Mentre la guerra d’Ucraina sta per entrare nel suo quinto anno e, intanto, le diplomazie tentano la via del negoziato per chiudere quel conflitto, gli imperialismi si preparano per la guerra che verrà, che avrà ben altre proporzioni rispetto ai numeri e alla geografia della attuale guerra ucraina, in quanto la si prospetta generale, con il coinvolgimento di tutte le grandi potenze, nonché delle più piccole, su uno spazio di estensione mondiale. Pertanto, in tutti i centri di comando delle borghesie nazionali, appare sempre più necessario dotarsi degli strumenti, economici, politici, e militari per sostenere il livello della contesa imperialistica. Tra questi, c’è l’inquadramento militare di masse di milioni di uomini da gettare nel tritacarne della guerra, come le vicende belliche in Ucraina stanno abbondantemente e sanguinosamente dimostrando.
La riforma del servizio militare in Germania
Il passo fatto dalla Germania è un importante segnale della strada intrapresa, della preparazione bellica. Infatti, lo scorso 5 dicembre, il Bundestag ha votato una legge di “modernizzazione” del servizio militare, il cui obiettivo, in estrema sintesi, è di aumentare il numero di soldati dagli attuali 184 mila fino a 260-270 mila entro il 2035, portando il numero dei riservisti a circa 200 mila. Nelle intenzioni si vorrebbe arrivare ad arruolare almeno 20 mila giovani già dal prossimo anno, ma con la prospettiva di aumenti continui nel corso dei successivi, dai 23 mila nel 2027 fino ai 38 mila all’anno entro il 2030, circa un giovane su otto ogni anno. Per far fronte alle nuove esigenze, entro il 2031 saranno costruite più di 270 nuove caserme per un costo di 3,5 miliardi di euro.
Non si tratta quindi del ritorno alla leva obbligatoria, sospesa in Germania dal 2011, ma l’introduzione di un sistema semi-obbligatorio per gli uomini e opzionale per le donne, che punta anche ad allettare i giovani con degli incentivi economici e formativi.
A partire dal 2026, tutti gli uomini e le donne che hanno compiuto 18 anni riceveranno un questionario con domande sulla disponibilità a prestare il servizio militare. Per spingere i giovani ad accettare di prestare il servizio militare, sono stati pensati degli incentivi di carattere economico, come uno stipendio di circa 2.600 euro mensili contro i 1.800 attuali ed una formazione avanzata, ad esempio sull’utilizzo dei droni, consentendo se possibile lo svolgimento del servizio in un luogo vicino a quello di residenza.
Se però il numero di volontari non dovesse essere sufficiente da coprire gli obiettivi attesi, si potrà riattivare la coscrizione obbligatoria.
La riforma attuale risulta un compromesso politico tra chi vuole rafforzare rapidamente l’esercito senza reintrodurre immediatamente la leva obbligatoria e chi, soprattutto all’interno della CDU/CSU, ritiene che la leva potrebbe essere inevitabile se i volontari non saranno sufficienti.
Chi è sicuramente contrario alla nuova legge e, in generale, alla prospettiva di un ampliamento della coscrizione sono i giovani che hanno protestato in oltre 90 città tedesche.
Questa riforma del servizio militare si inserisce in un generale piano di riarmo della Germania che ha lo scopo di formare l’esercito più potente d’Europa, attraverso un massiccio investimento di 1000 miliardi di euro, che segna un cambiamento epocale rispetto a tutto il periodo successivo alla disfatta della seconda guerra mondiale. Si tratta di una scelta obbligata che affonda le sue radici, non solo nella contesa inter-imperialistica in corso, in particolare con la Germania schierata a fianco dell’Ucraina nella guerra contro la Russia, ma soprattutto nelle mutate condizioni economiche, determinate dalla rottura del conveniente legame energetico con la Russia in seguito al conflitto ucraino, che hanno portato ad una pesante crisi dell’industria tedesca. Lo sviluppo della produzione bellica permetterebbe di riconvertire quegli stabilimenti in crisi, orientandoli alla produzione di armamenti.
Per realizzare gli obiettivi di preparazione bellica la Germania ha abbandonato il suo tradizionale rigore fiscale e ha fatto richiesta all’Unione Europea la deroga al «Patto di stabilità» affinché le spese militari non rientrino nei vincoli di bilancio. La Germania, inoltre, si avvia anche a smantellare il suo stato sociale; il cancelliere Merz aveva dichiarato « viviamo da anni oltre le nostre possibilità », sottolineando l’alta spesa pubblica per le prestazioni sociali e annunciando una loro revisione. La direzione è chiara, la priorità è la spesa militare, in futuro meno soldi per scuole e ospedali, ma più armi.
La tendenza negli altri paesi europei
La svolta bellicista della Germania non è ovviamente un caso isolato, ma riguarda anche il resto dell’Europa, dove nei vari paesi si stanno approntando piani di riarmo e di revisione del servizio militare.
Con la fine della Guerra Fredda, a partire dagli anni Novanta, in diversi paesi d’Europa si passò dalla leva obbligatoria ad un sistema basato su professionalità e specializzazione. L’esperienza sul campo della guerra d’Ucraina ha però reso tale sistema del tutto inadeguato ad affrontare una grande guerra come quella che si sta combattendo in quei territori, con l’impiego al fronte e nelle retrovie di centinaia di migliaia di uomini, e la necessità di rimpiazzare continuamente le elevate perdite. Pertanto, le borghesie europee si trovano nell’urgenza di adeguare i propri eserciti nazionali aumentando numero di soldati. Le esigenze delle classi dominanti europee si scontrano però con una realtà sociale ben diversa da quella del secolo scorso, dove masse di giovani contadini e operai, temprati dal duro lavoro e dalle privazioni potevano essere inquadrati militarmente. I paesi europei di oggi sono ormai delle società vecchie, con le culle sempre più vuote, mentre, dall’altro lato, la diffusione di stili di vita basati sul consumo e il culto dell’individuo rendono poco attrattiva la prospettiva della difesa della patria. Quindi le esigenze di riformare i sistemi militari devono tenere in considerazione tale contesto sociale, per evitare pesanti ripercussioni sul piano politico.
Attualmente il sistema della leva obbligatoria è presente nei paesi scandinavi e in quelli baltici, ma anche in Austria, Svizzera, Danimarca, Grecia e Croazia che l’ha reintrodotta nel 2024, con addestramento di base di 2 mesi. Ma come nel caso tedesco, la reintroduzione della leva obbligatoria non è l’unico modello di riferimento; in questa fase, si tendono a privilegiare delle formule ibride, che incentivano e spingono all’arruolamento volontario e sono orientate alla formazione di un esercito composto da forze professionali e riserve.
Tra i paesi sulla via della revisione dell’arruolamento militare vi è la Francia, che aveva sospeso il servizio militare obbligatorio nel 1997 e si era avviata verso la professionalizzazione delle forze armate, stabilendo ovviamente che il servizio militare “può essere ripristinato in qualsiasi momento per legge quando le condizioni della difesa nazionale lo richiedono”. Non siamo ancora a questo punto, ma le esigenze della borghesia nazionale ormai non sono neanche più celate, tanto che il Capo di Stato Maggiore dell’esercito francese Fabien Mandon, al Congresso dei sindaci di Francia dello scorso 18 novembre, ha affermato: «Se il nostro Paese vacilla perché non è pronto a perdere i suoi figli […] o a soffrire economicamente perché la priorità deve essere la produzione militare, allora siamo davvero a rischio. […] Dovete parlarne nelle vostre città».
La borghesia sta dicendo chiaramente che bisogna fare ulteriori sacrifici e versare il sangue per la patria.
L’orientamento attuale è quello di non procedere ancora alla reintroduzione della leva obbligatoria ma di spingere sul reclutamento volontario. “Il nuovo servizio militare” sarà aperto principalmente ai giovani tra i 18 e i 19 anni a partire dall’estate del 2026. È prevista una durata di dieci mesi, con un mese di addestramento e nove mesi in unità operative sul territorio francese. Il piano punta a 3 mila reclute nel 2026, per arrivare a 10 mila entro il 2030 e potenzialmente 50 mila entro il 2035.
La peculiarità francese è che, in questa fase, si fa affidamento sullo sviluppo di una “cultura della difesa”, potenziando la “Giornata della Difesa e della Cittadinanza”, che si tiene ogni anno ed è obbligatoria per ottenere il certificato di partecipazione, necessario in seguito per concorsi e patente. In sostanza, la mobilitazione delle gioventù viene fatta attraverso la propaganda dello spirito patriottico, ma non è per nulla scontato che ciò possa portare ai risultati attesi, rendendo inevitabile il passaggio a forme di arruolamento basate sull’obbligatorietà.
Anche nel Regno Unito, che aveva abolito la leva obbligatoria dal 1963, passando a truppe completamente volontarie e professionali, si avverte la necessità di un cambio di rotta, ben testimoniata dalla proposta fatta nel 2024 da Rishi Sunak di un servizio nazionale obbligatorio per tutti i diciottenni, da poter svolgere sia in ambito civile che militare. Tale proposta non è passata, ma recentemente il governo britannico ha avviato un programma definito di “anno sabbatico” per permettere ai giovani fino ai 25 anni di svolgere un anno di vita militare, incentivandoli attraverso la retribuzione e la possibilità di passare poi tra i professionisti o trovare un lavoro qualificato in ambito civile. In tal modo, seppure non siano previsti grossi numeri, si cerca di sopperire ai problemi di arruolamento sempre più gravi degli ultimi anni e raggiungere gli obiettivi di reclutamento stabiliti.
Si muove anche l’Italia, con il Ministro della Difesa che ha dichiarato la volontà di proporre un disegno di legge per una “leva su base volontaria”.
La via europea al militarismo non riguarda soltanto l’arruolamento della gioventù, ma, oltre all’economia sempre più orientata alla produzione di armamenti, tutta la società è lentamente trascinata nel vortice della preparazione bellica. Già si scorgono delle avvisaglie in alcune iniziative che hanno interessato gli ospedali francesi e tedeschi. In Francia, il 18 luglio 2025, il Ministero della Salute ha inviato una circolare chiedendo a tutti gli ospedali di prepararsi, entro marzo 2026, ad accogliere fino a 15 mila soldati feriti in caso di guerra, prevedendo anche dei picchi di afflusso di feriti, 100 al giorno per 60 giorni consecutivi e punte di 250 feriti al giorno per almeno tre giorni consecutivi. Anche in Germania sono in preparazione piani per affrontare scenari di guerra. L’obiettivo è gestire un afflusso massiccio di feriti: ogni ospedale deve essere pronto ad accogliere fino a 100 militari feriti al giorno.
Il riarmo polacco
Il paese europeo che ha imboccato con grande decisione la via del riarmo e della crescita delle truppe è la Polonia. L’ambizione della classe dirigente polacca è alta, il primo ministro Donald Tusk ha lanciato come obiettivo per il 2026 di fare di quello polacco il “più forte esercito d’Europa”, promettendo forti investimenti infrastrutturali e nell’industria nazionale. D’altronde, la Polonia già nel 2024 aveva destinato alla spesa militare 41,5 miliardi di dollari, pari al 4.1% del PIL nazionale, salendo al 4,7% del PIL nel 2025 con 45 miliardi di dollari. Per il 2026, è prevista una spesa del 4,8% del PIL, quasi 55 miliardi di dollari.
Avendo svuotato buona parte del proprio arsenale con la fornitura all’Ucraina del vecchio materiale militare in dotazione, la Polonia ha siglato diversi accordi commerciali con aziende del complesso militare-industriale di Stati Uniti e Corea del Sud, acquistando dagli americani aerei, elicotteri d’attacco, carri armati e sistemi e dai sudcoreani carri armati con un piano di espansione fino ad un migliaio di unità, obici autotrasportati, caccia e sistemi di lancio di razzi a lunga gittata.
Ma l’obiettivo polacco è anche quello di incrementare la produzione industriale direttamente nel paese. In particolare, attraverso gli accordi con i sudcoreani, si punta a sviluppare una produzione congiunta e al trasferimento in Polonia delle tecnologie belliche. In questa direzione va l’accordo con la società coreana Hyundai Rotem, fornitrice di carri armati K2 Black Panther, che consentirà di realizzare presso la cittadina industriale di Gliwice un centro per la produzione e la manutenzione tecnica di questi carri armati.
L’ambizione polacca di dotarsi del principale esercito in Europa è data anche dall’obiettivo di estendere l’esercito a 300 mila soldati. Nel caso polacco, l’invasione russa dell’Ucraina ha portato al cambiamento della linea adottata nel 2008 di sospendere il servizio di leva, privilegiando però un approccio basato sull’arruolamento volontario. A partire dall’aprile 2022, è stata lanciata la campagna “diventa un soldato della Polonia”, che nel giro di un paio di mesi ha permesso 14 mila arruolamenti. Facendo leva sulla diffusa ostilità verso la Russia e sulla propaganda della difesa della patria dall’invasore nemico, una buona retribuzione attira tanti giovani studenti e salariati. Attualmente l’esercito polacco conta circa 215 mila soldati, di cui 180 mila professionisti e 35 mila militari della difesa territoriale, circa il triplo rispetto a dieci anni fa, col piano di raggiungere i 300 mila soldati entro i 2035.
La guerra dell’Europa “fino all’ultimo ucraino”
L’Europa si prepara militarmente e continua a sostenere lo sforzo bellico ucraino contro la Russia, come testimonia il prestito da 90 miliardi di euro varato dall’UE, che Kiev non sarà mai in grado di restituire, e si frappone ostinatamente al tentativo di pacificazione tra americani e russi, rifiutando il piano di pace trumpiano.
Al di là della posizione degli imperialismi europei favorevoli al proseguimento della guerra attraverso il sostegno economico e militare all’Ucraina, alla vigilia del quinto anno di guerra gli europei si scoprono in seria difficoltà dal punto di vista delle forniture militari, rendendo necessario il loro riarmo che non avverrà certo unicamente nella prospettiva di continuare a mandare le armi in Ucraina ma soprattutto per rafforzare i propri eserciti nazionali. Lo stesso discorso vale per i piani di crescita delle truppe europee, il cui dispiegamento sul territorio ucraino viene per ora valutato possibile dai cosiddetti “volenterosi” .
L’atteggiamento degli imperialisti europei di ostilità al dialogo russo-americano e di conseguenza favorevole al proseguimento della guerra non può essere inteso come il tentativo di salvare l’Ucraina dall’avanzata russa, anche perché, nonostante tutto il sostegno militare fin ora fornito in questi quasi quattro anni di guerra, l’avanzata russa, seppur lentamente, è costante e continua. Di fatto, la mano tesa dagli europei agli ucraini è abbastanza debole, e consiste in esosi esborsi e invii di armi, senza che neanche i più “volenterosi” siano nelle condizioni di poter fornire a Kiev quella sicurezza di cui tanto si blatera.
Pertanto, appare evidente che gli ucraini sono chiamati dagli europei a morire non per una disperata difesa nazionale ma per dare il tempo necessario ai paesi europei di riarmarsi. Ecco così che, di volta in volta, si intromettono nelle trattative in corso con la proposta della tregua, cioè di fermare i combattimenti al fronte senza che si siano poste le basi per una soluzione più o meno definitiva del conflitto stesso, che avrebbe il solo senso di dare la possibilità all’Ucraina di riprendere fiato, riempirla di armi, riorganizzare l’esercito e riprendere le ostilità, per far continuare un conflitto che serve a guadagnare altro tempo per il riarmo.
La guerra deve continuare, ma con gli ucraini a fare da carne da cannone!
Da questo punto di vista, molto significativa è la discussione su un punto del piano di pace di Trump, quello che riguarda il numero di soldati nel futuro assetto dell’Ucraina. Nel piano di Trump la dimensione dell’esercito ucraino è fissata a 600 mila unità, mentre nel secondo, “concordato” con Kiev, si parla di 800 mila effettivi in tempo di pace. I proletari ucraini non hanno illusioni da farsi, che si arrivi o meno alla pace, il loro destino è in divisa, a versare il proprio sangue in questa guerra o nella prossima. Ma neanche i proletari europei possono illudersi più di tanto: la militarizzazione dell’Ucraina annuncia e prepara quella del resto d’Europa.
Il rovesciamento del militarismo
Il conflitto ucraino non lascia dubbi al riguardo: la forsennata corsa verso la guerra generale costringe tutte le borghesie nazionali a prepararsi militarmente, compresa la necessità di formare un grande esercito attraverso il reclutamento di masse di proletari. Le borghesie europee in particolare saranno costrette a rinunciare allo strumento dell’esercito composto da professionisti e avviarsi progressivamente verso l’estensione del servizio militare, fino all’esercito di leva.
D’altronde, la situazione dell’Ucraina è particolarmente significativa da questo punto di vista, dal momento che la necessità di rimpiazzare le enormi perdite hanno trasformato il paese in un gigantesco terreno di caccia di uomini da spedire al fronte come carne da cannone.
La reazione alla mobilitazione forzata è consistente, alcune stime parlano di almeno 850 mila ucraini in età d’arruolamento che restano nascosti per sfuggire alla cattura , 650 mila che sono scappati all’estero e forse 300 mila disertori nel solo 2025, con il mese di ottobre che ha stabilito un nuovo record per l’abbandono non autorizzato di un’unità militare, con oltre 21 mila casi ufficiali, rispetto ai 17-18 mila al mese durante l’estate, numeri altissimi considerando circa 30 mila persone mobilitate al mese.
Il dramma è che il fenomeno delle diserzioni, sebbene diffuso, rappresenta ancora un rifiuto spontaneo e individuale di sottrarsi al massacro in corso, e manca una opposizione organizzata alla guerra.
Il solo modo per fermare la guerra sarebbe invece quello di fraternizzare al fronte e voltare le armi verso il nemico interno, quella borghesia ucraina che ha venduto i propri proletari agli imperialisti americani ed europei.
Altrettanto dovrebbero fare i soldati russi, il cui numero stimato di caduti (non vengono fornite cifre ufficiali) sta aumentando negli ultimi mesi al ritmo di 25.000 al mese, portando ad un numero compreso fra 250 e 300 mila il numero complessivo delle perdite dall’inizio del conflitto.
Il militarismo che sta prendendo campo in tutta Europa, porta in sé il germe della propria distruzione non appena i proletari, arruolati negli eserciti nazionali e mandati a combattere i propri fratelli di altre nazioni, rifiuteranno la sottomissione alle proprie classi dominanti e contro di loro rivolgeranno le armi che hanno in pugno. È l’auspicata trasformazione della guerra fra Stati in guerra di classe che sarà possibile solo in quanto ispirata dalla presenza di un forte partito comunista rivoluzionario con solide basi e organizzato alla scala internazionale.
Il declino economico dell’imperialismo americano sospinge i vari governi repubblicani e democratici che si alternano, al ricorso della forza militare per mantenere il predominio sui mercati internazionali che la concorrenza mercantile non è più in grado di assicurare. Ormai su molti fronti il bellicismo americano mantiene accesa la miccia dell’intervento militare che innescherà, fra non molto, un conflitto ben più esteso.
Sul fronte interno, nonostante la politica protezionistica intrapresa dal governo, l’economia statunitense volge verso una crisi sempre più profonda per questo si impone la necessità del controllo sociale sempre più stretto, abbandonando i metodi più garantisti e adottando quelli della repressione diretta. Gli Sati Uniti, nazione che ha tratto origine e sviluppo dall’emigrazione, sempre più si adoperano per la chiusura e i respingimenti alle frontiere, ma anche alla espulsione dei migranti che si trovano sul territorio. Si tratta certo di non privarsi di quella mano d’opera a basso costo, ma di ridimensionarne la presenza in tempi di crisi.
