Parti Communiste International

Prometeo (III) 1947/I/5

Tendenze e socialismo

La questione ritorna attuale in Italia dove di due grossi partiti che si dicono proletari uno, quello comunista, assume di non avere tendenze e frazioni interne, l’altro, il socialista, non solo si spezza per dissensi sulla eventuale fusione coi comunisti, ma lo fa secondo uno schema strano. I fusionisti si chiamano sinistra ma formano un centro, i loro avversari secessionisti sono il blocco di una destra (Critica Sociale, derivante dai riformisti turatiani) e di una sinistra (Iniziativa Socialista, composta di elementi che si richiamano variamente a tradizioni rivoluzionarie).

Anche se la situazione si risolvesse nella rottura in tre tronconi, il processo apparirebbe meno chiaro che nel precedente storico del 1921, quando, uscita prima a Livorno la Sinistra Comunista per fondare il P.C.I., poco dopo il blocco rimasto si scindeva ancora in massimalisti (P.S.I.) e riformisti (Socialisti Unitari).

Nessuno invero dei molti ferventi commentatori, dall’interno o dall’esterno, tra i comunisti, le frazioni socialiste, e la stampa d’altri partiti, mostra di essere in possesso della chiave per spiegare l’odierno processo.

Non è facile infatti sceverare nella gamma delle varie tendenze le caratteristiche ideologiche di ciascuna, e tanto meno quelle pratiche.

Tutti i gruppi dal più al meno, in teoria, si richiamano al marxismo, alla lotta di classe e all’attesa di una società socialista dopo la soppressione del capitalismo.

Tutti, nell’azione pratica di oggi, non escludono la politica di compromesso tra loro e con i partiti della borghesia, tutti vanno alle elezioni e ai parlamenti, sono pronti a votare per governi interclassisti e a farne parte, sia pure sotto diverse condizioni contingenti.

Rifacendosi alla situazione di ieri tutti rivendicano la politica della coalizione di tutti i partiti non fascisti e dell’appoggio, fino alla lotta armata partigiana, all’alleanza di guerra antitedesca.

Qualche cosa di sostanziale li divide nella tattica da seguire domani sullo sfondo internazionale di possibili eventi, ma anche in ciò li accomuna la reticenza ed il timore di svelarsi in programmi a netto contorno.

Anche contentandosi di connotati negativi, non è facile discernerli; gli stessi saragattiani pur molto parlando del binomio libertà-socialismo non escludono esplicitamente in principio l’uso della forza e la dittatura proletaria; dal canto loro i togliattiani sono ben lontani dal condannare una prassi socialdemocratica, ed anzi profilano la prospettiva storica in Italia e nel mondo con le parole della democrazia progressiva e della attuazione per via legalitaria di riforme sociali, presentando una via più che mediata e graduata verso il socialismo.

Ed infine tutti i gruppi presentano come pericolo nel caso del loro insuccesso lo stesso orripilante nemico: una dittatura totalitaria; pretendendo i togliatto-nenniani che se non andranno essi al potere vi ritornerà un nuovo fascismo; i saragattiani che il fallimento del loro sforzo per un movimento operaio autonomo dal totalitarismo sovietico distruggerebbe l’unica valida difesa della libertà popolare e quindi l’unica via della emancipazione proletaria.

Per uscire da questi assurdi, è evidente che bisogna capovolgere radicalmente taluni valori che stanno alla base di tutto questo arruffio di enunciazioni, che annebbiano questo quadro, decisamente pietoso e disgustoso, di ostentate mistiche e di raffinato cinismo politico.

Lunga e complessa è la storia della lotta tra le contrastanti interpretazioni e tendenze del socialismo, anche da quando questo termine designò un movimento fondato sul metodo che riporta la lotta politica alle determinanti economiche, vede in essa l’urto di opposte classi sociali, e ravvisa in quella lavoratrice la forza che attuerà una società non capitalistica.

Ma le divergenze, traendo le somme da decenni di dibattiti, si riducono essenzialmente alle prospettive circa lo svolgimento dell’era capitalista e a quelle conseguenti circa i modi e le forme della lotta per il trapasso al socialismo ossia circa la questione dello Stato, e dell’impiego della violenza rivoluzionaria.

Qualora le diverse versioni si fossero tutte tenute sul tronco della dottrina marxista, sarebbe stato chiaro che gli argomenti atti alla soluzione di quei grandi quesiti storici dovevano trarsi unicamente da una indagine realistica ed obiettiva sulla struttura della società presente e sui processi del suo divenire.

Avvenne invece (né poteva essere diversamente poiché la dottrina il metodo e l’azione rivoluzionaria si enucleano e si potenziano di pari passo nel divenire storico), che le battaglianti tendenze e scuole, nell’arengo teorico, chiesero armi polemiche al bagaglio di ideologie estranee al socialismo classista, e nella pratica manovra politica cercarono per sopraffarsi legami ed appoggi al di fuori del campo proletario.

Con i dati che lo studio del capitalismo poté offrire fino a circa il 1890 non si può dire che scientificamente si potesse escludere una interpretazione prospettica gradualista e riformista della via al socialismo, né che nella pratica politica il sostenere la possibilità dell’arrivo della classe operaia al potere per via legalitaria (bene inteso con metodo classista e non possibilistico ossia di ingresso in governi borghesi) si dovesse senz’altro considerare tradimento. Falso è però che Carlo Marx e Federico Engels abbiano mai sposata tale posizione generale.

La tendenza dei marxisti di sinistra sostenne sempre che invece la società capitalistica sarebbe caduta in uno scontro rivoluzionario e non per attuazione legale di successivi provvedimenti limitativi del privilegio padronale. Parallelamente fu chiarito che in questo scontro la guerra civile avrebbe condotto alla distruzione dello Stato borghese ed alla formazione di uno Stato proletario costituente la forza necessaria a comprimere la vinta borghesia durante il processo difficile della sua eliminazione sociale. Le tappe nella teoria vanno dai classici di Marx a quelli di Lenin, nella storia della Comune di Parigi alla Rivoluzione di Ottobre.

Notevole importanza in una analisi completa avrebbe l’altra corrente revisionistica che sostenne potersi lo Stato distruggere senza organizzarne un altro, e che la nuova economia sociale potesse fondarsi negli stessi giorni della vittoria ad opera di organizzazioni economiche di classe che si fossero tenute fuori di ogni contatto col politicantismo capitalistico.

Tale tendenza sindacalista, collegata alle più antiche scuole libertarie, è in fondo malgrado gli aspetti insurrezionisti una diversa versione del gradualismo, perché vede la società borghese permeata progressivamente di forze economiche socialiste ad opera dei liberi sindacati.

Nella loro lotta queste tendenze deviarono molte volte e in modo svariato nei diversi paesi per influenze estranee che abbiamo ricordate. I riformisti legalitari, partiti da certe revisioni della diagnosi della accumulazione capitalistica e della misura delle distanze sociali, degenerarono nell’impiego di una mistica liberale che piano piano riportava a postulati impliciti quei principii della democrazia borghese il cui stritolamento teoretico non è solo il più potente connotato del marxismo, ma forse il più grande esempio di svolto storico nella interpretazione del fatto sociale. Essi barattarono la tesi, non esclusa in partenza, che la violenza e la guerra civile potessero essere evitate, con la tesi da disfattisti e rinnegati che la violenza e la guerra civile si dovessero respingere in principio, quando anche conducessero al socialismo, quando anche solo esse potessero condurvi. Fu l’opportunismo socialdemocratico, fiaccato dalla rivoluzione bolscevica nella dottrina e nell’organizzazione dopo la prima grande guerra imperialista, condannato dippiù come reo confesso di avere appoggiata la sanguinosa violenza di guerra fra i popoli.

Il riformismo gradualista non è tuttavia morto in tale fase, poiché il capitalismo stesso aveva bisogno di lui. Il capitalismo degli ultimi decenni ha presentato caratteristiche ben note, inquadrate ne L’Imperialismo di Lenin.

Queste nuove forme economiche di collegamento, di monopolio e di pianificazione lo hanno condotto a nuove forme sociali e politiche. La borghesia si è organizzata come classe sociale oltre che come classe politica; ha inoltre divisato di organizzare essa stessa il movimento proletario inserendolo nel suo Stato, e nei suoi piani, e come contropartita ha messo nei suoi programmi la gamma delle riforme tanto a lungo invocate dai capi gradualisti del proletariato.

Con ciò la borghesia, divenuta fascista, corporativa, nazional socialista, ha gettato via più o meno palesemente l’ordinamento di libertà individuale e di democrazia elettorale che le era stato indispensabile nel suo avvento storico, e che era ossigeno per essa, non concessione alle classi che dominava e sfruttava, né utile ambiente per l’azione di queste.

La corrente socialdemocratica e riformista (una volta così imbevuta di spregiudicato e sodo positivismo da diffamare la sinistra rivoluzionaria come affetta da un misticismo irrazionale per la violenza portata da strumento a fine), trascinata dai suoi fornicamenti polemici coi sacri principii borghesi dell’Ottantanove, ha commesso il tremendo errore storico di non riconoscersi nel fascismo e nel suo ordinamento organico corporativo e centralizzante.

I Saragat, che si muovono ancora nell’agone sbiadito della mistica liberale, sono fuori di ogni reale visione e di ogni prospettiva di successo. Quella mistica non ha mai servito al proletariato e al socialismo. Essa servì bensì alla borghesia in una fase storica ormai remota per l’abbattimento dei regimi feudali; il proletariato combatté bensì con la borghesia in quella lotta, ma da quando combatte lotte proprie di classe la mistica della libertà è stata invocata ed usata soltanto per trascinarlo nelle più disastrose sconfitte.

Lo stesso movimento comunista in Italia, vigoroso, indipendente, chiaro nella teoria e nella tattica, ha potuto essere travolto nella schiavitù a quel totalitarismo sovietico che tanto intriga e preoccupa il Saragat e i suoi associati dell’Iniziativa, col deviarlo dalle sue impostazioni programmatiche alla stupida consegna di lottare per la libertà in Italia. La libertà, questo è il senso del mondo moderno, non serve più alla borghesia, che si modernizza e procede nella storia stringendo in maglie sempre più serrate i suoi individui, le sue aziende, le sue iniziative in ogni angolo della terra. Essa ha gettato via questo suo mezzo, ormai inutile, la libertà individuale, ha impugnato il nostro mezzo, nostro di noi rivoluzionari proletari, la socialità, il classismo, l’organizzazione, strappandocelo dalle mani. La nostra risposta non può essere quella di raccattare la sua arma frusta e spuntata, e combattere con essa una lotta altrettanto insana e disperata di quella della bottega contro la fabbrica meccanica, della piroga contro la cannoniera, del siluro umano contro la bomba atomica.

Saragat e i suoi simili col loro socialismo radicato nel feticcio dell’uomo libero e dell’individuo etico e giuridico non hanno solo volto le terga a Marx, ma nel loro orrore dei totalitarismi sono caduti fuori della realtà, fuori della storia. Questa ha ormai posto solo per i totalitarismi: o quello del capitale mondiale e della pianificazione borghese, o quello della rivoluzione proletaria – non potendo negarsi che il gettito della zavorra liberale permette al capitalismo l’inarrestabile corso di una nuova ascensione.

Angelica da Roma, Palmiro da Firenze, come potete pensare di avere posto il vostro avversario fuori combattimento, denunziandolo come volto alla ineluttabile caduta nel totalitarismo?

Che ne è dei tanti anni vissuti dalla prima, dei tanto pochi vissuti dal secondo, nell’atmosfera del marxismo ortodosso? Che ne faceste del materialismo dialettico, di cui pure oggi, a domanda, vi proclamereste fautori? Dove trovaste scritto che in principio, per virtù del verbo, per rivelazione di tavole, il più arduo problema, il più atroce dubbio, l’equazione più complessa avrebbero trovato soluzione solo per la facile formula di imboccare, nella dottrina e nella prassi, la via opposta a quella ove si profilava l’ombra sinistra ed infernale del Satana totalitario?

Non certo nelle pagine del Capitale e dell’Antidühring, nelle notti di studio, e non certo nei pratici contatti coi politicanti del democratismo borghese, perché Angelica è vergine di commercio con essi, Palmiro talvolta li convita, ma con animo gentile di lontano piccolo erede dei Borgia. Poiché la indiscutibile inferiorità della vecchia marxista rispetto all’ex-giovane hegeliano è che la prima crede purtroppo a quello che dice.

Il responso del comunista marxista sulla questione del totalitarismo, e se si vuole della dittatura, è tanto piano, ovvio, semplice e soprattutto non nuovo, che nulla più.

La risposta si dà con metodo storico, non metafisico, e non si dividono i poco onorevoli preopinanti nei due gruppi rigidi dei totalitari e degli antitotalitari. Il totalitarismo, la dittatura, la violenza, sono un mezzo adatto a date situazioni storiche; non possono essere un credo, un fine, un ideale. In tutte le epoche, in tutte le forme storiche di società, vi furono svolte in cui l’esercizio del potere fu nella realtà e nell’aperto aspetto formale contratto nelle mani di uno o di pochi. Le storie sono piene di dittatori, di duumviri, di triumviri, di comitati di salute pubblica che tennero per sé tutto il potere e che per lo stringere dei tempi decisero senza consultare altri e quindi dettarono senza avere prima ascoltato, mentre ogni giudice sentenzia non senza avere udito le parti sfogarsi. Dippiù questo metodo di emergenza fu usato tanto per fare ottime azioni che solenni porcherie, e per essere meno banali vi furono dittature e totalitarismi innovatori e reazionari, rivoluzionari e conservatori. Quale buon democratico pacioccone e saragattista potrà rinnegare i Tallien, i Marat, i Robespierre? Si tratta dunque di valutare i tempi, le condizioni, i rapporti di impiego delle forme totalitarie di esercizio del potere, di sceverare caso per caso e non di dare il metodo totalitario per sempre buono o sempre cattivo.

Oggi, ad esempio, l’antico dissidio tra i socialisti gradualisti e progressivi e noi socialisti rivoluzionari, e ben definibili totalitari, si pone nel senso che o si lavora e si opera per rovesciare gli attuali istituti nel loro insieme, o si considera di dover dare opera al loro ulteriore processo di sviluppo, in un’altra fase storica di vita. Nel primo caso non vi sono scelte relativistiche da fare e compromessi da tentare, nel secondo, volendo scegliere, non resta che aiutare il capitalismo a vivere la sua fase totalitaria: il più scemo è chi resta sul ramo secco della libertà, come Saragat.

I Russi? Una diversa versione del gradualismo, che toglie al socialismo il suo carattere classista, è la formula del socialismo in un solo paese che ne uccide l’internazionalismo, è lo Stato non in via di sgonfiamento come Engels volle, ma mostruosamente enfiato, è la dittatura di una classe, che dista di tutto un ciclo storico dal potere unipersonale, risolta in un bastone di maresciallo, in una gerarchia professionale.

Comunque la superiorità storica relativa della versione sovietica è nel suo totalitarismo, progressivo perché pianificatore e centralizzante, con apici brillanti di rendimento tecnico, e perché non impacciato da scrupoli di tolleranze liberali. Ed allora perché mai offendersi dell’epiteto di totalitario, perché predicare una democrazia per uso esterno, e dichiararla progressiva? Il perché è prettamente demagogico, è la gara a chi meglio sfrutterà lo slancio della comune campagna – la più gigantesca turlupinatura della storia umana – contro il mostro fascista, modello ai suoi vincitori.

La chiave che mette tutti questi signori al loro posto è dunque semplice: la successione non è: fascismo, democrazia, socialismo – essa è invece: democrazia, fascismo, dittatura del proletariato.

Chi vuole essere progressivo sia fascista, e quindi non presti il ben che menomo credito allo slogan della democrazia progressiva, a cui Togliatti non crede e di cui si pentirà lui stesso quando vedrà di aver solo fabbricato con esso futuri zimbelli dell’imbonitura americana, quando nella corsa al fascismo effettivo sotto l’etichetta della libertà gli anglo-sassoni avranno battuto i russi, a cui manca, più che quello della energia nucleare, il controllo del dollaro, sicché saranno forse comprati prima di essere sconfitti. Il misurato Palmiro enuncia una verità palmare quando definisce il viaggio di De Gasperi in cerca di dollari come un mercato dell’indipendenza italiana, un aperto intervento nella politica interna italiana. Solo che si tratta di affari e di indipendenza della borghesia italiana, id est della classe dirigente italiana, inclusiva di tutti i quadri dei partiti del guazzabuglio antifascista. Ma sa egli dire come la striminzita Italia borghese potrebbe rifiutare i prestiti, quando la potente e vittoriosa Russia di Stalin li chiede e li accetta? Gli interessi del capitale americano li pagherà il proletariato italiano e russo, e resterà una tangente per la gerarchia governante locale.

Fra noi sono in corsa per i benefizi tutti i campioni della gamma della democrazia post-mussoliniana, peggiore del mussolinismo, patriottica, nazionale, popolare e progressiva, secondo le stesse parole di quello.

I comunisti marxisti, e ancora ve ne sono, non sono progressivi – poiché il marxista non vede la storia avanzare per gradi ma facere saltus – ma sono convinti che la fase totalitaria e fascista non salverà la società borghese dalla catastrofe, e riporterà davanti alla storia in un nuovo immancabile ciclo l’esigenza della guerra delle classi, e della vittoria totalitaria della rivoluzione. Questo articolo è stato redatto alla vigilia del congresso socialista di Roma. I risultati di esso erano ovvii. Il messaggio del nuovo Partito S.L.I. è scolorito fino al più basso conformismo di pensiero e di stile. Il discorso programma del suo capo ritorna alle ignobili posizioni del socialdemocratismo kautskyano e dell’antileninismo più fariseo, senza proteste di nessuno, in quel partito o negli altri due. I pennivendoli borghesi, asini o ruffiani, li chiamano marxisti tutti e tre… Noi dinanzi a tanto spettacolo ci diciamo fusionisti, nel senso della indiscutibile equazione: Saragat = Nenni = Togliatti = servo della borghesia.Quanto ai riflessi della politica internazionale, vi sarà molto da ridere ancora, sul palcoscenico politico italiano, in cui i fili degli attori sono tutti tirati da oltre Alpe o da oltre mare.Ché quando, per storico assurdo, rinascesse uno Stato italiano autonomo, libero ed indipendente, noi non cesseremmo dal definirlo e dal trattarlo come un nemico di classe.

Force, Violence, and Dictatorship in the Class Struggle Pt. 3

Bourgeois Regime and Bourgeois Rule

This work examines the extent to which force is used in social relationships, distinguishing between the two forms in which violence is manifested: the open manifestations which are carried out up to the point of the massacre; and the mechanism of social rules which are obeyed by the affected individual or group without physical resistance, due to the threat of punishment inflicted on offenders or, in any case, due to the predisposition of the victims to accept the norms which rule over them.

In the first chapter we have established a comparison between the two types of manifestation of energy in the social domain and the two forms in which energy is manifested in the physical world: the actual or kinetic form (or energy of motion) which accompanies the collisions and explosions of the most varied agents; and the virtual or potential form (or energy of position) which even if it does not produce such effects plays just as great a role in the collection of events and relationships under consideration.

This comparison – developed from the field of physics to that of biology, then to that of human society – has been carried out with brief references to the course of historical epochs. Arriving at the present bourgeois capitalist period we have shown that in this period the play of force and violence in the economic, social, and political relationships between individuals and above all between classes not only has an enormous and fundamental role but – inasmuch as we can measure it – becomes much more frequent and widespread than in previous epochs and pre‑capitalist societies.

In a more exhaustive study we could use a social-economic measurement if we try to translate into figures the value of human labour extorted to the benefit of the privileged classes from the great masses who work and produce. In modern society there is a constant decrease in the proportion of individuals and economic groupings which succeed in living in their own autonomous cycle, consuming what they produce without external relationships. Simultaneously there has been an enormous increase in the number of those who work for others and who receive a remuneration that compensates them for only a part of their work; likewise there has been an enormous increase in the social gap between the living standard of the great productive majority and that of the members of the possessing classes. In fact what is important is not the individual existence of one or only a few tycoons who live in luxury, but the mass of wealth which a social minority can use for its pleasures of all kinds while the majority receives only a little more than is absolutely necessary for existence.

Since our subject deals more with the political aspect of the question than the economic, the question we must pose in regard to the regime of capitalist privilege and rule is that of the relationship between the use of brute violence and that of potential force which compels the impoverished to submit to the rules and laws in force without violating them or revolting.

This relationship varies greatly according to the various phases of the history of capitalism and according to the various countries where capitalism has been introduced. We can cite examples of neutral and idyllic zones where the power of the State is exalted as being freely accepted by all the citizens; where there is only a small police force and where even the social conflicts between workers and employers are solved through peaceful means. But these Switzerlands tend, in time and space, to become more and more rare oases in the worldwide capitalist system.

At its birth capitalism could not conquer its ground without open and bloody struggle since the shackles of the State organization of the old regime could only be broken through force. Its expansion in the non‑European continents with its colonial expeditions and wars of conquest and pillage was no less bloody, because only through massacre could the mode of social organization of the native population be replaced by that of capitalism, and in some cases this meant the extermination of entire human races, something unknown in prebourgeois civilization.

In general, after this virulent phase of the birth and foundation of capitalism, an intermediate period of its development begins. Although this period is marked by constant social clashes, by the repression of revolts of the exploited classes, and by wars between States which however do not embrace all the known world, it is the one which has more than any other given rise to the liberal and democratic apologia that falsely depicts a world in which – except for exceptional and pathological cases – the relationships between individuals and between social strata are supposed to have taken place with a maximum of order, peace, spontaneous consent and free acceptance.

Let us say incidentally that in these colonial or national wars, revolts, insurrections, or repressions – which constitute, even in the smoother and calmer phases of bourgeois history, the areas in which open violence is unleashed – the bloodshed and the number of victims in these crises tend to increase, all the other conditions being equal, with respect to the crises of the past, and for this we can thank progressive bourgeois technological development. In fact, in parallel with the improvement of the means of production, the means of attack and destruction are made more and more potent, more powerful weapons are created, and the casualties which Caesar’s praetorians could inflict by putting rebels to the sword were a joke compared to those which grapeshot fire can inflict against the insurgents of the modern epoch.

But our aim is to show that even in long phases of bloodless enforcement of capitalist rule, class force does not cease to be present, and its influence in its potential state against the possible deviations of isolated individuals, organized groups or parties remains the primary factor in conserving the privileges and institutions of the ruling class. We have already cited among the manifestations of this class force not only the entire State apparatus, with its armed forces and its police, even when its weapons are kept at rest, but also the whole arsenal of ideological indoctrination which justifies bourgeois exploitation and is carried out by means of the schools, the press, the church and all the other ways by which the opinions of the masses are moulded. This epoch of apparent tranquillity is only disturbed occasionally by unarmed demonstrations of the proletarian class organizations; and the bourgeois on‑lookers can say, after the Mayday march, as in the verses of the poet: « Once more, thanks to Christ and to the police chief, we have had no trouble ». When social unrest rumbles more threateningly, the bourgeois State begins to show its power by taking measures to maintain order. A technical police expression gives a good idea of the use of potential violence: « the police and the troops are confined to barracks ». This means that there is no street fighting yet, but that if the bourgeois order and the bosses’ rights were threatened the armed forces would leave their quarters and open fire.

The revolutionary critique has never let itself be hypnotized by the appearances of civility and serene equilibrium of the bourgeois order. It long ago established that even in the most democratic republic the political State constitutes the executive committee of the ruling class; and thus it decisively demolished the stupid theories which would have us believe that after the destruction of the old feudal, clerical and autocratic State a new form of State arises in which, thanks to elective democracy, all the elements of society, whatever their economic condition may be, are represented and protected with equal rights. The political State, even and primarily the representative and parliamentary one, constitutes an apparatus of oppression. It can be compared to an energy reservoir which stores the forces of domination of the economically privileged class. This reservoir is such that these forces are kept in the potential state in situations where social revolt does not near the point of exploding, but it unleashes them in the form of police repression and bloody violence as soon as revolutionary tremors rise from the social depths.

