Partito Comunista Internazionale

Il movimento operaio nell’Iraq moderno Pt. 2

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Studio esposto nelle riunioni del partito dal maggio 2003 al maggio 2005.
(Continua dal numero scorso)
 

La rivoluzione borghese

Il colpo di Stato degli Ufficiali Liberi

La monarchia hascemita in Irak cade il 14 luglio 1958, rovesciata dal colpo di Stato mosso da un gruppo di ufficiali.

Le cause sono ben riassunte nello scritto, redatto pochi mesi dopo da un generale statunitense, H. G. Martin: «L’abisso che divideva i ricchi dai poveri costituiva un perenne incitamento alla rivolta: il costo della vita era salito alle stelle; gli studenti, gli impiegati e gli operai dell’industria e i miserabili affittuari delle campagne versavano tutti in uno stato di grave bisogno. Il comunismo era molto diffuso. L’odio per Nuri [il capo del governo] e per i latifondisti – sceicchi arabi e aga curdi – che rappresentavano il suo partito, costituiva ormai un fenomeno patologico. Vi erano poi altri due oggetti di esecrazione generale: l’accordo per il petrolio sulla base del 50% stipulato con l’Irak Petroleum Company nel 1952 [secondo il quale allo Stato iracheno spettava il 50% dei profitti e l’altro 50% restava nelle mani delle Società che coltivavano i pozzi] e l’adesione al Patto di Baghdad, sottoscritto nel 1955 da Irak, Turchia, Gran Bretagna, Pakistan e Iran [che schierava l’Irak contro l’Egitto e la Siria]» (Un decennio di guerra fredda, in “Middle Eastern Affairs”, marzo 1959).

La rivolta irachena ebbe caratteristiche particolari. Scrive Guido Valabrega: «Mentre la rivoluzione egiziana del ’52 ebbe quasi il carattere d’una resa della monarchia di fronte all’incalzare dell’opposizione per l’impotenza a risolvere i problemi del paese, la rivoluzione irachena del 1958 ebbe aspetti di scontro più violento e cupo, esaltante e travolgente» (La rivoluzione araba, 1967).

Già alcuni mesi prima del colpo di Stato i principali partiti d’opposizione alla monarchia, il Partito dell’Indipendenza (Istiqlal), il Partito Nazionaldemocratico, il Partito Comunista e il Ba’th, si erano alleati formando un Fronte Nazionale Unitario clandestino. Reclamavano la repubblica, libertà di associazione, libere elezioni, affrancamento dal controllo della Gran Bretagna, ma divergevano su molti punti fondamentali, il rapporto con la Iraq Petroleum Company e la questione della nazionalizzazione del petrolio, la questione agraria, le libertà sindacali e la questione sociale, gli schieramenti internazionali.

Non fu infatti il Fronte Nazionale ma un gruppo di ufficiali dell’esercito, denominatosi Ufficiali Liberi sull’esempio dell’organizzazione che aveva preso il potere in Egitto alcuni anni prima, a decidere all’inizio del 1958 di passare all’azione sotto la spinta dell’aumentata tensione nella regione, divenuta terreno di confronto tra i due blocchi imperialisti, lo statunitense e il russo.

Il Libano, che era sull’orlo di una guerra civile, e la Giordania, ambedue sotto influenza occidentale, temevano la neonata unione tra Egitto e Siria, cosiddetta Repubblica Araba Unita, benedetta da Mosca. La monarchia irachena, unita strettamente alla monarchia giordana, aveva deciso quindi di inviare alcune unità militari sul confine occidentale, pronte ad intervenire in aiuto di quel regime. Le truppe, di stanza nell’Est del Paese, comandate dal giovane colonnello ’Abd al-Salam ’Arif, che aderiva agli Ufficiali Liberi, dovevano passare vicino a Baghdad per raggiungere il confine giordano. I cospiratori approfittarono dell’occasione: le unità militari, giunte vicino alla capitale, vi penetrarono e, in un’azione veloce, ne occuparono gli edifici strategici, compresa la stazione radio, da cui il colonnello ’Arif annunciò la caduta della monarchia e la costituzione della repubblica.

Il 14 luglio 1958, mentre la radio trasmetteva la Marsigliese, in ricordo dell’altro, lontano, 14 luglio, del 1789, quando la popolazione di Parigi aveva preso d’assalto la Bastiglia, le truppe assalivano il palazzo reale. Dopo un breve bombardamento la guardia reale si arrese e Re Faisal II, il principe ereditario ’Abd al-Ilah e diversi altri membri della famiglia reale, arrestati, furono immediatamente passati per le armi. Il primo ministro Nuri Said, che tentava di fuggire vestito da donna, venne riconosciuto da alcuni soldati e subito fucilato; l’odio popolare verso questo personaggio era tale che il suo corpo fu trascinato in trofeo per le vie di Baghdad dalla folla inferocita.

In appoggio al colpo di Stato i militari fecero appello alla popolazione perché scendesse nelle strade a manifestare contro la monarchia, l’imperialismo e i suoi agenti e per scoraggiare eventuali interventi di potenze esterne. Fecero anche appello ai partiti che costituivano il Fronte Nazionale Unitario perché si mobilitassero. Le masse risposero con entusiasmo e Baghdad e le altre città irachene divennero immediatamente teatro di enormi manifestazioni di piazza, alcuni uomini d’affari statunitensi e dei ministri giordani vennero uccisi; si verificano massicci fenomeni di saccheggi e di espropri.

Gli stessi Ufficiali Liberi ne furono allarmati e nei giorni successivi al colpo di Stato fu proclamato il coprifuoco e imposta la legge marziale. La situazione sociale irachena era talmente esplosiva che il nuovo governo, rappresentante gli interessi della classe borghese in ascesa, si trovò fin dalle sue prime mosse a dover fare i conti, da una parte, con il proletariato urbano e agricolo, organizzato e combattivo, dall’altra con una classe di proprietari fondiari ancora arroccata e potente.

Uno dei criteri per misurare la radicalità di una rivoluzione borghese è sicuramente quello della sua politica agraria: la rivoluzione è tanto più profonda quanto più riesce ad estromettere dal potere la classe fondiaria, imponendo con la forza provvedimenti di esproprio della terra che possono arrivare fino a trasferirne la titolarità allo Stato. Ma la borghesia si è sempre mostrata molto prudente quando si è trattato di attaccare il diritto di proprietà della terra, nonostante il fatto che una radicale riforma agraria favorirebbe enormemente lo sviluppo del sistema di produzione capitalistico. Il timore di un processo rivoluzionario, mosso dal proletariato delle città e delle campagne, che travalichi anche i rapporti di produzione fondati sulla proprietà privata dei prodotti del capitale, spinge la classe borghese al compromesso con la fondiaria, sicuro alleato contro le classi sfruttate.

Il nuovo governo iracheno non sfuggì a questa regolarità del dominio di classe. Cercò l’appoggio dei fondiari per tenere soggiogata la turbolenza dei contadiname e dei proletari; da qui una politica estremamente moderata, non solo in campo agrario ma in generale in materia sia di politica interna sia nelle relazioni con l’estero.

Già il 18 luglio venne dichiarato il rispetto degli accordi petroliferi siglati dai precedenti governi mentre il rappresentante iracheno all’ONU confermava l’adesione del suo paese al Patto di Baghdad, venendo così meno a due dei temi fondamentali della propaganda antimonarchica. Nell’agosto successivo il nuovo primo ministro, il generale Qasim, ricevendo il sottosegretario di Stato americano, Bob Murphy, lo rassicurò di «non aver fatto la rivoluzione nell’Iraq per offrire il suo paese all’URSS o all’Egitto».

Nonostante questa politica prudente gli angloamericani reagirono al colpo di Stato con la forza, soprattutto per impedire che la rivolta si estendesse: la VI flotta sbarcò 10 mila uomini in Libano, più di quanti ne contava all’epoca l’intero esercito libanese, mentre gli inglesi inviarono 2.500 paracadutisti, i famosi “diavoli rossi” in difesa della fedele monarchia giordana.

