La “Economia del periodo di transizione” di Bucharin (Pt.1)
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di A. MASLOW
I.
La rivoluzione sociale nella sua prima fase aveva richiamato l’attenzione su una parte del rivolgimento che era di comprensione relativamente facile. II mutamento della struttura politica, che in Russia porto all’instaurazione della repubblica soviettista, e in Germania invece dopo lunghe lotte sanguinose mise capo provvisoriamente a una doppia sconfitta politica del proletariato, a causa dell’alto rumor di lotta che le accompagnava e dei simbolici ed effettivi mutamenti di scena visibili anche da lungi, era facilmente intelligibile a chiunque volesse capire tale processo.
Invece il rivolgimento economico, che stava a fondamento di questo processo politico, è una serie evolutiva complicata, collegata al periodo anteriore alla guerra e ancora lontana dal conchiudersi, la quale non solo non è facilmente comprensibile, ma quasi non è stata ancora approfondita neppur dai teorici.
I problemi, che a tal fine occorre esaminare, nel periodo pre-bellico in generale sono stati conosciuti solo parzialmente. Certamente si avevano alcuni lavori importanti sullo sviluppo del capitalismo finanziario e dell’imperialismo, ma i problemi teoretici dell’epoca più interessante, quella del passaggio dal capitalismo al comunismo, non che esaminati non erano stati ancora neppur formulati.
Appunto a questi problemi, altrettanto importanti e interessanti sotto l’aspetto teorico quanto ardenti nel campo pratico, è dedicato il libro del primo dei teorici comunisti, di Bucharin, il quale inoltre tiene anche un posto eminente nella politica pratica della Russia soviettista.
Finora si ha soltanto la prima parte, dedicata alla «teoria generale del processo di trasformazione». Esso costituisce il primo1 e nello stesso tempo il più risoluto e radicale tentativo di interpretare teoreticamente i fenomeni del periodo di transizione, sul quale spesso hanno idee assolutamente confuse anche compagni che si trovano in posti dirigenti.
Nelle righe che seguono io vorrei tentare di riprodurre la impostazione buchariniana del problema.
II.
Anzitutto B. si occupa della «struttura del capitalismo mondiale». «II capitalismo odierno è un capitalismo mondiale». Ci si offre quindi il quadro di un’organizzazione abbracciante tutto il mondo? Ecco il primo problema trattato da B. Una società che produce non prodotti, ma merci, è un’unità disorganizzata. La società produttrice di merci è una società con un tipo affatto determinato di collegamenti dei singoli membri e occorre studiare appunto questi collegamenti, la lacerazione di essi, l’annodarsi di nuovi collegamenti, i quali accoppiano elementi nuovi.
Ma quali elementi dell’economia moderna – sebbene essa, considerata come un tutto, sia irrazionale, dominata com’è dal movimento delle merci scambiate e dai prezzi compaiono grandi organizzazioni capitalistiche collettive, chiamate da B. «trusts capitalistici di Stato». Il capitale finanziario ha eliminato l’anarchia dentro i grandi paesi capitalistici. Appare una divisione tecnica di lavoro all’interno delle «economie nazionali» organizzate.
Ma con ciò è eliminata l’anarchia del modo capitalistico di produzione? Bucharin la ritrova nell’esistenza (o coesistenza) separata di intraprese. Queste si trovano tra di loro nel nesso creato dall’atto della compra-vendita, oppure in un altro «collegamento» che si estrinseca nella concorrenza. Mentre la contemporanea coesistenza di intraprese eterogènee è espressione di una divisione sociale di lavoro, la coesistenza di intraprese omogenee non esprime alcuna divisione di lavoro. D’altra parte, la concorrenza sui mercati rispecchia soltanto il tipo di «modo d’essere» e di rapporti di produttori di merci, che non ha alcuna relazione con la divisione del lavoro sociale.
E nella complicata economia del capitalismo finanziario continuano pur sempre a combattersi tra loro anche intraprese eterogenee. Orbene, il tratto saliente della società capitalistica è costituito dal fatto, che essa produce plusvalore. Ma poiché non ogni intrapresa realizza il plusvalore in essa creato, ne nasce (specialmente nella costituzione di monopoli capitalistici) una figurazione assai complessa, nella quale B. opera tre sezioni, distinguendo tre specie di concorrenza, che egli chiama «concorrenza orizzontale», «verticale», e «combinata».