This is the sense of the classical analysis of Marx and Engels on the relationship between society and State, or in other words between social classes and the State. All attempts to shake this fundamental point of the proletariat’s class doctrine have been crushed in the restoration of the revolutionary principles carried out by Lenin, Trotski and the Communist International immediately after World War I.

There is no scientific sense in establishing the existence of a quantum of potential energy if it is not possible to foresee that, in subsequent situations, it will be liberated in the kinetic state. Likewise the Marxist definition of the character of the bourgeois political State would remain meaningless and ineffective if it did not involve the certainty that in the culminating phase this organ of power of capitalism will inevitably unleash all its resources in the kinetic state against the eruption of the proletarian revolution.

Moreover, the equivalent of the Marxist thesis on the increase of poverty, and on the accumulation and concentration of capital could, in the sphere of politics, be nothing other than the concentration and increase of the energy contained within the State apparatus. In fact once the deceitfully peaceful phase of capitalist era had been closed with the outburst of the war of 1914 and with the economic characteristics evolving towards monopoly and towards the active intervention of the State in the economy and in the social struggles, it became evident – above all in the classical analysis of Lenin – that the political State of bourgeois regimes was taking on more and more decided forms of strict domination and police oppression. We have established in other works that the third and most modern phase of capitalism is economically defined as monopolist, introducing economic planning, and politically defined as totalitarian and fascist.

When the first fascist regimes appeared they were considered in the more immediate and commonplace interpretations as a restriction and an abolition of the so‑called parliamentary and legal « guaranteed » rights. In actuality it was simply a question, in certain countries, of a passage of the political energy of domination of the capitalist class from the potential state to the kinetic state.

It was clear to every follower of the Marxist perspective – a perspective defined as catastrophic by the stupid castrators of that doctrine’s revolutionary strength – that the increasing severity of class antagonisms would move the conflicts of economic interests to the level of an erupting revolutionary attack launched by the proletarian organizations against the citadel of capitalist State, and that the latter would uncover its artillery and engage in the supreme struggle for its survival.

In certain countries and in certain situations, for example in Italy in 1922 and in Germany in 1933, the tensions of the social relations, the instability of capitalist economic fabric and the crisis of the State apparatus itself due to the war became so acute that the ruling class could see that the inevitable moment was at hand where, with all the lies of democratic propaganda being exhausted, the only solution was the violent clash between the opposed classes.

Then there occurred what was correctly defined as a capitalists’ offensive. Until then the bourgeois class, with its economic exploitation in vigorous development, had seemed to have been slumbering behind the apparent kindliness and tolerance of its representative and parliamentary institutions. Having succeeded in mastering a very significant degree of historical strategy, it broke the hesitations and took the initiative, thinking that rather than a supreme defence of the State’s fortress against the assault of revolution (which, according to Marx’s and Lenin’s teaching, does not aim at taking over the State but at totally smashing it) it was preferable to attempt a sally out of its bulwarks, and to launch an offensive action aiming at the destruction of the bases of the proletarian organization.

Thus a situation which was clearly foreseen in the revolutionary perspective was accelerated to a certain extent. In effect, Marxist communists had never thought that it would be possible to carry out their program without this supreme clash between the opposing class forces; and moreover, the analysis of the most recent evolution of capitalism and of the monstrous enlargement of its State machineries with their enormous framework clearly indicated that such a development was inevitable.

The great error of judgement, tactics, and strategy which favoured the victory of the counter-revolution was that of deploring capitalism’s powerful shift from the democratic hypocrisy to open violence, as if it were a movement that could be historically reversed. Instead of counterpoising to this movement the necessity of the destruction of capitalist power, it was instead counterpoised the stupid pacifist pretension that capitalism would go in reverse, backwards along its path, in a direction opposite to the one which we Marxists have always ascribed to it, and that for the personal convenience of some cowardly rogue politicians, capitalism would be kind enough not to unsheathe its class weapons and return to the inconsistent and obsolete position of mobilization without war which constituted the « pleasant » aspect of the previous period.

The basic mistake is to have been astonished, to have whined or to have deplored that the bourgeoisie carried out its totalitarian dictatorship without mask, whereas we knew very well that this dictatorship had always existed, that the State apparatus had always had, potentially if not in actuality, the specific function of wielding, preserving and defending the power and privilege of the bourgeois minority against revolution. The error consisted in preferring a bourgeois democratic atmosphere to a fascist one; in shifting the battle front from the perspective of the proletarian conquest of power to that of an illusory restoration of a democratic method of capitalist government in the place of the fascist one.

The fatal mistake was of not understanding that in any case the eve of the revolution which had been awaited for so many decades would reveal a bourgeois State drawn up for the armed defence against the proletarian advance, and that therefore such a situation must appear as a progress, and not as a regression, in comparison with the years of apparent social peace and of limited impetus from the class force of the proletariat. The damage done to the development of the revolutionary energies and to the prospects of the realization of a socialist society does not stem from the fact that the bourgeoisie organized in a fascist form is supposedly more powerful and more efficient in defending its privilege than a bourgeoisie still organized in a democratic form. Its class power and energy is the same in both cases. In the democratic phase it is in its potential state: over the muzzle of the cannon there is the innocuous protection of a covering. In the fascist phase energy is manifested in the kinetic state: the hood is taken off and the shot is fired. The defeatist and idiotic request which the treacherous leaders of the proletariat make to exploitative and oppressive capitalism is that it put back the deceitful covering over the muzzle of the weapon. If this were done the efficiency of the domination and exploitation would not have diminished but only increased thanks to the revitalized expedient of legalistic deception.

Since it would be even more insane to ask the enemy to disarm, we must gladly welcome the fact that, compelled by the urgencies of the situation, it unveils its own weapons, for then these weapons will be less difficult to face and to defeat.

Therefore the bourgeois regime of open dictatorship is an inevitable and predicted phase of the historical life of capitalism and it will not die without having gone through this phase. To fight to postpone this unmasking of the energies of the antagonistic social classes, to carry on a vain and rhetorical propaganda inspired by a stupid horror of dictatorship in principle, all this work can only favour the survival of capitalist regime and the prolonged subjection and oppression of the working class.

* * *

Another well‑founded conclusion, though it is quite likely to cause an uproar from all the geese of the bourgeois left, is that the comparison between the democratic phase of capitalism and the totalitarian phase shows that the amount of class oppression is greater in the first (although it is obvious that the ruling class always tends to choose the method which is more useful for its conservation). Fascism undoubtedly unleashes a greater mass of police and repressive violence, including bloody repression. But this aspect of kinetic energy primarily and gravely affects, besides the very few authentic leaders and revolutionary militants of the working class movement, a stratum of middle bourgeois professional politicians who pretend to be progressive and friends of the working class, but who are nothing but the militia specially trained by the capitalists for use in the periods of the parliamentary comedy. Those who do not adapt their style and livery in time are ousted with a kick in the ass – which is the main reason for their outcries.

As for the mass of the working class, it continues to be exploited as it has always been in the economic field. And the vanguard elements which form within the class for the assault against the present regime continue as always to receive – as soon as they take the correct anti‑legalistic way of action – the lead which is reserved for them even by the bourgeois democratic governments. This we can see in countless examples, as with the republican governments in France in 1848 and 1871, with the Social Democrats in Germany in 1919, etc.

But the new method introducing planning in the management of capitalist economy – which in relation to the antiquated unlimited classical liberalism of the past constitutes a form of self‑limitation of capitalism – leads to a levelling of the extortion of surplus value around an average. The reformist measures which the right‑wing socialists had advocated for many decades are adopted. In such a way the sharpest and extreme edges of capitalist exploitation are eased, while forms of public assistance develop. All this aims at delaying the crises of class conflicts and the contradictions of the capitalist mode of production. But undoubtedly it would be impossible to reach this aim without having succeeded in reconciling, to a certain degree, the open repression against the revolutionary vanguard with a relief of the most pressing economic needs of the great masses. These two aspects of the historical drama in which we live are a condition for one another. Churchill in his latter days said with good reason to the Labourites: you won’t be able to found a State‑run economy without a police State. More interventions, more regulations, more controls, more police. Fascism consists of the integration of artful social reformism with the open armed defence of State power. Not all the examples of fascism are at the same level. Nevertheless the German one, as pitiless in the elimination of its enemies as one may say, had achieved a very high average standard of living economically speaking and an administration that technically was excellent, and when it imposed war restrictions these also fell on the propertied classes and this to an unexpected extent.

Therefore, even though bourgeois class oppression in the totalitarian stage increases the proportion of the kinetic use of violence with respect to the potential one, the total pressure on the proletariat does not increase but diminishes. It is precisely for this reason that the final crisis of the class struggle historically undergoes a delay.

The death of revolutionary energies lies in class collaboration. Democracy is class collaboration through lots of talk, fascism is plain class collaboration in fact. We are living in the midst of this latter historical stage. The rekindling of class struggle will dialectically arise from a later stage, but for the time being let us establish that it cannot proceed through rallying the working classes behind the slogan of the return to liberalism, in which they have nothing to gain, not even relatively.

* * *

This work deals mainly with the use of force, violence and dictatorship by the ruling classes. It does not exhaust the subject of the use of such energies by the proletariat in the struggle for the conquest of power and in the exercise of power, an important question that will be dealt with in other party writings. But still remaining within the field of the study of the bourgeois forms of dictatorship, it would do well to specify that when we speak about the fascist, totalitarian and dictatorial capitalist method we always refer to collective organizations and actions. We do not see the prevailing factor of the historical scene to be individual dictators, who so greatly occupy the attention of a public that has been artfully enthralled, whether it is by their supporters or their adversaries.

During the last world war, two of the Big Three have been eliminated: Roosevelt and Churchill. But nothing has substantially changed in the course of the events we are delaying with. We will leave Italy aside because here the examples of fascism and anti‑fascism have had a very clownish character (the first models of an innovation always make one laugh, as the early automobiles which can be seen in a museum compared with a modern mass produced one). In Germany the person of Hitler represented a superfluous factor of the powerful Nazi organization of forces. The Soviet regime will do very well without Stalin in due time. The other impressive machinery of domination, that of Japan, was based upon castes and classes without a personal leader.

We can escape from the overwhelming tide of lies which gorges modern public opinion only if we relentlessly drive away both the fetish of the individual as a protagonist of history, the ordinary person, the man in the street, and that of the brilliant man, the man in the centre of the stage, the Leader, the Great Man.

That we live in an epoch of self‑government of the peoples, not even the simpletons believe.

But we are not in the hands of a few great men either. We are in the hands of a very few great class Monsters, of the greatest States of the world, machines of domination, whose enormous power weighs upon everybody and everything. Their open accumulation of potential energies foreshadows, in all corners of the earth, the kinetic use of immense and crushing forces when the conservation of the present institutions will require it. And these forces will be unleashed without the slightest hesitation on any side in the face of civil, moral and legal scruples, those ideal principles which are croaked about from morning till night by the infamous, purchased, hypocrisy of propagandas.

In margine ad un anniversario

Dal tradimento totale della Seconda Internazionale e dalla vittoria rivoluzio­naria in Russia sorsero, come espressione della volontà rivoluzionaria delle masse, i partiti comunisti, i nuovi strumenti della lotta proletaria per la presa del potere. Oggi lo stesso problema della ricostruzione dei partiti di classe, capaci di realizzare la loro missione storica, si pone come una necessità essenziale per la ripresa della lotta rivoluzionaria in una situazione obiettiva assai più sfavorevole. Nel periodo successivo alla fine della prima guerra mondiale esisteva, infatti, una situazione molto instabile della borghesia ancora sconvolta dalle conseguenze della guerra, mentre lo Stato proletario lottava per la realizzazione della rivoluzione mondiale in stretto collegamento col crescente movimento operaio degli altri paesi.

Oggi la borghesia, malgrado le crisi economiche da cui è stata colpita, dispone di un apparato statale molto più rafforzato, ha la possibilità di schiacciare con la violenza e nel sangue il suo nemico; il proletariato è stato ovunque battuto e le sue organizzazioni di classe distrutte o neutralizzate; lo Stato « proletario », anziché essere il centro propulsore della lotta rivoluzionaria, ha sanzionato il suo divorzio col proletariato mondiale ed è entrato nel pieno gioco delle competizioni imperialistiche.

In una fase di questo genere, di profondo regresso del movimento operaio e di confusione ideologica, è certamente utile ricordare il processo seguito nella fondazione del Partito Comunista d’Italia di cui ricorre ora il 26° anniversario. Problemi di portata fondamentale si ricollegano al processo di formazione di questo partito, e noi riteniamo di doverli mettere in evidenza perché ci sembra utile, per il movimento internazionale, che le considerazioni che hanno presieduto alla formazione del Partito Comunista in Italia siano conosciute nella attuale fase di ricostituzione delle basi ideologiche dei nuovi partiti proletari. Non dovrebbe sembrare pretenziosa la nostra affermazione che, se non si fosse verificata la lotta ostinata del centro dell’Internazionale Comunista contro la direzione di sinistra del P. C. I., molto probabilmente i metodi che noi preconizzavamo e le posizioni politiche che difendevamo avrebbero potuto determinare le condizioni per conservare al proletariato mondiale la conquista rivoluzionaria in Russia e l’orga­nizzazione dell’I. C. Ciò che colpisce, nell’esame del cammino seguito per la fondazione del P. C. d’I., è che i bolscevichi hanno combattuto un sistema d’orga­nizzazione del Partito che proprio essi avevano rivendicato e adottato nell’orga­nizzazione del loro partito in Russia. Nel 1903 il partito bolscevico si fonda su una delimitazione,  su una scissione che vertono non solo sulle questioni politiche ma anche sulle questioni organizzative, o meglio, che danno alle questioni d’orga­nizzazione un valore essenziale di principio. I bolscevichi, cioè, quando si trattò dicostituire le basi del loro partito, curarono la delimitazione sino all’estremo e, secondo noi, è proprio in virtù di questa cristallizzazione iniziale che i bolscevichi si sono preparati a poter dirigere le battaglie rivoluzionarie del 1917. In Italia la sinistra non voleva procedere diversamente per la costituzione del Partito Co­munista, pur non potendo spingere questa delimitazione — per considerazioni internazionali e storiche che esamineremo più avanti — ad un grado tanto estremo come avevano fatto i bolscevichi nel 1903. Tuttavia, qualche anno dopo la fonda­zione del Partito Comunista, proprio dalla Russia parte il rimprovero « scissione troppo a sinistra »; proprio dalla Russia parte la direttiva per il Congresso di fusione a Halle tra gli Spartachisti e gli Indipendenti, e dalla Russia ancora la parola d’ordine di tolleranza per il Congresso di Tours del partito francese, fino ad ammettere nel suo seno elementi social-patrioti come Cachin e Frossard.

E’ evidente che non si tratta di una improvvisa conversione dei bolscevichi ad un altro processo di formazione dei Partiti Comunisti, ma essenzialmente di una prospettiva storica che prevedeva la possibilità di evitare il difficile cammino percorso per la fondazione del Partito Bolscevico. Lenin e i bolscevichi sconta­vano, nel 1918-1920, lo scoppio immediato della rivoluzione mondiale e, da ciò, il concetto della fondazione dei Partiti comunisti nei vari paesi come di altrettanti complementi all’opera rivoluzionaria dello Stato russo che appariva loro come l’elemento  essenziale del  rovesciamento  del mondo  capitalista.

L’esperienza e l’evoluzione dell’I. C. e dello Stato operaio dovevano provare ancora una volta che la prospettiva e la contingenza, quale che sia la loro impor­tanza, non possono menomare le questioni di principio. Ma, nel 1920, fu merito esclusivo del compagno Bordiga l’aver sollevato, anche di fronte a Lenin, la neces­sità di mantenere, per tutti i paesi, l’esperienza vittoriosamente applicata dai bol­scevichi.

La frazione astensionista del Partito Socialista Italiano si propose dunque di seguire il processo della sua trasformazione in Partito per operare la scissione nel seno del Partito Socialista e per fondare la sezione italiana dell’I. C. Ma le era impossibile di far trionfare i suoi disegni nella situazione del 1920 e ciò perché, contrariamente al 1903, la Sinistra si trovava di fronte alla I. C. e alla fondazione dello Stato operaio  in Russia.

Le considerazioni internazionali dovevano evidentemente essere in primo piano e la concentrazione del proletariato italiano per fondare il suo partito non poteva farsi che sulla base degli stessi principi su cui era nata l’I. C. La corrente del movimento italiano che confluì nella stessa direzione dei bolscevichi fu la frazione astensionista. Questa, infatti, aveva sostenuto le posizioni di Lenin sulla guerra imperialista e, per prima, dichiarò, in Italia, la realtà comunista della rivo­luzione  russa  presentata  secondo  le  concezioni  fondamentali  del  marxismo.

Gli elementi di cui si è servito l’Esecutivo dell’Internazionale, per le sue manovre nella lotta contro la Sinistra, non hanno affatto lottato durante la guerra con Bordiga, all’interno del Partito Socialista, e, nel dopo-guerra, hanno presen­tato la rivoluzione russa come una smentita alle posizioni essenziali e di classe del marxismo: sulla questione della fondazione del Partito essi non avevano fatto altro che riflettere in Italia — con l’« Ordine Nuovo » — un movimento analogo aquello che si era creato in Inghilterra e negli Stati Uniti, per annullare soprattutto il significato dei Partito e sostituirvi i Consigli di Fabbrica onde poter rea­lizzare, anche nel seno della società capitalistica, una trasformazione organica evolvente verso il socialismo.

Sulla base dell’adesione all’I. C. si fonderà il Partito Comunista in Italia. La cronaca dei rapporti dell’Esecutivo dell’Internazionale con le differenti correnti del Partito Socialista ha permesso un equivoco che i centristi non hanno potuto sfruttare unicamente per la loro antecedente compromissione e per l’evidenza dell’apporto essenziale dato dalla frazione astensionista per la fondazione del Par­tito. Lenin scrisse una lettera al gruppo dell’« Ordine Nuovo » solidarizzando con le conclusioni politiche di una sua risoluzione in cui erano incluse le posizioni difese dalla frazione astensionista e in cui non si parlava affatto della teoria dei Consigli di Fabbrica e dell’unità del Partito (compresivi i riformisti): due tesi care al gruppo dell’« Ordine Nuovo ».

Sarebbe del tutto arbitrario rimproverare alla frazione astensionista di esser venuta a compromesso col gruppo dell’« Ordine Nuovo » per la fondazione del Partito in Italia. Anzitutto non c’era possibilità di compromesso perché il gruppo dell’« Ordine Nuovo » non faceva che aderire al materiale ideologico maturato dalla frazione astensionista, cui d’altronde esso rimaneva ipocritamente fedele fino al 1922, quando approvava le tesi di Roma. Da un punto di vista generale, la frazione astensionista non poteva procedere ad una delimitazione nei confronti delle posizioni un tempo sostenute dall’« Ordine Nuovo », tanto più che la basi di costituzione dei nuovi partiti comunisti non poteva provenire che dal centro situato nel crogiuolo della rivoluzione mondiale. La frazione astensionista doveva necessariamente spostare, su scala internazionale, l’opposizione politica che non poteva risolvere nei quadri limitati del Partito Italiano. E questo essa lo fece im­mediatamente dopo la fondazione del Partito, spingendo l’I. C. all’apertura di una polemica su tutte le questioni controverse e respingendo la via delle manovre e dei compromessi che avrebbero soffocato e le divergenze politiche e le stesse pos­sibilità di chiarirle. 

*  *  *

Esaminiamo dunque l’azione della frazione astensionista – in realtà la prima e unica corrente comunista nel movimento operaio italiano in questi mesi deci­sivi del 1919-20. Il movimento operaio italiano non aveva, infatti, quasi mai conosciuto lotte collegate a tesi di principio. E’ sintomatico il limitatissimo contributo apportato dall’Italia al bagaglio teorico internazionale: ad eccezione degli eccellenti, ma brevi saggi di Antonio Labriola, e del contributo della « Critica Sociale », che ebbe principalmente il carattere d’una volgarizzazione del marxismo, non possono notarsi che gli scritti della scuola sindacalista, di Arturo Labriola e di Leone, che furono d’altronde fortemente influenzate da Sorel.

Il Partito Socialista, fondato sulla base del programma di Erfurt, apportò unicamente il programma di rivendicazioni minime e, un saggio di programma agrario. Le divergenze « storiche » tra Turati e Ferri, che occuparono i lavori di molti congressi, si ridussero al problema di una più o meno grande intransigenza elettorale, oppure della partecipazione o no ai governi borghesi. Se si rileggessero oggi le polemiche precedenti i congressi, si  resterebbe grandemente sorpresi — a meno di non scegliere a termine di paragone il vuoto veramente pneumatico delle marionette che si fanno muovere negli attuali partiti socialista e comunista – della povertà degli argomenti.

La sinistra del P. S. I. che, sotto il nome di « Socialisti intransigenti rivolu­zionari », ottenne la vittoria al Congresso del 1912 a Reggio Emilia, non ebbe una maggior sostanza teorica: Bissolati e i suoi compagni furono espulsi per il loro appoggio alla spedizione di Tripoli e la loro visita a Corte. L’intransigenza a proposito delle elezioni comunali e l’esclusione degli elementi aderenti alla massoneria furono i temi di discussione al Congresso di Ancona.

Quanto allo stesso problema della guerra, la formula del P. S. I. — né ade­rire, né sabotare — era estremamente equivoca. La creazione della frazione astensionista nell’immediato dopo-guerra cambia radicalmente questo stato di cose. Il P. S. I. dà, nel marzo 1919, la sua formale adesione all’I. C, senza cam­biare nulla, né nella sua struttura, né nei suoi metodi di lotta. Si è alla vigilia del Congresso che deve prendere delle posizioni definitive nei confronti dell’I. C. e della  rivoluzione  russa.

La frazione astensionista presenta una mozione chiedendo che il partito prenda il nome di Partito Comunista d’Italia e, come corollario di questa trasfor­mazione, escluda dalle sue file tutti quelli che proclamano la possibilità dell’eman­cipazione del proletariato nel quadro del regime democratico e che ripudiano i metodi della lotta armata contro la borghesia per l’instaurazione della dittatura del  proletariato.

La mozione chiede anche che il partito si astenga dalle lotte a carattere elet­torale, pur partecipando attivamente alle campagne elettorali per spiegare i mo­tivi comunisti del suo atteggiamento. Il partito deve mobilitare tutte le sue forzo al fine: 1) di precisare e diffondere nella classe operaia la coscienza storica della realizzazione integrale del programma comunista; 2) di creare gli organi operai e i mezzi pratici d’azione e di lotta necessari per realizzare le tappe successive che conducono allo scopo finale.

Questa mozione è sviluppata in una serie di articoli apparsi ne « Il Soviet », organo della frazione: « Il proletariato che lotta contro il potere della borghesia è rappresentato dal suo partito di classe. Ma, per poter attuare il suo compito, il partito deve abbandonare ogni elezione di suoi rappresentanti negli organismi della democrazia borghese. I motivi di questa affermazione sono evidenti. Il partito deve essere composto di elementi preparati alle responsabilità e ai pericoli della lotta che si incontrano nei periodi di insurrezione e di riorganizzazione sociale. Il partito di classe non può avere questo reale significato, né essere in grado di dare l’as­salto al potere borghese, per sostituire al regime parlamentare della democrazia il sistema sovietico, se non rinuncia a delegare i suoi rappresentanti nel seno degli Organismi borghesi ».

Il Congresso nazionale del Partito Socialista si tenne a Bologna nell’ottobre 1919. La cuccagna elettorale è all’ordine del giorno. Tutti i delegati, che aspira­vano come minimo al titolo di consigliere municipale, costituiscono un blocco compatto contro i « guastafeste » costituiti da alcuni rappresentanti della mino­ranza astensionista: un blocco che — da Turati a Serrati e fino al gruppo dell’« Ordine Nuovo » — è per la partecipazione alle elezioni, ma, nello stesso tempo, contro ogni scissione e, in conseguenza, contro la creazione di un vero partito di classe.

