Riprendendo la Questione Cinese Pt.10
Catégories: China, Kuomintang, Mao Zedong, National Revolution
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La posizione dello stalinismo in Cina
La teoria della rivoluzione “a tappe” è esattamente l’inverso della posizione marxista che era alla base, come abbiamo dimostrato, della tattica dell’Internazionale Comunista del 1920. Anche questa teoria ha un sua lunga tradizione ed è la stessa che i menscevichi sostenevano in Russia e la borghesia democratica in Cina. Ammettere infatti che in una rivoluzione nazionale il proletariato non può svolgere altra funzione che quella di appoggiare il movimento borghese fino alla conclusione della lotta è la dottrina tipica della borghesia; giacché questa linea significa: 1) spezzare il collegamento fra il proletariato di una determinata nazione e il proletariato mondiale, e vedere la rivoluzione proletaria, che è necessariamente internazionale, come un fatto di carattere nazionale; 2) sottomettere gli interessi di classe del proletariato a quelli della borghesia sostenendo che solo essa è in grado di condurre a termine la rivoluzione nazionale.
Questa posizione è l’esatto corrispondente del gradualismo riformista dei partiti opportunisti dell’Europa occidentale il quale affermava la necessità per il proletariato di portare a termine la rivoluzione borghese “incompiuta” attraverso la lotta per le riforme; e non per nulla Lenin mise sempre i menscevichi russi a fianco dei socialdemocratici destri di Occidente, come figli della stessa deviazione dal programma marxista che significa influenza della piccola borghesia sul proletariato. Pur presentandosi come una interpretazione della teoria marxista, questa posizione esprime gli interessi della borghesia nel campo proletario abbracciando la tesi che nelle rivoluzioni borghesi la direzione deve toccare alla borghesia e che solo dopo che essa abbia assolto tutti i suoi compiti democratici e nazionali si può cominciare a pensare di rovesciarla. Questo naturalmente in quei paesi dove si pone all’ordine del giorno la rivoluzione borghese. Dove invece la borghesia ha già vinto la sua rivoluzione, si comincia a sostenere che questa non è ancora compiuta, e che perciò il proletariato deve aspettare per prendere il potere la realizzazione delle riforme. Questa tattica, applicata alla Cina dalla Internazionale ormai completamente sottomessa allo Stato russo, ebbe per effetto, come abbiamo visto, la distruzione del movimento proletario e la sconfitta del 1925-27. Non si tratta di indicare un colpevole nella persona di Stalin, quanto di identificare una linea politica e dimostrare a quali interessi di classe essa aderisce. Quando avremo dimostrato questo, avremo anche risposto alla domanda: «Chi ha il potere in Cina?».
Già nel 1911 la borghesia cinese aveva mostrato di temere di più il movimento delle masse proletarie e del contadiname che il dominio dell’imperialismo mondiale e dei signori della guerra. Appena instaurata la repubblica, Sun Yat-sen rimise il potere nelle mani di uno di questi signori, e per tutto il periodo del primo conflitto mondiale tutte le speranze rivoluzionarie della borghesia cinese consistettero nel piatire la benevolenza dell’imperialismo. Dopo la guerra esse rimasero naturalmente deluse, ma nel frattempo l’onda della rivoluzione proletaria cominciò a scuotere anche la Cina, e negli anni successivi al 1920 si sviluppò un fortissimo movimento di lotta del proletariato completamente autonomo e diretto dal piccolo ma agguerrito partito comunista, mentre contemporaneamente si acuiva la tensione fra le masse contadine ridotte in miseria. È chiaro che in questa situazione si poneva all’ordine del giorno il compito dell’eliminazione del dominio imperialistico e della unificazione del paese, cioè un compito specificamente borghese. Ma la borghesia cinese poteva realizzarlo? Anche se ciò fosse stato possibile (come Stalin sostenne), il proletariato avrebbe dovuto mantenere ad ogni costo la sua organizzazione e il suo programma autonomo nei confronti del movimento democratico e, pur riconoscendo la necessità immediata di appoggiare la lotta per l’unificazione del paese, avrebbe dovuto predisporsi a passare oltre e a combattere contro la propria borghesia, in collegamento con il proletariato internazionale e con la Russia sovietica. Qualunque fosse, dunque, il grado di rivoluzionarismo della borghesia cinese, il proletariato avrebbe dovuto sì appoggiarla, mai sottomettersi ad essa. Le tesi di Lenin e dell’Internazionale sono a questo proposito chiarissime. Ma, in realtà, la borghesia cinese era legata a doppio filo all’imperialismo e ai signori della guerra, e temeva più di ogni altra cosa il movimento delle masse. Essa sapeva che il movimento del proletariato e dei contadini poveri, una volta iniziato, non si sarebbe fermato alla semplice rivendicazione della indipendenza e della unità nazionale, e sarebbe andato oltre, verso la riforma agraria e verso la dittatura proletaria. Ma, senza la mobilitazione delle masse proletarie e contadine, diventava impossibile anche il raggiungimento dell’obbiettivo nazionale. In questo dilemma la borghesia cinese e il suo partito erano completamente impotenti, e speravano di uscirne con un pateracchio diplomatico con le potenze imperialistiche.
