Gli schieramenti dei partiti parlamentari in Italia
Questa applicazione del meccanismo elettorale cui abbiamo assistito in Italia, svoltasi con una rapidità di passaggio che è l’unica cosa che poteva conferire alla sua sopportazione, ha confermato che si tratta di un meccanismo rugginoso e consunto, incapace ormai di fungere da primo motore della macchina politica.
Le recenti elezioni non hanno indicato né tanto meno fornito alla classe che è al potere nuovi espedienti e risorse per uscire dalle strette di una penosa situazione. La nuova Camera è composta su per giù come l’antica e, dal punto di vista puramente parlamentare, offre gli stessi problemi alla formazione di un governo secondo le regole consuete.
È impressione corrente che, avendo il ministero Giolitti sciolta la Camera, perché su di essa era impossibile basare una sicura maggioranza di governo, si trovi ora dinanzi ad una Camera in cui quelle difficoltà si sono identicamente rinnovate, e forse accentuate.
Ma queste sono le riflessioni correnti di quella pubblica opinione ricucita di luoghi comuni, e poco ci importano. La realtà è che la politica difensiva della classe borghese in Italia si avvia a confermare quella che è una esperienza fondamentale del movimento internazionale comunista, cioè la funzione decisivamente reazionaria della socialdemocrazia.
Si è troppo ripetuto che in Italia una socialdemocrazia non esiste, si è troppo speculato sulle superficiali valutazioni che del socialismo riformista e transigente italiano sono in voga in Italia e all’estero per la interferenza di fattori non bene compresi. Lo si è tanto ripetuto che gli avvenimenti non mancheranno di regalarci un altro teorema (ci si passi la espressione) che la più velenosa e reazionaria forma di socialdemocrazia è quella che più tarda ad appalesarsi per tale.
Certo è che mentre il regime, o se non il regime le cui crepe sono troppo evidentemente insanabili, almeno il potere borghese, dà prova di avere tuttora delle notevoli risorse difensive, e di essere capace di far arretrare di qualche passo l’avversario, il proletariato rivoluzionario, profittando con intuito e risolutezza delle sue debolezze, mentre questa verità altamente ammonitrice per i proletari, scaturisce da quanto avviene nelle piazze e nelle campagne attraverso gli episodi di una quotidiana guerriglia, la consultazione elettorale dà indicazioni nettamente di sinistra, dà la vittoria a forze essenzialmente democratiche, a programmi che sono materiati di riformismo socialistoide e di modernismo sindacale. Protagonisti della vigorosa resistenza borghese non sono dunque i gruppi reazionari (nel senso storico della parola) della borghesia; non sono elementi ultraconservatori, ultramonarchici, clericali, moderati… tutta questa terminologia è sparita addirittura dalla politica italiana.
I partiti messi in auge dalle elezioni recenti e dalle precedenti sono tutti su di un terreno democratico, si avviano tutti ad accettare l’esperimento di un governo socialdemocratico; ossia a formarsi la coscienza di classe che costituire un tale governo non vorrà dire cedere dinanzi alle masse, ma portare contro di esse e l’avanguardia rivoluzionaria del loro movimento, la più decisa delle offensive.
Il partito popolare – non occorre ripeterne i motivi – è un partito largamente democratico e riformista; sindacalista nella sua ala sinistra, la quale arriva perfino a considerare senza timore un cambiamento di forma di governo nel senso repubblicano; ed è apertamente (tutto il partito) fautore della più larga funzione della democrazia parlamentare. Esso fa posto nei suoi programmi alle aspirazioni economiche delle masse; sopratutto agrarie, e fa leva in gran parte su queste – non fa mistero di essere un partito di governo, e comincia a dichiarare di essere pronto a collaborare con le frazioni della più accesa democrazia; essendo ormai da una parte e dall’altra superato per sempre quel problema dell’anticlericalismo massonico, che una volta sembrava il pernio delle lotte politiche in Italia; mentre era il risultato di uno spregevole onanismo intellettuale.
I gruppi del «partito liberale» non si possono esaminare che riducendoli a seguito di questo o di quello «illustre parlamentare». Vi sono i seguaci fedeli di Giolitti: chi non conosce l’audacia democratica e riformistica dei suoi programmi? La sua antica decisione di portare i socialisti al potere, realizzata in parte dopo la scissione del 1912 in cui il partito socialista respingeva da sé i collaborazionisti, creando la illusione di aver superato il pericolo riformista; mentre questo covava nelle sue file, e mentre, come dicevamo, esso è tanto più insidioso, quanto più circonda di stentate od ostentate riluttanze la sua via verso l’alleanza borghese?
Vi è una «opposizione» a Giolitti che gravita verso Nitti. Le ragioni della opposizione non sono che personali, il tono politico è lo stesso. Caso mai Nitti è ancora più corrivo alla collaborazione socialista, verso cui quando era al potere fece tentativi replicati, dimostrandosi così audacemente oculato dal sorridere anche al chiassoso massimalismo del 1919 ed aiutarlo a vincere nelle elezioni.
Ancora: v’è un gruppo Salandra, in cui sopravviverebbe la «destra» della Camera italiana. A dispetto di ogni regola geometrica o simmetrica, nel Parlamento nazionale la sinistra comprende i cinque sesti dei deputati, e la destra, con aggiuntovi il centro, si e no il sesto, anzi certamente no. Ma il recente discorso Salandra dimostra che anch’egli accederebbe ai modernissimi criteri di governo deponendo pregiudiziali sorpassate. D’altra parte nel suo governo di guerra egli comprese i socialisti riformisti interventisti. E nel giudicare dello schieramento politico dei partiti italiani non bisogna dare troppo peso alla politica fatta durante la guerra. Bissolati è morto; e se sempre ha vissuto vicinissimo a Turati, oggi sarebbe forse per condividere ancora la sua tessera. Non vi è maggiore abisso tra Salandra e Giolitti di quello che vi fosse tra Bissolati e Turati. Del resto, il riavvicinamento è stato sancito dalla stessa posizione elettorale del Salandra, divenuto anch’egli ministeriale.
Vi sono i fascisti. La presenza di questo nuovo gruppo non deve ingannare. Esso non smentisce affatto le tendenze della borghesia italiana alla avanzata democrazia parlamentare, alle riforme che vogliono contentare i lavoratori, alla più grande ampiezza di libertà per i sindacati professionali. Anzi in tutto questo campo il fascismo è una avanguardia programmatica. Il fascismo non è né un partito, né un gruppo; esso è il precipitato ultimo della politica di difesa della classe borghese, di cui contiene le più forti esperienze nazionali ed internazionali. La sua funzione sulla scena della politica italiana è la dimostrazione vivente e dinamica delle affermazioni critiche del comunismo; che cioè nel meccanismo parlamentare democratico si realizza la dittatura borghese, che la funzione di quel meccanismo si integra con la lotta violenta contro le tendenze rivoluzionarie, colla applicazione alla lotta di classe del principio militare che la migliore difesa è l’offensiva.
Il fascismo, colle sue imprese, se interpretato alla luce di una valutazione marxista che è lettera morta per la cecità o per la complicità – socialdemocratica, avvia, attraverso un processo le cui vicende parlamentari si intravedono già, ma su cui ancora non ci soffermeremo, lo scatenamento della più selvaggia battaglia antirivoluzionaria, sotto la bandiera, non di una dittatura extraparlamentare, ma di un governo di democratici, magari di una repubblica presieduta da socialisti, che rinnoverà le gesta degli Ebert e dei Noske.
Le gesta non sarebbero rinnovate, al certo, se la grande massa proletaria seguisse la suadente politica di addormentamento socialdemocratica, e disarmasse nei metodi di passività sfrontatamente proposti dal partito socialista. Questo potrebbe sembrare probabile a chi considerasse aritmeticamente le cifre dei voti socialisti e comunisti nelle elezioni recenti.
Ma il comunismo italiano, più che mai ferrato delle armi critiche demolitrici dell’inganno parlamentare apprestate dalla genialità dei Maestri, e dalle sanguinose esperienze dei militanti contemporanei della lotta rivoluzionaria, sorge a rispondere che su altro terreno si dimostrerà come anche in Italia vi siano forze inquadrate sotto il vessillo di Spartaco. Alle quali se migliore arriderà la fortuna, non vi sarà ombra di grazia per i «passati al nemico».
Parti et action de classe
Exposant dans un précédent article certaines notions théoriques fondamentales, nous avons montré non seulement qu’il n’y a rien de contradictoire dans le fait que le parti politique de la classe ouvrière, organe indispensable de sa lutte d’émancipation, ne compte dans ses rangs qu’une partie, une minorité de la classe; mais encore qu’on ne peut parler d’une classe douée d’un mouvement historique sans qu’existe le parti ayant une conscience précise de ce mouvement et de ses buts, et se plaçant à l’avant-garde de ce mouvement dans l’action.
Un examen plus détaillé des tâches historiques de la classe travailleuse dans son cheminement révolutionnaire, aussi bien avant qu’après le renversement du pouvoir des exploiteurs, ne fait que confirmer cette nécessité impérative du parti politique qui doit diriger toute la lutte de la classe travailleuse.
Pour donner une idée précise, presque tangible dirions-nous, de la nécessité « technique » du parti, il conviendrait peut- être, même si cela peut sembler illogique pour notre exposé, de considérer d’abord la tâche que le prolétariat doit accomplir après être parvenu au pouvoir, après avoir arraché à la bourgeoisie la direction de la machine sociale.
Après avoir conquis la direction de l’État, le prolétariat aura à assumer des fonctions complexes. Il devra non seulement remplacer la bourgeoisie dans la direction et l’administration de la chose publique, mais construire une machine entièrement nouvelle et différente d’administration et de gouvernement, visant des buts infiniment plus complexes que ceux qui font l’objet de l’art gouvernemental d’aujourd’hui. Ces fonctions exigeront une enrégimentation, une organisation disciplinée d’individus aptes à remplir les différentes tâches, à étudier les divers problèmes, à appliquer aux divers secteurs de la vie collective les critères dérivant, des principes révolutionnaires généraux, correspondant à la nécessité qui pousse la classe prolétarienne à briser les entraves de l’ancien régime afin de construire de nouveaux rapports sociaux.
Ce serait une erreur fondamentale de croire qu’un tel degré de préparation, une telle somme de spécialisations puissent venir d’un simple encadrement professionnel des travailleurs selon les tâches traditionnelles qu’ils remplissaient dans l’ancien régime. Il ne s’agira pas en effet d’utiliser la formation professionnelle des meilleurs ouvriers pour remplacer, entreprise par entreprise, la compétence technique précédemment fournie par le capitaliste ou par des éléments qui lui étaient étroitement liés, et éliminer ainsi leur contribution. Il s’agira de pouvoir affronter des tâches de nature beaucoup plus synthétique, exigeant une formation à la fois politique, administrative et militaire; une telle formation, correspondant exactement aux tâches historiques précises de la révolution prolétarienne, ne peut être garantie que par un organisme qui, comme le parti politique, possède d’une part une vision historique générale du processus révolutionnaire et de ses exigences, et d’autre part une sévère discipline organisationnelle assurant la subordination de toutes les fonctions particulières au but général de la classe.
Un parti est un ensemble de personnes ayant la même vision générale du développement historique, une conception précise du but final de la classe qu’elles représentent, et possédant par avance un système de solutions des divers problèmes que le prolétariat aura à affronter lorsqu’il sera devenu classe dominante. C’est pourquoi le gouvernement de classe ne pourra être qu’un gouvernement de parti. En nous contentant de rappeler brièvement ces considérations qu’une étude même superficielle de la révolution russe rend tout à fait évidentes, nous parlerons maintenant de la phase antérieure à la prise du pouvoir, pour démontrer que l’action révolutionnaire de classe contre le pouvoir bourgeois ne peut être, elle aussi, qu’une action de parti.
Il est tout d’abord évident que le prolétariat ne serait pas mûr pour affronter les problèmes extrêmement ardus de la période de sa dictature si l’organe indispensable pour les résoudre, le parti, n’avait pas commencé. longtemps auparavant à constituer son corps de doctrines et d’expériences.
Mais même pour les besoins directs de la lutte qui doit culminer dans le renversement révolutionnaire de la bourgeoisie, le parti est l’organe indispensable de toute l’action de la classe. Logiquement, on ne peut même pas parler d’une véritable action de classe (c’est-à-dire d’une action dépassant lés limites des intérêts catégoriels ou des menus problèmes contingents) quand on n’est pas en présence d’une action de parti.
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Dans ses termes généraux, la tâche du parti prolétarien dans le processus historique se présente de la façon suivante.
