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La “distensione”, aspetto recente della crisi capitalistica (Pt.1)

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Sulla “fine della guerra fredda” circolano decine di teorie che pretendono di spiegarne le cause. La più idiota di tutte ci appare quella – affastellata dalla stampa americana e rilanciata da quella italiana – che tira in ballo il vecchio trito argomento del “pericolo cinese”. Secondo gli autori, l’accostamento russo-americano, reso evidente dal viaggio di Krusciov in America, sarebbe imposto dalla necessità di predisporre un argine su scala mondiale alle future spinte espansionistiche… della Cina. La potenza cinese, ci vengono a raccontare codesti scrittori di fantapolitica, non mancherà di dilatarsi, sia sul piano industriale che demografico, e inevitabilmente nel prossimo futuro costituirà un grave pericolo, non solo per l’Occidente, ma per la stessa Russia. Non sarà spinta la grande marea gialla sino a travolgere le frontiere russe e straripare nel grande spazio siberiano? Non vorranno i cinesi rivendicare a sé l’attuale Asia russa, già appartenuta a popoli asiatici e in parte all’Impero cinese, e colonizzata dallo zarismo? E chi può ignorare che già altra volta, nel Medioevo, l’Europa ha subito gli orrori dell’invasione mongola? E via di questo passo.

I signori della stampa democratica e atlantica intendono spaventarci, come già tentò a suo tempo un altro inventore di romanzacci politici, Mussolini, dandoci a intendere che Russia e America sarebbero spaventate del “pericolo cinese”, cioè di una minaccia che potrebbe maturare al massimo tra due o tre decenni – ammesso che l’industrializzazione dello spazio cinese non subisca inversioni di marcia – più che da una minaccia attuale costituita dagli spaventevoli arsenali che rispettivamente posseggono e senza posa riforniscono. Ma c’è di più. Lor signori pretendono di farci bere la più assurda delle fandonie, e cioè che gli Stati possano pianificare una azione comune, predisporre una meta da raggiungere e scegliere la via più adatta per arrivarci. Quando mai è successo qualcosa del genere, non diciamo nella fase dell’imperialismo, ma in tutta la storia del capitalismo e dello Stato nazionale? C’è un solo modo per riuscire a mettere d’accordo gli Stati del mondo: sopprimerli tutti e impiantare sulle loro macerie uno Stato mondiale, governato dal partito comunista. Ma non di ciò intendiamo parlare e nemmeno sulla nuova edizione da “giallo” politico che riporta sulle prime pagine dei giornali il “mistero cinese”.

I lettori già conoscono le nostre opinioni circa la “guerra fredda” e la “distensione”. Essi ricorderanno che nemmeno nei momenti più impressionanti della storia di questi anni abbiamo creduto che Russia e Stati Uniti fossero in procinto di porre mano alle armi e dare il via alla terza guerra mondiale. Ci siamo rifiutati di crederlo, non perché siamo convinti che l’enorme potere distruttivo delle armi moderne abbia reso evitabile la guerra imperialistica, ma perché le risultanze del nostro studio sulle condizioni della economia capitalistica mondiale escludevano l’ipotesi dell’avvicinarsi della grande crisi catastrofica che in futuro porrà il dilemma: guerra mondiale o rivoluzione proletaria.

Né abbiamo escluso, quando tutta la stampa benpensante cianciava di “cortine di ferro” e di “mondi diversi e opposti”, una svolta nelle relazioni russo-americane. Anzi, abbiamo insistito nella tesi che le due super-potenze tendevano in realtà ad un condominio mondiale. Inconciliabili e non idonei alla coesistenza sono, secondo noi, il capitalismo e il socialismo, lo Stato nazionale e imperialista borghese e lo Stato della classe operaia. Ma non si può definire, alla luce dei principi marxisti, l’economia sovietica come socialista, e lo Stato di Mosca come Stato della classe operaia. Da questa analisi economico-sociale scaturiva la tesi nostra, secondo la quale non sono da escludere, nei rapporti tra la Russia e gli altri Stati, né il conflitto politico-militare, né la coesistenza o addirittura la coalizione.

La rivalità e il conflitto non si possono estirpare nei rapporti tra gli Stati nazionali, guardiani e gendarmi al servizio di macchine produttive fondate sullo sfruttamento. La coesistenza pacifica dei popoli, che non consista in una tregua tra una guerra e l’altra, è possibile unicamente in un mondo da conquistare, nel quale la macchina produttiva sia costruita in modo da eliminare lo sfruttamento di una classe sull’altra e lo squilibrio tra produzione e consumo determinato inevitabilmente del fatto che i frutti del lavoro umano, e lo stesso lavoro umano, siano merci da scambiare e da accumulare. Nel capitalismo la guerra è inevitabile, perché la stessa società, in ogni giorno, in ogni minuto della sua esistenza, è teatro di una guerra atroce delle classi dominanti contro le classi sfruttate e oppresse. Non ci può essere pace, ma soltanto tregue armate, tra gli Stati, perché dentro i confini di ogni Stato è perennemente in atto la guerra sociale, che è sempre guerra anche quando le classi sfruttate sanno reagire agli sfruttatori soltanto con i mezzi impari della lotta rivendicativa e della inane competizione elettorale.

