Parti Communiste International

Il Programma Comunista 1970/9

Riprendendo la Questione Cinese Pt.3

Nel dicembre 1926, infine, il generale nazionalista Li Chi-shen instaurò a Canton una vera e propria dittatura militare, ponendo gli operai sotto la legge marziale. Mentre questi fatti si svolgevano nella grande città meridionale, era in corso la campagna contro il Nord, in cui le vittorie dell’esercito nazionalista si susseguivano proprio per l’appoggio che gli derivava dal possente movimento operaio e contadino, che i comunisti si adoperavano a sottomettere agli interessi del Kuomintang. Sulla onda dell’avanzata dell’esercito di Chiang i contadini si ribellavano e si organizzavano, gli operai non erano da meno. Secondo dati incompleti, nel 1926 gli scioperi furono 525 contro 318 nel 1925 e le organizzazioni sindacali crebbero in misura enorme. Nelle campagne come nelle città fu la sollevazione delle masse a cacciare i militaristi e a facilitare e addirittura anticipare le vittorie dell’esercito. Ma in nessun caso il Partito Comunista tentò di prendere in mano questo movimento spontaneo per sottrarlo all’influenza della borghesia, anzi esso si sforzò di arginarlo deplorando gli “eccessi” dei contadini e le richieste “esagerate” degli operai che potevano spaventare la borghesia e mettere in pericolo l’unità del fronte nazionale. Così nel dicembre 1926 essi sabotarono lo sciopero di Wuhan, che aveva coinvolto più di 300 mila operai. E si inchinarono anche di fronte alla repressione aperta invitando le masse a limitare il proprio movimento in nome dell’unità con la borghesia. Questa tattica era dettata ai comunisti cinesi dall’Internazionale, ormai sottomessa agli interessi dello Stato russo. Erano questi interessi nazionali che rendevano necessario il sacrificio del proletariato cinese sull’altare dell’unità nazionale – unità che doveva permettere di aumentare l’influenza della Russia in Cina, dando un colpo alla potenza inglese in Asia – come, proprio nello stesso 1926, il grande sciopero dei minatori inglesi verrà sacrificato per ottenere accordi commerciali favorevoli allo Stato russo.