A tout moment, les rapports économiques et sociaux du capitalisme . sont ressentis comme intolérables par les prolétaires, et poussent ceux -ci à tenter de les dépasser. Au travers de vicissitudes complexes, les victimes de ces rapports sont amenées à constater l’insuffisance des moyens individuels dans cette lutte instinctive contre les souffrances et les privations communes à un grand nombre d’individus, et à expérimenter des formes d’action collective, pour augmenter par l’association le poids de leur influence sur la situation sociale qui leur est faite. Mais la succession de ces expériences, qui jalonnent tout le développement de l’actuelle forme sociale capitaliste, conduit à constater que les travailleurs n’auront aucune influence réelle sur leur propre sort tant qu’ils n’auront pas associé leurs efforts par delà toutes les limites locales, nationales et professionnelles, et tant qu’ils ne les auront pas dirigés vers un objectif général et intégral qui se concrétise dans le renversement du pouvoir politique de la bourgeoisie – car tant que les structures politiques actuelles seront debout, leur fonction sera toujours d’annihiler tous les efforts de la classe prolétarienne pour se soustraire à l’exploitation.
Les premiers groupes de prolétaires qui parviennent à cette conscience sont ceux qui interviennent dans les mouvements de leurs camarades de classe et qui, par la critique de leurs efforts, des résultats obtenus, des erreurs et des désillusions, en amènent un nombre toujours croissant sur le terrain de cette lutte générale et finale qui est une lutte pour le pouvoir, une lutte politique, une lutte révolutionnaire.
Ainsi augmente, tout d’abord, le nombre des travailleurs convaincus que seule la lutte révolutionnaire finale résoudra le problème de leurs conditions de vie, en même temps que grossissent les rangs de ceux qui sont disposés à affronter les privations et les sacrifices inévitables de la lutte, en se mettant à la tête des masses que leurs souffrances poussent à se révolter, afin d’utiliser rationnellement leurs efforts et de leur assurer une pleine efficacité.
La tâche irremplaçable du parti se présente donc de deux manières, comme fait de conscience d’abord, et ensuite comme fait de volonté : la première se traduit dans une conception théorique du processus révolutionnaire qui doit être commune à tous les adhérents ; la seconde dans l’acceptation d’une discipline précise assurant la coordination et donc le succès de l’action.
Naturellement ce renforcement des énergies de classe n’a jamais été et ne peut être un processus continu excluant tout recul. Il y a des arrêts, des retours en arrière, des perturbations, et les partis prolétariens perdent bien souvent les caractères essentiels qui s’étaient peu à peu formés, et du même coup l’aptitude à réaliser leurs tâches historiques. En général, sous l’influence même de phénomènes particuliers du monde capitaliste, les partis abandonnent souvent leur fonction principale qui est de concentrer toutes les poussées provenant du mouvement des différents groupes et de les canaliser vers le but final et unique de la révolution; ils se limitent à les assister dans leurs recherches de solutions et de satisfactions plus immédiates et transitoires, dégénérant ainsi sur le plan doctrinal et pratique jusqu’à admettre que le prolétariat puisse trouver des conditions d’utile équilibre dans le cadre du régime capitaliste, et à se donner pour but de leur politique des objectifs partiels et contingents, s’acheminant ainsi sur la pente de la collaboration de classe.
Ces phénomènes de dégénérescence, qui ont atteint leur sommet avec la grande guerre mondiale, ont été suivis d’une période de saine réaction : les partis de classe s’inspirant des directives révolutionnaires – les seuls qui soient véritablement des partis de classe – se sont reconstitués partout et s’organisent dans la IIIe Internationale, dont la doctrine et l’action sont explicitement révolutionnaires et « maximalistes ».
On voit ainsi reprendre autour des partis communistes, et dans une phase que tout permet de supposer décisive, le mouvement d’unification révolutionnaire des masses et d’encadrement de leurs forces pour les actions révolutionnaires finales. Mais encore une fois, loin d’avoir la simplicité immédiate d’une règle, ce processus pose de difficiles problèmes de tactique, il n’exclut pas les insuccès partiels même graves, et suscite des questions qui passionnent au plus haut point les militants de l’organisation révolutionnaire mondiale.
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Maintenant qu’elle a reconstitué le cadre de sa doctrine, la nouvelle Internationale a encore à tracer un plan général de ses méthodes tactiques. Le mouvement communiste des différents pays s’interroge sur une série de points, et les questions tactiques sont à l’ordre du jour. Une fois établi que le parti politique est l’organe indispensable de la révolution, une fois mis hors de discussion, avec les résolutions théoriques du deuxième congrès mondial qui forment le point de départ de l’article précédent, que le parti ne peut être qu’une fraction de la classe, il reste à savoir plus précisément quelle extension doit avoir l’organisation du parti, quels rapports il doit y avoir entre ses propres effectifs et les masses qu’il encadre.
Il existe – du moins on le dit – une tendance qui voudrait avoir des « petits partis » parfaitement purs, et qui se complairait presque à fuir le contact des grandes masses, accusées d’avoir peu de conscience et de capacités révolutionnaires. On critique vivement cette tendance et on la définit comme un « opportunisme de gauche ». La formule nous semble plus démagogique que fondée, car elle devrait plutôt être réservée aux courants qui nient la fonction du parti politique et prétendent qu’on peut avoir un vaste encadrement révolutionnaire des masses dans des formes d’organisation purement économiques, purement syndicales.
Il s’agit, donc d’examiner un peu plus à fond cette question des rapports du parti avec la masse. Le parti est une fraction de la classe, c’est entendu, mais comment établir l’importance numérique de cette fraction ? Nous pensons quant à nous que s’il est une preuve de volontarisme et donc d’« opportunisme » (désormais opportunisme veut dire hérésie) antimarxiste caractérisé, c’est de vouloir fixer a priori ce rapport numérique comme règle d’organisation, de vouloir établir que le parti communiste doit avoir dans ses rangs ou comme sympathisants un nombre de travailleurs qui soit supérieur ou inférieur à telle fraction donnée de la masse prolétarienne.
Vouloir juger le processus de formation des partis communistes, fait de scissions et de fusions, d’après un critère numérique, en taillant dans les partis trop nombreux et en ajoutant de force des morceaux aux partis trop petits, serait une erreur ridicule ce serait ne pas comprendre, en effet, qu’à ce processus doivent présider des normes qualitatives et politiques, qu’il s’élabore en très grande partie au travers des répercussions dialectiques de l’histoire, échappant ainsi à une législation organisationnelle qui prétendrait passer les partis dans un moule pour qu’ils en sortent avec les dimensions considérées comme désirables et appropriées.
Ce que l’on peut prendre pour base indiscutable de cette discussion tactique, c’est qu’il est préférable que les partis soient le plus nombreux possible, et qu’ils réussissent à entraîner derrière eux les couches les plus larges des masses. Il n’y a personne parmi les communistes qui élève à la hauteur d’un principe le fait d’être peu nombreux et bien enfermés dans la tour d’ivoire de la pureté. Il est indiscutable que la forcé numérique du parti et là ferveur du prolétariat rassemblé autour de celui-ci sont des conditions révolutionnaires favorables, des indices sûrs de la maturité du développement des énergies prolétariennes, et il n’y a personne qui ne souhaite que les partis communistes progressent dans ce sens.
Il n’existe donc pas de rapport défini ni définissable entre les effectifs du parti et la grande masse des travailleurs. Etant bien entendu que le parti assume sa fonction en tant que minorité du prolétariat, il serait byzantin de se demander si celle-ci doit être petite ou grande. Il est certain que lorsque les contradictions et les conflits internes du capitalisme, principale origine des tendances. révolutionnaires, sont au début de leur développement, lorsque la révolution apparaît comme une perspective lointaine, le parti de classe, le parti communiste, ne peut être formé que de petits groupes de précurseurs possédant une capacité spéciale de comprendre les perspectives de l’histoire, et que la partie des masses qui le comprennent et le suivent ne peut pas être étendue. Quand, au contraire, la crise révolutionnaire est près d’éclater, les rapports de production bourgeois devenant de plus en plus intolérables, le parti voit augmenter le nombre de ses adhérents, ainsi que son influence au sein du prolétariat.
Si l’époque actuelle est, comme tous les communistes en ont la certitude, une époque révolutionnaire, il s’ensuit que dans tous les pays nous devrions avoir des partis nombreux et exerçant une forte influence sur de vastes couches du prolétariat. Mais là où cela n’est pas encore réalisé en dépit des preuves indéniables de l’acuité de la crise et de l’imminence de son éclatement, les causes de cette déficience sont tellement complexes qu’il serait extrêmement léger d’en déduire que si le parti est trop petit et peu influent, il doit être artificiellement agrandi par l’adjonction d’autres partis ou fractions de partis dont les membres seraient liés aux masses. Pour décider de l’opportunité d’accepter d’autres éléments dans les rangs de ce parti, ou au contraire d’amputer les partis pléthoriques d’une partie de leurs membres, on ne doit pas partir de considérations arithmétiques ni d’une puérile déception statistique.
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Mis à part le parti bolchevik russe, la formation des partis communistes en Europe et hors d’Europe s’est faite à un rythme très accéléré, car c’est à un rythme très accéléré que la guerre a ouvert les portes à la crise de régime. Les masses prolétariennes ne peuvent se former une conscience politique sûre de façon graduelle; elles sont ballottées entre les exigences de l’action révolutionnaire comme par les vagues d’une mer démontée. D’autre part l’influence traditionnelle des méthodes social-démocrates persiste, et les partis social- démocrates eux-mêmes restent sur la scène pour saboter le processus de clarification pour le plus grand bien de la bourgeoisie.
Dans les moments où le problème de l’issue de la crise atteint son maximum d’acuité et où le problème du pouvoir se pose aux masses, le jeu des social-démocrates devient terriblement évident, car devant le dilemme dictature prolétarienne ou dictature bourgeoise, lorsqu’on ne peut plus éviter de choisir, ils choisissent la complicité avec la bourgeoisie. Mais lorsque, tout en mûrissant, la situation n’en est pas encore arrivée là, une partie considérable des masses reste soumise à la vieille influence des social-traîtres. Et lorsque les chances de révolution ont l’air, ne serait-ce qu’en apparence, de diminuer, ou que la bourgeoisie commence à déployer des capacités de résistance inattendues, il est inévitable que les partis communistes perdent momentanément du terrain dans le domaine de l’organisation comme dans celui de l’encadrement des masses.
Etant donné l’instabilité de la situation actuelle, il se peut que nous assistions, dans le cadre général du sûr développement de l’Internationale révolutionnaire, à de telles fluctuations. S’il est indiscutable que la tactique communiste doit s’efforcer de faire face à ces circonstances défavorables, il est non moins certain qu’il serait absurde d’espérer les éliminer par des formules tactiques, tout comme il est exagéré de se laisser aller pour autant à des conclusions pessimistes.
Dans l’hypothèse abstraite d’un développement continu des énergies révolutionnaires de la masse, le parti voit ses forces numériques et politiques augmenter de façon continue, il s’accroît quantitativement, tout en restant qualitativement égal à lui-même, le nombre des communistes ayant augmenté par rapport aux prolétaires. Dans la situation réelle, où les facteurs divers et continuellement changeants du milieu social agissent de façon complexe sur les dispositions des masses, il en va autrement : si le parti communiste est constitué par l’ensemble de ceux qui connaissent et comprennent les caractères du développement historique mieux que le reste de la masse, il n’en est pas moins lui-même un effet de ce développement. Il ne peut donc pas ne pas subir le contre-coup de ces alternatives et, bien qu’il agisse constamment comme un facteur d’accélération révolutionnaire, aucune méthode, aussi raffinée soit-elle, ne le met en mesure de forcer ou de renverser les situations dans leur essence fondamentale.
Mais le pire de tous les remèdes que l’on pourrait utiliser pour parer aux effets défavorables des situations serait d’intenter périodiquement un procès aux principes théoriques et organisationnels sur lesquels le parti est fondé, avec l’objectif de modifier l’étendue de sa zone de contact avec la masse. Dans les situations où les dispositions révolutionnaires des masses s’amoindrissent, ce que certains appellent porter le parti vers les masses équivaut bien souvent à dénaturer les caractères du parti, c’est-à-dire à le priver des qualités qui peuvent précisément en faire un catalyseur susceptible d’influencer les masses et de leur faire reprendre leur mouvement en avant.
Les conclusions que la doctrine et l’expérience historique permettent de formuler sur les caractères précis du processus révolutionnaire ne peuvent être qu’internationales et ne peuvent donc donner lieu qu’à des normes internationales. Dés lors que les partis communistes sont solidement fondés sur ces conclusions, on doit considérer leur physionomie organisationnelle comme établie, et comprendre que leur faculté d’attirer les masses et de leur donner toute leur puissance de classe dépendra désormais de leur fidélité à une étroite discipline de programme et d’organisation interne.
