Parti Communiste International

Programme Communiste 29

Gli insegnamenti della polemica russo‑cinese Pt.2

Nella prima parte di questo studio per trarre gli insegnamenti della polemica russo-cinese abbiamo dimostrato che la rottura tra Mosca e Pechino distrugge definitivamente la teoria anti-marxista “della costruzione del socialismo in un solo paese”. Dopo esserci richiamati alle tesi marxiste essenziali sulla rivoluzione russa e sulla sua degenerazione, abbiamo analizzato le posizioni maoiste sulla natura capitalista della Iugoslavia mettendo in evidenza che cinesi, russi e iugoslavi sono ugualmente anti-marxisti. Prima di procedere all’esame della polemica russo-cinese a proposito delle rivoluzioni anti-coloniali, vorremmo aggiungere qualche osservazione per completare questa la parte di questo studio.

LA POSIZIONE DEI RUSSI SULLA NATURA DELLA RIVOLUZIONE CINESE PRIMA DEL 1956

Concludevamo la prima parte ricordando che ”Stalin non ha mai riconosciuto che la rivoluzione maoista abbia raggiunto la tappa socialista” e che “per Stalin la Cina ha vinto l’imperialismo e si sta impegnando a lottare contro il “feudalesimo”. La posizione ideologica degli stalinisti nei confronti della vittoria del maoismo in Cina, dal 1949 al 1956, meriterebbe un’analisi approfondita. Ci limiteremo a provare con l’aiuto di qualche citazione l’esattezza di quello che affermiamo.

Nel rendiconto dei festeggiamenti dati in onore del settantesimo anniversario di Stalin (dicembre 1949), a cui Mao assistette, la Pravda distingueva sottilmente tra “le democrazie popolari impegnate nella lotta per l’edificazione del socialismo” e la Cina che aveva solamente infranto “il giogo dell’oppressione coloniale”. Nel 1951, le Izvestia criticarono duramente l’opinione secondo la quale la rivoluzione cinese avrebbe superato i limiti di una rivoluzione democratica-borghese e “antifeudale” e implicherebbe degli elementi socialisti. In un dibattito organizzato dall’Accademia delle Scienze Sovietiche nel novembre del 1951, Zukov dichiarò che la Cina sarà assorbita ancora per “tanto tempo” nell’eliminazione delle “vestigia del feudalesimo”, e negò che si potesse “proporre la Cina come modello alle rivoluzioni nazionali, popolari e democratiche dell’Asia”. V. Avarnic, in un articolo del febbraio 1950 sul Voprosy Economiki, assegnava alla rivoluzione cinese il compito di “creare le condizioni preliminari che le permetteranno un giorno di impegnarsi nella costruzione delle basi dell’economia socialista”.

La teoria menscevica della “rivoluzione per tappe”, che era servita al maoismo per bandire la doppia rivoluzione in Cina, si rivelava dunque un’arma a doppio taglio. Stalin e i suoi successori l’utilizzarono in effetti per interdire alla Cina di “raggiungere la tappa socialista”, in altre parole d’industrializzare la Cina in maniera capitalista.

LE COMUNI POPOLARI E IL PIANO SETTENNALE (1958-1961)

La storia riterrà probabilmente che l’umanità nel periodo 1958-61 – in Europa soprattutto – abbia raggiunto il culmine della cretinismo collettivo. Ma chi getta un occhio sul ventennio che ci separa dalla fine della seconda guerra mondiale può distinguere due altre vette di follia collettiva, che ha accompagnato la distruzione di ogni energia rivoluzionaria della classe operaia. Tra il 1944 e il 1947, il periodo della “unità antifascista”, milioni di uomini credettero che, morti i “criminali di guerra” Hitler e Mussolini, i Quattro Grandi avrebbero inaugurato l’era della “pace,della democrazia e del socialismo”. Poi tra il 1949 e il 1953 gli stessi credettero alla guerra imminente tra il “campo socialista” e il “campo imperialista”. Ma tra il 1958 e il 1961 – dalla nascita delle Comuni Popolari in Cina al lancio dei piani di 7, di 15 anni e di 20 – questi culmini della follia saranno superati. Oggi, mentre la rottura tra la Russia e la Cina suona il rintocco funebre della controrivoluzione stalinista e s’avvicina l’ora della verità e del rendiconto, mentre appaiono all’orizzonte i primi segni minacciosi della crisi economica e della guerra imperialista, da cui scaturirà la rivoluzione proletaria, solo oggi si può misurare il culmine d’impostura e d’infamia che raggiunse l’opportunismo tra il 1958 e il 1961.

Nel 1958, non solamente le cause reali e oggettive che avrebbero trascinato alla rottura russo-cinese esistevano già, ma erano perfettamente conosciute e discusse nel cerchio ristretto della diplomazia segreta degli Stati orientali e occidentali1. Tuttavia, non filtrava nulla all’esterno nei discorsi dei primi ministri o nelle colonne dei quotidiani: apparentemente Krusciov e Mao proseguivano allora il più tenero idillio di tutta la storia dei rapporti tra la Cina e la Russia.

Si pensi alla “folle” atmosfera di quegli anni! Dall’alto della tribuna del XX Congresso Krusciov lanciava la “coesistenza pacifica” e le sue rivelazioni sul “culto della personalità” e i “crimini di Stalin”. La Cina predicava i Cinque Principi della coesistenza pacifica alle conferenze di Colombo e Bandung nel 1954 e nel 1955 e proclamava a Varsavia nel 1957, dalla bocca di Mao, la dottrina dei “Cento Fiori”, che apparve a tutti più kruscioviana di quella dello stesso Kruscev. Nel novembre del 1957, mentre si svolgeva a Mosca la Conferenza dei partiti comunisti, era stato lanciato il primo Sputnik mentre per Mao inneggiava che “Il vento dell’est è più forte del vento dell’ovest”. Nell’estate del 1958 l’incontro “storico” tra Krusciov e Mao Tse-tung terminava il 3 agosto con un comunicato nel quale, dopo aver constatato l’”atmosfera d’eccezionale cordialità” e la totale “identità di vedute”, si affermava: «La politica di pace dell’URSS e della Repubblica Popolare di Cina beneficia sempre più dell’appoggio e delle simpatie dei popoli di tutti i paesi. L’India, l’Indonesia, la RAU e gli altri Stati e popoli dell’Asia, dell’Africa, dell’America e dell’Europa assumono un ruolo nel consolidamento della pace. Le forze di pace conoscono dappertutto uno sviluppo senza precedenti». Questo dolce idillio della pace, dei sorrisi e dei “cento fiori di loto” universali, riassunto nella frase allora di moda negli ambienti opportunisti “i Cinesi sono buoni, e i russi stanno per diventarlo”, fu, coronato dal lancio delle Comuni Popolari e dal piano settennale. Dopo aver predicato la pace universale, Krusciov e Mao promisero allora ai 700 milioni di cinesi, ai 200 milioni di russi e al proletariato internazionale “il comunismo in una generazione, il comunismo a portata di mano”.

La risoluzione del 10 dicembre del 1958 del comitato centrale del PCC proclamava: «Le Comuni… accelereranno l’avvento della costruzione socialista e costituiranno la migliore forma per realizzare le due trasformazioni essenziali nel nostro paese: 1) la trasformazione della proprietà collettiva in proprietà di tutto il popolo nelle campagne; 2) la trasformazione della società socialista in società comunista». Per quanto riguarda la prima trasformazione, la risoluzione adottata dal Politburo del PCC il 29 agosto del 1958 spiegava che: «È preferibile attualmente mantenere la proprietà collettiva al fine di evitare delle complicazioni inutili nel corso della trasformazione della proprietà. Infatti la proprietà collettiva nelle comuni popolari contiene già certi elementi caratteristici della proprietà di tutto il popolo». Questi “elementi caratteristici della proprietà di tutto il popolo” erano così elencati nella risoluzione del 10 dicembre già citato: «Le comuni popolari rurali e le organizzazioni fondamentali dello Stato sono state riunite; le banche, i magazzini e le altre imprese appartenenti al popolo, che esistevano già prima nelle campagne, sono state affidate all’amministrazione delle comuni; le comuni hanno partecipato alla costruzione di certe imprese, industriali o altro, che appartengono a tutto il popolo per loro natura, etc…».

Facciamo qualche osservazioni.