L’Internazionale vedeva il processo rivoluzionario in Cina in maniera rovesciata. Quanto più i fatti dimostravano l’assurdità della politica da essa seguita, quanto più la borghesia cinese si dimostrava apertamente controrivoluzionaria, quanto più apertamente reprimeva il movimento operaio e contadino, tanto più Stalin e l’Internazionale levavano inni alla necessità della “unità delle forze rivoluzionarie in Cina” e imponevano al partito di mantenerla ad ogni costo. Non solo, ma il Kuomintang, che nel 1923 e ’24 era ancora riconosciuto come un partito borghese che i comunisti dovevano soltanto appoggiare, nel 1925 e ’26 divenne nella definizione un partito «operaio e contadino», «il partito degli operai e contadini cinesi», «il partito capace di realizzare la liberazione dei contadini e di abbattere la dominazione imperialistica», «il centro della rivoluzione»; e il governo del Kuomintang fu dichiarato «il potere unitario degli operai, dei contadini e della borghesia» (preludio al «blocco delle quattro classi di Mao») e addirittura come «un governo simile al potere sovietico». Citiamo alcuni documenti. Il 26 dicembre 1925, cioè alcuni mesi dopo la repressione degli operai cantonesi e la distruzione delle loro organizzazioni, e mentre la repressione infuriava nel Guangdong, Stalin dichiara al 14° Congresso del Partito bolscevico:      «Al nostro partito è stato riservato il compito storico e l’onore di guidare la prima rivoluzione proletaria vittoriosa nel mondo. Noi siamo convinti che il Kuomintang (cioè il partito della borghesia) potrà recitare la stessa parte in Oriente e così distruggere alle fondamenta la dominazione imperialistica (…) se rafforzerà l’alleanza fra operai e contadini nella lotta in corso, e si lascerà guidare dagli interessi di queste due fondamentali forze della rivoluzione». In altri termini, Stalin non riusciva a trovare nessun miglior custode degli interessi proletari e contadini in Cina che la grande borghesia cinese! Ancora nel 1925 Stalin affermava: «Nelle colonie e semi colonie il blocco nazionale rivoluzionario può prendere la forma di un partito unico degli operai e dei contadini, quale il Kuomintang». Il IV Esecutivo allargato dell’Internazionale riunito nel febbraio-marzo 1926 deliberava: «Il Kuomintang rappresenta un blocco rivoluzionario di operai, contadini, intellettuali e democratici urbani sulla base dei comuni interessi di classe di questi strati nella lotta contro gli imperialisti stranieri». E questo proprio nel momento in cui v’erano già chiarissimi esempi di come i “democratici urbani”, cioè la borghesia, intendessero gli interessi “comuni” con gli operai e i contadini. Alla fine del 1925, l’organo centrale dell’Internazionale aveva reso noto alle sezioni che «un governo Kuomintang molto simile al sistema sovietico è stato costituito il 10 luglio 1925 a Canton»! Nell’ottobre del 1926, i dirigenti moscoviti inviano al Partito Comunista Cinese un telegramma in cui suggeriscono di «non inasprire le lotte contadine per non alienarsi i generali che guidano gli eserciti in vittoriosa marcia verso il Nord». E le tesi di Stalin e Bucharin al 7° Esecutivo Allargato dell’Internazionale nel novembre 1926 dichiarano apertamente: «L’abbandono progressivo della rivoluzione da parte della grande borghesia è storicamente inevitabile (…) Ciò non significa che la borghesia in quanto classe sia totalmente eliminata dalla lotta per l’indipendenza nazionale, in quanto anche un settore della grande borghesia può per un certo tempo marciare con la rivoluzione accanto alla borghesia piccola e media». In questa stessa riunione il delegato del Partito Comunista cinese riuscì a dichiarare, sebbene in sordina: «Abbiamo praticamente sacrificato gli interessi degli operai e dei contadini (…) Il governo non ha neppure promulgato una legge sui sindacati (…) non ha accettato le nostre rivendicazioni agrarie (…) ha sempre preso le parti dei proprietari terrieri nei loro conflitti con i contadini poveri». Questa dichiarazione, rispondendo alle tesi di Stalin, mostrava chiaramente in quale modo la borghesia cinese “collaborasse attivamente” alla lotta rivoluzionaria. Ma né questo né il fatto che fin dal febbraio 1926 l’esercito nazionalista del Kuomintang avesse scatenato la repressione aperta contro il movimento contadino, impedì a Stalin di affermare, parlando della campagna contro il Nord: «L’avanzata dei cantonesi significa un colpo all’imperialismo, un colpo ai suoi agenti in Cina, significa libertà di riunione, libertà di sciopero, libertà di stampa, libertà di organizzazione per tutti gli elementi rivoluzionari in generale, per gli operai in particolare (…) Il potere di Canton è l’embrione del futuro potere rivoluzionario di tutta la Cina (…) esso è e non può che essere un potere antimperialistico».

Rivolta e massacro a Shanghai

Abbiamo ricordato l’opera svolta dal governo di Canton, che si era particolarmente distinto nella repressione del movimento di massa; abbiamo pure ricordato le posizioni assunte da Stalin e dall’Internazionale degenerata che inneggiavano a questo governo nello stesso momento in cui il proletariato veniva da esso schiacciato. Si deve solo aggiungere che alla fine del 1926 il Kuomintang fu addirittura accolto nell’Internazionale come partito «simpatizzante», e questo pochi mesi prima che le sue truppe procedessero a massacrare gli operai di Shanghai.