Dés lors que le parti communiste est doté d’une conscience théorique, confirmée par les expériences internationales du mouvement, qui le prépare à affronter les exigences de la lutte révolutionnaire, il a la garantie que, même si les masses s’éloignent en partie de lui dans certaines phases de sa vie, il les aura autour de lui lorsque se poseront ces problèmes révolutionnaires qui n’admettent pas d’autre solution que celle qui est inscrite dans son programme. Quand les exigences de l’action montreront la nécessité d’un appareil dirigeant centralisé et discipliné, le parti communiste, dont la constitution aura obéi à ces critères, viendra se mettre à la tète des masses en mouvement.
La conclusion que nous voulons en tirer, c’est que les critères sur lesquels on doit se fonder pour juger de l’efficacité des partis communistes n’ont rien à voir avec un contrôle a posteriori de leurs forces numériques comparées à celles des autres partis qui se réclament du prolétariat. Ces critères ne peuvent consister que dans une définition exacte des bases théoriques du programme du parti, et de la rigide discipline interne de toutes ses organisations et de tous ses membres pour assurer l’utilisation du travail de tous au mieux des intérêts de la cause révolutionnaire. Toute forme d’intervention dans la composition des partis ne dérivant pas logiquement de l’application précise de ces normes ne mène qu’à des résultats illusoires et prive le parti de classe de sa principale force révolutionnaire, qui réside précisément dans la continuité doctrinale et organisationnelle de toute sa propagande et de toute son oeuvre, dans le fait d’avoir su « dire par avance » comment se présentera le processus de la lutte finale entre les classes, et de s’être donné le type d’organisation correspondant bien aux exigences de la phase décisive.
Dans les années de guerre, cette continuité a été partout irréparablement brisée, et il n’y avait plus qu’à repartir de zéro. Mais la naissance de l’Internationale Communiste comme force historique a matérialisé, sur la base d’expériences révolutionnaires décisives et parfaitement claires, les lignes sur lesquelles le mouvement prolétarien pouvait se réorganiser dans tous les pays. Une première condition de victoire révolutionnaire du prolétariat mondial est donc que l’Internationale parvienne à une stabilisation organisationnelle qui donne partout aux masses une sensation de décision et de certitude, qui sache les gagner tout en sachant les attendre là où c’est indispensable pour que le développement de la crise produise encore sur elles ses effets, là où il n’est pas possible d’éviter qu’elles fassent encore certaines expériences sur les conseils insidieux des social-démocrates. Il n’existe pas de meilleure recette pour échapper à cette nécessité.
Le second congrès de l’Internationale a bien compris ces nécessités. A l’aube d’une époque nouvelle qui devait aboutir à la révolution, il s’agissait de définir les points de départ d’un travail international d’organisation et de préparation révolutionnaires. Peut-être aurait-il été préférable qu’au lieu de traiter des différents thèmes dans l’ordre où il les a traités dans ses thèses, toutes théorico-tactiques, le congrès établisse tout d’abord les bases fondamentales de la conception théorique et programmatique du communisme, puisque c’est au premier chef sur leur acceptation que devrait être fondée l’organisation de tous les partis membres; et qu’ensuite seulement il formule les normes d’action fondamentales que tous les adhérents doivent observer de manière disciplinée dans la question syndicale, agraire, coloniale, etc. Mais tout ceci existe dans le corps de résolutions adoptées par le deuxième congrès, et se trouve excellemment résumé dans les thèses sur les conditions d’admission des partis.
L’essentiel est de considérer l’application des conditions d’admission comme le point de départ constitutif et organisationnel de l’Internationale, comme une opération à accomplir une fois pour toutes afin de tirer toutes les forces organisées ou organisables du chaos dans lequel le mouvement politique prolétarien était tombé et de les encadrer dans lé nouvelle Internationale.
On ne saurait trop se hâter d’organiser le mouvement international sur la base de ces normes obligatoires à l’échelle internationale. En effet, comme nous le disions plus haut; ce qui constitue la grande force qui doit le guider dans la réalisation de sa tâche de propulseur des énergies révolutionnaires, c’est la démonstration de sa continuité de pensée et d’action vers un but précis, qui un jour apparaîtra clairement aux yeux des masses, en provoquant leur polarisation vers le parti d’avant-garde et en donnant ainsi les meilleures chances de victoire de la révolution.
Si cette systématisation initiale – mais définitive sur le plan organisationnel – du mouvement fait naître dans certains pays des partis à la force numérique apparemment réduite, on pourra très utilement étudier les causes de ce phénomène. Mais il serait absurde de vouloir changer les normes et redéfinir leur application dans le but de modifier le rapport numérique du parti avec la masse ou avec les autres partis. En agissant ainsi, on ne ferait que rendre inutile et sans effet tout le travail accompli dans la première période d’organisation, pour recommencer à plusieurs reprises le travail de préparation, si bien qu’au lieu de gagner du temps, on ne ferait qu’en perdre à coup sûr.
Ceci est encore plus vrai si on considère les conséquences internationales d’une telle méthode : en effet, en rendant toujours révocables les règles d’organisation internationales, en créant des précédents avec des cas où on aurait accepté de « refondre » les partis comme on le fait des statues ratées, une telle interprétation ôterait toute autorité et tout prestige aux « conditions » que l’Internationale pose aux partis et aux individus qui veulent y adhérer; elle ajournerait à l’infini la stabilisation des cadres de l’armée révolutionnaire, dans laquelle des officiers toujours nouveaux pourraient aspirer à entrer en « conservant les avantages de leur grade ».
Nous n’avons donc pas à être pour de grands ou de petits partis, nous ne devons pas prétendre bouleverser toutes les bases sur lesquelles certains partis ont été fondés sous prétexte qu’ils ne sont pas des « partis de masse »; nous devons exiger que les partis communistes soient partout fondés sur des règles organisationnelles, programmatiques et tactiques fermes, dans lesquelles se cristallisent les résultats des plus hautes expériences de la lutte révolutionnaire à l’échelle internationale.
Bien qu’il soit difficile de le mettre en évidence sans une longue démonstration et sans citer toute une série de faits empruntés à la vie du mouvement prolétarien, tout ceci ne découle pas du désir abstrait et stérile de posséder et de voir des partis purs, parfaits, orthodoxes, mais du souci de remplir les tâches révolutionnaires du parti de classe de la façon la plus efficace et la plus sûre.
Le parti ne sera jamais aussi sûrement entouré par les masses, les masses ne trouveront jamais dans le parti un plus sûr garant de leur conscience de classe et de leur puissance, que lorsque le passé du parti aura mis en évidence la continuité de son mouvement vers les buts révolutionnaires, même sans les masses et contre elles dans les moments défavorables. Les masses ne seront jamais gagnées efficacement que contre leur chefs opportunistes : cela signifie qu’il faut les conquérir en démantelant le réseau des organisations de parti non communistes qui ont encore de l’influence en leur sein et en attirant les éléments prolétariens dans le cadre de l’organisation solide et bien définie du parti communiste. Cette méthode est la seule qui puisse donner des résultats utiles et assurer le succès dans la pratique. Elle correspond exactement à la position de Marx et d’Engels face au mouvement dissident des lassalliens.
C’est pourquoi l’Internationale Communiste devrait observer la plus grande méfiance à l’égard de tous les éléments et groupes qui s’approchent d’elle en faisant des réserves théoriques et tactiques. Nous reconnaissons que cette appréciation ne peut être absolument uniforme sur le plan international, et qu’on ne peut pas faire abstraction de certaines conditions spéciales dans les pays où seules des forces limitées viennent se placer sur le terrain précis du communisme. Il n’en demeure pas moins que pour juger de l’opportunité d’élargir ou de restreindre les critères d’admission d’éléments ou, pis, de groupes qui ne sont encore gagnés aux thèses et aux méthodes de l’Internationale que de façon plus ou moins incomplète, on ne doit accorder aucun poids au fait que le parti existant soit numériquement réduit ou non. Avec de tels éléments ou groupes, nous ne ferions pas l’acquisition de forces positives; au lieu de nous amener des masses plus larges, cela risquerait de compromettre le clair processus de conquête de celles-ci par le parti. Nous devons désirer que cette conquête soit la plus rapide possible, mais cela ne doit pas nous inciter à des actions inconsidérées, qui ne pourraient que retarder le succès solide et définitif.
Il est nécessaire d’intégrer à la tactique de l’Internationale, aux critères fondamentaux qui dictent son application, à la solution des problèmes complexes qui se présentent dans la pratique, certaines normes qui ont toujours donné les meilleurs résultats : l’intransigeance absolue à l’égard des autres partis, même proches, en considérant ses conséquences futures et en passant par-dessus le souci contingent d’accélérer le développement de certaines situations; la discipline exigée des adhérents, en prenant en considération non seulement son respect dans le présent, mais aussi leur action passée, et en faisant preuve de la plus grande méfiance à l’égard des conversions; le critère consistant à juger les individus et les groupes dans leurs responsabilités passées, au lieu de leur reconnaître le droit de prendre à tout moment un « engagement » dans l’armée communiste ou de le résilier. Même si cela peut momentanément sembler enfermer le parti dans un cercle trop étroit, il ne s’agit pas ici d’un luxe théorique, mais d’une méthode tactique d’une très sûre efficacité pour l’avenir.
Mille exemples démontrent à quel point les révolutionnaires de la dernière heure, ceux qui hier se laissaient dicter une orientation réformiste par les conditions particulières et qui aujourd’hui se décident à suivre les principales directives communistes parce qu’ils sont influencés par des considérations souvent trop optimistes sur l’imminence de la révolution, sont déplacés et peu utiles dans nos rangs. Il suffira d’une nouvelle oscillation de la situation – et dans une guerre qui peut dire combien d’avances et de reculs précéderont la victoire finale ? – pour que ces éléments retombent dans leur opportunisme passé, en altérant du même coup le contenu de notre organisation.
Le mouvement communiste international doit être composé non seulement de militants fermement convaincus de la nécessité de la révolution et disposés à lutter pour elle au prix de tous les sacrifices, mais de militants décidés à agir sur le terrain révolutionnaire même si les difficultés de la lutte montrent que la victoire est plus difficile et moins proche qu’on ne le croyait.
Au moment de la crise révolutionnaire aiguë, c’est en opérant sur la base solide de notre organisation internationale que nous polariserons autour de nous les éléments qui aujourd’hui sont encore hésitants, et que nous aurons raison des partis social-démocrates de toutes nuances.
Si les possibilités révolutionnaires sont moins immédiates, nous ne courrons pas un seul instant le risque de nous laisser distraire de notre patient travail de préparation pour nous replier sur la résolution de problèmes contingents, ce qui ne profiterait qu’à la bourgeoisie.
***
Un autre aspect du problème tactique qui se pose aux partis communistes est celui du choix du moment où il faut lancer les mots d’ordre pour l’action, qu’il s’agisse d’une action secondaire ou de l’action finale.
C’est pourquoi on discute aujourd’hui passionnément sur la « tactique offensive » des partis communistes, qui consiste à réaliser un certain encadrement et un certain armement des militants et des sympathisants les plus proches, et à les lancer au moment opportun dans des actions offensives destinées à entraîner les masses dans un mouvement général, ou même à accomplir des actions spectaculaires pour riposter aux offensives réactionnaires de la bourgeoisie.
Ici aussi, on voit généralement s’opposer deux positions, dont aucun communiste n’assumerait sans doute la paternité.
Aucun communiste ne peut avoir d’objections contre l’usage de l’action armée, des représailles et même de la terreur, et nier que le parti communiste doive lui-même diriger ces formes d’action qui exigent discipline et organisation. De même, nous considérons comme infantile la conception selon laquelle l’usage de la violence et les actions armées sont réservés à la « grande journée » où sera déclenchée la lutte suprême pour la conquête du pouvoir. Il est dans la nature même du processus révolutionnaire réel que des heurts sanglants entre le prolétariat et la bourgeoisie se produisent avant la lutte finale, et il peut s’agir non seulement de tentatives prolétariennes non couronnées de succès, mais aussi des inévitables affrontements partiels et transitoires entre des groupes de prolétaires poussés à se soulever et les forces de la défense bourgeoise, ou encore entre des groupes de « gardes blancs » de la bourgeoisie et des travailleurs attaqués et provoqués par eux. Il n’est pas juste de dire que les partis communistes doivent désavouer de telles actions et réserver tous leurs efforts pour le moment final, car toute lutte nécessite un entraînement et une période d’instruction, et c’est dans ces actions préliminaires que la capacité d’encadrement révolutionnaire du parti doit commencer à se forger et à s’éprouver.
