Parti Communiste International

Prometeo (II) 7

Settembre 1920-Settembre 1928

Otto anni solamente e quale torrente di avvenimenti in così breve tempo, quale capovolgimento nella posizione dei rapporti tra le classi!

Nel 1920 il proletariato si impadroniva delle fabbriche, i contadini delle terre, mentre le masse lavoratrici sentivano che l’ora della liberazione era scoccata e marciavano alla battaglia. L’esercito, la polizia, tutte le istituzioni di difesa del dominio del capitalismo erano devastate da una crisi profonda che annullava ogni disciplina ed autorità, capovolgeva i rapporti interni piombando ufficiali e « superiori » in una posizione di umiltà e di condiscendenza verso i proletari in divisa che ardevano dalla volontà di raggiungere nella battaglia i loro fratelli i quali avevano annullato il despotico potere del padronato e prendevano nelle loro mani la gestione della produzione. Nel 1928 l’arroganza delle forze di difesa del capitalismo ha raggiunto una baldanza spietata. Le `organizzazioni proletarie sono a terra, gli operai che combatterono nel 1920 sono all’ ergastolo ove si trovano a centinaia gli altri proletari che vollero difendere e rispondere con la violenza alla violenza della reazione. A migliaia coloro che hanno  malgrado tutto continuato la lotta sono condannati nelle isole, nelle prigioni od all’ esilio ed il capitalismo moltiplica le forze di difesa del suo regime per renderlo invincibile e per condannare gli operai alla schiavitù.

La parole impallidiscono il contrasto fra le due date mentre lo strazio del paragone prova di per sé stesso che il crollo non è  definitivo, che in realtà si tratta di una battaglia perduta, di una battaglia che non ha eliminato le ragioni del combattimento giacchè i vincitori devono ancora otto anni dopo rincrudire e rafforzare la loro lotta contro il nemico insopprimibile, contro il proletariato che non arresta di fronte al terrore, la preparazione della sua battaglia rivoluzionaria.

Otto anni dopo la sconfitta del proletariato la situazione economica non ha fatto il minimo passo in avanti nella via della ricostruzione, ne ha fatti mille invece nella via delle complicazioni e del peggioramento.

Nella storia della lotta delle classi in Italia, l’occupazione delle fabbriche ha rappresentato certamente il punto culminante. Il socialdemocratico Treves, per occultare le responsabilità terribili del suo partito ha trovato da tempo che la « tragedia di quell’ epoca consisteva nel fatto che la classe borghese non era più capace di mantenere il suo potere, mentre il proletariato non aveva forze sufficienti per conquistare la direzione della società ». Questa formula esteriore e superficiale comincia a trovare seguaci anche nel seno del partito comunista ove le ultime vicende della lotta rivoluzionaria hanno fatto nuove reclute fra i capi che vogliono nascondere a loro stessi ed al proletariato le responsabilità cui conduce inevitabilmente una linea politica che altera i programmi marxisti della classe proletaria.

Une classe che occupa le officine, le terre, che avvia la produzione e raggiunge dopo pochi giorni di gestione e malgrado il sabotaggio degli elementi piccoli borghesi (impiegati e tecnici) – е supera il margine che si otteneva sotto il padronato, una classe che fa la prova di sapere difendere con le armi le officine occupate, non è immatura per prendere il potere. Chi fa difetto allora è l’organo Centrale direttivo del movimento che invece di spingere la battaglia al fondo, impiega mille espedienti per falsificarne gli scopi e per tradirlo. Tutta la tragedia dell’ occupazione delle fabbriche risiede nella incapacità dimostrata dal partito socialista di condurre le masse alla rivoluzione. Dal punto di vista obiettivo l’occupazione fu un anello della catena di avvenimenti che nel dopo guerra marciavano secondo la linea dell’ offensiva proletaria; essa ha certamente rappresentato il momento culminante di queste offensiva e, come in tutte le grandi tormente rivoluzionarie fallite, essa ha anche rappresentato il momento culminante del fallimento dello strumento che in questa situazione rappresentava l’elemento risolutivo, del partito socialista.