Shanghai era la città industriale e commerciale più importante della Cina, e il suo proletariato era particolarmente combattivo. L’avanzata verso il Nord degli eserciti cantonesi aveva messo in movimento gli operai organizzati nei sindacati diretti dal Partito Comunista. Quando l’esercito nazionalista giunse a poca distanza dalla città, il consiglio generale dei sindacati proclamò in suo appoggio lo sciopero generale, a cui parteciparono circa 350 mila lavoratori. Era il 19 febbraio 1927. Mentre le truppe che controllavano Shanghai reprimevano ferocemente lo sciopero, l’esercito del Kuomintang ebbe l’ordine di non avanzare sulla città e di non venire in aiuto degli scioperanti. Il Partito Comunista, nella sua posizione di sottomissione alla borghesia e al Kuomintang, non seppe prendere nessuna iniziativa. Dal 21 al 24 febbraio nelle strade della città si svolsero furiosi scontri armati, mentre l’esercito nazionalista era accampato ad appena 50 miglia di distanza! Il 21 marzo fu proclamato un nuovo sciopero generale; questa volta esistevano anche piani precisi di insurrezione, naturalmente per favorire la vittoria del Kuomintang, e al termine di lunghi combattimenti gli operai assunsero il potere nella città, mentre l’esercito rimaneva fermo a Lunghua, uno dei sobborghi della stessa Shanghai. Era dunque chiara l’intenzione di Chiang Kai-shek di aspettare che gli operai fossero sconfitti e massacrati dalle truppe dei militaristi, prima di intervenire. Chiang aveva dato precisi ordini in proposito ai suoi generali e, se gli operai vinsero, fu solo per la forza del loro movimento e per il loro coraggio ed eroismo. Data la posizione dominante di Shanghai nella vita economica della Cina, un potere proletario in quella città avrebbe significato automaticamente, dato lo sviluppo che il movimento rivoluzionario operaio e contadino andava assumendo, imprimere alla rivoluzione cinese una direzione decisamente anticapitalista. Gli operai e il Partito Comunista, che avevano in mano il potere, invece lo cedettero a Chiang Kai-shek, accolto a Shanghai come il condottiero della rivoluzione cinese. In omaggio alle direttive di Mosca, il Partito Comunista si sottomise al Kuomintang e consegnò nelle sue mani il magnifico movimento proletario. Chiang Kai-shek incominciò col togliere i comunisti da tutti i posti direttivi importanti sostituendoli con persone di sua fiducia. Poi passò alla repressione aperta: il 12 aprile 1927, reparti scelti dell’esercito uniti ad elementi del sottoproletariato urbano assalirono all’improvviso e secondo piani ben precisi le sedi delle organizzazioni operaie, devastandole e uccidendo tutti quelli che vi si trovavano. Gli operai, colti di sorpresa, resistettero all’attacco in maniera eroica con le poche armi che avevano a disposizione, ma alla fine dovettero cedere. La sera del 12 aprile i sindacati non esistevano più; centinaia di operai erano morti; i dirigenti comunisti erano stati uccisi o si erano dati alla macchia.

Il giorno dopo, secondo la tecnica già usata da Chiang, i sindacati furono riorganizzati su basi “nuove”, cioè furono messi sotto le direttive degli elementi peggiori dei bassifondi di Shanghai, travestiti da “operai moderati”. Il 14 aprile, nonostante tutto, il Consiglio generale dei sindacati, disperso e braccato, proclamò lo sciopero generale. Pure in quelle terribile condizioni, 100 mila operai risposero all’appello.

Fu l’ultima, meravigliosa fiammata di una battaglia perduta. La borghesia cinese, i proprietari terrieri che vivevano sotto l’incubo della rivolta contadina, l’imperialismo internazionale, salutarono in Chiang Kai-shek e nel suo esercito i liberatori dal terrore rosso. E Stalin e l’Internazionale furono costretti ad ammettere che quello che avevano indicato alle masse come il puro campione della rivoluzione nazionale era diventato, dalla sera alla mattina, un bieco reazionario al soldo dell’imperialismo mondiale.