Ce serait cependant mal interpréter les considérations qui précédent que de considérer purement et simplement l’action du parti politique de classe comme celle d’un état-major, qui par sa seule volonté pourrait décider du mouvement des forces armées et de leur emploi; et ce serait se fabriquer une perspective tactique imaginaire que de croire que le parti peut, après avoir créé un réseau militaire, déclencher l’attaque à un moment donné, lorsqu’il le juge assez développé pour pouvoir battre les forces de la défense bourgeoise.
L’action offensive du parti n’est concevable que lorsque la réalité des situations économiques et sociales met les masses en mouvement pour résoudre des problèmes qui mettent en cause leur sort directement et sur la plus vaste échelle, en créant une agitation qui ne peut se développer dans un sens vraiment révolutionnaire qu’à condition que le parti intervienne en fixant clairement ses buts généraux et en l’encadrant dans une action rationnelle et bien organisée y compris du point de vue de la technique militaire. Il est certain que la préparation révolutionnaire du parti peut commencer à se traduire dans des actions planifiées même lors de mouvements partiels des masses : ainsi, les représailles contre la terreur des gardes blancs, qui vise à donner au prolétariat le sentiment d’être définitivement plus faible que son adversaire et à le faire renoncer à la préparation révolutionnaire, sont un moyen tactique indispensable.
Mais croire que par le jeu de ces forces, même extrêmement bien organisées et sur une vaste échelle, on peut changer les situations et provoquer, à partir d’une situation de stagnation, le déclenchement de la lutte générale révolutionnaire, est encore une conception volontariste qui ne peut ni ne doit avoir sa place dans les méthodes de l’Internationale marxiste.
On ne crée ni les partis, ni les révolutions. On dirige les partis et les révolutions, en unifiant toutes les expériences révolutionnaires utiles à l’échelle internationale, afin d’assurer le maximum de chances de victoire du prolétariat dans la bataille qui est l’aboutissement inévitable de l’époque historique que nous vivons. Telle nous semble devoir être la conclusion.
Les critères fondamentaux qui doivent diriger l’action des masses s’expriment dans les normes d’organisation et de tactique que l’Internationale doit fixer à tous les partis membres. Ils ne peuvent consister à remanier directement certains partis avec l’illusion de leur donner toutes les dimensions et caractéristiques capables de garantir le succès de la révolution, mais doivent s’inspirer de la dialectique marxiste, en se fondant avant tout d’une part sur la clarté et l’homogénéité programmatiques, d’autre part sur la discipline et la centralisation tactiques.
Il existe à notre avis deux déviations « opportunistes ». L’une consiste à déduire la nature et les caractères du parti de l’appréciation, dans une situation donnée, de la possibilité ou non de regrouper des forces considérables, ce qui revient à se laisser dicter les règles d’organisation du parti par les situations, pour lui donner de l’extérieur une constitution différente de celle à laquelle la situation l’a conduit. L’autre consiste à croire qu’à condition d’être nombreux et d’avoir une formation militaire, un parti peut déterminer les situations révolutionnaires en donnant l’ordre d’attaquer, ce qui revient à prétendre créer les situations historiques par la volonté du parti.
Peu importe laquelle de ces deux déviations doit être considérée comme de « gauche » ou de « droite » : il est certain que toutes deux s’éloignent de la juste voie marxiste. Dans le premier cas, on renonce à ce que peut et doit être la légitime intervention du mouvement international doté d’un corps systématique de normes organisationnelles et tactiques, on renonce à cette marge d’influence, dérivant d’une conscience et d’une expérience historique précises, que notre volonté peut et doit exercer sur le développement du processus révolutionnaire. Dans le second, on attribue à la volonté des minorités une influence excessive et irréelle, en risquant de conduire à des défaites désastreuses.
Les révolutionnaires communistes doivent au contraire être ceux qui, trempés collectivement par les expériences de la lutte contre les dégénérescences du mouvement prolétarien, croient fermement dans la révolution, veulent fermement la révolution, mais qui n’ont pas tiré sur elle une traite dont ils attendraient le paiement, et qui ne céderont pas au désespoir et au découragement si l’échéance est retardée d’un seul jour.
La democrazia operaia
di P. PASCAL
Tempo fa, dalla destra, si è accusato il Potere dei Soviet di rimettere il governo nelle mani della massa grossolana, ignorante ed incapace. Oggi, Sebastiano Faure e qualche altro lo combattono sotto il pretesto che in Russia la dittatura del proletariato è stata ridotta alla dittatura del Partito Comunista.
In realtà la Repubblica dei Soviet, così come si presenta, non merita né l’uno né l’altro di questi rimproveri contraddittori. La sua politica si è limitata ad essere realista. Le classi oppresse di Russia hanno preso il potere per cacciarne i nobili e la borghesia, perché questo potere fosse esercitato nell’interesse dei lavoratori. Ma, nella loro massa, esse non erano capaci di esercitarlo. Non bisogna mai dimenticare che il 60% degli operai ed il 75% dei contadini erano analfabeti. Essi avevano bisogno di rovesciare il dominio del capitale per aver la possibilità di imparare a leggere e, da un punto di vista più vasto, per acquistare il mezzo per divenire uomini coscienti ed apprendere a governarsi da sé.
La conquista del potere era la condizione necessaria poiché l’antico regime sociale opponeva allo sviluppo delle masse un ostacolo materiale invincibile. La rivoluzione d’ottobre è stata la soppressione dell’ostacolo, ma essa non poteva essere l’infusione istantanea di tutte le virtù e di tutte le conoscenze intellettuali, morali, amministrative, politiche. ecc., ad una folla di 100 milioni d’uomini. Per acquistare tutte queste qualità, occorrevano degli anni di lavoro, se non delle generazioni. Questa iniziativa individuale non meno cara ai comunisti che agli anarchici, si crede forse che sia stata data bella e pronta, come un dono gratuito della natura, ad ogni uomo? L’operaio ed il contadino, abituati da padre in figlio a curvare la schiena senza ragionare davanti alle potenze di questo mondo, sapranno essi improvvisamente agire a loro volta come potenze in grazia della sola Rivoluzione? Certamente no.
Prima di poter governarsi nel vero senso della parola da sole, le masse russe avevano bisogno di imparare a leggere, vale a dire a liberarsi prima dalla loro ignoranza. In seguito imparare il funzionamento, poscia la condotta di questo meccanismo complicato, che costituisce la società moderna, nelle sue diverse branche. Ecco perché i lavoratori russi hanno riconosciuto indispensabile la direzione del Partito Comunista e perché questi è divenuta l’anima che dà vita al Potere dei Soviet. In attesa che il proletariato nella sua massa sia cosciente e capace, occorre di necessità che la sua dittatura sia esercitata in modo attivo da un gruppo d’iniziativa, devoto alla sua causa, sottomesso alle sue aspirazioni, che gli rende conto del proprio operato, ma che nello stesso tempo lo guida sulla via difficile dell’avvenire, perché più attivo e più sperimentato. La dittatura del proletariato si è data una specie di organo esecutivo nel Partito Comunista.
Perché lui piuttosto che un’altro partito? Perché il proletariato si è reso conto che esso solo risponde alle condizioni volute: devozione ai suoi interessi, attività e capacità. Tutti gli altri partiti, menscevichi, socialrivoluzionari, anarchici, hanno dimostrato con il loro atteggiamento, e troppo sovente, haime!, che essi riuniscono tutti i vizi contrari: assenza di programma, impotenza davanti ai problemi economici, incoerenza interna, collusione con la reazione zarista o straniera.
La sola questione da porsi da Sebastiano Faure e da coloro che aderiscono alla sua campagna è questa: in qual modo il Potere dei Soviet, inspirato dal Partito Comunista, ha realizzato la sua missione? Ha egli veramente fatto tutto ciò che poteva per preparare gli operai ed i contadini a governarsi da sé, non soltanto nella loro élite, ma nella loro massa?
Bisogna domandarsi innanzi tutto in quale misura il Potere dei Soviet ed il Partito Comunista hanno avuto il mezzo materiale di consacrarsi a questo compito. La realtà è che, per quanto essenziale esso fosse, ne è apparso un’altro più imperioso ancora e più urgente, dal quale dipendeva tutto il resto il problema dell’esistenza.
La guerra più ineguale che si sia mai visto è appena terminata, e la Rivoluzione proletaria ne è uscita vittoriosa grazie alla sottomissione al pugno di ferro del Partito Comunista. La sua disciplina ha causato questo miracolo.
Nello stesso tempo il proletariato ha ricevuto dall’antico regime e dalla borghesia di Kerenski una Russia già economicamente rovinata, ridotta letteralmente alla miseria, all’arresto dei trasporti e dell’industria.
Prima di pensare allo scopo ideale del Potere dei Soviet, prima di sviluppare le capacità e le iniziative individuali, non occorreva forse rispondere alle esigenze della difesa militare e della sussistenza economica, questione imperiosa di vita o di morte per la Rivoluzione?
Ecco perché questo ideale non è ancora realizzato, ecco perché cento milioni d’operai e contadini incolti non sono ancora in grado d’esercitare senza intermediari la loro dittatura.
Bisogna tener conto di ciò che è possibile o no, e non rimproverare al Potere dei Soviet di non aver compiuto il prodigio che si reclama.
Si può forse dire che durante questi tre anni e mezzo di guerra e di miseria ininterrotta, esso non abbia fatto nulla per preparare le masse popolari alla loro funzione sovrana? Se così fosse, si avrebbe il diritto di applicargli la parola del poeta: per difendere il suo essere, egli ha perso la sua ragion d’essere. Ma così non è. Tutti gli osservatori rimangono colpiti dal progresso morale che si constata ogni giorno di più nel popolo russo. C’è innanzitutto l’arricchimento intellettuale. Senza ricordare i corsi per gli analfabeti, le scuole di ogni sorta, esso si manifesta con la moltiplicazione dei giornali stampati, alle volte dattilografati, in località che non ne avevano mai conosciuti, con la diffusione di quelle «izbas-biblioteche» che divengono il luogo di riunione nei borghi, da quella sete di rappresentazioni drammatiche che quasi inquieta Lounatcharski, I gruppi comunisti, le leghe giovanili, reclutando nuovi membri, aprendo corsi di ogni grado, dando delle conferenze, esponendo nei comizi le grandi questioni del giorno, la politica locale, nazionale, ed anche internazionale, sono precisamente i più potenti fattori d’educazione generale delle masse. Il Partito Comunista non è una setta ristretta ed egoista di gelosi privilegiati. Al contrario, egli non cerca che di allargare le sue file e trascinare verso di lui, verso la liberazione, verso la luce e verso l’azione cosciente, un numero sempre maggiore di coloro che oggi si chiamano i senza partito. La sua propaganda non è propriamente una propaganda politica, ma un vero strumento d’istruzione e di risveglio. V’è identità fra il progresso morale del popolo russo e la prosperità del Partito Comunista.
A questo arricchimento intellettuale corrisponde in effetto un’attività sempre maggiore delle masse nell’amministrazione politica o economica e nel governo.
I soviet, le loro elezioni, le loro essemblee generali, i loro congressi sono per così dire le forme supreme e solenni di questa attività. Si sa che la necessità di prendere delle decisioni rapide ed energiche passa avanti in tempo di guerra ai diritti della deliberazione. Era dunque fatale che nella situazione di campo trincerato in cui si trovava la Russia, la funzione dei Soviet fosse assorbita dai Comitati Esecutivi, meno numerosi e più speditivi, eletti da essi. Nonostante ciò essi non hanno mai cessato di riunirsi, di rinnovarsi, di esprimere la volontà del popolo lavoratore, di prendere delle decisioni e di eseguirle.
Ma dare un’importanza esclusiva ai Soviet, vale a dire all’esercizio del potere nella sua forma politica, sarebbe dar prova d’un pregiudizio parlamentarista, sarebbe non vedere che uno degli aspetti della sovranità del proletariato. Colui che possiede il contenuto sostanziale del potere, è in realtà chi lo applica ogni giorno, in tutte le circostanze della vita. Ora, non solamente il proletariato russo, con i suoi delegati eletti ai Soviet, ai Comitati Esecutivi ed ai Congressi, anche durante la guerra, non ha mai cessato di fare, le leggi ed i regolamenti, ma ancora egli è stato sempre padrone della loro applicazione. Si immagini non solo l’operaio, ma il contadino di un qualsiasi villaggio arretrato. Ogni quattro mesi in media, egli elegge il suo Soviet, a meno che non ne sia membro lui stesso, poiché c’è un membro ogni cento abitanti. Nell’intervallo si riuniscono delle conferenze generali che non hanno potere legislativo, ma emettono dei voti praticamente obbligatori per le autorità della giurisdizione corrispondente. Dalla città vengono degli oratori ad esporre in modo accessibile a tutti, anche a quelli che non sanno leggere il giornale, le grandi questioni d’attualità. Prendiamo a caso la provincia d’Ekaterinbourg: nella prima metà dello scorso mese d’ottobre, si sono tenute laggiù 300 conferenze di cantone o di distretto, i cui partecipanti sono stati eletti dai villaggi.