Innanzi tutto, la formula “proprietà di tutto il popolo” è del tutto anti-marxista e anti-leninista, proprio come quella che l’accompagna sovente: “proprietà della nazione”. Vedere a questo proposito il « Dialogato con Stalin ». Si tratta di una pretesa fondamentale del revisionismo stalinista, che l’abbiamo anche incontrata per la penna dei maoisti all’epoca della loro polemica anti-iugoslava.

Inoltre la Comune rompe con il centralismo difeso da Engels a Lenin e che i cinesi invocano falsamente contro gli iugoslavi, proponendo le stesse cose, se non peggio dei consigli di gestione delle imprese nella Iugoslavia di Tito. Secondo la lettera della risoluzione del comitato centrale del PCC, le Comuni popolari si vedono attribuire le funzioni equivalenti a quelle dei “consigli economici regionali“ (Sovnarkhoz) istituiti in Russia dalla riforma kruscioviana del 10 maggio 1957. Il ragionamento che utilizzano i maoisti per scoprire “elementi della proprietà di tutto il popolo” contenuti nelle Comuni è la quintessenza della sofistica: poiché le Comuni fanno quello che dovrebbe fare lo Stato (depositario della “proprietà di tutto il popolo”), poiché “le banche, i magazzini e altre imprese appartenenti al popolo” (ovvero allo Stato) sono affidate alle Comuni, poiché “la costruzione di certe imprese, industriali o altro, appartenenti a tutto il popolo per la loro stessa natura” è realizzata dalle Comuni e non dallo Stato, dunque, concludono i maoisti, “la proprietà collettiva” delle Comuni si innalza al livello della “proprietà di tutto il popolo” (proprietà di Stato).

I maoisti suppongono evidentemente che i lettori delle dichiarazioni del Comitato Centrale del PCC ignorino le regole della logica e s’aspettano che prendano per buona dialettica i loro miserabili sofismi. Ma non si riuscirà mai a provare che se i capitali e le officine che sono proprietà dello Stato diventano proprietà delle Comuni, sono le Comuni che si alzano al livello dello Stato, e non il contrario che lo Stato si abbassa al livello delle Comuni.

Infine, “la proprietà di tutto il popolo”, questa formula demagogica e volgare che i cinesi hanno appreso dai manuali stalinisti, non rappresenta né il socialismo, né il comunismo, ma solo il capitalismo di Stato integrale nell’industria e nell’agricoltura.

Stalin aveva distinto due forme di « proprietà socialista »: la proprietà cooperativa (che i cinesi chiamano “collettiva”) e la “proprietà di tutto il popolo”. Secondo Stalin, la “proprietà cooperativa” kolchosiana conteneva un importante “elemento” di “proprietà di tutto il popolo”: le Stazioni di Macchine e Trattori, grazie alle quali lo Stato dominava (o credeva di dominare) i kolchos. Il risultato dunque di tutto ciò è che Stalin era meno sofista dei Cinesi, e che i kolchos russi erano un milione di volte più vicini alla “proprietà di tutto il popolo” (ovvero al capitalismo di Stato) che non le effimere Comuni popolari cinesi. La nostra conclusione: gli ideologi cinesi non hanno soltanto rinnegato Marx, Engels e Lenin in materia di centralizzazione dell’economia, ma hanno anche rinnegato Stalin, di cui tuttavia continuano ad adorare le icone: la loro pretesa opposizione a Tito e a Krusciov sulla questione della decentralizzazione dell’economia non è che un’altra menzogna.

Analizzare l’economia cinese, le Comuni popolari in particolare, uscirebbe dai limiti di questo studio. Abbiamo già trattato questo aspetto della nel nostro organo in lingua italiana, Il Programma Comunista n.3-4, 1964, in un articolo intitolato: “Forze produttive e rapporti di produzione nell’agricoltura cinese”. Sarà sviluppato per altro in Programme Communiste nello studio in corso di pubblicazione su “Il movimento sociale in Cina”. Ci limitiamo qui a qualche osservazione. La pretesa dei maoisti di realizzare nel 1958 per mezzo delle Comuni, il passaggio della “proprietà collettiva” alla “proprietà di tutto il popolo” appariva ancora più assurda se si tiene conto di questo fatto semplice quanto irrefutabile: la proprietà collettiva (cooperative) non si è ancora diffusa in Cina. In altri termini, la Cina non è ancora riuscita a creare i suoi kolchos. Adesso, se i maoisti avessero voluto restare fedeli all’insegnamento di Stalin, avrebbero dovuto prefiggersi come primo compito di generalizzare la forma kolchosiana nell’agricoltura cinese. In realtà l’esperienza delle Comuni è fallita nel suo tentativo di concentrare l’agricoltura cinese in cooperative, e le “squadre di mutuo soccorso” tra contadini piccoli-proprietari fanno la loro riapparizione in Cina. Ancora una volta dunque Russia e Cina hanno tradito “l’insegnamento di Stalin”. Mentre Krusciov ha venduto le SMT ai kolchos e che i kolchos russi si disintegrano, le Comuni cinesi non sono nemmeno riuscite a generalizzare la “proprietà cooperativa” nell’agricoltura. Quanto al “passaggio della proprietà cooperativa alla proprietà di tutto il popolo”, mentre i russi si disinteressano completamente ormai della questione, è evidente che è ancora più impensabile in Cina dove la terra non è stata nemmeno formalmente nazionalizzata.

È interessante ricordare inoltre che, nei « I problemi economici del socialismo in URSS », il “genio” di Stalin non era riuscito a trovare alcuna soluzione per facilitare il “passaggio alla proprietà di tutto il popolo”. Il “piccolo padre” si è dunque portato il segreto nella tomba. In ogni caso, adesso che anche la mummia del gran Capo è stata bruciata da Krusciov, non saranno certo le sue gigantesche icone sulla facciata del palazzo imperiale di Pechino che riveleranno a Mao Tsé-tung la misteriosa ricetta del “passaggio della proprietà cooperativa alla proprietà di tutto il popolo”.

Ritorniamo adesso alle due dichiarazioni del Politburo e del Comitato Centrale del PCC prima citate. È del tutto naturale che i maoisti, avendo scoperto nella Comune “l’unità fondamentale” della società comunista, non suggeriscano parole circa la sparizione della produzione mercantile, mentre Stalin ne parlava ancora, pur sostenendo contro Marx, Engels e Lenin la possibilità di una economia socialista a produzione mercantile.

Per i maoisti, le Comuni sono la sede d’una doppia trasformazione: la trasformazione della “proprietà collettiva” in “proprietà di tutto il popolo”; il passaggio dal socialismo al comunismo. Si tratta adesso di considerare il tempo necessario per queste trasformazioni. Nella risoluzione del Politburo del PCC del 29 agosto 1958 si affermava: «Il passaggio della proprietà collettiva alla proprietà di tutto il popolo costituisce un processo la cui realizzazione richiederà un limite di tempo più breve in certi luoghi – tre o quattro anni – e più lungo in altri – cinque o sei anni e anche di più». Dopo l’agosto 1958, “cinque o sei anni” sono passati, “e anche di più”. Durante questo periodo, “il passaggio della proprietà collettiva alla proprietà di tutto il popolo” non si è verificato in Cina, ma in cambio però le Comuni Popolari sono scomparse e il “Grande Balzo in Avanti” ha dato luogo al “riadattamento dell’economia” e alla “costruzione del socialismo in un solo paese contando sulle proprie forze”.

Ma qual’è dunque, secondo i cinesi, il termine necessario per passare dal socialismo al comunismo? Nella dichiarazione del Comitato Centrale del 10 dicembre 1958 si afferma: «La realizzazione del processo completo richiederà dai dieci ai vent’anni, e anche oltre, a partire da adesso». Quindici anni a partire dal 1958 ci porta al 1973, vent’anni al 1978, Mao e Krusciov hanno dunque promesso il comunismo ai russi e ai cinesi per la stessa data poiché Krusciov ha parlato di realizzare il comunismo in Russia nel 1980.

Nikita rispondeva da Mosca: «Il popolo sovietico, dopo aver costruito la società socialista, è entrato in una nuova fase di sviluppo storico, durante il quale il socialismo si trasforma in comunismo» (Rapporto al XXI Congresso del PCUS, 27 gennaio 1959).

