Feroce repressione sulle masse sfruttate arabe da parte della coalizione: Stati arabi-Israele-Imperialismo
Indici: Medio Oriente e Nordafrica
Categorie: Capitalist Wars, Israel, Jordan, Lebanese Civil War, Lebanon, Palestine, PLO, Syria
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«Al ritmo di più di mille morti al giorno», come cinicamente riportano i frigidi corrispondenti dal Libano delle varie agenzie di stampa, le ultime posizioni fortificate palestino-libanesi stanno per essere smantellate; ormai anche il campo di Tell Zaatar, che dal 22 giugno i rivoluzionari stanno difendendo con le unghie e con i denti dalla strapotenza militare delle milizie bianche della destra libanese e dell’armata siriana, sta per cadere.
Quelli che stanno subendo un proditorio sterminio sono tutti proletari, sono operai, sono contadini poveri, sottoproletari dei campi profughi e delle bidonvilles di Beirut; non vi sono differenze tra palestinesi e libanesi, l’appartenenza alla stessa classe li accomuna. Sono nostri compagni perché muoiono con la fame in corpo, scaricando le ultime pallottole dei loro caricatori contro gli sgherri delle classi reazionarie libanesi, siriane, israeliane; sono nostri compagni perché lottano contro tutto un mondo nemico.
Indubbiamente la loro sconfitta è una sconfitta per tutto il movimento proletario internazionale. È una vittoria per la borghesia internazionale che ha riconfermato due aspetti della sua potenza: 1) l’alleanza di tutti gli Stati borghesi, anche se schierati su diverse posizioni ideologiche o addirittura in conflitto tra di loro, contro le masse sfruttate, contro il proletariato; 2) la potenza dei regimi borghesi occidentali che riescono ancora, nonostante la crisi economica che li attenaglia, a tenere fermo il proletariato, a tenerlo legato alle loro prospettive, a fare in modo che stia a guardare i suoi fratelli palestinesi e libanesi crepare, senza muovere un dito. Soprattutto per questo gli avvenimenti del Libano rappresentano una grave sconfitta, perché hanno dato nuova forza ad una classe ormai in dissoluzione ed hanno aggiunto un nuovo anello alla catena che tiene legato il proletariato a questo marcio regime.
Il proletariato europeo infatti, dinanzi alla tragedia di migliaia e migliaia di proletari massacrati, dinanzi al genocidio spietatamente perpetrato di un popolo intero, sta a vedere imbambolato dai discorsi di quattro pagliacci superpagati, disposti a vendere l’anima (e non solo quella) per uno scranno nella putrescente aula parlamentare.
È un dato storico: da una parte le masse sfruttate del terzo mondo che, pur combattendo col fucile in mano, subiscono la direzione politica della piccola e media borghesia che tende a dirottare la loro lotta verso l’unico obiettivo dell’indipendenza nazionale, trascura il problema della soluzione della questione agraria a favore dei contadini poveri e senza terra e più in generale quello della fine dello sfruttamento; dall’altra il proletariato occidentale, comprato e corrotto in buona parte dall’imperialismo proprio con i profitti che questo ricava dal supersfruttamento dei popoli del terzo mondo, un proletariato ancora illuso di pacifismo, di progressismo, di coesistenza, di democrazia.
È un cerchio la cui saldatura è costituita dall’opportunismo internazionale, dallo stalinismo; è il cerchio che impedisce il collegamento in una lotta rivoluzionaria comune del proletariato occidentale e delle masse sfruttate d’oriente. È infatti proprio lo stalinismo che nella sua variante «cinese-terzomondista» teorizza l’alleanza di tutte le classi sociali in un unico fronte antimperialista, opponendosi a qualsiasi organizzazione autonoma delle sole classi sfruttate, del proletariato e dei contadini poveri e senza terra; questa concezione piccolo borghese si illude di trovare alleati nelle varie nazioni progressiste e «socialiste» perché così sarebbe, in effetti, se la lotta delle masse diseredate si fermasse alla risoluzione del solo problema nazionale non affrontando il problema di classe. È questa direzione politica che portò le masse giordano-palestinesi a subire il massacro del 1970 da parte delle truppe giordane e che ha portato oggi le masse libano-palestinesi a subire questo nuovo genocidio; sono gli attuali capi dell’OLP, la direzione politica di Al Fatah ad essere responsabili della sconfitta del movimento rivoluzionario delle masse palestinesi; per vincere contro l’alleanza reazionaria libano-siriana il primo da fucilare è proprio Arafat. I capi traditori della resistenza palestinese hanno avuto il coraggio, di fronte al comportamento apertamente controrivoluzionario e filoimperialista della Lega Araba che ha dimostrato con tutte le sue risoluzioni soltanto i legami indissolubili che legano le varie cricche di potere arabe all’imperialismo, hanno avuto il coraggio di parlare di «mancanza di serietà» da parte dei membri della Lega, dimostrando con la loro moderazione che né essi, né le classi di cui sono l’espressione stanno lasciando il loro sangue sul suolo libanese.
