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Introduzione a «Ricorda, proletario, gli insegnamenti del 1917 rosso»

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Settanta è una cifra tonda e le cifre tonde si prestano bene alle commemorazioni. E quindi presumibile che, della rivoluzione di Ottobre, il prossimo anno ne verrà parlato molto meno di quanto non se ne sia parlato quest’anno. Di certo l’Unità non stamperà nessun opuscolo da abbinarsi al giornale, e sarà meglio. IL 70° però non è servito tanto a parlare, in bene o in male, della rivoluzione di Ottobre quanto a lodare le imprese dell’Arcangelo Michele (Gorbaciov) che, in sella alla Perestroika e con Glasnot in testa, tenta di fugare, una volta per tutte, le tenebre che oscurano la Santa Russia introducendovi la luce d’Occidente con il suo Dio: Uno e Quattrino. 

E più che comprensibile che l’imbarazzo del PCI che, nell’occasione, ha scritto addirittura un libro senza dire assolutamente niente: lorsignori ristrizzano l’occhio alla Russia ma temono di essere presi a calci dai loro padroni di casa; non possono dire bene di Stalin, ma nemmeno possono condannare lo stalinismo senza condannare se stessi; non possono che rinnegare l’internazionalismo proletario e la dottrina rivoluzionaria di Lenin, ma su di loro pesa come un macigno quel nome che hanno ereditato e che tante volte hanno tentato di apostatare. Il PCI dunque non prende posizione ufficiale, lascia la parola agli uomini di «cultura», ai pennivendoli e ruffiani di varie tinte e di varia taglia. Pennivendoli e ruffiani, molti dei quali con tessera del PCI, non lesinano né interpretazioni, né bischerate. Con una logica da basso pragmatismo questi « addetti ai lavori » fanno un discorso di questo genere: a parte l’iconografia ufficiale che serve a rimbambire il popolo, è possibile raccordare l’attuale Stato russo, l’attuale governo e l’attuale Primo cittadino con la dottrina, gli insegnamenti e la pratica della rivoluzione di Ottobre? Certamente no. Al contrario possono trovarsi legami di continuità sia con il governo borghese di Kerenskj, sia con la rivoluzione dall’alto staliniana». Gli « studiosi » deducono quindi che la rivoluzione di Ottobre altro non fu che un sinistro colpo di mano bolscevico, una pugnalata inferta con freddo calcolo alla giovane democrazia, che deviò il corso della primitiva rivoluzione russa inquinandone a tal punto le caratteristiche che ancor oggi se ne risentono le tristi conseguenze. Si ringrazia quindi la Provvidenza di avere inviato un uomo con il nome dell’Arcangelo che dovrà dare l’ultimo colpo di spugna alla pur minima parvenza di continuità con l’Ottobre di Lenin. 

Perfino Trotskj, Bukarin e gli altri martiri della rivoluzione vengono disseppelliti a prova delle necessità di democratizzare. Perfino il demonizzato Stalin viene assolto dal peso dei suoi crimini quando si riconosce che fu lui a nazionalizzare l’Ottobre, internazionale e classista, rendendolo al popolo russo. 

Lo storico (e che prezzo di st…orico!) Lucio Villari arriva perfino a parafrasare Marx affermando che « la rivoluzione di febbraio era stata una tragedia (cioè una cosa seria) e quella che si diceva fosse scoppiata il 24 ottobre non era altro che una farsa (condotta) con la tecnica più fredda e chirurgica, del colpo di Stato, non con l’impeto straordinario di una rivoluzione proletaria (…) Era il classico colpo di stato. I soldati avrebbero dovuto occupare, con decisione e professionalità, gli uffici pubblici, arrestare i ministri e presidiare la capitale ». Che mancanza di fantasia questi bolscevichi che preparano a tavolino una rivoluzione così perfetta tecnicamente tale da diventare un capolavoro di arte militare, ma del tutto priva di romanticismo e di… eroismo. 

La rivoluzione di febbraio fu grandiosa? Certo che lo fu! 

Lo fu perché in solo otto giorni, sotto la spinta del proletariato e della guarnigione di Pietrogrado, fece crollare un regime secolare, fu grandiosa perché fu proletaria anche se temporaneamente si installò al potere un governo borghese, senza però avere la forza di stare in piedi. 

Se agli asini plurilaureati la rivoluzione dell’Ottobre appare come una « farsa » perché mancarono le grandi carneficine di piazza noi non possiamo farci niente; ma le grandi carneficine di piazza nell’Ottobre mancarono perché praticamente il potere era già nelle mani del proletariato, in barba al « legittimo governo. Bastò un soffio per disperdere il fatuo potere democratico. 

Il Febbraio altro non fu che un episodio dell’Ottobre e come tale lo rivendichiamo in pieno. 

A tale proposito ripubblichiamo un articolo sulla nostra stampa nel febbraio 1967. Va da sé che questo articolo viene ripubblicato per i proletari e gli operai; i dottori, i politologi non ne hanno bisogno, sanno già tutto, loro.

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