Fortemente ancorati a questi principi, siamo passati attraverso la “guerra fredda” senza lasciarci convincere nemmeno per un istante che il conflitto, politico e militare che ha opposto i due blocchi, fosse una traduzione in forme nuove della lotta di classe tra capitalismo e comunismo. Per le stesse ragioni, il profilarsi della “distensione” non ci ha fatto perdere la bussola. Tale accadimento era stato posto da noi, fin da quando si cominciò a parlare di “guerra fredda”, nel novero delle concrete eventualità. Quanti articoli abbiamo pubblicato, nei quali sostenevamo la tesi che il conflitto russo-americano avesse per oggetto, non la maniera di cambiare il mondo, ma di spartirselo!

Cause della “guerra fredda”

Praticamente non diremo nulla di nuovo, ripresentando le nostre opinioni circa la tanto strombazzata “distensione”. Sarà però utile, mentre la stampa al servizio dei blocchi militari propala interpretazioni menzognere dell’odierno trapasso della politica mondiale, ricapitolare quanto già detto sull’argomento in altre occasioni. Come e perché si è arrivati alla fine della “guerra fredda”? A tali interrogativi si può rispondere, ovviamente, cercando anzitutto di assodare perché la “guerra fredda” ebbe inizio.

1) Il conflitto post-bellico che ha portato alla formazione delle grandi coalizioni politiche e militari del Patto Atlantico e del Patto di Varsavia, non ha tratto origine dalla lotta di classe fra proletariato e borghesia. La seconda guerra mondiale fu la conseguenza inevitabile del riflusso dell’ondata rivoluzionaria che nel primo dopoguerra portò alla costituzione della Internazionale comunista e alla dittatura del proletariato in Russia. Il ripiegamento della rivoluzione comunista, ad opera soprattutto delle socialdemocrazie traditrici che in Europa riuscirono a deviare l’impeto delle masse, e la ancora più micidiale ondata di opportunismo e di rinnegamento rappresentata dallo stalinismo straripante, che le immobilizzò mentre il fascismo internazionale puntava verso la guerra, furono all’origine della seconda guerra imperialistica. Era assurdo pensare che lo stalinismo, sotterratore della sinistra rivoluzionaria della Terza Internazionale, unica erede del movimento marxista e del leninismo, potesse riprendere la guerra di classe contro le Potenze capitalistiche, che aveva avuto alleate nel corso del conflitto.

È vero, invece, che nel dopoguerra l’enorme pressione esercitata sulla Russia da tutto il restante mondo borghese ebbe l’effetto di accelerare il processo di degenerazione e di involuzione sociale già iniziato ad opera dello stalinismo, portandolo alle fasi finali che oggi osserviamo. Non è il luogo di rifare la storia della marcia a ritroso della Russia stalinista – dalle prime rudimentali forme di comunismo all’attuale stadio di grande industrialismo che è di indiscutibile natura capitalista, perché fondato sul mercantilismo, sul salariato, sulla divisione aziendale del lavoro ecc. È chiaro, però, che il passaggio dallo stalinismo al krusciovismo decentralizzando la direzione dell’apparato produttivo, ricostituendo sostanzialmente la piccola proprietà contadina nelle forme pseudo collettivistiche dei colcos, gonfiando a dismisura la sfera delle attività commerciali, ha liquidato le residue forme di controllo sociale delle attività economiche che un potere rivoluzionario operaio deve esercitare in vista della trasformazione in senso socialista della società.

In sintesi, la “guerra fredda”, esaminata dal punto di vista sociale, non ha intaccato il potere del capitalismo fuori della Russia e dei suoi alleati, mentre ha accelerato e portato a compimento il più che trentennale processo di imbastardimento capitalista della struttura sociale russa. Ai kruscioviani è riuscito ciò che ancora non era riuscito agli staliniani. La “guerra fredda” ha cancellato ogni residua differenziazione sociale tra Occidente e Oriente, ha fatto la Russia “più simile” ai paesi capitalistici. E ciò, anticipando le nostre conclusioni, rappresenta uno dei fattori della chiusura della guerra fredda.