È lo stalinismo, sono i vari partiti comunisti nazionali che in Occidente, basandosi sulle piccole riserve di cui il proletariato occidentale ha indubbiamente goduto in questi anni, inculcano nella classe l’idea che ci si possa liberare dallo sfruttamento pacificamente, senza uso di violenza, democraticamente e fanno di tutto per togliere al proletariato qualsiasi arma per l’offensiva violenta contro la borghesia; gli scioperi vengono trasformati da forme di lotta senza quartiere contro i padroni, in pacifiche manifestazioni di protesta che non devono turbare né la produzione, né l’ordine; i sindacati da organizzazioni di combattimento contro lo sfruttamento del lavoro si sono trasformati in uffici di consulenza per padroni e Stato ed aspirano ad essere direttamente partecipi del potere borghese; lo stesso partito comunista è ridotto ad un partito d’opinione di cui fanno parte tutti, dai preti ai generali e la cui massima aspirazione è quella di andare al governo per salvare, finché è possibile, lo Stato borghese.
In questo modo, tolto ogni strumento alla difesa proletaria, questi partiti permettono alla borghesia di usare a piacimento tutti i suoi strumenti per l’oppressione violenta e spietata del proletariato e delle masse sfruttate del mondo. È questo cerchio che va spezzato. Le masse sfruttate d’Oriente, e la storia degli ultimi anni lo ha dimostrato a costo di spaventose carneficine, avranno possibilità di vittoria contro l’imperialismo e le classi reazionarie solo se combatteranno in stretta unione col proletariato delle metropoli imperialistiche: solo l’attacco coordinato al centro e alla periferia dello schieramento imperialistico può avere speranza di duraturo successo. Per arrivare a questo risultato il proletariato e le masse sfruttate in lotta rivoluzionaria dovranno sbarazzarsi dei Berlinguer come dei Marchais o dei Carrillo, degli Arafat, come dei Neto o dei Mao.
Vi sono stati dei primi tentativi di stabilire questa alleanza rivoluzionaria ed hanno dimostrato tutta la loro potenza: l’alleanza tra masse sfruttate palestinesi e libanesi ha tenuto in scacco per quasi un anno le pur superarmate milizie delle classi reazionarie e solo l’intervento diretto dell’esercito siriano ha loro tolto la vittoria militare. Va esaltato il gesto eroico di quei soldati siriani che si sono rifiutati, a costo della vita, per amore della loro classe di combattere contro i loro compagni palestinesi e libanesi. Nessuno commemorerà i nove piloti siriani fucilati come traditori dagli scherani del boia Assad. ONORE A LORO!
Questi episodi sono un sicuro segno della debolezza interna del regime siriano e di tutti i regimi arabi che basano la loro esistenza sul disumano sfruttamento di larghe masse di contadini poveri e senza terra come di un misero proletariato supersfruttato. Mai come in questo momento di sconfitta siamo stati tanto orgogliosi di essere comunisti rivoluzionari, di essere cioè i nemici irriducibili di questa società sporca, di essere fuori della sua ipocrita legge di classe, di essere gli unici a volerla distruggere pezzo per pezzo.
Ci fanno schifo gli uomini politici che, dinanzi alla tragedia, pensano solo alle loro poltrone, al «politicantismo personale ed elettoralesco»; ci fanno schifo gli attuali dirigenti sindacali, burocrati pieni di tronfio trionfalismo e di demagogia, capaci di indire uno sciopero per l’uccisione di un rappresentante del potere borghese qual è un magistrato, ma incapaci di muovere un dito di fronte al massacro di migliaia di compagni soltanto perché il loro sangue scorre un migliaio di chilometri lontano; ci fa schifo la cultura borghese e piccolo borghese, intrisa di pacifismo e di populismo da quattro soldi, pronta a scandalizzarsi di fronte al terrorismo dei disperati, ma pronta anche ad esaltare il terrorismo di quattro gangster in divisa da parà e supergonfiati di dollari e di droghe; ci fanno schifo gli intellettuali di «sinistra» che vogliono valutare tutto secondo giustizia ed equamente.
