Parti Communiste International

Fuori dall’oscena ipocrisia della propaganda borghese di guerra e di pace!

Indices: Middle East and North Africa

Catégories: Egypt, Israel, Jordan, Middle East and North Africa, Pacifism, Palestine, Six day war, Syria

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Se qualche cosa di utile potrà uscire dalla farsa immonda che, nella stampa di partito, negli incontri fra diplomatici, nelle riunioni ad « alto livello ideologico », nell’Assemblea dell’ONU, il conflitto nel Medio Oriente ha scatenato, sarà di aver messo i proletari di fronte allo spettacolo senza veli dell’ipocrisia e dell’infamia di cui è impastata la propaganda di guerra e di pace della società borghese; di aver mostrato loro che cinquant’anni di « progresso » sui binari obbligati di questa società riportano invariabilmente il mondo su cui il suo dominio si esercita al putrido gradino di partenza del primo massacro imperialistico, il 1914, o della sua conclusione, il 1918 – sempre più putrido, anzi, man mano che il « progresso » avanza.

Oggi come allora, da una parte e dall’altra, si avalla la guerra, o si coonesta la pace, con una serie di argomenti giuridici e « morali » di ognuno dei quali i rivoluzionari marxisti hanno fatto strame per sempre, e che, ogni volta, borghesi e opportunisti ricantano in coro.

Argomento n. 1: c’è guerra perché c’è stato un bieco « aggressore » e un mite « aggredito »; corriamo a difendere il secondo, condanniamo il primo, e sarà pace. Rispondemmo allora e rispondiamo oggi che, quand’anche fosse possibile stabilire chi ha sparato per primo (e possibile non sarà mai), il colpo di fucile non cade dal cielo: è l’epilogo, non l’origine, di una guerra – politica, commerciale, diplomatica – che si svolge perenne nelle viscere della società della merce e del danaro, del salario e del profitto, la società capitalistica; una guerra che continuerà ad infuriare dopo che l’aggressore presunto sarà tolto di mezzo dai presunti aggrediti. Lo dicemmo, così è stato.

Argomento nr. 2 (giacché l’aggressore può sempre ribattere: ho attaccato perché, altrimenti, attaccavano me; lo dissero nel 1914-15 i tedeschi dei francesi, i russi dei tedeschi, gli austriaci dei serbi, gli italiani degli austriaci; può dirlo Tel Aviv del Cairo come il Cairo può dirlo di Tel Aviv): c’è il massacratore, il boia, il genocida; sia debellato sui campi di battaglia sia processato nel tribunale della « coscienza pubblica », paghi le spese; e sarà pace. Rispondemmo che la legge del capitalismo è la legge della giungla, la legge del massacro quotidiano, e chi in esso grida di più alle atrocità altrui ha sempre e invariabilmente le mani lorde di sangue, e l’urgenza di nasconderle. La pace dei « gentiluomini » dopo la sconfitta dei « malvagi » sarà, quindi un’altra pace da ladroni. Così dicemmo; così è stato.

Argomento nr. 3: L’« aggressore », il « boia », è tale perché non ha conosciuto le delizie di quel vertice della civiltà umana che è la democrazia: abbattiamolo, instauriamo la democrazia universale, e sarà pace. Così si giustificò nel 1914 la guerra contro gli Imperi Centrali (condotta con quella perla di democrazia ch’era lo zarismo): così si giustificò la guerra « antifascista » del 1939-45. Ribattemmo che le democrazie primigenie, Inghilterra e Francia, si erano create un impero coloniale col ferro e col fuoco, e che, nel nuovo conflitto – forti, proprio in grazia delle illusioni democratiche, di una capacità di mobilitazione integrale, – avrebbero esteso sull’orbe terraqueo i mille tentacoli del loro infernale dominio. Due guerre esse vinsero contro l’« antidemocrazia »; due paci partorite da esse e da nuove potenze borghesi e democratiche con tutto lo strapotere delle loro forze economiche, finanziarie e militari, non hanno prodotto che rinnovati conflitti, più estesi più profondi, più continui. La prevedemmo; così è stato.