Nell’agosto del 1958 Pechino lanciava le Comuni Popolari, mentre nel gennaio del 1959 Mosca lanciava il Piano settennale. L’opinione pubblica sbalordita apprendeva dunque che la Cina e la Russia “avrebbero costruito il comunismo entro il 1980”. La veridicità di questa “apparizione” (« l’angelo apparve a Maria… ») era comprovata per il fatto che Mao riconosceva la sincerità di Krusciov: «La sessione plenaria ha espresso la sua soddisfazione per il programma settennale di sviluppo dell’economia dell’Unione Sovietica, che la considera come un piano che ha un grande significato storico per l’edificazione comunista» (Dichiarazione del Comitato Centrale del P.C.C. del 17 dicembre 1958). Da parte sua Krusciov riconosceva la sincerità di Mao: «Il PCC utilizza più forme originali per l’edificazione del socialismo, ma non c’è alcun disaccordo né potrebbe essercene».

Per l’analisi delle previsioni calcolate nei piani settennali, di quindici anni e di vent’anni e per la denegazione delle pretese kruscioviane di raggiungere o di superare la produzione per abitante degli Stati Uniti, vedere il nostro testo « L’economia sovietica dalla rivoluzione d’ottobre ai nostri giorni ».

Krusciov e Mao sono dunque arrivati di comune accordo all’aberrazione anti-marxista suprema: non più soltanto la “costruzione del socialismo in un solo paese”, ma la “costruzione del comunismo in un solo paese”. Hanno annunciato il comunismo per il 1980 come Kennedy prometteva “la pace per vent’anni”, la pace fino al 1980. I sei anni ad oggi trascorsi sono stati sufficienti perché l’URSS e la Cina si accusassero reciprocamente di ”imperialismo” e di “nazismo”.

LA IUGOSLAVIA DAL 1957 AL SETTEMBRE 1963

Dopo la “Dichiarazione della prima Conferenza di Mosca” del 21 novembre 1957, che, malgrado laboriosi negoziati, non fu firmato dagli iugoslavi (firmarono invece il Manifesto varato dalla stessa Conferenza), il Congresso del P.C.C. prese il 23 maggio 1958 una risoluzione nella quale il maoismo definiva la sua posizione sulla questione iugoslava. Per quanto concerne l’espulsione della Iugoslavia dal Cominform, la risoluzione così si esprimeva: «L’VIII Congresso nazionale del P.C.C. nella sua seconda sessione considera fondamentali, giuste e necessarie le critiche fatte nel 1948 dall’Ufficio d’Informazione dei Partiti Comunisti e dei Lavoratori (…) sebbene ci fossero dei difetti e degli errori nel modo in cui fu affrontato il problema (…) La seconda deliberazione concernente il partito comunista iugoslavo presa dall’Ufficio d’Informazione dei Partiti Comunisti e dei Lavoratori nel 1949, tuttavia, era erronea e fu ritirata più tardi dai partiti comunisti che presero parte alla riunione dell’Ufficio d’Informazione».

Come si sa, il Cominform fu creato nel 1947 e i partiti dei paesi che ne facevano parte erano quelli di: U.R.S.S., Polonia, Romania, Bulgaria, Ungheria, Cecoslovacchia, Francia, Italia, Iugoslavia. Il P.C.C. non fu mai ammesso al Cominform, come ugualmente la Cina non riuscì mai a far parte del Patto di Varsavia e del Comecon. Le due dichiarazioni avviate nel 1948 e nel 1949 dall’Ufficio d’Informazione per condannare la Iugoslavia che ricorda la risoluzione del P.C.C. non poteva dunque essere firmata dai cinesi all’epoca in cui furono pubblicate. Partecipare alla Conferenza di Mosca nel 1957 rappresentava dunque per il P.C.C. un buon passo in avanti in rapporto alla situazione di inferiorità nella quale la Cina si trovava all’epoca staliniana. Il desiderio di mettere in evidenza questa importanza e questo prestigio risulta accresciuto quando i maoisti parlano “delle mancanze e degli errori” commessi dal Cominform e respingono la deliberazione staliniana del 19492.

In questa risoluzione, i cinesi esprimono inoltre un giudizio positivo sui tentativi di riavvicinamento con la Iugoslavia compiuti da Krusciov tra il 1954 e il 1957 e rivendicano, anche se per sottintesi, per se stessi la priorità in questa iniziativa: «Dopo il 1954, il C.C. del P.C.U.S. guidato dal compagno N.S. Krusciov, ha cominciato a migliorare i rapporti con la Iugoslavia e ha adottato a questo fine delle misure particolari. Tutto ciò era perfettamente giusto e necessario (…) Abbiamo ugualmente intrapreso dei passi identici a quelli dell’U.R.S.S. e abbiamo stabilito dei rapporti tra la Cina e la Iugoslavia e tra i partiti cinese e iugoslavo».

Nessuna “restaurazione pacifica” del capitalismo è avvenuta in Iugoslavia tra il 1949 e il 1957, secondo i cinesi stessi, gli sforzi compiuti da Krusciov tra il1954 e il 1957 per “migliorare i rapporti con la Iugoslavia” erano “completamente giusti e necessari” dal momento che la Cina intraprendeva ugualmente “dei passi identici”. Stalin da parte sua definiva la Cina nel 1953 come un paese “nazista”, si trattava evidentemente di una semplice opinione personale di Stalin, di quello Stalin il cui più grande torto era stato del resto di non ammettere la Cina nel Cominform, il Patto di Varsavia e il Comecon. E dopo tutto questo, dove trovano i cinesi l’audacia di presentarsi come degli “stalinisti” (tralasciando della loro “ortodossia marxista-leninista” che non può sedurre se non gli stupidi, o i pagati per lasciarsi sedurre); dove trovano l’audacia di criticare Krusciov quando, seguendo il consiglio dato da Mao nel maggio del1958 (”Ciò era assolutamente giusto e necessario”), continuano a “migliorare i rapporti con la Iugoslavia”? È un mistero che non può spiegarsi se non con gli intrighi della diplomazia segreta e gli interessi dello Stato russo e dello Stato cinese.

Per quanto riguarda le accuse lanciate dagli iugoslavi contro l’U.R.S.S., i cinesi si esprimevano così nella Risoluzione del 23 maggio 1958: «D’altra parte il programma della Lega dei Comunisti di Iugoslavia definisce la proprietà di tutto il popolo, vale a dire la proprietà dello Stato, come “capitalismo di Stato”; i comunisti iugoslavi ammettono che è precisamente l’istituzione di questo “capitalismo di Stato” che produce direttamente la “burocrazia” e le “deformazioni burocratiche dello Stato”». I nostri lettori hanno letto nella prima parte di questo studio la nostra analisi degli argomenti con cui i maoisti sostengono oggi l’esistenza del capitalismo in Iugoslavia. Una constatazione s’impone: gli argomenti dei maoisti sul “capitalismo di Stato” e sulla “burocrazia” nella Iugoslavia del 1963, e gli argomenti che utilizzavano i titini contro l’U.R.S.S. nel 1957 si assomigliano come due gocce d’acqua. Nella prima parte di questo studio abbiamo chiarito il significato marxista dell’espressione “capitalismo di Stato”. Questa è impropria e potenzialmente anti-marxista nella misura in cui presuppone, da una parte, l’esistenza d’una fase capitalista qualitativamente differente dalle fasi precedenti, il “capitalismo di Stato” appunto, dall’altra, l’assoggettamento del capitale (dell’economia, della società civile) allo Stato (al potere politico). Abbiamo dimostrato che, al contrario, il rapporto capitalista essenziale, il rapporto tra capitale e lavoro salariato, permane nel modello fittizio e statico del “capitalismo di Stato” (che non esiste da nessuna parte, né in Russia, né negli Stati Uniti, né a maggior ragione in Cina).

Peraltro, e questo vale contro tutte le ideologie del “totalitarismo”, abbiamo affermato questa tesi marxista ben chiara: il capitalismo di Stato rappresenta un avanzamento dell’assoggettamento dello Stato al capitale e non viceversa del capitale allo Stato. Gli innumeri ideologi del “totalitarismo” non hanno mai letto questo passo di Marx: «Si può stabilire come regola generale che meno l’autorità presiede alla divisione del lavoro all’interno della società, più la divisione del lavoro si sviluppa all’interno dell’officina, e più è sottomessa all’autorità di uno solo. Così, l’autorità nell’officina e quella nella società, rispetto alla divisione del lavoro, sono in ragione inversa l’una dell’altra” (K. Marx, Miseria della filosofia). Gli innumeri ideologi del “totalitarismo” hanno denunciato, è vero, lo stakanovismo dell’epoca staliniana, ma non hanno capito che il dispotismo di fabbrica non è che il rovescio dell’anarchia nella società: in conseguenza hanno creduto, com’era loro interesse, alla pianificazione russa, che crolla oggi come un castello di carte3; hanno visto nel dispotismo di fabbrica la conseguenza del totalitarismo di Stato di Stalin e hanno lanciato contro di lui la rivendicazione della libertà; così hanno completamente abbandonato la teoria marxista e si sono ritrovati in compagnia degli ideologi americani, e oggi, perché no, dei kruscioviani.