Oggi, ed anche questo è un dato storico, i comunisti rivoluzionari non sono un grande partito, con stretti legami tra la classe, non sono alla testa di potenti organizzazioni operaie, non hanno «guardia rossa» né mitragliatrici né cannoni da scaricare sull’avversario, non hanno nulla di tutto questo. Perciò debbono stare a veder impotenti la carneficina che si compie e possono solo scrivere su un piccolo giornale quello che hanno nel cuore e nel cervello. Di una sola cosa i comunisti rivoluzionari sono ricchi, dell’unica ricchezza che è concessa ai proletari: l’odio verso questa società, verso chiunque la difende, verso tutti i suoi preti, verso tutti i suoi sgherri e servi opportunisti.
IN LIBANO STA ATTUANDOSI UN NUOVO SPIETATO ATTACCO CONTRO IL POPOLO PALESTINESE; SI STA TENTANDO DI PERPETRARE UN NUOVO MASSACRO FORSE ANCORA PIÙ SANGUINOSO DI QUELLO ATTUATO APPENA SEI ANNI FA, NEL SETTEMBRE 1970, AD OPERA DELL’ESERCITO GIORDANO.
IL POPOLO PALESTINESE
Quello che viene chiamato comunemente «popolo palestinese» è il popolo che fino al maggio del 1948 abitava la Palestina, il territorio attualmente occupato dagli israeliani: un popolo costituito prevalentemente da piccoli contadini, da contadini poveri, da uno scarso proletariato supersfruttato e discriminato nei confronti di quello ebreo, da una netta minoranza di proprietari fondiari e imprenditori capitalisti. Quando gli israeliani occuparono militarmente la Palestina espellendone i suoi primigenii abitanti arabi ed impossessandosi con la forza e col terrore delle loro terre, colpirono naturalmente gli interessi dei contadini poveri che da un giorno all’altro si videro costretti a lasciare ogni loro avere e a fuggire nei paesi arabi confinanti, colpirono il proletariato palestinese costretto a lasciare il lavoro, la casa, per essere ammassato nei campi profughi in condizioni di vita miserevoli. La grande borghesia, i proprietari fondiari palestinesi anche quando sono stati costretti a fuggire hanno potuto, grazie ai loro capitali, integrarsi ben presto nelle economie dei vari paesi arabi e continuare a fare i loro affari; interessante a questo proposito quanto dice un opuscoletto a cura della Lega degli Stati Arabi: «Nei vari paesi arabi (…) uomini d’affari palestinesi sono preminenti in campo bancario, amministrativo ed in numero sempre crescente anche in quello delle ricerche di mercato e come consiglieri direzionali… In Libano il settore bancario e quello edilizio hanno beneficiato dell’apporto delle innovazioni e del lavoro palestinesi». Ecco quindi che, mentre i contadini a cui è stata rubata la terra dai sionisti, a cui non è stata lasciata neppure la terra su cui crepare di fame, sono costretti a vivere nelle tendopoli e a condurre la loro misera esistenza vendendo saltuariamente la loro forza lavoro nei vari paesi arabi o sopravvivendo con i sussidi UNRWA, i borghesi palestinesi, l’intellettualità, i grossi commercianti, i proprietari fondiari continuano a condurre la loro esistenza privilegiata. Queste differenze di classe si riflettono naturalmente a livello politico in seno all’OLP (Organizzazione per la liberazione della Palestina), infatti mentre per le classi privilegiate palestinesi esiste esclusivamente il problema nazionale di riconquistare la loro patria, il loro territorio ove fondare un loro Stato che difenda gli interessi dell’economia palestinese nei confronti di quella degli altri Stati, uno Stato in cui il proprietario fondiario palestinese possa sfruttare liberamente i suoi contadini palestinesi ed il borghese palestinese i suoi operai palestinesi, per le masse diseredate se esiste il problema della costituzione di uno Stato nazionale, esso è però indissolubilmente legato al problema di classe, queste masse lottano cioè per ottenere la terra per sé, esse lottano per riprendere la loro terra agli israeliani ma anche per strapparla ai proprietari fondiari palestinesi, per una radicale riforma agraria insomma.
