Lezioni della controrivoluzione: Spagna 1936-39 Pt.2
Slancio proletario e tradimento opportunista
È un fatto che, malgrado la sua mancanza di unità, il suo particolarismo provinciale e la sua estrema confusione in merito al problema delle condizioni politiche e delle vie della sua emancipazione, la risposta operaia al colpo di Stato franchista del 17 luglio 1936 uscì in parte dal quadro puramente politico, e quindi borghese, della “difesa della democrazia”.
Allo stesso modo che la vittoria del Fronte Popolare, cioè dei partiti borghesi repubblicani e dei partiti operai opportunisti, aveva dato il segnale dell’agitazione sociale nelle città e nelle campagne, ove ingenuamente si credeva nelle intenzioni sociali della nuova Repubblica (gli operai francesi non avevano forse commesso lo stesso errore dopo la rivoluzione del febbraio 1848?), il pronunciamento fu il segnale di una esplosione sociale che non solo prese di mira i corpi costituiti più odiati – magistratura, polizia e clero – ma attentò anche largamente al sacrosanto diritto di proprietà, fondamento dell’ordine borghese.
Per quanto anarchiche ed ingenue fossero, la confisca delle terre e di aziende industriali e commerciali, la loro consegna a organizzazioni sindacali, la loro gestione diretta e il loro controllo da parte delle organizzazioni operaie non possono passare per puri e semplici provvedimenti “politici” contro “i nemici della democrazia”, contrariamente a ciò che pretesero allora i socialisti riformisti e gli stalinisti. Questi, d’altronde, non esitarono a denunciare “l’assurdità” di simili tentativi (che avrebbero fatto della classe operaia spagnola la “complice di Franco”), né a deplorare il “rischio ” di provocare la “rottura della unione sacra” fra operai, contadini e piccolo borghesi democratici. Proprio questa interpretazione “antifascista” e questa ostilità attestano nel modo migliore che non solo l’iniziativa proletaria non era affatto la benvenuta per la democrazia politica, ma che bisognava a tutti i costi farla rientrare nel quadro borghese di una lotta rispettabile, non rivoluzionaria, contro il fascismo e la rivolta “anticostituzionale” dell’esercito. Sebbene confuse e incoerenti le tendenze sociali della risposta operaia, erano tuttavia abbastanza nette per attirare contro di sé i fulmini, non solo dei repubblicani borghesi e della sinistra socialista di Caballero (troppo abile, d’altronde, per non dissimulare a lungo la sua ostilità), ma anche dello scheletrico partito comunista spagnolo di obbedienza staliniana e degli stessi capi anarchici.
Fin dall’inizio il PCE formula il programma che spiega la sua ulteriore fortuna presso la piccola borghesia spagnola terrificata per gli “eccessi” rivoluzionari delle prime settimane: «Noi non possiamo oggi parlare di rivoluzione proletaria in Spagna perché le condizioni storiche non lo consentono. Noi vogliamo difendere la piccola e media industria che soffre non meno dell’operaio [sic!]. Noi desideriamo lottare solo per una repubblica democratica con un contenuto sociale esteso [sic!]. Non può essere questione, oggi, né di dittatura del proletariato né di socialismo, ma soltanto di lotta della democrazia contro il fascismo» (Dichiarazione ufficiale dell’8 agosto 1936 dello staliniano spagnolo Jesus Hernandez e del segretario generale del PCE Josè Diaz). L’equivoco non è possibile!
Quanto ai capi anarchici, essi sono ancor più eloquenti nella loro laconicità: «Oggi non c’è comunismo libertario: c’è la fazione che bisogna schiacciare!».
Il successo di questa speculazione, cara all’opportunismo – sulla “immaturità delle condizioni storiche” o sulle “pressanti necessità dell’ora” – era tanto più assicurato in quanto dalla “rivoluzione” operaia spagnola, che non rispondeva ad alcun programma coerente di trasformazione sociale, sortì una enorme disorganizzazione economica. Le aziende “collettivizzate” erano divenute di fatto proprietà del loro personale che, pur approfittando della situazione per introdurre alcune misure favorevoli ai salariati, dovevano sottostare a tutte le condizioni della concorrenza borghese, alla precarietà dell’economia mercantile, senza addivenire neppure alla “eguaglianza” tanto invocata dai libertari perché ciascuna azienda aveva ereditato riserve e consistenze in magazzino assai diverse dalle altre. In mancanza di un piano di insieme la collettivizzazione libertaria, ricalcata sullo schema malatestiano di “distruzione della proprietà borghese” ebbe per effetto le stesse ineguaglianze e assurdità che i suoi fautori avevano condannato nel capitalismo.
Facendo eco, più di mezzo secolo dopo e suo malgrado, alla critica marxista del “socialismo di azienda”, un anarchico spagnolo tirava così il bilancio di questa iniziativa della rivoluzione libertaria: «Noi abbiamo visto nella proprietà privata degli strumenti di lavoro e nell’apparato capitalista di distribuzione la causa prima della ingiustizia e della miseria. Noi volevamo la socializzazione delle ricchezze perché neppure un individuo potesse essere escluso dal banchetto della vita. All’ex proprietario ne abbiamo sostituito una mezza dozzina di altri, che considerano l’officina, il mezzo di trasporto da essi controllato, come il proprio bene, con l’inconveniente che non sempre sanno organizzare un’altra amministrazione e realizzare una gestione migliore dell’antica».
Solo i filistei possono respingere la rivoluzione a causa dei suoi “disordini”, come se fosse possibile colpire le fondamenta della società borghese senza che ne derivi, almeno momentaneamente, una diminuzione della sacrosanta “produttività”. Le grida di odio lanciate dagli staliniani spagnoli contro le iniziative caotiche delle prime settimane di insurrezione non erano quindi dirette contro le fantasticherie libertarie, ma contro la stessa rivoluzione. In altri termini, come dimostrerà il seguito degli avvenimenti, queste grida non esprimevano affatto lo sdegno di rivoluzionari seri di fronte all’ennesima dimostrazione anarchica del “come non si deve fare una rivoluzione”, ma il bisogno d’ordine di tutti i paladini della conservazione sociale.