In novembre 156 deputati socialisti entrano in parlamento e, poco dopo, le elezioni municipali danno 2.500 comuni « rossi » al partito socialista. « Il Soviet » analizza così questi risultati (A. III, n. 1, 4 gennaio 1920): « le condizioni positive, rivoluzionarie, che risiedono nella preparazione della parte di avanguardia del proletariato, e nella sua consapevolezza del processo storico che si prepara, quelle condizioni da cui dipende il successo della classe lavora­trice nella lotta contro la borghesia e nella lotta successiva contro le difficoltà della organizzazione di un nuovo ordinamento sociale, in qual misura esistono, e si sono esse accresciute o sono diminuite?

Noi non vediamo un vantaggio in tal senso nel successo elettorale e nel nume­roso gruppo parlamentare socialista: ve lo possono vedere solo i socialisti più fatui ed di borghesi più superficialmente pusillanimi. La condizione sostanziale per il suc­cesso del movimento rivoluzionario è la esistenza d’un vero e grande partito comunista, che accentri e ravvivi le migliori energie della classe operaia. Questo partito si forma attraverso la disgregazione dei partiti operai tradizionali e la liquidazione del  socialismo  borghesuccio  e  transigente  dell’anteguerra.

Ora, quando il partito socialista italiano, pur composto in maggioranza e diretto da « massimalisti », rifiuta di selezionarsi dai riformisti anticomunisti solo per stravincere sul terreno delle elezioni, vuol dire che dalla formazione del partito comunista siamo ancora lontani ». Nel suo messaggio al Congresso Socialista di Bologna, l’I. C. — e Zinoviev per essa — scriveva: « Ciò che è necessario è la chiarezza degli scopi e dei pro­grammi. La dittatura del proletariato nella forma dei Soviet, la distruzione dei parlamenti borghesi democratici, che sono le armi della dittatura borghese, la creazione dell’armata rossa, tali sono i compiti per i quali si unisce internazional­mente il proletariato rivoluzionario ».

Il Congresso di Bologna rispondeva alla richiesta di chiarezza dei principi con un’adesione in blocco che manteneva nel partito Turati e simili, i quali pro­clamavano apertamente che la tattica comunista era o una puerilità o una pazzia. Alla questione della distruzione di istituti democratici rispondeva con i bac­canali elettoralistici destinati a creare illusioni sulle possibilità legali, sopratutto in un proletariato come quello italiano che, nella maggioranza, aveva una coscienza di classe non molto sviluppata e già notevolmente infettata dal contagio eletto­ralistico.

Quanto alla costituzione dei Soviet, Granisci e il gruppo dell’« Ordine Nuovo » affermavano che essi esistevano già a Torino… sotto forma di Consigli di Fab­brica, mentre altri affermavano che i comuni socialisti rappresentavano i noccioli costitutivi dei futuri Soviet. « Il Soviet » ha condotto una lunga polemica contro questa infatuazione dei compagni di Torino, che faceva perder loro di vista il compito primo ed essen­ziale della creazione del partito di classe su scala nazionale: « il gruppo dell’« Or­dine Nuovo » sopravaluta il problema del controllo operaio considerandolo come una conquista diretta che il proletariato, col nuovo metodo di organizzazione per officina, può strappare alla borghesia, realizzando così una forma economica comu­nista prima della conquista politica del potere, di cui il partito è l’organo specifico.

Un reale controllo operaio sulla produzione non è possibile prima che il potere sia passato nelle mani del proletariato. Lo Stato borghese può solamente ammettere un pseudo controllo, esercitato dai Consigli di Fabbrica e che, in realtà, rappresenta una manovra riformista il cui scopo è di paralizzare l’azione rivoluzionaria del proletariato ». I compagni di Torino non esitarono, al tempo delle battaglie operaie nel­l’aprile 1920, a porre la questione « di principio » del controllo operaio sulla produzione.

Questi scioperi di Torino, nell’aprile 1920, non furono, per la loro evoluzione, che un’anticipazione di ciò che doveva verificarsi nel secondo movimento del set­tembre 1920 e che doveva metter capo all’occupazione delle fabbriche. I compagni di Torino insorsero contro il tradimento dei riformisti, contro l’inefficienza del partito socialista, anziché recitare il « mea culpa » poiché, in defi­nitiva, tutto ciò rappresentava la conclusione logica, di cui essi stessi erano respon­sabili per non essersi dati al lavoro di costituzione del partito comunista e aver tollerato un partito socialista corrotto dalla pratica riformista, soffocato dal feti­cismo dell’unità e dalle preoccupazioni elettorali. 

*  *  *

Nel maggio 1920 la Frazione comunista astensionista tiene la sua Conferenza Nazionale a Firenze. Ancora a questo momento gli interventi dei compagni Grani­sci, per il gruppo « Ordine Nuovo », e Gennari, per la maggioranza massimalista, non portano ad alcuna possibilità di accordo; la frazione elabora le sue tesi che sottolineano nuovamente la necessità della costituzione del partito comunista su scala nazionale.

Il secondo Congresso dell’Internazionale Comunista, che si tiene nel luglio 1920, segna una tappa decisiva nel lavoro preparatorio della costituzione di que­sto partito. Bordiga è invitato direttamente dall’Internazionale Comunista a partecipare a questo Congresso, nel quale presenta la tesi antiparlamentare chiedendo che, in applicazione dei principi marxisti, l’agitazione per la dittatura proletaria, nei paesi in cui il regime democratico è da molto tempo sviluppato, sia basata sul boicottaggio delle elezioni e degli organi democratici borghesi.

La grande importanza, egli aggiungeva, che si dà in pratica all’azione elet­torale comporta un doppio pericolo: da una parte, dà l’impressione che sia questa l’azione essenziale; dall’altra, assorbe tutte le risorse del partito e conduce all’ab­bandono pressoché completo dell’azione e della preparazione nelle altre direzioni del movimento.

Ciò che è necessario alla rivoluzione è nn partito centralizzato  che diriga l’azione proletaria. La vecchia maschera democratica deve essere strappata per poter passare all’azione diretta rivoluzionaria. Come è noto, anche Lenin prese posizione contro la tesi antiparlamentare di Bordiga e la partecipazione alle elezioni fu approvata da una forte maggioranza di delegati. Al Congresso stesso Bordiga dichiarò, nella sua replica, che dal momento che l’Internazionale respingeva la tesi dell’appoggio del proletariato alla democrazia, la sinistra italiana era pronta a sottomettersi alle sue risoluzioni.

In accordo con questa dichiarazione « Il Soviet » (n. 27 del 31 ottobre 1920), sotto il titolo « La disciplina nell’Internazionale », affermava la sua piena adesione al secondo Congresso dell’I. C. e dichiarava che gli astensionisti, una volta real­mente costituito un partito comunista, avrebbero partecipato alle elezioni senza alcuna riserva.

A Mosca si erano infine poste le basi della costituzione di una frazione comu­nista unitaria del partito socialista italiano, formata dalla nostra frazione asten­sionista, dal gruppo dell’« Ordine Nuovo » e da una parte di massimalisti. Questa costituzione era resa più difficile dalla rottura definitiva con Serrati che, a Mosca, si era pronunciato contro l’esclusione dei riformisti e in favore di una semplice epurazione, chiedendo anche, per questa operazione, il diritto di scegliere il mo­mento più favorevole « perché essa sia utile alla rivoluzione che prepariamo in Italia» !

Alla conferenza di Imola, nel novembre 1920, si costituì definitivamente la frazione comunista del partito socialista italiano, che si fissò il compito di organiz­zare il lavoro preparatorio del Congresso Nazionale del Partito Socialista, che si doveva tenere a Livorno nel gennaio 1921, e dar vita al Partito Comunista d’Italia.

La nostra azione non è stata infruttuosa. Se il Partito Comunista, malgrado tutti i nostri sforzi, non poté essere costituto che troppo tardi — in un periodo in cui non si trattava più di condurre il proletariato alla vittoria, ma di proteggere la sua ritirata per evitare lo sfacelo — noi abbiamo ciononostante dato al nuovo par­tito l’impronta ideologica e il metodo organizzativo, pur non rappresentandone numericamente che una debole minoranza.

La fondazione del Partito Comunista d’Italia — nel gennaio 1921, a seguito della scissione di Livorno — significava il congiungimento del proletariato italiano col proletariato internazionale, e gli dava la guida indispensabile per l’instaurazione della sua dittatura di classe. Questa fondazione si è verificata all’indomani di quella del partito comunista tedesco a Halle e del partito francese a Tours, ma i principi posti a base della fondazione del partito italiano erano del tutto diversi da quelli degli altri partiti. La nostra scissione fu la prima operata realmente a sinistra, senza obbedire a calcoli opportunisti che sono stati peraltro pagati a caro prezzo dagli altri partiti.In Italia, come ovunque, si procedette alla fondazione del partito in funzione dell’atteggiamento assunto nei confronti della guerra, ma era questa una posizione contingente e che portava come conseguenza l’incorporazione, nel seno dei partiti comunisti, di elementi puramente pacifisti. C’era anche l’atteggiamento nei con­fronti della Rivoluzione Russa, posizione molto più fondamentale. Ma si era an­cora nella fase del blocco e dell’attacco contro il primo Stato proletario da parte del capitalismo coalizzato, e lo stesso Stato proletario rappresentava ancora una nebulosa indefinita e simbolica che poteva attirare sul partito comunista le sim­patie di elementi sentimentali e superficiali.

Al Secondo Congresso dell’I. C. erano stati votati i 21 punti che dovevano rappresentare una barriera di filo spinato contro tutti gli opportunisti, ma che in pratica non poterono impedire a questi opportunisti di insinuarsi attraverso la insufficienza e l’attenuazione di queste condizioni e di continuare, con l’etichetta della falce e martello, la stessa politica di compromesso e collaborazione  con la borghesia.

In Italia noi abbiamo tentato, come si è visto, di ovviare a questi pericoli con la pratica dell’astensionismo e con l’attuazione della scissione a sinistra ope­rata a Livorno. Non si dimentichi che, all’epoca in cui venne lanciata la parola d’ordine dell’astensionismo in Italia, eravamo in una fase in cui la presa del potere era, o ci sembrava essere, all’ordine del giorno e, di conseguenza, si trattava di non distrarre la spinta rivoluzionaria con le lotte elettorali destinate a dare agli operai l’illusione che si potessero ottenere conquiste radicali attraverso il metodo legale. I fatti hanno dimostrato la giustezza della nostra valutazione: dopo l’ele­zione di 156 deputati, gli operai attesero tutto, ma questi deputati non fecero nulla e nulla avrebbero potuto fare.

Ci si potrebbe accusare, e ciò sarebbe facile dopo che i fatti sono avvenuti, di aver avuto una prospettiva falsa e troppo ottimista sulle possibilità del momento, ma, in ogni caso, possiamo sempre rispondere mostrando l’esempio che la stessa borghesia ci ha dato con lo sbarazzarsi di tutte le sue istituzioni democratiche per instaurare la nuova forma della sua dittatura di classe.

Resta l’altro problema della scissione a sinistra — troppo a sinistra, come ci fu rimproverato — e che si collega al problema del partito di massa. E’ evidente che partito di massa non significa partito pletorico ad ogni costo, ma un partito che, anzitutto, possieda una capacità rivoluzionaria. Il problema della massa non può porsi da un punto di vista numerico degli aderenti al partito. Il vero partito di massa è il partito che sa convogliare sfere sempre più numerose di lavoratori stabilendo un intimo collegamento tra i loro interessi immediati e pratici della lotta quotidiana e l’interesse più generale della classe nel suo complesso per la realiz­zazione dell’annientamento del regime di oppressione capitalista.

Al momento della fondazione del P. C. solo i destri dell’I. C. consideravano Serrati come un « vero » rivoluzionario e avevano una « spiacevolissima opinione » dei dirigenti del nuovo Partito e di Bordiga in particolare, mentre si aggrappa­vano ai vari Bombacci, Graziadei ecc.

Questa era la conseguenza dell’incomprensione sempre mostrata dall’I. C. nei riguardi della reale situazione in Italia, e della quale un esempio significativo lo si può trovare nel fatto che, nei momenti decisivi, essa ebbe un rappresentante che brillava sopratutto per la sua nullità e la sua apatia e che, perciò, non poteva essere che  un fedele pappagallo degli ordini di  Mosca.

All’indomani stesso del Congresso di Livorno, il Comintern manovrava per sostituire nell’Esecutivo del partito comunista Gramsci a Bordiga, perché sapeva bene che Gramsci era un elemento suscettibile di essere guadagnato alla politica realizzata dall’I. C.

Si sa che, sotto la pressione dell’Esecutivo dell’I.C., Gramsci svolse un note­vole lavoro tendente a costituire la frazione centrista nel Partito Comunista d’Italia: esempio tipico di una frazione creata dall’alto contro la volontà di tutta la base, come è dimostrato dalla Conferenza di Organizzazione del 1924 che diede una grande maggioranza alla sinistra. A quest’epoca la sinistra non era più, e da molto tempo, alla direzione del Partito. Già, al IV Congresso dell’I. C. nel novembre 1922, essa restò alla testa del Partito per ragioni di disciplina (di cui diede non poche prove), e, benché fosse la prima corrente in divergenza con l’I. C, essa fu l’ultima a costituirsi formalmente in frazione. In realtà, già a quest’epoca, la linea imposta al Partito Italiano era la premessa cui doveva seguire, all’insaputa del Partito, l’eliminazione della direzione di sinistra i cui militanti erano nelle galere fasciste e si preparavano ad arricchire il proletariato internazionale, col famoso processo di Roma, di uno splendido esempio di atteggiamento rivoluzionario di fronte alla giustizia borghese.

Progressivamente si ebbe la prova che la linea « leninista », senza Lenin, non era che una linea convergente verso quella della destra. Era l’esordio dell’era delle sconfitte proletarie segnata dalla vergognosa ritirata del 1923 in Germania, e l’inizio, in Russia, dell’egemonia della burocrazia centrista che doveva condurre, nel 1927, all’esclusione dell’Opposizione di Sinistra, premessa necessaria e indi­spensabile al tradimento totale degli interessi della rivoluzione mondiale e al defi­nitivo ingresso dello Stato proletario nel giuoco delle competizioni imperialistiche.

La. Sinistra Comunista ha dunque affrontato la lotta ideologica su scala inter­nazionale, a partire dal II Congresso dell’I. C. e, come abbiamo visto, ha tentato, nel quadro nazionale, di schivare i pericoli dell’opportunismo con le norme orga­nizzative e le tesi di Roma.

Queste tesi, votate al II Congresso del P. C. d’I., nel marzo 1922, rappresenta­vano l’apporto di esperienza del proletariato italiano messo al servizio del pro­letariato internazionale, apporto indispensabile per le sue lotte rivoluzionarie. La Sinistra fu battuta su scala internazionale e questa sconfitta provocò il rovesciamento delle posizioni in seno al Partito, che passò nelle mani di coloro che dovevano divenire i suoi affossatori. Furono tuttavia i principi comunisti che presiedettero alla formazione del Partito Comunista d’Italia, che permisero al proletariato, nei momenti più difficili della guerra civile e del trionfo della dittatura fascista, di opporre una resistenza che il centrismo ha persino tentato dipresentare come la conseguenza della sua linea politica.

Le tesi della Sinistra Pt.1

La elaborazione contenuta in questo studio, di cui iniziamo la ordinata pubblicazione, e di cui sono già apparsi due capitoli, quello sulla Russia nel n. 1, e quello sulla formazione dello Stato borghese italiano nel n. 2 di Prometeo, è il risultato del riesame compiuto da gruppi della Sinistra comunista italiana su tutte le posizioni del movimento sociale e politico, nella situazione succeduta ai seguenti fondamentali eventi:

1) La crisi della Internazionale Comunista, costituita a Mosca nel 1919, e del Partito Comunista d’Italia, fondato a Livorno nel 1921, che condusse tra l’altro all’aperta rottura, fin dal 1926, tra i dirigenti di Mosca e la corrente centrista loro rappresentante in Italia, e la tendenza di sinistra; nonché la crisi dello Stato proletario russo.

2) L’affermarsi in Italia ed altri paesi delle nuove forme totalitarie e dittatoriali del dominio borghese.

3) La seconda grande guerra mondiale e l’infeudamento dei partiti socialisti e comunisti alla propaganda bellica delle democrazie capitalistiche.

4) Lo schiacciamento militare dello Stato italiano, la caduta del regime di Mussolini, la stipulazione dell’armistizio tra il governo della coalizione antifascista e le potenze vincitrici.

Il divenire della società borghese capitalistica, le sue tendenze economiche più recenti, il significato dell’imperialismo e delle grandi guerre mondiali, il significato dei moderni regimi totalitari in rapporto alla democrazia politica borghese, e, per contrapposto, le vicende del movimento della classe proletaria, le crisi della II e III Internazionale, la sorte delle grandi battaglie rivoluzionarie sono trattati in questo riesame generale, in parte condotto mentre ancora durava la guerra contro la Germania sul territorio italiano.

In dipendenza da una restaurazione di questi valori critici, che proietti un fascio di luce nel caos dei vuoti ideologismi e delle false parole lanciate da ogni parte alle masse lavoratrici italiane, potrà determinarsi la reale tendenza a trarre da un agglomerato sociale oggi disperso, tormentato ed amorfizzato un inquadramento che serva di base ad un vittorioso affermarsi del partito politico di classe del proletariato, collegato con l’affermarsi dell’Internazionale proletaria e sulla linea delle tradizioni rivoluzionarie nel campo della dottrina e dell’azione.

L’assalto del dubbio revisionista ai fondamenti della teoria rivoluzionaria marxista

La portata dei più recenti eventi è talmente formidabile, che sembra giustificare un riesame di tutte le posizioni critiche circa i caratteri dello svolgimento del mondo moderno, anche da parte del movimento di avanguardia delle classi lavoratrici. Su queste esigenze e sul caos determinato dalle ripercussioni della guerra speculano gli esponenti delle tendenze opportunistiche, espressione dell’influenzamento borghese sulla ideologia del proletariato, per spezzare nelle mani di questo, prima delle armi materiali, quelle della sua critica rivoluzionaria.

È sempre valida la impostazione critica formulata dal marxismo, secondo la quale il moderno sistema economico e di governo della borghesia capitalistica, descrivendo nella storia una immensa parabola, sorge dal rovesciamento rivoluzionario dei regimi feudali, attua la liberazione di imponenti forze produttive sorte dalle nuove risorse tecniche a disposizione del lavoro umano, consente ad esse, dapprima, un ritmo sempre più vasto, un’espansione irresistibile in tutto il mondo conosciuto, ma, ad un certo stadio dello sviluppo, non può più contenere nei suoi schemi di organizzazione sociale, statale e giuridica queste enormi forze, e cade in una crisi finale per il rivoluzionario prorompere della principale forza di produzione, la classe dei lavoratori, che attuerà un nuovo ordine sociale?

La via attraverso la quale questa classe raggiunge il suo posto di nuova protagonista della storia è quella della organizzazione di essa in un partito politico, depositario della teoria critica rivoluzionaria, che inquadra le forze avverse alla classe dominante, e le conduce nella lotta contro di questa fino alla guerra civile, alla istituzione della dittatura del proletariato, che realizzerà la trasformazione del vecchio meccanismo economico?

Ovvero, come in tutte le grandi svolte della storia contemporanea si è sostenuto da tante parti, e come più che mai oggi si sostiene, gli eventi costringono a valutare diversamente queste aperte antitesi tra forze sociali ed epoche storiche opposte, ed indica al proletariato, soprattutto nel quadro dei tremendi schieramenti di forze materiali offerti dalle guerre, altre prospettive ed altre esigenze più urgenti di quelle del superamento definitivo del sistema borghese, prospettive ed esigenze che lo inducono ad associazioni di forze con gruppi politici e nazionali della classe dominante?

L’interrogativo, negli stadi storici che precedettero i colossali scontri militari, veniva posto in termini ben diversi, ma conduceva sempre a scuotere l’orientamento classista degli strati più risoluti della classe lavoratrice.

La società borghese appariva svolgersi, con l’aumento della sua ricchezza ed il diffondersi di nuovi bisogni e nuovi mezzi per soddisfarli, verso forme più alte della cosiddetta vita civile; ed allora, sempre al fine di una revisione della diagnosi rivoluzionaria marxista, si chiedeva suggestivamente se non era possibile, evitando il sanguinoso epilogo della guerra di classe, inserire in un placido graduale tramonto della società borghese il generarsi delle nuove forze della società del lavoro.

Dinanzi a questi recenti e vecchi dubbi critici, va riproposta nei suoi termini essenziali la posizione critica propria del partito di classe del proletariato al confronto dei dati dei nuovi tempi.

Il ciclo storico dell’economia capitalistica

Il modo capitalistico di produzione vive già sotto i regimi feudali, semiteocratici e di monarchia assoluta, ed ha per caratteristica economica il lavoro associato, per cui il singolo operaio non può compiere tutte le operazioni necessarie a confezionare il prodotto e queste invece sono affidate in tempi successivi a vari operatori.

A questo fatto tecnico derivato dalle nuove scoperte ed invenzioni, corrisponde il fatto economico che la produzione delle manifatture e delle fabbriche vince per maggiore rendimento e minor costo del prodotto quella della bottega dell’artigiano, ed il fatto giuridico che il lavoratore non è più padrone del prodotto del suo lavoro, e non può porlo a suo vantaggio sul mercato. Quegli che detiene i nuovi mezzi tecnici e si rende possessore dei più complessi strumenti di lavoro che consentono l’opera associata, diviene proprietario del prodotto, ed ai cooperatori della produzione versa una mercede in denaro.

Il capitalista ed il salariato sono apparsi, scindendosi dalla figura unitaria dell’artigiano. Ma le leggi della vecchia società feudale impediscono che il processo si generalizzi, immobilizzando in schemi reazionari la disciplina delle arti e dei mestieri, frenando lo sviluppo dell’industria che minaccia la dominante classe dei proprietari terrieri, vincolando il libero flusso delle merci nelle nazioni e nel mondo.

La rivoluzione borghese sorge da questo contrasto, ed è la guerra sociale che i capitalisti scatenano e conducono per liberare sé stessi dalle servitù e dalle dipendenze dei vecchi ceti dominanti, per liberare le forze della produzione dai vecchi divieti, e per liberare dalle stesse servitù e dagli stessi schemi le masse degli artigiani e dei piccoli possidenti, che devono fornire l’esercito dei salariati e che devono diventare libere di portare al mercato la loro forza di lavoro.

È questa la prima fase dell’epoca borghese; la parola del capitalismo in economia è quella della libertà illimitata di ogni attività economica, della abrogazione di ogni legge e vincolo posto dal potere politico al diritto di produrre, di comprare, far circolare e vendere qualunque merce cambiabile con denaro, compresa la forza di lavoro.

Nella fase liberistica, il capitalismo percorre nei vari paesi i primi decenni del suo grandioso sviluppo. Le intraprese si moltiplicano ed ingigantiscono, le armate del lavoro aumentano progressivamente di numero, le merci prodotte raggiungono quantitativi colossali.

L’analisi data da Marx nel Capitale di questo classico tipo di economia capitalistica libera da qualunque vincolo statale, e delle leggi del suo svolgimento, fornisce la spiegazione delle crisi di sovrapproduzione a cui conduce la corsa senza freni al profitto, e delle brusche ripercussioni per cui l’eccesso dei prodotti e la caduta del loro prezzo determinano periodiche ondate di dissesto nel sistema, chiusura e fallimento di imprese, rovesciamento nella nera miseria di falangi di lavoratori.

A queste sue insanabili contraddizioni economiche, nel complicato processo storico pieno di multiformi aspetti locali, di avanzate e di ritorni, di ondate e di contro-ondate, il capitalismo come classe sociale ha la possibilità di reagire? Secondo la classica critica marxista, la classe borghese non possiederà mai una sicura teoria e conoscenza scientifica del divenire economico, e per la stessa sua natura e ragione di essere non potrà instaurare una disciplina delle strapotenti energie da essa suscitate, simile nel classico paragone al mago che non poteva dominare le potenze infernali evocate.