Là, i comunisti non sono che un’infima minoranza, poiché si cerca di riunire i senza partito, ed il Partito Comunista si presenta davanti ad essi per render conto del proprio operato e per domandare non solo l’approvazione, ma la collaborazione. L’ordine del giorno tocca tutte le questioni: guerra, approvvigionamento, agricoltura, controllo, lavori pubblici, previdenza sociale, ecc.
I rapporti sono fatti dai capi delle sezioni amministrative corrispondenti. Si svolge una discussione animata, poiché se il contadino è poco istruito, non bisogna credere che manchi di senso critico e di preveggenza. Finalmente esse approvano i principi comunisti, ma reclamano dei perfezionamenti nell’applicazione e la soppressione degli abusi.
Non è questa una prova che da una parte si riconosce buona la direzione del Partito Comunista e dall’altra le masse lavoratrici divengono atte a discutere gli affari pubblici, a controllare l’amministrazione, vale a dire a governarsi da sé?
L’anno scorso una spaventevole epidemia di tifo ha potuto essere scongiurata solo con l’appello lanciato a tutta la popolazione. Delle «Commissioni di pulizia» si costituirono nei villaggi. Esse vennero istruite dalle sezioni sanitarie dei Comitati Esecutivi locali, e sorvegliarono all’osservanza delle precauzioni indicate, aggiungendo proprie iniziative preziose. E un principio che «la salute delle masse deve essere opera delle masse stesse».
Se passiamo nelle città le occasioni in cui l’iniziativa operaia è chiamata a manifestarsi sono ancora maggiori. Oltre i Soviet, le Conferenze generali, le Commissioni d’ogni sorta, vi sono per esempio i «gruppi d’ispezione» eletti ogni quattro mesi in ogni impresa, sulle ferrovie, nello stesso esercito rosso, dalle assemblee generali degli operai e dei soldati, per assistere a tutte le operazioni amministrative, rilevare le irregolarità ed assicurare il buon andamento del servizio. Questi «gruppi d’ispezione» si espandono alla anche nelle campagne, per controllare gli organi esecutivi dei borghi e dei cantoni.
La Repubblica soviettista ha istituito le trattorie comunali, dove ogni cittadino riceve un pasto gratuito. I pensionanti inscritti in queste trattorie sono per turno incaricati del loro controllo.
Accanto alle scuole, esistono dei Consigli di genitori che assistono alle sedute dei Consigli pedagogici, a tutte le commissioni, alle classi, ai giuochi dei ragazzi e sorvegliano affinché l’insegnamento sia quello che è necessario al popolo.
Sarebbe troppo lungo enumerare e descrivere tutte queste istituzioni dove, un poco alla volta con la pratica si fa l’educazione politica ed amministrativa dei lavoratori. Bisognerebbe aggiungere le scuole militari, la educazione morale perseguita nell’esercito rosso, la propaganda fra le donne per risvegliarle ad una vita cosciente e sociale. Ecco ciò che si è potuto ottenere malgrado lo stato di guerra e di crisi acuta. Ecco un quadro molto succinto di ciò che costituisce la democrazia soviettista ovvero la democrazia operaia.
Oggi, che si può credere finita la guerra, il Partito Comunista dirigente ha incominciato a sviluppare ancor di più questa democrazia operaia. L’ultimo Congresso dei Soviet lo ha deciso, le assemblee deliberative riprendono il sopravvento sui Comitati Esecutivi. Si vedono i Soviet tenere le loro sedute nelle officine e nelle caserme, per permettere alla folla dei soldati e degli operai di formulare direttamente i loro desideri, le loro lamentele e le loro proposte. Attualmente si procede all’elezione di Soviet nei piccoli centri che prima non ne avevano. La grande campagna agricola condotta fin dall’inizio dell’anno si basa interamente sull’iniziativa dei contadini, rappresentata nei «Comitati di semina» e costituenti soli i «Comitati di villaggio» per il miglioramento della coltura. Le officine entrano in una fase nuova. Che cos’è la «propaganda per la produzione» di cui ora tanto si parla, se non un’insieme di misure destinate a far comprendere all’operaio perché egli eseguisce tale o tal altro lavoro ed invitarlo a ricercare i mezzi per eseguire quello stesso lavoro con la minore fatica? Perciò la direzione espone la situazione, deposita il suo bilancio, rende i suoi conti, non più davanti agli azionisti, ma davanti all’assemblea generale degli operai, che discutono, approvano, biasimano e fanno delle proposte. Non è questo l’unico mezzo reale per rendere poco a poco gli operai capaci di innalzarsi fino alla funzione di direttori effettivi e sperimentati? E dunque una fase nuova che incomincia. All’inizio della rivoluzione c’è stato un controllo operaio caotico, semplice reazione spontanea contro l’antico regime. In seguito i venuta l’autorità di un direttore unico o collettivo controllato solamente dall’alto. Oggi incomincia il controllo operaio diretto e permanente, ma cosciente e metodico.
La grande parola d’ordine del X Congresso del Partito Comunista, che è appena terminato, è stata ancora una volta un appello all’attività delle masse. E proprio questo il momento d’intraprendere presso i compagni rivoluzionari una campagna per denunciare la sedicente tirannia del Partito Comunista, la finzione del Potere dei Soviet, ecc.?
La vera democrazia non è tutta fatta come quella che è solo di parole, essa deve costituirsi pezzo per pezzo, con un lavoro tenace nello spirito degli uomini. Le masse non sono pronte a realizzarla, bisogna prepararle. La Repubblica soviettista ha già cominciato questo lavoro, essa lo persegue oggi più attivamente che mai.
La situazione in Italia Pt.2
di KRISTO KABAKCIEF
III.
Il Congresso di Livorno ha creato in Italia le premesse per la rivoluzione proletaria e le ha spianato la via. Esso ha messo in chiaro davanti alle grandi masse lavoratrici l’inganno riformista e pacifista prevalso finora nel Partito. Esso ha svelato la funzione di tradimento esercitata dai riformisti nel Partito, nei sindacati, nelle cooperative, e stabilito in modo definitivo la solidarietà e l’unità dei centristi comunisti «unitari», coi riformisti. In breve, il Congresso di Livorno ha compiuto un’immensa opera di chiarificazione, e ha liberato il proletariato italiano da molte illusioni ed errori, mostrandogli i principi e i metodi di lotta, che condurranno alla vittoria finale la sua lotta rivoluzionaria. L’esclusione dei riformisti e dei centristi dalla I.C. e la fondazione del Partito comunista italiano è il passo più importante e decisivo fatto sulla via della preparazione delle condizioni necessarie alla vittoria della rivoluzione proletaria in Italia.
La profonda crisi economica e finanziaria, che da due anni scuote l’Italia, spinge il proletariato italiano alla lotta rivoluzionaria. Questa lotta raggiunse il suo punto culminante nel settembre scorso con la occupazione delle fabbriche e dei latifondi.
L’occupazione delle fabbriche da parte dei lavoratori non bastava ad assicurare la vittoria della rivoluzione, giacché la borghesia, finché aveva in sue mani il potere politico, poteva impedire l’approvvigionamento di materie prime alle fabbriche occupate e così arrestare la produzione, per poter più tardi ritogliere le fabbriche dalle mani degli operai. Similmente l’occupazione dei latifondi per opera dei contadini non poteva esser durevole, giacché i latifondisti partecipano al potere con la borghesia. In questo momento, come pure durante le altre numerose lotte e insurrezioni rivoluzionarie, di cui è piena la vita italiana, il Partito proletario aveva il dovere di indicare lo scopo generale di tali lotte, di collegarle e indirizzarle alla conquista del potere politico.
Ma nel Consiglio Nazionale, composto di rappresentanti del Partito e dei Sindacati, che fu convocato nel vivo della lotta, i riformisti riuscirono a far prevalere il concetto, che la lotta stessa avesse semplice scopo sindacate economico, e che quindi la direzione ne spettava soltanto ai sindacati. Venne respinta la proposta, presentata dalla maggioranza comunista della Direzione del Partito, di riconoscere al movimento carattere politico e di farne quindi assumere la direzione al Partito. In tal guisa il movimento fu cacciato in un vicolo cieco e condannato alla sconfitta. I capi dei riformisti, Turati nel Partito e D’Aragona nei Sindacati, trionfarono; i centristi ne giustificarono l’attitudine, e anzi Serrati giunse sino a negare il carattere rivoluzionario della lotta per l’occupazione delle fabbriche, designandolo invece come una «pacifica azione sindacale», mentre qualificava di «movimento reazionario» l’azione dei contadini per l’occupazione della terra.
II Governo non osò servirsi della forza amata per reprimere il movimento. Esso era disorientato e impotente di fronte al grande e potente movimento rivoluzionario degli operai e dei contadini. In questo momento i riformisti e centristi vennero in aiuto del Governo e lo trassero dalla sua critica situazione, tendendogli la mano e annodando trattative sulla base del «controllo» operaio e di altre rivendicazioni economiche. Tali trattative approdarono alla riconsegna delle fabbriche da parte degli operai, ma naturalmente non vennero mantenute le fatte promesse, una volta che i capitalisti eran di nuovo padroni delle fabbriche e che il Governo era riuscito frattanto a fare i suoi preparativi di repressione sanguinosa. In tal guisa il proletariato fu tradito da coloro stessi, ch’erano preposti alla direzione della lotta nel Partito e nei Sindacati.
La borghesia e il Governo italiano, affatto impotenti nel primo anno dopo la guerra a reprimere la lotta rivoluzionaria del proletariato, grazie all’aiuto dei riformisti e centristi guadagnarono tempo per respirare, radunar forze, riorganizzare la disordinata macchina statale ed armarsi.
Quanto all’esercito permanente, la borghesia organizzò anche un esercito speciale di circa 100 mila soldati ben armati, detti guardie regie, destinati a combattere la rivoluzione proletaria. Inoltre formò una guardia bianca, quella dei cosiddetti fascisti, che si è organizzata ed armata alla luce del sole, e si trova in intimi rapporti col Governo, con la guardia regia e in generale con tutto l’apparato statale.
La borghesia italiana invocò l’opera di un uomo politico, che non aveva preso parte alla guerra mondiale, di Giolitti, per soffocare il malcontento popolare e tagliar la strada alla rivoluzione. Giolitti lavorò accortamente, cercando di trattenere il movimento rivoluzionario con molte promesse di riforme sociali e con la arrendevolezza verso le rivendicazioni economiche sindacali, salvo poi a non soddisfarle, mentre anche quando sono soddisfatte l’incessante rincaro toglie loro ogni valore. Egli in questa sua politica ha trovato fedeli alleati, o, più esattamente, strumenti ciechi nei riformisti e centristi. Dall’altro canto, Giolitti arma l’esercito, crea nuove truppe e protegge la formazione della guardia bianca.
Giolitti sa accortamente mascherare la sua politica controrivoluzionaria. Come di fronte ai nazionalisti estremi recita la parte di «pacifista», così di fronte al proletariato rivoluzionario fa quella di «riformatore» e pioniere della «evoluzione pacifica». Per consolidare i successi della politica imperialista della borghesia italiana egli inscenò la commedia della «lotta» contro D’Annunzio a Fiume. Per dar tempo alla borghesia di armarsi e prepararsi a schiacciare la rivoluzione proletaria, egli ogni giorno rappresenta la commedia di «reprimere» i fascisti, che assaltano e assassinano i comunisti, incendiano i circoli operai, ecc., ed entrano in prigione da una porta solo per uscirne subito dall’altra.
Il Governo di Giolitti fa ora questa politica: disorganizzare, terrorizzare e indebolire il proletariato rivoluzionario con assalti e uccisioni alla spicciolata; e prepararsi intanto a grandi colpi decisivi in alcuni grandi centri industriali, che sono i focolari della prorompente rivoluzione1. In alcuni di questi centri è già concentrata un’enorme quantità di truppa d’ogni specie, che li hanno trasformati in veri campi militari. Ma la borghesia non si fida completamente né di queste truppe, né delle proprie forze – la crisi economica sempre più aspra le scava il terreno sotto i piedi – e quindi spia il momento propizio, se il proletariato non sa condurre la sua lotta rivoluzionaria con coscienza del fine, compattezza e risolutezza, per poterlo schiacciare nel sangue, e così conservare provvisoriamente il proprio dominio.
