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Perché la Russia non è socialista? Pt.6

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Il falso socialismo dei kolchoz

Questo compromesso non deve essere attribuito al pensiero lungamente maturato di un capo geniale, come l’hanno osannato gli adulatori servili di Stalin in tutti i paesi, ma alle esigenze dispotiche di condizioni politiche ed economiche ben precise che non possiamo analizzare senza rifarci allo scontro di posizioni, già rievocate sulle colonne della nostra stampa, all’interno del partito bolscevico sulla questione agraria. Si vedrà che la sinistra di Trotsky dava la priorità allo sviluppo dell’industria come premessa indispensabile alla ripresa dell’agricoltura, mentre la destra di Bukharin puntava sull’accumulazione di capitale da parte delle classi medie delle campagne. Di quel dibattito bisogna ricordare la differenza categorica che esso mette in luce fra le preoccupazioni della sinistra e della destra del partito e quelle del centro staliniano, il quale d’altronde ben poco si curava della giustezza delle tesi in contrasto; ciò che gli importava, in quanto espressione politica dello Stato nazionale russo, era l’eliminazione spietata dell’ultima falange internazionalista del partito. Lo stalinismo agiva già sul suo terreno specifico: l’abbandono della lotta per la rivoluzione mondiale, la stabilizzazione e il consolidamento delle strutture esistenti, la trasformazione del centro di direzione rivoluzionaria del proletariato mondiale in un puro e semplice apparato statale nazionale. Delle intenzioni e delle ambizioni di Stalin, né Trotsky né Bukharin avevano ancora piena coscienza, tanto era cruciale, rispetto alle sordide manovre del “segretario generale”, l’importanza delle decisioni sulle quali si dividevano. Nessuna di queste poteva avere efficacia duratura se la rivoluzione internazionale non ritrovava il suo respiro e, in questa attesa, le diverse posizioni assumevano, per i loro appassionati difensori, la forma di un “tutto-per-tutto” che li portava all’intransigenza, non alla conciliazione. Agli occhi di Trotsky, il quale non vedeva altra salvezza che in un’energica industrializzazione, Bukharin, politicamente utilizzato e difeso da Stalin, appariva come il difensore del contadino ricco. Per Bukharin, l’industrializzazione prioritaria era gravida di implicazioni burocratiche e meglio valeva che l’accumulazione del capitale, di cui si sarebbe venuti a capo in seguito, fosse affidata ad una borghesia rurale. L’asprezza del conflitto fra sinistra e destra, egualmente impegnate a mantenere le basi economiche meno sfavorevoli alla dittatura del proletariato, nascondeva ad entrambe la minaccia che pesava sulla base politica e che veniva dal centro, del quale esse sottovalutavano il pericolo controrivoluzionario.

E’ per uno scopo politico, in realtà, che Stalin sostiene la “soluzione Bukharin”, legandolo così alla formula liquidatrice del “socialismo in un paese solo”. La parola d’ordine “contadini, arricchitevi!”, per contro, non ebbe affatto sul piano economico il risultato previsto dalla destra: invece di accrescere il suo capitale di esercizio, come sperava Bukharin, il contadino medio si limitò a migliorare il proprio consumo personale. La produzione di cereali precipitò al punto che ancora una volta lo spettro della carestia nelle città riapparve.

Nel gennaio 1928, la produzione di grano, inferiore del 25% a quella dell’anno precedente, accusa un deficit di 2 milioni di tonnellate. La direzione staliniana del partito e dello Stato, incontestata dopo che il XIV congresso ha escluso la sinistra, reagisce inviando contingenti armati nei villaggi. Repressioni e confische di stock si alternano a rivolte contadine e a massacri di operai mandati dal partito nelle campagne. In aprile, le riserve di grano bene o male sono ricostituite; il Comitato centrale fa macchina indietro, condannando gli “eccessi” che esso stesso ha ordinato. Si può dire, come fanno in tutte le lingue i catechismi muniti dell’imprimatur staliniano, che si tratti di una linea di condotta saggiamente elaborata? In realtà, il Comitato centrale agisce sotto l’effetto del panico e del più grossolano empirismo. Non dispone, scrive Trotsky, di nessuna linea politica che abbracci non diciamo qualche anno, ma neppure qualche mese! In luglio, il Comitato centrale proibisce tutti i sequestri di grano, di cui, d’altra parte, aumenta il prezzo, mentre conduce una violenta campagna contro i Kulak, che accusa la destra di difendere.