«Orizzontale» è per lui la concorrenza di intraprese omogenee, «verticale» quella di intraprese eterogenee, «combinata» quella di intraprese combinate (miste).
A che serve questo schema? Esso vuol rendere intelligibili i diversi metodi della lotta di concorrenza. La concorrenza «orizzontale» può lavorare col metodo della riduzione dei prezzi. Ma per la «verticale» tal metodo non avrebbe significato, e quindi essa procede ad una specie di «action directe» di cui la forma più astuta è il boicottaggio. La concorrenza sui mercati è più o meno identica con la concorrenza orizzontale. Ma la lotta di concorrenza può svolgersi anche all’infuori del mercato propriamente detto, p.e., per il territorio di collocazione del capitale, cioè per l’ampliamento del processo di produzione.
E già stato rilevato che l’economia mondiale presa come un tutto è irrazionale, cieca, anarchica, nonostante la sua «organizzazione». Ma gli elementi di questa economia mondiale, cioè i trusts capitalistici statali, si fanno reciproca concorrenza come imprese combinate: esse non soltanto producono ogni volta le stesse «merci mondiali», ma anche si completano a vicenda.
Alla concorrenza così verticale come combinata è propria, come metodo di lotta, la pressione immediata. Ma in questo campo non si riesce più coi semplici metodi della concorrenza orizzontale; (che con le sue riduzioni di prezzo si adatta bene alla semplice economia di mercato). Qui, in quanto si tratta di concorrenza su scala mondiale, occorre adoperare la pressione, la pressione militare armata. Qui stanno le radici dell’imperialismo.
III.
Orbene, quale aspetto mostra in se stessa l’evoluzione capitalistica? Da quanto si è detto risulta essere inevitabile un conflitto nella lotta di concorrenza. Ora non si tratta soltanto della produzione, ma bensì della riproduzione, e il processo si svolge in cicli, il cui corso potrebbe forse nel modo più chiaro segnarsi graficamente mediante una spirale, la quale, dato l’ampliamento delle condizioni di produzione, si allarga continuamente anch’essa.
Ma condizione indispensabile per tale ampliamento, per ogni prossimo più largo giro della spirale, è la depressione, la distruzione di forze produttive. In mezzo vi è sempre equilibrio temporaneo, che viene ristabilito da un lato con la distruzione di valori (dei quali in certo modo ve n’è per un certo tempo «troppi») e dall’altra con la centralizzazione del capitale. Ma la centralizzazione del capitale ha precisamente la proprietà, che è indicata dalla nostra rappresentazione grafica essa in un primo momento divora e assorbisce la concorrenza, ma soltanto per rendere possibile una concorrenza ampliata su base ampliata (ulteriore giro della spirale); viene eliminata la piccola concorrenza, ma comincia la grande tra i grandi corpi produttivi. Ciò nell’economia mondiale si estrinseca mediante le annessioni, (che debbono venir considerate anche alla stregua dei tre tipi di concorrenza).
Ma finora si è tenuto conto solo dei produttori di merci, quindi dei capitalisti. Se si considera che nell’economia mercantile capitalistica accanto ai rapporti anarchici fra le intraprese vi sono anche rapporti anarchici tra le classi, ci si trova in presenza di antagonismi «puramente economici» e di «antagonismi sociali» e naturalmente le due serie sono tra loro collegate. Se la distruzione delle forze produttive e la concentrazione del capitale sono sufficientemente avanzate, e si verifica una determinata costellazione, succede la catastrofe di tutto il sistema e quindi l’inizio della rivoluzione comunista.
Orbene, noi oggi siamo nell’imminenza di tale catastrofe, e sappiamo che è stata la guerra a darle la spinta. Così, in maniera affatto generale, deve porsi la questione teoretica «della guerra» (e non di questa o di quella guerra).
La guerra è fatta da determinate organizzazioni. In una società di classi essa è fatta dall’organizzazione dello Stato. L’organizzazione dello Stato è l’organizzazione della classe dominante, è la più generale organizzazione della classe dominante. L’essenza di essa è costituita da un rapporto sociale tra uomini, non da una concretezza tecnica od organizzativa. Questa «sovrastruttura» di una determinata base economica è sorta su questa base e precisamente su di essa; e ad una data base economica appartiene un tipo di «Stato» nettamente determinato, una sovrastruttura nettamente determinata. Pertanto lo Stato è un mezzo per il rafforzamento e l’ampliamento di una determinata base economica, e siccome la guerra è funzione dello Stato, cosi essa ha appunto questa funzione: è «un mezzo di produzione di quei rapporti di produzione, sulla base dei quali essa è nata».