Appena insediatosi al potere il gruppo di ufficiali rivoluzionari, alla cui testa si trovava il generale di brigata ’Abd al-Karim Qasim, varò una nuova costituzione che proclamava la repubblica e conferiva al generale Qasim il titolo di primo ministro, ministro della difesa e comandante in capo dell’esercito; al colonnello ’Arif, che aveva contribuito direttamente alla riuscita del colpo di Stato, fu affidata la carica di vice primo ministro e ministro degli interni; i restanti membri del governo furono scelti soprattutto tra personalità civili del Partito Nazionale Democratico.

Nessun membro del Partito Comunista vi fu cooptato; anche il Partito Democratico curdo di Massud Barzani ne fu tenuto fuori. Eppure sarà proprio valendosi di questi due partiti, ambedue con un forte sostegno popolare, che Qasim riuscirà a far prevalere la sua linea politica, incentrata sull’esaltazione del nazionalismo iracheno. Il Partito Comunista iracheno era contrario ad ogni ipotesi di avvicinamento alla RAU, dove i comunisti erano fuorilegge e perseguitati, e contrario all’unione con la RAU era anche il partito curdo, consapevole che la trasformazione del paese in una provincia di un più vasto Stato avrebbe reso ancora più ardua la lotta per l’autonomia e l’indipendenza delle regioni curde.

L’importanza attribuita alla questione curda dal nuovo governo si riflesse nella costituzione del 1958 che stabiliva che «gli arabi e i curdi sono associati nella nazione» e che i loro «diritti nazionali» sono garantiti nell’ambito della «unità irachena». Quest’associazione era simboleggiata dalla nuova bandiera sulla quale il disco d’oro emblema del Saladino (che era di origine curda) e il pugnale ricurvo curdo si univano alla scimitarra araba. I riconoscimenti verso i curdi non andarono però molto oltre e la situazione economica nelle regioni del Nord rimase caratterizzata da grande arretratezza e povertà.

«L’obiettivo della rivoluzione nazionale – ha scritto lo storico Samira Haj – come definito dai suoi dirigenti era liberare l’Iraq dalla monarchia oligarchica e dal suo creatore, l’imperialismo britannico; e ricostruire la nazione promuovendo lo sviluppo sociale ed economico nell’interesse della sua popolazione. La rivoluzione, rappresentando la “volontà della nazione”, aveva obiettivi “universali” che trascendevano differenze di classe, etniche, religiose e di genere» (The Making of Iraq 1900-1963, New York 1997).

Naturalmente questo programma “universalista” esisteva solo nella testa degli ideologi borghesi; in pratica esso non poteva che significare difesa degli interessi della borghesia e dei proprietari fondiari sulla pelle del proletariato e dei contadini poveri, così come era accaduto nella Grande Rivoluzione francese: combattuta al grido di Uguaglianza, Libertà, Fraternità ma culminata nella dittatura borghese e nel terrore antiproletario.

Solo i dirigenti del Partito Comunista iracheno, stalinizzati e ben indottrinati per difendere la suicida teoria della “rivoluzione per tappe”, non vollero vedere la realtà e, nonostante le severe avvisaglie, la severità cioè con cui si era posto fine alle manifestazioni di massa e l’esclusione del loro partito dal governo, diedero il loro pieno sostegno all’azione del nuovo regime, come spiegava uno dei dirigenti più importanti del Partito, ’Amer ’Abdallah: «Il nostro partito appoggia gli interessi economici della borghesia nazionale come condizione fondamentale per lo sviluppo di uno Stato borghese democratico… Lo scopo della rivoluzione è di stabilire delle riforme sociali ed economiche nel quadro delle relazioni capitalistiche di produzione… Noi consideriamo questa rivoluzione una rivoluzione popolare» (citato da Ilario Salucci, al-Wathbah Movimento comunista e lotta di classe in Iraq 1924-2003, Milano 2004).

Seguendo questa politica il Partito Comunista iracheno determinò non soltanto il suo suicidio politico, ma consegnò il proletariato iracheno, legato mani e piedi, nelle mani dei suoi aguzzini.
 
 

Panarabismo e nazionalismo

Fin dai primi giorni del suo insediamento il nuovo governo si trovò ad affrontare questioni fondamentali, sia di politica interna sia di politica estera, tutti problemi sui quali non c’era unanimità di vedute neppure all’interno del ristretto gruppo che esercitava il potere.

In politica interna si trattava di decidere in merito: alla realizzazione di una riforma agraria; del rapporto da tenere con le società petrolifere straniere; sulla questione fondamentale della libertà di associazione per partiti e sindacati; sulla politica sociale da adottare; emergeva inoltre il nodo dell’indipendentismo curdo.

In politica estera, una volta spezzato il legame con la Gran Bretagna, si trattava di scegliere, in un momento in cui stava riacutizzandosi lo scontro tra le due superpotenze per il controllo dell’area mediorientale, tra una politica panarabista, che avrebbe in breve portato all’unione con Egitto e Siria, e una politica nazionalista, che puntava a fare dell’Iraq una potenza regionale, cercando di sfruttare le possibilità aperte dallo scontro tra USA e URSS.

La prima spaccatura nel governo si verificò proprio sulla questione della politica estera tra la tendenza panaraba, sostenuta dal Partito Ba’th e dal colonnello ’Arif, che richiedeva l’immediata unione alla RAU, e la tendenza nazionalista irachena, appoggiata dai liberali, dal Partito Comunista e dal Partito Democratico Curdo e difesa dal generale Qasim.

Il ministro degli Interni ’Abd-ul-Salam ’Arif era convinto che solo l’unione con la RAU avrebbe potuto permettere la sopravvivenza dell’Iraq e, per trovare appoggi, nelle convulse giornate dell’agosto del 1958, iniziò a percorrere la provincia cercando di mobilitare il contadiname povero, tenendo veementi quanto demagogici discorsi in appoggio ad una «repubblica popolare, patriottica e socialista», contro ogni «differenza, privilegio rango di potere», provocando persino delle sommosse tra i contadini che, insofferenti della loro oppressione, lasciavano cadere le zappe per saccheggiare ed impossessarsi della terra degli sceicchi.

Il primo ministro Qasim passò immediatamente all’offensiva e, con l’appoggio del Partito Comunista – che denuncio ’Arif e i suoi slogan, che «portavano strati sociali patriottici nelle braccia dell’Imperialismo» (ma quali strati patriottici, i proprietari fondiari?) – sollevò il colonnello dalle sue cariche e lo spedì a fare l’ambasciatore nella Repubblica Federale Tedesca. ’Arif tornò clandestinamente in Iraq, ma fu arrestato, processato e condannato a morte; la condanna fu poi commutata in ergastolo.

Il Partito Comunista iracheno si opponeva ai nazionalisti panarabi appellandosi alle “peculiarità nazionali” dell’Iraq. Secondo la sua analisi la Rivoluzione di Luglio era nazionale borghese e un’unione con Siria ed Egitto (quest’ultimo aveva uno sviluppo industriale di gran lunga superiore a quello iracheno) sarebbe stata di ostacolo allo sviluppo di una industria e di un capitale nazionale. Secondo le parole di Aziz al-Hajj, all’epoca un dirigente di primo piano del Partito Comunista iracheno: «È naturale che ci opponiamo ad una unione di “stile prussiano”… Noi siamo per una forma federale di unificazione che garantisca gli interessi di tutte le classi in ciascun singolo Stato arabo… un’unificazione che prenda in considerazione lo sviluppo ineguale di questi paesi… che rispetti la scelta popolare di “governo democratico”. Siamo contro un’unione antidemocratica che porti alla crescita e all’espansione della borghesia nazionale egiziana a spese dei lavoratori, dei mercanti e dei capitalisti degli altri paesi arabi. In questo stadio è per noi naturale lottare dalla parte della borghesia nazionale irachena, per il suo sviluppo».

