da tutti i lati per strangolarlo ma furono tutte una alla volta irrimediabilmente battute; né ad opera di una guerra civile interna culminante in una repressione violenta del partito comunista con la vittoria di forze dichiaratamente borghesi e controrivoluzionarie; non per tutto questo, ma per un processo di lenta ma inesorabile degenerazione. I capi migliori del proletariato sono stati, in vari tempi, passati spietatamente per le armi, e con loro trucidate o deportate migliaia e anche decine di migliaia di militanti devoti e appassionati, il fiore dei combattenti del comunismo. Ma sui cadaveri e sulla loro memoria i carnefici hanno steso una coltre di lurido fango: «traditori del socialismo», «agenti della borghesia», «sabotatori», ecc. In Russia la controrivoluzione – ivi è la particolarità di questo periodo – ha marciato sulla rivoluzione e i suoi combattenti non già inalberando la bandiera della libertà, della patria, del popolo unito nella nazione, cioè la bandiera propria della borghesia, ma tenendo in pugno la bandiera rossa con la falce e il martello, simboli di agitazione e combattimento degli operai e dei rivoluzionari comunisti.
Il capitalismo si è sviluppato in Russia sotto «le mentite spoglie» del socialismo. Milioni di operai, centinaia di milioni di lavoratori, generazioni diverse addirittura, hanno tenuto gli occhi fissi verso questo grande paese, additato al mondo intero dallo pseudo-comunismo staliniano come la patria del socialismo. E oggi stesso, a quasi quarant’anni dalla erezione del colossale «mito», sebbene esso faccia acqua da tutti i lati e ne sia imminente il crollo, la sua suggestione sulla classe operaia è tuttora sensibile.
Gli effetti della controrivoluzione russa, e dell’opportunismo seguito alla degenerazione della III Internazionale, sono incalcolabili, e hanno inciso profondamente sul movimento operaio e sul partito politico di classe. La degenerazione della rivoluzione russa ha travolto non solo la dittatura del proletariato innalzata in Ottobre, ma la stessa Internazionale, distruggendo le forze migliori delle avanguardie comuniste nelle diverse sezioni. Essa ha prodotto un vuoto attorno a sé e, nel corso del suo infuriare, ha divorato le forze superstiti del partito di classe, distruggendo le condizioni politiche della sua stessa ricostituzione per tutta una fase storica.
Da oltre tre decenni alla scala mondiale, borghesia imperialista, giovani forze borghesi di capitalismi in sviluppo, sono state e sono le vere forze politiche che si fronteggiano e si urtano nella lotta fondamentale per il dominio del mercato mondiale unico sempre più erodente le barriere protettive di campi economici «semichiusi» o in formazione. Il proletariato per tutto questo tempo è stato trascinato in sanguinosi conflitti a servizio delle potenze capitalistiche. Privato del suo partito, esso è stato privato della sua prospettiva; la lotta per la conquista del potere politico per sé. Ha combattuto nella seconda guerra imperialista in difesa della democrazia contro il nazifascismo; combatte inutilmente oggi pro o contro queste due forme tipiche del dominio di classe della borghesia, della dittatura del capitale sul lavoro salariato, o per obbiettivi analoghi, indissolubilmente legati al quadro della società esistente, rafforzanti la schiavitù salariale del lavoro e salvaguardanti la società divisa in classi. Gli interessi generali e di fondo per i quali il proletariato è stato impiegato come massa di manovra, malgrado tutti gli appellativi ad essi appiccicati di «socialismo» e «comunismo» e le presentazioni ideologiche pseudo-proletarie, sono gli interessi di fondo e generali dello schieramento capitalistico internazionale; antiproletari ed anticomunisti al cento per cento. L’attuale conflitto russo-cinese fa parte di questo tipo di interessi: come il capitalismo russo per svilupparsi si servì del proletariato mondiale, altrettanto cerca di fare quello cinese. La controrivoluzione tenta di guadagnare in Oriente quello che sta perdendo in Occidente con l’erosione del «mito» del socialismo in Russia.
La situazione prodotta dalla controrivoluzione russa è stata dunque, per l’avanguardia comunista del proletariato, drammatica e terribilmente aggrovigliata. Ricominciare a tessere la trama della futura riscossa di classe divenne più difficile che in altre analoghe situazioni storiche. Una controrivoluzione che si riveste di «comunismo», che parla in nome di Marx, di Engels, di Lenin, che si richiama alla dottrina comunista, che assume di «costruire» la società socialista e la società comunista, mentre in realtà distrugge ogni germoglio di propaganda rivoluzionaria in senso genuinamente comunista, ogni principio di azione classista; una tale controrivoluzione devasta e rovina atrocemente, uccide i vivi e i nascituri. Il quadro dei reali rapporti fra le classi, della contrapposizione dei rispettivi programmi politici, degli obiettivi di lotta propri di ognuna delle classi antagoniste, è interamente offuscato da una caligine spessa, impenetrabile per un tratto di tempo notevole ai raggi del programma comunista del proletariato.