Ciò non toglie che le concezioni inconsistenti dell’anarchismo circa le vie all’abolizione del capitalismo siano bastate da sole a vibrare il più terribile dei colpi alla causa proletaria. Riducendo tutto il problema a un trapasso di proprietà dal padrone al comitato di fabbrica o di azienda, o al sindacato, mentre in realtà si trattava di trasformare il quadro stesso dell’attività produttiva (l’azienda che lotta soltanto per sé) per arrivare ad una gestione veramente coordinata e sociale, i libertari riuscirono solo a sostituire il capitalismo ordinario con quello che si chiamò allora – con un termine molto giusto e solo apparentemente paradossale – “capitalismo sindacale”, i cui risultati pratici non furono tali da dare alla classe operaia la forza di resistere alla campagna controrivoluzionaria dei democratici correnti…
In realtà, è impossibile separare gli errori pratici dei libertari nel campo della trasformazione sociale dal loro profondo opportunismo politico. Abbiamo già visto come si siano vantati di rifiutare il potere in nome della “libertà”, rifiuto che equivaleva al suo abbandono a favore dei nemici della rivoluzione e che infine, al momento buono, se ne servirono contro di loro. Se, in quanto movimento, l’anarchismo internazionale non ha tirato alcuna lezione dalle conseguenze fatali di questo rifiuto, la borghesia, per bocca del repubblicano spagnolo Azaña, ha dato prova di maggior perspicacia: «Come contraccolpo alla rivolta militare si produsse un sollevamento proletario che non si diresse contro il governo… Una rivoluzione deve impadronirsi del comando, installarsi al governo, dirigere il paese secondo le sue vedute. Ora, essi non l’hanno fatto. L’ordine antico avrebbe potuto essere sostituito da un altro, rivoluzionario. Non lo è stato. Non v’era che impotenza e disordine».
Tutti gli sviluppi ulteriori sono stati condizionati da questa impotenza: il primo becchino della causa della rivoluzione proletaria di Spagna è stato il falso “comunismo libertario”.
Si snoda il dramma
Non avrebbe alcun senso, a trent’anni di distanza, chiedersi che cosa sarebbe successo se il proletariato avesse avuto la forza di prendere il potere nelle settimane di intensa agitazione sociale in cui lo Stato borghese sembrava scomparso, e a maggior ragione di speculare sulle sue probabilità di vittoria. Lo scopo della critica marxista non è fornire delle “ricette infallibili”, cosa che, già impossibile in piena lotta, diviene semplicemente ridicola a posteriori. Se è mancata la giusta politica, gli è che per potenti ragioni storiche sono mancati gli uomini capaci di concepirla e di applicarla. E neppure uomini di questa fatta sono mai sicuri di vincere. La critica marxista si prefigge unicamente di mostrare, dietro le apparenze spesso confuse della lotta dei partiti, i veri interessi di classe in gioco. Confronta le prospettive degli attori del dramma con i risultati storici della loro lotta, non per la sterile soddisfazione di trionfare a posteriori sulla loro cecità o insipienza, ma, inchiodati i traditori alle loro responsabilità, perché il proletariato possa non più commettere gli stessi errori e non credere più alle stesse menzogne.
Se, per comodità di dimostrazione, si prende in parola l’insurrezione spagnola del 1936 e la si considera come una rivoluzione, si dovrà pur constatare che l’errore fatale a questa rivoluzione è stato un antichissimo errore libertario: quello di credere che dalla sera alla mattina la società possa fare a meno di qualunque potere centrale e che si possa trasformare l’economia e la società senza rivoluzione politica.
Ciò spiega lo strano comportamento della rivoluzione spagnola che “epura” le città e le campagne dei loro elementi borghesi, pattuglia in armi le strade, chiacchiera abbondantemente e anche agisce senza temere di ricorrere alla violenza, ma che non si preoccupa affatto della sopravvivenza di un governo legale. Questo, momentaneamente nascostosi in fondo agli uffici ministeriali di Madrid, dispone però di tutta la riserva aurea e, d’altra parte, è la sola autorità riconosciuta dalle potenze straniere, dispone di altre forze non trascurabili come la flotta, e ne approfitta per ordinarle di lasciare la rada di Tangeri, dove sta impedendo l’invio di rinforzi marocchini a Franco e perché la sua presenza in quelle acque è sgradita ai colonialisti inglesi e francesi!
I fatti confermeranno la critica marxista, egualmente antichissima, di un simile errore. Non passarono due mesi e la esigenza obiettiva di un potere centrale, qualunque fosse, si impose a questa rivoluzione non per la forza delle armi ma per quella dell’evidenza. Ciò spiega perché, malgrado la sua opposizione di principio a “ogni specie di governo”, abbia accettato la costituzione di un nuovo governo il 4 settembre 1936. Singolare abbaglio, se si pensa che il programma della rivoluzione non era il suo proseguimento ma l’unione delle forze che lottavano per la legalità repubblicana, il che non lasciava alcun dubbio circa la sorte riservata agli innumerevoli comitati e consigli regionali e locali, milizie di combattimento e di investigazione, o tribunali rivoluzionari, nei quali si era pienamente impegnata e nei quali si riconosceva.
Abbaglio ancor più singolare se si pensa che, in origine, la restaurazione del potere centrale non era affatto prevista come un semplice “allargamento” del governo borghese di Giral mediante aggiunta ai repubblicani di socialisti, comunisti e rappresentanti dell’UGT ma come una specie di colpo di Stato al quale l’abile Largo Caballero dell’UGT aveva convitato i rappresentanti dei sindacati anarchici della CNT, e che avrebbe dovuto consistere nella eliminazione politica dei repubblicani.
La CGT aveva salvato i principi rifiutando di entrare nel governo e dichiarando che «le masse si sentirebbero frustrate se continuassimo a coabitare in istituzioni di tipo borghese». E non fu certo difficile disorientare la Rivoluzione in materia politica, perché mai aveva avuto un minimo di idee chiare in proposito, né era affatto sicura della sua forza militare.
Fatto significativo, la rivoluzione spinse la sua bonomia fino ad ammettere che quel colpo di Stato avrebbe costituito un grave errore in quanto non era di gradimento dell’ambasciatore dell’URSS; perché senza “legalità repubblicana” il presidente Azaña avrebbe attuato la sua terribile minaccia di dimettersi, e in tal caso non si sarebbe più potuto contare sull’aiuto delle democrazie straniere contro Franco. Insomma, posta praticamente di fronte al dilemma: o sacrificarsi o veder svanire ogni speranza di spedizione da parte dei russi delle armi promesse, e da parte degli occidentali di quelle che non avevano mai promesso, la Rivoluzione disse: si vedrà.