Gli avvenimenti del settembre dell’anno scorso chiarirono questa situazione agli occhi del proletariato italiano. Esso scorge ormai il grave pericolo ond’è minacciato. La parte più avanzata del proletariato sente ormai e riconosce la necessità di una chiara e risoluta tattica rivoluzionaria, di una salda organizzazione centralista con disciplina di ferro, e della creazione di tutte le premesse per la rivoluzione proletaria (organizzazione illegale, armamento ecc.). Con la fondazione del Partito Comunista il proletariato italiano ha creato una delle più importanti tra tali condizioni.
Il movimento per l’occupazione delle fabbriche e delle terre offriva al proletariato italiano due strade, di cui la prima attraverso il tradimento dei riformisti e dei centristi condusse alla sconfitta, l’altra attraverso la lotta del Partito Comunista guida alla vittoria. A Livorno la parte cosciente dei lavoratori più d’un terzo del Partito si decise per il comunismo, che conduce alla vittoria finale del proletariato. Non v’ha alcun dubbio che in breve tempo la gran massa del proletariato italiano si schiererà attorno alla bandiera del comunismo. Già sin dai primi giorni dopo il Congresso di Livorno pervennero da ogni parte notizie di passaggi in massa di lavoratori al Partito Comunista.
Naturalmente la lotta contro i riformisti e centristi esigerà molto tempo e molti sforzi. D’Aragona, Turati e Serrati hanno con sé la massima parte della burocrazia del partito e dei sindacati, la quale adopererà tutti i mezzi per conservare la propria posizione e influenza nelle organizzazioni. La borghesia e il Governo adopereranno nel modo più utile questi loro agenti a fine di ostacolare il rafforzamento del Partito Comunista. L’alleanza dei centristi coi riformisti, e quella di costoro con la borghesia, ben presto susciterà contro di loro le masse lavoratrici. Lo spirito rivoluzionario del proletariato italiano non è spento; anzi, al contrario, con l’eliminazione del principale ostacolo, contro il quale s’infransero le ondate rivoluzionarie – la politica traditrice dei riformisti e centristi – esso si spiegherà con forza incoercibile e invincibile.
Viaggiando l’Italia, si vede dappertutto, nelle città come nei villaggi, alle grandi mura delle fabbriche come anche sulle capanne dei contadini, sempre la stessa iscrizione: «Viva Lenin!». In questo grido universale del popolo lavoratore d’Italia si esprime, non solo lo sconfinato entusiasmo per la grande rivoluzione russa e per la repubblica soviettista, ma anche la sua aspirazione e la sua piena fiducia nel prossimo trionfo della rivoluzione in Italia. Questo grido si unisce all’altro di: «Viva il Partito Comunista d’Italia!» e si espande fin negli angoli più remoti del paese. L’entusiasmo e la fede del proletariato italiano nella rivoluzione sono indistruttibili.
La stampa socialpatriottica e borghese d’Italia e di tutto il mondo ha dato le notizie più tendenziose intorno a questo Congresso. La borghesia e i di lei agenti, i socialpatrioti, tentarono di far passare come una sconfitta dell’Internazionale Comunista la grande lotta ideologica e politica, che i comunisti condussero contro i seguaci del riformismo e del semiriformismo e che mise capo alla fondazione del Partito Comunista italiano. II vero è che a Livorno realmente non vinsero i riformisti e semiriformisti, sebbene questi abbiano ottenuto una maggioranza casuale e transitoria, ma bensì la frazione comunista e l’Internazionale Comunista, che scoprirono davanti all’intiero proletariato italiano e internazionale il giuoco proditorio dei riformisti e semiriformisti, raccogliendo sotto la loro bandiera tutti gli elementi coscienti e rivoluzionari del Partito Socialista italiano, e preparando, con la fondazione del P.C.I., la vittoria della rivoluzione proletaria in Italia.
Quello di Livorno fu il primo Congresso del Partito Socialista italiano, in cui le fondamentali divergenze teoretiche e tattiche tra riformismo e comunismo si sieno manifestate apertamente e siano state discusse davanti all’intiero Partito e alla classe lavoratrice. Fallirono tutti gli sforzi fatti da Serrati per nascondere sotto la maschera dell’«unità» i profondi e irreconciliabili contrasti tra queste due tendenze del Partito. Serrati a Livorno, come già a Bologna, tentò di salvare il riformismo e i riformisti in nome dell’«unità»; ma questo tentativo ebbe per risultato di chiarirlo definitivamente partigiano e difensore del riformismo.
A Livorno si presentarono tre gruppi, formatisi già molto prima del Congresso; ed essi vi vennero con mozioni, già precedentemente deliberate nelle rispettive Conferenze. La mozione dei riformisti (Turati) afferma che in Italia, come del resto in tutto il mondo capitalista, mancano ancora le condizioni necessarie per la rivoluzione proletaria, che il capitalismo ha ancora davanti a sé un lungo periodo di pacifico sviluppo, e che il Partito Socialista non deve rifiutare di collaborare con la borghesia, se ciò è necessario per aiutare la classe lavoratrice. Ma nello stesso tempo la mozione riformista si dichiara per l’Internazionale Comunista!
La mozione dei centristi (semiriformisti, che danno a se stessi il nome di «comunisti unitari» con Serrati alla testa) accetta tanto le tesi della Internazionale Comunista, quanto le 21 condizioni, ma aggiunge: «L’applicazione di queste condizioni deve lasciarsi al Partito Socialista italiano, che deve conservare l’antico nome».
La mozione del gruppo comunista esige non solo l’immediata accettazione, ma anche l’immediata applicazione delle 21 condizioni mediante l’espulsione dei riformisti (di tutti quei delegati e sezioni, che hanno partecipato alla Conferenza di Reggio Emilia) dal Partito e l’accettazione di tutte le tesi approvate dal Secondo Congresso dell’Internazionale Comunista.
Tra la mozione del gruppo comunista è quelle dei riformisti e centristi vi erano divergenze di principio. I riformisti e centristi si sforzarono di nasconderle. Tanto i riformisti come i centristi si dichiararono partigiani dell’Internazionale Comunista. Essi sanno che il proletariato italiano ha così viva simpatia per la rivoluzione russa e per l’Internazionale Comunista, che se essi si dichiarassero apertamente contro questa, perderebbero immediatamente la fiducia e l’appoggio delle masse operaie.
Perciò i riformisti, e specialmente i centristi, cercano accuratamente di nascondere i contrasti tra loro e l’Internazionale Comunista: per ciò mascherano la lotta da essi combattuta contro l’Internazionale Comunista con ipocrite dichiarazioni di simpatia e di fedeltà. Con simili mezzi i riformisti e centristi speravano anche questa volta d’ingannare i lavoratori. Ma il gruppo comunista frustrò le loro speranze. Prima del Congresso e durante questo i comunisti smascherarono la vera natura del riformismo e del centrismo, e nella loro mozione essi formularono chiaro e tondo – «Chi i per l’Internazionale Comunista deve separarsi dai riformisti immediatamente, nel Congresso stesso e votare per la loro espulsione».
A Livorno i centristi fecero tentativi disperati per passare come leali seguaci dell’Internazionale Comunista. Ma non potevano sfuggire al chiaro e categorico dilemma loro posto dai comunisti: o colla Internazionale Comunista o coi riformisti. Alla domanda: perchè mai i centristi non accettavano che l’inevitabile espulsione dei riformisti avvenisse per opera dello stesso Congresso, suprema istanza del Partito, essi rispondevano: Lasciate che il Partito li mandi via quando lo troverà necessario: In una conferenza particolare coi rappresentanti dell’Internazionale Comunista Serrati e Vella dichiararono: – Noi attenderemo che i riformisti commettano qualche nuova azione compromettente, e allora espelleremo i colpevoli; altrimenti il proletariato non capirà perché noi espelliamo questi uomini!
I centristi vogliono ancora delle prove del riformismo di Turati e compagni. Per loro, il tradimento giornaliero che i riformisti compiono da due anni in qua non è prova sufficiente; per essi non è ancor prova sufficiente la mozione approvata dai riformisti nella Conferenza di Reggio Emilia, dove si nega l’esistenza delle condizioni della rivoluzione proletaria.
Era chiaro che i centristi non volevano l’espulsione dei riformisti. E quando essi arrivavano a dire, che avrebbero eventualmente acconsentito ad espellere questo o quel riformista, mostravano sol- tanto che, col sacrificare qualche riformista, volevano soltanto salvare il riformismo come tendenza, programma e tattica nel Partito.
Ma perché i centristi non vollero staccarsi dai riformisti? Perché in realtà essi si son posti sullo stesso terreno teoretico e tattico dei riformisti. La polemica che precedette il Congresso e le discussioni del Congresso dimostrarono ciò esaurientemente; ma sopratutto lo ha dimostrato il fatto dell’essere i centristi rimasti uniti coi riformisti in un unico Partito.
L’uscita dei comunisti dal P.S.I. gettò del tutto i centristi nel campo dei riformisti. La burocrazia semiriformista e pacifista del Partito, dei Sindacati, delle Cooperative, che già prima inclinava verso il riformismo e che a Livorno costituì la maggioranza di Serrati, si è alleata coi riformisti. Questo fatto ha grande importanza, poiché fa luce sufficientemente chiara sulla vera politica dei centristi: e questa luce aiuterà il proletariato italiano a trovare entro breve tempo la sua via sotto la bandiera del nuovo Partito Comunista d’Italia. Passeranno appena pochi mesi, e la nuova sezione dell’Internazionale Comunista raccoglierà nel suo seno la maggioranza dei lavoratori dell’antico Partito. 182
Lo sviluppo della politica agraria russa
di EUGENIO VARGA
II seguente, articolo del valente economista E. Varga, fu scritto prima che in Russia venisse deliberato l’ultimo mutamento nell’indirizzo della politica economica del governo dei Soviet, ed in special modo della sua politica agraria con la sostituzione dell’imposta in natura al sistema delle requisizioni.
Per tal motivo, non è fatto alcun cenno di questa nuova direttiva, là dove l’autore parla dell’organizzazione per la raccolta dei viveri e dei provvedimenti intesi a trasformare l’economia agricola privata in economia comunista.
Il presente articolo, di valore essenzialmente storico, conserva però egualmente il maggiore interesse, in quanto che esso ci espone in una rapida sintesi, attraverso quale fasi sia passata la questione agraria in Russia prima e dopo la rivoluzione proletaria, giungendo fino ad oggi in cui una nuova fase s’inizia e che solo l’avvenire può dire quali e quanti benefici essa porterà.
Lo sviluppo dell’economia agraria è l’essenza dell’economia politica russa. Così è sempre stato e così è anche oggi.
Perché il fatto più importante, che nell’agricoltura s’impiega circa l’80% di tutta la mano d’opera, non è cambiato con la rivoluzione proletaria. Ed anche le questioni fondamentali sono sempre le stesse. Come si possono portare i contadini russi a conseguire una maggiore ripartizione del raccolto sui loro estesissimi territori? Come si può far corrispondere la spartizione del suolo e dei suoi prodotti al sistema politico dominante?
Per quanto concerne la prima questione, fino alla rivoluzione proletaria si cercò sempre di risolverla nello stesso modo; assicurare la più elevata produzione possibile a spese dei lavoratori; spingere al massimo la produzione. Ciò accadde dopo l’abolizione della schiavitù con il più brutale e più cinico sfruttamento del lavoro dei servi. Come ovunque, anche in Russia ciò doveva portare al risultato opposto l’economia della servitù falliva sempre più; si produceva appena il minimo occorrente al mantenimento dei contadini stessi.
L’abolizione della servitù non cambio molto lo stato delle cose; benché i gravami dei contadini, imposte, tributi, ecc., fossero ormai ben definiti e non lasciati all’arbitrio del singolo proprietario, essi erano però un carico quasi insopportabile. E ciò perché il contadino, nella maggior parte della Russia, possedeva troppo poca terra per potervi impiegare la sua intera forza lavoro, e perché per il suo analfabetismo, per la sua assoluta ignoranza dell’economia agraria scientifica, per il suo forte conservatorismo e per la sua miseria di generi alimentari, egli era troppo debole per sopportare così forti pesi.
Il contadino russo soffriva la fame mentre i cereali russi venivano spediti in Inghilterra ed in Italia.
Così l’intero sistema agrario della Russia andò incontro alla rovina.
Il sistema del «Mir»; la triplice forma dell’economia agraria e le ripetute e periodiche nuove spartizioni di tutte le terre dei contadini, impediva anche a quei pochi idealmente preparati di rom- perla col tradizionale e pessimo sistema economico per mezzo di un’unione delle organizzazioni del «Mir».