Mediante questa analisi, che abbiamo riprodotto sinteticamente, B. determina così teoreticamente l’ufficio della guerra. Ciò posto, è affatto indifferente di quale guerra si tratti. Una determinata base economica possiede una determinata espressione statale (sovrastruttura); e a questo tipo di Stato appartiene un determinato tipo di guerra. Prendiamo, ad esempio, la economia socialista. A questa appartiene un tipo affatto determinato di Stato, e a questo un tipo affatto determinato di guerra, la «guerra socialista». La guerra socialista è una guerra di classi, una guerra tra due organizzazioni statali (una proletaria contro una non proletaria). Invece la guerra civile propriamente non è una «guerra», giacché qui non sono in lotta l’una contro l’altra due organizzazioni statali.
IV.
Come mai noi comunisti ora, dopo la guerra mondiale, parliamo dello sfacelo del capitalismo? Questa è la questione centrale di tutta la ricerca, e quindi va precisata. Primo: su quale base metodologica bisogna collocarsi? Secondo: che cosa risulta dall’analisi delle circostanze concrete? Alla seconda domanda si può rispondere facilmente, se si vuole ridurre la risposta ad una formula. La guerra mondiale è stata l’urto di varie parti del sistema capitalistico mondiale, un conflitto sorto tra l’incremento delle forze produttive del sistema e la sua struttura anarchica. E’ stato un conflitto tra trusts capitalistici statali, che tendeva a trasformare il sistema economico privo di soggetto in un sistema organizzato. E la formula, cui si accennava dianzi, è questa: l’imperialismo non ha potuto venire a capo di questo compito di organizzazione.
I sistemi parziali del sistema economico mondiale furono bensì riorganizzati ed organizzati (centralizzazione, statizzazione) – e le cause ne furono ovunque i bisogni di guerra, la scarsità di materie prime, ecc. ma il sistema nel suo complesso non solo non fu organizzato, ma anzi fu disorganizzato. L’imperialismo raggiunse il suo massimo fiore tutto fu statizzato, lo Stato divenne in tutto e per tutto la suprema instanza, l’organizzazione universale. Fu mobilitata la produzione, e perfino l’ideologia (socialpatriottismo) e tutto fu assoggettato allo Stato (naturalmente allo Stato borghese).
Anzi la centralizzazione fu estesa anche a sindacati di Stati (coalizioni).
Ma tutto ciò si ottenne a costo di un’enorme distruzione di forze produttive. Ed ora ci si presenta il compito di esaminare queste spese di costo, questa distruzione di forze produttive. E qui veniamo alla questione metodologica.
Bucharin colloca in prima linea la questione della riproduzione: questa è la base metodologica della sua ricerca. Questo strumento metodologico gli serve in ultima analisi anche per risolvere la questione che maggiormente ci interessa, vale a dire quella di sapere se oggi ci troviamo di fronte ad una delle periodiche crisi o al crollo del capitalismo.
Nel periodo precedente alla guerra il processo riproduttivo del capitalismo aveva il carattere di una riproduzione allargata.
II risultato dell’analisi buchariniana è che per effetto della guerra si è giunti ad una riproduzione del capitalismo ridotta, abbreviata2.
Qui non possiamo addentrarci nei particolari della analisi: il risultato ultimo è affatto plausibile per chiunque. Ed ora, se si deve e si vuol rispondere alla questione, se si tratti di crisi o di rovina, bisogna ritornare alle condizioni concrete dell’odierno sistema del capitalismo mondiale.
«Riproduzione» significa anche riproduzione delle stesse relazioni di produzione, riorganizzazione degli elementi del sistema. Qui si tratta di nessi e connessi economici, tecnici, sociali, di tipi di nessi e di connessi, i quali non soltanto tengono insieme il sistema «realmente», ma anche si fissano come tipi nelle menti degli elementi umani del sistema, e vi formano un sedimento ideologico. Questo sedimento a sua volta influisce sul reali nessi e connessi, e il complesso di questi scambievoli rapporti dà uno speciale tipo al sistema, che è determinato dai rapporti di produzione e, secondo l’espressione di B., mostra una struttura «monistica»; che è quanto dire, che la costituzione di una fabbrica, di un reggimento di fanteria, di una cancelleria statale, hanno un’identica struttura, una stessa gerarchia.