Sempre in luglio – qualche mese appena ci separa dalla successiva collettivizzazione forsennata – Stalin se la prende con “coloro che pensano che l’economia parcellare sia allo stremo delle forze”, e che, aggiunge, “non hanno nulla in comune col nostro partito”! Benché il primo piano quinquennale, adottato fin dal 1929, preveda solo il 20% di collettivizzazione della terra, e unicamente per il 1933, l’idea dei Kolchoz si fa strada nel Comitato centrale con la formula spaccona: “introduzione del comunismo in agricoltura”!

Attaccato nell’aprile del 1929, Bukharin  capitola in novembre sotto una valanga di insulti, calunnie e minacce nel più puro stile staliniano. Secondo un concetto di “irresponsabilità” diffusosi fino nell’ultima cellula dei vari P. C. nazionali, è la destra che diviene il capro espiatorio dell’insuccesso della formula bukhariniana. La cricca che non ha mai potuto prendere altra decisione se non quella della repressione ne uscirà con l’aureola della scoperta di una “soluzione” che non ha nulla in comune col socialismo: un insieme di cooperative che, agendo nel sistema del mercato, finirà per sfuggire ad ogni “controllo e inventario” dello Stato e sposerà le insufficienze economiche della piccola produzione con la mentalità retrograda e reazionaria del contadino.

Nel corso del secondo trimestre del 1929 e in tutto l’anno successivo, in un indescrivibile marasma di confusione, arbitrio e violenza, si realizza quella che il Comitato centrale chiama “dekulakizzazione”e “collettivizzazione”. Anche qui, sembra che la manovra politica abbia la meglio sull’iniziativa economica: si tratta, di fronte alla minaccia delle carestie e delle sommosse, di volgere l’odio secolare del contadino povero contro il contadino medio, per superare così uno scoglio difficile per l’esistenza stessa dello Stato. Nulla è pronto in effetti per realizzare una “collettivizzazione”, per la quale esistono in tutto 7.000 trattori, quando, secondo Stalin, ne occorrerebbero 250.000! Per incitare il piccolo produttore ad aderire al Kolchoz, lo si dispensa per altro dall’apportarvi una dotazione di bestiame: venda dunque o mangi egli stesso quello che possiede! I primi risultati del provvedimento si rivelano catastrofici, provocando in alcune regioni la resistenza armata dei contadini contro i funzionari che “collettivizzano” perfino le scarpe e gli occhiali!

Al momento cruciale delle semine di primavera, il timore di una guerra civile spinge il governo a condannare gli “eccessi” della collettivizzazione e permettere ai contadini di lasciare i Kolchoz; ne viene la loro uscita in massa che riduce alla metà il totale dei kolchoziani; come osserva Trotsky, “il film della collettivizzazione si snoda a rovescio”. Perché una nuova massiccia entrata di contadini nei kolchoz sia possibile e autorizzi Stalin a inneggiare al “successo della collettivizzazione”, bisognerà far loro concessioni tali da annullare socialmente quanto v’era nel kolchoz di tecnicamente “collettivo”. Ma, prima di esaminarne il contenuto, bisogna spiegare le cause della collettivizzazione stessa.

Secondo l’opinione comune agli staliniani e ai loro avversari di sinistra, essa sarebbe stata una risposta resa necessaria dal ricatto esercitato sul potere sovietico dalla borghesia rurale, ricca (kulak), l’importanza della quale non avrebbe cessato di accrescersi dalla rivoluzione in poi. Le cifre di cui disponiamo tendono invece a indicare l’estendersi della produzione dei contadini medi e piccoli, la cui esistenza rendeva estremamente lento lo sviluppo del lavoro salariato in agricoltura, condizione indispensabile alla progressiva eliminazione della piccola produzione. In queste condizioni, la collettivizzazione non si presenta come una “svolta a sinistra” dello stalinismo, come una velleità “socialista” della burocrazia statale, bensì come il solo mezzo, nelle condizioni arretrate della campagna russa, per affrettare e spingere – a caldo e sotto l’effetto di una crisi acuta – il corso generale dell’economia in direzione del capitalismo.

Si hanno buone ragioni di credere che in realtà Stalin si sia lanciato in questa avventura perché incoraggiato dai successi delle requisizioni del grano cominciate nel 1929, dai rapporti favorevoli sullo sviluppo delle cooperative, e soprattutto dalla convinzione della debolezza della resistenza dei contadini nell’insieme. Comunque, il determinismo dei fatti, se non la dimostrazione statistica, è probante: la “forma kolchoz” si è dimostrata la sola possibile nelle condizioni economiche, sociali e politiche derivanti dal riflusso irreversibile della rivoluzione internazionale.