Queste tendenze sono rappresentate all’interno dell’OLP e rappresentano le due «anime» del movimento: L’anima borghese che lotta per la soluzione della questione nazionale, cioè per una Palestina libera e democratica, è reazionaria sul piano di classe e ben decisa a difendere i propri privilegi nei confronti del proletariato e delle masse sfruttate palestinesi e tende quindi ad accordarsi con i regimi arabi in cui sa di avere dei sicuri alleati nella lotta contro Israele, e l’anima proletaria, che rappresenta l’ala più radicale, più combattiva, meno propensa al compromesso e che non ha nulla da sperare nei regimi arabi per la soluzione del suo problema di classe ma che, al contrario, costituisce, proprio per questi regimi, il più terribile dei nemici poiché anche l’economia di questi Stati si basa sullo sfruttamento disumano di grandi masse di contadini poveri, di proletari, di sottoproletari, costretti a condurre la loro esistenza se non nei campi profughi, nelle bidonvilles che assediano le grandi città del Medio Oriente. Queste masse sono gli alleati naturali delle masse sfruttate palestinesi, la lotta delle masse palestinesi è la loro lotta. È per queste ragioni oggettive che i tre milioni e mezzo di palestinesi, un numero non indifferente nei poco popolosi paesi arabi, dispersi per tutta l’area medio orientale, da Israele alla Giordania, dal Libano alla Siria, al Kuwait, sono una vera e propria MINA VAGANTE nella regione. Ecco perché il cerchio d’acciaio dell’imperialismo e della reazione araba si è stretto attorno a questo popolo.
LA NON INGERENZA
La lotta del popolo palestinese finora è stata condotta soprattutto contro Israele mantenendo verso gli Stati Arabi una posizione di «non ingerenza nei loro affari interni». Questa politica è ispirata e voluta dalla direzione borghese dell’OLP, rappresentata, in primo luogo, dal movimento di Al Fatah e dal suo dirigente Arafat. Direzione che, come abbiamo tentato di spiegare, tende al compromesso, al pateracchio con i vari regimi arabi e con l’imperialismo internazionale per vedere di arrivare, con questi metodi rinunciatari, fornite tutte le garanzie di lealtà alle varie potenze interessate, ad avere anch’essa il suo pezzo di terra ove sfruttare liberamente i suoi contadini ed i suoi proletari.
Ma se la direzione del movimento è in mano alle classi privilegiate del popolo palestinese, chi tiene il fucile in mano, chi crepa sul campo di battaglia, chi si batte con indomabile eroismo sono le masse sfruttate, i contadini, i proletari e questi strati si stanno accorgendo nella lotta, a costo di brucianti sconfitte, che la politica di «non ingerenza negli affari interni degli stati arabi» è una politica sbagliata, un vicolo cieco, un vero e proprio tradimento della loro lotta rivoluzionaria.
Non è vero infatti che i palestinesi possono vincere da soli contro Israele, come non è vero che le masse sfruttate palestinesi possono risolvere da sole il problema della terra. Questo è dimostrato dal comportamento degli Stati arabi quando, più per situazioni oggettive, per un moto spontaneo che per una precisa volontà del movimento di resistenza, l’isolamento delle masse palestinesi si è rotto ed esse sono venute a contatto col proletariato e le masse sfruttate degli altri Stati arabi.