Le pseudo-teorie del “capitalismo di Stato” e del “totalitarismo mondiale” sono scaturite tra le due guerre dal cervello dei capi degenerati della socialdemocrazia tedesca, Karl Kautsky e Rudolf Hilferding. Gli iugoslavi le hanno riprese nel secondo dopoguerra4. Ed ecco che i cinesi riprendono nel1963 le stesse pseudo-teorie per sostenere che la Iugoslavia è un paese capitalista5. Ciò ci permette di scrivere questa equazione:

Socialdemocrazia = Titini = Maoisti = Rinnegati del marxismo.

Infatti, se le pseudo-teorie socialdemocratiche, titine e kruscioviane sul “capitalismo di Stato” servono a difendere il “passaggio pacifico dal capitalismo al socialismo”, i maoisti si sono impossessati delle stesse teorie per difendere, a proposito della Iugoslavia e della Russia, la possibilità del “passaggio pacifico dal socialismo al capitalismo”6. Mentre i titini, i kruscioviani e i socialdemocratici applicano le loro riforme democratico-parlamentari all’Occidente per farlo diventare socialista, i maoisti vorrebbero applicare il loro riformismo democratico-popolare all’interno del falso “campo socialista” per impedirgli pacificamente di diventare pacificamente capitalista. Per i titini, i kruscioviani e i socialdemocratici c’è dunque questa equazione che si verifica:

Capitalismo di Stato (pianificazione) + Democrazia parlamentare = Socialismo7.

Invece, per i maoisti, è questa:

Capitalismo di Stato (pianificazione) + Democrazia popolare + Alleanza con la Cina = Socialismo8.

La stessa pseudo teoria del “capitalismo di Stato” forma la base di una concezione politica riformista comune ai kruscioviani e ai maoisti.

Quanto all’origine della teoria cinese sulla “restaurazione pacifica del capitalismo”, ne troviamo un primo accenno precisamente nella Dichiarazione di Mosca del 21 novembre 1957, nella quale si affermava che il revisionismo “postula il mantenimento e la restaurazione del capitalismo”9. I cinesi ripresero questa frase nella risoluzione già citata del loro VIII Congresso, nella quale sottolineavano che il revisionismo “invoca che il capitalismo sia conservato e restaurato”. Allora, anche Krusciov era d’accordo con i cinesi. In migliaia di documenti e di risoluzioni ideologiche mai i maoisti hanno sostenuto prima del 31 dicembre 1962, data in cui apparve l’articolo “Le divergenze tra noi e il compagno Togliatti”, la loro tesi sul “passaggio pacifico dal socialismo al capitalismo in Iugoslavia”. Ed è solamente nell’articolo che abbiamo commentato nella prima parte di questo studio, apparso sullo Hongqi il 26 settembre 1963, che i cinesi avanzarono l’ipotesi che quello che secondo loro era successo in Iugoslavia poteva ben ripetersi in Russia10.

In conclusione, ecco la lista delle stupefacenti metamorfosi che avrebbe subito la Iugoslavia dopo il 1947, secondo Stalin, Krusciov e Mao:
     1945-47: – secondo Mao, l’economia iugoslava è socialista;
     1945-47: – secondo gli Albanesi, l’economia iugoslava è imperialista e fascista;
     1949-53: – secondo Stalin la Iugoslavia è un paese nazista;
     1949-57: – secondo Krusciov e Mao, sussiste il pericolo d’una restaurazione capitalista in Iugoslavia;
     1963: – secondo Mao, la Iugoslavia è capitalista;
     1963: – secondo Krusciov, la Iugoslavia è un paese socialista.

Queste folli metamorfosi sono sufficienti a ricoprire Mao e Krusciov di ridicolo e distruggono definitivamente la teoria della “costruzione del socialismo in un solo paese”.

Del “socialismo” “costruito dai kruscioviani e dai maoisti si può ripetere oggi quello che scriveva il poeta imperiale della Vienna del1700, l’abate Pietro Metastasio: È la fede degli amanti / come l’Araba Fenice / che vi sia ciascun lo dice / ove sia nessun lo sa.

Tutto questo sarebbe divertente, se il fuoco nel quale si consuma, per ognor rinascere, la fenice del falso socialismo iugoslavo non fosse alimentata dal massacro e dallo sfruttamento del proletariato internazionale.

LE POSIZIONI RUSSE SULLA CINA DOPO IL 1963

Mentre i Cinesi fin dal dicembre 1962 proponevano le loro tesi sulla natura capitalista della Iugoslavia, in un primo tempo i Russi apparvero più circospetti rispetto alla Cina e all’Albania. La ragione di questa prudenza è evidente. L’U.R.S.S. è una grande potenza; è inoltre in casa propria che si coniano le medaglie del “socialismo” mondiale. L’U.R.S.S. può dunque tirannizzare a volontà i suoi satelliti offrendo loro in compenso un brevetto di “socialismo”, come gli U.S.A. possono distruggere uno dopo l’altro i governi fantoccio dell’America del Sud concedendo loro la “patente democratica”.

L’attitudine di Krusciov riguardo la Cina e l’Albania fu dunque questa all’inizio: voi, cinesi e albanesi seguite il vostro cammino, noi russi seguiremo il nostro (in altri termini, ci alleeremo con gli U.S.A. e faremo i nostri affari sul vostro groppone); che i due campi sospendano la “polemica pubblica” (in altri termini, tacete!) garantendo loro di rimanere tutti “socialisti!”.

Questa attitudine kruscioviana dell’inizio risulta nettamente alla lettura della risposta sovietica ai “venticinque punti” cinesi (14 luglio 1963): «Sarebbe erroneo bandire per questi motivi la Iugoslavia del socialismo, di separarla dai paesi socialisti e di spingerla nel campo dell’imperialismo come lo stanno facendo i dirigenti del P.C.C.». «Se dobbiamo seguire l’esempio dei dirigenti cinesi, allora, a causa delle nostre gravi divergenze con i dirigenti del partito del lavoro albanese, avremmo dovuto proclamare da molto tempo che l’Albania non è un paese socialista. Ma sarebbe stato un orientamento erroneo e soggettivo. Malgrado le nostre divergenze con i dirigenti albanesi, i comunisti sovietici considerano l’Albania un paese socialista».

Si noterà la vetta d’ipocrisia che raggiunge questo documento, esempio tipico della diplomazia segreta imperialista. L’U.R.S.S. non ha rotto con l’Albania i suoi legami diplomatici, l’U.R.S.S. si è limitata ad espellere l’Albania dal Comecon e dal Patto di Varsavia, l’U.R.S.S. complotta solamente per abbattere il regime albanese e uccidere Hodja e Sehu, ma nonostante ciò l’Albania è un paese “socialista”. Nello stesso modo, il governo Kennedy faceva solamente massacrare Diem e la sua famiglia, continuando sempre ad affermare che il Vietnam del Sud è un paese “democratico”. È questa la politica reale all’epoca dell’imperialismo: tutti i problemi reali non possono essere risolti che con la forza (associata all’ipocrisia).

Ma il Kremlino non aveva considerato un’altra forza reale, quella dello Stato cinese, che non si trova per il momento negli artigli dell’armata russa. Non solamente Pechino non ha sospeso la “polemica pubblica” come richiedeva Krusciov con insistenza, ma ha fatto di peggio: ha diffamato l’U.R.S.S. in Africa in lungo e in largo, in Asia e in America latina, ha escluso l’U.R.S.S. dalla Nuova Bandoung, ha predicato una crociata dei popoli asiatici, dal Giappone alla Mongolia, per cacciare l’U.R.S.S. dall’Asia. In modo tale che Krusciov decise di comperare la sua “tranquillità” e il “silenzio” dei cinesi lasciando a Tirana e a Pechino il loro brevetto al socialismo, è stato costretto di ritornare sulle sue posizioni di “considerare l’Albania e la Cina come dei paesi socialisti malgrado le gravi divergenze”.