Un anno prima, al Congresso di Bologna, il compagno Bordiga aveva inutilmente proposto alla frazione ordinovista che oggi detiene la direzione del nostro partito, di addivenire ad un accordo sulla base della posizione fondamentale della costruzione di un partito comunista attraverso l’espulsione dell’ ala riformista dal partito socialista. Le forze della frazione astensionista non erano sufficienti per determinare uno schieramento di organizzazioni proletarie capaci di rispondere ai compiti decisivi di quelle situazioni. Gli ordinovisti erano allora ossessionati dall’ idea (che ancor oggi non rinnegano sebbene non rivendichino completamente) che bastasse lo sviluppo graduale del potere proletario nelle fabbriche per giungere alla liberazione del proletariato. L’occupazione delle fabbriche ha dato una risposta eloquente anche a questa questione: allora il potere nelle fabbriche si era realizzato e pur tuttavia si ebbe la più colossale delle disfatte perchè il proletariato non fu condotto alla conquista del potere politico..

Fallito quest’ accordo fra la frazione astensionista e la frazione dell’Ordino Nuovo, il partito socialista era trascinato sulla via inesorabile del tradimento del 1920. Le esperienze della Comune ungherese e quelle molto più calzanti della vita interna del nostro partito ad otto anni di distanza, possono farci concludere che seppure gli ordinovisti non avessero rifiutato la proposta del comp. Bordiga, la disfatta si sarebbe avuta egualmente giacchè per dirigere uno stato proletario vittorioso è indispensabile un partito che abbia precedentemente liberato le sue fila dai corpi estranei al proletariato rivoluzionario rappresentati nell’ ideologia socialdemocratica di cui l’ordinovismo è una degna filiazione.

Ma l’occupazione delle fabbriche esprime luminosamente degli insegnamenti che devono essere tenuti presenti nel corso di queste situazioni che precedono e maturano le battaglie di domani. Non basta che il proletariato combatta, non basta che alla direzione del partito si trovino « uomini » di sinistra (nel 1920 la Direzione del partito socialista era nelle mani di elementi che aderirono poi al movimento che capeggiato da Bordiga porto’ alla costituzione del partito comunista); ma è indispensabile una organizzazione di ferro che sappia dare la sola parola rivoluzionaria che puo’ condurre alla vittoria, che sappia dirigere la battaglia glia per la conquista violenta del potere politico e per instaurare la dittatura proletaria.

In quell’ occasione l’astuto rappresentante degli interessi del capitalismo italiano « viaggiava ». Giolitti, di fronte alla paralisi degli organismi di difesa dello stato, comprese che in quel momento il risultato di una battaglia frontale con i proletari armati sarebbe stata indubbiamente quello di fracassare la tragicommedia del Consiglio Nazionale di Milano ove per giorni si discuteva del modo migliore di porre fine al movimento. Egli comprese ottimamente che gli interessi della borghesia erano in quel momento magnificamente difesi dalla socialdemocrazia che poteva fare pesare l’ « influenza » di capi ed organizzazioni quando l’impiego della forza avrebbe avuto per risultato di forzare gli avvenimenti.

E la battaglia fu perduta. E questa disfatta spiega da sola tutti gli avvenimenti che l’hanno seguita. Due mesi dopo si avevano i fatti di Bologna e le invasioni fasciste.

LA CONTROFFENSIVA CAPITALISTA

Engels in una penetrante analisi della natura dello stato capitalista ne espone i tratti fondamentali provando che lo stato capitalista eretto per dominare le contraddizioni di classe, e per difendere il dominio della classe borghese, deve procedere ad una organizzazione della divisione del lavoro che si realizza attraverso la pressione violenta delle forze di difesa dello stato ed attraverso la mobilitazione ideologica e politica che si ottiene con la stampa, i parlamenti, le organizzazioni sindacali. A differenza della società patriarcale che organizza la difesa contro le sollevazioni degli schiavi con una polizia di clans, lo stato capitalista ha bisogno di esercitare un complesso lavoro politico, attraverso le istituzioni di cui esso dispone e secondo i metodi che vengono imposti dalle situazioni.

A contraddistinguere i diversi metodi di governo non basta il criterio crudo della violenza. Difatti lo stato imperialista tedesco esercito’ la violenza spietata contro il movimento spartachista mentre erano al governo gli « antidestri », gli « antifascisti », i socialdemocratici. Un metodo di governo è piuttosto contraddistinto dal modo che impiega il capitalismo per operare una organizzazione della disciplina del lavoro senza cui alcun regime puo’ vivere per qualche anno

In Germania — dato l’alto grado raggiunto dalla industrializzazione e la conseguente differenziazione operatasi nel seno della classe operaia con la formazione di una aristocrazia operaia (in molti casi aristocrazia operaia significa semplicemente  « strato meno miserabile » il che non cessa di avere la sua significazione nella dinamica delle forze di classe, sovratutto in periodi rivoluzionari), questa divisione del lavoro si è effettuata, e si effettua attraverso la manovra operata dal capitalismo delle organizzazioni sindacali e dello stato maggiore della socialdemocrazia. In Italia questa divisione del lavoro si è effettuata nella direzione dell’ organamento fascista per la prevalenza dell’ economia agraria nel complesso della situazione italiana.