In questo clima, le condizioni per la formazione delle nuove leve rivoluzionarie e del partito politico di classe furono le peggiori che la storia del movimento operaio dal suo sorgere ai giorni nostri abbia registrato.
Da un lato l’infuriare della controrivoluzione ha eliminato quasi totalmente le vecchie forze rivoluzionarie della III Internazionale, rimaste sul campo di battaglia fedeli al comunismo; dall’altro sono venute a mancare le premesse oggettive per la ricostituzione del partito, per tutto un lungo tratto che solo in tempi relativamente recenti può considerarsi chiuso. Èuna dura constatazione che nessuna delle nuove generazioni apparse dal I e II decennio di questo secolo in poi sia passata attraverso una esperienza rivoluzionaria comunista o, quanto meno, abbia praticato nella lotta di classe radicale «la scuola preparatoria» alle grandi battaglie politiche di domani. Se si prescinde dalle vecchie leve superstiti, nessuna delle nuove possiede ancora una considerevole esperienza rivoluzionaria e di lotta classista. Le condizioni politiche generali, in cui esse hanno dovuto operare, sono state altamente sfavorevoli (e non cessano tuttora di esserlo) all’educazione e alla formazione rivoluzionarie. Obiettivamente considerato; è questo un fatto che va tenuto in alto conto nella organizzazione del partito di classe.
Il Partito è anch’esso un prodotto storico. E se, come programma, sorge a un momento dato dell’evoluzione sociale, per accompagnare senza più sparire tutta la lotta successiva e il movimento d’insieme della classe che esprime; come organizzazione esso va però soggetto alle vicende della lotta, risentendone gli effetti e i risultati. E, per la organizzazione di partito, l’avvicendamento di nuovi militanti capaci; di nuove leve, idonee a svolgere i compiti generali che sono suoi propri, è uno dei problemi più vitali che direttamente la riguardano. In particolare la formazione dei quadri di partito, dei militanti esperti indispensabili al partito per dirigere con successo la lotta di classe del proletariato nei momenti decisivi e la stessa rivoluzione, è un processo lungo, difficile, tormentoso. Le difficoltà in questo campo sono considerevoli, ma interessanti e direttamente impegnative per tutto il partito. La forza, l’efficienza, la capacità e l’attitudine rivoluzionarie del partito, sono il fattore principale della rivoluzione proletaria e della vittoria del comunismo.
Sappiamo come il partito difettò tremendamente nel periodo rivoluzionario 1917–1923, e costituì, proprio in quanto consumato dall’opportunismo, la causa principale della sconfitta mondiale della classe operaia. L’avanguardia comunista deve lavorare in questo campo instancabilmente, con tenacia e con rigore; l’organizzazione del partito deve restare al centro di tutte le nostre attenzioni e di tutti i nostri sforzi.
Se tuttavia da un lato la degenerazione della III Internazionale e l’ondata opportunista che ne seguì, tutt’oggi dilagante negli ambienti e nelle organizzazioni di massa del proletariato, determinano una serie di difficoltà notevoli per l’educazione e preparazione di reclute all’esercito rivoluzionario di domani, dall’altro preziosi insegnamenti ne derivano al partito comunista e alla classe operaia, alcuni dei quali vitali per l’azione e l’organizzazione del partito di classe.
La I Internazionale nacque come organizzazione unitaria del proletariato, e come organo di guida centrale, di fronte alle sette socialiste e semi-socialiste allora esistenti, della lotta di classe per la dittatura comunista internazionale. Ma, come tale, essa anticipò le esigenze future del movimento di classe più che non abbia potuto agire praticamente come organo effettivo di direzione e inquadramento delle battaglie proletarie. Questo dipendeva d’altronde dallo sviluppo generale raggiunto dalla società. La I Internazionale apparve in un periodo storico di complesse lotte di classe. In Europa la lotta borghese per la formazione dello Stato nazionale e per la creazione del mercato interno, capitalista, non si era ancora del tutto conclusa. La stessa forza di classe del proletariato e il suo peso nel processo della produzione trovavano un contrappeso nell’abbondanza delle classi intermedie e della piccola borghesia.
La II Internazionale (1889–1914), vissuta in un periodo di evoluzione del capitalismo, operò in realtà come una federazione di partiti, ciascuno dei quali restava autonomo nell’azione. Allo scoppio della prima guerra imperialista, tutti i partiti che ne facevano parte finirono ignominiosamente nella politica nazionale e democratica, che del resto avevano anche prima in buona parte praticata.