Ed è così che nel suo intervento al Comitato Centrale del P.C.U.S. (febbraio 1964), Otto Kuusinen formulò solennemente questa domanda: «Beninteso, nessuno dubita che ci sia una dittatura nella Repubblica popolare cinese. Ma quale?»; e lui si rispose senza equivoci: «In realtà, attualmente non c’è nessuna dittatura del popolo in Cina, né una posizione dirigente del proletariato, e neanche una funzione d’avanguardia del partito. Tutta la fraseologia pseudo-marxista dei dirigenti cinesi serve soltanto a mascherare la vera dittatura in atto: la dittatura dei capi,e più esattamente, la dittatura personale».

Come abbiamo dimostrato all’inizio della seconda parte di questo studio, gli stalinisti avevano negato che la rivoluzione cinese avesse raggiunto “la tappa socialista” e l’aveva dunque confinata alla “tappa democratica”. Nel febbraio del1964 gli eredi di Stalin hanno negato, per bocca di Kuusinen, che anche questa “tappa democratica” sia stata raggiunta. In Cina non solamente “il proletariato non ha una posizione dirigente”, ma “non c’è alcuna dittatura del popolo”. Per i kruscioviani è solamente in India che “la tappa democratica” è stata raggiunta (si tratta di un esempio tipico della “competizione pacifica” nei paesi sottosviluppati, sulla quale torneremo sopra): per essi, l’India è una “democrazia nazionale” (si tratta di una nuova categoria degli ideologi russi, di cui analizzeremo più avanti il contenuto). Ma la Cina, adesso che la kremlinesca fabbrica dei brevetti in socialismo ha deciso senza appello che “non c’è alcuna dittatura del popolo in Cina”, in quale categoria rientrerebbe?

Kuusinen ha fornito la seguente risposta: “la dittatura dei capi, e più esattamente, la dittatura personale”, mentre la stampa russa proponeva i seguenti insulti destinati alla Cina: “razzismo”, “nazismo”, “emuli di Gengis Khan”, ecc. ecc. Considerando che alla data in cui scriviamo la rottura tra l’U.R.S.S. e la Cina sembra consumata, che la sua sanzione ufficiale da parte di una nuova Conferenza convocata a Mosca è imminente e che noi consideriamo peraltro che questa rottura sia irreversibile (ne forniremo le prove nel seguito di questo studio), possiamo domandarci quale formula ideologica adopereranno i kruscioviani per caratterizzare il regime di Pechino e per giustificare la loro lotta – ed eventualmente una guerra – contro tale regime. Dal canto loro, i cinesi hanno già pronta la loro formula sulla “restaurazione pacifica del capitalismo in Iugoslavia e in U.R.S.S.”, e l’abbiamo sufficientemente analizzate per dispensarci di ritornarci sopra. Ma i russi, quale formula utilizzeranno?

Secondo noi, i russi ripeteranno prima di tutto le tesi staliniste del dopo1949 che abbiamo ricordato all’inizio: la rivoluzione cinese non è mai stata socialista. In secondo luogo, utilizzeranno le accuse lanciate dai socialdemocratici contro gli stalinisti dopo il 1930. Abbiamo già visto quali erano le “teorie” di Rudolf Hilferding sul “capitalismo di Stato” e sullo “Stato Totalitario”, “teorie” alle quali i maoisti, i titini e i kruscioviani hanno largamente attinto come abbiamo dimostrato. I kruscioviani denunceranno dunque, come ha già fatto Kuusinen, il “totalitarismo” di Pechino, accuseranno i maoisti d’essere “razzisti” e la Cina di collusione con i governi “reazionari” di Parigi, Tokio e Bonn, e intraprenderanno contro questo totalitarismo una crociata per la “libertà” in compagnia degli U.S.A., centro dell’imperialismo mondiale.

Ma gli arsenali della socialdemocrazia sono ben forniti: le opere senili di Karl Kautsky, il “rinnegato”, “l’apostata”, “l’erudito” di leniniana memoria. Cosa scriveva dunque Karl Kautsky contro il regime stalinista tra il1932 e il 1937? Questo: «Il programma delle costruzioni realizzato nell’impero di Stalin non è senza precedenti. Altri governanti, prima di Stalin, comandarono a vaste masse di lavoratori docili, senza protezione, e le sacrificarono senza pietà alla realizzazione dei loro piani (…) I costruttori delle piramidi, i Cesari romani ed i Rajah indiani meravigliarono il mondo con le loro opere gigantesche, realizzate dal lavoro a buon mercato di milioni di schiavi (…) I faraoni d’Egitto e i despoti di Babilonia e dell’India non costruirono solamente dei grandi palazzi, dei templi, dei mausolei, ma anche enormi dighe, dei serbatoi e dei canali senza i quali l’agricoltura sarebbe stata impossibile. Marx caratterizza queste opere come il fondamento del dispotismo asiatico in quelle regioni. Non le considerava certamente come le basi materiali di una società socialista. Il fatto che i governanti attuali del Kremlino seguono l’esempio dei despoti asiatici significa che un cambiamento fondamentale non si è ancora verificato nel mondo»11.

Dal momento che un rappresentante dell’Istituto Marx-Engels-Lenin di Mosca ha potuto affermare al segretario del Partito socialista belga, Luyten: «Noi non vediamo per quale ragione debbano ancora sussistere dei motivi di disaccordo profondo tra socialisti russi e socialdemocratici occidentali». Bene! da parte nostra affermiamo che non vediamo perché i kruscioviani non potrebbero utilizzare domani contro i cinesi gli “argomenti marxisti” di Kautsky contro il regime di Stalin. Perché i kruscioviani non potrebbero accusare i maoisti d’essere dei “despoti orientali” e il regime di Pechino d’essere un “dispotismo asiatico?” .

In questi due ultimi anni, in una maniera totalmente inattesa, i kruscioviani hanno scoperto il “modo di produzione asiatico” che Stalin aveva fatto sparire dai “manuali marxisti” per poter affermare l’esistenza d’un feudalesimo cinese che peraltro non è mai esistito12. Il C.N.E.R.M., tra l’altro, ha anche dedicato tutto un volume al “modo di produzione asiatico”. Questa sollecitudine entusiasta delle ideologie servili e ben pagate del C.N.E.R.M. non è strano? Cosa nasconde questa misteriosa esumazione del “modo di produzione asiatico” per i kruscioviani?

L’ironia della storia farà che il “modo di produzione asiatico”, sottratto da Stalin per poter teorizzare la disfatta della rivoluzione proletaria in Cina negli anni 1924-26, sia rimesso in auge dagli eredi di Stalin per stigmatizzare il regime di Pechino come un “dispotismo asiatico” e per lanciargli contro la crociata della “libertà” in compagnia degli Stati Uniti d’America?

I TROSKISTI E TOGLIATTI

Il cataclisma ideologico provocato dalla rottura tra la Cina e l’U.R.S.S, non ha risparmiato i sedicenti trotskisti, che continuano a dirsi tali per la più grande disgrazia di Leone Trotski13. Nel 1960, pieni di speranza, si rivolsero a Pechino. Ne La Verità dei lavoratori, N.107, P. Frank, dissimulando malamente l’emozione, si poneva questa domanda: «Gli avvenimenti, le loro condizioni di sviluppo, permetteranno loro di superare il pesante handicap della loro formazione stalinista e di fare anche un “gran passo in avanti” sul piano della teoria marxista per portarli alla teoria della rivoluzione permanente?»14. Il “gran salto in avanti” compiuto dagli avvenimenti dopo il 1960 ha letteralmente mozzato il fiato ai poveri sedicenti trotskisti, a tal punto che oggi stanno soffocando.

La Iugoslavia, “l’anti-burocratica” Iugoslavia, sulla quale avevano rischiato la loro ultima fortuna, sta diventando la loro tomba. Pechino ha definito la Iugoslavia come un paese capitalista e si appresta a fare lo stesso per la Russia. Esaltando il titismo nel 1952, i falsari d’una “direzione di ricambio” si ritrovano nel 1964 all’estrema destra del krusciovismo. Nel novembre del 1963 già Livio Maitran scriveva, a proposito delle teorie cinesi sulla Iugoslavia: «È necessario sottolineare che i comunisti cinesi, se osassero effettivamente trasferire la caratteristica sociologica come nuovo capro espiatorio iugoslavo ai destinatari sovietici, commetterebbero un errore teorico e politico monumentale che, sotto il profilo tattico, li schiaccerebbe in una posizione insostenibile» (Quarta internazionale, novembre 63, p. 20).