La società capitalistica così conformata è da B. considerata nella sua forma naturale, giacché date le circostanze «anormali», solo tale forma può servire di base ad una ricerca3.
Attraverso questa catena di riduzioni, B. giunge infine a questa precisa formulazione della questione:
«Che cosa avviene del sistema sociale nella sua forma naturale data la condizione di una riproduzione negativamente ampliata?»
La sua risposta è semplice. Le «viti» inferiori della macchina capitalistica si spanano, e i nessi tra i membri superiori e inferiori della catena gerarchica dell’apparato tecnico ed economico della produzione dapprima si allentano, e poi sono spezzati rivoluzionariamente. Il primo stadio è contrassegnato dall’abbassamento della disciplina (capitalistica) del lavoro, dalla decadenza delle «buone abitudini» nel commercio, nelle professioni, ecc.; il secondo dagli scioperi e altre manifestazioni di ribellione contro la classe dominante. Contemporaneamente comincia a svanire a poco a poco nei membri inferiori della gerarchia quella stratificazione ideologica, di cui s’è fatto cenno, mentre invece nei membri superiori l’interesse al mantenimento dell’antico sistema sveglia il desiderio della lotta, e così la lotta di classe, latente nel primo periodo, diviene ora aperta. E tale processo si osserva dappertutto: nella produzione, nell’esercito, nell’apparato amministrativo statale.
V.
Come il proletariato conquista il potere, allorché il capitalismo è andato in rovina?
Qui B. rielabora con grande acutezza il complesso di idee già presentate da Lenin in «Stato e rivoluzione». L’assunzione del potere da parte del proletariato non consiste in un mutamento delle «cime». Invece l’antico apparato sarà distrutto e gli elementi dell’antico sistema saranno parzialmente adoperati in combinazione nuova alla costruzione del nuovo sistema. Questo concetto, già chiaramente formulato da Lenin per quanto riguarda la politica, è trasportato da B. nel campo dei rapporti di produzione. Ma qui ciò che è importante è il tipo del nesso degli elementi, non gli elementi in se stessi.
Per fissare chiaramente questo importante complesso di concetti, che contraddice a tutte le teorie (e pratiche) miranti al mantenimento della «continuità» della produzione (e che possono qualificarsi come mensceviche, anche quando vengono da bolscevichi), occorre mettere nuovamente in rilievo, che allo stesso modo che nell’esercito i membri inferiori della catena gerarchica restano così «corrotti» dal processo dissolutivo, da non poter più servire come membri di quella data gerarchia, precisamente allo stesso modo avviene nel processo produttivo. I rapporti di produzione in grazia della loro struttura «monistica», sono nessi e connessi a un tempo tecnici e sociali. La scomposizione e il laceramento rivoluzionario dei membri sociali della catena determina automaticamente anche la scomposizione e il laceramento dell’organizzazione tecnica (organizzazione umana) della società.
Da ciò consegue precisamente che non si può conquistare l’apparato tecnico, e che l’anarchia della produzione è uno stadio necessario d’introduzione alla rivoluzione sociale.
Che per conseguenza le forze produttive risulteranno diminuite, e che la produttività cadrà, è cosa che s’intende da sé, e nessuna lamentela vi può mutar nulla.
Ma si intende anche senz’altro che una «rinascita» della società è possibile soltanto nel caso che gli strati inferiori della gerarchia, il proletariato, si rimettano a costruire (non a ricostruire, ma a costruire ex-novo), cioè nel caso che gli elementi umani del sistema sieno posti in nuovi nessi e connessi, a meno che non si preferisca l’unica soluzione possibile all’infuori del comunismo la conservazione dell’anarchia, cioè la barbarie.
Ma, se si ritorna al terreno metodologico della riproduzione, da questo punto d’osservazione si ottiene anche un bel risultato accessorio: l’attuale crisi del capitalismo ci appare come una catastrofe, come la rovina di esso. La riproduzione del capitalismo cessa. Ma se procediamo alla costruzione comunista, comincia un nuovo ciclo riproduttivo (non più capitalistico) e tutta la crisi rivoluzionaria della umanità, tutti i «costi» di tale crisi, come l’abbassamento della produttività, ecc., saranno stati soltanto i «costi» mediante i quali soltanto si è resa possibile una base ampliata (del prossimo ciclo) della produzione sicché la riproduzione, soltanto ormai non più capitalistica, trionfando di ogni crisi, si sviluppa, per esprimersi graficamente, in una grandiosa spirale sempre più ampia4.