Ebbene si, lo videro! Dopo Madrid fu la volta di Barcellona: «Companys, che aveva riconosciuto il diritto degli operai a governare (fra il 19 luglio e il 4 settembre), e aveva persino offerto di abbandonare il suo posto, ha manovrato con una tale abilità che è riuscito a poco a poco a ricostituire gli organi legittimi del potere a ridurre gli organismi operai a semplici ausiliari del potere esecutivo… La situazione normale era ristabilita». Ciò avvenne non più tardi del 26 settembre. Ma la chiara visione delle cose che si esprime in queste parole non era della rivoluzione ma di un borghese, repubblicano catalano.
Il Disastro
In realtà da settembre e da ottobre la rivoluzione non è che l’ombra di sé. Assiste senza batter ciglio agli avvenimenti apparentemente più straordinari in Catalogna. Si sente dire dalla bocca degli stessi capi anarchici: «Non è possibile, per il suo stesso bene, per l’avvenire della classe operaia, che continui la dualità dei poteri». Si sente spiegare dagli stessi pseudomarxisti intransigenti del POUM: «Noi viviamo in uno stadio di transizione in cui la forza dei fatti ci obbliga a collaborare direttamente con le altre frazioni operaie – aggiungiamo: e con dei borghesi – nel governo di Catalogna». Promettono giorni migliori in avvenire: «Dalla formazione dei soviet di operai, contadini e soldati, uscirà un nuovo potere proletario». La rivoluzione non ha alcuna intenzione di fondare dei soviet di questo genere: come fare, d’altronde? e a quale scopo dal momento che tutti le spiegano che il grande problema è vincere la guerra contro Franco e che «non v’è che un dilemma: cedere o aggravare le condizioni della lotta»? La Rivoluzione, quindi, è messa in attesa…
Vittima della sua assenza di idee politiche, e quindi della sua tendenza a far sue idee non solo estranee alla sua natura (natura che, in verità, essa ignorava) ma destinate ad esserle fatali, la Rivoluzione spagnola subì i peggiori colpi senza rendersi conto che non soltanto i comunisti, non soltanto i demagoghi socialisti di sinistra, ma anche gli anarchici, attentavano alla sua stessa vita. Il 10 ottobre 1936 accetta di sciogliere il Comitato Centrale delle Milizie di Catalogna, su cui aveva fondato grandi speranze. Il 9 ottobre lascia che il governo sciolga per decreto tutti i comitati popolari, ultimi sostegni della sua languente esistenza.
La situazione militare, che va aggravandosi, contribuisce del resto potentemente a toglierle il po’ che le resta di volontà di vivere: fra gli appelli patetici del governo che si proclama democratico e le minacce feroci della ribellione militare che chiude la stretta intorno a Madrid, perde completamente la testa. Si indigna quando alla fine di ottobre personaggi anarchici entrano nel governo centrale dopo discussioni tipicamente parlamentari sul numero di portafogli da ottenere. In un silenzio di morte ascolta la spiegazione di questo sorprendente revirement: «La borghesia internazionale rifiutava di fornirci le armi. Dovevamo dare l’impressione che i nostri padroni erano non i Comitati rivoluzionari, ma il governo legale: altrimenti, non avremmo avuto nulla del tutto. Abbiamo dovuto piegarci alle circostanze inesorabili del momento, cioè accettare la collaborazione governativa».
Quindi si trattava solo di dare delle “false impressioni“ alla borghesia internazionale e di giocarle il tiro di indurla ad armare con le proprie mani la Rivoluzione! La rivoluzione spagnola ha dell’incredibile. O piuttosto aveva perduto ogni fiducia in se stessa. Dal governo antifascista ormai accetta tutto: la liquidazione completa di tutto ciò in cui aveva creduto, le armi, e, peggio, la legalizzazione di quelle che aveva creduto fossero le sue conquiste. Come non aveva mai saputo capir bene la natura rivoluzionaria dei suoi obiettivi, così non capiva la natura controrivoluzionaria del potere democratico.
Perciò essa tollera non solo che del suo corpo ormai completamente esangue il potere legale si faccia una bandiera durante la terribile battaglia di novembre per Madrid, ma anche che rivesta questo corpo di ridicoli orpelli, col pretesto di farla assomigliare alla gloriosa rivoluzione sovietica. Grazie a questa ignobile messa in scena, il potere legale riporterà le due sole sue vittorie sui franchisti: Madrid e Guadalajara.
Malgrado le promesse la Rivoluzione non ne trarrà alcun serio vantaggio. Al contrario, la miseria e i sacrifici, l’ostentazione scandalosa del lusso borghese, gli scandali politici, il cinismo controrivoluzionario aperto della maggioranza del governo la spingeranno, è vero, a un ultimo soprassalto nel maggio 1937, a Barcellona ritroverà la forza di erigere delle barricate e dietro di esse di resistere per tre giorni.
Il potere legale manderà allora delle navi da guerra nel porto per terrorizzarla, e dei capi anarchici (Frederica Montsenys e Garcia Oliver, “anarchici di Stato”) per disorientarla. E toglierà dal fronte una colonna motorizzata di 5.000 guardie d’assalto per lanciargliela contro e ristabilire l’ordine a Barcellona. Non al grido “Abbasso la rivoluzione!” ma “Viva la FAI!”.
Dopo di allora tutto ciò che avviene non la riguarda più. La “sinistra” socialista di Largo Caballero, cacciata dal governo “democratico”, gli anarchici e quelli del POUM perseguitati e uccisi, non è più la rivoluzione ad essere colpita, perché è già morta. La sua morte priva di ogni base coloro che avevano avuto il compito di confondere le sue già imprecise idee.
La rivoluzione era stata uccisa col pretesto che solo a quella condizione Franco sarebbe stato battuto, si sarebbero potute ottenere delle armi dalla Inghilterra e dalla Francia e continuare a riceverne dalla Russia. O meglio, in questa folle speranza si è uccisa da sé. Ora anche questo sacrificio risultava vano. Mai né l’imperialismo inglese né quello francese avevano inviato armi alla Repubblica spagnola, per quanto adorna di rispettabilità borghese avesse voluto essere.
Nel luglio 1938 è la volta dell’URSS ad abbandonare la partita. Il 29 marzo 1939, cinque mesi prima dello scoppio della guerra mondiale, al termine di una settimana di lotte confuse e vergognose fra partigiani cinici della resistenza fino in fondo e «partigiani imbecilli di una pace onorevole basata sulla Giustizia e la fratellanza», dopo duemila morti aggiunti ai milioni degli anni precedenti, gli ultimi capi democratici spagnoli si imbarcano clandestinamente o passano la frontiera. Sbarazzato ad opera dei democratici e dei falsi capi operai del solo avversario che potesse temere – la Rivoluzione proletaria – Franco ha vinto.