Tutto questo non ha affatto un valore categorico ma serve solamente a dare una spiegazione alle vicende degli ultimi anni dal punto di vista marxista e contro le nuove teorie opportuniste prevalse nel seno del partito comunista. Ma la ragione essenziale del fascismo risiede solamente nel fatto che la borghesia non poteva evitare la conseguenza inevitabile della sconfitta del 1920 nel caso che il proletariato trovasse la possibilità di profittare della tremenda esperienza per costruirsi un partito capace di guidarlo alla rivoluzione. La borghesia doveva fare ricorso alla violenza per allontanare la realtà che malgrado tutto matura, per allontanare cioè il domani che vedrà un partito proletario degno dei combattimenti che il proletariato ha mille volte scatenati.

Il comp. Bordiga ha una volta scritto che « occorre mettere in risalto e precisare il fatto che non si puo’ nemmeno parlare di classe quando non esista una minoranza di questa classe tendente ad organizzarsi in partito politico ». La  fondazione del partito comunista in Italia ha rappresentato il primo esperimento nella storia della lotta di classe in Italia per la comparsa cosciente e risoluta della classe proletaria nel gioco delle forze della società italiana.

Lo abbiamo già scritto: la fondazione del partito comunista ha precipitato il corso degli avvenimenti avvicinando il giorno della vittoria rivoluzionaria. Fino ad allora il capitalismo aveva potuto manovrare nel seno della classe proletaria per farla deviare dai suoi scopi. Fino ad allora-  secondo la frase di Giolitti – Marx era in soffitta. Da allora in poi la dottrina marxista  ridiventava la guida dell’ azione del proletariato. Otto anni dopo l’occupazione delle fabbriche, la situazione è delle più oscure nel seno dello stesso partito comunista ove si giunge a presentare come rivendicazione programmatica « il controllo sulle fabbriche » che durante l’occupazione offri’ il cammino al tradimento socialdemocratico. E questo non ha nulla a vedere con il fatto che tale rivendicazione (che non è mai stata una parola d’ordine per la conquista del potere politico) sia stata presentata dal partito bolscevico nel periodo precedente all’ Ottobre 1917. Si trattava allora di una indicazione offerta all’ azione concreta delle masse in movimento per esercitare in modo positivo il controllo, mentre il « programma » del potere politico del proletariato non veniva affatto annacquato e restava quello della socializzazione dei mezzi di produzione.

Otto anni dopo la socialdemocrazia, che voleva consegnare la fine dell’ occupazione delle fabbriche alla « meno peggiore » soluzione della repubblica (oggi sostenuta anche dal partito comunista) è sbaragliata anch’ essa e contro di essa si esercita la violenza del fascismo. E’ certo che se la situazione mondiale fosse diversa da quella che fortunatamente è; se fossimo cioè in un’ epoca diversa da quella mortale del capitalismo, la social-democrazia italiana avrebbe una sorte ben diversa. Come dopo la Comune di Parigi si assisterebbe ad una pacifica stabilizzazione del potere della borghesia. Ma oggi le cose vanno altrimenti: la borghesia italiana è minacciata costantemente dal pericolo rivoluzionario, ed essa segue le situazioni cui è costretta a dare le soluzioni provvisorie che i rapporti fra le classi impongono.

A nulla è valso il fatto che la socialdemocrazia abbia giustamente rivendicato il merito di essere stata la vera autrice della disfatta proletaria del 1920, a nulla è valso il tentativo da essa fatta di confondersi con il fascismo nella primavera del 1921 attraverso il patto di pacificazione, a nulla è valso l’invio di Buozzi da Mussolini nel 1923 per concordare una collaborazione, a nulla è valso il passaggio al fascismo dello stato maggiore confederale nel 1927. Malgrado tutto cio’ la borghesia, momentaneamente presceglie Mussolini e non vuole cambiare il suo personale di governo. Ma cio’ non toglie affatto che in una situazione internazionale di rapporti fra le classi mutata (e la Russia Sovietista entra in prima linea in questa disposizione di forze), la socialdemocrazia riesca a prendere il potere nel nome e per gli interessi della borghesia.