Ma ciò non va scolasticamente interpretato nel senso che manchi al capitalismo ogni possibilità di prevedere e di ritardare, per lo meno, le catastrofi a cui lo conducono le sue stesse vitali esigenze. Esso non potrà rinunziare alla necessità di produrre sempre di più, e nel suo secondo stadio esplicherà senza freni il suo compito di potenziare la mostruosa macchina della produzione, ma potrà lottare per il collocamento di una massa sempre maggiore di prodotti, che minaccerebbe di soffocarlo, ingrandendo fino ai limiti del mondo conosciuto il mercato del loro smercio. Esso entra così nella sua terza fase, quella dell’imperialismo, che presenta nuovi fenomeni economici e nuovi riflessi, che valgono ad offrire certe soluzioni alle crisi parziali e successive dell’economia borghese.

Questa fase non era certo impreveduta per Marx, perché sviluppo della produzione capitalistica e collegamento dei mercati lontani sono fenomeni originariamente e storicamente paralleli: e dialetticamente proprio la scoperta delle grandi vie di comunicazione commerciale è stato uno dei fattori principali del trionfo del capitalismo.

Ma l’analisi delle caratteristiche di questa terza fase, in coerenza completa col metodo marxista, venne data da Lenin nel suo classico studio su L’imperialismo come più recente fase del capitalismo.

Le caratteristiche di questo terzo stadio capitalistico, già evidenti nel periodo di preparazione della Prima Guerra Mondiale, sono diventate ancora più patenti dopo di essa. Il sistema capitalistico ha sottoposto ad una revisione importante i canoni che lo ispiravano nella sua fase liberistica. L’espansione sul mercato mondiale delle masse dei prodotti si è accompagnata al tentativo grandioso di controllare il gioco sconvolgente delle oscillazioni dei loro prezzi di collocamento, da cui poteva dipendere il crollo delle colossali impalcature produttive. Le imprese si sindacarono, uscirono dall’individualismo economico, dall’assoluta autonomia della ditta borghese tipica, sorsero i cartelli di produzione, i trust si associarono con rigorosi patti le imprese industriali che producevano la medesima merce, al fine di monopolizzare la distribuzione e fissarne i prezzi ad arbitrio.

E siccome la maggioranza delle merci costituisce ad un tempo il prodotto venduto da un’industria e la materia prima acquistata da un’altra successiva, sorsero i cartelli verticali, che controllano, ad esempio, la produzione di determinate macchine, fissando i prezzi di tutti i trapassi, a partire da quelli della originaria industria estrattiva del minerale ferroso. Contemporaneamente si svilupparono e si concentrarono le banche, le quali, appoggiate sui più potenti aggruppamenti capitalistici industriali di ogni paese, controllarono e dominarono i produttori minori ed andarono costituendo in ciascun grande paese capitalistico, in cerchi sempre restringentisi, vere oligarchie del capitale finanziario.

Questo, nella definizione di Lenin, assume sempre più carattere parassitario.

Il borghese non ha più la classica figura del capitano d’industria organizzatore e suscitatore di energie nuove in base a risorse e segreti della nuova tecnica, ad intelligente abilità organizzativa delle moderne forme di lavoro associato. Dio nella sua fabbrica, come nell’antico regime lo era il feudatario nelle sue terre, romantico creatore della fusione di energie tra il meccanismo di cui possiede il segreto ed i lavoratori che, prima del padrone devono in lui riconoscere il capo.

Il direttore di fabbrica moderna è anche lui un salariato, più o meno cointeressato ai guadagni, un servo dorato, ma sempre un servo. Il borghese moderno è un tecnico non della produzione, ma dell’affarismo, un riscuotitore di dividendi attraverso un pacchetto di azioni di fabbriche che forse non ha mai visto, un componente della stretta oligarchia finanziaria, un esportatore non più di merci ma di capitali e di titoli capitalistici, fasci di carte che riuniscono nelle sue mani il controllo del mondo.

La classe dominante, sempre soggetta al dinamismo della concorrenza tra ditte imprenditrici, quando si sente sulla soglia della rovina trova alla concorrenza un limite nei nuovi schemi monopolistici, e dalle sue grandi centrali dell’affarismo bancario decreta la sorte delle singole imprese, fissa i prezzi, vende sotto prezzo, quando convenga al raggiungimento dei suoi scopi, fa oscillare paurosamente valori speculativi, e tenta con sforzi grandiosi di costituire centrali di controllo e di infrenamento del fatto economico, negando la incontrollata libertà, mito delle prime teorie economiche capitalistiche.

Per intendere il senso dell’estremo sviluppo di questa terza fase del capitalismo mondiale, si deve, seguendo Lenin, porla in rapporto al corrispondente svolgimento delle forze politiche che l’accompagna, fissare il rapporto tra capitale finanziario monopolistico e Stato borghese, stabilire le sue relazioni con le tragedie delle grandi guerre imperialistiche e con la tendenza storica generale alla oppressione nazionale e sociale.

Il ciclo storico del dominio politico della borghesia

Parallelamente allo svolgimento nel tempo del modo di produzione capitalistico, va considerato quello delle forme del potere politico della classe borghese.

Come dice Engels, due sono le grandi scoperte che stanno alla base del comunismo scientifico, e sono dovute a Marx. La prima consiste nell’avere individuato la legge del plusvalore, secondo la quale l’accumulazione del capitale si edifica sulla continua estorsione di una parte della forza-lavoro proletaria. La seconda è la teoria del materialismo storico, per la quale i termini dei rapporti economici e di produzione forniscono la causa e danno la spiegazione degli avvenimenti politici e di tutta la superstruttura di opinioni e di ideologie proprie delle varie epoche e dei vari tipi di società.

I fondatori del nuovo metodo teorico non appaiono dunque nella veste messianica di puri ideologi rivelatori di nuovi principii, destinati ad illuminare e trascinare le folle; essi sono, all’opposto, indagatori scientifici dei dati offerti dalla storia passata e dalla reale struttura della società presente che, sforzandosi di liberarsi in questa indagine da tutte le influenze oscurantistiche dei pregiudizi dei tempi passati, cercano di fondare un sistema di leggi scientifiche capaci di ben rappresentare e spiegare l’evoluzione storica, e, nel senso scientifico e non mistico della parola, di prevedere le grandi linee degli sviluppi futuri.

Mentre la classe borghese si faceva largo, in una lotta di secoli, nel campo dell’organizzazione produttiva e della economia, e procurava di strappare alle classi feudali e teocratiche la loro posizione di forza nel governo dello Stato, il riflesso di tale formidabile urto di interessi, svolgentesi in un aperto conflitto di forze armate fino allo scontro finale rivoluzionario che condusse al potere la borghesia, fu anche una battaglia di idee e teorie.

Le vecchie classi dominanti costruivano la loro superstruttura dottrinale sui principii della rivelazione e dell’autorità, poiché su tali principi ben si edificavano un diritto ed un costume sociale che facilitavano il controllo delle masse dominate da parte di una oligarchia di guerrieri, di nobili e di sacerdoti. La fonte della verità veniva posta in antiche immutabili tavole, dettate da menti e potenze superiori alla umana ragione, costituenti norma al vivere collettivo, e, più da vicino, in testi antichi di sapienti e di maestri, ai quali si deve risalire per dedurre dalla lettera dei versetti e dei passi la spiegazione di ogni nuovo quesito del sapere e dell’operare umano.

La nascente borghesia rivoluzionaria ebbe come sua arma la critica svolta dal moderno pensiero filosofico al principio di autorità. Si lanciò audacemente in tutte le direzioni a rovesciare il dubbio su tutte le concezioni tradizionali, proclamò contro il dominio dell’autorità quello della ragione umana; minò il dogma religioso per poter minare l’impalcatura statale feudale fondata sulla monarchia di diritto divino e sulla solidarietà di classe tra la nobiltà terriera e le gerarchie ecclesiastiche.

Costruì così una nuova e moderna impalcatura ideologica, che volle presentare come di portata universale e definitiva, come trionfo della verità contro la menzogna dell’oscurantismo religioso e assolutistico. In effetti, tale nuova impalcatura ideologica, alla luce della critica marxistica, non è che una nuova costruzione rispondente ai nuovi rapporti di classe ed alle nuove esigenze della classe assurta al potere.

Nel campo politico, la borghesia condusse l’assalto rivoluzionario al potere dello Stato, e se ne servì per infrangere tutti i vecchi vincoli allo svolgimento delle forze economiche di cui era l’espressione.

La lotta si svolse come una guerra civile, una guerra di classe, tra la guardia bianca dell’antico regime feudale e le falangi rivoluzionarie borghesi.

Negli aspetti classici della Rivoluzione Francese era il Terzo Stato che dapprima reclamava la sua parte nei pubblici ordinamenti monopolio fino allora della aristocrazia e del clero, e che ben presto si proponeva di escludere radicalmente da ogni influenza politica queste classi reazionarie.

Una nuova minoranza dominante, quella dei padroni della manifatture e delle fabbriche e dei grandi commercianti, si sostituiva alle antiche minoranze privilegiate. Ma in realtà tale sostanziale aspetto del trapasso non era apertamente dichiarato dai pensatori e dai partiti del nuovo regime; ché anzi essi stessi non lo comprendevano, pure agendo nel senso della irresistibile pressione dei nuovi potenti interessi di classe.

Tutto il movimento, come nella lotta materiale utilizzava la forza delle masse della popolazione costituite da nullatenenti e da lavoratori, il Quarto Stato, così nella impostazione ideologica vantava di ispirarsi a principi corrispondenti agli interessi generali; ed ancora una volta questi principii non erano interpretati e presentati come forme transitorie sovrapposte ad una speciale svolta dei rapporti sociali, ma come valori assoluti ed universali regolanti il divenire dell’umanità. La superstizione delle antiche mitologie veniva derisa, ma, in nome del dubbio scientifico, della libera critica e della ragione veniva proclamata una nuova mitologia di concetti e valori generali, e le dichiarazioni rivoluzionarie dei borghesi vincitori parlavano dei Diritti dell’uomo e del cittadino, proclamavano l’avvento della Libertà, dell’Eguaglianza e della Fraternità come retaggio degli uomini tutti.

Comunque, in questa svolta storica, il Quarto Stato, la grande massa dei lavoratori sacrificati in vecchie e nuove forme al benessere dei ceti privilegiati, non poteva né possedere le armi critiche per comprendere la reale portata del trapasso, né esitare a sostenere la borghesia rivoluzionaria nella sua fase assaltatrice ed eroica contro le posizioni del passato.

In tale fase, la politica borghese non vede alcuna contraddizione tra le sue rivendicazioni filosofiche della libertà di opinione ed azione politica per tutti, e la lotta con tutti i mezzi della dittatura e del terrore contro i ritorni armati delle forze dei vecchi regimi nella guerra civile e nelle aggressioni da oltre frontiera. Il borghese sanculotto ateo ed enciclopedista non trova contraddizione tra la Crociata per la nuova Dea Libertà e l’impiego sistematico della ghigliottina per togliere al suo nemico di classe la libertà di agire a difesa degli antichi suoi privilegi. Il nascente proletariato crede nella promessa della libertà per tutti, ma aiuta la borghesia sorta al potere nella repressione spietata dei controrivoluzionari.

La prima fase del dominio politico borghese consiste dunque nella lotta rivoluzionaria armata per conquistare il potere e nell’esercizio di una dittatura di classe per estirpare tutti i residui del vecchio organamento sociale e reprimere ogni tentativo di riscossa reazionaria.

A questa prima fase del regime politico borghese, nella complessità dei suoi aspetti nei vari paesi moderni e nell’alterna vicenda dei conati della reazione assolutistica e delle nuove ondate rivoluzionarie che finiscono col sommergerli, segue generalmente nel mondo moderno e nei paesi a maggiore sviluppo economico un secondo e lungo stadio, nel quale gli orrori e gli eccessi della rivoluzione appaiono relegati nell’ombra, e la nuova classe dominante, assisa solidamente al controllo politico della società, riesce ad ostentare nel miglior modo la pretesa coerenza della sua gestione del mondo con tutto l’armamentario metafisico dei suoi ideologismi di libertà, di giustizia e di eguaglianza.

Nel puro diritto non vi sono più caste separate, ogni cittadino sta verso lo Stato teoricamente nello stesso rapporto di tutti gli altri cittadini, ed ha la stessa facoltà di delegare nei suoi organi i rappresentanti che meglio preferisce e che riflettono le sue opinioni ed anche i suoi interessi.

Il sistema parlamentare della democrazia borghese vive la sua epoca aurea e proclama che dopo la fondamentale promulgazione dell’uguaglianza giuridica e politica la via è aperta, senza ulteriori scontri rivoluzionari e senza più ripetere la tragedia del terrore, ad ogni svolgimento verso la sempre migliore convivenza degli uomini in un migliore stato sociale.

La critica proletaria rivoluzionaria già da alcune generazioni ha radicalmente smascherata questa gigantesca menzogna. La libertà politica e giuridica corrisponde nella reale valutazione economica dei rapporti ad una libertà di vendere le proprie braccia ed il proprio lavoro, che è in effetti uno stato di feroce necessità per la maggioranza degli uomini, non presentando altra alternativa che la fame.

In politica, lo Stato non è l’espressione della volontà maggioritaria popolare, ma il comitato di interessi della classe borghese dominante, ed il meccanismo parlamentaristico non può rispondere che a favore degli interessi di questa.

In filosofia, il dominio della ragione non è che un inganno, poiché il libero uso del cervello umano, strappato a quanto sembra ai divieti delle scomuniche del prete e dei rigori della polizia assolutista, non è che una illusione quando lo limita assai più spietatamente la negata possibilità e libertà di soddisfare le esigenze fisiologiche materiali che condizionano tutta la dinamica dell’individuo.

Secondo le impostazioni romantiche della letteratura borghese di questo periodo arcadico, in ogni villaggio c’era uno spegnitoio – il prete – e c’era una luce – il maestro; ma la menzogna dell’educazionismo e del culturismo democratico sta nel fatto che non si può attendere dall’uomo ch’esso prima si dia una libera e cosciente opinione e poi ottenga la possibilità di soddisfare i suoi interessi ed i suoi appetiti; ché anzi la via scientificamente logica è la contraria, perché l’uomo dovrà prima ben mangiare e poi potrà ben opinare.

Oltre alla critica teorica dei rivoluzionari proletari, i fatti della storia più recente vanno disperdendo nel limbo dei fantasmi del passato questa impalcatura ipocrita della ideologia democratica. Mentre gli scontri tra le classi divise nello stesso paese da opposti interessi non hanno mai taciuto, malgrado tutte le panacee del sistema rappresentativo borghese, lo svolgersi delle nuove forme economiche monopolistiche del capitalismo, le lotte per il predominio coloniale, hanno precipitato i popoli in crisi sconvolgenti ed in sanguinosi massacri che hanno superato di gran lunga quelli dell’epoca di avanzata rivoluzionaria della borghesia.

Il capitalismo non soltanto ha avuto logico bisogno della violenza armata per aprire le vie del divenire storico, ma impiega e produce violenza ad ogni fase del suo sviluppo.

Poiché, a mano a mano che il potenziale della produzione industriale si elevava, crescevano di numero le armate del lavoro, si precisava la coscienza critica del proletariato e si irrobustivano le sue organizzazioni, la classe borghese dominante, parallelamente alla trasformazione della sua prassi economica da liberistica in interventistica, ha la necessità di abbandonare il suo metodo di apparente tolleranza delle idee e delle organizzazioni politiche per un metodo di governo autoritario e totalitario; ed in ciò sta il senso generale dell’epoca presente. Il nuovo indirizzo dell’amministrazione borghese del mondo fa leva sul fatto innegabile che tutte le attività umane, per lo stesso effetto dei progressi della scienza e della tecnica, si svolgono dall’autonomismo delle iniziative isolate, proprio di società meno moderne e complesse, verso l’istituirsi di reti sempre più fitte di rapporti e di dipendenze in tutti i campi, che gradualmente vanno coprendo il mondo intiero.

L’iniziativa privata ha compiuto i suoi prodigi e battuto i suoi primati dalle audacie dei primi navigatori alle imprese temerarie e feroci dei colonizzatori delle più lontane zone del mondo. Ma ora cede il passo di fronte al prevalere dei formidabili intrecci delle attività coordinate, nella produzione delle merci, nella loro distribuzione, nella gestione dei servizi collettivi, nella ricerca scientifica in tutti i campi.

Non è pensabile un’autonomia di iniziative nella società che dispone della navigazione aerea, delle radio-comunicazioni, del cinema, della televisione, tutti ritrovati di applicazione esclusivamente sociale.

Anche quindi la politica di governo della classe imperante, da vari decenni a questa parte e con ritmo sempre più deciso, si evolve verso forme di stretto controllo, di direzione unitaria, di impalcatura gerarchica fortemente centralizzata.

Questo stadio e questa forma politica moderna, sovrastruttura che nasce dal fenomeno economico monopolistico ed imperialistico previsto da Lenin fin dal 1916 col dire che le forme politiche della più recente fase capitalistica possono essere soltanto di tirannia e di oppressione, questa fase che tende a sostituire generalmente nel mondo moderno quella del liberalismo democratico classico, non è altro che il fascismo.

Enorme errore scientifico e storico è il confondere questo sorgere di una nuova forma politica imposta dai tempi, conseguenza e condizione inevitabile del sopravvivere del sistema capitalistico di oppressione alla erosione dei suoi contrasti interni, con un ritorno reazionario delle forze sociali delle classi feudali, le quali minaccino di sostituire alle forme democratiche borghesi una restaurazione dei dispotismi dell’ancien régime; laddove la borghesia già da secoli ha posto fuori combattimento ed annientato nella maggior parte del mondo queste forze sociali feudali.

Chiunque senta minimamente l’effetto di una tale interpretazione e ne segua minimamente le suggestioni e le preoccupazioni è fuori del campo e della politica comunista.

La nuova forma con la quale il capitalismo borghese amministrerà il mondo, se e fino a quando non lo travolgerà la rivoluzione del proletariato, va facendo la sua apparizione con un processo che non va decifrato coi banali e scolastici metodi del critico filisteo.

Da parte marxista non si è fatto mai conto dell’obiezione che il primo esempio di potere proletario dovesse essere dato da un paese industriale progredito e non dalla Russia zarista e feudale, in quanto l’avvicendamento dei cicli di classe è fatto internazionale e giuoco di forze su scala mondiale, che localmente si manifesta dove concorrono le favorevoli condizioni storiche (guerra, sconfitta, sopravvivenza eccessiva di regimi decrepiti, buon organamento del partito rivoluzionario, ecc.).

Meno ancora deve stupire se le manifestazioni del trapasso dal liberalismo al fascismo possono presentare dialetticamente presso i singoli popoli le più svariate successioni, giacché si tratta di un trapasso meno radicale, in cui non è la classe dominante che muta, ma solo la forma del suo dominare.

Il fascismo adunque può dal punto di vista economico definirsi come un tentativo di autocontrollo e di autolimitazione del capitalismo tendente a frenare in una disciplina centralizzata le punte più allarmanti dei fenomeni economici che conducono a rendere insanabili le contraddizioni del sistema.

Dal punto di vista sociale può definirsi il tentativo da parte della borghesia, nata con la filosofia e la psicologia dell’assoluto autonomismo ed individualismo, di darsi una coscienza collettiva di classe, e di contrapporre propri schieramenti ed inquadrature politiche e militari alle forze di classe minacciosamente determinatesi nella classe proletaria.

Politicamente, il fascismo costituisce lo stadio nel quale la classe dominante denunzia come inutili gli schemi della tolleranza liberale, proclama il metodo del governo di un solo partito, e liquida le vecchie gerarchie di servitori del capitale troppo incancreniti nell’uso dei metodi dell’inganno democratico.

Ideologicamente, infine, il fascismo (e con ciò rivela di non essere non solo una rivoluzione, ma nemmeno una sicura universale risorsa storica della controrivoluzione borghese) non rinunzia, perché non può farlo, a sbandierare una mitologia di valori universali e, pur avendoli dialetticamente capovolti, fa suoi i postulati liberali della collaborazione delle classi, parla di nazione e non di classe, proclama l’equivalenza giuridica degli individui, gabella sempre la propria impalcatura statale come riposante sulla intiera collettività sociale.

I punti di appoggio della nuova mitologia borghese non saranno più la Libertà, l’Eguaglianza, ma saranno la Nazione, la Patria, la Razza, lo Stato stesso quasi deificato.

Ad ogni imbarazzo teorico e filosofico, serviranno le stesse risorse con le quali il filisteo borghese cercava di sfuggire allo smascheramento realistico e scientifico del suo apparato ideologico, gli insopprimibili sopra-umani valori dello spirito, insito che lo si voglia nella mente dell’uomo o promanante da una divinità compiacente sempre per le ricette farisaiche di tutti i parassiti e di tutti gli oppressori.

Comunque, in economia col monopolismo e col capitalismo di stato, socialmente con l’aperto assalto di guardie bianche agli inquadramenti di classe del proletariato rivoluzionario, politicamente con la soppressione più o meno accelerata della buffonesca canea dei partiti multipli e dei multicolori scribi dell’ambiente parlamentaristico, ideologicamente con l’impiego di tutto il bagaglio ingannatore delle pretese idee universali e delle investiture di missioni supreme, il capitalismo passerà ovunque attraverso questa fase, sapendo di trovarsi nell’alternativa o di disperdere ed impedire l’avanzata della classe rivoluzionaria, o di dover cadere nella catastrofe finale.

Una prima manifestazione storica di questa terza fase borghese ha potuto aversi in Italia, non certo per speciali caratteristiche di sviluppo del capitalismo italiano, ma per il concorrere di condizioni della storia internazionale influenti sulle vicende italiane: guerra vinta ma con conseguenze pari a quelle di una sconfitta, crisi economica dovuta all’alta densità della popolazione ed alla mancanza di mercati di sbocco per merci e per forze di lavoro, slancio in avanti con intendimenti di una politica autonoma ed estremistica delle classi sfruttate, instabilità storica relativa dell’apparato statale, ecc.

Una manifestazione di ben altra portata si è avuta in Germania, dove il capitalismo, sulla trama di una potente struttura produttiva uscita intatta dalla guerra perduta, ha tentato di bruciare le tappe per portarsi alla pari dei capitalismi rivali, quando questi lo hanno stretto in una cerchia di acciaio, dentro la quale la pressione delle forze sociali contrastanti ha raggiunto massimi esasperati; dove si era posto nel modo più inesorabile il dilemma storico mostrato da Lenin al mondo nel 1919: organizzazione mondiale dell’economia da parte del capitalismo o da parte del lavoro – dittatura spietata della borghesia o dittatura del proletariato.

Come Lenin stabilì, nella diagnosi economica, che è un reazionario chi si illude che il capitalismo monopolistico e statalista possa retrocedere al capitalismo liberista delle prime forme classiche, così oggi va chiaramente detto che lo è ugualmente chi insegue il miraggio di una riaffermazione del metodo politico liberale democratico contrapposto a quello della dittatura fascista, con la quale, ad un certo punto della evoluzione, le forze borghesi stritolano con tattica frontale le autonome organizzazioni di classe del proletariato.

La dottrina del partito proletario deve porre come suo cardine la condanna della tesi che, dinanzi alla fase politica fascista del dominio borghese, debba essere data la parola del ritorno al sistema parlamentare democratico di governo, mentre all’opposto la prospettiva rivoluzionaria è che la fase totalitaria borghese esaurisca rapidamente il suo compito e soggiaccia al prorompere rivoluzionario della classe operaia, la quale, lungi dal lacrimare sulla fine senza rimedio delle menzognere libertà borghesi, passi a stritolare con la sua forza la Libertà di possedere, di opprimere e di sfruttare, bandiera del mondo borghese, dal suo primo nascere eroico tra le fiamme della rivoluzione antifeudale al suo divenire nella fase pacifista della tolleranza liberale, al suo spietato svelarsi nella battaglia finale per la difesa delle istituzioni, del privilegio e dello sfruttamento padronale.