La campagna contro i migranti avrà comunque l’effetto di mantenerli in uno stato di illegalità e precarietà, con il risultato di tenere basso il livello dei salari sul mercato del lavoro, quindi anche dei lavoratori americani. Il terrore scatenato contro i migranti è dunque una minaccia rivolta contro lo stesso proletariato autoctono nell’incipiente crisi economica che potrebbe richiamarlo sul terreno della lotta di classe.
È una operazione su larga scala condotta tramite i corpi paramilitari dell’ICE (Immigration and Customer Enforcement) schierati dal governo federale degli Stati Uniti. Più che le squadracce fasciste reclutate nelle file della piccola borghesia in Italia, essi ricordano le SS, emanazione diretta dello stato nazista, impegnate a diffondere il terrore antiproletario allora, nella Germania di un secolo fa. Oggi l’obbiettivo è lo stesso nell’ America attanagliata dalla crisi economica.
Corpo speciale di polizia, l’ICE è emanazione del DHS, la più grande forza di polizia federale (250.000 dipendenti) istituito più di venti anni fa dopo l’attentato alle torri gemelle di New York, e mantenuto in vita dai vari governi, democratici e repubblicani che si sono susseguiti.
Recentemente, ma già prima dell’avvento dell’amministrazione Trump, l’ICE è stato indirizzato a perseguire gli immigrati (non solo irregolari), arrestarli e avviarli in campi di concentramento in vista del rimpatrio (è la “remigrazione” che anche nella democratica italietta si vuole mettere in atto). Domani sarà deputato alla repressione diretta di tutte le espressioni di lotta del proletariato americano.
Stephen Miller, consigliere della Casa bianca, ha comunicato nel Maggio del 2025, l’obbiettivo di tremila arresti al giorno. Aumentato a dismisura il reclutamento (oggi conta 20.000 dipendenti) e il budget dell’ICE (otto miliardi di dollari l’anno). L’ICE ha scatenato, la caccia all’immigrato nelle varie città di America, con incursioni nei posti di lavoro e nelle abitazioni dei quartieri popolari, con arresti e deportazioni di intere famiglie.
Come in altre città, a Minneapolis le forze federali dell’ICE, hanno operato una vera occupazione del territorio, mostrando, incappucciati e armati fino ai denti, il volto feroce del regime, perseguitando e uccidendo a sangue freddo chi osava opporsi o semplicemente documentare la loro azione.
Coinvolta la piccola borghesia, che certamente teme la mancanza della mano d’opera a basso costo offerta dall’emigrazione, imponenti manifestazioni contro l’ICE hanno avuto luogo a Minneapolis e altre città degli Stati Uniti. Anche lavoratori individualmente sono stati partecipi a queste proteste, ma la classe di per sé non si è mossa, scendendo autonomamente in lotta, in risposta al terrore praticato contro i migranti che rappresentano il suo reparto più fragile. Fino a che essa non ritroverà la strada della sua riorganizzazione come classe, non potrà che subire e soccombere sotto i colpi inferti dallo stato del Capitale.
Riceviamo dalla Russia questo contributo che volentieri pubblichiamo
La recente notizia dell’arresto di alcuni cosiddetti “marxisti” in Russia con l’accusa di “terrorismo e cospirazione per il rovesciamento dello Stato” ha fatto scalpore anche negli ambienti dell’informazione occidentale. In realtà costoro non avevano fatto altro che organizzare una lettura pubblica di Lenin. Questi, facenti parte del “Fronte di sinistra” del CPRF (Partito Comunista della Federazione Russa), profondamente nazionalista e sciovinista, difficilmente potranno essere definiti “comunisti”.
Di ispirazione “stalinista” essi si propongono di portare il CPRF “sulla retta via del marxismo-leninismo”. Il programma di questa corrente “perseguitata” afferma: « …primo. L’obiettivo primario del Fronte di Sinistra è costruire il socialismo in Russia. L’incombente crisi politica potrebbe scatenare un movimento rivoluzionario di massa dal basso, che miri a creare condizioni di vita dignitose e giuste per i lavoratori russi. Nello specifico, ciò significherebbe assistenza sanitaria gratuita, istruzione secondaria obbligatoria e istruzione superiore accessibile, un sistema fiscale progressivo e libertà di parola e di riunione. In altre parole, si tratterebbe di ottenere quelle condizioni comunemente definite “stato sociale”, che negli ultimi anni sono state oggetto di attacchi da parte dei reazionari. Per raggiungere questi obiettivi, i politici, i movimenti e le organizzazioni socialdemocratici e persino di sinistra liberale potrebbero diventare alleati dei comunisti…« .
Naturalmente, per noi marxisti, è una palese manifestazione di riformismo opportunistico che si appella allo “stato sociale” e la “libertà di parola e di riunione” e che certamente non può rappresentare una minaccia per lo Stato capitalista. Ma perché sono stati presi di mira? Evidentemente il solo richiamo formale al “marxismo” e alla figura di Lenin che rimanda al passato rivoluzionario rappresenta uno spettro da tenere ben lontano da parte della classe dominante in Russia!
La carota della democrazia liberale borghese occidentale e il bastone dell’autoritarismo statale russo sono due forme in cui si manifesta il regime capitalistico, rivolte alla conservazione e all’oppressione di classe del proletariato che in tutte le aree del mondo perdura: due espressioni del regime capitalistico che sono intercambiabili, a seconda delle circostanze e delle necessità. Oggi nei paesi occidentali prevale l’inganno con il fumo negli occhi del legalismo e del parlamentarismo, mentre i partiti “socialisti” piccolo-borghesi promettono riforme, disarmando al contempo il sentimento rivoluzionario.
Dall’altra parte, in Russia vige la repressione di qualsiasi forma di opposizione che osi soltanto manifestare un sentimento pacifista, come riguardo all’invasione imperialista dell’Ucraina. L’obiettivo finale è lo stesso: la conservazione sociale e l’oppressione di classe del proletariato.
Certamente si può sostenere, come nei confronti del fascismo, che l’aperta repressione che smaschera lo Stato borghese crea le condizioni più favorevoli per dissipare l’illusione del riformismo. Se, sotto la dittatura dispiegata può apparire per il proletariato più arduo il compito di organizzarsi, tuttavia risulterà meno attiva l’ala opportunista della borghesia che predica la pace sociale e soffoca il sentimento di classe dei lavoratori. Così l’aperta repressione delle lotte sindacali in Russia, impedisce perfino la formazione dei sindacati legali improntati al collaborazionismo di classe, come nei paesi occidentali. E questo può dialetticamente creare condizioni migliori per lo sviluppo della radicalizzazione dello scontro di classe.
In questo senso la Russia sta dimostrando, ancora una volta, di essere l’anello debole della conservazione capitalistica in Europa. Con la prospettiva di una terza guerra imperialista all’orizzonte, il quadro sta diventando chiaro per la classe lavoratrice russa: non c’è alternativa al disfattismo, non c’è altra strada che la rivoluzione.
Contro i leader “socialisti democratici” che avvelenano il pozzo, solo il Partito Comunista Internazionale può aprire la strada al futuro. Solo la lotta rivoluzionaria armata può liberare il proletariato russo e internazionale.
Nei commenti e studi di molti analisti militari e politici si sta consolidando la tesi di una crisi strutturale della NATO, che si sviluppa assieme ad un deterioramento progressivo e non rimediabile della situazione economica e finanziaria della potenza mondiale che ha esercitato dal dopoguerra una leadership indiscussa. Per chi studia ed analizza la dinamica dell’imperialismo con gli strumenti del materialismo dialettico, non ci sono dubbi che i due processi, economico e militare sono strettamente correlati e che il blocco monolitico che ha guidato il mondo del capitalismo si va sfaldando sotto la spinta delle contraddizioni del modo di produzione che domina il mondo intero. Le dinamiche disgregatrici interne del Capitalismo continuano ad operare, ed il suo crollo, anche se in un arco temporale superiore a quanto previsto e sperato da noi comunisti, è una certezza storica. Di pari passo le crisi economiche, finanziarie e politiche hanno scosso e scuotono ad intervalli sempre più brevi l’architettura di un mondo fondato su una pace mantenuta con la forza delle armi, della sopraffazione, del debito esercitato senza freni e dello sfruttamento.
Se crisi strutturale della NATO esiste, essa è strettamente connessa alla condizione generale degli Stati Uniti, che ne sono stati il nerbo politico-militare e la guida indiscussa per quasi 80 anni. È una crisi, quella degli USA, finanziaria per il debito contratto e gli interessi sempre crescenti, sulle alleanze internazionali non più salde come un tempo, acuita sul piano nazionale da fattori interni, tenuta e consenso sociale.
La tesi è naturalmente smentita da chi è inquadrato nei suoi ranghi con funzione politica o militare e anche da parti politiche governative negli Stati aderenti all’Alleanza. È una presa di posizione ideologica e non sostenuta da prove certe, ma che ha soltanto una solida giustificazione; le laute prebende e la carriera che consentono ai sostenitori ad ogni costo, compresa la “visibilità mondiale” che assicurano, molla formidabile in tempi in cui l’apparire conta più dell’essere, e impongono a questi figuri di dichiarare che “tout va très bien, madame la marquise”. Comunque è una dinamica che evidenzia la difficoltà da parte dei governi degli altri Stati di svincolarsi del tutto dall’oneroso impegno verso gli USA.
Non c’è bisogno di profonde analisi geopolitiche per vedere che la fase storica presente mostra che tutta l’impalcatura economica, politica e militare che per oltre 70 anni ha mantenuto l’ordine imperialistico mondiale, che è sopravvissuta al crollo dell’imperialismo sovietico, che ha visto nascere ed affermarsi un nuovo, potente competitore sulla scena mondiale, si sta sfaldando velocemente e irrevocabilmente per un nuovo ordine mondiale, come si dice da parte di politici, “opinion maker”, l’infame genia dei cantori al soldo dello Stato borghese.
Nuovo ordine che però ancora nessuno di loro riesce a definire in modo preciso, né a esercitare un’azione e un controllo certo per condurlo ad un esito di nuova organizzazione mondiale prevista o ben definita.
Da parte dei teorici e capi di stato borghesi, le buone intenzioni si sprecano; ipotesi di nuove realtà politiche che mettano un freno al disordine come appare in tutti gli ambiti delle strutture statali, politici, economici, militari, vengono sfornate di continuo a seconda dell’inclinazione o scelta di campo del politico o dell’economista di turno.
Dopo la Seconda Guerra era necessario un lungo periodo di pace tra le metropoli borghesi, che fu garantito con strumenti militari ed economici destinati a riprendere il ciclo dell’accumulazione capitalistica e a garantire ai “Vinti” di rimettere in moto le loro economie. La forza militare dei “Vincitori” era essenziale per il compito della ricostruzione, per evitare la rinascita del movimento comunista come accadde dopo la prima Grande Guerra e per mantenere l’infame divisione del mondo in “cattivi” e “buoni”, democrazie contro dittature.
Per gli Stati capitalistici sempre in sotterranea guerra tra di loro, anche quando stipulano trattati ed alleanze e giurano eterna amicizia, è necessario avere sempre dei nemici dichiarati, quelli “cattivi”, da cui difendersi. Almeno questa era la giustificazione storica.
La lezione del Congresso di Versailles del 1919 era stata ben appresa dalle Potenze democratiche che insieme alla Russia stalinista avevano trionfato sulle dittature europee e Giappone. Non micidiali tributi di risarcimento dei danni di guerra, ma nel sanguinoso ritorno ai fasti sfrenati del capitalismo era essenziale per la ripresa il tenere alla catena i produttori del rimesso in funzione ciclo capitalistico.
In questo concorsero, allineati e coperti, tutti gli Stati “vincitori” ed i loro vassalli.
La sistemazione di quell’ordine mondiale rendeva opportuno anche che il fronte bellico contro i “vinti” si rompesse subito in funzione del “nuovo ordine borghese”. L’Alleanza Atlantica fu una necessità storica cui seguì nel 1955 la costituzione del Patto di Varsavia. Creata come risposta alla NATO, un’alleanza militare tra l’Unione Sovietica e i suoi Stati satelliti (Polonia, Cecoslovacchia, Ungheria, Romania, Bulgaria, Germania Est e Albania) “per la mutua difesa”. Questa finzione di “buoni contro cattivi” divideva saggiamente (per gli interessi imperialistici) il mondo in due parti distinte. Per tutte le altre situazioni “di confine”, e per tutti gli scontri bellici ed economici, un qualche Ente sovranazionale avrebbe dovuto provvedere, tenendo ben presenti i reciproci interessi degli imperialismi. Il gigantesco sviluppo del colosso Cina era ancora ben lontano sulla scena mondiale.
Il nostro Partito non si aspettava allora, cessata la terribile guerra, una terza guerra imperialistica in tempi storicamente brevi. Conflitto che sapeva invece sarebbe scoppiato soltanto quando una nuova crisi generale dell’economia mondiale avrebbe posto all’ordine del giorno l’alternativa o guerra o rivoluzione. Questo secondo corno era scongiurato dalla liquidazione del Partito Comunista Internazionale e del primo Stato della dittatura proletaria, dalla sua sostituzione con regimi sedicenti socialisti nel nome di un “comunismo nazionale”, sanguinosa menzogna inaugurata dallo stalinismo. Il capitalismo era trionfante, senza limiti né vincoli, sul mondo intero, e tutti i movimenti di emancipazione nazionale erano controllati e spietatamente soffocati dagli Stati borghesi legati ai due imperialismi.
La divisione del mondo in zone di influenza tra le cosiddette superpotenze, fondata sull’equilibrio nucleare, resse per molti decenni, almeno nell’Europa inizialmente stremata dalla guerra e poi ricostituita economicamente ma non politicamente, fino al crollo dell’Unione Sovietica e alla conseguente disgregazione del Patto di Varsavia.
Crollato nominalmente nel 1991 l’impero della URSS e sciolto di conseguenza il Patto di Varsavia, molti degli Stati membri sono via via passati nel campo del cosiddetto Occidente libero e democratico. L’Alleanza Atlantica appariva l’istituto militare più saldo che mai, in seguito rafforzata da un sistema di alleanze internazionali dei paesi anglofoni che garantiva agli Stati Uniti il controllo politico e militare anche sul teatro del Pacifico; completato nel 2021, quando l’espansionismo cinese cominciava ad ergersi minaccioso per Stati Uniti e Giappone in quell’area.
L’ordine mondiale borghese fondato sul predominio imperialistico rappresentato militarmente dalla NATO, alleanza che nei sogni degli imbelli democratici occidentali non avrebbe avuto più ragione di esistere dopo il crollo dell’Unione Sovietica ed il suo sistema di alleanze, ha portato innumerevoli vantaggi agli Stati strutturalmente più evoluti in termini di produzione e commercio.
Ma è stato essenziale per gli Stati Uniti che hanno detenuto il monopolio della moneta di conto mondiale, un “signoraggio” formidabile per gli scambi commerciali, e per garantire la crescita di un debito immane, possibile soltanto con un predominio militare che non permettesse alcuna deviazione o modifica da quella condizione di assoluto privilegio.
Politica, economia, finanza sono state garantite da quell’apparato militare che ha spadroneggiato sul mondo per decenni e decenni. In questo quadro di stabilità fondato sul dominio finanziario e militare non sono certo mancate le crisi locali e circoscritte tra gli attori dell’Allenza senza però che mai fosse messa in discussione la sua organizzazione centrata sugli Stati Uniti. Gli interessi nazionali degli Stati che la costituivano potevano entrare, e sono entrati in collisione, ma la Nato, sotto il ferreo controllo USA non ha mai avuto contraccolpi strutturali.
Dalla crisi di Suez del 1956, con Francia e Regno Unito che si dovettero piegare al diktat americano, all’abbandono della NATO da parte della Francia di De Gaulle nel 1966, che costrinse a spostarne la sede dalla Francia al Belgio (ricordiamo che la Francia rientrò nei ranghi NATO 33 anni dopo, nel 2009), all’attacco contro la Libia di Gheddafi, decisa unilateralmente dal presidente degli Stati Uniti, il secolo trascorso ha visto divergenze profonde tra gli Alleati, in termine di spese militari, con la guerra in Vietnam, le invasioni di Grenada e Panama, la prima guerra del Golfo, e agli inizi di questo secolo la ben più grave Seconda Guerra quando Francia, Germania e Belgio di opposero all’articolo 4 del Trattato di Washington per l’applicazione della clausola di difesa collettiva e l’operazione “Desert Storm” fu ancora un atto deciso dagli USA, anche senza l’avallo di tutti gli alleati.
In effetti l’Alleanza sotto la spinta delle contraddizioni politiche che si sono nel tempo sviluppate in modo sempre più profondo, ha dovuto necessariamente ampliare il suo fronte di intervento rispetto a quello inizialmente sancito dalle clausole del Trattato, smentendo la sua pretesa natura “difensiva”.
Quando l’accordo per le forniture energetiche tra Germania, prima forza economica in Europa e la Russia ha minacciato direttamente una condizione industriale e commerciale favorevole agli Stati Uniti e la minaccia economica della Cina si è presentata in tutta la sua forza dirompente, la politica militare di equilibrio si è rotta.
I fronti di guerra tenuti nel decennio più o meno sotto controllo sono deflagrati in tutta la loro gravità e l’Alleanza Atlantica non è stata più capace di svolgere i suoi compiti istituzionali, difesa collettiva, gestione delle crisi europee ed internazionali. Il coinvolgimento nella guerra in Ucraina per liquidare definitivamente la Russia, soprattutto come partner per le forniture energetiche, dove la NATO è parte attiva nel conflitto, ma non si presenta come soggetto direttamente belligerante ne dimostra la debolezza della politica militare.
A questo si aggiunge da parte americana la richiesta di far pagare gli immani costi della guerra agli altri Stati aderenti che dovranno acquistare i sistemi bellici dagli Stati Uniti, come se questi non fossero la componente più importante dell’Alleanza. Non sono indicazioni di forza e coerenza da parte di alleati, ma evidenze che gli Stati aderenti hanno colto come segni di crisi della NATO; anche se nessuno Stato dell’Alleanza per ora sembra capace di denunciarla come morta, ed uscirne. Neanche la gravissima richiesta di inglobare nel complesso degli Stati Americani territori europei di interesse strategico per le rotte polari aperte dal cambio climatico, addirittura con la minaccia di invasione armata, hanno condotto alla rottura.
Sul piano militare la situazione appare in stallo. Anche se la NATO avrà cessato la sua funzione, noi comunisti siamo convinti che i fronti bellici a grandi linee si siano già delineati. Certo non sarà una fantomatica Unione Europea ad esprimere un esercito unitario, sotto non si sa bene quale comando, e nella prossima possibile Grande Guerra non è detto che tutti gli Stati europei si troveranno schierati sullo steso fronte, o che alcuni non lo cambieranno nel corso stesso.
Se è abbastanza prevedibile l’aspetto bellico che dovrà nascere dalla crisi dell’Alleanza militare più longeva del dopoguerra, anche la crisi economica che ha il suo epicentro negli Stati Uniti mostra chiari segni di gravi difficoltà, se non proprio di manifesta crisi.