2) Il conflitto che, poco dopo la conclusione della seconda guerra mondiale, ha messo di fronte gli Stati Uniti e la Russia, non ha avuto per oggetto l’Europa. Tale affermazione può essere respinta da coloro che ancora credono, essendo vittime di pregiudizi nazionalistici o razziali, che l’Europa, la vecchia Europa che diede alla luce il capitalismo e il colonialismo, possa rimanere oggetto di contesa. In realtà, l’Europa non è più da spartire dall’epoca delle Conferenze di Yalta e di Potsdam (1945), cioè da quando fu irrimediabilmente spartita. Ad onta degli aspetti spettacolari, assunti dalla crisi di Berlino (quella del “ponte aereo”) o dalla recente rivolta ungherese; ad onta delle grottesche fatiche di Sisifo della diplomazia russa e americana che periodicamente inscenano ipocrite trattative sulla “questione tedesca”, che regolarmente si concludono con un nulla di fatto, Mosca e Washington non hanno nulla da dirsi circa l’Europa. Hanno interessi convergenti, in quanto hanno da lottare quotidianamente, nel vecchio continente, contro un nemico comune: il neutralismo, o per essere precisi, le tendenze terzaforziste locali.

La passata politica del Dipartimento di Stato che, per bocca di Foster Dulles, propugnava la “liberazione dei paesi dell’Europa orientale”, era in realtà un capolavoro di ipocrisia. Gli Stati Uniti, anche se potessero ottenerlo costringendo care [sic] un conflitto mondiale, non farebbero una buona politica (dal loro punto di vista) costringendo i russi a ritirarsi entro i loro confini statali. E si capisce il perché. La “liberazione” delle democrazie popolari colpirebbe alle radici il Patto Atlantico che fu fondato, cioè imposto dagli Stati Uniti ad una Europa sconquassata dalla guerra e bisognosa degli “aiuti” americani, sotto il pretesto di erigere una “diga” contro il “comunismo sovietico”. In fondo, ogni legnata che uno dei padroni imperialistici dell’Europa assesta al nazionalismo europeo, riesce vantaggiosa anche per l’altro padrone. A riprova di ciò sta il fatto che ad opporsi alla “distensione”, cioè ad una stretta collaborazione tra Mosca e Washington, sono proprio le forze politiche espresse da borghesie – quali quelle di Francia e di Germania – che hanno o credono di avere maggiori possibilità di realizzare una “terza forza” continentale, inserita tra i colossi di Occidente e di Oriente.

Se la “guerra fredda” realmente finirà, ciò non accadrà perché Stati Uniti e Russia abbiano raggiunto un accordo circa la sistemazione da dare all’Europa. Tale accordo esiste, ripetiamo, dall’epoca di Yalta e Potsdam, e nessuna delle parti ha interesse a modificarlo. Una cosa è certa: che i contrasti che oppongono gli Stati europei gli uni all’altro (vedi le opposte coalizioni commerciali capitanate rispettivamente da Londra e dall’asse Parigi-Bonn, le rivendicazioni territoriali che hanno per nome Alto-Adige, linea Oder-Neisse ecc.) sono denunciati da fatti concreti, mentre i contrasti russo-americani in Europa sono soltanto verbali e cartacei.

Naturalmente, non pretendiamo negare quanto è accaduto negli anni passati in Europa, e soprattutto ignorare ciò che i popoli europei hanno dovuto soffrire per lo scoppio della rivalità post-bellica tra America e Russia. Se la gente ha sopportato la miseria, il terrore, le persecuzioni, le repressioni sanguinose, ciò è successo anche perché alle già dure condizioni sociali che il capitalismo perpetua, in guerra come in pace, si è sovrapposto il conflitto imperialistico, che localmente ha servito alle borghesie dominanti per rafforzare i propri apparati statali di repressione. D’altra parte lo spettro della guerra atomica, costantemente evocato dalla stampa e dalla radio, non ha impedito il riarmo, ma riusciva a gettare le masse in un vile pacifismo sociale.

Si comprende bene che alle incancrenite contraddizioni europee spetta un posto di relativa importanza tra le cause profonde del conflitto russo-americano, se si tiene presente che soltanto in Europa, cioè proprio nel continente che aveva dato l’avvio alla seconda guerra mondiale, fu possibile procedere ad un assetto politico, a ostilità cessate. Naturalmente si trattò di un assetto che assomigliava molto ad una camicia di forza che i vincitori del conflitto – e si tratta di vedere se tra questi può figurare la Gran Bretagna, considerando le enormi mutilazioni inferte al suo impero finanziario e coloniale – applicavano ai popoli europei sottomessi o “liberati”. Ma uno assetto comunque ci fu. Il vulcano fu messo a tacere. Era da più di quattro secoli, cioè dal tempo in cui i “conquistadores” e i negrieri della cristiana e civile Europa iniziarono il grande capitolo della colonizzazione, che esso eruttava morte e distruzione nel mondo.