Schierandosi contro l’Unione il Partito Comunista non faceva altro che agevolare la politica indicata da Mosca, che non vedeva di buon occhio un rafforzamento troppo rapido dell’Egitto, alleato ancora inaffidabile. Allo stesso tempo si faceva strumento degli interessi più ristretti della borghesia nazionalista, e si veniva anche ad evitare una qualunque possibilità di solidarietà regionale del proletariato. Quando la divergenza con i panarabisti passò sul terreno dello scontro di piazza il Partito Comunista fu la principale forza a reprimere chi si batteva per l’Unione araba, in una serie di scontri sanguinosi, con la repressione e l’espulsione dai sindacati dei lavoratori favorevoli all’Unione.
 
 

La rivolta di Mossul

Lo scontro culminò nella sconfitta per le strade della rivolta militare di Mossul del marzo 1959, diretta da un gruppo di Ufficiali Liberi di tendenza panarabista, anticomunista e pro-nasseriana. È un episodio di grande importanza per la comprensione dei rapporti di classe in quei mesi di enorme effervescenza sociale.

Il comandante della guarnigione di Mossul ordinò alle truppe di disperdere un massiccio raduno dei Partigiani della Pace, un’organizzazione legata al Partito Comunista iracheno; una parte dei soldati, con l’appoggio della popolazione, oppose resistenza all’ordine rivolgendo le armi contro gli ufficiali e innescando la rivolta.

È stato notato che, nel movimento, si verificò un alto grado di correlazione tra le divisioni economiche, etniche e religiose: per esempio molti dei soldati non solo venivano dagli strati più poveri della popolazione, ma erano anche curdi; gli ufficiali appartenevano per lo più alla classe media e arabi; molti dei contadini poveri nei villaggi intorno a Mossul erano cristiani aramei; i latifondisti erano per la maggior parte musulmani arabi. Ma, dove la divisione economica non coincideva con quella etnica o confessionale, fu il fattore di classe che prevaleva, non quello razziale o religioso: i soldati arabi si unirono non agli ufficiali arabi, ma ai soldati curdi; i capi clanici latifondisti curdi si unirono ai capi latifondisti arabi; le vecchie e ricche famiglie cristiane di mercanti non fecero causa comune con i contadini cristiani. Quando agivano di propria iniziativa i contadini, qualsiasi fosse la loro etnia, indirizzavano la loro ira contro i latifondisti in modo indiscriminato e senza considerare neanche la posizione politica. Per parte loro i poveri e i lavoratori dei quartieri arabi si unirono ai contadini curdi e cristiani aramei contro i latifondisti arabi musulmani.
 
 

La repressione contro il proletariato

La situazione era giudicata pericolosa anche a Washington e Allen Dulles, direttore della CIA, la descriveva «la più pericolosa nel mondo odierno». Spontaneamente si mobilitavano, si inquadravano e insorgevano grandi masse, entusiaste, nei sindacati operai e nelle associazioni contadine, i giovani, le donne. Il Partito Comunista, che cresceva nel numero degli iscritti, arrivati in poco tempo a 25 mila, dava l’impressione di una forza formidabile, ma utilizzata per volgere quel movimento in senso non rivoluzionario e portalo alla dispersione e alla sconfitta. Una trappola verniciata di rosso.

«Avendo contribuito efficacemente a salvare il regime – scrive P. Rondot nella suo lavoro Irak, (Parigi, 1979) – i comunisti si mostrano esigenti e chiedono di partecipare alle responsabilità del governo. I curdi e gli sciiti, che hanno trovato nei comunisti degli alleati, appoggiano queste rivendicazioni». Ma il governo Qasim, nonostante il moderatismo politico del Partito Comunista, non voleva dare l’impressione di cedere alle sue pressioni, anche per non alienarsi ulteriormente i favori delle classi ricche e degli Stati Uniti e decise anzi di passare all’offensiva contro di esso. Nel maggio 1959 furono rimessi in vigore due articoli del vecchio codice penale che punivano con una pena da sette anni all’ergastolo chi professava idee comuniste.

L’Ufficio Politico del Partito Comunista, invece di mobilitare le classi inferiori, il che era estraneo alla sua vera natura, si ostinò nella ricerca del compromesso facendo un’immediata marcia indietro, fermando la campagna per l’ingresso di propri uomini nel governo e quella per una più radicale riforma agraria. La decisione dell’Ufficio Politico venne poi fatta propria dal Comitato Centrale a luglio. È probabile che a imporre questa politica, evidentemente autolesionista, fossero anche le pressioni di Mosca, preoccupata dalla piega presa dagli avvenimenti iracheni che contrastavano con la politica di “coesistenza pacifica” che in quegli anni andava ostentando. Rimane il fatto che questa decisione costituì una svolta decisiva del Partito in appoggio al governo.

Questa politica “di destra” non evitò lo scontro finale, ma lo posticipò di quattro anni, necessari per la totale distruzione di quello che la classe operaia irachena credeva fosse il suo partito, e solo per questo ritenuto dalla borghesia un pericolo oggettivo; quattro anni di continua erosione e declino del Partito, dell’appoggio di cui godeva nei sindacati e nelle altre organizzazioni di massa.

L’azione repressiva del governo si scagliò contro i lavoratori più combattivi e contro i militanti comunisti, i quali due attributi spesso venivano a sommarsi nello stesso individuo proletario: e qui sta il portato peggiore della controrivoluzione staliniana, a scala internazionale. Tra luglio ed agosto del 1959 ne vennero arrestati centinaia, e si diffusero in tutto il paese le uccisioni (nell’ordine delle centinaia), i pestaggi e le intimidazioni contro chiunque fosse militante o anche solo simpatizzante del Partito Comunista. L’organizzazione giovanile, controllata dal Partito Comunista, che aveva raggiunto 84 mila aderenti nella primavera 1959, fu sciolta dalla polizia nel maggio 1960 (ma a quella data era già scesa a 20 mila aderenti), che procedette all’arresto di più di 200 suoi quadri. Pesanti repressioni poliziesche le conobbe anche la Lega delle donne irachene e la Federazione studentesca, anch’esse controllate dal Partito Comunista. Nei posti di lavoro si procedette nel 1960 al licenziamento di 6 mila dirigenti operai. Ma, significativamente, la repressione di Qasim nei con fronti dei comunisti mirò sempre (fino al colpo di Stato che mise fine al suo regime, nel febbraio 1963) ad indebolire e neutralizzare la base sociale dei comunisti, e non a cancellare il partito – infatti i suoi dirigenti non vennero mai colpiti da misure repressive.

Tuttavia il Partito Comunista, nonostante la svolta repressiva iniziata nel maggio 1959, continuò ad appoggiare incondizionatamente il governo, per «la necessità di rafforzare l’unità nazionale ed appoggiare i dirigenti attuali nei loro sforzi di protezione della repubblica», e fece autocritica per la sua attività nella primavera del 1959, considerata “ultrasinistra”. Il 4 dicembre 1959 il Partito Comunista organizzò grandi manifestazioni in occasione dell’uscita dall’ospedale di Qasim (che era stato oggetto di un attentato il 7 ottobre), con le seguenti parole d’ordine: «Mano nella mano con il governo nazionale per mantenere l’ordine! Più grano al tuo popolo, prode contadino! Produci di più, valoroso operaio! Lunga vita alla solidarietà del Popolo, dell’Esercito e del Governo sotto la guida di ’Abd-ul-Karim Qasim!».

Questi i due boia del proletariato, e del contadiname povero, iracheno: la borghesia nazionale e lo stalinismo.

Nel gennaio 1960 il governo varò una legge per la legalizzazione dei partiti, nel tentativo di dare l’immagine di una vita politica più aperta, ma tale libertà fu negata al Partito Comunista nonostante che esso avesse accettato tutte le condizioni governative, dal cambiamento del programma, a quello del nome, a quella della composizione dell’Ufficio Politico. Dall’aprile 1960, per vari periodi e in varie località i giornali pubblicati dal Partito Comunista vennero proibiti, e dall’ottobre 1960 fu fatto definitivamente chiudere il quotidiano del Partito che era stato legalizzato appena pochi mesi prima.

È interessante notare, soprattutto oggi che qualcuno vede nel radicalismo islamico un possibile alleato nella lotta all’imperialismo, che il governo Qasim, mentre lasciava nella clandestinità i “comunisti”, permise la costituzione di un partito islamico, «benché il programma del partito mirasse all’obiettivo ultimo di costituire un ordine islamico, la sua ostilità verso l’ateismo, il materialismo e il comunismo era in prima linea, e questo aiuta forse a capire perché al momento Qasim lo apprezzasse» (C. Tripp, Storia dell’Iraq, Milano 2003).