Ma la ruota della propaganda imperialistica di guerra e di pace, di cui abbiamo citato soltanto tre perle ma ne potremmo elencare a migliaia (quante ne abbiamo sentite ripetere in questi giorni?), continua indisturbata a girare. Infinita è l’ipocrisia del capitalismo, della sua « cultura » dei suoi « principi ». Questa « cultura », questi « principi » che si vogliono eterni, si ispirano ad una sola esigenza: legare il carro di ferro e di fuoco del Capitale la classe che sola può tenere in moto con il suo sudore la macchina della « pace » fra mercanti e col suo sangue la macchina della guerra fra pirati. Questa « cultura », questi « principi », rispondono a un solo fine: schierare su fronti contrapposti di guerra e di pace quei proletari, israeliani o arabi, berberi o negri, russi o americani, francesi o britannici, e via dicendo, che soffrono di un unico giogo, che hanno un solo nemico, che sudano per lo stesso negriero, e additar loro un avversario nel fratello sotto un altro Stato un altro blocco imperialista, magari un altro « colore », perché non riconoscano nella propria classe sfruttatrice – che è poi internazionale, perché è la stessa dovunque – il loro aggressore il loro boia, il loro Gauleiter. Bisogna che essi vedano con gli occhi del padrone, bisogna che pensino col suo cervello. Chiamati a scannarsi perché la « civiltà » trionfi, perché la « giustizia » imperi, perché sia fatta « la libertà, l’uguaglianza, la fraternità », troppo tardi essi si accorgeranno di aver difeso col proprio petto, soltanto, il Tempio di Mammona, il tempio della schiavitù salariata.

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Per questo, soltanto per questo nei brividi di un preannunzio di crisi generale – si recita all’ONU il torneo oratorio-propagandistico fra coloro che pretendono di rappresentare, ciascuno da parte sua e tutti insieme, la volontà concorde dei rispettivi popoli, di là e al disopra delle divisioni in classi. Non ne uscirà nulla, né nel senso voluto dagli uni né in quello voluto dagli altri? Che importa: si sarà fatto tutto ciò che la « civiltà » di lor signori richiede per tentar d’impedire che la rivolta di classe, locale e mondiale, di tutti gli sfruttati butti all’aria il regime della carneficina permanente tra sfruttati. L’iniziativa di questa campagna di imbonimento spetta per tradizione agli opportunisti; e chi, nel caso presente, poteva prenderla meglio della supercentrale dell’opportunismo, il Cremlino?

Il resto – lo dicono loro stessi, i democratici, le vestali della indipendenza dei popoli, i guardiani delle « nazioni unite », i membri a vita del superparlamento di cristallo – lo combineranno i Grandi. Essi hanno fatto e disfatto a loro grado il Medio Oriente, tagliando fette di territorio ed erigendole a Stati; concedendo autonomie dopo di aver ribadito a colpi di maglio le catene della dipendenza economica, finanziaria, militare; vendendo armi ad « amici » e « nemici »; cambiando di volta in volta fronti di alleanza; « pacificando » dopo di aver massacrato; pretendendo di realizzare una « sistemazione nazionale » dove non sistemavano che oleodotti vie di commercio, e stati vassalli. Hanno creato di sana pianta la democrazia israeliana, tingendola di « socialismo » nei kibbutz; hanno tenuto a battesimo il « socialismo » arabo delle nazionalizzazioni e dell’accumulazione capitalistica; hanno coccolato (o buttato a terra) presidenti, reucci, sceicchi; continueranno a farlo, ridendo al tavolo delle colazioni di lavoro sulla dabbenaggine degli operai e dei contadini in tuta di lavoro o in divisa di guerra, lasciando cadere dall’alto della loro suprema saggezza i dieci comandamenti della loro Bibbia di esosi mercanti.

Faranno loro – sulla vostra pelle, proletari d’Israele e di Giordania, di Siria e d’Egitto, di America e Russia: sulla vostra pelle, proletari di tutto il mondo. E vi chiederanno di dirgli in ginocchio: Grazie!

Ma dalla pace, quale che debba uscire dalle loro mani assassine, da questa pace che – lo dica la Corea, lo dica Cuba, lo dica il Vietnam – è soltanto premessa ed annuncio di nuove ragioni di guerra, si sprigionerà, invano esorcizzata dai preti sacri e profani di una civiltà putrescente, la vostra guerra non di Stato, non di Nazione, non di Confine, ma di classe – unica e mondiale contro l’unico, mondiale nemico!