IL SETTEMBRE NERO
Un esempio di questo «comportamento» si è avuto in Giordania nel 1970. La monarchia hascemita, intimorita dai legami sempre più stretti che la resistenza palestinese andava stringendo col movimento operaio e popolare giordano, legami che gettavano le basi per il rovesciamento violento del corrotto regime di Hussein, attaccò con ingenti forze i campi palestinesi col preciso scopo di liquidare tutti i covi guerriglieri per schiacciare la testa di punta del movimento rivoluzionario palestinese e quindi anche giordano e costringere le masse palestinesi ad abbandonare la zona di Amman e Zarqa e a stabilire i campi profughi alla periferia del regno, lungo la linea del fiume Giordano, tagliandone così i contatti con le masse diseredate di Giordania. In quella occasione, di fronte ai carri armati, agli obici, agli aerei del sanguinario boia Hussein che rasero al suolo Amman, Zarqa e altre città giordane, massacrando più di ventimila persone tra combattenti e civili inermi, tra palestinesi e giordani, anche i più «progressisti» tra i paesi arabi (era ancora vivo il «campione dell’arabismo» Nasser) lasciarono che la strage si compisse e solo la Siria fece il gesto «esemplare» di inviare una divisione corazzata in Giordania, che però, nonostante i successi riportati, fu ritirata pochi giorni dopo. Nemmeno da parlare poi dell’atteggiamento delle grandi potenze imperialistiche: gli USA restano a vedere dalla VI flotta incrociante nel Mediterraneo, il cane hascemita, forte delle sue fedeli tribù beduine, perpetrare la strage; l’URSS, con impareggiabile cinismo, invita i combattenti a «cessare la guerra fratricida» e da parte sua la Cina si limita a ribadire il suo appoggio alla lotta nazionale del popolo palestinese. Bisogna notare che, nonostante l’esistenza di movimenti «marxisti-leninisti» all’interno dell’OLP, la Cina ha sempre sostenuto Al Fatah, cioè l’ala destra del movimento, contribuendo quindi ad impedire la separazione tra elemento nazionale ed elemento di classe all’interno dell’OLP e a mantenere quindi l’organizzazione in posizione difensiva nei confronti dei regimi arabi.
IL LIBANO
Un altro esempio, che ha le stesse caratteristiche del primo, è quanto sta oggi accadendo in Libano. La destra libanese è cosciente del pericolo rappresentato dalla presenza sul suo territorio di 400.000 palestinesi, data la situazione sociale estremamente critica del paese, che vede da una parte ammassate ingenti ricchezze nelle mani della minoranza cristiana maronita cioè della grande borghesia commerciale e finanziaria, dei proprietari fondiari, della casta politica e militare, dall’altra le immense bidonvilles di Beirut ove è raccolta poco meno di un terzo della popolazione del Libano, popolate da contadini espulsi dalle campagne, da disoccupati, da sottoproletari. Ha tentato più volte di disfarsi del problema palestinese, cosciente del terribile potenziale rivoluzionario che sarebbe rappresentato dall’unione delle masse sfruttate libanesi con quelle palestinesi.
Nel gennaio 1975 P. Gemayel, capo del partito falangista libanese (Organizzazione armata della destra cristiana), denuncia la presenza dei fedayn nel Sud del Libano e chiede che venga fatto un referendum per decidere se i fedayn debbano o meno restare nel paese. Il 13 aprile un autobus di palestinesi e libanesi viene attaccato dai falangisti alla periferia di Beirut e 27 passeggeri, di cui 18 fedayn, vengono uccisi. Inizia da questo episodio la lotta aperta tra organizzazioni della Resistenza palestinese e le agguerrite milizie della destra cristiano maronita. I combattimenti provocano una grave crisi di governo e con la mediazione della Siria si giunge alla formazione di un «governo di salvezza nazionale» che annunzia un programma di riforme socio-economiche e riesce a mantenere la calma per due mesi (luglio e agosto 1975). Alla fine di agosto gravi incidenti scoppiano nella piana di Bekaa (Libano orientale) tra cristiani, che abbiamo detto si identificano con le classi privilegiate libanesi, e musulmani che costituiscono le classi sfruttate, contadini poveri, piccola borghesia, proletariato, braccianti agricoli palestinesi che sono impiegati in gran numero nella zona. Gli incidenti si estendono anche al Nord del Libano e si svolgono con estrema durezza, culminando a Beirut nella strage di duecento civili musulmani da parte di miliziani cristiani. L’intervento diplomatico della Siria riesce peraltro, nel mese di dicembre, a far cessare i combattimenti. Queste tregue naturalmente non servono ad un bel niente poiché non rimuovono le cause che hanno determinato gli scontri; esse servono soltanto alle organizzazioni della destra, ben decise sul da farsi, per riorganizzare le loro forze e procedere a nuovi attacchi.
Infatti nel gennaio 1976 i falangisti organizzano il blocco del campo palestinese di Teel Zaatar, alla periferia di Beirut. Il 14 gennaio la destra cristiana si impadronisce del campo palestinese di Dbaye (a nord di Beirut) e attacca la bidonville libano-palestinese della «Quarantena» a Beirut. Le masse palestinesi e libanesi unite contrattaccano e inizia la carneficina. L’intervento, in alcune occasioni, dell’esercito libanese a fianco della destra cristiana, provoca una ribellione nell’armata, le cui gerarchie superiori sono composte essenzialmente da cristiani maroniti, mentre gli ufficiali di rango inferiore e i soldati sono in gran parte di estrazione popolare e musulmana. La ribellione, sotto la guida del tenente Khatib si estende a macchia d’olio tra le guarnigioni del paese e viene costituita dai rivoltosi l’Armata del Libano Arabo che si schiera a fianco delle organizzazioni di combattimento palestino-libanesi.