La guerra in corso è stata perduta dai fascisti, ma vinta dal fascismo. Malgrado l’impiego su vastissima scala dell’imbonitura democratica, il mondo capitalistico avendo salvato, anche in questa tremenda crisi, la integrità e la continuità storica delle sue più possenti unità statali, realizzerà un ulteriore grandioso sforzo per dominare le forze che lo minacciano, ed attuerà un sistema sempre più serrato di controllo dei processi economici e di immobilizzazione dell’autonomia di qualunque movimento sociale e politico minacciante di turbare l’ordine costituito. Come i vincitori legittimisti di Napoleone dovettero ereditare l’impalcatura sociale e giuridica del nuovo regime francese, i vincitori dei fascisti e dei nazisti, in un processo più o meno breve e più o meno chiaro, riconosceranno con i loro atti, pur negandola con le vuote proclamazioni ideologiche, la necessità di amministrare il mondo, tremendamente sconvolto dalla seconda guerra imperialistica, con i metodi autoritari e totalitari che ebbero il primo esperimento negli Stati vinti.

Questa verità fondamentale, più che essere il risultato di difficili ed apparentemente paradossali analisi critiche, ogni giorno di più si manifesta nel lavoro di organizzazione per il controllo economico, sociale, politico del mondo.

La borghesia, una volta individualista, nazionale, liberista, isolazionista, tiene i suoi congressi mondiali e, come la Santa Alleanza tentò di fermare la rivoluzione borghese con un’Internazionale dell’assolutismo, così oggi il mondo capitalistico tenta di fondare la sua Internazionale, che non potrà essere che centralista e totalitaria.

Riuscirà questa nel suo compito storico essenziale che, sotto la parola della repressione di un risorgere del fascismo, è invece nel fatto e sempre più manifestamente quello di reprimere e frantumare la forza rivoluzionaria dell’Internazionale del proletariato?

Éléments de l’économie marxiste Pt.1

Le travail que nous commençons à publier dans ce numéro constitue une réexposition de la matière économique du Premier Livre du Capital ; il n’est pas un résumé et moins encore une « vulgarisation ». L’étude de l’œuvre fondamentale de Marx exige une préparation économique, historique et philosophique dont les résultats doivent être appliqués en même temps : dans ces notes, la partie économique a été isolée dans une certaine mesure, et seule développée ; il a également été fait appel au langage mathématique plus souvent que dans l’œuvre de Marx. Mais nous voulons décevoir par avance tous ceux que le prurit des « faits nouveaux » et des « voies originales » ne laisse pas en repos : le mérite essentiel de cette étude est la fidélité (on serait même tenté d’écrire, en se souvenant d’une réplique fameuse de Lénine et pour éviter cette peine à nos adversaires : le dogmatisme). Il ne saurait s’agir ici de l’attachement à un individu ou à un nom, quelque grands qu’ils fussent, mais de la fidélité à ce corps complet de positions théoriques et pratiques, vieux déjà de plus d’un siècle, mais auquel tout le développement ultérieur n’a fait qu’apporter une série de confirmations expérimentales : le marxisme révolutionnaire.

* * *

Il sera bon, avant tout, de donner quelques indications sur la signification de l’ensemble du Capital. Envisageons tout d’abord l’ossature de l’ouvrage : le Capital devait comprendre, dans le plan de Marx, quatre Livres ou Volumes, dont il ne put écrire que les trois premiers (on sait que, si le premier fut achevé entièrement et édité du vivant de Marx, les deux suivants furent publiés par Engels, à partir des manuscrits laissés par Marx). Le second Livre traite du « procès de circulation du capital », le troisième des aspects que revêt le procès économique dans son ensemble ; le quatrième devait exposer l’histoire de la théorie, au sujet de laquelle on trouve cependant de nombreuses indications dans les trois premiers volumes.

Il est bon de démolir cette opinion courante, très souvent utilisée à des fins révisionnistes, qui prétend que le second et le troisième Livres examinent une partie du procès économique réel qui aurait été omise dans le premier, et que cette analyse a été développée par l’auteur jusqu’à le conduire à des rectifications importantes sinon à des abandons purs et simples des doctrines principales du Livre Premier, comme celles de la plus-value, de l’accumulation du capital, de la misère croissante, etc… Cette opinion, démentie par le contexte des œuvres, même les plus récentes, parues jusqu’à la mort de Marx (1883) et par la suite, comme par les réexpositions posthumes dues à Engels, correspond à une évaluation erronée de l’ossature générale de l’œuvre. Le premier Livre couvre le domaine complet de la doctrine de Marx sur le capitalisme et ce n’est certes pas une exposition abstraite des rapports existant dans la sphère de production, qui négligerait les rapports de celle-ci avec la circulation des marchandises et la monnaie. Croire ceci équivaudrait à détruire le contenu substantiel de la méthode de Marx.

Le rapport entre le premier Livre et le reste de l’œuvre doit être défini par un critère tout différent. Malgré son incomparable richesse historique, critique, bibliographique, polémique, le premier Livre conduit d’un seul jet l’étude de tout le processus économique, qui part du premier échange (troc en nature) et passe par la naissance et l’accumulation du capital, pour parvenir à la conclusion (tracée lapidairement dans l’avant-dernier chapitre) que succèdera au capitalisme une économie sociale et non mercantile. Les faits, l’étude et les lois de la circulation sont déjà entièrement contenus dans ce développement. Mais tout ce matériel est repris dans les volumes suivants et nous pouvons dire dans tout le travail postérieur et même futur des marxistes au titre d’étude des phénomènes particuliers du développement capitaliste, dont, étant donné le caractère de la méthode, on doit continuellement tirer la vérification et le contrôle de la théorie générale et la preuve de son efficacité.

Le premier Livre nous donne donc le développement essentiel du procès capitaliste et de ses caractéristiques sociales réelles dans le rapport entre capitalistes et salariés (qui ne peut être exposé, ni même imaginé, sans tenir compte des phénomènes de la circulation et de la consommation) et trouve les lois de ce processus sans les cristalliser dans la statique d’un monde abstrait mais en les vérifiant dans toutes les situations : capitalisme naissant mis en rapport avec des types économiques différents, puis développement du capitalisme qui conquiert finalement le monde entier. Il est donc toujours tenu compte de l’ambiance historique réelle, car on ne pourra jamais dire que l’on est en présence d’un « modèle » d’économie capitaliste à l’état « pur ».

Et en fait, la première Section sur la circulation est le fondement sur lequel repose toute l’étude de la Production ; les avertissements de Marx lui-même ou de ses meilleurs commentateurs nous la présentent comme la plus difficile, surtout pour les lecteurs mal préparés, bien que sa compréhension soit tout à fait indispensable à l’intelligence de l’ensemble.

Il a été signalé également de nombreuses fois qu’une œuvre comme celle de Marx, dans laquelle tout « apriorisme » et toute métaphysique des principes ont été éliminés, doit être possédée dans toutes ses parties, et que, donc, la lecture des premiers chapitres présuppose une certaine assimilation des thèses développées dans les parties suivantes. Marx lui-même suggère à certains lecteurs de commencer à la seconde moitié du Livre, par les chapitres descriptifs et historiques, pour en venir ensuite aux chapitres décisifs de l’analyse scientifique.

Le premier Livre est donc à tout le reste de l’œuvre comme la trame fondamentale, la ligne directrice de tout le système ; il est complet en lui-même et il a été écrit par l’auteur sur la base de tous les matériaux que l’histoire économique, des origines à son époque, lui offrait, et dont il réserva l’exposition particulière aux Livres suivants.

Ce premier Livre tient la place qui appartient, dans la physique et l’astronomie modernes, aux Philosophiae Naturalis Principia Mathematica d’Isaac Newton (1687). D’un seul jet, à partir de cette découverte due à Galilée que la force agissant sur un corps matériel en mouvement est la cause, non pas de sa vitesse, mais de son accélération (c’est-à-dire en augmente ou en diminue la vitesse elle-même) le développement mathématique (employant les méthodes du calcul des quantités infiniment petites découvert par Newton) conduit directement à établir les lois du mouvement d’une planète autour du soleil et retrouve déductivement les lois que Kepler avait tirées des observations de Tycho Brahé sur les révolutions des planètes. Le principe théorique reçut ainsi une éclatante confirmation. Il est utile de noter que la première partie de l’œuvre de Newton, qui établit sous forme géométrique les propositions premières du calcul infinitésimal (redécouvert au même moment par Leibniz, sous une forme plus expressive) est pénible à étudier et même ennuyeuse. Au contraire, la déduction des chapitres suivants, dans lesquels est établie la célèbre loi de la gravitation universelle, est grandiose et brillante même dans la forme.

Les trois ou quatre énonciations simples de Galilée, Newton et Kepler rendent pleinement compte de tous les mouvements des corps du système solaire, planètes et satellites, et ont une valeur définitive dans l’histoire de la science. Ceci n’empêche pas qu’elles dérivent d’un cas pur et abstrait, celui du mouvement central, qui considère deux corps célestes seulement, alors que dans le système solaire ils sont en grand nombre. L’effet véritable est donc beaucoup plus compliqué. Déjà le « problème des trois corps » apparaît, analytiquement, comme beaucoup plus difficile et de loin. En fait, en admettant la célèbre « actio in distans » de Newton, chaque corps attire tout autre corps et en déforme plus ou moins la trajectoire. Quelque chose de semblable au passage de la forme du simple troc M = M’ de Marx au cadre général du mouvement économique d’aujourd’hui. Nous comparerons donc les livres suivants du Capital au gigantesque travail postérieur à Newton, exécuté par les astronomes qui déduisirent les mouvements particuliers des divers corps, et plus particulièrement la classique et fondamentale Mécanique Céleste de Laplace et les applications fameuses comme la découverte de Neptune par Le Verrier grâce au calcul des perturbations de l’orbite de Saturne qui lui permit de déduire la position précise de l’hypothétique Neptune, puis d’en vérifier l’existence au moyen du télescope.

La même théorie discipline donc l’étude de toutes ces déviations de détail effectives par rapport à la loi type, à la pure ellipse de Kepler, mais la loi de Newton en sort solidement renforcée et consolidée. Le processus type est absolument valable et pourtant il ne se réalise jamais. Non seulement les cieux ne sont plus immuables et incorruptibles comme pour Aristote et pour Thomas, et sont régis par la mécanique qui est valable pour le mouvement des corps terrestres étudié par Galilée, mais les orbites géométriquement parfaites de Kepler ne constituent plus le plan immuable du mouvement des planètes. Chacune d’elles ne reparcourt jamais deux fois la même orbite, le phénomène réel est toujours différent de la théorie, mais ceci ne fait que confirmer la validité et l’efficacité de la loi scientifique.

Après l’introduction ultérieure de considérations sur les processus thermiques, il devint possible de tenter une histoire du système solaire et Laplace avança son hypothèse sur l’origine des planètes à partir du soleil et sur leur future résorption en lui. Naturellement ceci ne touche en rien à la validité de la conquête scientifique contenue dans la classique construction de la loi générale du mouvement.

À seule fin d’éviter des confusions qui ne sont pas toujours innocentes nous aborderons un dernier point. Les questions méthodologiques que nous avons rappelées ne sont pas infirmées, pour ce qui concerne le parallèle que nous avons mené avec le problème cosmogonique, par les dernières acquisitions et doctrines scientifiques qui introduisent dans le bilan, en plus des considérations thermiques, celles de l’énergie atomique ; ni même par de plus vastes constructions comme celles de la théorie relativiste qui n’a pas détruit (dans le sens qui nous intéresse ici) la loi de la gravitation, mais l’a encadrée dans une construction plus vaste, en qualité de « cas limite ». Tout ceci, comme la question du déterminisme dans les sciences de la nature et dans la science de l’homme, nous le réservons à une étude ultérieure sur le marxisme et la connaissance humaine, que nous publierons en appendice à ces « Éléments de l’économie marxiste ».

* * *

Mais il est un autre problème, plus brûlant encore peut-être qu’il s’agit d’éclaircir ici, avant d’entrer dans le vif du sujet : qu’est-ce que le Capital ? Beaucoup n’y ont vu ou ont feint de n’y voir qu’une simple description, statique et froide, de l’économie capitaliste1. Certains d’entre eux lui reconnaissent, à l’intérieur de ces limites, une valeur objective et scientifique indéniable ; d’autres, au contraire, nient tout caractère scientifique à la doctrine économique marxiste, tout en lui attribuant une possibilité certaine de mobiliser et d’entraîner les masses : sur ce terrain se rencontrent nos adversaires de l’école bourgeoise et les syndicalistes de la tendance sorélienne (le marxisme n’est pour eux qu’un « mythe social » efficace) ; un troisième groupe enfin, le plus dangereux peut-être pour le mouvement prolétarien à venir, reconnaît que le marxisme a donné une analyse scientifiquement valable de l’économie bourgeoise d’une certaine période historique (en gros la phase pré-impérialiste), mais considère que cette analyse, tout comme les principes politiques qui lui sont liés, ont été « dépassés » par le développement historique du capitalisme lui-même et qu’une « nouvelle élaboration » de la théorie s’appuyant sur ces « faits nouveaux » doit être mise en chantier.

Ce sera une des tâches principales de cette publication que de lutter contre ces trois positions, également fausses et non pas seulement sur le terrain de l’étude économique. Dans cette courte introduction nous nous contenterons de leur opposer la position du marxisme révolutionnaire le seul qui puisse se réclamer du nom de Marx.

Pour nous, Marx n’a pas consacré sa vie à décrire, fût-ce scientifiquement, le capitalisme, mais bien plutôt à prévoir et à décrire scientifiquement le socialisme. Ou, pour être plus exact son analyse de l’économie bourgeoise n’est qu’un moment dialectique d’une synthèse beaucoup plus vaste, embrassant d’un seul coup le passé et le présent des sociétés humaines pour déterminer le futur. Le couronnement de ce corps de doctrine complet est la démonstration de la nécessité (non pas morale, mais scientifique) de l’avènement d’une nouvelle forme sociale de production, le socialisme, dont les caractéristiques principales ne peuvent être confondues avec celles des constructions généreuses (et souvent géniales) des Utopistes ; la définition de ces caractéristiques au contraire, constitue le résultat scientifique le plus considérable du marxisme, celui que l’on ne peut négliger sans perdre toute possibilité de comprendre la réalité sociale du soi-disant « socialisme » du bloc soviétique et sans abandonner complètement, finalement, la théorie du prolétariat.

Mais peut-être trouvons-nous commode de nous inventer un Marx selon nos désirs ? Il faudrait renvoyer tous ceux et ils seront certainement nombreux qui le penseront, à la postface de la deuxième édition allemande du Capital, écrite en 1873. Marx y cite de longs extraits d’un article paru dans le Messager européen (revue russe publiée à St. Pétersbourg) et entièrement consacré au Capital. Nous en tirons les passages suivants, particulièrement caractéristiques :

«Une seule chose préoccupe Marx : trouver la loi des phénomènes qu’il étudie ; non pas seulement la loi qui les régit sous leur forme arrêtée et dans leur liaison observable pendant une période de temps donnée. Non, ce qui lui importe, par dessus tout, c’est la loi de leur changement, de leur développement, c’est à dire la loi de leur passage d’une forme à l’autre, d’un ordre de liaison à l’autre….

Pour cela, il suffit qu’il démontre, en même temps que la nécessité de l’organisation actuelle, la nécessité d’une autre organisation dans laquelle la première doit inévitablement passer, que l’humanité y croie ou non, qu’elle en ait ou non conscience…

En se plaçant à ce point de vue pour examiner l’ordre économique capitaliste, Marx ne fait que formuler d’une façon rigoureusement scientifique la tâche imposée à toute étude exacte de la vie économique …. La valeur scientifique particulière d’une telle étude, c’est de mettre en lumière les lois qui régissent la naissance, la vie la croissance et la mort d’un organisme social donné, et son remplacement par un autre supérieur ; c’est cette valeur-là que possède l’ouvrage de Marx2».

Très bien, nous dira-t-on, mais ce n’est là que l’opinion d’un tiers sur la méthode de Marx. Certes, mais voici ce que Marx lui-même en pense, de cette « opinion » :

«En définissant ce qu’il appelle ma méthode d’investigation avec tant de justesse, et, en ce qui concerne l’application que j’en ai faite, tant de bienveillance, qu’est-ce donc que l’auteur a défini, si ce n’est la méthode dialectique ? »

Il n’est besoin de rien ajouter, mais peut-être pourrait-on conseiller aux savants académiciens de l’institut « Marx, Engels, Lénine » d’aller s’instruire en compulsant certaines revues parues au temps de l’« obscurantisme » tsariste ?

L’école marxiste, lorsqu’elle luttait contre les Utopistes, ne leur a jamais reproché d’avoir essayé d’anticiper, d’avoir voulu définir le futur. Elle leur reprochait seulement d’avoir construit un futur selon leurs vœux, sur la base de critères éthiques, religieux ou philosophiques, bref, d’avoir voulu substituer au dynamisme réel, matériel de la société, l’idéal qu’ils avaient tiré de leurs cerveaux, agissant un peu à la manière d’un ingénieur qui élaborerait les plans d’un avion en ignorant les lois de la pesanteur. Mais si la science nie le point de départ et la méthode des Utopistes, elle rejoint leur point d’arrivée avec cette différence essentielle que la science prévoit et définit le futur à partir d’une connaissance des lois du passé et du présent lui permettant de mettre à jour le dynamisme réel (expérimentalement contrôlable) de l’objet étudié : la société humaine dans notre cas, alors que l’Utopisme se contente d’imaginer et de désirer un futur arbitrairement conçu. (Ajoutons toutefois que toutes subjectives qu’elles fussent ces « Utopies » méritent infiniment plus de respect et contiennent en définitive plus de vérités objectives que les échafaudages fragiles de tous les partisans du « concret » ou de la « nouveauté »3 ceux que nous qualifiions d’« immédiatistes » dans notre précédent numéro qui infestent aujourd’hui l’atmosphère politique).

Marx, dans le Capital, ne fit donc pas œuvre de science descriptive mais œuvre de science dialectique : il n’étudia pas le capitalisme comme un objet statique, éternel, mais au contraire mit en relief son dynamisme, son mouvement pour conclure à sa destruction par la dictature du prolétariat – et il faut bien comprendre que l’aspect politique n’est pas surajouté, mais intimement solidaire de l’aspect économique ou philosophique. Les rapports de l’école marxiste avec l’économie bourgeoise classique illustrent bien ceci. Ces rapports débutent par une alliance4 contre l’école physiocratique qui affirmait que seul le travail agricole (ou mieux la conjonction du travail humain et de la nature) fournit de la richesse ; contre l’école mercantiliste qui faisait dériver l’augmentation de la richesse (ou des valeurs) du seul échange, se dressèrent tour à tour l’école de Ricardo et celle de Marx. Ricardo montra que la propriété foncière, tout autant que le commerce, était improductive et que toute la valeur produite dérivait du travail humain ; il mit à jour les principales lois du capitalisme : valeur déterminée par le temps de travail, naissance de la richesse ou mieux, du capital à partir de la plus-value, équivalence de valeur entre les marchandises échangées. Marx reprit et défendit ces thèses comme représentant bien, du point de vue d’une analyse scientifique, les lois du capitalisme5.

Mais là où l’œuvre de Ricardo s’achevait, la sienne commençait à peine. Ricardo, en penseur bourgeois conséquent, croyait avoir découvert les lois d’une société stable, qui réaliserait une harmonie définitive avec la nature, pourvu que ces lois fussent respectées. Toute l’œuvre de Marx, au contraire, fut de montrer comment ces lois elles-mêmes engendraient de nouvelles contradictions qui iraient en s’amplifiant avec la diffusion géographique et sociale du capitalisme jusqu’au paroxysme d’une révolution qui mettra fin à ces contradictions en rasant les fondements mêmes de la société capitaliste. Alors que Ricardo voyait dans la diffusion du capitalisme, puis dans sa suprématie définitive sur les économies prébourgeoises, la suppression de tout antagonisme social, l’harmonie enfin atteinte, Marx montra qu’elles n’étaient que le point de départ d’une nouvelle révolution sociale, celle de la classe prolétarienne. En écrivant l’histoire de la naissance et de la vie du capitalisme, il démontrait la nécessité scientifique de sa mort et pouvait dessiner avec sûreté les traits essentiels de la société qui lui succèderait. Plus encore, pour démontrer l’inéluctabilité de la révolution prolétarienne, il accepta un schéma idéal de la société capitaliste, sans perdre de temps à discuter des différents écarts de la réalité vis à vis de ce « modèle ». Basant la prévision du socialisme sur un « modèle idéal » de la société bourgeoise, il fit non seulement œuvre scientifique (comme nous l’avons montré dans la première partie de cette introduction) mais encore œuvre polémique, fustigeant sans pitié tous ceux qui se proposeraient seulement d’améliorer le capitalisme ou de dénoncer ses « excès »6.

Veut-on un échantillon de cette science dialectique ? Il suffit de savoir lire, entre autres, un des chapitres les plus importants du Premier Livre : « Le caractère fétiche de la marchandise et son secret ». En quelques pages ce chapitre fournit un raccourci historique des diverses économies humaines et, partant de cette donnée que les économies passées ne furent pas toutes mercantiles, démontre dans une formidable synthèse dialectique que la première condition qui définit l’économie socialiste c’est qu’elle ne sera ni mercantile, ni monétaire7. Est-ce là science descriptive ou bien Programme de la Révolution ? Dédions cette question à tous nos actuels « modernisateurs » du marxisme, toujours prêts à discourir de l’« insuffisance » du programme marxiste « classique » face à la situation économique et sociale de l’URSS, et conseillons leur de la rapprocher d’un fait, non seulement expérimentalement constatable, mais encore avoué en « haut lieu » (Staline, Khrouchtchev.) l’existence, en Russie, du salariat dans l’ambiance d’une économie mercantile et monétaire en pleine extension.

* * *

Nous avons maintenant, dans le cadre d’une simple introduction, suffisamment insisté sur ce fait que pour nous l’essentiel du Capital n’est pas la description de l’économie bourgeoise, mais le fait qu’il est partie intégrante du Programme Communiste. Nous ne pourrions mieux conclure qu’en faisant un parallèle avec ce qui constitue l’essentiel de l’aspect politique du marxisme, et qui, au même titre que l’aspect économique, est aujourd’hui « oublié », dénaturé et renié cent fois par jour par tous ceux qui – staliniens et anti-staliniens, khrouchtcheviens et anti-khrouchtcheviens ne jurent plus que par les « voies nouvelles au socialisme ». Tous ces amateurs de nouveauté ne savent « découvrir » que de très vieilles recettes, qui toutes possèdent ce dénominateur commun : l’opportunisme ; mais ils restent aveugles devant ce qui constitue l’originalité fondamentale de la doctrine du prolétariat. Laissons à Marx le soin de le leur rappeler :

«En ce qui me concerne, je n’ai le mérite d’avoir découvert ni l’existence des classes dans la société contemporaine, ni la lutte qu’elles se livrent entre elles. Des historiens bourgeois avaient exposé bien longtemps avant moi le développement historique de la lutte de classes, et quelques économistes bourgeois l’anatomie économique de celles-ci.

Ce que j’ai fait de nouveau, c’est d’avoir démontré : 1°/ que l’existence des classes ne concerne que certaines phases du développement de la production. 2°/ que la lutte des classes conduit nécessairement à la dictature du prolétariat. 3°/ que cette dictature elle-même n’est qu’une transition vers la suppression de toutes les classes, vers la société sans classe».

(Lettre à Weydemeyer du 5 Mars 1852).

SECTION I – LA MARCHANDISE ET LA MONNAIE

La Marchandise.

Une marchandise est un objet qui possède deux propriétés : a)- être utile, c’est à dire apte à satisfaire des besoins humains, b) être susceptible de s’échanger contre d’autres marchandises.

Nous désignons par l’expression valeur d’usage la propriété a). Correspond-elle à une grandeur susceptible de mesure quantitative ? Non, parce que la valeur d’usage d’une même marchandise varie suivant les circonstances de temps, de lieu et de personne. La valeur d’usage est donc une propriété qualitative qui ne peut être traitée comme une grandeur quantitative8.

La valeur d’échange.