Qui il sistema sempre più costoso da finanziare non ha consentito margini come nel passato, con incentivi, cooperazione e garanzie di stabilità. La politica estera americana ha virato vero la minaccia e l’utilizzo poi di strumenti coercitivi e aggressivi, detassazione per le aziende europee che si trasferissero negli USA, e dazi con i quali si pensa di riequilibrare i flussi commerciali a favore delle produzioni nazionali. Le reazioni sono state ritorsioni, fratture diplomatiche, incertezze sulle politiche degli scambi internazionali. Ma, almeno per ora, e crediamo neppure per i tempi futuri, si accenderà uno scontro definitivo tra gli Stati occidentali nel campo dell’economia e della finanza. L’esempio più chiaro è dato da quello che Germania ha dovuto subire: prima la riduzione e poi la liquidazione dello stretto rapporto economico con la Russia, fecondo di potenti sviluppi produttivi e commerciali. Senza troppe esitazioni si è dovuta accodare ai voleri degli USA.
Lo scontro avverrà con l’altro grande gigante che si sta imponendo sulla scena mondiale. E l’ex imperialismo russo dovrà questo seguire.
Un indicatore significativo della gravità della condizione finanziarie americana è la differenza tra gli investimenti esteri negli USA e quelli USA nel resto del mondo. Ad oggi questo scarto quota 27.610 miliardi di dollari, cioè la differenza tra quanto gli Stati Uniti importano di capitali e di quanto esportano nel testo del mondo. È l’altra componente del “Saldo delle Partite Correnti” (la prima essendo il saldo di beni e servizi); una cifra immane anche per un colosso come gli USA. Una simile passività indica che l’economia americana dipende in modo drammatico dai capitali esteri, che devono assolutamente rimanere negli Stati Uniti, ed inoltre mostra come il loro sistema finanziario sia esposto alle decisioni degli investitori esteri.
Si spiega così la necessità assoluta da parte del governo americano da un lato di mantenere ad ogni costo un ferreo dominio militare che non renda praticabili queste possibilità e dall’altro cercare di ridurre quanto più possibile l’immane disavanzo scaricando quindi sulle spalle non solo degli altri creditori mondiali ma anche degli alleati NATO, la gigantesca contraddizione.
Secondo una favola propalata dalle gazzette dei regimi borghesi a favore dei rincoglioniti amanti della pace, sarebbe bastato che un presidente degli Stati Uniti abbia espresso senza ambiguità e sottintesi la volontà di dominio degli USA per scatenare un simile sconquasso mondiale. In realtà simili sceneggiate di morte vengono da ben più lontano, e non è certo un burattino sanguinario a mettere in moto gli avvenimenti e le crisi.
La nostra dottrina ci insegna che sono i fatti materiali a “scegliere” gli uomini, nel senso che questi emergono quando le forze storiche hanno preso una direzione precisa. Dopodiché gli “uomini” paiono guidarle verso un esito volontario. I Presidenti americani, prima dell’attuale così discusso e vituperato hanno seguito, per la loro parte, e per le forze materiali operanti, la strada “assegnata”. Certo ognuno di loro ha operato secondo la propria natura ed inclinazione, ma su un “canovaccio” già definito.
E questo vale per tutti i “Grandi Uomini” e “Capi” che operano nel gran teatro mondiale di Stati e Consessi, sui quali la pubblica opinione riversa lodi sperticate o infamie orribili: a seconda del vento e delle sotterranee orchestrazioni dei sacerdoti dei Capitali nazionali.
Per questa nostra cocciuta convinzione non abbandoniamo la fiducia che gli oggi inconsapevoli eredi della classe che dette oltre un secolo fa l’assalto al Cielo, in un prossimo domani fermi lo scatto mortale della Terza Guerra tra gli Stati.
Il conflitto tra India e Pakistan affonda le radici nella spartizione imperialista del subcontinente, formalizzata nel 1947 sotto l’imperialismo britannico in ritirata. L’India coloniale, unificata sotto dominio britannico, fu smembrata secondo criteri confessionali imposti dall’alto, creando Stati borghesi su basi religiose: l’India a maggioranza indù, il Pakistan a maggioranza musulmana.
Nel quadro di tale partizione, ai principati riconosciuti dall’impero britannico fu lasciata la « libertà » di scegliere a quale Stato aderire. Nel caso del Kashmir – a maggioranza musulmana, ma con sovrano indù – la decisione fu forzata: l’India inviò truppe, sancendo l’annessione manu militari. Il Pakistan reagì con la guerra. Da allora, la regione è epicentro di tensioni armate e repressioni, con la popolazione civile stritolata tra due borghesie nazionali concorrenti. La cosiddetta Linea di Controllo (LoC), emersa dalla guerra del 1947-48, resta una frontiera militare de facto, non riconosciuta da entrambe le parti.
Il nazionalismo borghese non si è limitato a un solo territorio. Nel 1965 il Pakistan lanciò l’Operazione Gibilterra, tentando di fomentare l’insurrezione musulmana in Kashmir. Nel 1971, con la guerra per il Bangladesh, si aprì un nuovo fronte: l’India sostenne la secessione del Pakistan orientale, contribuendo alla disfatta pakistana e alla nascita di un nuovo Stato.
La linea Durand, delineata nel 1893 dall’imperialismo britannico tra India e Afghanistan, rappresenta un confine tracciato non su basi etniche o storiche, ma con la forza degli strumenti bellici britannici, separando il popolo pashtun in due entità. La città pashtun di Peshawar fu inglobata nel territorio coloniale, mentre l’Afghanistan perse una base demografica tradizionale. Oggi, la popolazione pashtun del Pakistan supera quella afghana, generando un irredentismo che rivendica il Khyber Pakhtunkhwa e il Balochistan. (o Belucistan); nessun governo afghano, monarchico, repubblicano o talebano, ha mai accettato la linea Durand come frontiera definitiva.
Pashtun, Balochi (Beluci) e complessità regionali
Dunque, l’attuale assetto tra Afghanistan, Pakistan e Iran si regge su equilibri provvisori, eredità di frontiere coloniali artificiali e Stati borghesi incapaci di unificare organicamente le proprie masse.
La regione del Khyber Pakhtunkhwa, antica Provincia della Frontiera del Nord-Ovest, rappresenta un laboratorio di conflitto permanente. Con circa 35 milioni di abitanti, prevalentemente pashtun, e un tasso di povertà del 39%, funge da cuscinetto strategico tra Afghanistan e Pakistan. Gli indicatori socioeconomici sono allarmanti: l’alfabetizzazione femminile è al 27%, l’accesso all’acqua potabile riguarda meno della metà della popolazione.
I talebani, tornati al potere dopo il collasso dell’occupazione statunitense, rappresentano una forma di nazionalismo pashtun in veste religiosa. Pur evitando dichiarazioni esplicite sull’unificazione etnica, mantengono un legame strutturale con i talebani pakistani (Tehrik-i-Taliban Pakistan, TTP), con lo scopo di destabilizzare l’autorità pakistana nel Khyber Pakhtunkhwa. Dal 2008, questi ultimi sono stati classificati come « terroristi » da Islamabad, ma la repressione non ha fermato gli attacchi.
L’India ha storicamente sfruttato queste tensioni per indebolire il Pakistan, suo rivale strategico. Dal 2002, Delhi ha investito oltre 3 miliardi di dollari in Afghanistan: la diga di Salma a Herat, il parlamento a Kabul e numerose strade che collegano direttamente l’Afghanistan all’Iran, senza transitare dal Pakistan. Islamabad interpretò queste operazioni come un tentativo di « accerchiamento strategico ». Delhi ha inoltre mantenuto rapporti con gruppi separatisti balochi, offrendo sostegno diplomatico, finanziario e, secondo fonti pakistane, anche militare.
La Cina ha introdotto ulteriore complessità con il Corridoio Economico Cina-Pakistan (CPEC), parte della Belt and Road Initiative, con investimenti previsti per 62 miliardi di dollari. Il porto di Gwadar in Balochistan gestito da China Overseas Port Holding Company, è diventato fulcro del progetto. Per la Cina, la stabilità del Pakistan è oggi una priorità; per l’India, il CPEC rappresenta una minaccia alla propria sovranità regionale.
A questo quadro si aggiunge la questione dei balochi. Come i pashtun, sono un popolo diviso: la maggioranza vive in Pakistan, una minoranza in Iran, e una quota marginale in Afghanistan. Il Balochistan pakistano, regione più estesa e povera del paese, presenta contraddizioni: possiede risorse minerarie enormi, ma il 63% della popolazione vive sotto la soglia di povertà.
Le principali formazioni baloche includono il BLF (Fronte di Liberazione del Balochistan il BLA (Esercito di Liberazione del Balochistan) e Jaish al-Adl sul fronte iraniano. In Pakistan, i militanti balochi attaccano sistematicamente infrastrutture e progetti cinesi: dal 2018 hanno colpito il consolato cinese a Karachi, la borsa valori e convogli di tecnici cinesi, costringendo Pechino a rivedere le tempistiche del CPEC.
La minaccia nucleare e l’equilibrio dell’annientamento
Il possesso di armi nucleari da parte di India e Pakistan ha modificato qualitativamente la natura delle crisi nella regione, introducendo un fattore di deterrenza che trasforma il rischio di guerra senza eliminarlo. I test nucleari del 1998 hanno ufficializzato questa realtà, e da allora ogni crisi militare si è sviluppata sotto l’ombra di un potenziale olocausto nucleare.
L’India ha adottato una dottrina di “Non Primo Uso”, impegnandosi a usare armi nucleari solo in risposta a un attacco dello stesso tipo. Il Pakistan, al contrario, rifiuta tale impegno per compensare la propria inferiorità convenzionale, mantenendo aperta la possibilità di un impiego preventivo anche sul campo di battaglia.
Il programma nucleare pakistano, sviluppato con il sostegno materiale della Cina, si basa su una dottrina di deterrenza a tutto campo che prevede il dispiegamento di armi nucleari tattiche, concepite come armi da guerra utilizzabili in operazioni limitate. Questo approccio mira a neutralizzare la strategia indiana del Cold Start, basata su interventi militari rapidi prima che la diplomazia internazionale possa intervenire.
L’illusione della deterrenza come fattore di « stabilità » è un’aberrazione della propaganda imperialista. In realtà, il capitalismo armato non conosce stabilità, ma solo equilibrio instabile fondato sulla minaccia di distruzione totale.
L’evoluzione delle reti terroristiche
Le recenti operazioni militari contro infrastrutture jihadiste in Pakistan hanno evidenziato che l’apparato terroristico islamico è parte stabile dell’economia e del sistema repressivo dello Stato pakistano.
Organizzazioni come Jaish-e-Mohammed (JeM) operano con logiche simili alle mafie, fondendo attività legali e illegali. Il comando è nelle mani della famiglia Azhar. Masood Azhar, rilasciato nel 1999 dopo il dirottamento di un aereo civile indiano, fondò JeM nel 2000, stabilendo legami con talebani afghani, Al-Qaeda e settori dell’intelligence pakistana (ISI).
Il gruppo non opera in totale clandestinità. Possiede madrase, centri di addestramento, immobili, aziende di facciata, testate giornalistiche e una rete « umanitaria » con Al Rahmat Trust, formalmente vietata ma attiva. Il complesso Markaz Subhan Allah a Bahawalpur ne è esempio: formalmente scuola religiosa, è in realtà centro operativo di JeM, raddoppiato dopo il 2022, quando il Pakistan fu rimosso dalla lista grigia del Financial Action Task Force.
Anche Lashkar-e-Taiba (LeT), fondato nel 1990 con l’appoggio di Osama bin Laden, segue uno schema simile. Gestisce, tramite la copertura caritatevole Jamaat-ud-Dawa, una rete di scuole, cliniche e centri di assistenza, rafforzando radicamento sociale e reclutamento continuo.
Contro-insurrezione in India: privatizzazione della repressione
Mentre le analisi si concentrano sui gruppi armati sostenuti dal Pakistan, l’India ha sviluppato un proprio apparato para-statale di repressione, particolarmente evidente nella lotta contro i movimenti maoisti nelle aree rurali e tribali. Il « corridoio rosso » – fascia di territorio che attraversa Chhattisgarh, Jharkhand, Odisha, Bihar e Andhra Pradesh – è diventato laboratorio di una sofisticata brutale privatizzazione della violenza di Stato esercitata da milizie private.
Dal 2005, con l’ »Operazione Green Hunt », lo Stato indiano ha mobilitato non solo reparti regolari come la Forza di Polizia Centrale di Riserva (CRPF), ma ha creato e finanziato milizie « civili » come la Salwa Judum nel Chhattisgarh. Reclutati tra membri delle stesse comunità tribali, spesso sotto coercizione o in cambio di privilegi economici, questi gruppi hanno condotto operazioni di « terra bruciata » nei villaggi sospettati di sostenere la guerriglia.
La Salwa Judum, dichiarata illegale dalla Corte Suprema nel 2011, è stata sostituita da nuove formazioni come il District Reserve Group (DRG) e il Battalion 241. Secondo rapporti di organizzazioni per i diritti umani, oltre 500 villaggi sono stati evacuati forzatamente e almeno 50.000 adivasi (popolazioni tribali) sfollati. Nel solo Chhattisgarh, più di 600 esecuzioni extragiudiziali sono state documentate tra il 2018 e il 2023. L’operazione mira a liberare territori ricchi di risorse naturali per le multinazionali minerarie, contrastando la resistenza dei movimenti contadini locali.
Negli ultimi mesi, si è osservato un intensificarsi del conflitto armato, che dura ormai da 60 anni. Tale escalation si è manifestata in una vasta operazione militare, che ha portato all’uccisione del segretario generale del PCI-Maoista, Nambala Keshav Rao, di oltre 400 ribelli e alla resa di oltre 700.
Internazionalizzazione del jihadismo
Nel contesto della disgregazione statuale e del riassetto imperialista in Asia, la recente convergenza tra gruppi jihadisti del subcontinente indiano e organizzazioni terroristiche mondiali rivela la costruzione di una rete armata transnazionale.
Ad aprile 2025, pochi giorni prima dell’attacco a Pahalgam, una delegazione di Hamas è stata ospitata nel complesso Markaz Subhan Allah a Bahawalpur, centro operativo di Jaish-e-Mohammed. All’incontro parteciparono membri dell’Inter-Services Intelligence (ISI) e il capo del governo del Kashmir pakistano. Due mesi prima, a Rawalkot, una « Conferenza sulla solidarietà con il Kashmir e l’operazione Al-Aqsa » aveva visto la presenza di rappresentanti di Hamas, Lashkar-e-Taiba, Hizbul Mujahideen e JeM.
Il ritorno al potere dei talebani in Afghanistan ha dato nuova linfa al jihadismo transfrontaliero. Almeno tre campi di addestramento nelle province di Nangarhar e Kunar sono gestiti congiuntamente da talebani afghani e gruppi jihadisti pakistani, accogliendo reclute di diverse nazionalità in una sorta di « internazionale reazionaria » islamista.
BRICS e il mito dell’alternativa « multipolare »
Il conflitto tra India e Pakistan espone le contraddizioni interne al blocco BRICS+, dimostrando i limiti della sua pretesa di rappresentare un’alternativa « multipolare » all’ordine imperialista occidentale. Il BRICS non è un fronte anti-imperialista, ma un cartello interstatale di potenze imperialistiche con interessi divergenti.
L’India, membro fondatore del BRICS, è in stato di guerra aperta con il Pakistan, alleato strategico della Cina, altro pilastro del blocco. Questa frattura paralizza ogni ipotesi di cooperazione militare interna al BRICS. Il Corridoio economico Cina-Pakistan (CPEC) attraversa territori contesi tra India e Pakistan, e ogni escalation mette a rischio gli investimenti cinesi.
L’Iran ha tentato di proporsi come mediatore, ma la sua posizione è indebolita dalla lealtà della Cina al Pakistan. La Russia, più vicina all’India, mantiene un atteggiamento ambiguo, chiedendo « moderazione » e denunciando « forze esterne ». Il BRICS afferma di rappresentare oltre il 40% della popolazione mondiale, ma queste cifre mascherano il fatto che la forza demografica non si traduce in coesione strategica.
L’attacco di Pahalgam e l’escalation
Il 22 aprile 2025, nella località turistica di Pahalgam, nel Kashmir indiano, un gruppo armato ha ucciso 26 persone — 25 turisti indiani e un cittadino nepalese — in un’operazione pianificata per massimizzare l’impatto politico e psicologico. Gli attentatori chiedevano alle vittime di recitare la shahada o di dimostrare la circoncisione, uccidendo chi si rifiutava. L’azione è stata rivendicata dal The Resistance Front (TRF), gruppo emerso nel 2019 dopo l’abrogazione dell’articolo 370 che revocava l’autonomia del Kashmir.
Secondo fonti indiane e americane, dietro il TRF agisce Lashkar-e-Taiba (LeT), sostenuta dall’apparato militare pakistano attraverso l’ISI. L’attacco ha mostrato una sofisticazione notevole: armi standard NATO, movimenti sincronizzati e comunicazioni criptate, indicativi di addestramento militare avanzato.
L’obiettivo era anche economico: colpire il turismo, motore della normalizzazione capitalistica del Kashmir, dal momento che nel 2024, oltre 1,8 milioni di turisti avevano visitato la regione.
Dopo l’attacco, il premier Narendra Modi ha concesso “carta bianca” all’esercito, espulso diplomatici pakistani, chiuso il confine di Attari e sospeso unilateralmente il Trattato sulle acque dell’Indo. Il Pakistan ha risposto con misure simmetriche, convocando l’Autorità di Comando Nazionale che sovrintende all’arsenale nucleare.
Operazione Sindoor e battaglia aerea
Il 7 maggio 2025, l’India ha lanciato l’”Operazione Sindoor”, una serie di attacchi aerei e missilistici contro nove siti in territorio pakistano identificati come « infrastrutture terroristiche ». Il nome, tratto dalla polvere rossa usata dalle donne indù sposate, mira a sacralizzare la guerra, fondendola con religione e « onore nazionale ».
Gli obiettivi includevano i campi Sawai Nala e Syedna Belal (Muzaffarabad), Gulpur e Abbas (Kotli), Barnala (Bhimber), e i centri strategici Markaz Taiba (Muridke) e Markaz Subhan (Bahawalpur). Secondo fonti ufficiali, l’azione ha causato circa 70 morti tra i « terroristi » ed è durata meno di mezz’ora.
Il Pakistan ha risposto con l’Operazione Bunyan Al Marsoos (« Muro impenetrabile »), affermando di aver abbattuto cinque caccia indiani. Ne è seguita la più grande battaglia aerea in Asia meridionale dalla guerra del 1971, con circa 50-60 aerei coinvolti.
L’aeronautica pakistana ha utilizzato J-10C e F-16 con missili PL-15E, capaci di colpire a 145 km. Detriti di un Dassault Rafale indiano sono stati trovati presso Bathinda: si tratta della prima perdita in combattimento di un Rafale nella storia.
Lo scontro ha evidenziato il dominio del combattimento Beyond Visual Range (BVR) e l’uso esteso di guerra elettronica, generando quella che una fonte pakistana ha definito “una nebbia elettromagnetica di guerra”.
Tregua e disinformazione
Il 10 maggio 2025, un cessate il fuoco è stato annunciato con mediazione statunitense. Donald Trump ha rivendicato il merito, mentre il Segretario di Stato Rubio ha confermato il coinvolgimento diretto di Washington, citando « informazioni credibili » su un’escalation imminente.
Il conflitto ha innescato una guerra di disinformazione senza precedenti. Filmati tratti da videogiochi come Arma 3 sono stati diffusi come prove di attacchi. Il Pakistan ha riciclato immagini di esercitazioni; l’India ha usato video di bombardamenti in Siria, spacciandoli per operazioni in Pakistan. Sui social, milioni di utenti hanno condiviso contenuti manipolati, rendendo indistinguibili fatti e finzioni.