L’organizzazione islamica al-Dawa (La Chiamata), formatasi intorno al giovane ’alim Muhammad Baqir al-Sadr (il padre di quel tale al-Sadr che per qualche mese ha dato del filo da torcere ai marines americani, prima di tornare a più miti consigli), che inquadrava i musulmani sciiti, si era guadagnata l’attenzione del governo qualche mese prima, nell’autunno del 1958, quando aveva organizzato proteste contro la legge di riforma agraria, sostenendo che l’esproprio di una proprietà privata era contrario alla Shari’a. Con questo pretesto il governo concesse di pagare l’indennizzo ai terrieri ed escluse dalla legge le terre waqf (cioè di proprietà di enti religiosi) riducendo ulteriormente l’impatto della riforma.

Nel novembre 1960 i ministri vicini al Partito Comunista furono costretti a dare le dimissioni e furono chiuse le principali organizzazioni di massa dirette dal partito: i Partigiani della pace, la Lega della gioventù irachena, la Lega delle donne.

Nell’estate del 1961 il Comitato Centrale del Partito Comunista iracheno, su iniziativa del segretario ar-Radi, condannò le posizioni della “destra” del Partito (’Amer ’Abdallah fu accusato di essere un “agente” di Qasim, e si allontanò dall’Iraq, andando a vivere in Bulgaria), ma quello che ne risultò in pratica fu solo un cambiamento esteriore, con la pubblicazione clandestina del giornale del partito. Sul piano dei principi cambiò ben poco. Ne è un esempio il fatto che quando Qasim lanciò la guerra contro i curdi nel settembre 1961, il Partito Comunista fu ben più critico del movimento curdo che del governo, ed insinuò che dietro quel movimento vi fosse la longa manus dell’imperialismo e nemmeno separò le responsabilità del proletariato iracheno, che non aveva alcun interesse ad appoggiare l’azione repressiva del governo.

Seguì un breve periodo di disgelo verso il Partito comunista: Qasim annullò nel dicembre 1961 le concessioni alle compagnie petrolifere nelle zone non sotto sfruttamento, e liberò tutti i prigionieri politici. Ma nel maggio 1962 ne fece arrestare ancora a centinaia dopo una manifestazione di alcune migliaia di persone, indetta dal Partito Comunista a Baghdad “per la pace in Kurdistan”.

Alla vigilia del colpo di Stato del febbraio 1963, che cancellerà il Partito Comunista iracheno dalla vita politica del paese, questo era sceso dai 25 mila aderenti del 1959 (nel gennaio di quell’anno il Partito Comunista aveva dichiarato di non accettare più nuovi iscritti, in mancanza della capacità amministrativa di accoglierli!) a meno di 10 mila, di cui 5 mila a Baghdad, e soprattutto aveva perso le enormi posizioni di forza che deteneva quattro anni prima nelle organizzazioni giovanili, nei sindacati, nelle unioni contadine, nella milizia popolare creata all’indomani della Rivoluzione di Luglio.
 
 

La questione agraria

Nel 1958 la situazione della terra era caratterizzata da un estremo accentramento della proprietà in grandissimi latifondi: sui 48 milioni di donum coltivabili (1 donum = un quarto di ettaro) ben 32 milioni appartenevano a 168.346 proprietari; una dozzina di sceicchi si spartivano il 20% del Sud del paese. I tre quarti delle famiglie che vivevano nelle campagne, quasi 4 milioni di contadini, erano senza terra.

Negli ultimi anni rivolte contadine si erano succedute con una certa frequenza e una delle prime promesse del regime era stata proprio quella della riforma agraria. In molti casi ai contadini era bastato quell’annuncio per occupare senz’altro le terre dei grandi proprietari, bruciarne le abitazioni, distruggere i registri catastali e i contratti di proprietà. La questione agraria dunque rappresentò il secondo terreno di scontro tra le diverse classi e tra le stesse forze che sostenevano il governo e fu certo quello più importante.

Nonostante queste premesse, che dimostrano la gravità del problema, la riforma, promulgata il 30 settembre 1958, si ispirò largamente alla riforma agraria egiziana del 1952, ma in senso ancora più moderato. Fu decantata come “la liberazione del contadino”, “la riorganizzazione delle relazioni agricole” e “la liquidazione del sistema feudale”. Ma, dietro le frasi di propaganda, l’obiettivo cui tendeva non era l’esproprio, e quindi la scomparsa sociale delle vecchie classi feudali, ma la loro sopravvivenza e la difesa dei loro interessi in una trasformazione, dolce ed indolore per esse, che le traghettasse nel nuovo regime. Il mezzo sarebbe stato immettere la terra sul mercato per lasciar operare i suoi lentissimi meccanismi al fine dell’ammodernamento delle tecniche di conduzione e per l’evoluzione in senso capitalistico dei rapporti di produzione e di proprietà nelle campagne. Non certo questo tipo di riforma avrebbe tolto dalla miseria i milioni di contadini poveri e senza terra. Le terre realmente confiscate furono le peggiori e il prezzo per acquistarle ne escluse i contadini poveri, senza capitali e senza accesso al credito, e rafforzò invece i contadini piccoli e medi. I contadini senza terra, che erano la grande maggioranza, continuarono a vivere in miseria e a subire uno sfruttamento ancora maggiore.

Inizialmente il Partito Comunista appoggiò la riforma – pur riconoscendone la natura conciliatoria nei confronti delle vecchie classi terriere – sempre con la giustificazione delle “necessità” imposte dallo “stadio” della rivoluzione. Così spiega questa politica ’Amer ’Abdallah, uno dei teorici del Partito Comunista: «non abbiamo mai chiesto una riforma agraria radicale… perché prendiamo in considerazione la natura di classe della rivoluzione nazionale, e gli stretti legami della borghesia nazionale con i grandi possedimenti terrieri e con i patrimoni agricoli».

Per reazione nascevano e si diffondevano velocemente delle “società contadine”, che nel maggio 1959 erano già circa 3.500. Il Partito Comunista allora, continuando la deleteria prassi politica delle “svolte” repentine, passò a far mostra di difendere gli interessi dei contadini poveri e senza terra e condusse un’ampia agitazione contro la riforma. Si interessò delle “società contadine”, delle quali più del 60% finirono sotto controllo stalinista. Nel corso del mese dell’aprile 1959 si succedettero enormi manifestazioni, che il Partito Comunista faceva proprie e a cui deve le sue parole d’ordine, culminate con una manifestazione il 1° maggio a Baghdad che, secondo gli organizzatori, raccolse un milione di persone.
 
 

Una rivoluzione borghese tardiva

La Rivoluzione di Luglio aveva abbattuto il potere della monarchia oligarchica sostituendola con una repubblica e dando inizio ad un periodo di cambiamenti politici e lotte di potere.

Denominatore comune fu la lotta feroce contro il movimento proletario e le sue organizzazioni. Il potere della classe dei proprietari fondiari, tradizionale base della monarchia, non fu abbattuto ma solo ridimensionato ed il problema della terra e dei contadini poveri permase drammatico. Il nuovo regime ruppe il monopolio inglese sul petrolio solo per permetterne lo sfruttamento a un più largo numero di multinazionali.

Come quella, classica, francese, anche la rivoluzione irachena proclamava di avere obiettivi universali che trascendevano classi, religioni, etnie e altre differenze, ma nei fatti dimostrò invece di difendere, e con quale ferocia, i privilegi delle nuove classi dominanti, non più quelle legate al potere monarchico, ma le classi borghesi e fondiarie che intascano la rendita agraria, quella petrolifera e i profitti del commercio e della ancora limitata rete industriale.