Nous désignons ainsi la seconde propriété de la marchandise, c’est à dire sa permutabilité. La valeur d’échange est-elle quantitativement mesurable ? Et si oui, à quelles grandeurs connues doit-on la ramener ? Nous répondons affirmativement à la première question car, bien qu’à première vue une marchandise donnée permette d’effectuer de nombreux échanges isolés contre des quantités diverses d’autres marchandises, dans toutes ces relations il doit y avoir quelque chose de commun.

Quant à la seconde question, nous ne pouvons ramener la mesure de la valeur d’échange aux propriétés spécifiques qui définissent la valeur d’usage, comme la couleur, la saveur, la forme, la composition chimique, etc…, car la marchandise peut s’échanger contre d’autres marchandises de valeurs d’usage quelconques sans pour autant changer de valeur d’échange. Le caractère commun à diverses marchandises indifféremment échangeables ne peut être ramené qu’au fait qu’elles sont toutes des produits du travail humain.

Nous nous proposons donc de mesurer la valeur d’échange en nous référant au travail, en tant que grandeur mesurable. Le travail humain ne peut être mesuré que comme temps de travail.

Il est bien entendu qu’il n’est pas question du temps de travail occasionnellement nécessaire pour produire une marchandise donnée temps que mille circonstances peuvent faire varier mais du temps de travail moyen nécessaire pour la reproduire systématiquement, c’est à dire du temps de travail socialement nécessaire.

La valeur d’échange est l’aptitude de la marchandise à être échangée contre d’autres marchandises dans un rapport donné, et c’est une grandeur mesurable.

Le nombre qui mesurera la valeur d’échange par rapport à une unité de mesure conventionnelle est toujours proportionnel au temps de travail social moyen nécessaire pour produire une marchandise déterminée, c’est à dire que le nombre lui-même est donné par ce temps divisé par le temps de travail nécessaire pour produire l’unité de valeur d’échange.

La force productive du travail moyen varie avec les procédés de la technique. Lorsque la technique est améliorée dans un secteur donné de la production, la valeur d’échange des marchandises de ce secteur varie. Bien entendu elle varie également pour les marchandises restantes, produites avec le long système non perfectionné et donc avec un temps de travail plus long.

Par suite on voit que même la formule : la valeur est du travail cristallisé, est erronée, et qu’il est nécessaire de formuler la loi dans les termes précis énoncés plus haut.

Dans la marchandise le travail est représenté sous une forme double : la valeur d’usage est en rapport avec la qualité particulière du travail employé; la valeur d’échange est en rapport avec la quantité de temps de travail humain générique nécessaire à la reproduire.

Lorsqu’on parle de temps et de force de travail, on se réfère au travail simple, dont doit être distingué le travail complexe ou qualifié. Dans tout l’exposé on réduit toujours le travail complexe au travail simple, comme on le verra mieux par la suite.

La forme simple de la valeur.

La marchandise a deux formes : sa forme naturelle, le plus souvent physique et matérielle, et sa forme valeur.

Et sous quelle forme nous apparaît la valeur ? En pratique, comme donnée expérimentale, la valeur nous apparaît sous la forme argent, qui au fond est le prix. Il s’agit d’arriver à cette donnée pratique, familière à tous, par une analyse déductive qui parte de la simple propriété de s’échanger que possèdent toutes les marchandises, puisque nous avons établi qu’elles ont une valeur (d’échange) dans la mesure où elles peuvent s’échanger.

Nous partirons du fait le plus simple : l’échange entre deux lots de marchandises : 

X marchandise A = y marchandise B

La valeur apparaît ici dans une première forme que nous appellerons simple ou particulière. Nous avons une égalité, avec deux membres. Bien que nous puissions, comme dans toute égalité quantitative, inverser les deux membres, les expressions X marchandise A et y marchandise B ont un caractère différent. Elles expriment la même quantité de valeur, mais la quantité y de la marchandise B sert à définir combien vaut la marchandise A. À cause de cela nous appellerons le premier membre forme relative, le second forme équivalente.

Valeur de X marchandise A =  Valeur de y marchandise B =       Valeur V 

          (forme relative)         (forme équivalente de la valeur)          (forme simple de la valeur)

Si nous voulions exprimer par un nombre la valeur absolue de la valeur V, c’est à dire l’exprimer suivant une unité de mesure générale, applicable à toutes les marchandises A, B, C, D, etc… nous ne pourrions le faire en partant des données de la formule simple. Nous pouvons en fait déduire de cette relation: 

Valeur de X unités de marchandise A
= Valeur de y unités de marchandise B
= Valeur V

Mais ceci ne nous permet pas de dire quelle est la valeur d’une unité (Kg, etc) de A, parce qu’elle dépend de la valeur de B. De plus la valeur de A, comme celle de B, peuvent changer par suite de variations du temps de travail nécessaire pour A ou pour B; dans ce cas le rapport y/x changera, et nous aurons donc diverses expressions de la valeur cherchée, c’est à dire que nous ne serons pas encore arrivés à la mesure absolue.

Forme valeur totale ou développée.

Avec la forme simple, la marchandise qui nous intéresse ne trouve qu’un seul équivalent, et nous ne parvenons pas à une mesure générale de la valeur. Faisons un pas de plus en avant, et supposons que nous connaissions tous les équivalents de la marchandise A, exprimés par les autres marchandises qui sont sur le marché:

Valeur de X marchandise A
= Valeur de y marchandise B
= Valeur de Z marchandise C
= etc…

Pour avoir une idée de tout le marché (nous pensons à l’époque du troc) nous devons savoir écrire pour chaque marchandise la forme développée indiquée ci-dessus. S’il y a n marchandises, celle-ci se compose de n-1 égalités, et en tout il y a n(n-1) égalités. Par exemple pour 10 marchandises nous devons connaître 90 relations.

Les n(n-1) ou les 90 relations ne sont pourtant pas toutes indépendantes, et sont toutes contenues dans les n-1 ou dans les 9 de la forme développée. Nous n’avons alors qu’à renverser celle-ci et à référer la valeur de toutes les autres n-1 marchandises à celle de la marchandise A, devenue équivalent unique ou équivalent général. Nous aurons :

y marchandise B  }
Z marchandise C  }             =       X marchandise A 
m marchandise D }
etc…..

En pratique ceci signifie que, le troc s’étant généralisé, pour ne pas avoir à se souvenir de 90 relations, on a élevé une marchandise au rang d’équivalent commun de tous les autres.

Nous n’avons pas encore une expression absolue de la mesure ou de la quantité de valeur, mais nous en avons une mesure pour ainsi dire officielle, exprimée par la quantité de la marchandise équivalent qui correspond à chaque marchandise spéciale. Ainsi les sauvages, par exemple, font le commerce des bestiaux en en exprimant la valeur en livres de sel.

Avec le développement du commerce la marchandise équivalent remplit, non seulement une fonction mnémotechnique, mais encore s’échange en fait contre toutes les autres marchandises, le contact direct entre les échangeurs individuels ayant disparu. La forme simple (par exemple : 1 vache = 3 chèvres.) ne se réalise plus, mais on a l’échange entre une vache et 30 livres de sel, puis entre 10 livres de sel et une chèvre. Ou bien le commerçant s’interpose entre celui qui vend la vache et celui qui vend la chèvre, car ils peuvent être tous deux matériellement distants; le commerçant porte sur lui la marchandise ou l’équivalent sel pour rapprocher tout le monde. Le sel ne circule plus seulement pour être consommé, mais beaucoup plus fréquemment pour faciliter la circulation des autres marchandises.

Il est nécessaire, toutefois, que la marchandise équivalent soit facile à transporter, peu volumineuse, absolument inaltérable. Ces qualités se trouvent réunies dans l’or qui est devenu l’équivalent général : et nous passons ainsi à la forme argent de la valeur.

Caractère historico-social de la question.

Parvenu à ce stade de l’analyse de la valeur, Marx insère un chapitre sur « le caractère fétiche de la marchandise et son secret ». Ce chapitre a un caractère historique et polémique et il présuppose une énonciation de la doctrine du déterminisme économique qui n’entre pas dans l’objet du Capital, mais est inséparable de la doctrine marxiste sur le caractère de l’économie marxiste.

Ce chapitre ne constitue pas une digression, et il ne s’agit pas ici d’en donner un résumé, alors qu’il faudrait plutôt lui donner le plus large développement.

En faisant l’analyse des formes de la valeur nous avons appliqué à la question la méthode scientifique positive. Mais l’objet de notre recherche n’était pas des faits de caractère absolu et immanent, comme par exemple la nature des éléments chimiques – découverte en 1800, mais valable aussi bien pour discuter des conditions de la nébuleuse originelle que celles du futur lointain de l’univers. Nous avons dû aller sur le terrain historique pour expliquer les étapes de notre recherche, en liant la forme simple de la valeur à l’époque du troc en nature, la forme générale à celle du commerce, etc… Donc les résultats auxquels nous tendons n’ont pas un caractère immanent, mais sont relatifs aux diverses époques et degrés de développement de la société.

Reconnaître dans le temps de travail la mesure des quantités de valeur ne saurait suffire sans une analyse qui applique cette clé aux diverses économies.

Ce qui est acquis pour la première fois par la recherche marxiste, c’est que la valeur d’échange n’est pas une propriété absolue des choses, mais le reflet des rapports d’organisation sociale. Les objets sont des marchandises parce qu’il existe un système déterminé de rapports entre les hommes qui les produisent et les consomment. De plus, il est naturel que les économistes qui nous ont précédés voient au contraire dans la marchandise une donnée première, car ils prennent pour des rapports définitifs et naturels ceux-là même qui correspondent à la société dans laquelle ils vivent et aux intérêts des classes qu’ils représentent. Et Marx développe ici notre doctrine, qui fait dépendre les opinions du stade de développement de l’économie sociale et de la lutte des classes.

Avant tout, la polémique contre les économistes traditionnels ne s’engage pas sur un terrain qui soit commun à l’un quelconque d’entre eux, et ils jouent le rôle d’objets passifs de la recherche, plutôt que celui de collaborateurs ou même d’adversaires. Nous ne nous préoccupons pas de ce qu’ils pourront alléguer ultérieurement, et ceci même pendant un très long avenir : de même les fondateurs de la mécanique et de l’astronomie modernes ne considèrent pas les développements bibliques et péripatéticiens comme un matériel de travail. Si l’on ne saisit pas ceci il est inutile d’espérer comprendre comment l’analyse, partant du fait minime de la permutation de deux objets, parvient à la doctrine de la plus-value qui doit fournir la clé de l’interprétation positive et historique du mécanisme productif contemporain.

Nous dépouillons donc la marchandise de son caractère fétiche en découvrant les lois qui lui assignent une valeur et nous fournissent le moyen de la mesurer dans les relations entre les hommes et les groupes d’hommes pour lesquels il s’agit de marchandises et de valeurs.

(Le chapitre II, « le procès de l’échange », est implicitement résumé dans les considérations historiques indiquées parallèlement au passage de la forme simple à la forme monnaie).

La circulation. Valeur et prix.

Nous avons cherché à considérer la valeur comme une quantité mesurable, afin de la traiter par la méthode scientifique et découvrir les lois qui lui sont relatives. Nous avons posé comme hypothèse que la quantité valeur est proportionnelle au temps de travail social moyen. En procédant à l’analyse des faits expérimentaux, nous avons appliqué et vérifié l’hypothèse. Nous sommes parvenus jusqu’à la marchandise équivalent général et un nouveau pas en avant nous a fait passer à la monnaie.

Nous laissons de côté les observations sur le mono ou le bi-métallisme.

L’or par sa quantité et par son poids, exprimés dans la terminologie monétaire, indique donc avec une certaine unité de mesure la valeur des marchandises.

En conclusion nous avons ramené la mesure cherchée à la valeur de l’or, c’est à dire, selon notre hypothèse, au temps de travail nécessaire pour produire l’or. Si bien que le terme de comparaison est variable, et il peut donc se produire des oscillations générales, faciles à interpréter.

Le prix exprime le rapport entre la valeur de la marchandise considérée et la valeur de l’unité d’or (par exemple, selon le rapport originel : une livre sterling).

Ou, ce qui est la même chose, le prix, selon nous, exprime le rapport entre le temps de travail nécessaire pour la marchandise et le temps de travail nécessaire pour la livre d’or.

Lorsque nous parlons de temps de travail nécessaire, nous tenons à le distinguer du temps de travail qui a été effectivement exigé dans tel cas spécifique; ce temps-là peut être supérieur ou inférieur par suite d’erreurs ou au contraire de secrets de fabrication du producteur. En outre, par suite d’autres considérations, le prix peut exprimer plus ou moins que la valeur abstraite de la marchandise, à cause de circonstances exceptionnelles de l’aliénation.

Si, par exemple, tout en employant le temps moyen nécessaire, tous les producteurs fournissent un marché donné d’une quantité de la marchandise X excédant la consommation, mettons de 20%, à la suite d’une erreur dans la division sociale du travail, ces 20% seront perdus. Et ceci pourra également se manifester sous la forme d’une baisse provisoire du prix au-dessous de la valeur, chaque producteur faisant un rabais de 20% de son temps de travail, comme dans le cas où, par suite de maladresses, il aurait employé 6 heures au lieu de 5. Le cas inverse peut également se présenter, c’est à dire une hausse du prix au-delà de la valeur.

On ne doit pas confondre ce cas avec celui d’une baisse des prix comme conséquence de nouvelles inventions techniques qui diminuent le temps de travail nécessaires; car, dans ce cas, c’est la valeur elle-même qui a baissé et qui ne remontera plus. Dans les cas précédents des phénomènes connus, provoquant l’ouverture de nouvelles entreprises ou la fermeture des vieilles, tendent à niveler les prix.

(Le cheval vainqueur du Derby a un prix très élevé parce que parmi 20 chevaux concurrents, qui ont absorbé des soins égaux (temps de travail), un seul peut remporter ce prix. Le bénéfice d’un éleveur compense les pertes des 19 autres, mais ceci n’empêche pas que subsiste la relation entre la valeur d’un cheval et le temps de travail absorbé par son élevage. Il s’agit seulement d’une production qui, pour des raisons techniques, ne donne pas une série d’objets égaux, mais des produits très différents par suite de circonstances imprévisibles au début de l’entreprise).

On peut donc parler d’une quantité de valeur qui ne coïncide pas nécessairement avec la forme prix, mais qui en est la base, le prix pouvant osciller au-dessus et au-dessous de la valeur. Une recherche opportune réussira à la déterminer.

De même dans les sciences physiques, il est difficile d’établir à première vue la masse d’un corps donné, d’une boule de bois par exemple. On sent que celle-ci tend à tomber, et on en mesure le poids mais il varie suivant que nous sommes au pôle ou à l’équateur, au niveau de la mer ou en montagne, et enfin il devient même négatif si l’on plonge la boule dans l’eau. Ceci n’empêche pas que la quantité constante de masse soit mesurable, et que l’on puisse l’employer pour formuler les lois qui élucideront toutes ces variations de poids, qui auparavant se présentaient comme un amas de données contradictoires. Un affinement ultérieur des résultats scientifiques, qui établit que la masse d’un corps en mouvement varie en même temps que sa vitesse, n’empêche pas que c’est à bon droit que l’on a introduit et traité cette grandeur dans le domaine des phénomènes considérés dans la recherche.

La science mécanique naquit lorsque l’on sut mesurer la masse, donnée qui, dans un certain sens, n’est ni concrète ni sensible; la science économique naît avec la mesure de la grandeur valeur, tandis que l’on ne fait pas œuvre scientifique si l’on prétend devoir se limiter à connaître et enregistrer les prix contingents, sous le prétexte que ce sont eux seulement qui se mesurent et s’expriment en chiffres.

Poursuivons maintenant l’analyse du marché en examinant le chemin suivi par la marchandise. Le possesseur la porte sur le marché, la cède contre une certaine quantité d’argent qui ne lui sert pas à son usage propre, mais seulement à acheter une autre marchandise. Le cycle est :

Marchandise – Argent – Marchandise 
( M                –     A     –       M  )

La seconde partie de ce cycle (A-M) est, pour le possesseur de l’autre marchandise, la première partie (M-A) d’un autre cycle et ainsi de suite, indéfiniment. L’ensemble de tous ces cycles, dont chacun a une moitié commune avec un autre, représente la circulation, suivant le schéma :

M₁ – A – M₂ – A – M₃ – A – etc.

Cours de la monnaie.

Dans le mouvement de circulation de la marchandise, l’argent passe à son tour de main en main; mais tandis que chaque marchandise arrive sur le marché de l’extérieur pour en sortir aussitôt, l’argent au contraire y demeure constamment. Il n’est évidemment pas nécessaire que l’argent en circulation soit égal à la somme des prix de tous les « achat-vente » individuels; au contraire chaque fragment d’or circulant plusieurs fois, une somme inférieure suffit. On appelle vitesse de circulation dans un temps donné le quotient de la somme de tous les prix (chiffre des affaires) pratiqués dans ce temps par la masse d’argent disponible.

On doit noter, au sujet de la monnaie, le passage de la forme où l’on utilise l’or pur à la forme de la monnaie en or dont le poids peut être inférieur à la valeur théorique – puis à la petite monnaie d’argent et de métaux non nobles avec une valeur en partie conventionnelle, et enfin à la monnaie de papier, dont la valeur est purement figurative : toutes formes qui, dans des conditions normales, n’altèrent en rien les rapports de circulation entre l’argent et les marchandises.

L’argent peut, de plus, assumer d’autres fonctions, outre celles de mesurer la valeur des marchandises ou de servir de véhicule à leur échange. Ces formes sont : la thésaurisation ou accumulation; le dépôt pour faire front à des paiements anticipés ou retardés par rapport au moment où la marchandise change de possesseur (jeu du débit et du crédit); la monnaie universelle ou élément de compensation dans les échanges entre nations, pour lesquels les transferts d’or compensent les déséquilibres des balances commerciales, l’or étant, en ce sens, l’unique monnaie effectivement valable dans le monde entier. Aujourd’hui, chose qui n’existait pas au temps de Marx, ce n’est plus l’or seulement qui est capable d’assumer une validité mondiale, mais une monnaie de papier également : le dollar, qui circule sans s’échanger contre les autres monnaies nationales.

L’étude détaillée de ces phénomènes économiques n’est pas indispensable avant de procéder à celle de la transformation de l’argent en capital, qui se trouve au point de départ des lois de la circulation qui met en jeu la marchandise et l’argent.

SECTION II – LA TRANSFORMATION DE L’ARGENT EN CAPITAL

De la circulation monétaire à l’apparition de la plus-value

La formule de la circulation monétaire de la marchandise est donc M-A-M, si l’on considère celui qui apporte une marchandise pour l’échanger contre une autre de valeur d’usage différente mais contenant, en dehors de circonstances secondaires, la même quantité de valeur (d’échange). Pour celui-ci l’argent est seulement le signe de la valeur et le véhicule de l’échange. Mais dans le complexe du système mercantile la monnaie introduit immédiatement de nouveaux rapports et de nouveaux personnages, dont l’intervention rend possible aux autres l’échange des valeurs d’usage. Ils utilisent l’argent pour acheter des marchandises qu’ils revendent à nouveau pour de l’argent. La circulation, de ce second point de vue, est représentée par la formule A-M-A. Il doit exister un mobile qui explique l’intervention de ce second groupe de personnages.

Ce mobile ne peut être la recherche de valeurs d’usage, puisque leur argent redevient finalement argent, sans changement qualitatif. Donc le but et le mobile ne peuvent résider que dans un changement quantitatif. Si l’on s’explique bien l’opportunité du mouvement dans le cas M-A-M à valeur constante, on ne se l’expliquerait plus dans le cas A-M-A si la somme d’argent restait identique après l’achat et la revente. La philanthropie ou toute autre force idéale ne pouvant constituer le moteur des porteurs d’argent, celui-ci est déterminé par le fait qu’en général l’argent est, la seconde fois, en quantité supérieure à la première. La formule devient ainsi A-M-A’, où A’ = A + dA, c’est-à-dire qu’à l’argent A initial s’est ajouté un incrément dA (delta A). Une telle augmentation reçoit le nom de plus-value.

Pour le possesseur d’argent le but et la cause du mouvement de l’argent dans les échanges est la production de cette plus-value, qui, additionnée immédiatement à la valeur préexistante, entre dans le cycle pour s’accroître à son tour.

C’est ainsi que l’argent, de simple symbole de la valeur et de simple véhicule de l’échange, devient nécessairement capital.

Le capital est une valeur dont la caractéristique est de s’accroître continuellement.

Un système mercantile, une fois dépassé le stade du troc en nature, doit aboutir au capitalisme.

Cette définition tirée de la formule A-M-A’ semblerait ne concerner que le capital commercial, c’est-à-dire celui qui est entre les mains des porteurs d’argent qui, par profession, se tiennent sur le marché en offrant des marchandises achetées aux producteurs.

Mais même en ce qui concerne le capital industriel, il y a de l’argent qui se transforme en marchandise et qui revient à la forme argent par la vente de cette dernière ; ceci formera l’objet du chapitre suivant.

Marx, au début de cette section, établit dans une de ces références historiques fondamentales qui accompagnent le développement du procès capitaliste – que :

« La circulation des marchandises est le point de départ du capital. Il n’apparaît que là où la production marchande et le commerce ont déjà atteint un certain degré de développement. L’histoire moderne du capital date de la création du commerce et du marché des deux mondes au XVIème siècle. »

La forme pure A-A’ représente l’usure, dans laquelle il n’y a pas passage par la marchandise. Nous appelons ici usure tout placement d’argent donnant un intérêt.

C’est à A-A que nous pourrions réduire la formule de la thésaurisation, qui soustrait l’argent à la circulation et par là même lui ôte la possibilité d’engendrer une plus-value. Ce n’est donc pas encore une forme de capital.

Recherche de l’origine de la plus-value

La plus-value, c’est-à-dire l’augmentation dA qu’a subi la somme A en devenant A’, n’a pu et ne pourra jamais être expliquée dans le domaine de la seule circulation.

Toutes les tentatives faites dans ce sens s’effondrent devant ce fait élémentaire que la circulation se compose d’une série d’échanges entre équivalents.

On peut indiquer de nombreuses exceptions à cette loi, mais elles sont impuissantes à expliquer pourquoi se vérifie non pas d’une manière exceptionnelle, mais d’une manière régulière, l’augmentation de A à A’.

Si l’on attribue à l’achat la vertu de causer un déséquilibre en faveur du porteur d’argent, on doit attribuer cette même vertu à la vente car, que ce soit dans le simple cycle A-M-A, ou dans le complexe de la circulation, chaque intéressé apparaît autant de fois comme vendeur que comme acheteur. Donc les différences supposées se compensent dans une parité générale. Il en serait de même si tous les prix baissaient ou montaient simultanément.

Cette explication qui déclare que celui qui achète pour consommer paie plus cher que celui qui vend après avoir produit, n’explique rien à son tour, car le consommateur tire son argent du fait qu’il a été lui-même producteur. On devrait donc supposer des consommateurs qui tireraient de la valeur d’autre chose que du travail productif, c’est-à-dire en dehors de l’échange.

Une telle classe recevrait donc l’argent, non pas grâce à la circulation, mais en extorquant, dans le sens matériel du terme, la marchandise ou l’argent appartenant à autrui. Cette explication est inadéquate à l’époque mercantile.

Ouvrons une parenthèse pour montrer que le système des syndicats ou même le monopole des producteurs ne peut expliquer la genèse normale de plus-value dans la sphère de la circulation. Si en régime mercantile ordinaire de libre concurrence un producteur de la marchandise A était libre d’en élever le prix, il aurait ainsi réalisé une plus-value. Mais ceci ne peut jamais se présenter, car il est évident que les acheteurs l’abandonneraient pour se tourner vers les autres vendeurs de la même marchandise, si bien que ce mécanisme, sauf phénomènes secondaires, maintient tous les prix à un niveau minimum correspondant à la valeur d’échange. Or on pourrait supposer que la totalité ou une partie des producteurs de la marchandise A s’entendent pour élever arbitrairement son prix ; voilà le jeu de la concurrence éliminé et une plus-value issue purement et simplement de la circulation a été réalisée.