Il partito comunista si fondo’ in Italia sulla base della formula seguente nell’ esame della situazione italiana: « equivalenza del fascismo e della socialdemocrazia ». Otto anni dopo una conferma migliore non si poteva avere al Congresso delle Trade Unions di Swansea, il principio della « collaborazione fra le classi » e’ stato sancito come il nuovo principio del socialismo. Lo stesso principio è quello che dirige i sindacati fascisti.

Il fondamentale, nell’ esame dei rapporti fra socialismo e fascismo in Italia non è quello che si desume dalle vicende personali dei socialisti nei confronti dei fascisti. Il fondamentale si ricava solamente applicando l’analisi marxista che ci fa giungere alla conclusione che il fascismo non rappresenta una classe diversa « arretrata » rispetto al capitalismo.

E se il fondamentale non ispira l’azione del partito comunista, la deviazione è inevitabile e si cade nelle secche dell’ « antifascismo » e della « rivoluzione popolare ». Lenin di fronte al presunto dilemma Kerensky-Korniloff, non ha sacrificato un lembo dei programmi comunisti. Malgrado la mancata vittoria dell’ azione del luglio 1917, Lenin mantenne integralmente il programma comunista come scopo dell’ azione del proletariato. Quello che egli fece in presenza di quella situazione fu l’esame marxista dei rapporti fra le classi per concludere contro il lancio immediato della parola dell’ insurrezione.

Analogamente ha sinistra sostiene nei confronti della situazione italiana: nessuna concessione di programma; propaganda netta sulla base del nostro programma per preparare la situazione nella quale sarà possibile lanciare l’appello diretto per l’insurrezione e per la lotta armata anche contro le forze politiche che sosterranno i programmi dell’ antifascismo, per la rivoluzione comunista.

Questo è l’insegnamento capitale della disfatta dell’ occupazione delle fabbriche. La sinistra lavora perchè l’incrocio delle situazioni che verranno salvino al proletariato l’organizzazione che esso ha fondato a prezzo di tanti sacrifici, la sinistra lavora per liberare il partito comunista dalle stesse ideologie che contribuirono alla sconfitta del 1920 e che ci porterebbero ad una nuova disfatta.

Lettre de Bordiga à Korsch

Naples, le 28 octobre 1926

Cher camarade Korsch,

Les questions sont aujourd’hui si graves qu’il serait vraiment nécessaire de pouvoir en discuter de vive voix et très longuement : mais malheureusement, cela ne nous est pas possible pour l’instant. Il ne m’est pas non plus possible de vous écrire en détail sur tous les points de votre plate-forme, dont quelques-uns pourraient donner lieu à une discussion utile entre nous.

Par exemple, votre « façon de vous exprimer » au sujet de la Russie me semble ne pas convenir. On ne peut pas dire que « la révolution russe est une révolution bourgeoise ». La révolution de 1917 a été une révolution prolétarienne, bien que ce soit une erreur de généraliser ses leçons « tactiques ». La question qui se pose est de savoir ce qui arrive à une dictature prolétarienne dans un pays si la révolution ne suit pas dans les autres pays. Il peut y avoir une contre-révolution ; il peut y avoir une intervention extérieure ; il peut y avoir un processus de dégénérescence dont il s’agit de découvrir et de définir les symptômes et les répercussions dans le parti communiste.

On ne peut pas dire tout simplement que la Russie est un pays dans lequel le capitalisme est en expansion. La chose est beaucoup plus complexe : Il s’agit de nouvelles formes de la lutte de classe qui n’ont pas de précédents dans l’histoire. Il s’agit de montrer que toute la conception qu’ont les staliniens des rapports avec les classes moyennes constitue un renoncement au programme communiste. On dirait que vous excluez que le parti communiste russe puisse mener une politique qui n’aboutirait pas à la restauration du capitalisme. Cela reviendrait à donner une justification à Staline, ou à soutenir la position inadmissible selon laquelle il faudrait « quitter le pouvoir ».Il faut dire au contraire qu’une juste politique de classe aurait été possible en Russie sans la série de graves erreurs de politique internationale commises par toute la « vieille garde léniniste ».

J’ai aussi l’impression – je me limite à de vagues impressions – que dans vos formulations tactiques, même quand elles sont acceptables, vous accordez une valeur trop importante à ce que suggère la situation objective, qui aujourd’hui peut sembler aller à gauche. Vous savez qu’on nous accuse, nous gauche italienne, de refuser l’examen des situations : cela n’est pas vrai. Mais notre objectif est de construire une ligne de gauche qui soit vraiment générale et non occasionnelle, qui se relie à elle-même à travers les phases et les développements de situations éloignées dans le temps et différentes les unes des autres, en les affrontant toutes sur le terrain révolutionnaire adéquat, mais sans ignorer en rien leurs caractères distinctifs objectifs.