* * *
Eppure, trent’anni dopo, e venti dopo la fine del massacro 1939-45, di cui questi avvenimenti tragici furono il preludio e al quale prepararono il proletariato europeo nel modo più favorevole al Capitale, c’è ancora chi giudica che questa Rivoluzione spagnuola – che noi abbiamo visto così fragile, così inerme e, per dir tutto, così pietosa – aveva «superato storicamente il livello della rivoluzione bolscevica, la rivoluzione che seppe dirigere senza esitare tutti i suoi colpi contro il peggior nemico del proletariato rivoluzionario, la democrazia borghese, e instaurare la dittatura del proletariato!
Eterne menzogne della controrivoluzione! E stupidità non meno eterna dell’opportunismo!
[RG-42] Rapporto sugli argomenti trattati nel "VI capitolo" inedito de "Il Capitale" di Carlo Marx Pt.2
La parte di questo rapporto data nel nostro precedente nr. secondo le indicazioni della premessa che Marx dà alla pagina 441 del suo originale manoscritto, è proprio quella che ri-guarda la prima rubrica che Marx annunziava sarebbe divenita la terza nella stesura destinata alle stampe. Ha preso per noi qui il numero d’ordine I ed è stata intitolata « La produzione capitalista come produzione di plusvalore », titolo datole da Marx stesso, mentre lo svolgimento occupa le pagine con i numeri originali da 459 a 469 notando che la 469 si compone di molti fogli con le lettere dell’alfabeto fino ad h oltre a comprendere un inserto che sta nel manoscritto al n. 263, mentre sembra il n. 262 sia andato perduto. Questa prima parte secondo il nostro ordine ha compreso i capitali: A) Definizione della produzione mercantile semplice e della produzione specificamente capitalista; B) Valore di uso e valore di scambio nel processo di produzione capitalista; C) Processo di circolazione e di produzione del capitale; D) Storia: Le due fasi dello sviluppo sociale della produzione capitalista; E) Lavoro produttivo e improduttivo; F) Prodotto lordo e prodotto netto; G) Mistificazione del capitale nei suoi apologisti.
Nella riunione, per illustrare i Concetti fondamentali su prodotto lordo e prodotto netto a titolo esemplificativo, fu svolto il piccolo rapporto intercalare che diamo qui subito. In seguito dobbiamo trattare la parte II del testo di Marx che tratta: La produzione capitalista come produzione e riproduzione del rapporto di produzione specificamente capitalista. Ne daremo un cenno breve, e così anche delle parte III intitolata: Merci come prodotti del capitale.
Piccolo rapporto intercalare
Allo scopo di meglio chiarire i concetti fondamentali sul prodotto lordo e il prodotto netto, e la radicale contrapposizione tra le vedute dei borghesi e quella di noi marxisti, due compagni, uno di Marsiglia e uno di Napoli, ebbero incaricato di illustrare un esempio pratico. Tra i dati della rivista americana Fortune, utilizzati in altro studio degli stessi compagni di cui s’è precedentemente riferito nel rapporto di questa stessa riunione a proposito del corso delle economie occidentali, fu prescelta l’azienda più importante, ossia la colossale General Motors, unione delle più grandi fabbriche di automobili americane che ha filiali in tutto il mondo.
Il totale delle sales, ossia vendite, e, in termine italiano tecnico, fatturato, fu nel 1964 di 17 miliardi di dollari, unità dì cui ci serviamo nel seguito. Tale grandezza nel senso marxista misura il capitale, che indichiamo con la lettera k. Nei dati di cui ci serviamo il capitale dell’azienda ha due altre forme, gli assets, che vale il nostro attivo patrimoniale, ossia il valore dato in bilancio alle proprietà e impianti sociali, ed è minore, ossia di soli miliardi 11,2. Figura inoltre l’invested capital ossia il capitale azionario ancora minore che è di mi-iardi 7,6, e considerato dai borghesi debito della compagnia verso i suoi azionisti, ed esprime la cifra che posseggono i « padroni » di tutta la Generai Motors. Abbiamo la notizia che gli utili netti, ossia, dopo pagate le tasse, furono nel 1964 1,78. La cifra distribuita agli azionisti come dividendi non è data, ma ha dovuto essere di circa 1,3 miliardi come da cifre del 1965 trovate altrove. La differenza vale capitale portato a nuovo investimento tratto dagli utili del passato esercizio, e che riesce molto maggiore quando si emettono nuove azioni e si contraggono debiti con le banche.
La tabella non ci fornisce la cifra delle tasse e quindi quella dell’utile lordo, ma dai dati ora citati del 1965 possiamo presumerla in 1,78 miliardi e l’utile lordo diventa di 3,515 miliardi. A questo punto se ci domandiamo quale è il tasso del profitto sulla cifra del fatturato, esso risulta del 10,2% se consideriamo il netto e se consideriamo il lordo di ben il 20,7%. L’altezza eccezionale di questo tasso esprime un momento particolarmente propizio per il capitalismo americano e per la sua più florida azienda. Se chiamiamo p il profitto, e t le imposte, sarà p + t l’utile lordo. La parte di capitale che nel nostro linguaggio marxista è detta plusvalore deve essere considerata p o p + t ? Sfioriamo questa difficile questione ricordando che Marx nella critica al programma di Gotha chiarisce che anche recuperando tutto il lavoro non pagato, un’economia collettiva dovrebbe sempre accantonare una certa parte per spese generali pubbliche. Queste sono oggi coperte dalle imposte statali ed ogni economista conformista dirà subito che si spendono anche a vantaggio dei proletari. Ma per noi lo Stato non è interclassista ma di classe, e quanto va nelle sue grinfie serve per la infame politica del capitale, tipo guerra nel Vietnam. Per noi dunque tutto il plusvalore ed il profitto della classe capitalista sarà 3,515 miliardi.
Cercando ora il capitale variabile, ossia la sfera salari, abbiamo in tabella solo la cifra dei dipendenti che fu 661.000. La statistica americana in cui frughiamo da anni non distingue mai fra salariati ed altri stipendiati, ossia fra vittime e manutengoli prezzolati dal capitale. Alla riunione presumemmo che ognuno guadagnasse 100 dollari la settimana e 5.200 dollari all’anno. Ma le notizie del 1965 ci inducono ad alzare tale cifra a 6.500 dollari, rinunziando per ora a distinguere fra wages (salari) e salaries (stipendi).