Oseranno, oseranno, Signor Livio Maitran! Quanto alla loro “posizione insostenibile”, è tempo ormai che pensiate voi invece alla vostra “posizione insostenibile”! Mao Tse-tung “mantiene” molto bene la sua posizione nel palazzo imperiale di Pechino e non ha bisogno del vostro aiuto, né dei vostri consigli.

In caso di rottura tra l’U.R.S.S. e la Cina voi sceglierete l’U.R.S.S., lo sappiamo da molto tempo15, dopo che «il processo di destalinizzazione, in U.R.S.S. (…) ha già gettato le basi del rinnovo rivoluzionario» e che «l’U.R.S.S. è in movimento verso un ruolo più fermo, deciso e chiaro nel sostegno della rivoluzione mondiale», e che «il krusciovismo stesso, evolve fin dalla sua apparizione sempre – in media – più a sinistra», e tenendo ben presente che «l’attitudine negativa, ostile persino, presa dalla burocrazia cinese contro il processo determinante della destalinizzazione in U.R.S.S., la sua alleanza con il regime albanese sanguinario, come pure con gli stalinisti irriducibili dell’U.R.S.S. e di altri paesi; le critiche e le calunnie, tutte staliniste, che formula contro le concezioni iugoslave arricchitrici del marxismo», ecc. ecc… (estratto dalle “Tesi sulla nuova situazione internazionale e i compiti della IV Internazionale” di M. Pablo, Quatrième Internazionale, luglio 1963).

Ma proprio perché il quadro è questo, Signori Pablo, Maitran e Frank, poiché siete diventati l’ala destra in marcia del krusciovismo che dopo, grazie ai vostri sforzi eroici, “si evolve sempre – mediamente – più a sinistra”, orbene, bisogna sciogliere la vostra organizzazione-fantasma: entrate apertamente (senza “entrismo”) nei partiti kruscioviani, fate riabilitare Trotski da Krusciov e mettete una mummia di cera del grande Trotski nel Mausoleo, al posto lasciato vuoto dalla mummia di Stalin, e infine preparatevi a marciare nella nuova guerra imperialista a fianco dell’U.R.S.S. e degli U.S.A. contro i “regimi sanguinari” albanese e cinese!

Ma non bisogna credere che il cataclisma della rottura russo-cinese abbia mozzato il fiato solamente a dei poveri miserabili sedicenti trotskisti. Ecco quel che scrive Palmiro Togliatti nel sue osservazioni a Krusciov: «Ciò che preoccupa le masse e anche (nel nostro paese almeno) una frazione non trascurabile di comunisti, è il fatto stesso d’un conflitto così acuto tra due grandi rivoluzioni. Ciò rimette in discussione gli stessi principi del socialismo e quindi noi dobbiamo fare un grande sforzo per spiegare quali sono le condizioni storiche, politiche, di partito e personali che hanno contribuito ha creare le divergenze ed il conflitto attuale» (L’Unità del 5 settembre 1964).

Questo “fatto” non ha solamente “rimesso in discussione”, ma ha distrutto i falsi principi del vostro falso “socialismo”, patriottico, nazionale, democratico, popolare e mercantile! Questo “fatto” va ad aprire la via, assieme ad altri “fatti”, come la crisi di sovrapproduzione che sconvolgerà l’economia capitalista nel mondo intero e la terza guerra imperialista, ai principi invariabili del socialismo marxista, internazionalista e proletario, e alla loro diffusione in seno al proletariato internazionale!

Fate pure un “grande sforzo” per “spiegare alle masse” che le vostre menzogne sono sacrosante verità: più grande sarà il vostro “grande sforzo” e più sarà facile per il partito rivoluzionario della classe operaia di dimostrare al proletariato internazionale che le vostre sacrosante verità non sono che delle ignobili menzogne.