In seguito a questa rivolta il generale Ahdab, comandante della piazza di Beirut, si proclama governatore del Libano e chiede al presidente in carica, S. Frangié, di dimettersi. Evidentemente si tratta del tentativo della destra di evitare il peggio, visto che la situazione sul piano militare le è sfavorevole, provocando un cambiamento di governo «dall’alto» che freni lo slancio combattivo delle masse. Il presidente Frangié rifiuta di dimettersi ed il tentativo delle forze ribelli libanesi di provocarne le dimissioni con la forza è impedito dalle forze armate siriane, intervenute in Libano sotto l’egida della Saika e dell’ALP (organizzazioni composte da soldati palestinesi ma sotto la guida di ufficiali siriani). Dopo un susseguirsi continuo di tregue e di scontri sempre più sanguinosi, l’8 Maggio, nonostante Frangié persista nel non dimettersi, viene eletto il nuovo presidente della Repubblica. L’eletto è E. Sarkis. Viene eletto con i voti della destra cristiana maronita e degli strati musulmani più conservatori con l’appoggio diretto, politico e militare delle truppe siriane. Le organizzazioni della sinistra libanese, che avevano tentato di impedire con la forza l’elezione di Sarkis, proponendo la candidatura di R. Eddé, si trovano sole a combattere contro le forze siriane poiché Arafat, capo dell’OLP, si era accordato col presidente Assad per non intervenire nei combattimenti. È una nuova prova del tradimento dei capi borghesi del movimento di resistenza, nei confronti delle masse rivoluzionarie, è una prova della cecità politica a cui sono portati dalla loro ricerca del compromesso. Da notare però che alcune organizzazioni dell’OLP si sono schierate con le sinistre libanesi contro i siriani. Ai primi di giugno la Siria interviene direttamente nel conflitto, spinta dalle continue sconfitte subite dalla destra cristiana nonostante l’aiuto della SAIKA. Truppe corazzate siriane hanno invaso il Libano schierandosi apertamente dalla parte delle classi reazionarie libanesi ed impegnando in durissimi combattimenti le organizzazioni di resistenza libano-palestinesi. Esse hanno sottoposto ad uno stretto assedio i quartieri di Beirut sotto controllo delle forze rivoluzionarie ed hanno aperto un nuovo fronte nel Sud del paese, dimostrando con i fatti quale tipo di «pacificazione» intendano stabilire.
Di fronte a questa vigliacca aggressione, nessuno ha mosso un dito e da dietro gli appelli alla pace, traspare la malcelata gioia di tutti i paesi interessati alla questione medio orientale, per una soluzione «definitiva» dello scottante problema palestinese. Kossyghin, primo ministro sovietico, era a Damasco quando le divisioni corazzate siriane, armate con carri T-62 di fabbricazione sovietica, passavano il confine libanese; gli USA sono stati «stranamente» silenziosi nonostante i loro ripetuti appelli per evitare un intervento straniero in Libano e lasciano fare; la stessa posizione viene mantenuta da Israele anche se può sembrare strano che questo stato permetta al suo acerrimo nemico siriano di aggirarlo dal Nord; la Francia appoggia incondizionatamente l’azione «pacificatrice» della Siria e così fa anche la Giordania per bocca del suo monarca Hussein, che proprio in quei giorni è a Mosca per contrattare l’acquisto di un grosso quantitativo di armi; la Lega araba, «dispiaciuta» per gli avvenimenti libanesi, riesce perfino ad indire una «riunione straordinaria»!