Ne segue una spesa per il personale di 4,3 miliardi che assumiamo per il nostro v, ossia capitale variabile.
Di tutto il capitale abbiamo dedotto il plusvalore (profitto lordo) di 3,515, deduciamo anche il variabile di 4,3 e resterà la cifra del capitale costante, che risulta 9,185 miliardi.
c + v + p = 9,185 + 4,3 + 3,515 = 17 = capitale totale.
Il saggio del plusvalore, nella fatta considerazione dell’utile lordo e non netto, risulta dell’82,6 per cento. Se avessimo escluso le imposte ammettendo che siano… un regalo al proletariato come farebbe ogni buon comunista del partitone, scenderebbe al 40% soltanto.
La composizione organica del capitale, ossia il rapporto fra il capitale costante e variabile risulta molto modesta, ossia vale 2,2. Sarebbe certamente più alta se dal capitale variabile potessimo smistare il valore degli alti stipendi.
Possiamo ora venire al problema che interessava la riunione. Il prodotto lordo della General Motors nell’anno 1964 è stato di 17 miliardi di dollari. Quale il prodotto netto? In una considerazione di classe è quanto è rimasto ai capitalisti dopo avere recuperato tutte le spese anticipate e quindi 1,78 miliardi e aggiungendo le tasse (come è giusto) 3,515 miliardi.
Il trucco dei borghesi è di chiamare prodotto netto non il profitto dei capitalisti, ma tutto ciò che l’attività produttiva sociale ha realizzato passando da un capitale costante (materie prime, logorio macchine, ecc.) di 9,185 miliardi ad un valore lordo di 17 miliardi, e quindi la somma p + v di 7,815 miliardi, che naturalmente è molto più considerevole. Nella ipocrisia dei moderni « programmatori » questa somma si chiama « valore aggiunto nella produzione » ed è considerata un bene comune degli alti profittatori e degli operai affamati, e su una grandezza di tal genere si costruisce la menzogna del reddito nazionale e peggio ancora quella del reddito procapite.
San Bernardo, o un altro santo che sia, incontrò il diavolo truccato da buon viandante che gli propose di fare strada insieme e fare società. Il santo aprì la sua borsa piena di monete d’oro e il diavolo, che aveva nella sua pochi spiccioli, li versò subito in quella del santo gridando: facciamo cassa comune! Il santo, pensando alla salvezza dell’anima e avendo ben conosciuto il diavolo, sorrise e proseguì. Gli opportunisti contemporanei, stanno santificando il proletariato e perciò i sinistri amoreggiano col Vaticano!
Aggiungiamo un piccolo codicillo per le cifre 1965, avute recentemente.
Fatturato miliardi 20,7; imposte 1,974; utili netti 2,126; utili lordi 4,1 (plusvalore); capitale variabile 5,4 (dunque 7.350 dollari per ognuno dei 735.000 dipendenti in tutto il mondo, compresi quelli che viaggiano con lo aeroplano personale!); capitale costante residuo 11,2.
Diciamo brevemente che l’utile netto è stato del 10,25% (però gli azionisti hanno avuto dividendi soltanto per miliardi 1,5, ossia per il 7,2%). L’utile lordo è stato del 19,8%; il tasso del plusvalore del 76,0% (mentre considerando l’utile netto sarebbe l’erroneo 40%). La composizione organica del capitale è stata data dal rapporto 2,09, salvo tutte le riserve sul vero capitale variabile, che è qui soltanto apparente. Il truccato prodotto netto, cioè l’ipocrita valore aggiunto degli economisti up to date, è stato di 9,5 miliardi, ossia il 46,0% del prodotto lordo.
Due anni così vicini e così trionfali ci vietano di trattare le variazioni storiche seguendo la previsione di Marx. Lo potremo fare alla prossima riunione avvalendoci dei dati storici della massima azienda italiana, la Fiat, che sono stati ricavati a cura del nostro movimento di Torino.
II. La produzione capitalistica è produzione e riproduzione del rapporto di produzione specificamente capitalista
A) Risultati del processo di produzione immediato
Dal punto di vista immediato constatiamo che nelle aziende capitalistiche si producono articoli per il mercato, ossia merci, il cui valore di scambio realizzato sul mercato è tutto di proprietà integrale dell’azienda ossia del suo proprietario. Nella riferita indagine sui caratteri specifici della forma capitalistica, Marx ha stabilito che fine di questa non è il valore di scambio, e tantomeno il loro valore di uso, ma è quel premio di cui il capitale beneficia che abbiamo chiamato plusvalore. Perciò il capitale è molto più che una massa di merci e di denaro, ma è un valore che si valorizza, un valore che genera valore.
La somma di denaro e di valore, trasformata in fattori del processo di produzione (capitale costante e capacità di lavoro, in cui si cambia il capitale variabile) non è capitale che nel senso potenziale. È solo nel primo processo di lavoro, quando il lavoro vivente è incorporato nelle forme oggettive del capitale, che il totale dei valori anticipati si è trasformato in capitale reale e attivo.
Abbiamo pertanto parlato di processo di produzione non delle merci, ma del plusvalore. Non è che un cambiamento di parole parlare di processo di produzione del capitale.
Ma Marx procede oltre. Ci potremmo fermare qui se i capitalisti come persone fisiche consumassero l’intero plusvalore in valori d’uso. Resteremmo a quella che Marx chiama la riproduzione semplice del capitale. Ma il fenomeno sociale di maggior rilievo si ha quando il plusvalore viene consumato in piccola parte dalla classe capitalistica, mentre è destinato in larga parte all’investimento di nuovo capitale. Il processo di accumulazione è un momento immanente del processo capitalistico di produzione. Esso implica una nuova creazione di lavoratori salariati (donne, bambini, strati della popolazione dediti all’agricoltura familiare e così via). Marx conclude che il capitale produce continuamente a scala sempre più allargata i lavoratori salariati produttivi.
Non solo quindi la produzione capitalistica è riproduzione di tutto il rapporto sociale, ma lo è in maniera incessantemente allargata, crescendo di fronte all’operaio il mondo della ricchezza che gli è straniera e lo domina.