À une telle objection on peut répliquer que si, dans l’analyse, nous voulions substituer au système général et typique de la libre concurrence, un système stable de monopoles et non un système intermédiaire qui restera toujours à examiner, mais qui sert à l’application et non à la recherche des lois générales – nous serions alors conduits à considérer que tous les groupes de producteurs se sont constitués en monopoles, et se vendent réciproquement les marchandises à des prix surévalués mais qui retrouvent un nouvel équilibre par compensation. Nous nous trouverions ainsi ramenés au même point. Les accords de monopolisation auront réalisé, dans un stade intermédiaire, une appropriation de valeurs sur le dos des monopoleurs retardataires, mais ils n’auront pu produire de la plus-value.

En conclusion, le problème se réduit en ces termes apparemment contradictoires : dans la circulation les échanges s’effectuent seulement entre équivalents ; l’argent circulant comme capital sort de la circulation en ayant subi une augmentation.

Dans la recherche de la solution, on ne doit pas perdre de vue le fait que dans une société économique capitaliste stable et normale les énonciations ci-dessus ont toutes deux une valeur systématique (c’est-à-dire qu’elles se réalisent dans la grande majorité des cas), si bien que le fait de citer des cas particuliers ou des périodes d’instabilité ne peut servir à éluder la nécessité de donner une solution tout aussi générale au « système d’équations » que l’on peut écrire ainsi :

Valeur de A = Valeur de M
Valeur de M = Valeur de A’
Valeur de A’ supérieure à Valeur de A.

Nous verrons pourquoi ces équations ne sont pas incompatibles, comme on pourrait s’y attendre en leur attribuant un sens purement arithmétique – ou, en d’autres termes, pourquoi cette contradiction patente aux règles de la logique formelle du syllogisme (contradiction qu’Aristote découvrit comme Marx le rappelle – mais qu’il ne sut, ni ne pouvait expliquer avec les données de son temps) se réalise dans la réalité de la vie économique, puisqu’elle engendre le capital.

La marchandise « force de travail »

Dans quel stade du processus peut donc naître l’augmentation de valeur ? Elle ne peut naître des vertus propres à l’argent, puisqu’une quantité d’argent reste matériellement inaltérée. Donc l’augmentation résulte de l’échange Argent contre Marchandise. Elle ne peut résulter du second acte M-A’, comme elle ne peut résulter du premier A-M, si ce sont des échanges entre équivalents.

La découverte fondamentale de Marx est la suivante : l’augmentation ne peut résulter des deux échanges ; elle ne peut donc résulter que de l’usage de la marchandise, en tant qu’il existe sur le marché une marchandise dont l’usage coïncide avec une élévation systématique de sa valeur d’échange.

Si l’usage d’une marchandise produit de la valeur, et si la valeur correspond à l’utilisation du temps de travail, la mystérieuse marchandise en question doit être capable de fournir du travail humain : une telle marchandise est précisément le travail, ou, plus exactement, la force de travail.

Dans certaines conditions historiques, tandis que celui qui achète une marchandise quelconque la revend en général pour une même somme d’argent (valeur), celui qui achète de la force de travail la paie une certaine somme tandis qu’il la revend pour une somme systématiquement supérieure. Ce que revend l’acheteur de force de travail ce sont en réalité des marchandises matérielles, auxquelles il a fait subir des transformations en leur appliquant la force de travail qu’il a acquise. Cela se produit lorsque le travailleur, ou possesseur de la force de travail, ne peut prendre contact avec la marchandise à transformer (matière première), par suite des conditions juridiques et sociales, soit parce qu’il ne peut anticiper la valeur de la matière première elle-même, n’étant pas possesseur d’argent, soit parce que l’application du travail nécessite des moyens techniques (instruments de travail, concentration d’un grand nombre de travailleurs) qui sont le monopole d’autrui (des possesseurs d’argent ou capital).

Il y a une autre condition : c’est que le travailleur soit libre, car il doit rester possesseur de sa propre force de travail pour pouvoir la revendre durant une période de temps donnée. Dans le cas où il pourrait ou devrait la céder toute entière en une seule fois, il deviendrait lui-même une marchandise (esclavagisme).

Donc dans certaines conditions historiques – qui n’ont pas toujours existé, et qui ne peuvent prétendre devoir toujours exister dans l’avenir – conditions que nous définissons comme propres à l’époque capitaliste, la production de plus-value et son accumulation en capital se réalisent au moyen de l’achat-vente de la force de travail, c’est-à-dire au moyen de l’organisation du salariat de la part de ceux qui possèdent l’argent et les instruments techniques du travail.

La plus-value et le capital, en tant que phénomènes économiques, apparaissent plus tard que l’échange et la valeur d’échange, et même plus tard que la monnaie.

Tout d’abord (en reparcourant rapidement les principales phases historiques de l’économie) chacun consomme lui-même ce qu’il a produit : les produits ne sont pas encore marchandises et n’ont pas d’autre valeur que celle d’usage. Ensuite, mais seulement pour une faible partie des produits, apparaît le troc, c’est-à-dire un embryon de division du travail productif. Avec l’augmentation du volume des échanges apparaît la marchandise équivalent général, et enfin la monnaie. Nous sommes en plein dans le domaine de la valeur d’échange et du commerce, mais ceci ne signifie pas que nous sommes déjà en présence du capitalisme et d’une production de plus-value.

Il semblerait que le gain réalisé par ceux qui font le commerce d’objets produits par autrui – gain qui apparaît avec l’échange et peut-être même avant la monnaie – fut déjà une plus-value réalisée par des non-producteurs. Ceci est erroné, car le transport des marchandises du lieu de production au lieu de consommation est un acte productif, en tant qu’il exige du temps de travail humain. Le petit commerçant qui l’exécute par ses propres moyens a une figure sociale parallèle à celle de l’artisan qui vend son produit plus cher que la matière première, y ayant ajouté du travail et donc de la valeur (d’échange) mais sans que l’on puisse parler de plus-value. Même si le commerçant fait les choses en grand, grâce à l’œuvre d’esclaves, il n’y a pas de plus-value mais simple appropriation de force de travail humaine (au même titre que pour celle des animaux domestiques). Lorsque le commerçant emploiera des salariés dans le travail commercial, il réalisera alors de la plus-value, non pas dans la sphère de la circulation, mais bien dans celle d’une entreprise organisée sur le mode capitaliste. Il ne faut pas confondre avec la plus-value – fait normal et général, phénomène auquel on peut toujours accoler un signe positif – les bénéfices résultant de l’escroquerie ou de la spéculation, qui sont des phénomènes à double signe : les bénéfices étant compensés par une masse égale de pertes dans la sphère de la circulation.

Nous pourrons parler de plus-value, répétons-le, lorsque se trouveront face à face sur le marché le travailleur libre et le capitaliste possesseur des moyens de production.

Achat de la force de travail

Comment est établi le montant du paiement de la marchandise force de travail (salaire) ? Comme pour toute marchandise celui qui la recherche la paie le moins possible, c’est-à-dire qu’il s’adresse ailleurs si on la lui offre à de meilleures conditions ; si bien que le prix tend à atteindre un minimum, déterminé par le temps de travail nécessaire à produire cette marchandise.

La force de travail est une marchandise dans ce sens également, car pour la produire le travailleur doit pourvoir aux dépenses de son propre organisme. C’est-à-dire qu’il doit se procurer :

1°/ Des moyens propres à assurer sa subsistance personnelle, comme les aliments et un minimum de satisfaction des autres besoins.

2°/ Des moyens de subsistance pour sa famille, sans lesquels la classe des travailleurs disparaîtrait.

3°/ Une éducation professionnelle, qui demande du temps et des frais.

Ce minimum est réductible à une somme de marchandises qui, achetées aux producteurs, c’est-à-dire aux possesseurs, doivent être payées à un prix déterminé par le temps de travail nécessaire à les produire (selon notre hypothèse fondamentale). Ce prix sera réclamé par le travailleur pour aliéner sa force de travail (dans des conditions moyennes, c’est-à-dire en faisant abstraction de phénomènes exceptionnels).

Lorsque cet achat-vente de la force de travail s’est effectué, le capitaliste qui en est devenu maître l’emploie. (Nous ne nous occuperons pas ici de cet autre avantage qui revient au capitaliste : la possibilité d’employer la force de travail avant de l’avoir effectivement payée, grâce à l’usage de payer les salaires à la fin de la période de travail).

On emploie de la force de travail, achetée à son juste prix, en l’appliquant à des matières premières, également achetées à leur juste prix.

Pour comprendre comment le juste prix de vente des marchandises laisse entre les mains du capitaliste une somme supérieure à celle des différents justes prix qu’il a effectivement déboursés (naissance de la plus-value), il nous faut passer du domaine de la circulation – où tout se fait au nom de la pure équivalence et de la pleine liberté – à celui de la production, où l’on découvre au contraire des bases de la non-équivalence ou plus-value et de la division en classes.


Notes

  1. Il faut ranger dans cette catégorie la plupart des révisionnistes « ancien style » de la II° Internationale, et Staline également (cf. « Les problèmes du socialisme en URSS ») quant à ses successeurs, s’ils ont conservé les principales énormités de l’économie politique « stalinienne », leur culte de l' »enrichissement » et des « voies nouvelles » leur servilité idéologique vis à vis d’économistes vulgaires modernes comme Keynes, bref, tout l’édifice nauséabond du X°Congrès les ferait plutôt placer dans le 3ème groupe – le pire : celui des «modernisateurs». ↩︎
  2. Le Capital, Livre premier, Tome I, p. 27-29 (Éditions sociales). Les passages soulignés le sont par nous. ↩︎
  3. Que l’on pense seulement qu’Owen, par exemple, avait très bien vu que le passage au socialisme était conditionné à l’exclusion de la production marchande, exclusion qu’il proposait de réaliser par l’emploi des bons de travail (on sait que c’est là un point central du programme marxiste pour la transition du capitalisme au socialisme : voir « Programme Communiste« , n°I, p.60-78). Beaucoup de savants qui lui succédèrent font figure de pygmées devant ce grand Utopiste : depuis Proudhon qui voulait introduire le bon de travail au sein de la production marchande, alors que chez Owen (et chez Marx) cette introduction va de pair avec la destruction du mercantilisme et suppose donc la prise du pouvoir politique par le prolétariat, ainsi que la socialisation des moyens de production et du travail – jusqu’à Staline et Khrouchtchev qui prétendent utiliser l’argent, la monnaie, la production marchande dans l’édification du socialisme ». ↩︎
  4. Comme du reste sur le plan social et politique : la bourgeoisie reçut l’aide du prolétariat naissant pendant sa révolution, et le prolétariat se retrouva à ses côtés lors de toutes les tentatives de restauration de l’ancien régime. ↩︎
  5. Nous négligeons volontairement ici le fait que c’est Marx seulement qui sut exposer avec la rigueur scientifique nécessaire et dans toute leur généralité ces différentes lois de l’économie capitaliste. ↩︎
  6. Un exemple évident de cette attitude est la construction démagogique (et électorale : il faut flatter la basse jalousie du philistin petit-bourgeois dont la rhétorique est toujours encombrée du récit des méfaits de quelques « grands », Responsables de tous nos malheurs) de nos « communistes », montant constamment en épingle le « scandale » de quelques gros trusts en les isolant soigneusement de tout le contexte économique et social dont ils sont solidaires. Que l’on se souvienne aussi du temps de la campagne anti-CED où l’on distinguait les « bons » capitalistes (ceux qui, pour des raisons assez éloignées de la « morale patriotique », craignaient le réarmement – économique, plus que militaire de l’Allemagne) des « mauvais ». ↩︎
  7. Cf note 2. ↩︎
  8. Il est particulièrement important de traiter de grandeurs quantitativement mesurables dans la recherche scientifique. Le but de toute science est l’exposition organique d’un groupe donné de faits ou de phénomènes acquis par notre expérience, de manière à mettre en évidence les relations qui existent constamment entre ces faits eux-mêmes. L’expérience scientifique de telles relations s’appelle loi. La forme la plus complète et la plus satisfaisante d’une loi scientifique est celle d’une relation entre quantités mesurables (formule mathématique) Pour qu’une grandeur soit mesurable il faut pouvoir la référer à d’autres grandeurs déjà connues, et c’est la loi elle-même qui sert de fondement à cette référence. Exemple : on sait mesurer l’espace (longueur) en mètres, le temps en secondes: on mesure la vitesse en prenant pour unité une vitesse d’un mètre à la seconde; et l’on applique la loi : vitesse = espace/temps.
    Certaines lois traduisent des relations, correspondant à l’expérience, entre des grandeurs déjà toutes connues; nous avons alors véritablement une nouvelle découverte. D’autres, comme celle que nous avons donnée comme exemple, se réduisent à introduire déductivement une nouvelle grandeur, et elles ont la valeur de conventions théoriques. Toutefois, l’application aux phénomènes de leurs conséquences logiques décidera de leur validité. Ainsi par exemple, avec l’hypothèse atomique on introduisait la notion d’une grandeur « poids atomique », et alors que pendant longtemps on pensa que ce n’était qu’un expédient commode pour faire cadrer les formules chimiques, les études ultérieures sur des données expérimentales permirent d’accepter la réalité de l’existence des atomes et de déterminer leur poids absolu et leur poids relatif à l’unité hydrogène.
    En anticipant sur une conclusion qui pourra faire partie de recherches sur la « théorie de la connaissance » dans le système marxiste, nous pouvons également relever que le fait de traiter les entités qui font l’objet de la recherche par des mesures numériques et des relations mathématiques établies entre leurs mesures quantitatives, conduit à rendre moins individuelles, plus impersonnelles, les notions et les relations ainsi que leur maniement, et leur donne une valeur collective. La simple estimation qualitative contenue dans des jugements ou des résultats communiqués dans le langage commun, garde l’empreinte personnelle dans la mesure où les mots et leurs rapports prennent une valeur qui change d’un homme à un autre suivant ses tendances et prédispositions matérielles, émotives et intellectuelles. Tous les jugements et les principes moraux, esthétiques, religieux, philosophiques ou politiques, communiqués et diffusés par la voix ou l’écrit sont donc personnels et subjectifs. Les systèmes de chiffres et les relations entre les symboles mathématiques (algorithmes), avec lesquels ont peu de familiarité même les personnes qui se prétendent cultivées, tendent à établir des résultats valables pour tous les chercheurs, ou que l’on peut du moins étendre à de plus vastes domaines sans qu’ils soient facilement déformés par des interprétations particulières.
    Ce passage, dans l’histoire de la société et de ses connaissances, n’est certainement pas aisé; il est ardu et difficile, et jalonné de retours en arrière et d’erreurs, mais c’est dans ce sens que se constitue la méthode scientifique moderne.
    L’examen des « algorithmes » modernes qui ont atteint une puissance telle qu’ils peuvent travailler et progresser « pour leur propre compte » et dans un certain sens en dehors de la conscience et de l’intelligence, comme de véritables « machines » à connaître, aura un très grand intérêt dans le but de donner une valeur objective réelle et matérielle à la connaissance humaine. Leur science devient non plus le fait du « je », mais un fait social. Le « Je » théorique, comme l’économique ou le juridique doit être abattu !
    Marx voulut traiter par la méthode scientifique les faits de l’économie humaine, d’une manière comparable à ce que la science et la philosophie bourgeoises avaient fait pour les faits de la nature physique.
    Il n’usa pas explicitement d’un algorithme, parce qu’il pensait et travaillait, exposait et combattait tout en même temps, et en plus des armes de l’époque moderne il devait et il sut user de celles qui permettaient à l’ennemi de résister: la polémique, l’éloquence, l’invective, le sarcasme, sous lesquels il abattit tant de fois les contradicteurs.
    C’est dans le fracas de cette bataille que s’est construite la nouvelle science de la société et de l’histoire.
    Maintenant il s’agit de dépasser un premier point : pour faire une science de la valeur, que cela plaise ou non aux économistes en mal de philosophie, il est nécessaire d’introduire une mesure, de même que Galilée et Newton ne purent faire une science de la gravité qu’en mesurant des masses, des accélérations et des forces. La fécondité de la nouvelle méthode, qui toutefois apporte des solutions susceptibles de développements futurs plus grandioses et ne conduit pas à ces « vérités absolues » étrangères à la science, écrasa et enterra définitivement les méthodes erronées du passé vis à vis de tels problèmes. ↩︎

Aspetti dell'economia italiana all'inizio del 1947

La quota di ricchezza, in scorte e mezzi di produzione, distrutta  in  Italia  dalla guerra è stata notevole.  Secondo le più attendibili valutazioni fatte all’inizio del 1946, i danni di guerra, ivi comprese le perdite di reddito, opere d’arte e persone, non erano lontani dai 9.000 miliardi di lire gennaio 1946.

Ciò significa la distruzione di una ric­chezza pari a circa la metà del patrimonio nazionale esistente nel 1938. Ma se il va­lore di beni divorati dalla guerra è stato colossale, per il breve spazio di pochi anni, nondimeno il complesso dell’attrezzatura produttiva nazionale è uscito dal conflitto in condizioni di relativa efficienza e il ren­dimento degli impianti era ancora capace di dare delle percentuali di produzione che oscillavano dal 50 al 100%di quelle pre­belliche.

È chiaro però che problemi di energia e di trasformazione impedirono fin dall’ini­ziol’utilizzazione di tale potenzialità. Quasi tutta l’industria italiana era indu­stria di guerra o adattata alla guerra. Ora, questo patrimonio è sempre stato tale da esercitare, per influenza di capitali e per complessi di interessi, delle pressioni de­cisive sugli organi governativi. Tutti i go­verni della liberazione non hanno mai osa­to portare attacchi alle posizioni di privi­legio dell’industria pesante in Italia e del mondo finanziario ad essa collegato.

Alcune industrie, fra cui la metallurgica e la siderurgica, erano diventate, con la fine del conflitto, dei complessi mastodon­tici senza alcuna prospettiva di una pro­duzione di pace. Ma esse rappresentavano degli enormi immobilizzi bancari e le ban­che stesse, a loro volta, erano strettamente dipendenti dalla sorte di queste industrie.

È facile comprendere perciò come i vari governi si lasciassero persuadere a elar­gire sovvenzioni di diecine di miliardi, re­golarmente ripetute a favore di queste industrie, sotto lo specioso pretesto che la loro integrità serviva a garantire il lavoro a vaste masse di operai.

In realtà il blocco dei licenziamenti, che fu un tempo presentato dalla Camera del Lavoro come uno dei propri meriti, durò fintantoché durò questa situazione ed in­fatti, appena le industrie pensarono di adattarsi al mercato e di produrre in de­terminate condizioni, esse procedettero ai licenziamenti,  infischiandosi  di  tutte  le quote che la Camera del Lavoro farneti­cava di stabilire.

Ad ogni modo la fine della guerra pose l’industria italiana di fronte alla necessità di trovare un mercato di sbocco per i pro­pri prodotti ed in un primo tempo abbiamo assistito ad un gran parlare di neces­sità della ricostruzione, che diventava com­pito patriottico e fraterno cui tutti dove­vano sottoporsi e sacrificarsi. Ricostruzione che in sostanza si estrinsecava nella rico­struzione edilizia e che godette un quarto d’ora di celebrità in quanto quasi tutte le grandi industrie pensarono di trasformare gli impianti a questo scopo. Si è visto la Caproni, la SIAI Marchetti ed altre gran­di fabbriche produttrici di macchine bel­liche mettersi a produrre mobili e serra­menti.

Ma questo zelo e questo entusiasmo si affievolirono  appena  apparve  chiara l’e­strema povertà del mercato italiano e la quasi nulla capacità di acquisto delle mas­se, ridotte al vero stato di “sansculottes” dall’economia di guerra. Nel frattempo la situazione della Teso­reria di Stato era venuta complicandosi sempre di più. Il trapasso sui generis dalla forma “fascista” alla forma “democra­tica” non ha in sostanza alterato nulla della struttura sociale ed economica italiana. Tutta l’impalcatura dei passati privilegi fu mantenuta e riconfermata. I nuovi governi “antifascisti” non facevano che ereditare il patrimonio di debiti, ipoteche, protezioni e mallevadorie fasciste e cercavano di ren­dere accetta la loro comparsa sulla scena attraverso solenni promesse di difendere e mantenere quanto esisteva.

L’unico  tentativo di ricusare l’eredità del passato fu la peregrina idea del Sin­daco Greppi di Milano che sembrò annul­lare il prestito di 1 miliardo lanciato da uno degli ultimi prefetti fascisti. Dopo es­sere stato coperto di contumelie e addi­tato al pubblico disprezzo,  il  Sindaco Greppi si rimangiava il provvedimento e per contro prometteva il relativo congua­glio degli interessi.

In conseguenza del concludersi di tutti i fenomeni bellici e soprattutto delle somme che venivano richieste per risarcimento dei danni verificatisi nel corso del conflitto, o per le nuove necessità, la situazione del bilancio di Stato divenne sempre più pre­caria ed il problema di come far fronte alle spese ed evitare la bancarotta è stato in sostanza il problema più angoscioso di tutti i ministeri.

Ricordandosi di quanto avvenne nel do­poguerra 1918 nelle nazioni vinte, il no­stro governo promise solennemente di evi­tare ad ogni costo l’inflazione, ma è chiaro che evitare l’inflazione significa chiudere in pareggio il bilancio dello Stato, e chiudere in pareggio il bilancio dello Stato non poteva essere fatto altrimenti che ridu­cendo le spese ed aumentando le tasse.

Ma la riduzione delle spese per i governi democratici non era da mettere nem­meno in discussione. Tutta la passata bu­rocrazia venne considerata un patrimonio della Patria ed inamovibile. Tutti i mini­steri, e principalmente quelli della guer­ra, della marina e dell’aviazione si videro aumentare i loro stanziamenti in confor­mità al nuovo valore della moneta. Nes­suna delle passate uscite riceveva sostan­ziali modificazioni tanto che ancor oggi esiste un Ministero dell’Africa italiana con tutto il suo personale al completo.

Per contro l’aumento delle tasse vi è stato, ma solo per le tasse di consumo, e siccome la tasse di consumo non possono trarre gran che da una popolazione che ormai non consuma quasi niente, le en­trate dello Stato si sono progressivamente ridotte. Le altre fonti, come ad esempio la confisca dei profitti di regime o di congiuntura, il sequestro dei beni Reali e Princi­peschi, la tassazione dei beni ecclesiastici e delle categorie di lusso, hanno continuato a restare confinate in zone eteree e stratosferiche completamente ignorate ed irraggiungibili da quegli uccelli di palude che sono stati i nuovi ministri.

La borghesia è stata la classe prediletta dai legislatori fiscali democratici, primo fra i quali Scoccimarro. I sequestri ai beni fascisti sono stati piuttosto delle eccezioni anziché la regola, l’imposta progressiva sul patrimonio, attuata persino da altri go­verni borghesi quali l’americano e l’ingle­se, è stata una cosa minacciata e mai ap­plicata, nemmeno quando non vi erano più fondi in cassa e non si sapeva come tirare avanti.

L’accertamento fiscale fu trascurato col pretesto che la burocrazia non funzionava, concedendo così completa libertà di azione ai commercianti del mercato bianco e ne­ro. La ricchezza mobile sui salari, invece, le tasse dirette e di scambio, le cosiddette assicurazioni sociali sono state le fonti cui si è unicamente ricorso. E queste erano pagate dal proletariato, che si cullava in una pacifica beozia, fidente di quello che i socialisti e i comunisti dovevano amman­nirgli attraverso le grandi vittorie repubblicane e costituentistiche.

In ogni caso la grande promessa di te­nere fermo il torchio è stata una pro­messa di marinaio. Il torchio è stato fermo, ma ha avuto degli improvvisi guizzi di tanto in tanto che hanno fatto sì che la circolazione cartacea passasse da circa 300 miliardi, quale era al 25 aprile 1945, a 440 miliardi quale è oggigiorno. E ora le rotture alla regola sono sempre più fre­quenti. In questo solo mese è stata annun­ciata la stampa di 27 miliardi in biglietti da 10 mila e da 5 mila lire.