VI.
Per quanto l’analisi di B. sia «radicale», tuttavia egli non si rimane a questo risultato. E già stato rilevato che i nessi della gerarchia vanno in pezzi; ma la questione è questa: cadono tutti i nessi tecnici e sociali? E la risposta per fortuna è no. Cadono soltanto i nessi gerarchici5 tra la classe lavoratrice e l’intellettualità tecnica, la burocrazia, la borghesia.
Al contrario si osservano i rapporti di produzione, che legano i lavoratori ai lavoratori, i borghesi ai borghesi, vale a dire nessi6 che non derivano dalla stratificazione sociale della gerarchia. E quindi restano specialmente i nessi in seno al proletariato, ciò che offre il momento fondamentale alla edificazione comunista.
A questo punto si affaccia una nuova questione quale specie di rapporti di produzione della società capitalistica può principalmente servire di base alla nuova struttura produttiva?
In questi termini B. riduce l’antica questione circa la «maturità per il comunismo». La questione della maturità un tempo era sempre concepita in questo modo: l’apparato della produzione è (o meglio non è) costruito in modo tale (si potrebbe dire che è già talmente sconquassato) da permettere al proletariato di impadronirsene puramente e semplicemente, per navigare in pieno comunismo. La accennata analisi buchariniana svela quanto sia primitivo e insufficiente questo modo d’impostar la questione appunto il «bello» quanto «sconquassato» apparato centrale di produzione si disgrega, e il proletariato deve per prima cosa costruirsene uno nuovo.
B. risponde al quesito della «maturità» richiamandosi direttamente a Marx. I due antichi momenti marxisti, la centralizzazione dei mezzi di produzione e la socializzazione del lavoro, costituiscono le parti dell’«apparato» della nuova organizzazione.
L’apparato oggettivo, la base materiale e tecnica della società, non fa parte dei rapporti di produzione e non vi è necessità che esso soffra del su menzionato processo di distruzione. Se anche qui si verifica disgregazione o decadenza, ciò è soltanto conseguenza della dissoluzione dell’apparato umano. L’apparato materiale fa parte dei mezzi di produzione. E siccome non è necessario che esso si disgreghi, così il centro di gravità dell’analisi non risiede in questo primo dei due momenti marxistici, ma nel secondo: la socializzazione del lavoro.
Pertanto mediante questa analisi il momento della «maturità» resta trasportato nel campo dell’apparato umano della società capitalistica. «Il sistema del lavoro in comune, creato dai rapporti di produzione che intercedono tra gli operai» e la «maturazione» di esso, che del resto è benissimo una funzione dello sviluppo delle forze produttive: ecco ciò che meglio d’ogni altra cosa respinge le chiacchiere sulla «immaturità». Poiché qui si possono supporre logicamente solo due casi: o la socializzazione del lavoro permette, tecnicamente parlando, di organizzare metodicamente la produzione, o invece la socializzazione è troppo debole, e allora non è possibile tecnicamente al- cuna organizzazione. Inoltre, questa alternativa logica ha valore affatto generale e quindi segue, che se il capitalismo è maturo per il capitalismo di Stato, è anche maturo per il comunismo. Volendo punteggiare più nettamente la questione, possiamo dire che appunto lo sconquasso, che gli avversari portano come argomento contro il socialismo, è ritenuto da noi, che consideriamo la cosa dialetticamente, come prova di quella «maturità» di cui si parlava.
(continua).
Note
- Il libro di Eugenio Varga (problemi di politica economica della dittatura proletaria) non può esser considerato come tale. Del resto il comp. Varga nel suo importante e interessante libro si propone tutt’altri scopi. ↩︎
- B. la chiama riproduzione negativamente allargata. ↩︎
- Non possiamo qui addentrarci in questa questione metodologica. Essa offre un particolare interesse. ↩︎
- La figurazione grafica di una produzione ampliata è data da una spirate che diventa sempre più ampia, quella di una riproduzione negativamente ampliata da una spirate che diventa sempre più ristretta. La riproduzione, considerata in scala mondiale – e di questa appunto si tratta – sarebbe quindi sempre una riproduzione ampliata. ↩︎
- Io mi permetto di preferire il termine di nessi verticali, cioè nessi tra membri e strati differenti della gerarchia sociale, messi al disopra e al disotto gli uni degli altri. ↩︎
- Io raccomanderei il termine di nessi orizzontali. ↩︎