Ancora una volta il testo ricorda che l’atto di compravendita contenuto nel rapporto salariale non ha più nulla di comune con lo scambio tra due possessori di merci liberi ed autonomi, eguali in diritto nel fronteggiarsi con atto del tutto spontaneo. Il rapporto salariale continuamente riprodotto dallo stesso rapporto di produzione capitalistico non riveste un libero contratto, ma l’assoluta dipendenza del vivente lavoratore dal dominante capitale.
B) Transizione dalla parte I e II di questo capitolo alla III che abbiamo precedentemente trattata nella prima
(Questo testo nel manoscritto di Marx occupa la cartella 444).
Il capitalismo può sorgere da livelli storici della produzione sociale in cui si siano formate certe quantità di mezzi di produzione e di circolazione, e di nuovi bisogni che tendono a superare i vecchi rapporti. Si ha da prima la sottomissione formale del lavoro al capitale, ma immediatamente prende pieno slancio lo sviluppo allargato del nuovo specifico tipo capitalistico di produzione.
Anche quando consideriamo il capitalismo pienamente sviluppato, il plusvalore prodotto non è che una parte del valore dei prodotti finiti ossia delle merci.
Il capitale è caratterizzato dalla produzione di plusvalore, e dunque riproduce se stesso soltanto come produttore di merci. Se abbiamo fra le mani una merce uscita da un’azienda capitalistica possiamo dire che essa è il prodotto immediato del capitale; tuttavia analizziamola come il capitale l’ha prodotta, pur sapendo che l’attendono per completare il suo ciclo altri processi di mercato in cui prenderà la forma monetaria, e dopo ancora quella di valore di uso o di mezzi di lavoro per ulteriori cicli produttivi.
La nostra trattazione parte dunque dalla merce perché essa è la base e la presupposizione della produzione capitalistica. Prima del capitalismo, gran parte dei prodotti non era fabbricata come merce, né destinata a diventarlo. La trasformazione dei prodotti in merce era un’eccezione limitata ai settori manifatturieri. Molti prodotti del lavoro andavano al consumo diretto naturale senza entrare né uscire dal processo di produzione come articoli di commercio (in Francia nel 1752 il grano era il solo dei prodotti agricoli considerato articolo di commercio).
Tuttavia, entro certi limiti la circolazione delle merci e del denaro – dunque un certo grado di sviluppo del commercio – è il punto di partenza del capitale e del modo capitalistico di produzione. Perciò partiamo dalla trattazione della merce come elemento più semplice di quella produzione. Ma la merce è anche il risultato, il punto di arrivo di essa. Quindi cominciamo lo studio della merce considerandola come il risultato di una produzione capitalistica del tutto sviluppata.
III. Le merci come prodotto del capitale
A) Caratteristiche generali
La merce potette essere il prodotto anche di forme precedenti a quella borghese, ma allora non era ancora la forma generalizzata del prodotto. Anche il denaro, che è solo una certa forma di merce, non si trasforma in capitale che a termine di un lungo periodo, ed essenzialmente quando la capacità di lavoro dell’operaio si è essa stessa trasformata in merce.
Siccome nell’agricoltura una gran parte del prodotto lo è come mezzo di sussistenza, ed una parte della popolazione operaia non è ancora salariata, il capitale non vi domina completamente, anche quando ha conquistato la sfera della manifattura. A questo stadio, nella produzione agricola non si è ancora sviluppata la divisione del lavoro nel seno della società, né quella tecnica come appare nell’officina industriale.
Il testo di Marx si riassume in tre punti:
- 1) È soltanto la produzione capitalistica che fa della merce la forma generale di tutti i prodotti.
- 2) La produzione delle merci conduce necessariamente al capitalismo da quando il lavoratore ha cessato di far parte delle condizioni di produzione (schiavismo, servitù della gleba), ovvero la base sociale non è più la comunità naturale (India), da quando la forza di lavoro essa stessa diviene in generale una merce.
- 3) La produzione capitalistica abolisce la base della produzione mercantile, la produzione autonoma e parcellare, con lo scambio tra equivalenti. Lo scambio tra capitale e forza di lavoro diviene allora la regola.
Tornando all’agricoltura, essa può divenire un ramo d’industria condotto al modo capitalistico quando i suoi prodotti vanno tutti al mercato per la vendita, e non al consumo immediato, e si calcolano le spese per gli articoli che occorre acquistare come merci, e il tutto in grandezza monetaria.
Tanto avviene anche se una parte del prodotto dell’azienda (come le sementi) viene resa in natura alla produzione calcolandola come se l’azienda la comprasse da se stessa.
Quando la merce viene prodotta a gran scala e in tipi fissi, il prodotto diviene unilaterale e di massa.
In questi casi esso si collega direttamente ai rapporti sociali di pieno capitalismo ed il legame immediato fra il suo valore di uso e la soddisfazione del bisogno di profitto del produttore capitalista resta del tutto contingente, indifferente e inessenziale. La merce che sgorga dal pieno capitalismo è ben altrimenti determinata che la merce semplice che fu elemento e presupposto di partenza del capitalismo iniziale. Oramai la merce ha due altre determinazioni:
1) Fatta astrazione del suo valore di uso essa contiene una quantità determinata di lavoro sociale necessario. Ma mentre per una merce qualunque non interessa sapere da chi proviene il lavoro oggettivato, la merce, come prodotto del capitale, contiene una parte di lavoro pagato e una parte di lavoro non pagato.
2) Ogni merce appare non solo materialmente come parte del prodotto totale, ma come una parte aliquota del lotto prodotto. Non si tratta più di una merce specifica, di un prodotto individuale. Il risultato del processo è una massa di merci ove ciascun elemento porta al prodotto il valore del capitale anticipato oltre il plusvalore.
Come supporto del valore totale del capitale la merce si manifesta ora nel volume e nelle dimensioni che permettono la vendita e la realizzazione dell’antico valore del capitale anticipato, più il plusvalore creato.
Ora ciò non è affatto legato al fatto che una merce o una sua parte si vendano a un prezzo di mercato pareggiante il loro valore. Il testo accenna senza fermarsi al problema di esprimere in prezzi, ossia in valori monetari, certe merci incluse in un sistema unitario prodotto dall’industria capitalistica, come può essere ad esempio una ferrovia e simili. Non tutte le merci infatti possono essere definite secondo il prezzo di unità di misura pratiche, come chilogrammi, metri, ecc. ecc.