3) La “guerra fredda” fu determinata dalla profonda influenza che sulle relazioni russo-americane esercitò il grandioso sconvolgimento sociale che certo rappresenta il fatto più importante di questo secolo dopo la Rivoluzione Socialista Russa: la rivoluzione anticoloniale dei paesi dell’Asia, dell’Africa, dell’America Latina. Un ferreo determinismo regola, nelle società di classe, il corso della storia. Le armate americane e russe, incontrandosi nel cuore della Germania nazista, mettevano fine al primato imperialistico dell’Europa borghese. L’occupazione militare mirava a mettere sotto chiave la Rivoluzione e ci riusciva. Ma quale forza umana avrebbe potuto immobilizzare gli altri continenti che si levavano contro il colonialismo? I governi degli Stati vincitori già avevano prestabilito dei piani per la messa sotto controllo del Vecchio Continente, ed ebbero solo bisogno di perfezionarli. Applicarli non fu difficile, anche perché le decrepite borghesie europee, prive ormai di fiducia in se stesse, non chiedevano di meglio che porsi sotto la protezione dei vincitori.

Ma per il non previsto scoppio della rivoluzione anticoloniale i vincitori non avevano, né avrebbero potuto predisporre, dei piani. Esisteva, invero, nella mente degli imperialisti americani il disegno di sostituirsi al Giappone nel controllo dell’Asia orientale, come provano i bombardamenti atomici di Hiroshima e Nagasaki: né il corrotto regime di Ciang Kai-scek costituiva certo un ostacolo alle mire espansionistiche americane. Per non diverse ragioni era scoppiato nel 1904 il conflitto russo-nipponico. Tuttavia, Mosca aveva dovuto, almeno apparentemente, rassegnarsi alla infiltrazione americana in Cina. Chi ha dimenticato il tempo in cui Ciang, creatura degli americani, figurava come il Quinto Grande? Ma il popolo cinese, tormentato da una crisi che da oltre cento anni sconvolgeva il paese, non accettava di subire passivamente una nuova forma di colonialismo. E non l’accettarono gli indiani, gli indonesiani, i birmani, i malesi, gli arabi, i malgasci, i negri, cioè la stragrande maggioranza degli abitanti della Terra.

Non era bastato, per risolvere la crisi mondiale, imporre all’Europa un regime di occupazione, che pure era necessario (dal punto di vista imperialistico) se dura tuttora. E come poteva bastare, se ben tre continenti, finora soggetti al colonialismo e al semi-colonialismo, si alzavano contemporaneamente in piedi? La rivoluzione anticoloniale poteva trovare consensi sia a Mosca che a Washington, perché entrambe ambivano a soppiantare nelle colonie gli antichi padroni. Ma poneva problemi tremendi, specialmente agli americani, i quali dovevano badare non solo a contrastare l’operato dei russi, ma altresì a fronteggiare le velleità di rivolta dei propri alleati, che ferocemente lottavano per conservare i loro traballanti imperi coloniali. Bisogna pensare all’enorme posta in gioco, alle ingentissime risorse naturali rinserrate nel sottosuolo dei paesi coloniali come ai prodotti delle piantagioni, ai territori di importanza strategica, alle enormi riserve di mano d’opera a bassissimo costo, per comprendere la portata dello sconvolgimento che la rivoluzione anticoloniale determinava nell’equilibrio tra le potenze imperialistiche.

Bisogna immaginare in quali condizioni si troverebbe oggi la Russia se fosse riuscito il piano americano di espansione nell’immenso spazio cinese. E in quali condizioni si troverebbe l’America se i mutamenti apportati dalla rivoluzione nazionale in Asia avessero consentito allo Stato Maggiore di stringere alleanze militari e installare basi aeronavali nei territori relativamente vicini alle frontiere asiatiche della Russia. Identiche considerazioni si potrebbero fare per quanto riguarda il Medio Oriente, l’Africa del Nord, l’America Latina.

Ciascuno dei due rivali imperialistici temeva come la morte un eccessivo ingrandirsi dell’altro; e di questi reciproci terrori si sono avvalsi certamente i popoli ex coloniali per arrivare all’indipendenza. Per rendersi conto dello stato di odio, e di paura, nel quale l’imperialismo era piombato, bisogna riandare con la mente all’ondata maccartista che sommerse gli Stati Uniti, ai processi che gettarono nel terrore le “democrazie popolari”, e soprattutto alla orribile guerra di Corea. Che il primo scontro militare tra americani e russi sia avvenuto in Corea, benché i russi non partecipassero con proprie truppe al conflitto, sta a provare che la “guerra fredda” fu provocata dalla necessità di procedere ad una nuova divisione del mondo a seguito della dissoluzione degli imperi coloniali. Quali sono le cause che ne stanno provocando la fine?