Prospettive attuali
Il cessate il fuoco ha interrotto la fase acuta del conflitto, ma le contraddizioni restano irrisolte. Kashmir, corridoi strategici, tensioni etnico-religiose e instabilità regionale continuano ad alimentare il potenziale bellico. L’area resta un teatro complesso, dove milizie jihadiste, separatismi e traffici d’armi si intrecciano con Stati in competizione.
Il BRICS, incapace di fermare il conflitto tra due suoi membri di punta e paralizzato dalle contraddizioni interne, non ha offerto un’alternativa concreta. L’intervento americano ha prodotto una pausa utile a riorganizzare le forze. Il proletariato, in India come in Pakistan, non ha interesse in queste guerre tra borghesie nazionali. Il nemico non è il popolo oltre il confine, ma la classe dominante interna. La lotta di classe internazionale resta l’unica alternativa alla spirale di guerra e dominio.
Il testo che riproponiamo è la logica continuazione del lavoro apparso nel numero 436 nella rubrica « Riprendendo la questione sindacale »; il titolo contiene in sé il bilancio storico di un intero ciclo di lotte gettando contemporaneamente – potenza della dialettica materialista – un ponte per la ripresa delle lotte future.
Il 1992 fu un anno denso di avvenimenti per la storia del movimento operaio italiano: il 31 luglio la Triplice, Confindustria ed il Governo (guidato da Giuliano Amato) firmarono il primo dei famigerati Accordi Interconfederali per la « politica dei redditi, la lotta all’inflazione e il costo del lavoro »; vere e proprie abdicazioni delle lotte in difesa delle condizioni di vita e lavoro della classe operaia. Il proletariato non rimase a guardare ed esplose in violente contestazioni dei sindacati di regime, inaugurando in quell’autunno quella che passò alla storia con il nome di « stagione dei bulloni ».
Analizziamo in sequenza questo chiarissimo testo.
Nei primi 3 punti si stabiliscono le cause (la crisi economica che portò al crollo della Lira) che portano gli sgherri del capitale a piegare nuovamente la testa di fronte all’ennesima richiesta di « sacrifici per il bene della Nazione »; si passa a ristabilire la tesi marxista fondamentale secondo la quale tutti gli « eserciti (tutti gli apparati dello Stato) sono alleati contro il proletariato » per poi concludere la veloce esposizione con la ribattitura del chiodo tattico: la Triplice è stata assoldata dalla borghesia ed è inutilizzabile ai fini della lotta di classe, anche se all’interno della CGIL (apparentemente ancora un sindacato conflittuale) si muove una corrente politica cosiddetta di « sinistra sindacale » che in realtà ha il fondamentale compito di far fessi i lavoratori più combattivi (punto 5).
Come reagire a questa situazione tremenda? Con la ricostituzione del Sindacato di classe, il cui obiettivo (punto 6) non può che essere la difesa intransigente di ogni gruppo di sfruttati che chiede un pezzo di pane; rinascita che non può avvenire con un gioco di poltrone e sciocche pedine ai vertici (come – riprendendo il filo rosso del tempo – si provò ad attuare all’inizio degli anni ’70 del ‘900), ma con il metodo di scioperi con una durata non determinata in partenza e senza preavviso (punto 7).
Come dovrà organizzarsi il Sindacato? La ricetta non nasce – ancora e sempre – da un costrutto intellettuale di una conventicola di illuminati individui, ma sorge dialetticamente dallo svolgersi del corso storico e dalla sua intellezione da parte dell’organo Partito: non mitico Sindacato dei Consigli con proletari costantemente divisi per fabbrica, ma Camere del Lavoro in cui i proletari potranno ritrovarsi senza distinzione di mansione. Non un’organizzazione di mandarini di professione ma di proletari che dedichino volontariamente le proprie energie alla difesa della propria classe.
Il testo si conclude quindi con i principii che dovranno – perché materialmente devono – ispirare il Sindacato di classe, presupposti di così grande chiarezza a cui lasciamo il lettore.
Indirizzo per la rinascita del sindacato di classe
(da « Il Partito Comunista », n. 205, 1992)
1. L’approfondirsi della crisi economica del capitalismo spinge il padronato a scaricarne i dolorosi effetti sui lavoratori. Finito in tutti i paesi il ciclo di enormi profitti per le classi agiate, che consentivano alcuni minimi ed effimeri miglioramenti salariali e normativi, per altro ottenuti con dure lotte costate decine di morti negli scontri fra scioperanti e polizia, oggi bruscamente il capitale e il suo Stato premono per precipitare i lavoratori nella miseria e nella insicurezza più totale. Questo attacco è portato dagli Stati ai lavoratori contemporaneamente in tutti i paesi, d’Europa e fuori, dell’Est come dell’Ovest, dei paesi poveri come di quelli cosiddetti « ricchi ».
2. Per impedire la spontanea reazione difensiva dei lavoratori sono schierate tutte le forze del regime borghese, dal Governo alle polizie alla televisione alla stampa, che sono e saranno sempre pronti a qualsiasi violenza, intimidazione e menzogna per difendere i privilegi dei capitalisti, fosse pure riducendo la classe operaia alla disperazione e alla fame.
3. Strumenti indispensabili per contrastare la mobilitazione degli sfruttati sono divenuti i Sindacati riconosciuti ufficialmente dallo Stato, confederali e autonomi, le cui azioni pratiche sono venute a coincidere con quelle di una polizia speciale contro i lavoratori.
La CGIL, che rinasceva nel dopoguerra ereditando dai sindacati fascisti la ideologia corporativa dell’interesse nazionale al quale i lavoratori tutti si dovrebbero sottomettere, negli ultimi decenni è diventata sempre più chiusa alle richieste di difesa e di lotta degli operai, che sempre più spesso dovevano rinunciarvi e subire le angherie padronali, i licenziamenti ecc., o organizzarsi e scioperare al di fuori di essa. Questo progressivo rendersi inutilizzabile della CGIL (mentre CISL e UIL lo sono dalla nascita), è divenuta oggi confermata, totale e irreversibile.
Davanti agli occhi di tutti CGIL-CISL-UIL e regime borghese sono ormai una cosa sola.
4. Si impone quindi oggi agli sfruttati la ricostruzione del proprio forte, fedele e combattivo SINDACATO DI CLASSE, espressione permanente dell’odio degli oppressi verso la loro condizione e delle loro lotte di resistenza alla sconfinata bramosia dei capitalisti. Una organizzazione che emani dalla classe lavoratrice e solo ad essa risponda, che non si assuma responsabilità alcuna nei confronti delle classi borghesi, della loro economia e della loro nazione essendo il suo scopo dichiarato difendere i lavoratori contro di esse.
Di fronte all’attacco capitalista che è coordinato ed unitario i lavoratori si presentano divisi, per fabbriche, categorie, località: solo in un Sindacato di Classe esteso e spontaneamente disciplinato nelle azioni possono presentarsi uniti allo scontro.
Per raggiungere la massima mobilitazione il Sindacato di Classe ha sempre reclutato non sulla base di una determinata ideologia, ma chiunque si trovi nella condizione oggettiva di lavoratore, indipendentemente dalle sue simpatie politiche. Alla classe occorrono le funzioni sia del Sindacato sia del suo Partito politico, che sono però diverse sebbene complementari e richiedono organizzazioni distinte. Ipotizzare la costituzione di un Sindacato formato di soli comunisti, o di un’organizzazione ibrida a metà strada fra Sindacato e Partito, sarebbe condannarlo fino dalla nascita all’impotenza ed abbandonare a se stessa, cioè al sindacalismo di regime, la maggioranza del proletariato. Per converso pretendere la « indipendenza dei partiti », nel senso di impedire l’adesione e la parola ai lavoratori militanti di partito, significherebbe consegnare il Sindacato al « partito diffuso » della ideologia borghese dominante che si infiltra per cento vie anche fra gli operai.
5. La cosiddetta « sinistra sindacale », manovrata dall’interno delle gerarchie confederali, con enunciazioni equivoche e apparentemente combattive, cerca di convincere i lavoratori a confidare ancora nei sindacati del regime. Lo scopo reale è seminare confusione per ritardare la vera riorganizzazione e mobilitazione generale. La sinistra sindacale, con la sua richiesta tipica di « democrazia nel sindacato » inganna i lavoratori. Non è che il sindacato si è venduto ai padroni perché non risponde abbastanza alla base; al contrario, non può più ubbidire ai lavoratori perché è passato, e per sempre, dalla parte dei padroni. Indurre quindi gli operai ad impegnarsi per ottenere ascolto da questi dirigenti è solo una manovra dilatoria.
6. SCOPO del Sindacato di Classe è la difesa delle condizioni di vita e di lavoro della classe operaia. Si intende questa nel suo significato più ampio di insieme di prestatori d’opera, non proprietari degli strumenti del loro lavoro, qualunque sia la forma di retribuzione: comprende quindi manuali e intellettuali, produttivi e improduttivi, dipendenti da un padrone individuale, da una cooperativa di padroni, dallo Stato. Sono esclusi i membri delle altre classi, cioè capitalisti anche piccoli e minimi (artigiani e contadini) e strati attraversanti più classi (inquilini, studenti, ecc.). Sono invece organizzati i pensionati e i disoccupati, non separatamente ma nella rispettiva categoria di provenienza.
RIVENDICAZIONI dei lavoratori che il Sindacato di Classe fa sue tradizionalmente tendono alla difesa dei salari, con speciale considerazione per i livelli più bassi, la riduzione dell’orario di lavoro, la difesa dei pensionati e dei disoccupati per i quali si chiede un salario sufficiente alla sopravvivenza delle loro famiglie.
7. I MEZZI che il Sindacato di Classe si prepara ad usare per imporre le sue rivendicazioni alla classe padronale e al suo Stato si riducono all’azione diretta dei lavoratori in iniziative di sciopero senza limiti di estensione, adeguato all’asprezza della resistenza borghese. È da respingere per principio l’affidare la condizione operaia al risultato di referendum cui partecipano tutte le classi così come al voto del parlamento borghese e alle sentenze dei tribunali. Il migliore dispiegarsi della forza della classe si ha nella mobilitazione generale e ad oltranza di tutte le categorie, nel rigetto delle regolamentazioni oggi imposte dalla borghesia e accettate dai sindacati di regime, dalle limitazioni nel tempo e nello spazio all’obbligo dei preavvisi, dei sevizi minimi e della sospensione degli scioperi durante le trattative.
Al Sindacato di Classe è indispensabile una organizzazione territoriale esterna ai luoghi di lavoro (nella tradizione delle Camere del Lavoro) dove le rappresentanze di fabbrica e i singoli lavoratori dispersi in piccole e piccolissime unità produttive si possano regolarmente incontrare, rafforzarsi e coordinare le iniziative.
Le RSU e le RSA conservano necessariamente una visione limitata all’ambito aziendale che può essere molto parziale se non in contrasto con la necessità del movimento in generale: è per questo un errore porle sullo stesso piano del Sindacato di Classe e preconizzare una rete delle varie RSU e RSA organizzata indipendentemente, in parallelo o in alternativa, al Sindacato. È attraverso l’organizzazione in Sindacato che i lavoratori superano la limitatezza della fabbrica e poi anche del settore e della categoria, per arrivare a mobilitarsi come classe in difesa di interessi comuni.
8. Non esistono ricette organizzative che garantiscano del corretto indirizzo di classe. In questo senso la richiesta di applicazione dei principi della democrazia sindacale (assemblee deliberanti, consultazioni e referendum) non risolve il problema della ricostruzione dell’organizzazione sindacale classista. In situazione di riflusso il responso della base può essere molto controverso e fuorviante, se non addirittura contrario agli interessi della classe; d’altronde non possono essere messi sullo stesso piano lavoratori in lotta e crumiri, strati operai combattivi e aristocrazie operaie o impiegatizie che possono mirare a dividersi dal movimento per difendere interessi particolari. È inoltre da prevedere che lo Stato borghese, quando si troverà di fronte ad una risoluta tendenza alla riorganizzazione di classe, ricorrerà alle sue tipiche sperimentate provocazioni e alla repressione violenta. Tale processo di riorganizzazione potrà non svolgersi dunque in un clima pacifico o di legalità, ma in un ambiente di aperta repressione statale e di duro scontro sociale che potrà anche richiedere forme adeguate per la sua protezione.
9. PRINCIPI del Sindacato di Classe:
a) tendere alla solidarietà fra lavoratori di tutte le categorie per opporsi alle divisioni imposte a loro svantaggio dalla società borghese;
b) il Sindacato di Classe non si fa carico della difesa dell’economia nazionale né delle finanze dello Stato borghese e nemmeno propone soluzioni alternative alla loro crisi nel rispetto di una « giustizia contributiva » che in questa società è inipotizzabile. Se lo Stato è costretto ad attaccare la piccola borghesia ne lasci ad esso la responsabilità: il Sindacato di Classe si attesta sulla difesa intransigente della classe operaia;
c) lotta per la uguaglianza salariale e normativa, a parità di lavoro, per età, razze, sessi, nazionalità, religioni, lingue diverse;
d) ha come obbiettivo la solidarietà internazionale dei lavoratori, intesa non come enunciazione sentimentale o astratta, ma come prospettiva di comuni fini, lotte e organizzazione;
e) considera che le capacità di fatto a scioperare e ad organizzarsi proviene non da diritti assicurati di Leggi o Costituzioni, ma dai reali rapporti di forze fra le classi: è possibile tanto che venga vietato uno sciopero legale, quanto che si affermi un sindacato clandestino. Accettare le leggi sull’autoregolamentazione degli scioperi per ottenere il riconoscimento formale da parte dello Stato è un grave errore perché il padronato e lo Stato non riconosceranno mai, nei fatti, se non costretti dalla forza, un sindacato che veramente li combatta; la rappresentatività reale si può acquisire soltanto con l’adesione e la mobilitazione dei lavoratori su di una linea intransigente di classe;
f) la organizzazione sindacale deve essere separata e opposta alle strutture padronali e aziendali e deve essere finanziata dai soli lavoratori. La riscossione a mezzo delega al padrone è da respingere decisamente in quanto implica la consegna dell’elenco degli iscritti al nemico di classe e fa transitare i mezzi finanziari del Sindacato dalle sue mani;
g) nella sua vera tradizione la milizia sindacale è svolta da semplici lavoratori, dopo l’orario di lavoro a loro spese e sacrificio. L’uso eccessivo di funzionari stipendiati, dei distacchi, delle assemblee in orario retributivo, ma fatte sotto gli occhi del padrone e delle sue spie, solo apparentemente facilitano l’organizzazione e sono utilizzati spesso come forma di corruzione, di intimidazione e ricatto;
h) respingendo pregiudizi ed erronee spiegazioni sulle cause della degenerazione dei sindacati del regime, il Sindacato di Classe deve addivenire ad un organismo unico nazionale, strutturato e centralizzato, al quale i proletari volontariamente aderiscono nella ricerca di una azione coordinata per comuni obbiettivi. Per il suo funzionamento gli sono indispensabili organi esecutivi permanenti che soli possono assicurare rapidità e unicità di decisioni nella azione. Il necessario controllo della fedeltà dei dirigenti all’interesse di classe e la selezione della migliore linea di politica sindacale è una capacità che la classe deve sviluppare, ma che non la porta alla conclusione suicida di privarsi dei suoi indispensabili strumenti organizzativi;
i) il Sindacato di Classe ha presente che vero e duraturo sollievo dalle sofferenze degli sfruttati si avrà solo con l’emancipazione piena dal lavoro salariato, obbiettivo generale che esso persegue.
La Frazione Sindacale del Partito Comunista Internazionale
C’è una illusione piccolo borghese che ha preso campo nel turbolento mondo del software: la fantasia che si possa combattere una piccola guerra di stampo anarchico contro il capitale operante nell’industria del software, sviluppando e promuovendo alternative open source alle soluzioni protette dalla proprietà intellettuale senza superare il capitalismo nel suo complesso.
I programmi open source sono quelli il cui uso è disponibile pubblicamente, e disponibile è anche il codice sorgente che consente modifiche, aggiunte e miglioramenti a chiunque sia in grado di operarci per produrre programmi funzionanti o miglioramenti.
Naturalmente si tratta di un’idea inconsistente perché il capitalismo è produzione generalizzata di merci, le cui leggi economiche intrinseche esercitano un’influenza ferrea su tutta la società che trasforma quasi tutto ciò che viene prodotto in merci, dirotta, muta e rivoluziona ogni processo produttivo e non si ferma finché il mondo intero non è diventato un mercato. Il software per computer non fa certo eccezione.
Quello dell’open source è un movimento, sviluppatosi negli anni ’80 che non si cura minimamente della natura borghese della proprietà dei beni materiali e di quelli detti “intellettuali”. L’obiettivo dichiarato degli attivisti che vi partecipavano era quello di lottare in favore dei piccoli imprenditori contro i giganti e i monopoli malvagi e spietati come IBM, che dominavano il panorama tecnologico di quegli anni.
Nel corso degli anni si è discusso molto delle aziende che « restituiscono alla comunità ». Al fine di promuovere lo sviluppo di software open source chiave, molte grandi aziende oggi contribuiscono con donazioni finanziarie attraverso varie organizzazioni no profit come la Linux Foundation e la Mozilla Foundation. Questa situazione è vantaggiosa per lo status quo, poiché è più economica rispetto all’assunzione di sviluppatori interni. Oggi, le grandi aziende, che dispongono del capitale necessario per farlo, hanno assunto propri team interni di lavoratori che contribuiscono a progetti open source. Si tratta di progetti che sono diventati così critici a causa della loro onnipresenza e che sono quindi diventati un canale attraverso il quale più grandi imprese possono collaborare alla creazione degli strumenti su cui fanno affidamento collettivamente. Questo è il risultato della centralizzazione del capitale. Il software open source ha svolto un altro ruolo fondamentale per il capitale impiegato nel settore, ovvero la definizione di vari standard per le interfacce di programmazione delle applicazioni, le realizzazioni dei sistemi operativi, i protocolli di rete, i linguaggi di programmazione, le tecnologie Internet, gli algoritmi crittografici e molti altri sistemi su cui la nostra società fa affidamento oggi.
Quando il capitale si investe in un nuovo campo o in una nuova tecnologia particolarmente promettente, come è accaduto con i personal computer, con Internet, ora con gli apparecchi detti smartphone, si apre un campo di battaglia sugli standard proprietari e relative tecnologie. Dopo un’intensa lotta tra migliaia di nuove aziende, alla fine il mercato, come si dice oggi, seleziona poche grandi aziende che sono concorrenti, ma allo stesso tempo devono più o meno cooperare come partner commerciali. Questa cooperazione è effettivamente la divisione del lavoro tra diverse imprese. Al termine della fase di lotta aperta ed anarchica, il livello tecnico generale si pone al gradino più alto; nel campo di queste tecnologie “mature”, per garantire l’interoperabilità nelle aree di interazione tra diversi sistemi hardware e software, o parti di un determinato sistema, sono stati stabiliti diversi standard da più aziende che si sono riunite e hanno concordato come realizzare le cose su scala industriale.