L’impoverimento dei villaggi agrari della Russia portò generalmente alla rivolta dei contadini nella prima rivoluzione russa. Dopo la sua sconfitta si cercò di attuare una riforma su basi borghesi. Questa fu la riforma agraria di Stolypin. I suoi scopi fondamentali erano politicamente: la creazione di una condizione agiata ai contadini, affinché essa costituisse una larga base per la classe borghese; economicamente l’abolizione dell’organizzazione del «Mir», l’unione delle parcelle giacenti in comune con i latifondi arrotondati per creare con ciò ai contadini progressisti la possibilità del progresso economico. In connessione con questa riforma si ebbe: l’annullamento del diritto degli abitanti lontani dal villaggio ad una quota in denaro nel luogo nativo, con ciò una definitiva separazione del proletariato industriale semicontadino dalla gleba: la proletarizzazione dei poveri del villaggio con suddivisione dei latifondi comunali in seguito allo scioglimento dei «Mir». Per tal fine si acquistò su vasta scala dai grandi proprietari di terre e si vendette ai contadini possidenti con l’aiuto di una banca agraria di Stato.
La riforma agraria di Stolypin fu iniziata con mediocre energia. Perciò la sua esecuzione si effettuò molto più lentamente che non il rivoluzionamento degli spiriti. Questa parve essere la sorte di ogni riforma agraria borghese. Il regime di Kerenski dette un certo impulso alla questione agraria, ma la soluzione si aggirava sempre più nei limiti borghesi. Con la rivoluzione proletaria venne la soluzione rivoluzionaria della questione agraria. Noi possiamo in essa distinguere quattro fasi.
La prima è la spartizione dei grandi latifondi. Essa si effettuò in modo rivoluzionario. Tutti i contadini, ricchi e poveri, vi parteciparono. Anzi, i contadini ricchi usurparono, nella maggior parte dei casi, una maggior quantità di terra, di bestiame e di macchine che non i contadini poveri. Politicamente questa fase rappresenta l’annientamento della classe dei latifondisti, che sola nell’intero territorio possedeva una diffusa organizzazione terriera capace di suscitare una controrivoluzione. L’intera massa dei nullatenenti, provvisoriamente indifferenziati negli averi e nella posizione sociale, venne con ciò guadagnata al sistema dei Soviet ed ai bolscevichi e sottratta per sempre ad ogni tentativo di restaurazione del regime zaristico dei grandi possidenti. Viva il sistema dei Soviet, viva i bolscevichi, fu il grido di tutti i contadini. Per la maggioranza di essi la rivoluzione era compiuta con la spartizione della terra e l’annientamento del latifondo. Essi volevano d’ora innanzi viver bene, vendere i loro prodotti sul libero mercato ai prezzi più elevati e non pagare alcuna imposta. Il contadino ricco è in realtà sempre un anarchico, non certo però idealista!
Per i contadini poveri invece, con la prima spartizione dei grandi possedimenti, la rivoluzione non era compiuta. Altrettanto per il proletariato industriale. Non lo era per i contadini poveri, perché essi con la prima spartizione ricevettero poca terra, per la lavorazione della quale non avevano né bestiame né attrezzi, e perché era rimasta la stessa ineguaglianza delle ricchezze e dei redditi. Fu questa la fase della rivoluzione che nella stampa e nella letteratura social-democratica dell’Europa occidentale fu definita con le seguenti parole: «La rivoluzione bolscevica ha aumentato nel paese l’ineguaglianza». Non lo era per il proletariato industriale, perché i contadini ricchi fornivano i mezzi di sussistenza ai cittadini soltanto ad alti prezzi o possibilmente in cambio di prodotti industriali. Per cui risolto il primo compito, la soppressione della grande proprietà, occorse procedere oltre e iniziare la lotta negli stessi villaggi contro i contadini ricchi.
Venne il periodo dei «Comitati dei poveri». Sotto la direzione di lavoratori industriali coscienti, furono creati in ogni villaggio comitati dei poveri per una nuova sistemazione della vita economica e degli averi. Si ebbe un’aspra lotta con i contadini ricchi – chiamati Kulaken in Russia – lotta che nella Russia centrale ha avuto il suo epilogo, ma che in quelle regioni, ove prima si dovettero spazzar via i controrivoluzionari, Caucaso, Siberia, Ucraina, è tutt’ora in corso.
II risultato dell’attività dei Comitati dei poveri fu il seguente:
1. II terreno fu in ogni circoscrizione nuovamente ripartito, proporzionalmente al numero dei singoli. In questa nuova spartizione fu compreso non soltanto l’antico latifondo, ma anche i grandi possedimenti dei contadini ricchi. A ciascuno tocco una parcella eguale. E’ naturale quindi che i contadini che prima erano i più ricchi, oggi, dopo l’applicazione della riforma agraria e la spartizione dei latifondi, abbiano meno terra di prima1. La spartizione della terra fra tutti i contadini nello stesso paese è stata eguale non c’erano per quanto riguarda il possesso della terra – né grandi, né piccoli possidenti.
2. I comitati dei poveri introdussero anche la equiparazione nel possesso dei mezzi di produzione mobili, animali ed attrezzi. Sotto forma di «Imposta straordinaria» venne confiscata una gran parte delle ricchezze dei contadini ricchi, assegnandola ai contadini poveri.
3. Infine i comitati dei poveri servirono, quando non era ancora bene organizzata la requisizione dei mezzi di sussistenza nella repubblica dei Soviet, come organi per la raccolta dei viveri. Col loro aiuto per la prima volta si poté spingere lo sguardo nelle provviste dei contadini ricchi e provvedere alla raccolta sul luogo.
Con l’attuazione dell’uguale ripartizione del suolo, con la graduale compensazione dei beni mobili e col compimento dell’organizzazione statale per la provvista dei viveri, i comitati dei poveri divennero superflui e scomparvero. Nell’esteso territorio della Russia non c’erano più né contadini ricchi, né poveri nel vero-senso della parola. C’era solo il contadino medio. Al posto del comitato dei poveri subentrarono i Soviet eletti da tutta la popolazione del villaggio.
L’intero sviluppo venne definitivamente sanzionato con un decreto del maggio 1920, il quale stabiliva come definitiva l’attuale suddivisione dei beni e proibiva per 12 anni ogni nuova spartizione delle terre dei villaggi.
La politica agraria della Russia dei Soviet si orienta ormai verso i contadini medi. Però i socialdemocratici dell’Europa occidentale, i quali del reale sviluppo nulla conoscono o nulla vogliono conoscere, dichiarano con arroganza che la tattica dei comitati dei poveri ha condotto alla rovina e doveva quindi essere abolita. E per quanto riguarda la politica dei contadini medi, essi dichiarano che la repubblica dei Soviet abbia fatto la pace o mirasse a farla coi contadini – in generale essa rinunzia alla lotta contro di essi ed altre cose senza senso.
Ma intanto lo sviluppo in Russia progredisce senza posa. Compiuta la equiparazione dei patrimoni e dei redditi, si lavora per la trasformazione del sistema d’economia agraria privata in economia comunista statale. II primo passo fu l’elaborazione e la diffusione del sistema del contingente. Una certa parte del prodotto della produzione agricola in ogni specie di generi, biade, foraggi, patate, verdura, carni, burro, uova, latte, pelli, lana, crine, corna, unghie, canape, lino, cotone, frutta, miele, ecc., doveva esser fornita allo Stato a prezzi determinati. Inoltre – e ciò è veramente socialista – non è il singolo contadino che è tenuto al dovere del fornimento, bensì l’intero villaggio come unità sociale.
Il modo secondo cui i contadini raccolgono fra di loro il contingente da ciascuno dovuto, risponde pienamente al loro vero interesse, il quale è regolato in modo assolutamente democratico, con consultazioni di tutti i componenti del villaggio. Nei villaggi russi c’è una democrazia genuina, perché gli abitanti per l’appunto non stanno fra di loro nei rapporti di sfruttati e di sfruttatori.
Il comune dovere al fornimento è un vincolo sicuro perché l’economia agricola privata possa interessare gli uni nel progresso economico degli altri.
Su questi principi fondamentali si sviluppano digià le più elevate forme della fusione dei contadini. Interi villaggi costituiscono un’unica organizzazione del lavoro -Artel- la più grande si divide in tre o quattro parti per la comune lavorazione del suolo, la comune attuazione dei miglioramenti, ecc.
La fusione talvolta è ancora più stretta. I contadini mettono insieme i loro campi e tutti i loro mezzi di produzione, formano una comunità, la quale non soltanto produce in comune, ma consuma anche in comune, non in base al numero dei lavoratori, ma in base al numero dei consumatori, delle «bocche» come si dice qui. Queste forme di sviluppo sono sostenute dal governo dei Soviet con tutti i mezzi possibili, con denaro, macchine, sementi e bestiame.
Ma questo sviluppo, per quanto proceda bene, non è abbastanza rapido. E necessario perciò fare un passo avanti verso la trasformazione. Questo è il programma dell’inverno di quest’anno e della primavera. Noi possiamo definirlo nella frase seguente Regolamento statale della produzione agricola. In tutta la Russia parliamo della Russia centrale che costituì ininterrottamente la Russia dei Soviet, poiché gli altri territori, come accennammo, si trovano in uno stadio di sviluppo incipiente si sono costituiti dei comitati di coltivatori.
Questi comitati devono insegnare ai contadini quanti cereali od altre specie di piante devono seminare, quando e quanto profondo essi devono arare, ecc. Non si tratta quindi di nozioni teoriche. L’animatore ed il direttore spirituale di questa opera grandiosa, il compagno Ossinsky, ne definì lo scopo nei seguenti termini: Noi dobbiamo arrivare al punto che l’intero villaggio lavori la terra come il migliore e più intelligente agricoltore di questo circondario. Dunque, organizzazione proletaria del lavoro sotto la obbligatoria direzione degli organi statali2. Per assicurarne i risultati, vennero prese dallo Stato ai contadini le sementi necessarie per le semine primaverili e ad essi furono date invece a primavera granaglie scelte della migliore qualità; specie analoghe vennero dallo Stato assegnate immediatamente alla produzione. Ciò è un importante passo verso la socializzazione dell’economia rurale. Non l’ultimo. In Russia ora vengono costruite potenti «trattrici» – moto aratrici a benzina – qualcuna viene importata anche dall’America. Lo Stato farà arare pei contadini vaste estensioni di terra nera, con ciò entro l’anno, anche senza concimi, è assicurato un elevato raccolto. Utilizzazione comune delle nuove macchine che non vengono lasciate alla proprietà privata dei contadini. Alla fine, sarà lasciato all’economia privata del contadino soltanto il governo della casa.
Questo sviluppo non è necessario soltanto per dirigere lentamente i contadini verso il sistema dell’economia comunista, ma anche per aumentare la produzione. Non dobbiamo dimenticare che nella Russia le condizioni della ripartizione del suolo erano molto varie. Precisamente nella Russia centrale l’estensione del latifondo era molto limitata3. Trascurabile perciò l’aumento del terreno dei contadini. Poiché il raccolto in seguito ai sei anni di guerra accennava a scemare4 e per i difetti del commercio libero si manifestava fra i contadini la tendenza al ritorno all’economia domestica, ciò che influì, in seguito, sulla produzione collettiva, ed infine si era fortemente elevato il consumo dei contadini stessi in mezzi di sussistenza5, ci fu nella Russia centrale, con la relativa densa popolazione, malgrado la spartizione dei latifondi una nuova crisi agraria, o con espressione più mite, una questione agraria.
In vasti territori la terra divisa tra i contadini secondo il numero degli individui, con l’attuale sistema d’economia primitiva è appena sufficiente per soddisfare i loro bisogni. Mentre all’Est, nei territori del Volga e della Siberia, milioni e milioni di ettari di terreno fertile giacciono senza padrone, vaste estensioni che una volta all’anno vengono falciate dai militari, fondi di riserva in terreni della Repubblica dei Soviet, intorno a Mosca vi sono delle località dove anche oggi c’è bisogno di terra. Perciò la direttiva della politica agraria dei Soviet mira ai seguenti scopi:
- Miglioramento dell’economia agricola sfruttando la terra esistente nel modo migliore.
- Grandiosa colonizzazione, mediante lo stabilirsi della popolazione agricola esuberante nei territori del centro nelle terre libere del Volga e della Siberia, dove è digià possibile la vita sociale nelle più elevate forme collettive.
***
Qualche lettore troverà che il sunto ch’io do qui sullo sviluppo della politica agraria russa, non è così chiaro come lo si desidererebbe. La colpa non è mia. Io non scrivo nulla d’oscuro; sono gli avvenimenti in continuo movimento, come deve appunto avvenire in una rivoluzione. Delle linee di sviluppo in alcune parti sono giunte allo scopo, in altre invece incominciano ora. Talvolta si cerca di raggiungere un determinato grado di sviluppo o di superarlo. La vita nella Russia dei Soviet, uno Stato di 100 milioni di uomini che abitano una grande estensione di terra, non si può descrivere in una sola maniera. Forse sarebbe possibile dare descrizioni particolareggiate dei singoli tratti di territorio.