La voce dell’internazionalismo

Erano mesi e mesi che l’Opposizione russa, riscattando le sue gravi corresponsabilità nella politica dei fronti unici politici e dei “governi operai” adottata dall’Internazionale, si batteva a corpo perduto perché fosse restituita al Partito Comunista Cinese la sua indipendenza programmatica, politica ed organizzativa, nel quadro della lotta di indipendenza nazionale, e si lanciasse agli operai e ai contadini in epica battaglia, la parola d’ordine non solo dell’armamento, ma della costituzione dei soviet. Essa aveva previsto, come era nelle tesi del 2° Congresso e in quelle di Bakù, la inevitabilità che le ali borghese e proletaria del movimento nazionale non solo si scindessero, ma entrassero in violento conflitto. Il 3 aprile Trotski, in un articolo che la censura staliniana cestinò, aveva preannunciato questa rottura, con il passaggio della borghesia del Kuomintang alla repressione armata del movimento operaio e contadino; la Cina avrebbe percorso lo stesso calvario della Polonia fascistizzata ad opera del partito socialnazionalista: «Se per la sua evoluzione il Pilsudski polacco ha avuto bisogno di tre decenni, occorrerà un periodo molto più breve perché il Pilsudski cinese passi dalla rivoluzione nazionale al fascismo nazionale (…) La politica di un Partito Comunista legato mani e piedi e funzionante come ufficiale di reclutamento degli operai per il Kuomintang, prepara il terreno all’instaurazione di una dittatura fascista in Cina nel giorno non molto lontano in cui il proletariato sarà costretto, malgrado tutto, a disertare il campo nazionalista (…) Spingere nel campo politico della borghesia gli operai e i contadini, e tenere il Partito Comunista in ostaggio al Kuomintang, significa condurre una politica che, dal punto di vista oggettivo, equivale al tradimento (…) Il Kuomintang, nella sua forma attuale, è l’incarnazione di un “trattato ineguale” fra borghesia e proletariato. Se la rivoluzione cinese nel suo insieme rivendica l’abolizione dei trattati ineguali con le potenze imperialistiche, ebbene, il proletariato cinese deve abolire il trattato ineguale che lo lega alla propria borghesia!».

La previsione, e la parola d’ordine corrispondente, non sgorgavano da particolari doti profetiche, ma erano il risultato di un’analisi marxista, quindi scientifica, dei rapporti di classe. Nelle tesi dell’Opposizione redatte il 7 aprile per la successiva riunione del plenum dell’Internazionale lo stesso Trotski chiariva la posizione squisitamente marxista, che non è di sciocca indifferenza per le lotte antimperialiste di indipendenza nazionale, ma nemmeno di stolto misconoscimento delle forze e dei rapporti di classe che vi operano:      «Una politica che ignorasse la potente pressione esercitata dall’imperialismo sulla vita interna della Cina sarebbe radicalmente falsa. Ma non meno falsa sarebbe una politica che partisse da una idea astratta dell’oppressione nazionale, senza conoscerne la rifrazione nelle classi (…) La Cina è un paese oppresso, semicoloniale. Lo sviluppo delle sue forze produttive esige l’abbattimento del giogo imperialista. La guerra di indipendenza nazionale è una guerra progressista sia perché scaturisce dalle esigenze del progresso economico e morale del paese, sia perché facilita lo sviluppo della rivoluzione proletaria inglese e mondiale [era in atto proprio allora il poderoso sciopero dei minatori britannici]». «Ma questo non significa che il giogo imperialista sia un giogo meccanico che pesi “egualmente” dall’esterno su tutte le classi della Cina. Il ruolo enorme che il capitale straniero gioca nella vita del paese, ha per effetto che categorie importantissime della borghesia, della burocrazia e della casta militare abbiano legato le loro sorti a quelle dell’imperialismo. Senza di ciò, non si capirebbe il peso colossale dei militaristi nella Cina moderna (…) Sarebbe anche una profonda ingenuità credere che fra la borghesia dei compradores, cioè degli agenti economici e politici del capitale straniero in Cina, e la borghesia “nazionale” vi sia un abisso. Al contrario, queste due categorie sono infinitamente più vicine l’una all’altra, che la borghesia e le masse operaie e contadine. La borghesia ha partecipato alla guerra nazionale agendo come un freno interno, gettando continuamente uno sguardo ostile agli operai e ai contadini, sempre pronta a un compromesso con l’imperialismo».

Una ardente battaglia

Incapace di porre le questioni in termine di classe, lo stalinismo ormai imperante vedeva invece i rapporti fra le diverse componenti sociali del movimento nazionale in Cina dall’angolo bottegaio di un machiavellismo miope: “servirsi” della borghesia nazionale come ci si serve di un utensile, poi buttarla da parte; starle alla coda per poi, un bel giorno, farle lo sgambetto, nello stile di un generale che dispone i suoi reparti sul campo di battaglia e li manovra a piacere suo.

Ancora il 5 aprile, pochi giorni prima del massacro di Shanghai, Stalin diceva ad una riunione di tremila funzionari di partito  «Forse [!!!] Chiang Kai-shek non ha nessuna simpatia per la rivoluzione; ma guida l’esercito, e non può fare a meno di guidarlo contro gli imperialisti. Inoltre la destra del Kuomintang è in rapporto coi generali del Nord e conosce l’arte di demoralizzarli, di convincerli a passare armi e bagagli nel campo della rivoluzione [!!!], senza colpo ferire. Essa è pure collegata ai ricchi mercanti, e può bussare a quattrini [la rivoluzione affare di “quattrini”!]. Bisogna quindi utilizzarla fino all’ultimo, spremerla come un limone, poi buttarla via».