La borghesia fu la prima a spaventarsi quando, nel 1925, gli operai di Canton cominciarono a muoversi e, per prendere la testa del movimento, richiese alla Internazionale condizioni drastiche: sottomissione completa del proletariato, rinuncia assoluta, in nome della unità nazionale, ad ogni rivendicazione particolare di classe, scioglimento del Partito Comunista Cinese. La controrivoluzione vittoriosa in Europa, e che stava per abbattere lo Stato proletario in Russia, venne in aiuto alla borghesia cinese tramite la diplomazia russa che accettò quelle condizioni, che equivalevano a dire ai borghesi della Cina: «State tranquilli, noi faremo in modo che non si ripeta da voi quello che è successo in Russia nel 1917». Nonostante tutto questo, il Kuomintang condusse la lotta sempre su due fronti: da una parte tiepidi tentativi di combattere i signori della guerra, dall’altra la repressione più feroce e decisa nei riguardi del movimento operaio e contadino, che pure si era completamente sottomesso agli interessi borghesi. Fino all’esito finale: nel 1927, il Kuomintang passa apertamente nel campo dell’imperialismo e schiaccia nel sangue un movimento di massa che nulla aveva fatto in due anni per organizzarsi in maniera autonoma, poiché era stato privato della sua guida naturale: il partito comunista e il programma marxista.
La linea di Mao
La controrivoluzione mondiale si era affermata in Cina attraverso la tattica imposta al partito comunista dai dirigenti dell’Internazionale e dallo Stato russo, ed era riuscita a sconfiggere il proletariato e i contadini cinesi in una sanguinosa battaglia. Il contraccolpo internazionale di questa vittoria del capitalismo mondiale sugli operai cinesi fu terribile: l’Internazionale passò definitivamente nelle mani dell’apparato statale russo, le ali opportuniste dei partiti comunisti ebbero partita vinta e liquidarono l’opposizione di sinistra; l’apparato statale russo schiacciò e distrusse il partito bolscevico. La controrivoluzione borghese continuò la sua opera in Cina attraverso il partito comunista riorganizzato su posizioni non marxiste, ma populiste e piccolo borghesi. Il movimento del proletariato non esisteva più; la controrivoluzione borghese era vittoriosa in tutto il mondo, e aveva fatto saltare attraverso la Russia lo stesso programma marxista. Il partito comunista cinese poteva risorge in due modi: o tirando le lezioni del 1925-27 da un punto di vista marxista, sconfessando tutta la politica adottata in Cina dall’Internazionale, smascherando lo Stato russo come borghese, e riprendendo in mano le genuine posizioni di Lenin, o sottomettendosi in maniera definitiva all’indirizzo politico della borghesia e divenendo il partito borghese che rinfaccia al Kuomintang di aver rinunciato ai suoi obbiettivi: « diventando cioè il vero Kuomintang« .
Le forze controrivoluzionarie alla scala mondiale erano troppo forti, e il salasso subito dal proletariato cinese troppo profondo perché la prima possibilità si potesse verificare, anche se per essa combatterono molti militanti nel tentativo disperato di riportare il partito sulla strada della rivoluzione e di risollevare il proletariato urbano dalla sconfitta. Lo scontro di queste due prospettive avviene negli anni dal 1927 al 1930 in seno al partito cinese. Alla fine la linea per trasformare il partito in nazionale-borghese che ha il sopravvento è la linea di Mao. Il proletariato urbano è completamente abbandonato. La sconfitta del 1927 è classificata come episodio sfortunato dovuto alla incapacità dei dirigenti del partito e al tradimento di “alcune frange” borghesi; la politica seguita dal Comintern viene giudicata perfettamente valida, e si dice che la rivoluzione è entrata in una fase di sviluppo superiore essendo passata dalle città alle campagne; è ribadito il fatto che la rivoluzione deve svolgersi per tappe e che nella «tappa della lotta per l’indipendenza nazionale» bisogna cercare di «unire tutti quelli che è possibile unire», e perciò porre la sordina a qualsiasi rivendicazione autonoma del proletariato e dei contadini poveri. Il P.C.C. assume come suo programma i Tre principi del popolo di Sun Yat-sen e diventa, secondo l’affermazione dello stesso Mao, “il vero Kuomintang”, cioè il vero partito nazionale borghese in Cina.