Il governo ha nondimeno tirato avanti ricorrendo a vari espedienti, non ultimo quello della vendita dei residuati bellici e quello degli aiuti dell’UNRRA. Ma verso la fine del 1946 queste sor­genti di aiuti hanno cominciato ad ina­ridirsi. Il deficit quotidiano di oltre 1 mi­liardo netto sulle spese e sulle entrate costituisce una macina al collo ed un appe­santimento della situazione che ha impo­sto di ricorrere a disperati appelli perché i cittadini prestassero denaro allo Stato, e di minacciare tasse straordinarie e cambi della moneta.

L’ultimo prestito ha fornito alcune decine di miliardi di lire di liquido (po­co oltre i 100 miliardi) e questo fatto sembra aver dato dell’euforia al governo tanto da indurlo, per bocca di Scoccimarro, ad esprimere l’opinione dell’inutilità del cambio della moneta. Ma questa euforia è destinata a non durare a lungo. Quos vult perdere Deus amentat. Il problema del pareggio del bilancio si ripresenterà al più tardi entro tre mesi ed entro tale pe­riodo di tempo lo Stato deve trovare altro denaro che evidentemente non può essere che dato da altre tassazioni, le quali a loro volta non saranno certamente appli­cate a scapito delle classi benestanti. Que­ste in ogni caso si apprestano a trasferire sui prezzi ogni eventuale inasprimento fiscale.

La nostra industria che, come abbiamo visto, si è ritratta dalla produzione desti­nata a soddisfare i bisogni di immediata urgenza nazionale per orientarsi essenzial­mente verso il commercio estero è di nuo­vo in preda a preoccupazioni. Innanzi tutto l’esportazione, fatta come è stata fatta, ha significato un aumento dei costi su scala nazionale in quanto si è rea­lizzata una speculazione sui cambi valutari simile al dumping, e si è determinata una fuga di capitali all’estero per sfuggire alle minacciate proposte di tassazione.

Ma l’aver prodotto per l’esportazione ha fatto anche sì che l’economia interna italiana non abbia risentito alcun beneficio dalla cessazione delle ostilità e che la precarietà propria dell’economia di guerra si sia protratta nel tempo senza che nessun elemento ricostruttivo abbia effettivamente avuto vita.

La situazione economica oggi infatti è ben poco diversa dalla fine delle ostilità in quanto, se si è lavorato, si è lavorato per mandare i prodotti fuori; altro fenomeno questo, inscindibile dal nostro capitalismo il quale deve vivere sui profitti che rea­lizza sfruttando il lavoro nazionale, ed es­sendo i lavoratori italiani tenuti a salari di fame esso deve necessariamente cerca­re uno sbocco oltre la cerchia di coloro che sfrutta. Perciò, quando si parla di pa­gare quello che ci manda l’estero col frut­to del nostro lavoro e si dice che noi dob­biamo attrezzarci per lavorare in conto, si vuol dire che noi si deve importare, la­vorare i prodotti importati, e quindi espor­tarli: circolo che garantisce al lavoratore la fatica e al capitalista il profitto. E il capitalista sarà poi pronto ad affermare che in tal modo si evita la morte per fame dei lavoratori, che perciò possono continuare a vivere a condizione che continuino a farsi sfruttare.

Ma la concorrenza internazionale riap­pare e questa concorrenza è in grado di sbaragliare facilmente l’industria nazionale i cui costi aumentano quotidianamente. (Un altro fattore di gravissima importanza per i prezzi è stato la sospensione degli invii di materiale attraverso l’UNRRA, so­spensione che è bastata a far salire da un giorno all’altro il prezzo del carbone da 3 mila lire a 5 mila lire la tonnellata). L’in­dustria vede ridursi il mercato e senza mercato di sbocco non vi è reddito, senza reddito niente tasse: e il gettito delle im­poste infatti diminuisce.

È evidente che in questo stato di cose basta un nulla per precipitare l’industria e lo Stato italiani nella più completa ban­carotta. Di conseguenza il padre adottivo del capitalismo italiano, il capitalismo ame­ricano, ha mandato a chiamare il suo “va­let de chambre” De Gasperi per addolcire la situazione e concedergli, attraverso un prestito, la possibilità di superare il disa­stro imminente. Questo è il vero significato del viaggio di De Gasperi a Washington e questo è il tanto gabellato successo della sua diplomazia.

Lo stesso esperimento venne a suo tem­po fatto con la Germania attraverso i fa­mosi piani Jung e Daves che diedero respiro alla Germania per qualche anno. Ma la Germania riuscì ad ottenere prestiti dall’estero in quanto l’America allora era in una condizione pletorica di capitali ed in quanto la Germania aveva ancora una po­tenzialità di esportazione considerevole.

Invece l’Italia non è la sola a voler oggi i capitali americani, i quali sono febbrilmente richiesti dall’Inghilterra, dalla Rus­sia, dalla Francia. dalla Cina ecc. ecc. Infatti la quota destinata all’Italia è inferiore a tutte le altre recentemente concesse dagli Stati Uniti e per contro l’Italia vede svanire la sua capacità di esportazione. Ma non è tutto qui, chè l’America baratta questo aiuto imponendo il completo as­servimento dell’Italia all’imperialismo del dollaro.

L’adesione  dell’Italia  agli  accordi  di Bretton Woods significa la determinazione di un nuovo cambio per la lira italiana e significa l’impegno dell’Italia di accettare un’economia di scambio multilaterale e ba­sata su un sistema flessibile aureo in cui essa evidentemente navigherà a mal par­tito.

Questa nuova situazione e la necessità del capitalismo di dare nuova lena alla corrente esportatrice dell’industria italiana, sfruttando i nuovi cambi, non potranno fa­re a meno di far sentire i loro effetti sui prezzi nazionali che sono destinati a su­bire un aumento costante, che minaccia di diventare vertiginoso se le necessità di bi­lancio dovranno togliere ogni freno al tor­chio monetario.

Aumenti di prezzi, quindi, quale risul­tato dei cambi internazionali, della specu­lazione sul commercio estero e del deficit della tesoreria, che dovrebbero essere digeriti dalle masse di lavoratori italiani con la stretta osservanza della famosa tregua sottoscritta dalla Confederazione Generale del Lavoro.

De Gasperi ormai apertamente minaccia ogni rottura della “solidarietà nazionale”. Vi può essere nelle intenzioni di Togliatti di sfruttare questo stato di cose per assumere di nuovo l’apparente ruolo di cava­liere di San Giorgio per la difesa degli interessi del proletariato, ma la situazione imporrà a lui ed ai suoi avversari di go­verno di adeguarsi alla realtà e di scen­dere fino in fondo nella loro azione di op­pressione combinata delle masse e di di­fesa degli interessi capitalisti.

Questi interessi sono gli unici che hanno continuato imperterriti a mantenersi intatti e indisturbati anche quando palese­mente appare che minacciano di scardi­nare fin le più elementari basi del vivere civile. Indicativo a questo riguardo è quan­to accade nel campo dell’energia elettrica, settore, a parer nostro, gravido di sviluppi e di conseguenze, capace di far ripercuotere la sua crisi in tutti gli altri settori.

Non solo infatti l’energia elettrica è or­mai diventata una necessità inderogabile della produzione moderna, ma essa richie­de molto tempo per essere provveduta. In Italia invece gli impianti di energia elet­trica, dal termine della guerra ad oggi, non hanno quasi più avuto manutenzione ed i nuovi impianti sono in gran parte ancora da decidere.

Le ragioni di questo stato di cose ven­gono candidamente confessate dagli indu­striali dell’energia elettrica, i quali affer­mano che il governo non avrebbe dovuto parlare di nazionalizzazione delle industrie elettriche e soprattutto non avrebbe dovuto parlare di limitazione negli utili di queste industrie.

Perciò, per mettersi a curare la manutenzione degli impianti esistenti cd a co­struirne dei nuovi, essi esigono che il go­verno cessi di parlare di nazionalizzazione, dia l’esenzione dalle tasse e tolga il blocco dei prezzi dell’energia elettrica. Il Gover­no non può cedere immediatamente perché le conseguenze di un aumento di prezzo dell’energia elettrica (si parla di 25 lire il kw.) può significare non solo il buio nelle case delle masse, ma il chiaro sul suo vero ruolo di difensore dei dividendi degli azionisti delle compagnie di energia elet­trica; ma è ugualmente evidente che la paralisi generale risultante da queste fat­to, paralisi cui non si potrà ovviare in me­no di una o due anni, a sua volta dimo­strerà il valore operettistico delle dichia­razioni che vengono fatte sulle intenzioni di nazionalizzare i servizi di cosiddetta in­teresse generale.

In realtà le nazionalizzazioni vengono fatte solo allorché la branca sottoposta alla cura o lasciata a se stessa, fallirebbe e l’intervento dello Stato rappresenta così un salvataggio in extremis degli interessi capitalisti ivi investiti. Come si vede i fatti sono sufficiente­mente eloquenti di per se stessi, e se an­cora qualcuno non riesce a vederli, non è certo cosa che testimoni a favore della sua intelligenza.

Una vecchia polemica: l'astensionismo

Nell’opuscolo su “L’Estremismo, malattia infantile del comunismo”, Lenin riferisce di avere veduto un paio di numeri del perio­dico “Il Soviet”. Era questo il settimanale della Frazione Comunista Astensioni­sta che nell’anno 1919 si era formata nel seno del Partito Socialista Italiano. In quei numeri veniva esposta nettamente l’opinio­ne della necessità di procedere alla elimi­nazione dal partito socialista della parte ri­formista, il cui programma non corrispon­deva più a quello che la maggioranza aveva adottato. 

Lenin ammette di avere scarse informazioni su questo movimento, tanto è vero che egli ritiene che in essa vi siano anar­chici, sindacalisti, elementi cioè che non ammettono la lotta politica né il partito. Se avesse avuto più esatte informazioni e se avesse avuto la opportunità di scorrere più numeri del “Soviet” avrebbe senza dubbio rilevato che la polemica contro le correnti anarchiche e sindacaliste in difesa della dittatura del proletariato, della lotta insurrezionale per la conquista del potere, della funzione del partito in questa lotta e in seno alle masse, costituivano il nerbo del pensiero della frazione. 

La questione dell’astensionismo, che rientrava nella tattica, aveva una importanza minore. Essa era sostenuta non perché la si ritenesse una tattica da usarsi sempre e in tutti i tempi ma perché quella questione era  un  mezzo  per  differenziarsi  dalla massa parolaia che formava la maggioran­za del partito socialista. Questa dichiara­va, a parole sì intende, di accettare al com­pleto tutto il programma comunista della frazione purché non si rinunziasse alla lotta elettorale. La frazione comunista dava una cosi relativa importanza all’astensioni­smo elettorale che, al congresso socialista di Bologna del 1919, tentò un accordo con la maggioranza massimalista dichiarandosi pronta a rinunziare all’astensionismo pur­ché quella si impegnasse ad accogliere la proposta di allontanare dal partito la de­stra riformista. La proposta non fu accol­ta; tanta sincerità vi era nella affermazione di quella sulla identità programmatica!  In quel tempo la grande maggioranza del partito socialista italiano, pur non mutando ufficialmente il programma con cui a Geno­va nel 1892 il partito si era costituito, aveva votato per una tattica di azione diretta da doversi adottare da parte del proletariato, aveva ammessa l’uso della violenza, aveva aderito all’Internazionale Comunista di Mo­sca. Di fatto era rimasta essenzialmente elet­toralistica e parlamentare così come prima. La parte rimasta fedele al vecchio program­ma di riforme, ossia al cosiddetto programma minimo, divenne la destra del partito. Quest’ultima finì per votare, ma solo vota­re, l’indirizzo nuovo cosiddetto massimo (donde i suoi sostenitori si chiamavano mas­simalisti) ma di fatto continuò a permanere fedele ai vecchi metodi e a sostener­li e propagandarli malgrado il voto. Di qui l’accusa di incoerenza che veniva rivolta ad essa dalla maggioranza capeggiata dal Ser­rati.

Se ci fosse stata sincerità e volontà da ambo le parti di tenere fede ai deliberati, la rottura, il distacco avrebbe dovuto avve­nire al momento del pronunciato mutamen­to di rotta e con il mutamento anche for­male del testo del programma del partito. Ma si era alla vigilia delle elezioni ge­nerali e in nome della “unità” del partito le due parti rimasero insieme per fare le elezioni e non compromettere colla rottura il successo elettorale.

Le masse operaie erano in quell’epoca notevolmente radicalizzate e piene di slan­cio rivoluzionario. Chiedevano una guida illuminata che mancò. Non vi era il partito rivoluzionario. La piccolissima minoran­za comunista era troppo esigua e non a­veva che limitati contatti colla massa ope­raia controllata in pieno dai riformisti. I massimalisti facevano della demagogia. Mentre di fatto si occupavano solo di ele­zioni, cercavano di tenere a freno la par­te estrema dichiarando ovunque e comun­que che con essa non vi erano divergen­ze programmatiche tranne la secondarissi­ma questione dell’anti-elettoralismo, che es­si consideravano essere da parte di quella una esagerata impuntatura. A elezioni fat­te si sarebbe visto di che essi erano capaci.

Dopo la costituzione del Partito Comu­nista, verificatasi quasi due anni dopo al congresso di Livorno, questi “unitari” ad oltranza si disgiunsero, dimostrando dì fat­to che l’“unità” è una facile parola mo­stratasi spesso  particolarmente  adatta a mascherare insincerità e a preparare tra­dimenti.

La piccola minoranza comunista aveva agito in seno al partito, prima di decidersi a staccarsi, col proposito di riuscire a far eliminare la destra e nella speranza di po­ter avere, eliminato questo contrappeso, più possibilità di manovra ed essere in mi­gliori condizioni per spingere la massa re­sidua del partito sempre più a sinistra ver­so un vero indirizzo comunista.

È poiché l’elettoralismo era la vera pia­ga, il punto focale, la pietra di paragone, la sinistra comunista comprese che l’unico mezzo per porre in chiaro la vera natura del massimalismo agli stessi massimalisti era invitarli a fare rientrare al suo vero po­sto l’importanza delle conquiste elettorali, rinunciando a questa arma. Essi avrebbero constatato che i rapporti tra proletariato e classe dominante non avrebbero subito al­cun nocumento dal modificato o diminui­to numero di deputati socialisti in parla­mento.

La frazione comunista era ben certa che il suo punto di vista sarebbe stato accolto dai veri comunisti anche se non perfetta­mente  convinti  della  tesi  astensionista mentre i falsi  sarebbero  stati  dall’altra parte. E così avvenne.

Il punto di partenza, dì base dell’asten­sionismo era il seguente: nei paesi a regi­me democratico, ove i partiti socialisti o­rientavano le masse alla fiducia che le lot­te elettorali fossero un mezzo per giungere alla conquista del potere da parte del pro­letariato, bisognava ad ogni costo disto­gliere questo da tale illusione perniciosa. A tal fine non vi era altro mezzo che spin­gerla al boicottaggio elettorale, indirizzan­dolo alla convinzione e alla pratica che so­lo coi mezzi rivoluzionari detta conquista è realizzabile. Bisognava togliere alle masse operaie la convinzione, ben radicata per l’azione e la propaganda socialista,  che quando fossero riuscite a mandare in par­lamento tanti deputati socialisti da rag­giungere la cifra della metà più uno dei seggi, esse avrebbero conseguito la con­quista del potere e la “questione sociale” (era la frase in uso) sarebbe stata risolta. 

Se si fosse trattato di partecipare ai par­lamenti  “reazionari” russi, presenti allo spirito di Lenin, e in cui i deputati erano spesso candidati alla deportazione in Si­beria, l’astensionismo quasi certamente non sarebbe sorto. Ma in Italia i deputati so­cialisti dovevano fare le caste Susanne per rifiutare le poltrone di ministro che veni­vano loro continuamente offerte. 

Altra cosa era l’essere, in un parlamento reazionario, una piccola minoranza che si serve della tribuna parlamentare per fare opera di propaganda, altra l’essere in un parlamento democratica e avere un nu­mero considerevole di deputati che costi­tuiscono una forza nell’organismo di cui fanno parte. Essi non possono più limi­tarsi a fare opera di negazione o di pura e semplice opposizione. Anche questa azio­ne, apparentemente solo negativa, agisce nel meccanismo dei rapporti tra minoranza e maggioranza per cui non è possibile, e sarebbe persino dannosa limitarsi a tanto. Più il numero, dei deputati cresce e più si è presi nell’ingranaggio. Più si consegue qualche illusorio risultato e più si radica nelle masse la convinzione che si possa ot­tenere il tutto. E così si abbandonano gli unici seri mezzi di lotta che possano fare conseguire risultati definitivi in senso rivo­luzionario. 

Fare del parlamentarismo diverso è nien­te più che una frase. I dissensi che si verificavano nel seno dei partiti non dovevano apparire nel parla­mento in cui il pensiero espresso doveva essere quello della maggioranza del partiti e il voto doveva essere unanime. Per tale ingranaggio Carlo Liebknecht si trovò costretto a votare i primi crediti di guerra e, per non ricadere poi in simili accidenti, si staccò dal partito e agì per suo conto e contro di esso.

Gli astensionisti si ponevano un altro quesito: non vi era da escludere la possibi­lità che la borghesia modificasse la costituzione o la legge elettorale in modo da rendere impossibile l’entrata in Parlamen­to dei deputati socialisti. Che cosa sareb­be avvenuto dei partiti organizzati in que­sta unica o prevalentissima attività? Essi sarebbero certamente rimasti disorganiz­zati e sbandati, non senza un pregiudizie­vole effetto sulle masse.

E questo precisamente si avverò. Se vi fosse stata una salda attrezzatura polariz­zata verso gli altri mezzi di lotta, non c’è dubbio che ben altrimenti efficaci sarebbero state le resistenze alla reazione.

Riviste

Nel n. 2. (luglio 1946) di International Correspondence, bollettino trimestrale edito da Ruth Fischer, Heinz Langerhans e Adolph Weingarten a Nuova York, H. Jacob dimostra come dell’affamamento dell’Europa sia soprattutto responsabile la politica di smantellamento ed immobilizzazione dell’industria tedesca seguita dagli Alleati, che mette i Paesi agricoli nell’impossibilità di procurarsi i prodotti chimici e industriali necessari alla ripresa della produzione (H. Jacob: Why does Europe stawe?); Ruth Fischer (Soviet Reconstruction Purge and Denazification) informa sugli sviluppi dell’epurazione svolta dalla burocrazia staliniana in Russia e della politica di integrazione economica dei Paesi occupati nell’economia sovietica; Karl Korsch (Restoration or Totalization) polemizza con l’ultimo libro di Trotsky su Stalin a proposito della teoria del «termidoro»: Gèlo et Andrèa trattano in un lungo articolo (La «Révolution» anticapitaliste en France et les Nationalisations) degli aspetti politici della politica di nazionalizzazione in Francia soffermandosi soprattutto sulla formazione di nuovi strati sociali dirigenti antiproletari: seguono lettere dall’Europa e notiziari sullo sviluppo sulla politica dei Partiti comunisti nel mondo.

Political Correspondence, organo supplementare della Workers League for a Revolutionary Party, ottobre 1946; continua nella sua analisi critica dei movimenti trotzkisti o derivati dal trotzkismo, riaffermando la posizione politica particolare di questo gruppo, per il quale l’URSS continua ad essere Stato Proletario a direzione controrivoluzionaria, e l’accusa a staliniani e trotzkisti è motivata dal fatto di non aver essi difeso e voluto difendere la rivoluzione bolscevica nell’unico modo in cui poteva esserlo, cioè attraverso la rivoluzione, e di avere invece cercato la sua difesa nell’alleanza con le democrazie e nell’accettazione di una tattica riformista, intermedista e democratica.

International News, nov. e dic. 1946. Il processo di chiarificazione che avevamo auspicato come il solo naturale sbocco del distacco della R.W.L. dal trotzkismo sembra, a giudicare da questi numeri del suo bollettino, definitivamente arenato. Nell’analizzare le ragioni che hanno impedito lo scoppio rivoluzionario dopo la seconda guerra mondiale, l’I.N continua a considerare «rivoluzionari» i movimenti a sfondo sociale proletario che sono sfociati nella Resistenza e nel partigianismo, e a prospettare l’azione degli imperialismi alleati nel corso del conflitto come direttamente antitetica ad essi; nel riproporre il problema della posizione mondiale della Russia, continua a presentare quest’ultima come uno stato proletario in lotta più o meno palese contro il «mondo capitalista» e la sua espansione come un’«estensione della base della rivoluzione di ottobre, e parte dello sviluppo della lotta fra capitalismo mondiale e ordine proletario»; infine, dopo di aver dimostrato il carattere antistorico e utopistico della rivendicazione di uno stato nazionale ebraico in Palestina, e riconosciuto che dietro la «lotta d’indipendenza nazionale» si muovono in realtà forze imperialistiche internazionali, e l’unico problema che vi si ponga è l’alleanza fra proletariato ebraico e proletariato arabo contro le forze congiunte delle borghesie rispettive, sostenute da questa o quella potenza imperialistica, ricade nel pasticcio sostenendo che «tuttavia, la lotta delle masse ebraiche e arabe contro l’imperialismo è di carattere progressivo, e i marxisti rivoluzionari, pur mantenendo la loro indipendenza di classe, sosterranno criticamente(!?) questi sforzi e cercheranno di stimolare presso le masse un’azione indi- pendente parallela a quella dei sionisti e terroristi contro l’imperialismo».

Così la R.W.L. riprende i più caratteristici motivi del trotzkismo e, mentre si affanna tanto a combatterlo, ne è la logica prosecuzione.

A proposito della R.W.L., ci risulta che in seno a quel gruppo è avvenuta recentemente una scissione e che, mentre uno dei due tronconi continua a pubblicare la rivista che abbiamo recensito, l’altro, facente capo al comp. Stamm e raccolto intorno al settimanale Labor Views di Chicago, si sforza di rispondere ai nuovi problemi politici di questo periodo storico uscendo dal quadro della tradizione ideologica della R. W.I e partecipando più attivamente alle lotte operaie. Un giudizio su queste diverse correnti è tuttavia prematuro.

Essays for Students of Socialism, maggio 1945. Numero unico pubblicato in Australia dallo Workers’ Literature Bureau e ispirato alle idee di Paul Mattick e di Ruth Fischer, i quali le sviluppano infatti in due articoli, rispettivamente su Otto Ruhle e il movimento operaio tedesco e sulla vita e la morte di Max Hoelz. Rifacendosi all’ideologia del Partito Operaio Comunista tedesco e dei comunisti dei consigli, gli ispiratori di questa rivista concordano con noi nell’analisi storica dell’evoluzione del capitalismo verso forme totalitarie, fasciste e di capitalismo di stato, non accettano invece la concezione leninista del Partito e utopizzano la dittatura del proletariato esasperando la polemica della Luxemburg coi bolscevichi e ricadendo indirettamente in una concezione democratica della evoluzione della lotta di classe (i Consigli contro e al posto del Partito; la spontaneità e la spinta dal basso contro e in luogo dell’iniziativa dell’organo politico di guida; il decentramento e frazionamento dell’azione di classe contro il suo accentramento nel Partito).

Influenzato da questa corrente di idee è il Southern Socialist International Digest di Melbourne, che si richiama tuttavia più direttamente alla tradizione del gruppo I.W.W. (Industrial Workers of the World). Emanando da un’ala indipendente del laburismo, anche quest’organo riconosce nell’evoluzione internazionale del capitalismo un orientamento totalitario e fascista e, nel quadro di questo processo di concentrazione nel senso del capitalismo di Stato, vede la posizione della Russia sovietica da una parte, la politica laburista delle nazionalizzazioni dall’altra. Più accentuata è, nella parte costruttiva, l’ispirazione democratica, antistatalista, decentralizzatrice. Il bollettino ospita periodiche relazioni della Fischer sul regime interno sovietico. La critica dello stalinismo è, come nella rivista citata più sopra, impostata tutta sulla condanna dell’accentramento dittatoriale e delle sue manifestazioni burocratiche e liberticide: vivacissima, ma eclettica, nei numeri del 1° e 15 settembre, e del 1° ottobre e novembre, la posizione assunta da quest’organo in merito alla pace, all’ONU e ai tre imperialismi americano, inglese, russo.