Nonostante i suoi limiti la rivoluzione nazionale mise in movimento l’intera società irachena: furono rivoluzionati i rapporti tra gli individui e all’interno della famiglia; le donne iniziarono a liberarsi da un’oppressione secolare; i contadini poveri a trasformarsi in proletari e a spostarsi nelle città. Tra convulsioni spesso sanguinose il nuovo Iraq diverrà in qualche decennio uno degli Stati più potenti dell’area, una potenza regionale che le diplomazie imperialiste non esiteranno a spingere verso una guerra terribile col vicino Iran, per ridimensionare la potenza economica, finanziaria e militare di entrambi.
 
 

Tra nazionalismo e repressione

Il nuovo regime repubblicano, diretto dal generale Qasim, segue una politica nazionalistica, opponendosi a quanti, soprattutto in seno alle forze armate, vogliono l’immediata unione con l’Egitto. Questa scelta esprime gli interessi di una parte della borghesia nazionale che teme l’unione col più industrializzato e potente Egitto e trova alleati nel Partito Comunista, divenuto in pochi mesi un’organizzazione potente in grado di controllare la mobilitazione del proletariato delle città e il contadiname, e nei partiti dell’etnia curda che tradizionalmente tentano di ottenere l’autonomia della regione settentrionale dell’Iraq.

Qasim si troverà ben presto in una situazione difficile: pressoché isolato sul piano internazionale dopo aver rotto con Egitto e Siria, ma anche con l’Iran e col Kuwait, con i quali ha riaperto antiche dispute territoriali, debole sul piano interno perché la sua politica sociale scontenta le classi inferiori e anche i curdi che, nonostante le molte promesse, ottengono ben pochi risultati dal loro appoggio al regime.

Della situazione approfitta l’Egitto, la cui azione avevamo un po’ trascurato nello scorso rapporto, per appoggiare un nuovo colpo di Stato, stavolta diretto dal Partito Ba’th, portavoce di un programma panarabista e populista, oltreché ferocemente anticomunista. L’opera dell’Egitto contro il regime di Qasim pare sia iniziata già nel 1959 quando Il Cairo avrebbe fornito armi e appoggio politico ai rivoltosi di Mossul e si inquadra in una generale politica di Nasser tesa a fare dell’Egitto il capofila del mondo arabo e ad ottenere l’appoggio occidentale colpendo le organizzazioni comuniste all’interno del suo Paese e in tutta l’area mediorientale.

Lo storico Anouar Abdel-Malek, così descrive l’azione del Cairo: «Una violentissima campagna di stampa e radiofonica viene intanto scatenata contro l’Irak, presentato quale nemico del nazionalismo arabo. Il 12 settembre 1958 John Foster Dulles, che aveva già dichiarato l’8 aprile che “gli Stati Uniti concordano perfettamente col Presidente Nasser”, annuncia la ripresa dell’aiuto americano all’Egitto, con una prima rata di 13 milioni di dollari» (Anouar Abdel-Malek, Esercito e società in Egitto 1952-1967, 1967).

Il 7 ottobre 1959 un commando ba’thista, di cui fa parte anche il giovane Saddam Hussein, attenta alla vita del generale Qasim, che viene ferito. Saddam Hussein fugge in Siria e poi in Egitto, «dove i servizi segreti egiziani mettono in guardia Nasser sui contatti del giovane iracheno con l’ambasciata americana» (Pierre Jean luizard, La questione irachena, 2003).

Intanto scoppia anche la questione curda. Nel giugno 1961 il Partito Democratico Curdo (PDK) indirizza al governo una serie di richieste a cui si risponde con la repressione: i giornali curdi sono chiusi e si effettuano decine di arresti. Per i curdi è il segnale della rivolta, che presto si trasformerà in una vera e propria guerra, una guerra lunga, dura e poco gloriosa che si ripercuoterà negativamente sul morale dell’esercito iracheno e che toglierà a Qasim molti degli appoggi di cui godeva tra le forze armate.

Per cercare di arginare l’influenza del Partito Comunista, il governo Qasim, come abbiamo visto, aveva tentato di appoggiarsi ai Fratelli Musulmani e ora costringeva i ministri comunisti a dare le dimissioni dal Governo.

Non si può non restare ammirati dal coraggio con cui i militanti comunisti e il proletariato dell’Irak affrontano, spesso in contrasto con la loro direzione politica, lo scontro feroce con l’apparato repressivo borghese; non si può non restare impressionati dalla profondità e dalla violenza che caratterizza la lotta di classe in questo Paese dove la forca, la fucilazione e la tortura sono il sistema normale di tacitare gli oppositori.

I commentatori occidentali, sia di tradizione liberale sia socialdemocratica, fanno derivare questi metodi repressivi dalla mancanza di tradizioni democratiche, di una tradizione “partitica”, di una corretta “dialettica democratica”, insomma li attribuiscono all’”arretratezza” politica del Paese. Noi pensiamo, al contrario, che la radicalità dello scontro politico è caratteristica delle società dove un proletariato numeroso, giovane e vitale rappresenta una minaccia oggettiva per delle classi dominanti che hanno ben poco da offrire a quelle masse, la mobilitazione delle quali esse hanno utilizzato nel tentativo di scrollarsi di dosso, almeno in parte, il giogo imposto loro dall’imperialismo. La dittatura aperta rappresenta dunque un carattere di modernità, specchio di una vitalità proletaria che manca al proletariato occidentale, irretito per decenni nell’azione soporifera dell’opportunismo.
 
 

Tormentata stabilizzazione

L’8 febbraio 1963 un colpo di Stato militare, si dice appoggiato dalla CIA, rovescia il regime di Qasim. Il Partito Comunista lancia un appello alla mobilitazione con la parola d’ordine «Alle armi! Schiaccia la cospirazione reazionaria e imperialista!». Manifestazioni si svolgono nei maggiori centri, ma Qasim l’8 febbraio si rifiuta di far distribuire le armi al popolo: l’esercito, schieratosi sin dal primo momento con i golpisti, spara contro i manifestanti, armati per lo più di semplici bastoni, facendo centinaia di vittime. Il giorno successivo la resistenza è spezzata ovunque, salvo sacche che si batteranno fino al giorno 12 (in particolare a Bassora). Qasim si arrende, ma viene subito giustiziato. Diviene capo di Stato ’Abd-us-Salam ’Aref, l’ex “numero due” della rivoluzione di Luglio 1958

Il “Consiglio nazionale del Comando Rivoluzionario”, l’organismo che ha preso il potere, scrive nel suo proclama n° 13: «I comandanti delle unità militari, la polizia e la Guardia Nazionale sono autorizzati ad annientare chiunque disturbi la pace. I leali figli del popolo sono chiamati a cooperare con le autorità fornendo informazioni e sterminando questi criminali». Dall’8 al 10 febbraio, nei primi due giorni del colpo di Stato, vengono uccise tra le 1.500 e le 5.000 persone, fra cui almeno 350 comunisti. I quartieri delle città dove si era sviluppata la resistenza vengono trattati come territorio nemico con rastrellamenti di massa, arresti generalizzati, stragi e stupri.

Il futuro dirigente della sinistra del Partito Comunista, al-Hajj, riconsiderando quei giorni affermerà che la resistenza al colpo di Stato era stata un atto “glorioso” del Partito, che lo avrebbe “salvato politicamente”, mentre il vero “errore” sarebbe stato commesso nel 1958-63 quando «l’intera strategia del nostro partito si basava su un principio errato, quello per cui, piuttosto di iniziare una guerra civile, dovevamo evitarla a tutti i costi. Allo stesso tempo le altre forze… stavano affilando i coltelli per massacrarci al momento migliore». Anche ammesso che il proletariato avesse da battersi in difesa del governo borghese, di fatto il Partito Comunista quella resistenza armata non l’aveva preparata nemmeno nel 1963. La realtà è che il fine proprio e cosciente dei partiti operai-borghesi è la loro medesima sconfitta e dispersione, trascinando e precipitando in esse un ingannato proletariato.

Nella coalizione che sale al potere l’elemento predominante è il Ba’th, che ancora nel febbraio 1963 era una piccola organizzazione; appartengono al Ba’th il primo ministro Ahmad Hasan al-Bakr e il viceprimoministro e ministro degli Interni ’Ali Sadeh as-Sa’di, segretario generale del partito e vero uomo forte del regime, poiché controlla personalmente la Guardia Nazionale, la forza paramilitare del partito che è alla testa della repressione e che in pochi mesi raggiungerà la forza di 30 mila uomini.