Istituzioni senza scopo di lucro come ANSI e ISO sono state create dalla borghesia proprio per questo scopo: trovare un terreno comune, dettare regole e organizzare la classe capitalista in ogni settore. Ciò comporta una serie di vantaggi. In primo luogo, accelera notevolmente l’adozione di uno standard comune. In secondo luogo, consente all’industria una serie di strumenti open source comuni su cui può fare affidamento e su cui può costruire senza che ogni impresa debba cominciare da capo. Infine permette il buon funzionamento dei sistemi, facilitando i test di interoperabilità tra sistemi diversi. Quindi la forza lavoro ha a disposizione questa serie di strumenti disponibili apertamente, con cui ha già familiarità e su cui è stata formata, sia durante l’impiego presso un altro capitalista che durante il proprio tempo libero, riducendo così il tempo e i costi necessari per la formazione, rendendo più fluida la libera circolazione della forza lavoro, il suo assorbimento e la sua espulsione dal mercato del lavoro dove e quando le circostanze lo richiedono. Tutti questi fattori contribuiscono a ridurre notevolmente i costi e ad aumentare i profitti.
Il sogno piccolo borghese che ebbe inizio oltre quaranta anni fa, si è realizzato, ma non nelle forme ipotizzate da quelli che cominciarono a lavorare su questo “progetto”. Le aziende, siano imprese dal valore di trilioni di dollari o piccole start-up in appartamenti, prosperano grazie all’open source e al lavoro volontario svolto gratuitamente dagli sviluppatori nel loro tempo libero o al loro lavoro sponsorizzato e finanziato collettivamente dal capitale attraverso fondazioni senza scopo di lucro.
Sebbene sia vero che l’enorme quantità di lavoro svolto gratuitamente solo per piacere personale possa servire come prova che il lavoro non deve necessariamente essere lavoro salariato, ciò non avvicina affatto al socialismo: impegnarsi in questo tipo di lavoro o promuoverlo per scopi ideologici è solo un’altra forma di attivismo. In definitiva, tutto il software sarà « libero » dalle catene del capitale, dalla produzione di plusvalore e dall’appropriazione privata solo nel comunismo, quando l’obiettivo della produzione sarà il valore d’uso invece del valore di scambio, cioè servire i bisogni dell’umanità. Anche se la frammentazione non sarà più un problema perché la produzione sarà centralizzata e pianificata di conseguenza, ciò non significa che gli individui non saranno liberi di perseguire i propri progetti appassionanti. Solo il comunismo abolirà la proprietà intellettuale, che non è altro che un aspetto della proprietà privata.
La Riunione Generale internazionale del partito di gennaio, ha avuto luogo nei giorni 24 e 25 gennaio. Come sempre nelle Riunioni Generali, ai compagni presenti, in persona e collegati online, sono stati presentati i risultati del lavoro teorico che continua, con modalità che non sono cambiate nel corso dei 75 anni di vita del partito, nella sua forma ricostituita nell’immediato dopoguerra.
I temi trattati sono stati la questione sindacale, la questione militare, la guerra civile in Germania, la storia della Sinistra, la storia del sindacalismo in Francia.
Di seguito presentiamo i riassunti dei rapporti, che saranno pubblicati per esteso su futuri numeri dei nostri organi di stampa.
Rapporti sulle questioni sindacali
La serie di rapporti sulle questioni sindacali, iniziata alla riunione generale del settembre scorso è continuata con l’esposizione di tre capitoli distinti.
Il lavoro parte dalla constatazione che nel succedersi dei grandi cicli storici seguiti al vittorioso affermarsi della borghesia dopo la Rivoluzione del 1789, le associazioni economiche del proletariato subirono vicissitudini varie passando dalla aperta negazione da parte dello Stato borghese, al riconoscimento legale e fino all’assorbimento e la sterilizzazione dei sindacati operai, privandoli di ogni autonomia per impedirne la direzione ad opera del partito rivoluzionario
All’interno delle organizzazioni operaie le tendenze revisioniste e riformiste, contrastate dal marxismo rivoluzionario, si svilupparono progressivamente fino a divenire, alla vigilia della prima guerra mondiale, dominanti in tutti i partiti della II Internazionale.
Con la guerra la situazione precipita, i partiti socialdemocratici aderiscono alla Union Sacrée ed è solo grazie a loro se la borghesia riesce a portare i proletari dei vari paesi a scannarsi sui fronti di guerra. Il ciclo si chiude con il completo aggiogamento anche delle centrali sindacali al carro delle rispettive borghesie nazionali.
Fatta eccezione della Russia sovietica, questo assoggettamento perdura e si rafforza anche dopo il ritorno alla pace e ai sindacati viene affidato un compito puramente riformista.
Se da nazione a nazione questo assoggettamento assume aspetti diversi, come ebbe ad affermare Karl Radek, «le varie bandiere coprivano dappertutto la stessa merce». È un dato di fatto quindi che in assenza di una direzione comunista rivoluzionaria i sindacati svolgono azioni puramente riformiste relegate all’interno dell’ambito capitalista.
Questo non comporta però l’uscita dai sindacati da parte dei comunisti, ma al contrario rafforza il loro scopo di prenderne la direzione dando ad essi un indirizzo ed una finalità che superi le rivendicazioni contingenti e arrivi allo scontro frontale rivoluzionario.
«Il sindacato, anche quando è corrotto, è ancora un centro operaio. Uscire dal sindacato socialdemocratico corrisponde alla concezione di certi sindacalisti che vorrebbero costituire organi di lotta rivoluzionaria di tipo sindacale e non politico.»
«La sinistra del partito comunista italiano si è opposta da sempre alla tattica che esige l’uscita dai sindacati riformisti. Noi abbiamo sempre combattuto con la massima energia le tendenze alla secessione dalla Confederazione sindacale riformista di sindacati indipendenti, sostenitori del partito comunista.»
Su queste basi teoriche proprie del P.C.d’I, del Komintern e del Profintern abbiamo svolto i nostri rapporti.
Questo studio che prende in esame le varie questioni sindacali sorte tra le due guerre mondiali in Italia, allo stesso tempo dimostra come non si trattasse di questioni puramente italiane, ma ricorrenti in ogni Stato capitalista borghese. Nella pratica le problematiche erano e restavano le medesime.
CGdL E FASCISMO CONTRO LE CONQUISTE OPERAIE
Il 9 ottobre 1921, il Consiglio Direttivo della CGdL propone la sospensione di tutte le agitazioni contro la riduzione dei salari e la costituzione di una Commissione d’inchiesta composta dai rappresentanti di Stato, padroni e lavoratori per studiare la situazione industriale e, in base a ciò, stabilire l’eventuale adeguamento dei salari. Adeguamento che avrebbe potuto anche essere al ribasso se la Commissione d’inchiesta lo avesse ritenuto indispensabile per la salvezza delle industrie.
Naturalmente la collaborazione di classe non può che essere favorevole alla classe borghese e al capitalismo e di conseguenza le strada del collaborazionismo sindacale non poteva che convergere in quella del fascismo
Sarà interessante approfondire lo studio sui contatti, diretti e indiretti, tra Confederazione del Lavoro e fascismo. Infatti tra bonzi confederali e fascisti vi era stato un dialogo a distanza ora estremamente prudente, ora più chiaro, segnato da aperture e mosse tattiche molto calibrate.
I continui inviti, anche se accompagnati da toni minacciosi, lanciati da Mussolini nei confronti della CGdL lo dimostrano. e sul “Popolo d’Italia” scriveva: «I collaborazionisti si reclutano specialmente tra i leaders della CGdL».
Ma anche da parte della CGdL si cercava di arrivare allo stesso risultato e lo dimostrano i tentativi di allacciare rapporti passando attraverso il movimento dannunziano, giungendo fino alla adesione al “patto di pacificazione”, ecc., ecc.
Venne inoltre lanciato il progetto di una “Costituente sindacale” volta ad isolare gli elementi estremisti e comunisti presenti nella CGdL, sostenendo lo scopo dichiarato di «escludere qualsiasi atto che torni a danno della nazione, il cui interesse generale deve, in ogni caso e da tutti, essere considerato come superiore agli interessi particolari di categoria o di classe. I sindacati devono essere sempre disposti a prestare la loro collaborazione tecnica allo Stato, indipendentemente da ogni considerazione di ordine politico.»
Al momento della cosiddetta Marcia su Roma la CGdL rifiutò la proposta di sciopero generale avanzata dai comunisti perché ciò, si disse, «avrebbe compromesso l’indipendenza del movimento operaio e ostacolato il processo chiarificatore di una situazione che si rendeva sempre più insostenibile».
Quindi la presa del potere da parte del fascismo, organizzazione politico/militare nata e sviluppatasi con la scopo di distruggere qualsiasi forma di organizzazione proletaria ed assoggettare le classi lavoratrici ai supremi interessi nazionali, ossia padronali, per la Confederazione Generale del Lavoro era cosa di nessun interesse. Ed è facile comprenderne il motivo.
Sono ormai da tutti riconosciuti i molteplici contatti tra dirigenti confederali e Mussolini all’indomani della Marcia su Roma, nella speranza di poter partecipare in qualità di ministri ai primi governi fascisti.
Nel corso del rapporto abbiamo enumerato tutta una serie di contatti, di promesse, di speranze dei bonzi sindacali e soprattutto le ripetute dichiarazioni di collaborazione “tecnica” con il governo Mussolini, dichiarando che il sindacalismo fascista attuava il programma della CGdL.
Fu il delitto Matteotti ad interrompere, apparentemente e solo per un attimo, quell’idillio tra bonzi sindacali e politici con il fascismo.
Nel frattempo, mentre i dirigenti comunisti venivano regolarmente espulsi, mentre le Camere del Lavoro dirette dai comunisti venivano sciolte, dall’altra parte si assisteva ad un continuo abbandono di dirigenti ed intere federazioni che, armi e bagagli, passavano ai sindacati fascisti.
LO SCIOGLIMENTO DELLA CGdL
La CGdL dai due milioni di iscritti del 1920, si era ridotta ai 200 mila scarsi del 1926.
A fine 1925 D’Aragona rassegnò le proprie dimissioni da segretario generale della Confederazione, al quale successe Bruno Buozzi fino al suo tacito dileguarsi. A lui seguì Maglione.
Il tempo trascorreva, ormai era chiaro che Mussolini non sarebbe mai ricorso alla collaborazione degli screditati bonzi della CGdL, ma d’altra parte la loro missione era quella del tradimento ed il loro compito di affossare quella che era stata l’organizzazione proletaria italiana più prestigiosa.
Il 4 gennaio 1927, convocato da Maglione, si riuniva il Consiglio Direttivo della CGdL durante il quale vennero presentate tre proposte: 1) migrazione pura e semplice della CGdL nei sindacati corporativi fascisti; 2) continuazione puramente formale della Confederazione; 3) scioglimento immediato.
Il successivo 3 febbraio, su tutti i quotidiani d’Italia, era apparso il testo della dichiarazione di scioglimento nel quale si leggeva: «Il regime fascista è una realtà e la realtà. Questa realtà è scaturita anche da principi nostri, i quali si sono imposti: la politica sindacale del fascismo si identifica, sotto certi riguardi, con la nostra. Il regime fascista ha fatto una legge sulla disciplina dei rapporti collettivi di lavoro nella quale vediamo accolti dei principi che sono pure i nostri. Noi saremmo in contraddizione con noi stessi se ci ponessimo contro lo Stato corporativo o la Carta del Lavoro che il regime fascista intende realizzare. Basta richiamare i nostri voti e i nostri progetti del passato per stabilire che siamo tenuti a contribuire con la nostra azione alla buona riuscita di tali esperimenti».
Il documento terminava poi con una esplicita messa a disposizione del regime fascista da parte dei bonzi sindacali, che grazie al regime fascista potevano arrogarsi il diritto di sciogliere la CGdL e annunciare la morte dei cosiddetti “sindacati rossi”.
Contemporaneamente veniva annunciata la creazione di una “Associazione nazionale per lo studio dei problemi del lavoro”. Rigola spiegava in questi termini la funzione e gli obiettivi che l’Associazione si riproponeva: «La nostra Associazione avrà per scopo lo studio obiettivo dei problemi del lavoro in rapporto alle direttive e alle mete fissate dal fascismo. Tutte le riforme che il Governo ha attuato e va attuando nel campo sindacale sono di una imponenza che nessuno può negare. Noi abbiamo viste accolte nostre radicate aspirazioni; per altri c’è parso perfino al di là di quanto noi avevamo mai sperato. Con quale altro programma potevamo confutare il fascismo se esso, per parte sindacale e sociale, attuava il nostro?»
Fu il fascismo stesso il primo a schifarsi di questo ignobile servilismo e, il 5 febbraio, diramava ai giornali il seguente “foglio d’ordini”: «Non bisogna allargare la portata e il significato della lettera degli ex dirigenti sindacali sino a farne una specie di avvenimento sensazionale. Il regime fascista non ha veramente bisogno di quei riconoscimenti.»
NELLA CLANDESTINITÀ SI RIORGANIZZA LA CGdL
Dopo lo scioglimento della CGdL da parte dei bonzi del Consiglio direttivo, a Parigi, Bruno Buozzi provava a dar vita ad una fasulla rifondazione in esilio. Questo gli avrebbe permesso di continuare ad usufruire di sovvenzioni da parte dell’Internazionale di Amsterdam.
In Italia, invece, le federazioni e organizzazioni di base della CGdL, riunite a convegno il 20 febbraio 1927, in risposta ai vecchi dirigenti traditori riorganizzavano un centro sindacale clandestino, basato sui seguenti punti fondamentali:
1 – Regime interno su una base democratica;
2 – Azione esteriore sulla base della lotta di classe;
3 – Indipendenza organica da tutti i partiti politici e libertà di esprimersi a tutte le correnti sindacali classiste.
In quel lasso di tempo il PCd’I era ormai completamente stalinizzato, la Sinistra non aveva più nessuna possibilità di fare sentire la sua voce alle masse lavoratrici; dobbiamo però riconoscere che la CGdL, rinata clandestina, compì una importante opera organizzativa e di classe. E se i suoi effetti furono modesti a causa della repressione statale e del tradimento dei bonzi sindacali che avevano consegnato la più grande organizzazione proletaria nelle mani del fascismo, fu questa l’unica formazione tesa a organizzare e difendere la classe operaia dall’attacco congiunto di padroni e Stato.
Gli organizzati nella nuova CGdL non lesinarono di certo le loro forze e, sostenuti dal proletariato, svilupparono una attiva campagna di lotta.
Il 15 marzo 1927 usciva il primo numero di “Battaglie Sindacali” (clandestino) – Organo della nuova CGdL; un settimanale veramente ben strutturato, per il lavoro organizzativo e di lotta, le notizie delle varie azioni proletarie, notizie sindacali, convegni internazionali, ecc.
Lo sciopero meglio organizzato e riuscito fu quello dal 29 giugno al 1° luglio, delle 10.000 mondariso delle provincie di Novara e Vercelli contro le drastiche riduzioni dei salari. Nel corso delle riunioni del C.D. venivano sottolineati i buoni risultati conseguiti tra la massa proletaria, si prendeva atto delle piccole, ma numerose manifestazioni e scioperi dei lavoratori, veniva deciso il lancio di manifesti per incitare i lavoratori ad opporsi ai continui attacchi padronali.
La CGdL clandestina, epurata dei capi opportunisti, risorgeva per convogliare tutti questi movimenti il cui ritmo incalza giorno per giorno, per svolgerli al loro sbocco naturale, al loro sbocco rivoluzionario.
Naturalmente si trattava di lavoro ben difficile da svolgere sotto il continuo pericolo di arresti a causa di delatori infiltrati e di indagini da parte della polizia.
La CGdL clandestina si portava addosso però la condanna che la avrebbe fatta degenerare: la dipendenza dallo stalinismo e dalle sue svolte tattiche, o se vogliamo, repentini voltafaccia.
Questione militare: Operazione Spada Bianca(settembre 1919 – febbraio 1920)
I vertici sovietici ben sapevano che erano necessari ulteriori sforzi, oltre a quelli già sostenuti dall’Armata rossa, per difendere la rivoluzione proletaria anche a seguito della progressiva avanzata della “Direttiva Mosca” messa in atto dai controrivoluzionari bianchi. Per attuare al meglio i suoi piani, Denikin prevedeva la stabile conquista di Voronež e quella di Orël sulla direttrice di Tula, sede del più importante arsenale e delle industrie militari per l’esercito rosso, la cui perdita, secondo Trotskij, sarebbe stata più grave che la perdita di Mosca.
Intanto si preparava l’evacuazione di Pietrogrado, ritenuta difficilmente difendibile da un attacco bianco dal nord della Finlandia, dal mare dalla flotta britannica e francese e da ovest dall’Estonia.
Per Denikin la conquista di Pietrogrado e quella prevista a breve di Mosca avrebbe significato la totale sconfitta della rivoluzione proletaria. Proprio per questo all’Armata rossa fu chiesto uno sforzo supremo per difenderla.
Il comando dell’Intesa, sotto la forte pressione della Gran Bretagna, spingeva Denikin a sferrare l’attacco definitivo il prima possibile, valutando a loro favore lo stato della guerra civile sull’intero teatro di guerra. Un nuovo fronte a nord su Pietrogrado avrebbe anche alleggerito la pressione rossa sul fronte sud di Denikin e ad est nel fronte siberiano dove l’ammiraglio Kolčiak tentava di arrivare a Mosca da est.
Fu incaricato il generale Judenič di costituire una valida armata per la conquista di Pietrogrado utilizzando al meglio i generosi aiuti britannici di armi, munizioni, tanks, veicoli, treni, alcuni aeroplani, nonché uniformi e cibo. Judenič aveva già combattuto con i nazionalisti bianchi contro i rossi in Finlandia e Estonia da cui si aspettava un aiuto in cambio del suo sostegno per la loro indipendenza.
Riuscì quindi ad organizzare una forza di 19mila combattenti frettolosamente addestrati, carente però di una valida e collaudata struttura di comando. A questi la VII Armata rossa poteva contrapporre 27mila combattenti con sufficiente armamento, dovendo però controllare un esteso fronte di 250 Km dalle coste del Golfo di Finlandia fino al settore sud del lago Peipus, mentre il fronte bianco era concentrato su un ridotto fronte di 145 Km. Inoltre quelle forze rosse difettavano di efficienza perché le loro unità migliori erano state trasferite sul fronte sud per contrastare l’avanzata su Mosca.
È stata esposta una prima cartina della zona con gli spostamenti delle armate.
Lo Stato maggiore bianco di questa armata nord occidentale aveva già studiato due ipotesi di attacco su Pietrogrado. La prima privilegiava il fattore tempo per impedire l’arrivo di rinforzi rossi e proponeva un attacco diretto a sud della città passando per il nodo ferroviario di Gatčina. La seconda proponeva un lungo aggiramento da sud-est con il controllo di Novgorod e della ferrovia Mosca – Pietrogrado per isolare completamente la città dal sud. Poi l’attacco finale.
L’operazione “Spada Bianca” nacque dal compromesso tra le due opzioni in cui il punto fermo era la manovra di tagliare tutti i collegamenti ferroviari per impedire ogni rifornimento. L’offensiva sviluppava un attacco su 7 colonne da direzioni diverse allo scopo di confondere il nemico e distogliere le forze rosse dall’attacco principale.
Il 28 settembre 1919: inizia l’offensiva bianca in direzione della linea ferroviaria Pskov-Luga. Dopo una settimana di scontri la ferrovia è controllata dai controrivoluzionari.
10 ottobre: inizia la conversione delle varie colonne verso Pietrogrado, facilitata dallo sbandamento delle forze rosse della VII Armata che per non rimanere isolate devono riallinearsi con quelle più a sud della XV Armata.
Il sistema di spionaggio sovietico non riuscì a raccogliere adeguate informazioni utili a capire le reali intenzioni dei bianchi.