J’en viens maintenant à votre tactique. Pour m’exprimer avec des formules expéditives et non… officielles, je dirai qu’elle me paraît encore, dans les rapports internationaux de parti, trop élastique et trop… bolchevique. Tout le raisonnement par lequel vous justifiez votre attitude vis-à-vis du groupe Fischer, à savoir que vous comptiez le pousser à gauche ou bien, au cas où il refuserait, le discréditer aux yeux des ouvriers, ne me convainc pas, et il ne me semble pas que dans les faits non plus il ait donné de bons résultats. D’une façon générale, je pense que ce qui doit être mis aujourd’hui au premier plan, c’est, plus que l’organisation et la manœuvre, un travail préalable d’élaboration d’une idéologie politique de gauche internationale, basée sur les expériences éloquentes qu’a connues le Komintern. Comme ce point est loin d’être réalisé, toute initiative internationale apparaît difficile.

J’ajoute quelques remarques sur notre position vis-à-vis des problèmes de la gauche russe. Il est significatif que nous ayons vu les choses différemment. Vous qui étiez très méfiants à l’égard de Trotsky, vous êtes arrivés tout de suite au programme de solidarisation inconditionnelle avec l’Opposition russe en prenant appui plus sur Trotsky que sur Zinoviev (je partage votre préférence).

Aujourd’hui que l’Opposition russe a dû « se soumettre », vous parlez de faire une déclaration dans laquelle on devrait l’attaquer parce qu’elle a laissé tomber le drapeau : c’est une chose sur laquelle je ne serais pas d’accord, alors que nous-mêmes n’avons pas cru devoir nous « fondre » sous ce drapeau international tenu par l’opposition russe.

Zinoviev et surtout Trotsky sont des hommes qui ont un grand sens de la réalité ; ils ont compris qu’il faut encore encaisser des coups sans passer à l’offensive ouverte. Nous ne sommes pas au moment de la clarification définitive, ni en ce qui concerne la situation extérieure ni en ce qui concerne la situation intérieure.

— 1. Nous partageons les positions de la gauche russe sur les directives de la politique étatique du parti communiste russe. Nous combattons la politique soutenue par la majorité du Comité Central comme un acheminement vers la dégénérescence du parti russe et de la dictature prolétarienne qui conduit hors du programme du marxisme révolutionnaire et du léninisme. Dans le passé nous n’avons pas combattu la politique d’Etat du parti communiste russe tant qu’elle est restée sur le terrain défini par le discours de Lénine sur l’impôt en nature et le rapport de Trotsky au IV° Congrès mondial. Nous acceptons les thèses de Lénine au III° Congrès.

— 2. Les positions de la gauche russe sur la tactique et sur la politique du Komintern, indépendamment de la question des responsabilités passées de nombre de ses membres, sont insuffisantes. Elles ne sont pas proches des positions que nous avons affirmées dès le début de l’Internationale Communiste sur les rapports entre partis et masses, entre tactique et situation, entre partis communistes et autres partis soi-disant ouvriers, ainsi que sur l’appréciation de l’alternative de la politique bourgeoise. Elles se rapprochent davantage, mais non complètement, sur la question de la méthode de travail de l’Internationale et sur celle de l’interprétation et du fonctionnement de la discipline interne et du fractionnisme. Les positions de Trotsky sur la question allemande de 1923 sont satisfaisantes, de même que son jugement sur la situation mondiale actuelle. On ne peut pas en dire autant des rectifications de Zinoviev sur la question du front unique et de l’Internationale Syndicale Rouge ainsi que sur d’autres points qui ont une valeur occasionnelle et contingente, rectifications qui ne donnent pas l’assurance d’une tactique évitant les erreurs du passé.