Nei mesi successivi la repressione anticomunista è durissima. Non una singola struttura del Partito Comunista nell’Iraq arabo riesce a resistere. Il segretario generale ar-Radi è arrestato il 20 febbraio e muore dopo quattro giorni di torture; i due segretari che gli succedono, Jamal al-Haidari e Muhammad Salih al-’Aballi, vengono arrestati il 21 luglio e giustiziati. Nel corso del 1963 sono uccisi sette membri (su 19) del Comitato Centrale. Le esecuzioni “legali” di comunisti sono 150, ma quelle “illegali”sono molto più numerose. Nel novembre 1963 i comunisti in carcere sono 7 mila. I membri meno irresponsabili del partito cercano nel corso dell’anno di salvare dalla repressione il maggior numero possibile di militanti, facendoli evacuare dalle città in direzione delle campagne o del Kurdistan. L’attività del partito per un anno e mezzo è pressoché nulla. Il colpo subìto dal Partito Comunista nel 1963 è ancor più duro di quello patito nel 1949.

La coalizione ba’thista-militare, se è efficiente nella repressione antioperaia, è però molto instabile, con continue divisioni al suo interno. Batatu descrive la compagine governativa di questo periodo con le parole di Dostojevski: «niente è più difficile dell’avere un’idea, o più facile del tagliare delle teste».

«La pretesa del Partito Ba’th di perorare la causa del panarabismo e del benessere pubblico sotto lo slogan “Libertà, Unità, Socialismo” aveva sempre dato adito alle più varie interpretazioni. In Iraq, come altrove, la gente aderiva al partito per le più varie ragioni. Conseguentemente la sezione irachena del partito comprendeva numerose posizioni differenti tra loro» (C. Tripp, Storia dell’Iraq, p. 231).

I nasseriani presenti al governo vengono allontanati già nel maggio 1963; l’Iraq rompe con l’Egitto di Nasser a luglio. La guerra nel Kurdistan, dopo un breve periodo di tregua, riprende a giugno (il Partito Comunista questa volta appoggia le forze curde e tenta a luglio un colpo di mano, fallito, alla principale base militare del paese, quella di ar-Rashid). Lo stesso Ba’th si spezza: a ottobre al suo congresso nazionale (panarabo) vince l’ “ala sinistra”, con parole d’ordine per la “pianificazione socialista”, per “un’agricoltura collettiva gestita dai contadini”, per il “controllo democratico dei lavoratori sui mezzi di produzione” e per “un partito che si basi prevalentemente sugli operai e sui contadini”. In Iraq l’ “ala sinistra” è rappresentata da as-Sa’di, che si proclama improvvisamente “marxista”. Con lui si schiera la Guardia Nazionale, la Federazione Studentesca e il Sindacato Generale dei Lavoratori.

Questa situazione mette in allarme gli ufficiali dell’esercito e l’ “ala destra” del Ba’th, rappresentata dal capo del governo al-Bakr. Dall’11 al 18 novembre l’Iraq è nel caos: ufficiali dell’esercito, armi in mano, intervengono al congresso del Ba’th iracheno per imporre una direzione di “destra”, as-Sa’di viene mandato in esilio a Madrid, ma ufficiali ba’thisti di “sinistra” cercano di resistere e bombardano la base militare di ar-Rashid; le strade di Baghdad sono in mano ai militanti ba’thisti di “sinistra” e alla Guardia Nazionale. Il Sindacato Generale dei Lavoratori lancia un appello perché vengano giustiziati i borghesi che stanno portando i loro capitali all’estero e chiede l’immediata socializzazione delle fabbriche e la collettivizzazione dell’agricoltura.

Il 18 novembre scatta un nuovo sollevamento gestito dal capo dello Stato ’Abd-us-Salam ’Aref con il generale di brigata suo fratello ’Abd-ur-Rahman. Reparti dell’esercito attaccano la sede della Guardia Nazionale che viene bombardata e l’ordine viene ripristinato a Baghdad.

In una prima fase, dal novembre 1963 al febbraio 1964, il blocco al potere è una coalizione di militari nazionalisti fedeli personalmente ad ’Aref, militari ba’thisti “di destra” e militari nasseriani. In un secondo periodo, dal febbraio all’agosto 1964, l’elemento predominante al vertice dello Stato sono i militari nasseriani, mentre quelli ba’thisti vengono allontanati dai centri di potere (tenteranno un fallito colpo di Stato). È in questo periodo che viene annunciato un Consiglio Presidenziale congiunto con l’Egitto. Viene inoltre decisa la formazione di un partito unico, l’Unione Socialista Araba, sponsorizzato dallo Stato (su imitazione dell’Egitto), la nazionalizzazione di tutte le banche e le assicurazioni e delle maggiori imprese industriali e commerciali e la distribuzione del 25% dei profitti ai lavoratori. I militari nasseriani richiedono il monopolio del commercio estero, ma si scontrano con il rifiuto netto dei loro alleati: questo provoca la rottura con i militari fedeli ad ’Aref, che ad agosto assumono da soli il potere.

Inizia la terza fase, che, dall’agosto 1964 terminerà con la morte accidentale di ’Abd-us-Salam ’Aref, avvenuta il 13 aprile 1966, caratterizzata da un gruppo di potere con un orientamento nazionalista conservatore che tenterà, in una situazione di caos economico, con massicce fughe di capitali all’estero e licenziamenti, di fare una parziale “marcia indietro” rispetto alle misure adottate nella primavera 1964 dai nasseriani. Di nuovo in questo periodo si registra un fallito colpo di Stato.

Alla morte di ’Abd-us-Salam ’Aref gli succede il fratello, ’Abd-ur-Rahman ’Aref. Resta al potere, continuando la politica del fratello, fino al luglio 1968, quando viene deposto dal colpo di Stato ba’thista e costretto a un dorato esilio in Gran Bretagna.

Passata la tragica bufera del colpo di Stato del 1963, negli anni sucessivi la repressione contro il Partito Comunista si era di nuovo allentata, e aveva consentito una lenta opera di ricostruzione del partito. Fino all’estate 1964 l’organismo dirigente è il “Comitato all’estero per l’organizzazione del Partito Comunista”; i sui membri vivono nei paesi dell’Europa orientale da dove denunciano il regime di ’Aref come una “dittatura militare reazionaria”.

La pace con i curdi del febbraio ’64, gli avvenimenti egiziani (rilascio dei detenuti comunisti, stabilirsi di stretti rapporti con l’URSS, discussioni sull’autoscioglimento dei due partiti comunisti egiziani e loro ingresso nel partito unico di Nasser, l’Unione Socialista Araba), e la svolta nasseriana a Baghdad (con le nazionalizzazioni e il miglioramento dei rapporti con l’URSS, che inizia a rifornire di armi l’Iraq) porta uno spregiudicato Partito Comunista, ubbidiente a Mosca, ad operare una netta svolta politica nell’agosto 1964. Il Comitato Centrale, riunitosi clandestinamente a Baghdad, adotta una nuova linea, detta “di Agosto”, che individua addirittura nell’Egitto un paese che “si pone sulla strada dello sviluppo non-capitalistico e verso il socialismo”, e questo porta a riconsiderare la posizione del partito sulla questione dell’unità araba, con un’aperta autocritica della politica seguita nel 1958-63 su questo terreno: «È erroneo… che i comunisti continuino ad aggrapparsi alla democrazia politica come condizione per l’appoggio a qualsiasi unità araba… [quest’ultima deve essere vista] alla luce del fenomeno dello sviluppo non-capitalistico e dell’avanzamento sociale che arricchisce il contenuto progressista dell’unità araba».