11 ottobre: inizia l’offensiva generale bianca con un’avanguardia di carri armati Mark V. Le truppe russe non disponevano di difese anticarro e furono costrette ad arretrare oltre il fiume Luga i cui ponti erano stati fatti saltare nella precedente campagna di maggio. Ciò fermò l’avanzata dei carri. I cannoni navali della flotta britannica nel golfo di Finlandia coprì l’avanzata dei bianchi che occuparono Jamburg il giorno seguente.
Nei giorni seguenti la manovra bianca proseguì con successo verso lo scalo di Tosno sulla principale linea ferroviaria Mosca – Pietrogrado. Purtroppo anche in questo caso la rapida avanzata bianca fu possibile perché le truppe rosse arretravano o si arrendevano al primo contatto coi bianchi. Abbiamo letto parte della lettera:” Agli operai e operai rossi di Pietrogrado” di Lenin sul grave pericolo incombente su Pietrogrado e la rivoluzione.
16 ottobre: Trotskij parte col suo treno blindato verso il fronte nord con un progetto chiaro dovuto ad una corretta analisi della situazione che abbiamo riportato da “In viaggio n° 97” dai suoi scritti militari. Espone il suo piano di difesa della città con l’organizzazione di sistemi di trincee e barriere di filo spinato da stendere in maniera ben articolata per intrappolare le unità bianche che presumeva potessero penetrare in Pietrogrado come ben ampiamente illustrato in “In viaggio n° 98”.
Per sostenere il suo progetto fece affluire rinforzi dalla Carelia, arruolò fino alla classe 1901, ordinò a tutti i membri del partito in grado di usare armi di mettersi a disposizione e dette l’avvio alla costruzione di trincee e barricate nella città.
18 ottobre: parte la terza fase dell’attacco di Judenič su tre direttrici. Le difese rosse reggono l’impatto mentre la stampa straniera esulta per la caduta di Pietrogrado che sarebbe confermata dalla conquista bianca di Puskin e Carskoe Selo, un tempo residenze dello zar a pochi chilometri dalla Città.
Il piano controrivoluzionario stava funzionando quando il comandante bianco incaricato di bloccare la linea ferroviaria da Mosca, decise di non rispettare le consegne ed vi inviò solo un piccolo distaccamento, subito neutralizzato dai rossi, per spingere il grosso delle sue forze verso Pietrogrado temendo di essere escluso dalla battaglia finale e dalla conseguente “gloria”. Da quella linea affluivano 10 treni al giorno di rinforzi di uomini, munizioni e cibo. Diverse di queste nuove unità furono inviate verso sud per tagliare la ritirata dei bianchi.
21 ottobre: Denikin accerta lo sfilacciamento delle sue unità prive anche di collegamenti tra di loro dove i suoi ordini arrivano in ritardo o si perdono, impedendo un eventuale cambio di strategia. A causa delle perdite subite intuisce che se Pietrogrado non cadrà al primo assalto non sarà più possibile conquistarla. Trotskij in “Il cambiamento” ne In viaggio n°99 accerta le difficoltà dei bianchi, elogia i primi parziali successi e incita allo sforzo finale.
22 ottobre: Judenič, dopo i primi infruttuosi attacchi bianchi alle difese rosse dovuti all’impossibilità di controllare le singole colonne che ora muovevano separatamente tra loro, capì che non era possibile sfondare il fronte rosso. Inoltre non si era attivata alcuna rivolta controrivoluzionaria interna a Pietrogrado del “Centro nazionale” che attendeva solo il suo arrivo per facilitarne l’ingresso. Si trovava invece con le retrovie scoperte.
22 ottobre: la sera parte la controffensiva rossa contro il punto di congiunzione di due divisioni bianche che non seppero resistere a questo inaspettato attacco notturno per cui dovettero abbandonare le loro posizioni di Carskoe Selo e le alture di Pulkovo. Per questo anche le avanguardie bianche giunte presso i sobborghi di Pietrogrado subito si ritirarono per evitare di rimanere intrappolate.
Trotskij celebra il successo in “ Il primo colpo” In viaggio n°100, affermando che era necessario schiacciare Judenič definitivamente per garantire la sicurezza di Pietrogrado.
24 ottobre – 2 novembre: avvengono infruttuosi contrattacchi bianchi per recuperare posizioni.
3 novembre: un accanito assalto da tre direzioni della VII Armata rossa su Gatčina, baricentro bianco, contemporaneo a quello della XV Armata rossa su Luga e la ferrovia Pskov – Pietrogrado, entrambi con successo, pone fine ai piani di Judenič di prendere Pietrogrado. I comandanti bianchi decisero di ripiegare con ordine verso l’Estonia. Rimasero sacche bianche attive e non sconfitte.
14 novembre: cade l’ultima resistenza bianca presso Jamburg. Nonostante le difficoltà una buona parte delle rimanenti truppe bianche dirige verso l’Estonia. Altre sotto Judenič continuano duri scontri con l’Armata rossa.
3 gennaio 1920: il comando sovietico maggiormente preoccupato per la crisi con la Polonia decide di non proseguire l’offensiva e propone all’Estonia la pace e il riconoscimento della sua indipendenza, che viene subito accettata. Le rimanenti truppe bianche riparano disarmate oltre i confini Estoni.
20 gennaio: Judenič scioglie il suo esercito, una parte di questo viene evacuata dalla flotta brtannica; lui poi riparerà presso Nizza sulla Costa Azzurra.
Il fallimento dell’operazione Spada Bianca fu dovuto alla fretta britannica di iniziare l’offensiva anche se le truppe non erano adeguatamente preparate e in numero sufficiente. Di più incise la forte competizione dei vari comandanti che in più occasioni agirono di propria iniziativa in contrasto coi piani assegnati da Judenič. Molti di loro erano vittima di un’euforia individualistica per giungere come primi a liberare Pietrogrado. Utilizzarono in modo scriteriato i carri Mark V mandandoli in avanscoperta senza supporto della fanteria. Ben presto i soldati rossi riuscirono a neutralizzarli e a catturarne alcuni. In sostanza il nostro successo fu dovuto ad una linea di comando effettivamente centralizzata ed un efficiente sistema di approvvigionamento.
Il punto di svolta di tutta la guerra civile si ha il 23 ottobre quando i bianchi di Judenič devono abbandonare le loro posizioni alla periferia di Pietrogrado e nello stesso giorno sul fronte sud, Denikin è definitivamente bloccato ad Orël, punto di massima avanzata della sua “Direttiva Mosca”.
Il movimento sindacale in Francia
Nelle due relazioni precedenti abbiamo descritto le diverse organizzazioni economiche del movimento sindacale europeo tra la fine del XIX e l’inizio del XX secolo. Abbiamo poi affrontato le caratteristiche del movimento operaio francese (alleanza rivoluzionaria tra borghesia e proletariato fino al febbraio 1848, l’importanza della piccola borghesia come terreno dell’anarchismo, il capitalismo finanziario parassitario, l’imperialismo francese e la conquista delle colonie come fonte di corruzione per una parte del proletariato).
Questa terza relazione tratta degli inizi dei sindacati operai prima del 1871 fino alla fondazione della CGT nel 1895 e dei diversi partiti socialisti. Dopo aver descritto quattro periodi dell’evoluzione della forma sindacale (1848-1871: fase di proibizione; 1871-1914: fase di espansione e assoggettamento; 1914-1926: parabola rivoluzionaria e partito; 1926-1945 e dopo il 1945: fase del totalitarismo statale e del sindacato di Stato), iniziamo descrivendo la fase di proibizione con i primi sindacati operai, fino alla Comune del 1871. Questa fase è segnata dalla infame legge Le Chapelier del giugno 1791, quando la borghesia, appena vittoriosa sulla monarchia grazie all’alleanza con il proletariato, fa proclamare la legge che proibisce qualsiasi associazione di lavoratori.
Ci vollero fiumi di sangue della repressione del giugno 1848 per convincere gli operai che l’instaurazione della Repubblica non significava affatto l’abolizione del dominio borghese, ma, come afferma Marx, che era necessaria la sovversione della forma dello Stato e la dittatura della classe operaia. La Prima Internazionale fu fondata nel 1864, ma al suo interno si scontrarono marxisti e anarchici, il che convinse Marx ed Engels della necessità, a causa del riflusso delle lotte, di liquidarla nel 1872 per sottrarla all’influenza degli anarchici.
Dopo l’assalto al cielo della Comune del 1871 e la feroce repressione che seguì, il movimento sindacale e socialista si sviluppò sempre più rapidamente a causa dello sviluppo industriale e della crescita del proletariato. Apparvero diverse correnti socialiste che difendevano gli interessi dei lavoratori.
La prima corrente è quella di Pierre Joseph Proudhon, che sostiene il cambiamento sociale attraverso l’autogestione e la mutua assistenza, ma senza il parlamento né lotte violente. La seconda corrente è quella dell’anarchico Fernand Pelloutier, uno dei padri del sindacalismo rivoluzionario che segna in modo duraturo il sindacalismo francese e la CGT fino alla prima guerra mondiale. Egli diede inizio al movimento delle Bourse du Travail (Borse del Lavoro) con molteplici funzioni di mutuo soccorso, istruzione e lotta, accogliendo i sindacati; queste borse divennero veri e propri strumenti di propaganda e di lotta operaia. La fine del XIX secolo è quindi caratterizzata dallo sviluppo del movimento sindacalista rivoluzionario, la cui base è costituita dalle piccole imprese e dagli artigiani proprietari dei propri strumenti di lavoro. La corrente marxista detta “collettivista” si svilupperà a partire dal 1876 con Paul Lafargue, genero e traduttore di Marx, e Jules Guesde, che nell’ottobre 1880 fondano il Partito operaio francese con un programma di cui Marx preparò le “considerazioni”, e la cui base operaia è quella delle grandi industrie. Ma altri partiti socialisti si costituirono come i “possibilisti” di Paul Brousse, sostenitori di rivendicazioni possibili ; Jaurès con Millerand fondò il Partito dei Socialisti Indipendenti nel 1890 ; Edouard Vaillant riunì i discepoli di Blanqui nel Partito Socialista Rivoluzionario. La crisi dell’affare Dreyfus (1894-1906), in un periodo di instabilità politica caratterizzato da attentati anarchici e dallo sviluppo di movimenti clericali antisemiti, monarchici e militaristi, spinge la maggior parte dei socialisti, compresi i guesdisti, a difendere la Repubblica minacciata da un “colpo di Stato”, in realtà poco probabile. L’unione delle forze socialiste francesi era fortemente auspicata dalla Seconda Internazionale, dominata dalla socialdemocrazia tedesca corrotta dal riformismo. Millerand, sostenuto da Jaurès, accettò di partecipare al governo liberale al fianco di Gallifet, uno dei massacratori della Comune. E nel 1905 possibilisti, indipendenti, guesdisti e una parte del partito di Vaillant si riunirono in una Sezione francese dell’Internazionale Operaia, la SFIO, alla cui testa c’era Jaurès, mentre i guesdisti avevano ormai sempre meno influenza. La borghesia francese aveva allontanato i clericali e i militari e si stava repubblicanizzando asservendo il movimento socialista.
Prendiamo atto che la solita innominabile “Associazione”, malgrado i nostri richiami, continua a dare alle stampe versioni pirata della nostra rivista “Comunismo”, utilizzandone illegalmente il nome, l’immagine grafica, la progressività della numerazione ed altro ancora. Scorrettezza analoga è condotta anche nei confronti del periodico “Il Partito Comunista”, con un organo identico nell’aspetto salvo una piccola modifica della testata.
Si tratta di una iniziativa che va in primo luogo a scapito della classe che si intende difendere e guidare, in quanto si crea solo confusione, e quindi sfiducia e delusione, in quei pochi proletari che in questo periodo storico sentono il richiamo della tradizione della Sinistra. Se si ha qualcosa da dire lo si può fare in qualsiasi forma che non sia quella truffaldina di intorbidire le acque di una tradizione rivoluzionaria più che secolare.
Come “Associazione la Sinistra Comunista” non possiamo più permettere queste azioni di boicottaggio e, al fine di tutelare la tradizione della quale siamo gli unici veri portatori, siamo risoluti ad avvalerci, obtorto collo, di tutti i mezzi legali a nostra disposizione per impedirle.
Nell’area cosiddetta “medio orientale” si va svolgendo una complessa e drammatica partita politica, militare e sociale tra Israele, Iran e Turchia, sullo sfondo la pletora degli Stati del Golfo, e quelli che si affacciano sul Mediterraneo, con la minacciosa presenza del convitato di pietra, gli Stati Uniti che vogliono regolare secondo i loro interessi la complessissima situazione.
L’Iran, che ha già subito duri bombardamenti da parte di Israele e Stati Uniti per eliminare, sembra non con un completo successo, le infrastrutture per ottenere l’arma nucleare, è stata alle prese con una violenta e sanguinosa insurrezione popolare focalizzata principalmente nella capitale Teheran, ma diffusa anche nelle principali città industriali del grande paese.
Teheran è il punto focale, il detonatore di tutti i grandi sconvolgimenti che hanno scosso l’Iran, prima con la rivolta democratica di Mossadeq, poi con l’avvento della dinastia Pahalavi, quindi con la rivolta democratica che ha cacciato la famiglia imperiale, e che è stata poi stravolta dalla teocrazia dei preti sciiti che hanno costituito il loro governo confessionale. Dopo la lunga e sanguinosa guerra con l’Irak di Saddam Hussein, il potere religioso è sembrato allentare la sua presa fanatica e intollerante, aprendosi ad una timidissima forma democratica. Ma le condizioni geopolitiche dell’area hanno costretto nuovamente l’integralismo religioso a serrare le fila, e rimette in auge la milizia politico militare che è il suo feroce braccio armato.
Teheran e i suoi problemi sociali e politici
La grande capitale dell’Iran ha una popolazione di quasi 10 milioni di abitanti, senza contare gli ulteriori 16 milioni dell’area metropolitana: una popolazione superiore di quasi il 20% a quella della città di New York, pur avendo una superficie simile. Ciò fa sì che Teheran, roccaforte industriale della nazione, abbia un notevole problema di sovrappopolazione, una sorta di concentrazione esasperata delle masse proletarie, fatto comune a molti paesi in via di sviluppo, e persino in quelli sviluppati. A scala mondiale, Teheran si colloca tra le capitali con il più basso livello di stabilità e standard di vita, dove regnano incontrastati il dilagante disprezzo per l’ambiente da parte della borghesia industriale, le infrastrutture scadenti, la qualità pessima dell’aria e gli antagonismi sempre crescenti tra proletariato e borghesia.
Questa disparità economica può essere ulteriormente evidenziata se si considerano i magri guadagni del proletario medio di Teheran, che torna a casa con soli 35-150 dollari al mese, mentre ci sono casi in cui i salariati non vengono pagati affatto. È poi da notare che gli altissimi tassi di inflazione rendono difficile prevedere con precisione quale sia l’effettivo potere d’acquisto.
Il proletariato di Teheran subisce le consuete violazioni delle “tutele sul posto di lavoro” sancite dalla legge, dove anche fino al 15% dei bambini in tutta la nazione è costretto a sopravvivere con ogni mezzo, sia che venga impiegato nella prostituzione o che lavori in condizioni antigieniche per le strade e nelle fabbriche. La loro possibilità di frequentare la scuola o ricevere assistenza sanitaria, di sfuggire al ciclo di povertà e miseria, diventa un sogno fugace, se non addirittura impossibile.
Da maggio 2024 a maggio 2025, oltre 2.000 persone in tutto il Paese sono morte a causa di queste condizioni di lavoro infami, con la città di Teheran tra le peggiori in questa statistica. Come ci si può aspettare da qualsiasi legge borghese, quando si tratta di proteggere i lavoratori, essa si manifesta sempre in modo generico e formale, ma è applicata con ferocia, perché deve comunque tutelare gli interessi dello Stato e dell’alta borghesia.
Un altro grave problema che attanaglia l’Iran è la crisi idrica. Teheran soffre di frequenti e sempre più gravi siccità dovute a una combinazione di fattori geografici, climatici e sistemici. Situata lontano dai principali bacini idrici, si trova spesso ad affrontare gravi carenze idriche. Solo quest’anno, le precipitazioni sono diminuite di circa il 45% e le montagne di Teheran, un tempo ricoperte di neve, rimangono ora spoglie, anche a causa del riscaldamento globale.
La gestione dell’acqua è condizionata da tecniche obsolete e inadeguate; solo il 12% circa del territorio iraniano è coltivato, eppure l’agricoltura consuma oltre il 93% delle risorse idriche del Paese, risorse che sono già gravemente mal gestite e in gran parte trascurate dallo Stato, con solo una piccola parte dell’acqua che arriva effettivamente alle famiglie proletarie. A Teheran, i cinque bacini idrici principali della città sono scesi a solo il 13% della loro capacità.
Questa tensione urbana è ulteriormente aggravata dalle crisi rurali che insieme alle numerose carenze ambientali ed economiche hanno provocato la fuga di massa dei lavoratori agricoli e dei piccoli agricoltori dalle loro terre inutilizzabili e non competitive verso l’espansione urbana della città, nella speranza di trovare lavoro e sostentamento; ma questo afflusso ha spesso l’effetto inverso di aggravare la carenza di acqua ed energia nella città. Malattie, sete, fame e sporcizia colpiscono i lavoratori di Teheran con frequenza sempre maggiore. In risposta a questa situazione disastrosa, nel gennaio 2025 il governo iraniano è stato costretto a chiudere le scuole, ridurre i giorni e le ore di attività nei luoghi di lavoro e negli uffici governativi. Eppure sono i lavoratori a subire il peso maggiore di tutto questo, poiché di notte congelano e il giorno dopo soffrono la fame.
Dall’inverno del 2024 ad oggi l’Iran ha continuato ad affrontare una grave crisi energetica e dei combustibili, che ha causato gravi interruzioni della produzione in tutto il Paese, con Teheran particolarmente colpita a causa della sua ampia base industriale. La critica situazione energetica che sembra una contraddizione stridente, dal momento che l’Iran è uno dei maggiori produttori di combustibili, ha molti motivi, dovuti a condizioni interne allo Stato iraniano, ed esterne, dipendenti dalle dinamiche politiche e militari dell’area medio orientale.
Il sistema produttivo e finanziario iraniano si basa su un assetto in cui organizzazioni ufficiali o semi ufficiali hanno come asse portante il corpo dei Pasdaran; nati dopo la rivoluzione come forza militare combattente parallela alle Forze armate iraniane, sono diventati una sorta di conglomerato che controlla circa il 30% dell’economia, mediante specifiche Agenzie istituzionalizzate con partecipazioni nel campo manufatturiero ed agricolo, petrolifero e finanziario, edilizio e delle telecomunicazioni. In particolare l’Organizzazione per l’Esecuzione dell’Ordine, SETAD, nata per gestire le proprietà confiscate dopo la rivoluzione, è ora alla diretta dipendenza della Guida Suprema Khamenei ed opera fuori da ogni controllo governativo con una corruzione dilagante, una gestione in stile mafioso di un’ampia percentuale della produzione industriale ed ha istituzionalizzato una rete internazionale di contrabbando petrolifero.
Inoltre da anni l’Iran è in una situazione continua di guerra, ora strisciante, ora aperta e violenta con Israele ed è gravato da un sistema di sanzioni esercitato dagli USA.