Note
La coltura proletaria e il Commissariato dell’Istruzione Pubblica
di A. LOUNATCHARSKI
L’articolo che segue e che è stato più volte riprodotto nella stampa russa, inizia i nostri lettori ad una polemica che ha avuto luogo all’inizio del 1919 fra la Sezione d’Istruzione pubblica di Mosca e il Comitato Centrale dei Proletcult di Russia. Il progresso rivoluzionario aveva inevitabilmente fatto nascere in tutti i domini delle istituzioni multiple, che sembravano rispondere a bisogni diversi, e furono poi riconosciute in pratica come facenti doppio lavoro. Da ciò la campagna giustificata e feconda intrapresa contro il «parallelismo». Da ciò la semplificazione crescente dell’organismo amministrativo ed il cammino verso un sistema razionale corrispondente alle grandi divisioni della vita sociale. L’articolo scritto da Lounatcharski, diretto a dimostrare che l’assorbimento degli istituti di coltura proletaria da parte delle sezioni d’istruzione pubblica dei Soviet, non è ancora indicato, definisce mirabilmente le funzioni dei due organi: l’uno laboratorio di studio e di creazione, rigorosamente riservato al proletariato industriale; l’altro, apparecchio d’insegnamento, che trasmette a tutte le classi le parti positive della coltura tradizionale. Le sezioni d’istruzione pubblica hanno a loro disposizione una rete, incessantemente allargata a tutta la Russia, di scuole di lavoro dei tre gradi con le scuote speciali e professionali, le forme diverse e multiple dell’insegnamento extra-scolastico (corsi, conferenze, teatri, cinematografi, circoli, concerti, pubblicazioni…). I Proletcult non esistono che nei centri industriali; essi non si rivolgono che ai giovani operai e dànno loro la possibilità, ogni giorno dopo il lavoro, nello «studio», cioè nel laboratorio o nel seminario da essi scelto, di coltivare liberamente fra compagni, con maestri chiamati da essi, se lo desiderano, il loro talento originale. Ci sono dei «studi» di pittura, di scultura, di musica, di canto corale, di danza, di letteratura, di poesia, d’arte teatrale…
Un decreto del Comitato Centrale esecutivo ha messo fine alla polemica, adottando il punto di vista di Lounatcharski e facendo del Protetcult un organo autonomo che dispone d’un bilancio a parte nel bilancio generale dell’Istruzione pubblica. Da ciò si vede quanto sia lontano il Governo dei Soviet dal vandalismo dei nostri borghesi, sempre disposti a far datare ogni coltura dalla loro rivoluzione, e nello stesso tempo assolutamente incapaci ad ammettere che un’altra coltura possa essere edificata da un’altra classe. Il proletariato, con il potere dei Soviet, abbraccia i tempi; egli si nutrisce del passato per trionfare del presente e creare l’avvenire.
Quando in compagnia d’alcuni compagni, convocai a Mosca, pochi giorni prima della rivoluzione d’ottobre, una conferenza per lo studio delle questioni di coltura proletaria, è certo che io mi raffiguravo la funzione e l’importanza dell’organizzazione uscita da questa conferenza e che prese in seguito il nome di «Proletcult», sotto una forma ben differente da quella che essa ha oggi.
In quest’epoca, il potere era puramente borghese, ed era su di un terreno estraneo ed anche in parte ostile al governo che il proletariato, abbandonato alle proprie forze, doveva cercare la sua via verso una propria civiltà.
Elevare il livello intellettuale, morale ed estetico del proletariato, aiutarlo a creare in tutti questi domini una coltura originale e propria alla sua classe, ecco il duplice compito che incombeva alla nuova organizzazione.
Fin dall’inizio, io attirai l’attenzione sul parallelismo perfetto esistente fra il Partito Comunista nel campo politico, i Sindacati nel campo economico, e il Proletcult nel campo morale.
Attualmente tutto è cambiato noi dobbiamo porci di nuovo la questione dei rapporti che devono esistere fra il Partito Comunista ed il Governo soviettista: ricercare le leggi che devono regolare le mutue relazioni fra le associazioni professionali da una parte, il Consiglio Economico Nazionale e gli altri organi economici dello Stato Soviettista dall’altra; definire il confine da stabilire fra il Proletcult ed il Commissariato dell’Istruzione pubblica.
Non mi soffermerò ora sulle due prime questioni, se non per dire che non viene in mente a nessuno di dichiarare superfluo il Partito e di sopprimerlo con il pretesto che i membri del suo Comitato Centrale sono quasi identicamente gli stessi di quelli del Consiglio dei Commissari del popolo o del Bureau del Comitato Centrale esecutivo o ancora di qualche altro organo dello stesso genere; non viene in mente ad alcuno di dire che il Partito ed il Potere dei Soviet fanno due volte lo stesso lavoro.
Tutti comprendono che tutto ciò va bene così, poiché il lavoro è fatto in realtà del proletariato comunista cosciente, di cui il Partito ed il Potere dei Soviet non sono attualmente che gli organi.
II proletariato, dopo aver messo le mani sul potere governativo e preso possesso di tutta l’eredità culturale del paese, doveva bene inteso creare gli organi necessari alla trasformazione delle scuole di ogni specie, biblioteche, musei, teatri, concerti, esposizioni, riviste, ecc., ecc., in strumenti di educazione proletaria.
Cosa significano queste parole: educazione proletaria? Significano in primo luogo che il proletariato deve assimilare i valori umani della scienza e delle arti senza di che è impossibile essere un uomo istruito, senza di che il proletariato resterà un barbaro, e non potrà mai usufruire veramente né del potere, né degli strumenti di produzione dei quali s’è impadronito.
Questo è un compito gigantesco.
Ad esso dobbiamo aggiungerne un’altro: l’educazione proletaria deve comprendere egualmente l’espansione delle pure idee proletarie prima nei centri meno rischiarati del proletariato stesso, in secondo luogo fra le masse contadine ed in generale fra tutti i lavoratori manuali, infine fra gli intellettuali.
II proletariato possiede già un tesoro d’idee che si possa considerare come indiscutibile?
In alcuni campi, si: le parti più elaborate del marxismo, in particolare nel dominio della sociologia e dell’economia politica, in minor grado in quelli della storia e della filosofia, possono attualmente pretendere in modo ben determinato ad un posto legittimo, ad un primo posto nelle università, biblioteche, ecc.
I fondamenti del nostro programma politico e pratico sono un meraviglioso tesoro che la nostra propaganda politica deve riuscire a far conoscere a tutti ed a ciascuno. Ecco perché essi devono essere diffusi a cura di tutti gli organi del potere governativo.
Ma se consideriamo questi puri elementi proletari assimilati dall’apparecchio governativo e portati da lui nella coscienza delle masse, noi vediamo ch’essi occupano un posto relativamente piccolo in ciò che costituisce il lavoro dello Stato in materia culturale.
Chi può negare ad esempio che nell’insegnamento delle scienze noi dobbiamo approfittare oggi di tutta l’esperienza accumulata? Forse riusciremo a modificare in una certa misura i metodi di’nsegnamento, ma ciò non avverrà che con un processo estremamente lungo.
Nel dominio delle arti, noi non dobbiamo in nessun caso lasciare il proletariato estraneo a tutte le mirabili opere accumulate dal genio dell’umanità.
Qui incontriamo due opinioni estreme contro le quali bisogna accuratamente mettere in guardia il proletariato che entra nella carriera del lavoro culturale.
Vi sono alcuni i quali dicono che diffondere la scienza e l’arte antica, è servire i gusti borghesi e contaminare il giovane organismo socialista col sangue d’un vecchio mondo in decomposizione.
I rappresentanti estremi di questo errore sono poco numerosi, ma il male che essi potrebbero fare può esser grande. E notevole che alcuni partigiani della coltura proletaria, pieni più di zelo che di buona inspirazione, cantano qui all’unisono con i futuristi, i quali di quando in quando confessano il loro desiderio di distruzione fisica di tutta la civiltà antica e vorrebbero chiudere il proletariato nelle esperienze fino ad oggi assolutamente non convincenti alle quali si riduce per essi l’arte.
No, lo ripeto per la millesima volta, il proletariato deve rivestire l’armatura completa della coltura umana. Esso è una classe storica, deve andare avanti senza romperla con tutto il passato. Rigettare le scienze e le arti del passato sotto il pretesto che sono borghesi è così assurdo come il rigettare sotto lo stesso pretesto le macchine o le ferrovie.
L’altro estremo consiste nel dire, tuffandosi nell’eccesso di questa universale coltura scientifica o artistica ecco il vero lavoro che s’impone al proletariato, basta migliorare tutto ciò, rivestirlo per così dire d’uno strato esteriore di sociologia marxista, ricoprirlo del programma comunista, e noi non abbiamo bisogno d’altro.
Non ci si opporrà mai troppo a questa concezione. La grande classe proletaria rinnoverà progressivamente tutta la civiltà dall’alto fino al basso. Essa si costruirà uno stile degno di lei, che si manifesterà in tutti i domini dell’arte e vi metterà un’anima nuova. Il proletariato modificherà la struttura stessa della scienza fin d’ora, si può prevedere il senso nel quale si svilupperà la sua metodologia.
Se noi vogliamo attualmente imporre allo Stato ed ai suoi organi di diffondere unicamente ciò che è nuovo, ciò che è proletario, noi condanneremmo il proletariato alla barbarie, gli taglieremmo le radici, e non avremmo da meravigliarci se i frutti del suo lavoro creatore nel dominio della scienza e delle arti sarebbe tardo e debole.
II compito dello Stato, è quello di diffondere le conoscenze assolutamente indiscutibili che il proletariato non ha conquistato che in qualche dominio immediatamente, legato alla sua campagna politica, in seguito poi si tratta di spargere largamente nel campo proletario tutti i materiali infinitamente ricchi e fecondi di cui egli è l’erede.
Ma se dopo ciò si dichiarasse che si può restare indifferenti alle ricerche originali del proletariato, al lavoro dei rappresentanti della classe operaia che cercano di elaborare nuove forme d’arte e metodi scientifici originali, si cadrebbe di nuovo nell’errore più grossolano.
Così le due funzioni sono nettamente e chiaramente fissate il «Proletcult» non deve in nessun caso considerare le prime manifestazioni dell’arte e del pensiero proletario, ad eccezione dei dati del socialismo scientifico, senz’altro come un valore, né cercare di sostituirle ai valori delle civiltà delle epoche precedenti. Non è nemmeno suo compito quello di cercare diffondere la conoscenza di tutte le branche della coltura umana per mezzo dei suoi organi nel primo caso esso dimostrerebbe la più imprudente presunzione, che bisogna lasciare interamente ai futuristi; nel secondo s’ingerirebbe in un lavoro che non è il suo e che il proletariato compie con un’altra mano, con gli organi dello Stato.
Ma il Proletcult deve concentrare tutta la sua attenzione sui lavori di laboratorio, sulla scoperta ed il sostegno dei talenti originali del proletariato, la creazione di circoli di scrittori, d’artisti e di giovani sapienti d’ogni sorta tolti dalla classe operaia, la creazione dei laboratori multiformi e d’organizzazioni viventi in tutti i campi della coltura fisica e morale, con l’intenzione invariabile di sviluppare con questo mezzo il seme libero e fecondo nascosto nell’anima proletaria.
Lo Stato proletario, più esattamente lo Stato operaio e contadino, non può non mostrare la più grande fiducia e la più grande sollecitudine per le giovani organizzazioni di questa specie, destinate a diffondere poco a poco quella luce e quel calore che un giorno sorpasseranno infinitamente tutta l’eredità di cui godiamo attualmente, ed edificheranno nel campo della civiltà il nuovo mondo che noi abbiamo fondato in quella della vita economica.
E’ per questo che io considero come assolutamente illegittime le tendenze della Sezione d’Istruzione pubblica del Soviet di Mosca a sopprimere il «Proletcult», senza pensare che esse non possono essere coronate da successo, poiché tutti gli altri Soviet della Russia hanno un’altro punto di vista.
Sarebbe assolutamente assurdo interdire al proletariato di Mosca d’avere un’organizzazione per elaborare nuovi valori colturali, quando quasi ogni città ha già la sua.
Ora, sopprimere dappertutto i «Proletcult» che hanno preso un’enorme estensione e dànno dei frutti estremamente preziosi, il Soviet di Mosca, fortunatamente, non lo può fare.