Qualunque soluzione politica sopraggiunge solo al termine di un processo che elimina le soluzioni alle quali facevano difetto le condizioni indispensabili; se ciò è evidente per le soluzioni rivoluzionarie, altrettanto è vero per quelle della controrivoluzione. Dopo lo sforzo sovrumano del proletariato, il capitalismo in Russia non poteva ritornare alla forma “sottosviluppata” di vassallaggio, dei tempi degli zar. Né poteva essere eliminato dal socialismo, perché la rivoluzione internazionale era stata battuta. L’affermarsi, come “soluzione intermedia”, di un capitalismo nazionale, cioè di un centro autonomo russo di accumulazione di capitale, non era possibile in tali condizioni che con la stabilizzazione kolchoziana della immensa forza di conservazione sociale rappresentata dai contadini.

Questa via specifica, seguita da quello che si può chiamare “il capitalismo russo n.2”, esprime la complessa dialettica degli sconvolgimenti sociali nella fase imperialista: il modo capitalista di produzione è, per l’economia russa dell’epoca, rivoluzionario, ma è possibile solo grazie alla vittoria della controrivoluzione mondiale; l’eliminazione proletaria della borghesia russa fallita alla sua missione storica si conclude purtuttavia col trionfo dei rapporti borghesi di produzione! Si capisce che questi eventi contraddittori, oggetto di profonde perplessità per tutta una generazione storica di rivoluzionari, rendono difficile una delucidazione per altro indispensabile. Se ne possono tuttavia condensare i termini riprendendo una vecchia formula lapidaria di Lenin, molto anteriore alla vittoria dell’Ottobre 1917, e che pone l’alternativa fondamentale per la Russia moderna: il proletariato per la rivoluzione o la rivoluzione per il proletariato? Lo stalinismo è, in fin dei conti, la realizzazione della prima parte della formula a detrimento della seconda: grazie al sangue del proletariato la Russia moderna ha fondato il suo Stato nazionale. Che importa la sparizione fisica della classe cui spettava storicamente questo compito? I rapporti di produzione che si sono instaurati dopo molti decenni di sconvolgimenti sono i rapporti propri di tale classe, e ne garantiscono la più o meno lontana ricomparsa.

Il tipo sociale nato dalla forma kolchoziana incarna il lungo processo storico che è stato necessario per giungere a tale risultato. In quanto lavoratore della fattoria collettiva, il kolchoziano – che percepisce una frazione di prodotto proporzionale alla sua prestazione di lavoro – si apparenta al salariato dell’industria, ma non diverrà tale se non al termine di una nuova evoluzione di durata imprevedibile, perché, grazie al suo piccolo appezzamento, non è un senza riserve, bensì un proprietario di mezzi di produzione, anche se limitati a 2 o 3 ettari di terreno, a qualche capo di bestiame e alla sua casetta. Per quest’ultimo aspetto, egli sembrerebbe assimilabile al suo omologo occidentale, il piccolo produttore parcellare; ma a differenza di quest’ultimo, rovinato dall’usuraio, dalla banca e dalla concorrenza del mercato, non può essere espropriato: il poco che gli appartiene è garantito dalla legge. Il kolchoziano è dunque l’incarnazione di un compromesso perpetuo concluso tra lo Stato ex-proletario e la piccola produzione.

Condizione indispensabile per il socialismo è la concentrazione del capitale: la confisca da parte del proletariato di forme ultra-centralizzate come trust, cartelli, monopoli – possibile perché proprietà e gestione sono da tempo scisse – diventa impensabile, se non a prezzo di prolungati sovvertimenti, per una miriade di micro-proprietari kolchoziani. Non solo questa prospettiva socialista è definitivamente bandita dalla Russia, senza una nuova rivoluzione, ma la semplice concentrazione capitalistica urta contro difficoltà tali che ancor oggi la Russia si sforza di riuscirvi riprendendo dall’inizio il processo storico già percorso dai paesi sottosviluppati: questo è il senso del ristabilimento dei principi della concorrenza e della redditività, sui quali i dirigenti russi probabilmente contano per eliminare i kolchoz non competitivi e, in una lunga prospettiva che esamineremo poi, trasformare i loro membri in veri e propri salariati.

Il collettivismo rurale della Russia non è dunque socialista, ma cooperativo. Prigioniero delle leggi del mercato e del valore della forza lavoro, esso presenta tutte le contraddizioni della produzione capitalistica senza contenerne il lievito rivoluzionario: l’eliminazione del piccolo produttore. Ma ha permesso allo Stato nazionale russo, saldamente poggiante sul contadiname “stabilizzato”, di realizzare, a prezzo di innominabili sofferenze della classe proletaria, la sua accumulazione primitiva e di giungere al suo unico elemento di capitalismo moderno: l’industrialismo di Stato.