In questo quadro complesso l’Iran ha speso miliardi di dollari per finanziare i tanti movimenti insurrezionali dell’area, in passato il regime ormai crollato di Bashar, oggi Hezbollah libanese, Hamas e gli Houthi allo scopo di presentarsi come potenza locale di fronte a Turchia e Israele.
Quindi le sofferenze del proletariato iraniano non sono causate soltanto dalla politica borghese e confessionale dallo Stato della Repubblica Islamica, ma anche dagli effetti di quelle brutali sanzioni imposte all’Iran, principalmente dagli Stati Uniti, che hanno avuto un effetto terribile sulle classi lavoratrici iraniane. Solo il proletariato sopporta il peso di questa situazione di guerra, mentre le sue condizioni peggiorano. Le sanzioni hanno reso sempre più rare le possibilità di lavoro, ampliando quindi il mercato del lavoro nero in cui anche le protezioni minime, sebbene già ridotte nella pratica, sono rese irrilevanti; una dinamica che ha ovviamente influito sull’accesso e sui costi dei servizi medici di base, ed ha fatto salire alle stelle il prezzo dei generi alimentari e dei beni di prima necessità.
Nel marasma sociale di un movimento di proletari e piccola borghesia che sta affogando nel sangue, numericamente potente e radicale ma assolutamente disorganizzato, svolgono un ruolo antipopolare e di disgregazione del fronte interno ai danni dello Stato confessionale le attività occidentali, più o meno nascosta che proclamano l’illusione di riforme democratiche per rovesciarlo, in realtà per aumentarne le difficoltà nella guerra. Sotto questa falsa bandiera, le azioni calcolate da parte del Dipartimento di Stato americano per “esercitare una forte pressione” sul governo iraniano confondono ancora di più la giusta direzione di classe che sola può ispirare e guidare il movimento sociale in atto.
È una tragedia nella tragedia sociale la matrice interclassista di questo poderoso movimento, considerate le condizioni critiche della piccola borghesia iraniana, agitazioni che rivendicavano democrazia, i diritti più elementari. Riguardo alla natura interclassista che ha dominato le proteste anche violente che da anni agitano la compagine sociale iraniana, nell’Ottobre del 2022, nel numero 418 del nostro giornale “ Il Partito Comunista”, nell’articolo “Una nuova ondata di rivolta in Iran”, abbiamo scritto:
« La strada da seguire per la classe operaia iraniana non è quella di sottomettersi a movimenti non proletari, ma di formare un unico fronte sindacale di classe in cui tutte le organizzazioni dei lavoratori in Iran che rifiutano di sottomettersi al regime possano agire insieme e indipendentemente dalle altre classi […] solo agendo in modo indipendente, senza mescolarsi con le altre classi, il proletariato può davvero diventare protagonista, al punto da assumere la guida di una rivolta come quella attualmente in corso in Iran.”.
Qualche demagogica ed inconsistente concessione è stata fatta da parte dello Stato, per smorzare l’ira dei manifestanti e dei media internazionali, con la promessa di regolamentare la Guardia della Virtù. Il presidente Pezeshkian ha dichiarato che questa forza di polizia “non darà più fastidio alle donne” che non indossano l’hijab. Sempre più donne a Teheran ora appaiono in pubblico senza indossarlo.
Rispetto alle condizioni precedenti, i riformisti potrebbero dire che questo è un “primo passo promettente”. Tuttavia, i lavoratori iraniani sanno bene che non bisogna fidarsi di una simile concessione. Soprattutto considerando che le donne iraniane sono ancora terribilmente oppresse da tutto ciò che questo Stato borghese e confessionale ha da offrire.
La realtà oggettiva evidenzia tutt’altro: alle donne iraniane viene sistematicamente negato l’accesso al mondo del lavoro a causa del loro genere e solo il 14% di loro è economicamente attivo nella società. Dal punto di vista legale, possono essere date in sposa già all’età di 10-14 anni. Solo nel 2019, le donne hanno subito il 30% di tutti gli omicidi in Iran, circa il 10% in più rispetto alla media, senza contare gli attacchi che non hanno causato vittime, come l’incidente di avvelenamento di massa del 2023, che mirava a impedire alle donne di frequentare la scuola. La vita delle donne è ancora in gran parte legata ai loro mariti o alle loro famiglie, rimanendo soggiogata da strutture tradizionaliste e concezioni conservatrici della femminilità. Anche il lavoratore povero, per quanto oppresso, spesso si trova in una posizione sociale superiore alla donna iraniana media.
Tutti i tentativi di protesta e di richiesta di riforme da parte dei lavoratori iraniani vengono repressi con la massima violenza. Tutte le forme di lotta economica e politica ricevono per risposta la crudele violenza degli organi speciali di potere e dominio dello Stato. I lavoratori già privati di tutto sono ulteriormente condannati a languire nella famigerata prigione di Evin, composta esclusivamente da prigionieri politici, o in altre strutture altrettanto oppressive, dove la tortura è all’ordine del giorno. Quanti emergono mettendosi a capo delle lotte per il miglioramento delle condizioni di vita, per la difesa dei diritti delle donne o che in qualche modo si oppongono allo Stato, sono sottoposti a feroci repressioni, torturati e spesso costretti a confessare sotto pressione; condannati alla fustigazione e nei casi estremi impiccati dalla giustizia iraniana. La durissima coercizione spezza le lotte e piega i lavoratori in modo più efficace rispetto a quanto avveniva sotto lo Scià, la cui polizia segreta SAVAK falliva laddove la “Guardia Rivoluzionaria” della Repubblica Islamica dell’Iran vi riesce in modo spietato ed efficiente.
In questa fase caratterizzata tanto dalle dinamiche belliche esterne che dal potente movimento sociale, la sanguinosa ed indiscriminata repressione ha per il momento messo a tacere le rivolte sociali che potrebbero riprendere in ogni momento, e che un nuovo probabile conflitto con gli Usa e Israele potrebbe forse rimetterere in movimento. Nel passato i proletari iraniani hanno dato formidabile prova di sé, opponendosi ai governanti di turno, e solo l’opportuna teocrazia politica degli ayatollah ha evitato che l’incendio divampasse oltre i confini iraniani. Quanti si sono battuti e si batteranno per condizioni di vita umane, e contro lo Stato, anche nella sua forma confessionale, non devono in nessun caso credere che la loro salvezza possa essere ottenuta emulando le repubbliche borghesi della regione.
Nel frattempo, la borghesia e i parlamentari che occupano le più alte cariche di potere nel Paese continuano a essere in gran parte indifferenti alle sofferenze di chi sta sotto di loro, offrendo solo concessioni minime, quando ci sono.
Si legge nel citato numero 418 de Il Partito Comunista, in “Una nuova ondata di rivolta in Iran”: « ….. è improbabile che la borghesia iraniana rinunci al potente instrumentum regni del regime teocratico, che, con il pretesto della religione, impone un regime onnipresente ed estremamente oppressivo di controllo poliziesco sulla classe operaia. […] Per opprimere e mantenere soggiogata la classe, è necessario opprimere e umiliare le donne iraniane, così come è necessario tormentare le numerose minoranze etniche del Paese […] Qualsiasi nuovo regime borghese dovrebbe presto riconciliarsi con le ideologie religiose, conservatrici e nazionaliste. Come nella vicina Turchia ».
L’Iran è soggetto dunque ad una duplice crisi: interna, che coinvolge gli strati popolari, piccola borghesia, mercanti del bazar, proletari, come nella “rivoluzione” contro lo Scià Reza Pahalavi, ed una esterna, causata da precisi fattori; dalla volontà imperialistica “locale” in un teatro particolarmente critico per l’equilibrio mondiale, sconvolto da scontri militari e sociali nella grande area petrolifera il cui sfruttamento condiziona Stati, alleanze e schieramenti, allo scontro con l’imperialismo locale rappresentato da Israele, alla pretesa egemonica degli Stati Uniti di controllare estrazione e mercato del petrolio.
La connessione di questi formidabili eventi hanno caratterizzato passato, presente e futuro del grande Paese.
Nell’attuale ciclo storico la guerra, che era stata bloccata da frettolosi accordi, pare di nuovo divampare. Quali esiti abbia su una ripresa della lotta sociale non è a priori un dato certo.
Militarmente, dopo i recenti bombardamenti sui siti nucleari e la reazione con missili contro l’attaccante israeliano, lo scontro aperto è temporaneamente di nuovo sospeso in una pace armata, in attesa che gli Stati Uniti facciano la prima mossa di guerra o sia trovata una soluzione di status quo negoziale. È però significativo di una situazione molto incerta sul piano di più ampi schieramenti di guerra il fatto che malgrado le tante basi disseminate nell’area del Golfo Persico, queste non possono, almeno per ora, essere utilizzate perché gli Stati rivieraschi non le concedono per un attacco militare all’Iran, anche se l’Iran non ha certo né alleati né simpatizzati tra gli Stati arabi, fomentando movimenti nazionalistici e separatisti. Pare evidente che tutti gli Stati in quell’area temono il divampare di uno scontro che, anche se locale, potrebbe estendersi all’intero Medio Oriente.
In questi giorni una forza navale americana è stanziata nel Golfo col duplice scopo di aumentare la pressione nei possibili negoziati, e preparare la piattaforma per un attacco diretto, ove l’ipotesi negoziale non si concretizzasse nei modi e tempi pretesi dagli USA. Flotta imponente che per altro rappresenta anche una situazione di debolezza, dal momento che i sistemi missilistici iraniani, rafforzati dalle forniture cinesi e della vicina Russia, sono una reale minaccia per le navi. Nel momento in cui scriviamo il negoziato pare avere forti criticità, perché i governanti iraniani non sono assolutamente disposti ad abbandonare lo sviluppo di armi nucleari; l’esito non è prevedibile con certezza.
La fase presente evidenzia una situazione di equilibrio dinamico tra Stati Uniti ed Iran, che non è certo uno Stato debole e disorganizzato come il Venezuela, ove un’azione di commando ha catturato il presidente eletto, difeso solo da dalla sua guardia personale cubana. Sono di questi giorni le manovre navali congiunte Iran-Russia-Cina sullo stretto di Hormutz, mentre la flotta USA è alla fonda nel Golfo dinanzi alle coste iraniane.
Militarmente l’Iran è su un altro livello, e diversa è la presenza attiva di Russia e Cina rispetto al derelitto Venezuela, nel quale gli unici a morire sono stati i cubani della guardia presidenziale, mentre il resto dell’esercito non ha sparato un colpo che sia uno contro gli elicotteri e gli aerei statunitensi nell’operazione di commando che, in barba ad ogni diritto internazionale, ha catturato il Presidente venezuelano.
Dal canto suo Israele è sempre minacciosamente pronta ad un’azione militare, che comunque non metterà in opera senza il placet americano, per chiudere definitivamente, dopo che ha chiuso il problema palestinese con un massacro disumano e terrificante, anche il pericolo costituito dall’Iran che non intende retrocedere dallo sviluppo delle armi nucleari. Oggetto, anche questo delle trattative in atto. Un altro nodo cruciale è chi dovrà decidere quanto petrolio estrarre e a chi venderlo; con l’avvertenza che una quantità eccessiva di petrolio sui mercati -e già gli USA controllano quello venezuelano- , potrebbe abbassarne il prezzo fino a non rendere conveniente l’estrazione dagli scisti bituminosi, mettendo in crisi un comparto critico degli Stati Uniti.
Ma tutto questo complesso e mortale mosaico sta soltanto nel campo del capitalismo e dell’imperialismo statunitense e non interessa il proletariato iraniano, che ha solo bisogno dell’aiuto dei suoi fratelli nel mondo, e della guida del partito rivoluzionario per terminare sofferenze e lutti.
Quando la divisione in classi si affaccia alla storia dell’umanità, la guerra diviene un’attività ricorrente essendone le sue motivazioni sempre di natura economica. Ma è con l’avvento del capitalismo che diventa un meccanismo indispensabile alla sua sopravvivenza, in particolare nella sua fase apicale e di pieno sviluppo, la fase imperialistica.
Scrivevamo nel 1946 (“Alle radici della guerra” da Prometeo n.1):
“E’ merito della scuola marxista, rimasta fedele al metodo dialettico, quello di aver individuato nell’attuale fase di sviluppo del complesso produttivo capitalistico i motivi essenziali, la tragica inevitabilità della guerra.
Le guerre nazionali chiudevano praticamente il periodo dell’economia individualistica che nel suo esaurirsi aveva posto e sviluppato i motivi dell’incipiente accumulazione capitalistica.
Le guerre coloniali chiuderanno più tardi il periodo classico della corsa alla conquista dei mercati di sbocco necessari allo smaltimento della incessante sovraproduzione dei paesi capitalisti.
La prima guerra mondiale apre per certo la fase delle guerre imperialistiche a ripetizione.
In sede economica ciò che ieri era solo tendenza, è divenuto ora realtà vivente; il processo di accentramento ha condotto all’organizzazione monopolistica dell’economia, e alle sue leve di comando manovra incontrastata l’alta finanza. E non a caso; il capitale finanziario anonimo e senza scrupoli ha soppiantato dalla direzione il tradizionale tecnicismo capitalista o lo ha asservito, ché la partita tra i colossali complessi monopolistici internazionali richiede saldo potere politico nelle mani di chi dirige, capacità d’iniziativa e di manovra nel mare magno e tormentato della politica economica mondiale, prontezza e decisione per parare colpi avversi, o per gettare in questa o in quell’avventura capace di assicurare comunque un alto tasso di profitto. E il profitto lo si difende conquistando e assicurando posizioni ben solide contro le forze della concorrenza economica su scala nazionale e internazionale, ma sopratutto aumentando e accentrando quel potere politico poliziesco e militare che solo può assicurare al capitale i mezzi materiali atti a fronteggiare il pericolo d’una diminuzione del profitto, incidendo sul salario dei lavoratori.
In questa fase il gioco tra le forze politiche è reso alla sua massima semplicità. I partiti, qualunque ne sia l’origine, il programma e gli obbiettivi immediati e finalistici, o servono la causa dell’imperialismo e si piegano a qualunque bisogna, o sono ributtati inesorabilmente ai margini della vita nazionale e spazzati via anche fisicamente se osano formulare una composizione attiva e mettere in atto una qualsiasi azione di attrito.
I sindacati, infeudati direttamente o indirettamente allo Stato, cessano di essere gli organi di combattimento o di difesa di classe per trasformarsi in effettivi organi di collaborazione tra le classi.
La stampa diviene quella perfettissima organizzazione a catena a cui un ufficio di ministero fa da centro irradiatore ed a cui si affida il compito grave e delicato di indirizzare l’opinione pubblica e di montarla preparandola spiritualmente alla necessità di maggiori sacrifici di danaro, di libertà e di sangue.
Nelle scuole, nei centri di cultura, nelle assisi tradizionali della democrazia, i parlamenti, ovunque possa esservi libera circolazione di idee, li è l’intervento dello Stato che impone dall’alto una disciplina unitaria, il peso di una gerarchia, il marchio d’una idea fondamentale, ossessiva, quella che tutto subordina alla conservazione del privilegio capitalista.”
Quindi lungi da avere origine in contrasti di natura ideologica (è prassi raffigurare il conflitto armato come una lotta fra civiltà e barbarie, fra libertà e schiavitù, fra giustizia ed arbitrio), le guerre trovano il loro fondamento nella imperiosa necessità da parte delle singole economie nazionali di espandere continuamente le proprie capacità produttive, e quindi di trovare sempre nuovi sbocchi ai loro prodotti e nuove possibilità di sfruttamento al loro capitale: la competizione sfrenata a cui sono costrette per sopravvivere, una volta esaurite le possibilità di “pacifica” concorrenza, sbocca necessariamente nell’atto truculento della guerra.
Per l’economia capitalistica è stato inevitabile evolvere verso la sua fase monopolistica, ossia imperialista durante la quale la sua struttura raggiunge il massimo sviluppo, spingendosi all’estremo, ma al contempo se ne esacerbano e si palesano le ragioni della sua stessa decadenza.
Le insanabili contraddizioni insite nel sistema capitalista, già presenti dal suo esordio, lo accompagnano durante il suo primo sviluppo e poi nella sua ascesa prodigiosa sino a giganteggiare nella sua ultima fase apicale e decadente. L’economia capitalista non si libera mai dalla sua duplice tendenza: un costante decrescere delle capacità d’acquisto in rapporto alla crescente capacità generale di produzione, da cui deriva un corrispondente decrescere del consumo dei beni prodotti.
Il Capitale cerca di sottrarsi a questa stridente contraddizione che l’attanaglia allargando la produzione su scala sempre più vasta, cosa che l’accumulazione agevolmente gli consente, e dando all’aumentata produzione mercati capaci di assorbirla. Ma mentre il processo tecnico produttivo procede senza soste e limitazioni nel proprio sviluppo, il mondo del consumo raggiunge inesorabilmente il limite di saturazione. Ad una sovrapproduzione crescente fa riscontro, quindi, una crescente rarefazione di sbocchi.
Questa è la sciagura che si porta in seno l’economia del capitalismo e che imporrà le uniche due soluzioni radicali: guerra o rivoluzione entrambe concretizzazione politica dell’insanabile conflitto d’interessi tra le due forze in campo, capitalismo e proletariato. Quindi la guerra, lungi dall’essere accidentale, opera come meccanismo per il riavvio e la rigenerazione dell’economia capitalistica,
l’unica via che permette al capitale di risolvere il suo limite intrinseco di sovraccumulazione e di riavviare il ciclo di accumulazione è la eliminazione fisica di capitale accumulato sotto forma di merci, di mezzi di produzione e di infrastrutture.
Il ricorso alla guerra non è però solo l’estremo tentativo del Capitale di porre rimedio alle sue intrinseche contraddizioni materiali tramite la distruzione e successiva ricostruzione, ma anche l’affannoso e disperato tentativo politico da parte della borghesia di difendersi come classe sociale dominante dalla furia proletaria incalzata dal peggioramento delle condizioni di vita e a cui il capitalismo aveva vanamente promesso sempre più florida esistenza; essa lotta per la sua stessa sopravvivenza e quindi per togliere ogni capacità di lotta all’unica classe che abbia il ruolo storico di negare la guerra negando il capitalismo stesso che la genera, e cioè il proletariato; e lotta con tutti i mezzi a sua disposizione compresa la corruzione democratica o la forza e coercizione “fascista” e non disdegnando di provocare ed alimentare guerre attraverso le quali oltre che distruggere la produzione bellica accumulata per poterne produrre dell’altra, calamitare l’attenzione delle masse con l’intento di distoglierla dai problemi politici e di classe che direttamente la interessano. Nel momento in cui la classe dominante riesce a interrompere così il corso storico verso l’esito rivoluzionario e mette il proletariato sul fronte bellico, ha trovato la soluzione per la sua crisi.
Nella fase imperialista l’oppressiva macchina dello Stato moderno esercita in modo feroce il suo ruolo di tutore e di protezione politica del complesso monopolistico dell’economia, e diviene la più micidiale arma a servizio della borghesia necessaria al preliminare e completo annientamento delle forze della rivoluzione per dar quindi l’avvio alla guerra: è il tempo della furia cieca del capitalismo decadente e della sua classe dirigente, in preda alla disperazione, di sentire in sé ingrandire senza rimedio i motivi della propria fine storica.