Questa nuova politica risponde pienamente alle direttive di Mosca di allora. Si legge a proposito ne La storia segreta del KGB di C. Andrew e O. Gordievskij: «Nei primi anni ’60 Krusciov e il Centro di Mosca, ma non tutto il Presidium, erano persuasi dell’esistenza di una “nuova correlazione delle forze” in Medio Oriente che andava sfruttata per la lotta contro il “Nemico Principale” [gli USA]… Gli ideologi sovietici escogitarono i termini “strada non capitalista” e “democrazia rivoluzionaria”, per definire lo stadio intermedio tra capitalismo e socialismo raggiunto da alcuni leader del Terzo Mondo. La decisione di Nasser, nel 1961, di nazionalizzare gran parte dell’industria egiziana fornì prove incoraggianti del suo progresso lungo la “strada non capitalista”».

Sono gli stessi termini usati dalla direzione del Partito Comunista iracheno, che non fa altro che ripetere pedissequamente la “nuova” politica di Mosca. Valuta, retrospettivamente, positivo il colpo di Stato del novembre 1963, «che ha rimosso gli incubi del regime fascista e della Guardia Nazionale… e ha creato condizioni più favorevoli per la lotta delle forze antimperialiste per preservare l’indipendenza nazionale, cambiare la politica ufficiale dell’Iraq e far rientrare il paese sulla via della liberazione araba». La conclusione politica della nuova “svolta” era che «se noi ammettiamo la possibilità dello sviluppo dell’Iraq lungo linee non-capitaliste, da ciò consegue inevitabilmente che noi possiamo indirizzare la nostra politica non verso la conquista del potere da parte del nostro partito: noi dobbiamo rimanere all’avanguardia, ma vi sono forze che gradualmente stanno adottando i nostri obiettivi… Allo stadio attuale il miglior governo in Iraq è una coalizione di tutte le forze patriottiche che combattono per la completa emancipazione e per il progresso sociale».

Secondo i critici di sinistra del partito, «si vedeva la cooperazione con Il Cairo… come la chiave di ogni sviluppo rivoluzionario in Iraq… e quindi si subordinava la pratica politica del partito alla volontà del Cairo e dei suoi partigiani a Baghdad». Ma evidentemente non si tratta solo di questo: ormai da anni i vertici del partito hanno rinnegato ogni principio del marxismo rivoluzionario.

Il Plenum del Comitato Centrale dell’agosto 1964 elegge un nuovo Comitato Centrale, in parte in Iraq, in parte all’estero, e il nuovo segretario del partito, Aziz Muhammad (“Mu’in”, “Nadhim ’Ali”).

La “linea di Agosto” suscita grande indignazione tra i militanti, che giustamente giudicarono la svolta del partito come un sostegno verso coloro “le cui mani grondano del sangue del partito e del popolo”. Spesse volte i gruppi di base del partito ignorano le indicazioni del C.C. e agiscono per proprio conto. La base si sposta progressivamente a sinistra, e la direzione – dopo aver inutilmente provato con misure disciplinari a imporre la nuova linea – àttua infine una nuova “svolta” nella primavera e soprattutto nell’autunno 1965 seminando, crediamo, non poco sconcerto tra i militanti.

Con la scomparsa definitiva degli elementi nasseriani dalla compagine governativa e la ripresa della guerra in Kurdistan, la direzione del Partito Comunista adotta la parola della “lotta violenta” per rovesciare “il regime dittatoriale” di ’Aref e “per un governo di coalizione nazionale provvisorio con tutti i partiti e gruppi patriottici e antimperialisti… che istituisca una vita costituzionale parlamentare”, facendo appello a Nasser perché riconsideri i rapporti con il regime di ’Aref, che apre le porte all’influenza dell’imperialismo inglese e dei monopoli petroliferi.

Dall’ottobre 1965 il Partito Comunista mantiene una posizione ostile al regime di ’Abd-us-Salam ’Aref, e successivamente del fratello, nonostante gli apprezzamenti che i loro governi ricevono sia da Mosca sia dal Partito Comunista Libanese, ma è solo nel febbraio 1967 che il Partito Comunista decide di formare piccole unità armate, mobili e fisse, nelle zone rurali e in una serie di città, e di iniziare una limitata guerra di guerriglia.

Naturalmente questo apparente radicalismo non basta a mantenere l’unità del Partito: il 17 settembre 1967 una consistente parte dell’organizzazione, che si era battuta per “democratizzare” la vita interna del partito, si scinde e fonda il Partito Comunista Iracheno (Comando Centrale). Il P.C.I. (Comando Centrale) si rifiuta di schierarsi con la Cina o con l’URSS, e sostiene la necessità dell’armamento delle masse e della lotta armata popolare nelle città e nelle campagne. Si batte per obiettivi ambigui: un “regime popolare democratico rivoluzionario sotto la direzione della classe operaia”, per “l’unità araba rivoluzionaria con un contenuto socialista” e per “la distruzione dello Stato d’Israele e la creazione di uno Stato democratico arabo-ebraico”.

Nel febbraio 1969 tutti i componenti dell’Ufficio Politico vengono arrestati: due muoiono sotto tortura, mentre gli altri tre (compreso il segretario al-Hajj) accettano di collaborare con il Ba’th, denunciano i loro compagni e fanno interventi pubblici a favore del Ba’th (successivamente al-Hajj pare abbia fatto carriera in ambito diplomatico, ottenendo un posto a Parigi).

Il P.C.I. (Comando Centrale) riesce a riorganizzarsi solo un anno dopo, nel solo territorio curdo, e stabilisce un’ “alleanza strategica” con il PDK di Barzani, al tempo l’unica organizzazione nazionalista curda.

La sconfitta curda del 1975 porta anche alla rovina del P.C.I. (Comando Centrale): nel 1975 vennero arrestati e giustiziati i suoi cinque massimi dirigenti a Sulaimaniyya, colpo da cui questo gruppo non riuscirà a riaversi, molti militanti cessano l’attività politica e le piccole unità sopravvissute si disperdono alla fine degli anni ’70.
 
 

La tattica suicida del Fronte Unico

Il Partito Comunista ufficiale, identificato come P.C.I. (Comitato Centrale) dal 1967 per distinguerlo dall’organizzazione scissionista P.C.I. (Comando Centrale), convoca d’urgenza dopo la scissione una conferenza nazionale (la terza nella sua storia) per il dicembre 1967, dove riafferma l’orientamento della costruzione di Fronti democratici uniti nella prospettiva della formazione di un governo di coalizione in sostituzione di quello di ’Abd-ur-Rahman ’Aref. Nonostante la conferenza riaffermi la propria fedeltà all’URSS e all’Egitto, Mosca non gradisce questa scelta politica e risponde facendo chiudere due mesi dopo la “Voce del popolo iracheno”, l’emittente radio del Partito Comunista che trasmette da Praga con ripetitori in Bulgaria.

Il Ba’th e le forze armate compiono un ennesimo colpo di Stato il 17 luglio 1968, e ’Abd-ur-Rahman ’Aref è costretto all’esilio. È sostituito da Ahmad Hasan al-Bakr. Molti dei collaboratori di ’Aref partecipano al colpo di Stato salvando così le poltrone, ma solo per qualche settimana; pochi giorni dopo infatti, il 30 luglio, un altro colpo di Stato, elimina i vecchi amici di ’Aref e mantiene al potere i soli uomini del Ba’th, organizzati in un Consiglio del Comando Rivoluzionario che detiene tutti i poteri, con il governo nominato che ha esclusivamente compiti amministrativi. Questa struttura di potere non cambierà nei decenni successivi. Oltre ad al-Bakr, il nuovo uomo forte che emerge è Saddam Hussein: nel corso dei caotici anni ’70 riesce a diventare l’elemento chiave all’interno del Consiglio del Comando Rivoluzionario eliminando tutti i possibili concorrenti, e nel febbraio 1979 fa dimettere al-Bakr dalla carica di capo dello Stato, rilevandone il posto.

Il Ba’th cerca immediatamente l’appoggio del P.C.I. (Comitato Centrale), procedendo alla liberazione di alcuni prigionieri politici nel settembre 1968 e offrendo poltrone ministeriali ai comunisti. Inizialmente il P.C.I. (Comitato Centrale) rifiuta, ponendo come condizione la pace nel Kurdistan, un’assemblea costituente e il ristabilimento delle libertà civili (legalizzazione dei partiti politici, elezioni democratiche, ecc.), ma a partire dalla primavera 1969 (data alla quale l’Iraq ba’thista firma importanti contratti petroliferi con l’URSS) apre delle trattative con il Ba’th, che permette la pubblicazione legale del “mensile di cultura generale” del Partito Comunista, al-Thaqafa al Jadida, e richiede la partecipazione del Partito Comunista ad un “Fronte Nazionale Progressista”.