Che cos’è la rivoluzione borghese?
Quando i marxisti parlano di rivoluzione borghese si riferiscono ad una cosa molto reale, cioè all’abbattimento degli ostacoli che si oppongono all’avanzare delle forze produttive in forma capitalistica; alla creazione di un terreno sociale e politico adatto allo sviluppo del modo di produzione capitalistico e dei rapporti di produzione borghesi. Non parlano e mai hanno parlato di una rivoluzione che debba essere condotta dalla sola borghesia in quanto classe fisica, in quanto strato sociale determinato. «La rivoluzione borghese è una rivoluzione che non esce dai limiti del modo di produzione capitalistico», sosteneva Lenin nel 1905, ma il marxismo ha sempre chiarito che lo smantellamento dei rapporti produttivi precapitalistici diviene ad un certo grado dello sviluppo storico una esigenza sociale, comune a diversi strati e classi, fra cui il proletariato in modo particolare. Si tratta cioè di una situazione in cui devono essere stabiliti rapporti di produzione più moderni a scala più ampia di quelli precedenti, e questi nuovi rapporti di produzione posso essere stabiliti solo attraverso lo sviluppo del modo di produzione capitalistico. Tale rivoluzione è borghese nel senso che si muove nell’ambito degli interessi borghesi e non ne supera l’orizzonte. Lo sviluppo del commercio, la generalizzazione degli scambi mercantili e della produzione di merci, la loro estensione su scala più vasta, la liberazione del contadiname dai vincoli feudali e la sua possibilità di andare a costituire una massa di lavoratori salariati, lo spezzettamento dei latifondi e la codificazione del diritto di compravendita della terra, l’abolizione dei monopoli antichi che impediscono la libera concorrenza, tutti questi sono obbiettivi borghesi nel senso che favoriscono lo sviluppo del capitalismo, e perciò gli interessi della borghesia come classe. Ma rispondono anche agli interessi immediati di strati sociali che saranno rovinati e distrutti dallo sviluppo del capitale: i ceti contadini e piccolo borghesi, per esempio, e anche il proletariato il quale dallo sviluppo capitalistico non otterrà un miglioramento delle sue condizioni di vita, ma vi troverà la base del suo sviluppo di classe. Anzi, la borghesia, come ceto sociale, non è mai stata favorevole a nessuna rivoluzione, perché in ogni sommovimento sociale e politico ha sempre visto, nell’immediato, una interruzione dei suoi traffici e un pericolo per i suoi profitti. Sarebbe dunque vano e assurdo, nell’analisi dei fatti storici, andare a cercare il carattere borghese della rivoluzione nel fatto che vi partecipano o no i borghesi, come sarebbe assurdo determinare come proletario ogni rivolgimento a cui i proletari partecipano. La caratteristica borghese o proletaria di una rivoluzione, come dei partiti che si pongono sul terreno della rivoluzione, non è data dalla loro composizione sociale, ma dall’indirizzo politico e dalla visione generale, dai limiti che il movimento si pone. Se non si ha ben chiaro questo aspetto della questione, non si può capire nulla dello svolgimento dei fenomeni storici. Nella grande rivoluzione francese, ad esempio, non solo non fu la borghesia fisicamente alla testa della rivoluzione, ma la stessa ideologia rivoluzionaria e le stesse organizzazioni che condussero avanti il movimento non provenivano dalle sue file; nel 1789 essa era piuttosto favorevole ad un compromesso con la monarchia che le permettesse di condurre in pace i propri affari. Fu solo, da una parte, il movimento della piccola borghesia parigina e del nascente proletariato, dall’altra il movimento del contadiname che determinarono lo sviluppo della rivoluzione fino all’estirpazione di ogni resistenza feudale. Gli interessi reali e storici della classe borghese vennero quindi incarnati dagli strati piccolo-borghesi, i quali d’altronde non potevano né possono mai avere che una prospettiva borghese, e perciò realizzarono gli interessi della borghesia.