Era un vedere i rapporti di classe alla luce di un gioco da bambini. Poco dopo i tragici fatti di Shanghai mostreranno chi fosse a spremere e chi spremuto. Ma il punto è che i marxisti devono saperlo in anticipo, non lasciarselo ogni volta insegnare a prezzo di una sconfitta sanguinosa; devono aver chiaro fin dall’inizio quali saranno gli schieramenti delle forze sociali nel fuoco della lotta, e agire di conseguenza. Quando, nel plenum di maggio del 1927, poco dopo Shanghai, Stalin e Bucharin si “consoleranno” del bagno di sangue proletario proclamando: «Il Comitato Esecutivo Allargato dell’Internazionale constata che il corso degli avvenimenti ha pienamente confermato la prognosi sull’inevitabile distacco della borghesia dal fronte unico nazional-rivoluzionario, e il suo passaggio alla controrivoluzione»,Trotski stesso ribatterà che è troppo poco prevedere il distacco della borghesia dalle masse proletarie nel corso delle rivoluzioni nazionali: quello che si deve sapere a priori, è che la borghesia pugnalerà il proletariato, gli si scaglierà contro in armi, cercherà di fermare nel sangue la rivoluzione prima che le sfugga di mano:   «Dire che la borghesia deve necessariamente rompere i ponti con la rivoluzione nazionale è un cosa. Ma è una cosa completamente diversa dire che essa deve necessariamente impadronirsi della direzione del movimento rivoluzionario e del proletariato, ingannare e poi disarmare la classe operaia, lasciarla battere e dissanguarsi». Fra la politica dell’Internazionale stalinizzata e quella tracciata nelle tesi del 2° Congresso era lo stesso abisso che fra il menscevismo e il bolscevismo:      «Nella sicura previsione dell’inevitabile rottura della borghesia con la rivoluzione nazionale, la politica bolscevica è tutta tesa a creare il più presto possibile un’organizzazione indipendente del proletariato, a imbevere gli operai della più profonda diffidenza per la borghesia, a riunire e armare le masse nella forma più vasta possibile, ad aiutare con tutti i mezzi l’insurrezione rivoluzionaria dei contadini. Nella previsione del cosiddetto distacco della borghesia, la politica menscevica è tutta tesa a rinviare il più possibile questo momento, sacrificando a questo scopo l’autonomia politica e organizzativa del proletariato, ispirandogli fiducia nel ruolo progressivo della borghesia, predicandogli la necessità di autolimitarsi». Servendosi dell’arma tanto cinica quanto idiota dell’adulazione e del corteggiamento, si può, certo, «ritardare l’ora del distacco della borghesia; ma di questo rinvio sarà essa a servirsi contro il proletariato». Giunta la rivoluzione doppia al suo fatale crocevia, non è che le due classi fondamentali della società si diano l’addio andando ciascuna per la propria strada; è che l’una salta al collo dell’altra, e se non è il proletariato a prendere alla gola la borghesia, sarà la borghesia a prendere alla gola il proletariato. E lo farà tanto più facilmente in quanto partirà dalla posizione di vantaggio del suo privilegio economico e politico; lo farà con tanto maggiore successo quanto meno la classe dominata non solo non vi si sarà preparata, ma avrà contribuito con la propria sottomissione (o con quella del suo partito) a mantenere la classe dominante nel sicuro possesso del potere.

Il primo atto della rivoluzione cinese si era chiuso proprio su questo oblio della lezione del 1848, del 1871, del 1905, del 1917, e del monito contenuto nell’indirizzo della Lega dei Comunisti di Marx ed Engels: «Il tradimento (della borghesia democratica) verso gli operai incomincerà dalla prima ora della vittoria». Vorrà la storia che il proletariato di Shanghai e di Canton sia condannato a percorre fino in fondo, in tutte le sue tappe cruente, il calvario della ricaduta dell’Internazionale nel peggiore, nel più bieco, nel più ottuso, dei menscevismi rifatti a nuovo: lo stalinismo!