Scrivevamo nel 1943 (da Prometeo n.2 del dicembre 1943 “La guerra vista de noi – La guerra, espressione massima della crisi borghese – La guerra, supremo tentativo di difesa del capitalismo):
“La guerra è perciò anche la manifestazione suprema di una crisi insolubile della società borghese. Essa scoppia quando all’interno dei paesi più direttamente interessati al dominio mondiale, e nelle loro relazioni reciproche, ogni possibilità di comporre pacificamente la crisi sociale si è esaurita. Allora, si pone alla società capitalistica il dilemma o rivoluzione o guerra. E la guerra scoppia proprio perché non è avvenuta la rivoluzione, e, a sua volta, è il mezzo estremo a cui la borghesia ricorre per spezzare bruscamente il corso di una nuova ondata rivoluzionaria; per uccidere il proletariato ideologicamente con la corruzione e lo sbandamento che accompagnano la guerra, e fisicamente col massacro. In questo senso, tutti i paesi belligeranti hanno un comune interesse l’annientamento del proletariato come classe.”
Le forze del capitalismo, entrate nel girone infernale della guerra tra contrapposti imperialismi, non sono in nessun caso per noi marxisti, suscettibili di essere suddivise in forze contrapposte in quanto progressive le une e reazionarie le altre; nessuna simpatia, dunque, da parte nostra per l’una o l’altra sponda dell’imperialismo mondiale.
Il partito comunista deve sottrarre in ogni modo il proletariato dall’ideologia della guerra, ricondurlo sul piano della lotta di classe e convogliarne quanto più possibile le forze per poter sfruttare una eventuale situazione favorevole che gli consenta di porre concretamente il problema della trasformazione della guerra imperialista in guerra sociale.
La guerra altro non è che la continuazione, su di un piano diverso e con mezzi diversi, della stessa politica borghese capitalista: dunque non è pensabile una politica del Partito proletario che indirizzi le proprie forze a fianco di quelle che la dirigono. E se questo si verifica la guerra diviene l’inesorabile piano inclinato che fa scivolare le stesse avanguardie proletarie verso la controrivoluzione.
Il proletariato, sotto la guida del suo Partito può e deve prendere la guerra borghese come occasione per fraternizzare con i proletari del campo (apparentemente) opposto, scatenare la guerra civile e sferrare il colpo della rivoluzione, certi della impossibilità di riformare il Capitale ad immagine delle esigenze di vita dei lavoratori e convinti che l’unica soluzione per la conquista di una esistenza affine al Piano di Specie è il superamento radicale e definitivo del capitalismo. La presa del potere violenta e la conseguente edificazione della dittatura proletaria, temporanea ma indispensabile necessità dello Stato dei lavoratori nella complessa transizione dalla economia capitalista alla economia socialista, porterà nel Comunismo, società senza classi, senza Stato, esente dell’essenza mercantilistica delle società che l’hanno preceduta, bisogno primario della specie umana per la sua reale e libera realizzazione, per la sua sopravvivenza e pacifica continuazione.
Durante la Seconda Guerra Mondiale, la Corea si trovava ancora sotto il dominio coloniale giapponese, iniziato nel 1910. Il regime imperiale giapponese intensificò lo sfruttamento della penisola coreana per sostenere lo sforzo bellico, trasformando la sua economia in un’appendice della macchina industriale militare giapponese. Le risorse naturali coreane, in particolare carbone e metalli, furono estratte massicciamente per alimentare le industrie belliche nipponiche, mentre la popolazione fu sottoposta a forme sempre più severe di controllo sociale e culturale.
La politica di assimilazione forzata raggiunse il suo apice durante gli anni di guerra: i coreani furono costretti ad adottare nomi giapponesi, a parlare esclusivamente giapponese e a praticare i rituali shintoisti. Simultaneamente, centinaia di migliaia di coreani furono deportati come lavoratori forzati nelle industrie e nelle miniere giapponesi, mentre altre decine di migliaia di giovani furono arruolati forzatamente nell’esercito imperiale. Questa massiccia deportazione e militarizzazione della popolazione avrebbe avuto conseguenze demografiche e sociali profonde nel periodo post-bellico.
L’economia coreana, già distorta dalle esigenze del dominio coloniale, fu ulteriormente subordinata alle necessità militari giapponesi. L’industria leggera, principalmente tessile, fu potenziata per produrre uniformi e materiali bellici, mentre l’agricoltura fu orientata verso la produzione di riso da esportare in Giappone. Questa strutturazione economica coloniale, caratterizzata dalla dipendenza dalle materie prime e dall’industria leggera, avrebbe condizionato profondamente le possibilità di sviluppo della Corea nel dopoguerra.
La fine della guerra e la divisione della penisola
La resa del Giappone nel settembre 1945 segnò la fine del dominio coloniale, ma non portò all’immediata indipendenza della Corea. In base agli accordi postbellici la penisola fu divisa lungo il 38° parallelo in due zone di occupazione: quella settentrionale sotto controllo sovietico e quella meridionale sotto controllo statunitense. Questa divisione, inizialmente concepita come temporanea per facilitare il disarmo delle forze giapponesi, si trasformò rapidamente in una frattura permanente.
Le due superpotenze imposero sistemi politici diversi nelle rispettive zone di influenza. Al nord, l’Unione Sovietica sostenne l’instaurazione di un regime di ispirazione nazional-comunista guidato da Kim Il-sung, che avviò una riforma agraria e la nazionalizzazione dell’industria. Al sud, gli Stati Uniti mantennero inizialmente in carica molti funzionari dell’amministrazione coloniale giapponese, creando tensioni con la popolazione coreana che aspirava a una vera decolonizzazione.
La divisione ebbe conseguenze economiche devastanti: l’industria pesante e l’energia elettrica erano concentrate principalmente nel nord, ricco di risorse minerarie e dotato di impianti idroelettrici, mentre il sud era prevalentemente agricolo e ospitava l’industria leggera. Questa complementarietà economica, spezzata dalla divisione politica, acuì le difficoltà economiche di entrambe le parti della penisola. La fine della guerra lasciò quindi la Corea del Sud in una condizione di profonda trasformazione economica e sociale, con una popolazione dispersa, un’economia completamente integrata nel sistema imperiale giapponese ormai al collasso, e la necessità di ricostruire un’identità nazionale e un sistema economico indipendente sotto l’occupazione militare americana.
In questo studio, ci soffermeremo principalmente sugli sviluppi della Corea del Sud, che ha conosciuto un forte processo di industrializzazione e trasformazione da colonia agricola a potenza imperialistica.
La trasformazione demografica e sociale del dopoguerra
Nonostante la fuga di capitali, la popolazione della Corea avrebbe registrato un incremento demografico significativo con il rimpatrio di 1,8 milioni di persone dalla Corea del Nord, 120.000 dalla Cina (principalmente dalla Manciuria) e un milione dal Giappone, oltre ad altre popolazioni provenienti da diverse zone. La caratteristica più rilevante di queste masse umane, ai fini della nostra analisi, risiede nel fatto che la maggior parte di esse erano composte da lavoratori proletarizzati o in via di proletarizzazione. Il risultato fu la formazione di una classe operaia numerosa, impoverita e ancora indisciplinata dal punto di vista dell’organizzazione capitalistica del lavoro.
Nel 1947, circa la metà dei 10 milioni di lavoratori risultava occupata. Ciò rappresentava circa il 54% della popolazione coreana attiva.
I Chaebol, l’eredità giapponese e l’influenza degli Stati Uniti
È interessante notare che alcune delle Chaebol, le grandi concentrazioni industriali coreane, avevano avuto origine durante il periodo di dominio giapponese. La Kyungbang Ltd, azienda chimica e tessile fondata nel 1919 durante il dominio imperialista giapponese, e ha continuato la sua attività fino ai giorni nostri.
La lotta tra fazioni della borghesia coreana non fu mai più evidente che nell’opposizione all’espansione della Kyungbang, sospettata di sostenere il Partito Democratico Coreano (PDC). Questa costituì la principale opposizione politica e avrebbe portato infine la Corea al colpo di Stato di Park Chung Hee. Il PDC rappresentava gli interessi americani in generale, poiché riceveva ingenti investimenti e aiuti dagli Stati Uniti, in seguito alle misure adottate dal governo Rhee per frenarne l’espansione ed evidenziava la dipendenza generale della Corea dagli investimenti statunitensi, in particolare per quanto riguardava l’approvvigionamento di materie prime come il cotone per la produzione tessile. L’industria tessile avrebbe rappresentato il principale settore della borghesia sostenuto dagli Stati Uniti, e la sua dipendenza dal capitale statunitense rispetto a quello coreano avrebbe successivamente giocato un ruolo fondamentale nel colpo di Stato del 16 maggio 1961.
Dalla Banca di Joseon alla Banca di Corea
Possiamo ora esaminare gli inizi della Banca di Corea (BOK), che ha svolto un ruolo decisivo in tutto questo processo di trasformazione capitalistica. Dopo la decolonizzazione dal Giappone, la Corea disponeva solamente di ciò che restava dell’apparato bancario giapponese per i sistemi di trasferimento di denaro. Di conseguenza il circuito generale dello scambio di beni e merci fu parzialmente interrotto nei primi anni del governo militare statunitense fino alla fondazione della BOK.
Dunque, la BOK non nacque ovviamente dal nulla, ma trovò le sue origini nei trust capitalisti statali coloniali giapponesi, in particolare nella Banca di Joseon. La Banca era la principale banca commerciale dell’industria statale giapponese nella penisola coreana durante il dominio imperiale, e continuò la sua attività fino al 1950. È importante notare che, nella Corea del Nord, la Banca di Joseon fu immediatamente sostituita sotto l’occupazione sovietica. In questo periodo, la Banca emetteva il won invece dello yen, il che serviva in molti modi agli interessi della borghesia statunitense.
La BOK sarebbe stata la principale responsabile della circolazione di un vasto afflusso di valuta. Considerando i fattori demografici e lo scarso sviluppo della Corea del Sud già accennati, l’aumento della circolazione di valuta causò la svalutazione della moneta e l’aumento generale dei prezzi prima della guerra di Corea, fenomeno che sarebbe poi continuato anche dopo il conflitto.
I prezzi generali delle merci in tutto il settore produttivo aumentarono in tutti i settori in Corea dal 1948 al 1952 (v. tabella), poiché la quantità di mezzo di circolazione (il won) aumentò a causa della legge generale del deprezzamento delle merci nel lungo periodo. Contemporaneamente, i prezzi sembrarono diminuire nell’ottobre del 1952, anche a causa dei cambiamenti nella velocità di circolazione seguiti alla dismissione dei beni giapponesi e alla distruzione di capitali dovuta alla guerra di Corea.
12/1948
12/1949
12/1950
12/1951
3/1952
8/1952
10/1952
Moneta in circolazione (miliardi di won)
73,7
130,6
290,5
785,8
904,4
1.169,1
1.274,3
Prezzi dei beni di consumo (1947=100, Busan)
168
207
474
3.211
4.862
7.219
6.790
Riso 1 Mal (won)
1,840
1,988
9,638
35,365
71,580
146,000
127,900
Oro 1 don (won)
5,256
7,928
11,501
62,096
86,226
108,000
118,774
Tasso di cambio (valore di mercato)
740
1.710
3.258
9.119
13.572
–
25.600
Fonte: Kim Dong-Wook, “1940s-1950s Korean Inflation and Stabilization”, PhD Dissertation, Department of Economics, Yonsei Universityt (1994), p.124
La riforma agraria e la redistribuzione del capitale
Dunque, il processo di trasformazione economica fu avviato in seguito all’afflusso massiccio di lavoratori appena proletarizzati nella Corea del Sud e dell’espropriazione delle terre rurali da parte dello Stato. In tutti i settori produttivi si verificò infatti una fuga di capitali in seguito all’esodo giapponese, anche se gran parte di essi sarebbe stata successivamente acquisita in modo indipendente dai nascenti chaebol. Durante il periodo di dominio giapponese, ampi settori dell’economia erano ancora controllati dai proprietari terrieri, riflettendo il sottosviluppo della regione durante l’era imperiale. Nel corso degli anni Cinquanta, il capitale giapponese fu sistematicamente liquidato in varie ondate.
Questa eliminazione di capitale e l’afflusso di valuta in circolazione costituiscono due facce del medesimo fenomeno dell’avanzamento economico coreano. La classe dei proprietari terrieri, che in precedenza possedeva una parte consistente di particolari settori industriali, tipicamente quelli della produzione alimentare, fu espropriata abbastanza rapidamente quando la classe capitalista coreana prese il controllo dello Stato sudcoreano e iniziò ad acquistare le terre dei proprietari terrieri che erano stati, in maggioranza, collaboratori e clienti dell’economia imperiale giapponese.
Ciò coincise, analogamente, con il vasto afflusso di manodopera per alimentare le nascenti industrie coreane. Il 53,2% delle cessioni di capitali sotto forma di acquisto di beni giapponesi avvenne tra il 1951 e il 1953, in coincidenza con la riforma agraria, che portò alla espropriazione dei proprietari terrieri, una nota caratteristica delle economie capitalistiche in via di sviluppo. La legge agraria fu modificata nel 1950, prevedendo l’acquisto statale e la ridistribuzione delle terre. La riforma fu concepita anche per ridurre l’influenza della guerriglia nordista sui contadini poveri, spesso abbagliati dalla demagogica prospettiva di riforma in stile nord-coreano, che prevedeva l’espropriazione senza indennizzo e la ridistribuzione gratuita delle terre.
La strategia imperialista americana
In quanto centro dei trust e dei cartelli internazionali e, per estensione, dei flussi di capitale finanziario internazionale, gli Stati Uniti cominciarono a cercare di garantire i propri interessi in Asia dopo il fallimento della guerra civile cinese. La Corea del Sud, in fase di sviluppo e intenzionata a conquistare una posizione nell’industria tessile asiatica e in un mercato chiave per gli Stati Uniti, sarebbe stata la sfida successiva su cui gli Stati Uniti avrebbero cercato di assicurarsi i propri interessi imperialistici.
Ciò avrebbe portato a un approccio molto più diretto per impedire che la penisola coreana cadesse nella sfera di influenza del capitale sovietico, come era accaduto alla Cina. Grazie ai vantaggi di un circuito integrato di capitali asiatici, che comprendeva principalmente Giappone e Corea, l’obiettivo degli Stati Uniti era quello di unificare tutti i nuovi alleati-sudditi in un unico blocco imperialista. L’obiettivo del capitale finanziario era quello di utilizzare la leva di un tale blocco per espandere ulteriormente la propria influenza nelle zone più povere dell’Asia, mature per ulteriori profitti derivanti dalla produzione manifatturiera.
Qui gli americani incontrarono dei problemi significativi. Gli Stati Uniti non riuscirono a migliorare la situazione con le loro strategie, anche se la psicologia imperiale degli Stati Uniti in questo periodo rivela quanto poco sarebbe cambiata la loro strategia nei decenni successivi.
La Prima Repubblica e i suoi fallimenti strutturali
Quindi a partire dall’occupazione statunitense, fu istituita in Corea del Sud la Prima Repubblica di cui stiamo trattando. Questa repubblica si trovava in una posizione piuttosto difficile, poiché doveva fare i conti con gli interessi contrastanti all’interno dei propri schieramenti borghesi e con i conflitti tra la propria borghesia e quella statunitense.
Questo conflitto inizialmente non particolarmente acceso, si sarebbe aggravato a causa della serie di crisi che avrebbero colpito la Corea. Syngman Rhee era la scelta americana per la nuova figura di riferimento della borghesia coreana e presidente dell’Assemblea, ma si rivelò un fallimento totale dal punto di vista degli interessi del capitale finanziario. Era sconosciuto ai vari schieramenti borghesi e apparentemente non riuscì a consolidare gli interessi di quasi tutte le fazioni della borghesia, in particolare della borghesia americana e dei suoi clienti in Corea. Di conseguenza non riuscì a ottenere il sostegno di ampie sezioni del parlamento, e il suo governo cadde rapidamente indebolito dalle dispute fra fazioni.
Quale era il punto cruciale di queste dispute? Uno dei principali fallimenti della scelta di Rhee da parte degli Stati Uniti fu il suo assoluto rifiuto della collaborazione tra Corea e Giappone, che gli Stati Uniti cercavano di rafforzare per consolidare il loro blocco asiatico e per soddisfare le esigenze degli industriali in materia di esportazioni. Naturalmente, questi atteggiamenti riflettevano una situazione economica nazionale che arrancava dietro i capricci dei centri di potere capitalistici più avanzati dell’epoca, ma ciò sarebbe stato rapidamente superato quando la Corea, superata la crisi della guerra civile, sarebbe entrata in un nuovo ordine est-asiatico.
Sono ancora disponibili alcuni volumi a stampa prodotti dal partito nel corso degli ultimi decenni. Si tratta di testi che, per gli argomenti trattati, sono e saranno sempre attuali.
IL PARTITO COMUNISTA NELLA TRADIZIONE DELLA SINISTRA
Il testo, oltre a documentare vicende del partito che motivarono la nuova formulazione e presentazione delle tesi del dopoguerra, costituisce, sulla scia delle lezioni potenti dei maestri del marxismo, un compendio della teoria del partito proletario, rivoluzionario nel suo essere e nel suo operare.
Il volume di 270 pagine è in vendita al prezzo di € 10, più le spese postali.
IL CORSO DEL CAPITALISMO MONDIALE NELLA ESPERIENZA STORICA E NELLA DOTTRINA DI MARX 1750-1990
L’opera riproduce i resoconti dei rapporti tenuti alle riunioni di partito, da quella di Cosenza del 1956 a quella di Firenze del gennaio 1958, come apparvero in Programma Comunista, dal numero 19 del 1956 al numero 7 del 1959, sotto il titolo del «Corso». Nella odierna ripubblicazione sono anche integrati tutti gli altri resoconti di argomento afferente alla economia mondiale pubblicati in quegli anni, in particolare: «La produzione mondiale di acciaio nel corso dell’ultimo quadriennio», in Programma Comunista numero 21 del 1956; «Struttura economica e corso storico della società capitalistica», in Programma numeri 3 e 4 del 1957; «America 1956 – Bilancio economico» nel numero 5 dello stesso anno, completato da «Ancora qualche cifretta statunitense», dal numero 6; «Traiettoria e catastrofe della forma capitalistica nella classica monolitica costruzione del marxisrno», nei numeri 19 e 20 del 1957. L’ampia documentazione statistica dei rapporti originali è stata non solo controllata e riordinata in base alle successive pubblicazioni dalle fonti ufficiali, ma le serie sono state prolungate fino ai dati più recenti disponibili. Ai 23 Prospetti del testo sono aggiunte 49 nuove statistiche che, utilizzando le maggiori informazioni attualmente disponibili, vengono vieppiù a confermare l’impianto dimostrativo marxista.
Il volume, di oltre 600 pagine, è in vendita al prezzo di € 20, più le spese postali.
LA TEORIA MARXISTA DELLA CONOSCENZA
L’argomento è affrontato sotto la visuale di sei angolazioni fondamentali:
I – Il Partito Comunista e la sua Dottrina;
II – La Società comunista;
III – La Conoscenza della Specie umana, che occupano il 1° Volume, e:
IV – Critica delle Religioni;
V – Critica delle Scienze e delle Tecniche;
VI – Conquista ciarlatanesca dello Spazio, che trovano posto nel 2° Volume.
Le 6 Parti comprendono 115 Testi di vita del Partito dalla sua ricostituzione nell’immediato 2° dopoguerra ad oggi (qualche testo è stato elaborato molto prima, anche se la sua presentazione definitiva risale a quell’arco di tempo). La Premessa dell’Opera è stata imperniata su una serie di citazioni che partono dalla nascita della nostra Dottrina, e dunque dalla nascita del Partito, nel 1848.
L’opera, in 2 volumi di 850 pagine, è in vendita al prezzo di € 30, più le spese postali.