Il contadiname francese, la piccola borghesia urbana, il proletariato nascente realizzarono gli obbiettivi della borghesia, e perciò il potere che si instaurò in Francia fu un potere borghese anche se nessun elemento di questi vi fu fisicamente rappresentato. Che cosa rivendicavano di fatto i contadini? Rivendicavano la divisione delle terre feudali e la loro assegnazione in proprietà privata. Questo corrisponde al loro interesse immediato, e per questo interesse essi combattono. Ma la piccola proprietà contadina significa il commercio del suolo, la possibilità assoluta di comprare, vendere, lasciare in eredità la terra, e ciò significa immediatamente che la terra viene sottomessa al dominio del capitale finanziario; è appunto in nome della libertà di commercio che una parte dei contadini viene espropriata e cade nel proletariato, lo stesso avviene ad una parte sempre maggiore della piccola borghesia urbana, i mezzi di produzione si concentrano in mani sempre più ristrette, quindi il modo di produzione capitalistico prende uno slancio terribile e può senza ostacoli mettere le mani su tutta la produzione sociale.
La rivoluzione perciò si muove per ciò oggettivamente su una base e verso obbiettivi che avrebbero portato alla rovina i ceti veramente rivoluzionari e al predominio sia economico sia politico della classe grande borghese. Se dunque la nostra analisi si limitasse agli aspetti più superficiali, e guardasse solo agli strati sociali che al movimento prendono fisicamente parte, dovrebbe arrivare alla conclusione che la rivoluzione francese fu la rivoluzione dei contadini e della piccola-borghesia, e il potere napoleonico il potere statale del contadiname. Al contrario Napoleone I rappresentava gli interessi generali della borghesia e dello sviluppo del modo di produzione capitalistico, appoggiandosi su contadini che, nel difendere i loro particolari interessi, difendevano il dominio grande borghese e ne ponevano le basi. Lo stesso fatto si verifica in Russia nel febbraio 1917. La rivoluzione è avversata in tutti i modi dalla borghesia; ma le masse dei contadini e degli operai si muovono sul terreno borghese e, contro la borghesia, difendono gli interessi del suo dominio. Nel febbraio 1917 è il proletariato stesso che lascia il potere nelle mani della borghesia, cioè combatte non per i suoi interessi autonomi di classe, ma per interessi borghesi rappresentati da partiti come il menscevico, il socialista rivoluzionario e anche il cadetto, che non organizzano la borghesia come strato sociale ma ne realizzano le prospettive, proprio perché non vedono altro fine della rivoluzione e altro ordine sociale che quelli che corrispondono alla forma capitalistica. Solo quando alla testa delle masse proletarie si pone il partito comunista, il quale indica un traguardo che supera i confini della stessa società borghese e implica la distruzione dei rapporti di produzione capitalistici alla scala mondiale, solo allora la rivoluzione diventa proletaria, cioè la classe proletaria si muove sul proprio terreno e per i suoi propri interessi.
Il criterio con cui la teoria marxista analizza i fatti sociali ed identifica le classi e la loro lotta è quindi ben diverso dal criterio volgarmente statistico che si basa meccanicamente sulla posizione degli uomini rispetto al processo produttivo, per cui la classe borghese sarebbe l’insieme dei padroni di fabbrica e la classe operaia l’insieme degli operai; al contrario noi sosteniamo che si ha una classe solo quando le masse, che sono poste in una certa posizione dallo sviluppo delle forze produttive, esprimono un indirizzo politico autonomo, una particolare visione del divenire sociale che corrisponde ai loro interessi generali, e si muovono sulla base di questo indirizzo. Oggi, per esempio, la classe operaia, cioè la massa degli operai salariati, non si muove secondo il suo indirizzo di classe ma, dominata da partiti che, se pur composti da operai, esprimo le esigenze della conservazione capitalistica, si muove e si è mossa in difesa degli interessi del suo nemico, della classe borghese.
Tutta questa messa a punto è necessaria per chiarire che, quando noi sosteniamo che in Cina si è avuta una rivoluzione borghese e che la Cina attuale è uno Stato capitalistico, non intendiamo affatto dire che la borghesia come strato sociale a sé stante detiene il potere politico. Intendiamo invece sostenere e dimostrare che il potere stabilito in Cina nel 1949, e attualmente in vigore, esprime e difende gli interessi dello sviluppo e della conservazione capitalistica, e quindi della borghesia in quanto classe, il suo programma il suo modo di agire, i suoi rapporti con le diverse classi sociali e con gli altri Stati, in una parola la sua esistenza stessa sono totalmente inseriti nel quadro del modo di produzione capitalistico, e del suo migliore e largo possibile sviluppo.