Note

  1. Non passa giorno senza che siano mostrati al pubblico elementi noti da molto tempo alla diplomazia segreta. Nel luglio del 1963, mentre veniva firmato a Mosca l’accordo che sanzionava il monopolio atomico russo-americano, i cinesi lamentarono che Krusciov aveva promesso loro la bomba atomica nel 1957. Nel settembre del 1963 si apprese degli incidenti di frontiera avvenuti nel Sinkiang e in Estremo-Oriente. Nel febbraio del 1964 si conobbe la reale consistenza, le modalità e i prezzi praticati nel commercio cino-sovietico. La più recente rivelazione è stata fatta dalla Pravda il 2 settembre1964, concernente la questione della Mongolia esterna: «Della Mongolia Esterna – scrisse la Pravda – i cinesi vogliono fare una provincia cinese. Nel corso della visita di Krusciov a Pechino nel 1954, rifiutandosi di esaminare questo argomento, Krusciov disse ai dirigenti cinesi che il destino della Mongolia non poteva essere deciso a Mosca o a Pechino, ma a Ulan Bator». Tutto ciò non ha impedito a Mao di scrivere che «La nostra politica deve essere conosciuta non solamente dai capi e dai quadri del partito, ma dalle larghe masse popolari (…) Una volta che le masse sapranno la verità (…) potranno agire come un sol uomo» (Citato da Hsiao Shu e da Yang Fu nell’articolo “Nella rivoluzione, la politica del partito è la garanzia della vittoria”, apparso in Pekin Rewiev, 1960, n.52).
         Il giorno non è lontano che “le masse sapranno la verità” che avete loro nascosto per troppo tempo e che le contraddizioni dell’imperialismo e la ragion di Stato vi obbliga oggi in parte a rivelare. Il giorno non è lontano quando il proletariato internazionale riesumerà gli archivi della diplomazia segreta a Mosca, a Pechino, a Londra, a Washington e a Parigi! ↩︎
  2. Si può trovare la prova di ciò che affermiamo nelle osservazioni seguenti. La “Dichiarazione” della prima Conferenza di Mosca fu firmata da dodici partiti “comunisti” al potere, e non dagli ottantun partiti come la Dichiarazione di Mosca del 5 dicembre 1960. Il preambolo della Dichiarazione del 21 novembre 1957 elenca i partiti che hanno preso parte ai lavori in ordine strettamente alfabetico. È stato un bel successo per la Cina dopo le durezze dell’epoca staliniana e l’esclusione dal Cominform. Bisogna ugualmente notare che una delegazione ufficiale di osservatori cinesi partecipò nei primi mesi del 1959 a una riunione del Patto di Varsavia al termine della quale, il 28 aprile 1959, fu pubblicato un comunicato comune. Lo stesso fatto si rinnovò nel 1960, e in questa occasione l’osservatore cinese Kang Sheng pronunciò il 4 febbraio 1960 un discorso pubblico. ↩︎
  3. Gli economisti russi hanno recentemente riconosciuto che la “pianificazione centralizzata” stalinista creava una “anarchia” e uno spreco sociale identico, se non superiore, a quello che comporta la “concorrenza capitalista”. Quando, sono più di dieci anni, noi sosteniamo e dimostriamo la stessa cosa, tutti hanno sghignazzato, dai barbaristi ai trotskisti passando per gli stalinisti. Da dieci anni è stato un dogma palese a tutti, amici o sedicenti avversari della Russia stalinista, che l’economia “sovietica” era superiore all’economia occidentale. Ma ecco cosa scrive oggi V. Nemchinov, membro dell’Accademia delle Scienze dell’U.R.S.S., in un saggio intitolato “Direzione economica socialista e pianificazione della produzione” apparso nel “Kommunist”, n° 5, marzo 1964: «Il sistema della pianificazione basata sul bilancio interno delle imprese opporrà un “filtro” solido alla pesantezza dell’anarchico spirito discrezionale, perché se gli si consente di svilupparsi liberamente, porterà, anche nel nostro sistema, a delle conseguenze così dannose come la concorrenza anarchica nel sistema capitalista». E dopo aver riconosciuto le “conseguenze nocive” “dell’anarchico spirito discrezionale”, i kruscioviani credono di portarci rimedio, poveri illusi, decentrando l’economia! ↩︎
  4. Parleremo un po’ più a fondo delle teorie “senili” di Karl Kautsky sul “metodo di produzione asiatico”. Per il momento consideriamo Rudolf Hilferding. L’autore del Capitale finanziario scriveva nel maggio del 1940 nel Corriere Socialista, rivista anti-sovietica in lingua russa, un breve articolo intitolato: “Il capitalismo di Stato ovvero l’economia dello Stato totalitario” (questo articolo apparve anche in inglese nella Modern Review). Pensiamo che nonostante la sua brevità (8 pagine di piccolo formato) questo scritto di Hilferding rassomiglia e sintetizza tutti gli argomenti dell’interminabile e inutile letteratura sul “capitalismo di Stato” e la “burocrazia”, e dimostra che la conseguenza logica di queste teorie è unica: l’abbandono del marxismo. Riportiamo qualche citazione, a titolo d’esempio:
         1) Concetto di capitalismo di Stato: «il concetto di “capitalismo di Stato” resiste difficilmente ad un’analisi economica seria. Quando lo Stato diventa il solo proprietario di tutti i mezzi di produzione, il funzionamento di na economia capitalista è resa impossibile dalla distruzione del meccanismo che fa circolare la linfa vitale in questo sistema». «Formalmente, i prezzi e i salari esistono ancora, ma la loro funzione non è più la stessa (…) I prezzi diventano altrettanti simboli di distribuzione e non contengono più un fattore di regolazione dell’economia. La “fiamma stimolante della concorrenza” e la corsa avida al profitto, che costituiscono gli stimoli fondamentali della produzione capitalista, sono morti».
         2) Accumulazione: «In un’economia di consumatori, in un’economia organizzata dallo Stato non c’è accumulazione di valore, ma di merci consumabili: prodotti di cui il potere centrale ha bisogno per le necessità del consumo». «Il fatto che l’accumulazione la faccia lui stesso non costituisce una prova della natura capitalista dell’economia».
         3) Burocrazia o Stato totalitario? Polemizzando contro R.L. Worrall che aveva sostenuto la teoria del “capitalismo di Stato” nella rivista “Left”, Hilferding scrive: «Worrall fà una meravigliosa scoperta: la burocrazia sovietica, nella sua struttura (…) differisce “fondamentalmente” da tutte le altre borghesie, ma la sua funzione rimane la stessa: l’accumulazione del capitale». «Non è la burocrazia che domina, ma quelli che comandano la burocrazia russa». «Per la sua struttura e le sue funzioni è solamente uno strumento nelle mani dei veri padroni dello Stato».
    Rudolf Hilferding era stato un marxista. Ciò gli conferisce una indubbia superiorità sugli ideologi da due soldi del “capitalismo di Stato” dove regna la “burocrazia”, fondamentalmente differente da tutte le altre borghesie. L’ex-marxista Hilferding comprendeva che per ammettere una simile tesi, bisognava semplicemente mettere il marxismo sotto-sopra, se l’economia fosse modellata dallo Stato, sovrastruttura questo invece del modo produzione. Non si deve parlare di “capitalismo di Stato”, affermava Hilferding nel1940, ma di “economia dello Stato totalitario”.
    Sicuramente la conseguenza politica restava la stessa: lotta per la democrazia, per la libertà, contro lo “Stato totalitario”. È il programma classico della socialdemocrazia contemporanea, ed è l’essenza del revisionismo. I kruscioviani hanno devotamente raccolto il testamento di Rudolf Hilferding, che si può così riassumere: Pianificazione + Democrazia = Socialismo. L’evoluzione graduale dell’economia verso il socialismo comincia, per i socialdemocratici e i kruscioviani, sotto lo Stato borghese. Affinché la pianificazione non si trasformi in “economia dello Stato totalitario”, perché si verifichi l’equivalenza tra pianificazione e socialismo, lo Stato deve essere penetrato e trasformato dalla democrazia. Questo il succo del testamento politico di Hilferding.
    Per quanto riguarda il suo testamento economico, è facile vedere che la realtà l’aveva già smentito nel 1940 e non ha fatto che continuare. Vediamo dunque come la realtà rifiuta il testamento di Hilferding:
    1) Capitalismo di Stato: Lo stato russo non è “il solo proprietario dei mezzi di produzione”. La terra fu donata in godimento perpetuo ai kolkhosiani nel 1936. Le Stazioni di Macchine e Trattori sono stati vendute ai kolkhos. Tutta l’agricoltura russa (e una parte dell’industria rappresentata dall’industrializzazione inter-kolkhosiana) sfugge anche al semplice controllo dello Stato. Non soltanto i beni di consumo, ma anche i mezzi di produzione sono delle merci in Russia. Lo Stato vende alle imprese, e le imprese si vendono tra loro i mezzi di produzione. La categoria dell’interesse (ripartizione del profitto del capitale in interesse e profitto d’impresa) regola la circolazione del capitale fisso e del capitale costante circolante. Anche la creazione del capitale fisso sfugge allo Stato imprenditore. Tutto il settore delle nuove costruzioni è dominato in Russia dalle “imprese di costruzione e di montaggio” che stabiliscono con lo Stato dei rapporti fondati sull’appalto. Lo Stato russo, come tutti gli altri Stati borghesi, non è uno Stato-imprenditore; le sue funzioni consistono, da una parte, nel controllare e ad intervenire nell’economia per mezzo delle imposte, delle sanzioni inflitte alle imprese, regolarizzando le variazioni dei prezzi, etc., dall’altra, ad accumulare del denaro che cede alle imprese perché lo trasformino in capitale.
    2) Accumulazione. Se dunque in Russia lo Stato accumula del denaro, le imprese accumulano del capitale. La prova migliore che in Russia si verifica un’accumulazione capitalista, ci è elargita dal folle tentativo d’impedire l’abbassarsi del ritmo dell’aumento della produzione industriale, ovvero del tasso medio di profitto. Questa insana pretesa, che lo Stato russo divide con tutti gli Stati borghesi contemporanei, nasce precisamente dalla divisione del profitto in interesse e profitto d’impresa. Quando il capitale si divide in capitale monetario e capitale produttivo, quando lo Stato diventa un accumulatore di denaro, la folle pretesa d’impedire la caduta del tasso medio del profitto raggiunge il suo culmine, come Marx dimostra nella Vª Sezione del Terzo Libro del Capitale. Questa folle pretesa non può che condurre a delle crisi e a delle nuove guerre imperialiste. Lo Stato accumulatore di denaro è lo Stato imperialista ideale.