Nel corso della guerra, quando l’ondata rivoluzionaria affluì, ingigantita dalla vittoria riportata in Russia la maggioranza dei paesi mancava di partiti rivoluzionari di classe, di partiti comunisti. Malgrado la presenza della situazione oggettivamente rivoluzionaria e delle condizioni favorevoli per l’instaurazione della dittatura del proletariato, era in ritardo e in grave difetto l’organo di questa lotta: il partito. Un compito storico colossale che toccò di svolgere alla III internazionale consistette appunto nella formazione e costituzione dei partiti comunisti, delle sezioni nazionali ad essa aderenti. La III Internazionale nacque infatti come organizzazione mondiale unica del proletariato combattente per la Dittatura Comunista Mondiale. Il pensiero e il convincimento profondi tanto di Lenin quanto di Trotzky, che furono in testa nell’opera di fondazione, erano anzi che questa non soltanto dovesse agire in pratica come Partito Comunista mondiale, ma che tale dovesse essere nella sua denominazione.
La costituzione delle sezioni comuniste aderenti, se fu, come detto, un compito fondamentale della III Internazionale, si dimostro tuttavia un processo duro e laborioso, che per giunta non diede i risultati sperati, perché non si riuscì a impostare e risolvere soddisfacentemente le questioni dell’azione e dell’organizzazione rivoluzionarie del partito di classe.
Infatti, le 21 condizioni di ammissione, se da un lato costituivano un ottimo, e assolutamente salutare filtro anti-riformista e antidemocratico, dall’altro lasciavano passare attraverso i loro pori un margine abbastanza largo di discrezionalità nell’azione a beneficio delle singole sezioni. Molto peso ed eccessiva importanza venivano in tal modo ad acquistare le cosiddette «situazioni locali e contingenti». Non solo, ma la stessa azione generale del proletariato, la tattica del Partito Comunista, non venne rigorosamente ancorata a tipi ben precisi, fissati in anticipo alla classe, valevoli per le fasi storiche susseguentisi e, per le grandi aree geografiche, in tutto il corso delle battaglie proletarie per l’abbattimento del sistema politico borghese. La stessa discrezionalità nell’azione lasciata alle singole sezioni si rifletteva inevitabilmente in modo negativo sull’organizzazione e sulla disciplina in seno all’Internazionale stessa. Era più che naturale che, con la libertà di manovra lasciata alle sezioni nazionali, i loro vincoli col centro dell’Internazionale dovessero apparire ed essere effettivamente sentiti in modo puramente formale e superficiale. Le varie sezioni, in pratica, potevano, mediante la discrezionalità lasciata loro dalle condizioni di ammissione, condurre una lotta politica sostanzialmente contrastante con il programma e la strategia rivoluzionaria del Partito Comunista.
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Passano dunque al partito di classe, e per suo tramite al proletariato, le lezioni della disfatta. Anche per queste, ci limitiamo a un cenno molto sintetico.
Il primo grande insegnamento riguarda l’azione rivoluzionaria del partito. L’azione, o la tattica, è anch’essa parte fondamentale di tutta la visione strategica della lotta di classe per il comunismo, propria e caratteristica del partito politico di classe. Essa non dipende né dalle contingenti situazioni locali, né tanto meno da decisioni improvvise che lo stesso partito possa prendere in date svolte (causando in tal modo una rovinosa frattura con la continuità della sua azione generale), ma è determinata dalla conformità al fine e dalla necessità del modo di raggiungerlo. Al succedersi delle fasi storiche del ciclo del dominio politico della borghesia e della evoluzione del capitalismo corrispondono tipi di azione ben precisi, che non debbono essere minimamente modificati, pena la rovina del partito stesso.
Il secondo grande insegnamento riguarda l’organizzazione del partito rivoluzionario. L’organizzazione del partito di classe è anch’essa strettamente legata al programma politico generale, e all’azione rivoluzionaria che il partito storicamente sviluppa. Questa raggiunge il massimo di omogeneità interna e di compattezza sul presupposto indispensabile dell’unicità e intangibilità del programma, della unicità dello scopo da raggiungere, dell’uniformità e coscienza anticipata dei mezzi da impiegare per raggiungerlo. Il partito del proletariato è un partito unico alla scala mondiale. Esso si muove come un corpo solo, e opera con un programma ben definito in tutte le sue parti, posto a base della sua azione. Questo programma deve contenere non soltanto le premesse generali di dottrina e le finalità supreme del movimento, ma la determinazione inequivoca dei principi e la fissazione delle regole d’azione. Il partito si muove come organismo unitario alla scala mondiale, e raggiunge un massimo grado di disciplina e centralizzazione, esclusivamente sulla base della presenza o del rispetto dei presuntuosi menzionati.
Se un secolo è dunque trascorso dalla I Internazionale e ciò malgrado il proletariato è dappertutto classe sottomessa e sfruttata; se un lasso di tempo così notevole della storia, pur denso di lotte epiche combattute dal proletariato per la presa del potere, è trascorso, e il comunismo resta ancora da raggiungere; possiamo tuttavia affermare di possedere, sebbene allo stato embrionale, il partito che ne potrà assicurare in futuro l’avvento.
Il Partito Comunista Internazionalista è, in germe, il partito della rivoluzione comunista. Dipenderà dalla sua forza, dalla sua efficienza, da come avrà potuto e saputo lavorare per la rivoluzione, la vittoria mondiale della classe operaia e di tutti gli sfruttati della terra.