Le trattative durano fino alla primavera 1970, quando è il Ba’th a rompere i rapporti, procedendo a centinaia di arresti e uccidendo “discretamente” diverse personalità comuniste o facendole sparire. Il Partito Comunista tiene il secondo congresso della sua storia nel settembre 1970, ancora in clandestinità, nel Kurdistan iracheno: i documenti finali riconoscono l’azione “positiva” del Ba’th sul terreno economico e sociale, e le sue posizioni “antimperialiste e antisioniste”, ma continuano a denunciare l’assenza di “libertà democratiche”. I rapporti si riallacciano nell’autunno 1971, e si stringono dopo la nazionalizzazione della compagnia petrolifera Iraq Petroleum Company e la “solida alleanza strategica” stretta tra Baghdad e Mosca.

In generale, in tutto questo periodo (1968-1972) il Ba’th gioca al bastone e alla carota con il Partito Comunista, alternando aperture con repressioni violente, sia aperte sia nascoste. Una pratica comune era l’arresto di semplici militanti, sottoposti a torture nei centri di polizia, poi rilasciati dopo alcuni giorni, ma non mancano casi di omicidio di dirigenti anche nei periodi di “trattativa” e di “apertura”.

Contemporaneamente, nel 1970, il governo ba’thista procede: ad una nuova riforma agraria, ben più radicale di quanto avesse fino ad allora richiesto il Partito Comunista; ad un Codice del Lavoro che stabilisce i diritti sociali dei lavoratori (ma restringe all’estremo il diritto di sciopero e vieta la libera organizzazione sindacale); alla nazionalizzazione dell’Iraq Petroleum Company; al monopolio del commercio estero; all’alleanza con l’URSS e ad una posizione internazionale “antimperialista e antisionista” e all’appoggio ad alcune correnti del movimento palestinese.

Nell’aprile 1972 il Partito Comunista dichiara che «i recenti sviluppi hanno segnato una svolta nella lotta popolare» e si dichiara disponibile a entrare nel Fronte Nazionale Progressista. Il mese successivo due comunisti (di cui uno è il solito ’Amer ’Abdallah) entrano nel governo. Ma è solo nel luglio 1973 che si concretizza l’ingresso del Partito Comunista nel Fronte con la firma di una Carta d’Azione Nazionale, e la legalizzazione del partito e del suo quotidiano.

Dal 1972-1973 inizia un periodo in cui il Partito Comunista dipinge Saddam Hussein come un Fidel Castro iracheno, come “l’uomo della sinistra” del Ba’th più vicino ai comunisti. Nel febbraio 1974 il Partito Comunista scioglie tutte le proprie strutture indipendenti (e ancora illegali) sui posti di lavoro. Nei quattro anni passati dal 1972 il Ba’th sfrutta ampiamente l’acquiescenza comunista per acquisire un controllo pressoché totale sui sindacati, sulle unioni contadine e sulle altre organizzazioni di massa.

Il Partito Comunista appoggia tutte le iniziative del Ba’th, compresa la sanguinosa guerra contro i curdi nel 1974-1975, Ma è proprio l’accordo con l’Iran, che permette la sconfitta delle forze curde nel 1975, a dare a Saddam Hussein la forza e la sicurezza per iniziare l’assalto contro gli alleati del Partito Comunista, da cui non è più così dipendente. Alla fine del 1975 ricominciano una serie di arresti tra i militanti comunisti, e le attività del Partito Comunista iniziano a subire serie restrizioni a partire dalla primavera del 1976.

Il partito tiene il suo terzo congresso a Baghdad nel maggio 1976, e se da un lato riafferma la classica posizione per cui «la rivoluzione democratico-nazionale è entrata in un nuovo stadio progressista, lo stadio dello sviluppo non-capitalistico», dall’altro sottolinea «che le relazioni di produzione capitalistiche si espandono in ambito rurale e che nella via non-capitalistica (distinta dal periodo di transizione al socialismo) il capitale privato ha un peso importante e può far arretrare la situazione e far ritornare il paese sotto la dipendenza dell’imperialismo». L’esempio egiziano, con la brutale rottura imposta da Sadat di tutti i rapporti con l’URSS, è di pochi anni prima. Inoltre il congresso prende posizione, pur con un tono conciliante e “costruttivo”, contro la restrizione dell’agibilità politica, per il ritorno agli accordi originari all’interno del Fronte, e contro la dissoluzione delle organizzazioni di massa sotto direzione comunista (Federazione giovanile democratica, Federazione generale degli studenti e Associazione delle donne).

Da questo momento inizia una campagna propagandistica anticomunista da parte del Ba’th via via più violenta. All’inizio del 1978 è chiaro che una nuova rottura tra Partito Comunista e Ba’th è solo questione di tempo. Nel marzo 1978 viene annunciato che 12 comunisti sono stati giustiziati per aver condotto attività politica all’interno delle forze armate e a maggio viene promulgata una legge per cui qualsiasi attività politica non ba’thista da parte di qualsiasi membro o ex membro delle forze armate è punibile con la pena di morte. Nell’estate e nell’autunno si succedono arresti, torture e condanne a morte.

La rottura definitiva e il passaggio del Partito Comunista alla clandestinità avviene nell’aprile 1979. Il Comitato Centrale del luglio 1979 vota un documento che dimostra la sua cosciente volontà di auto-distruzione in un momento in cui i proletari più combattivi nei sindacati si trovavano, ancora una volta, sull’orlo dell’abisso: «Il nostro partito ha lottato con tutti i mezzi a sua disposizione per fermare il precipitarsi della crisi del paese. Da un alto senso di responsabilità di fronte al popolo, ha compiuto grandi sforzi per far sì che il regime segua una politica corrispondente agli interessi del popolo… La violenza sanguinaria con la quale è stato affrontato il nostro partito riflette l’apprensione dei capi del Ba’th per l’esistenza di un Partito Comunista… che esercita la sua indipendenza politica e ideologica… Tutte le argomentazioni dei capi del Ba’th fabbricate per giustificare la loro criminale campagna contro il nostro partito sono cadute, registrando per loro una sconfitta politica e morale, mentre nello stesso tempo si è consolidata l’unità del Partito e la sua posizione tra le masse». Di fronte ad una nuova ondata repressiva dopo quelle del 1949 e del 1963, il Comitato Centrale riesce solo a rivendicare l’ideale sconfitta “politica e morale” del proprio avversario, senza alcuna critica alla politica suicida seguita fino a quel momento!

Per la terza volta, dopo il 1949 e il 1963, legioni di combattenti operai vengono falciate dalla repressione, repressione che pare sia stata ancora più accurata delle precedenti. Nessuna organizzazione del proletariato nell’Iraq arabo rimane in piedi. La presenza del Partito Comunista si riduce al Kurdistan iracheno, come a suo tempo il P.C.I. (Comando Centrale), alla cui distruzione manu militari il Partito Comunista aveva dato il proprio fattivo contributo da alleato del Ba’th. Si stima che dal 1978 al 1981 siano stati effettuati tra i 20 e i 30 mila arresti, mentre centinaia sono stati i militanti comunisti “scomparsi” o “legalmente” giustiziati.

La sottomissione con la violenza del proletariato delle città e delle campagne permetterà alla borghesia irachena, che ha ben trovato in Saddam Hussein il suo sanguinario “amministratore”, di stabilizzare il suo potere rafforzando i rapporti commerciali con l’Est e con l’Ovest, di accumulare fortune miliardarie con la vendita del petrolio, di tentare anche la strada di una industrializzazione forzata, mentre si rafforzerà sempre più l’esercito, sia per la repressione all’interno del Paese sia come strumento per estenderne l’area d’influenza.

Su questa scia di sangue, e con i proventi della vendita dell’oro nero, si stabilizza il potere della cricca di Saddam Hussein.
 

(Fine del rapporto)