Comunque abbiamo isolato un determinato blocco di merci, il problema di indicare quanto valore vi si è trasferito come elemento del capitale costante (materie prime, logorio delle macchine, ecc.), e di distinguere poi circa la differenza di valore col prodotto finito, la parte restante, data dal capitale variabile, o spesa d’acquisto della forza lavoro, e dal profitto o sopravalore che è stato creato dal processo produttivo.
B) Rapporto fra gli elementi costitutivi della merce prodotta dal capitale
Il prospetto numerico che inseriamo ha lo scopo di facilitare l’esposizione di quanto contenuto negli ultimi due capitoli che dobbiamo trattare e che contengono alcuni specchietti nei quali Marx ha adoperato, come farà largamente nel Capitale, le unità del sistema inglese e le loro frazioni che riescono abitualmente di tanto difficile lettura. Abbiamo trasformato le unità in numeri decimali più o meno plausibili, ma lasciando intatti i rapporti adottati da Marx in modo che si può seguire la sua dimostrazione.
In questo capitolo B della parte III Marx viene ad un esempio numerico che noi abbiamo trasportato nella prima riga del nostro prospetto. Marx ha supposto che con 80 sterline di capitale costante, 20 di capitale variabile e 20 di plusvalore (ossia nell’ipotesi che l’operaio lavori metà del suo tempo per se stesso e metà per il padrone, ossia col saggio di plusvalore di 1 ovvero 100%) si producono 1200 metri di lino, il cui costo totale sarà di 120 sterline. Marx cerca il prezzo unitario della merce ossia il suo valore e anche prezzo di produzione. È chiaro che esso sarà di un decimo di sterlina, e siccome la sterlina si divide in 20 scellini, di 2 scellini al metro ora Marx suppone che la produttività in questa industria aumenti nettamente, ossia si quadruplichi in modo che nello stesso tempo e con gli stessi operai e con le stesse spese, in totale 360 sterline (320 + 20 + 20), si producano 4.800 metri. Il prezzo unitario viene di 1/15 di sterlina, ossia di 1 scellino e mezzo. È quindi diminuito di mezzo scellino. Marx ha voluto dimostrare che crescendo la produttività tecnica ma fermo restando il salario, il plusvalore e il loro rapporto, il prezzo della merce è notevolmente diminuito. In questo esempio non vi è ulteriore dettaglio e le unità inglesi sono risultate facilmente comprensibili.
Subito dopo Marx dà un altro esempio, ossia l’agricoltura, in cui per vedere diminuire il prezzo non occorre pensare all’aumentata produttività tecnica, ma basta supporre un raccolto più abbondante ed anche un terreno più fertile. L’autore suppone che un determinato campo a grano assorba 3 sterline di capitale costante, 2 di salari e 2 di sopralavoro conservando lo stesso saggio con la spesa totale di 7 sterline. Se il campo produce 2 quarters di grano (ossia 2,9 ettolitri), ogni quarter potrà essere venduto 3 sterline e mezzo, ossia 70 scellini. Ma se se ne producono di più ossia 2,5, il prezzo scenderà a 56 scellini. Proseguendo e ricordando che la spesa totale di 7 sterline vale 140 scellini, si avrà per il raccolto di 3 quarters il prezzo di 46 scellini e 8 pence (…per chi ricordi che ogni scellino si divide in 12 pence); se il raccolto è 3,5 quarters il prezzo viene 40 scellini. Se è 4 quarters, 35 scellini; se è 4,5, 31 scellini; e se quindici è 5,28 scellini.
Marx vuole dimostrare che avendo anticipato lo stesso capitale ed ottenuto lo stesso plusvalore, il valore di produzione o prezzo al mercato (egli suppone sempre che prezzo e valore si identifichino, perché rinvia ad altre parti dell’opera le cause dell’oscillazione del prezzo interno al valore medio sociale) può variare grandemente nell’industria e nell’agricoltura soprattutto senza che si debba necessariamente supporre modificato il saggio del plusvalore.
Siccome negli ulteriori esempi le frazioni in scellini e denari e pence ed anche terzi di pence si complicano molto, abbiamo ridotto tutto a numeri decimali. I due esempi della manifattura di tessuti di lino figurano nella I e II orizzontale. Nella prima le anticipazioni sono 1000 di capitale costante e 250 di variabile, il plusvalore è anche 250. Marx ha introdotto qui il famoso valore aggiunto cui diamo il simbolo w e che in questo caso è 500. Il capitale totale è 1500. Il saggio del plusvalore è 1, la composizione organica o saggio della produttività è 4. Con le dette spese supponiamo che il lino prodotto sia una pezza di 30 metri, il prezzo di 1 metro sarà 50.
Marx vuole suddividere questa quantità di 30 metri di prodotto secondo le varie parti del capitale totale. Il capitale costante rappresenta 20 metri, il variabile 5 metri, il plusvalore 5 metri, il valore aggiunto somma le due precedenti, 10 metri. La somma totale è 30.
Nella II riga abbiamo svolta l’ipotesi di un rilevante aumento della produttività. Quadruplicandola esattamente il suo saggio diventerebbe 16, ma a noi è convenuto adottare la cifra 17,2 ossia supporre una produttività aumentata 4,3 volte. Abbiamo 4.300 capitale costante, variabile e plusvalore come prima 250, totale 4.800, lino prodotto immaginando che sia proprio 4 volte del primo caso metri 120, prezzo 40, molto diminuito dal precedente di 50 al metro. La partizione del prodotto viene: capitale costante 107,5; variabile e plusvalore 6,25; valore aggiunto nella lavorazione 12,5.
C) Prezzo e valore degli elementi costitutivi del capitale
Il primo caso numerico riportato da Marx è lo stesso con cui si è aperto il capitolo precedente sotto la lettera B), quindi esso risponde alla già dimostrata prima riga del prospetto da noi formato.
Il II esempio di questo capitolo che indichiamo con C) II figura nella terza riga del prospetto. Marx ha voluto formare un esempio in cui il prezzo resta quello originario del I caso, ma si è ottenuto senza variazione del capitale variabile come salario pagato, un maggiore plusvalore. Egli ha supposto che in questo caso gli stessi operai con la stessa paga giornaliera siano fatti lavorare per un tempo maggiore, ossia 12 ore invece che 10. È lo stesso esempio che abbiamo ripetutamente studiato a proposito del XV capitolo del I volume, in cui sono studiati i vari effetti di una aumentata produttività.