    3) Burocrazia o totalitarismo di Stato? Lo Stato di Stalin fu lo strumento dell’accumulazione primitiva del capitalismo russo, nato una seconda volta nel 1921, dopo essere stato annientato dalle distruzioni di guerra tra il 1915 e il 1920. «Qualcuno di questi metodi (di accumulazione primitiva, ndr) riposa sull’impiego della forza brutale, ma tutti senza eccezione sfruttano il potere dello Stato, la forza concentrata e organizzata della società, al fine di accelerare violentemente il passaggio dall’ordine economico feudale all’ordine economico capitalista e di accorciare le forme di transizione. E, in effetti, la forza è la levatrice di tutte le vecchie società. La forza è un agente economico» (Marx, Il Capitale; Sezione VIII, Cap. 31).
    La classe è una forma economica alla quale corrisponde una forma della produzione sociale. Lo Stato di Lenin cristallizzava la forza del proletariato internazionale che tendeva allora, con la sua lotta, ad una nuova forma della produzione sociale: il comunismo: «Le forze essenziali e le forme essenziali della produzione in Russia sono come quelle di qualsiasi paese capitalista (…) Le forme essenziali dell’economia sociale sono il capitalismo, la piccola produzione mercantile, il comunismo. Le sue forze essenziali sono: la borghesia, la piccola-borghesia (i contadini soprattutto), il proletariato. (Lenin; L’imperialismo e la politica all’epoca della dittatura del proletariato).
    Lo Stato di Stalin cristallizza la forza della borghesia internazionale, della piccola borghesia russa (i contadini soprattutto), e della nascente borghesia russa. Oggi la borghesia russa è nata. V. Trapeznikov la saluta così sulla Pravda del 17 agosto 1964: «Il direttore deve avere pieni poteri nell’ambito finanziario, deve essere liberato dalla tutela rigida alla quale è sottomesso; si deve esigere che assicuri un’attività efficiente dell’impresa e una qualità elevata dei prodotti. L’indice fondamentale del profitto l’indurrà a ridurre le spese superflue e a ricercare tutti i mezzi per ridurre i costi di produzione». La “fiamma stimolante” della concorrenza e la corsa avida al profitto, che costituiscono gli stimolanti fondamentali della produzione capitalista non sono morti: fomentati dallo Stato di Stalin con il ferro e il fuoco della contro-rivoluzione, abbracciano oggi l’immensa Russia.
    La realtà ha dunque smentito Rudolf Hilferding. Ma in quanto ex-marxista aveva lui stesso sancito nel maggio del1940 che la pretesa dei “teorici” della “burocrazia fondamentalmente differente dalla borghesia” e del “capitalismo di Stato” non è marxista. ↩︎
  5. Diamo le definizioni testuali dei cinesi a proposito della Iugoslavia invitando il lettore a riferirsi alla nostra analisi sulla questione nel N° 28 del “Programme Communiste”: “Dittatura della borghesia burocratica e compratora”; “Dominazione del capitale burocratico e compratore”; “Tramite la riscossione delle imposte e degli interessi la cricca di Tito si appropria dei profitti delle imprese”; “I frutti del lavoro del popolo di cui Tito si appropria servono essenzialmente a soddisfare le delapidazioni di questa cricca di burocrati”; “Il settore economico della proprietà di tutto il popolo è degenerato in economia di capitalismo di Stato” (da un articolo apparso sullo Hongqi il 26 settembre 1963). ↩︎
  6. “La degenerazione del potere di Stato in Iugoslavia non si è accompagnata col capovolgimento dell’antico potere con i mezzi della violenza (…) Gli stessi individui, la cricca di Tito, detengono il potere”. ↩︎
  7. La formula vale sempre più anche per la Russia. Già il P.C.U.S. è diviso in due sezioni, industriale e agricola, primo abbozzo di parlamentare. È opportuno riproporre a questo proposito un frammento della dichiarazione di un rappresentante dell’Istituto Marx-Engels-Lenin di Mosca al segretario del Partito Socialista Belga, nell’occasione della richiesta dei russi di partecipare ai festeggiamenti organizzati dai social-demoratici per celebrare il centenario della fondazione della Prima Internazionale (che stomaco!!): «Man mano che la Russia svilupperà la propria economia, noi sovietici, modificheremo ugualmente le nostre strutture interne (…) Non vediamo più per quale ragione devono ancora sussistere dei motivi di disaccordo profondo tra i socialisti russi e i socialdemocratici occidentali». ↩︎
  8. I cinesi sostengono questa formula riformista all’interno del falso “campo socialista, in cina, e soprattutto nei paesi sotto-sviluppati, come lo dimostreremo nel seguito di questo studio. ↩︎
  9. Lenin ha parlato della possibilità di “restaurazione” della borghesia, per esempio in questo passaggio de La malattia infantile del comunismo: «È mille volte più di facile vincere la grande borghesia centralizzata che “vincere” i milioni e milioni di piccoli padroni; ora questi ultimi con la loro attività quotidiana, consuetudine, invisibile, sfuggente, disgregante, realizzano gli stessi risultati che sono necessari alla borghesia, che resteranno (è Lenin che sottolinea, ndr) la borghesia». Un commento di questo passaggio, e altri, nella nostra brochure: “Sul testo di Lenin: ’La malattia infantile del comunismo’”. Ma Lenin nel 1920 non affermava assolutamente che l’economia russa fosse socialista: la restaurazione di cui parla concerne il potere politico della borghesia. E Lenin non sosteneva certo la possibilità d’una restaurazione pacifica! ↩︎
  10. Ecco il passaggio testuale dell’articolo apparso sul Zerit i Pouli il 6.VI.63 nel quale gli albanesi, dopo aver sostenuto che la Iugoslavia tentò di colonizzare l’albania nel 1945, affermano: «Questo atteggiamento e questa politica dei revisionisti iugoslavi erano assolutamente identici alla politica di asservimento praticata dai fascisti italiani nei riguardi del nostro paese». ↩︎
  11. Karl Kautsky, “La Russia sovietica è uno Stato socialista?”, in “Socialdemocrazia contro comunismo”, 1932-37, New York, Rand School Press, 1946.
         Karl Kautsky falsifica in un modo impudente, veramente incredibile per un “erudito” della sua classe, le caratteristiche del modo di produzione asiatico descritte da Marx e da Engels a più riprese nelle loro opere. Per essere brevi ci limiteremo a rinviare il lettore al Capitale, Primo Libro, Quarta Sezione, 14° capitolo: IV. – La divisione del lavoro nella manifattura e nella società (Ed. Soc., II tomo, pp. 41-48).
         Marx parla tra l’altro di piccole comunità indiane e il lettore potrà vedere non solamente quelle che sono per Marx le determinazioni essenziali del metodo di produzione asiatico, ma si renderà anche conto che per Marx tutti i modi sociali di produzione che hanno preceduto il capitalismo sono infinitivamente superiori per quanto riguarda i rapporti degli uomini tra loro e dell’uomo con la natura. Se Marx ha riconosciuto che il modo di produzione capitalista ha reso possibile un aumento vertiginoso delle forze produttive (aumento che, nella fase senile e imperialista del capitalismo, è diventato una minaccia per la stessa sopravvivenza della specie umana) e se, in conseguenza, ha accolto con favore il suo avvento come una rivoluzione necessaria sul cammino dell’umanità verso la forma superiore del comunismo, non è meno vero che per Marx il capitalismo considerato nella totalità dello sviluppo storico, ha raggiunto il limite dell’infamia per la specie umana.
         Karl Kautsky aveva a tal punto rinnegato il marxismo nel 1930 da paragonare Stalin a un faraone dell’antico Egitto o a un rajah indiano. Non insisteremo sull’altra tesi essenziale del marxismo, vale a dire che il modo di produzione capitalista è una realtà irreversibile dopo il 1870, in altre parole che da allora non è più minacciato da una restaurazione; è dunque la rivoluzione proletaria e l’avvento della società comunista che sono all’ordine del giorno. Kautsky rinnegava questa tesi essenziale delirando su una fantastica resurrezione del “dispotismo asiatico”. Siamo sempre allo stesso punto: il riformismo scopre continuamente delle tappe intermedie prima dell’avvento del socialismo. Per far lottare il proletariato in favore della democrazia borghese, bisognava che Kautsky scoprisse che era minacciata dalla resurrezione del “dispotismo asiatico”!
         Bisogna inoltre ricordare che i anche “barbaristi” paragonavano, da parte loro, la burocrazia stalinista agli scribi dell’antico Egitto, e Stalin a Ramses II (Cf. Programme Communiste, n° 15, Il marxismo contro l’utopia, p. 25, nota 3). Ecco dunque le fonti di questi “arricchitori” del marxismo! Hanno copiato tutto: la “razionalità capitalista” l’hanno presa in affitto da Max Weber, la “burocrazia fondamentalmente differente dalla borghesia” da Worrall, lo “Stato totalitario” da Hilferding, e infine, il “dispotismo asiatico” da Kautsky!
         Ricordiamo infine ai lettori che la degenerazione del modo di produzione asiatico in Cina è stato da noi analizzata nello studio in corso di pubblicazione “Il movimento sociale in Cina”, e che le determinazioni essenziali del modo di produzione asiatico sono state analizzate nello studio “La successione delle forme di produzione nella teoria marxista” (brochure ciclostilata in lingua italiana). ↩︎
  12. Vedere lo studio in corso di pubblicazione. “Il movimento sociale in Cina”, Programme Communiste, N.° 27, in particolare il capitolo: “Sulla natura della borghesia coloniale” e “La teoria del feudalesimo cinese”, pp. 9-12. ↩︎
  13. Abbiamo già definito una volta per tutte i sedicienti “trotskisti” nell’articolo “comunisti di tempi migliori” (Programme Communiste, N.° 25, ott.-dic. 1963) rispondendo alle insinuazioni del settimanale progressista France-Observateur che considerava la nostra rivista un organo trotskista. Lo stesso settimanale ha consacrato un suo articolo sulla riconoscenza della Cina per De Gaulle in una polemica contro i “puristi della nostra sinistra più estrema” (30 genn. 1964) non meglio identificati. Risponderemo punto su punto nel seguito di questo studio alle calunnie e insinuazioni diffuse da France-Observateur contro “certi puristi della nostra sinistra più estrema”. ↩︎
  14. Cf. Programme Communiste, N.° 14, genn.-marzo 1961, “Disarmo dell’imperialismo o disarmo del proletariato?”, p.12. ↩︎
  15. Vedere la nostra facile previsione nel Programme Communiste, N.° 18, gen.-marzo 62, “Rigeneratori e redentori ai vostri posti”, p. 54, dove affermiamo: «Con Krusciov, e con Thorez, condannerete albanesi e cinesi perché sono stalinisti mentre voi siete democratici”. ↩︎