— 3. Etant donné la politique de pression et de provocation des dirigeants de l’Internationale et de ses sections, toute organisation de groupes nationaux et internationaux contre la déviation à droite présente des dangers de scission. Il ne faut pas vouloir la scission des partis et de l’Internationale. Il faut laisser s’accomplir l’expérience de la discipline artificielle et mécanique en respectant cette discipline jusque dans ses absurdités de procédure tant que cela sera possible, sans jamais renoncer aux positions de critique idéologique et politique et sans jamais se solidariser avec l’orientation dominante. Les groupes idéologiques ayant une position de gauche traditionnelle et complète ne pouvaient pas se solidariser de façon inconditionnelle avec l’opposition russe, mais ils ne peuvent pas condamner sa récente soumission, qui n’est pas une conciliation de sa part : elle a subi des conditions qui n’offraient pas d’autre alternative que la scission. La situation objective et externe est encore telle qu’être chassé du Komintern signifie – et pas seulement en Russie – avoir encore moins de possibilités de modifier le cours de la lutte de classe ouvrière qu’on ne peut en avoir au sein des partis.

— 4. En aucun cas il ne serait possible d’admettre une solidarité et une communauté de déclarations politiques avec des éléments comme Fischer et Cie qui auraient récemment assumé dans d’autres partis ainsi que dans le parti allemand des responsabilités de direction dans un sens droitier et centriste, et dont le passage à l’opposition coïnciderait avec l’impossibilité de conserver la direction d’un parti avec l’assentiment du centre international, et avec des critiques de leur action par l’Internationale. Ceci serait incompatible avec la défense de la nouvelle méthode et du cours nouveau du travail communiste international qui doit succéder à la méthode de la manœuvre de type parlementaire-fonctionnariste.

— 5. Avec tous les moyens n’excluant pas le droit de vivre dans le parti, il faut dénoncer le mot d’ordre prédominant comme conduisant à l’opportunisme et contrastant avec la fidélité aux principes programmatiques de l’Internationale, principes que d’autres groupes que nous peuvent eux aussi avoir le droit de défendre, à condition qu’ils se posent la question de rechercher les déficiences initiales – non pas sur le plan théorique, mais sur le plan de la tactique, de l’organisation, de la discipline – qui ont fait que la III° Internationale est elle aussi susceptible de connaître des dangers de dégénérescence.

Je crois que l’un des défauts de l’Internationale actuelle a été d’être un « bloc d’oppositions » locales et nationales. Il faut réfléchir sur ce point, bien entendu sans se laisser aller à des exagérations, mais pour mettre à profit ces enseignements. Lénine a arrêté beaucoup de travail d’élaboration « spontané » en comptant rassembler matériellement les différents groupes, et ensuite seulement les fondre de façon homogène à la chaleur de la révolution russe. En grande partie il n’a pas réussi.

Je comprends bien que le travail que je propose n’est pas facile en l’absence de liens organisatifs, de possibilités de publier, de faire de la propagande, etc. Malgré cela je crois qu’on peut encore attendre. De nouveaux événements extérieurs se produiront et en tous cas j’espère que le système de l’état de siège disparaîtra par épuisement avant de nous avoir obligés à relever les provocations.

Je crois que nous ne devons pas cette fois-ci nous laisser entraîner par le fait que l’opposition russe a dû signer des phrases contre nous, peut-être pour ne pas devoir céder sur d’autres points dans la préparation tourmentée du document. Ces répercussions entrent elles aussi dans les calculs des « bolchevisateurs ».

Je tâcherai de vous envoyer des éléments sur les affaires italiennes. Nous n’avons pas accepté la déclaration de guerre que constituaient les mesures de suspension de certains dirigeants de gauche et l’affaire n’a pas eu de suite de caractère fractionniste. Jusqu’à présent les batteries de la discipline ont tiré dans du coton. Ce n’est pas une ligne très belle et qui nous contente tous, mais c’est la moins mauvaise possible. Nous vous enverrons copie de notre recours à l’Internationale.

En conclusion, je ne crois pas qu’il faille faire une déclaration internationale comme vous le proposez, et je ne pense même pas que la chose serait réalisable en pratique. Je crois toutefois utile d’effectuer dans les divers pays des manifestations et des déclarations idéologiquement et politiquement parallèles dans leur contenu sur les problèmes de la Russie et du Komintern, sans aller pour autant jusqu’à donner le prétexte du « complot » fractionniste, et chacun élaborant librement sa pensée et ses expériences.

Dans cette question interne, j’estime qu’il est plus souvent préférable d’employer la tactique qui consiste à se laisser pousser par les événements, et qui est certainement dans les questions « externes » très nocive et opportuniste. A plus forte raison si l’on tient compte du fonctionnement spécial du mécanisme du pouvoir interne et de la discipline mécanique dont je persiste à croire qu’elle se brisera d’elle-même.

Je sais avoir été insuffisant et peu clair. Veuillez m’excuser et, pour l’instant, recevez mes cordiales salutations.