Il ragionamento del testo si adatta benissimo alle nostre cifre. Con lo stesso capitale variabile di 250, avendo aumentato il lavoro del 20%, si è operato su un capitale costante salito da 100 a 1.200. Evidentemente invece di 30 metri di lino se ne sono prodotti 36, che allo stesso prezzo di 50 al metro hanno reso il capitale totale di 1.800. Il valore aggiunto è stato 600 e siccome gli operai ne hanno preso sempre gli stessi 250, il plusvalore è salito a 350 e il suo saggio da 1 a 1,4. La produttività è salita da 4 a 4,8 e le parti del prodotto figurano nelle solite finche verticali come 24, 5, 7, 12.
Marx tratta quindi il terzo esempio del capitolo C), nel quale rifacendosi sempre all’esempio iniziale che è nella prima riga del nostro specchio, ha immaginato che la produttività aumenti nel senso che i padroni riescono a diminuire il salario agli operai da 250 a 200. Evidentemente il plusvalore salirà da 250 a 300, restando il valore aggiunto di 500; il prodotto totale di 1.500 per 30 metri e quindi 50 per metro. Il saggio del plusvalore è salito a 1,5, quello della produttività da 4 a 5; le parti del prodotto sono nel solito ordine 20, 4, 6, 10.
L’ultimo esempio del testo è l’ultima riga del nostro quadro e riguarda il caso IIIa. Riferendoci al caso di partenza si è lasciato uguale il salario ma si è supposto che la produttività del lavoro si elevi di 1/4 ossia passi come nel caso precedente da 4a 5. In tal caso il prodotto sarà salito da 30 metri a 37,5, che al prezzo di 50 danno il capitale totale di 1.875. Il plusvalore è salito a 375 col saggio di 1,5 come nel caso precedente. Il valore aggiunto è 625 e le partizioni del prodotto di 37,5 sono nelle ultime quattro finche 25, 5, 7,5 e 12,5.
Riteniamo che le cifre da noi elaborate senza nulla mutare nei loro rapporti in ciascun esempio e tra esempio e esempio dimostrino chiaramente il procedimento di Marx e possiamo dare ragione delle sue due conclusioni (pag. 453 del manoscritto originale).
I. Se il prezzo delle merci cambia possono essere rimasti costanti il tasso e la massa del plusvalore. La esattezza di questo teorema è dimostrata dal confronto dei due esempi del capitolo I, ossia le prime due righe del nostro quadro. La tecnologia capitalistica progrediente ha fatto scendere il prezzo del lino da 50 a 40, ma malgrado questo gli operai ricevono lo stesso salario e i capitalisti guadagnano lo stesso profitto. È indiscutibile che vi è stato un vantaggio sociale.
II. Quando il prezzo delle merci resta costante il saggio e la massa del plusvalore possono cambiare. La esattezza di questo secondo teorema risulta dai quattro casi di questo capitolo C), ossia dalla I, III, IV e V linea del nostro quadro. In questi quattro caso il prezzo unitario è sempre 50, ma nel II caso (rigo III), la massa del plusvalore è salita da 250 a 350 e il saggio da 1 a 1,4 e la produttività saliva da 4 a 4,8. Questi vantaggi dei capitalisti senza nessun benefizio sociale sono stati ottenuti dal prolungamento della giornata di lavoro del 20% (fase storica iniziale della forma capitalistica ossia sottomissione formale del lavoro al capitale; Inghilterra del primo 800, Russia del 900). Nel III caso del capitolo C) ossia IV del prospetto, che potrebbe andare sotto la stessa rubrica, anziché aumentare la giornata di lavoro, si è diminuito il salario operaio in modo che il plusvalore è salito da 250 a 300, il suo saggio da 1 a 1,5 e la produttività da 4 a 5. Anche qui nessun beneficio sociale né della classe operaia e ancora sottomissione formale del lavoro al capitale.
Nell’ultimo caso sempre restando costante il prezzo di mercato si è immaginata la produttività salita per ragioni tecniche da 4 a 5, fermo restando il salario dei lavoratori. La massa del plusvalore ha raggiunto la quota massima 375, il valore aggiunto anche il massimo di 625, il saggio del plusvalore è anche salito ad 1,5 e a parità di trattamento della classe salariata il plusvalore e l’accumulazione capitalistica hanno fortemente progredito. Possiamo considerarci nella sottomissione non solo formale ma anche reale del lavoro al capitale e della grande industrializzazione con lo sviluppato macchinismo, che potrebbe anche essere rappresentata con aumenti molto più notevoli della produttività del lavoro come quello ipotizzato al II rigo che era andato a vantaggio sociale in quanto il solo caso, tra gli esempi qui trattati, in cui il prezzo delle merci è sensibilmente diminuito, come effetto immanente del capitalismi pienamente sviluppato e tecnologicamente avanzato.
I commenti che Marx fa seguire a queste esemplificazioni significative, si rivolgono alla critica degli economisti volgari e dei socialisti immediatisti tipo Proudhon, che non comprendevano come fosse irraggiungibile con l’aumento dei salari la riconquista ai lavoratori dell’intero frutto del lavoro. Marx qui non svolge il III caso del citato cap. XV del I tomo sull’aumento di produttività generale che fa diminuire il costo della vita al punto che la costanza del salario rappresenta un grande vantaggio per il proletariato, e che tuttavia come a suo tempo mostrammo a sua volta si può conciliare con un aumento rilevante sia della massa che del tasso del plusvalore. Tralasciando la parte critica delle ultime pagine di Marx, citeremo questo suo decisivo passo:
« Dato che con lo sviluppo della produzione capitalistica e il crescente migliore mercato delle merci, la loro massa aumenta, occorre che il numero delle merci vendute aumenti, cioè che il mercato senza posa si estenda. È un bisogno per il modo di produzione capitalistica, sebbene questo argomento sarà piuttosto trattato nel prossimo tomo ».
Non abbiamo bisogno di dire ancora una volta che questa è la linea di sviluppo di tutta l’opera concepita da Marx che doveva raggiungere le tappe del mercato mondiale e della politica di classe dello stato capitalista, ossia la considerazione del moderno imperialismo che sempre prepara la finale catastrofe rivoluzionaria.
L’importanza di questa redazione inedita del testo di Marx, come abbiamo cercato di mettere in evidenza, è che egli già un secolo addietro sviluppava la teoria del valore aggiunto dal lavoro nella produzione, in maniera coerente al programma rivoluzionario e in maniera diametralmente opposta alla degenerata forma moderna ed opportunista della politica dei redditi.
Studiato a secoli interi di distanza, Marx è sempre più attuale.