Si sono mossi tutti per cercare di arrivare ad un accordo solo quando le forze rivoluzionarie palestino-libanesi, nonostante i duri combattimenti a cui sono sottoposte da un intero anno, hanno dimostrato di essere un osso più duro di quel che si credeva, trovando la forza di resistere alle divisioni corazzate siriane, giungendo in alcuni casi a distruggere o addirittura a conquistare buon numero di mezzi nemici. È un fatto molto importante d’altronde che alcune unità della Saika, evidentemente non volendo combattere al servizio del regime reazionario siriano, si siano addirittura dissolte nei combattimenti, passando dalla parte delle sinistre. Per questo si vuole arrivare alle trattative, per ottenere brogliando ciò che non si è riusciti ad ottenere con la spada. Queste trattative a cui aspirano i capi borghesi dell’OLP, a cominciare da Arafat, non hanno altro scopo che di tentare con vacue promesse (come quella dell’invio in Libano di un «corpo di pace» costituito da truppe dei vari Stati Arabi) di indebolire le posizioni della resistenza, delle masse palestino-libanesi, di tentare probabilmente di spezzare la loro unità, di arrivare ad un compromesso con i capi moderati del movimento, isolando le frange più radicali. Ottenuti questi risultati, sottoscritto dalle parti un bel piano di pace, riprenderà la guerra, stavolta con posizioni di netto vantaggio per le classi reazionarie libanesi e per l’armata siriana ed allora non vi saranno tregue finché la testa armata della resistenza, i suoi figli migliori, i combattenti più audaci non saranno massacrati ed il popolo palestinese, ormai senza difesa, costretto a condurre una miserevole esistenza nei ghetti per lui predisposti dai caritatevoli Stati arabi.
STATI PROGRESSISTI E STATI REAZIONARI
Sia nel Settembre nero 1970 in Giordania che nel giugno 1976 in Libano si è svolto quindi lo stesso processo. Si è trattato, da parte dell’unione reazionaria tra Stati Arabi e imperialismo internazionale, di reprimere con qualsiasi mezzo, l’unico movimento rivoluzionario non comunista che esiste nell’area mediterranea, di spezzare ogni suo contatto con le masse sfruttate dei paesi arabi. Finché la funzione del boia era svolta dalla Giordania, notorio Stato reazionario legato all’Inghilterra e agli USA e dominato da una monarchia corrotta e sanguinaria, i conti tornavano, questi conti non tornano più per tanti pretesi sinistri e comunisti, quando la parte del boia viene svolta da un paese come la Siria, notoriamente progressista, notoriamente filo russo, con al potere un partito, il Baas, che si dichiara addirittura «socialista»! La soluzione per noi comunisti è semplice: in verità non esistono Stati progressisti come non esistono governi progressisti nell’epoca imperialistica; se è vero infatti che gli Stati in cui dominano ancora ristrette caste feudali sono reazionari, non meno reazionari sono, nei confronti delle classi sfruttate, quei paesi in cui è giunta al potere la borghesia, spesso a forza di compromessi con le classi feudali e l’imperialismo, più che col fucile in mano. Nel momento stesso in cui la borghesia prende il potere essa diventa reazionaria poiché il suo regime si basa sullo sfruttamento di un’altra classe, il proletariato, che tende a liberarsi dal suo dominio per fondare la società senza classi, il comunismo. La politica di questi Stati non può quindi essere dettata da nessuno spirito progressista ma soltanto dagli interessi di conservazione del potere statale borghese e della sua economia. Nei paesi dell’area medio orientale, si deve poi rilevare come, essendo poco rilevanti per territorio e numero di abitanti, neppure questo è concesso, poiché, data la loro debolezza, non possono sfuggire al cappio dell’imperialismo. L’unica cosa che possono fare, e non sempre, è scegliere il padrone da cui dipendere. Così uno Stato viene definito progressista se accetta la «protezione» del blocco orientale e reazionario se accetta quella del blocco occidentale. Le capriole dell’Egitto che passava da progressista a reazionario ogni volta che cambiava i prestiti in rubli con quelli in dollari ne sono una dimostrazione e abbiamo visto in cosa è sempre consistita la politica «socialista» dell’Egitto, anche al tempo di Nasser: supersfruttamento dei fellah, dei contadini poveri e repressione spietata verso il movimento operaio. Potremmo fare l’esempio dell’Iraq, che oggi si dichiara fratello del popolo palestinese e il cui ambasciatore a Parigi si rifiuta di stringere la mano insanguinata di Assad ma che appena un anno fa, risolse con gli stessi metodi, cioè col genocidio, la questione della minoranza curda; potremmo continuare con Algeria, Libia, Eritrea, Sudan ecc.
STRANE ALLEANZE
C’è un’altra questione da notare sulla vera e propria guerra che si sta svolgendo in Libano. La Siria, oltre ad essere considerata uno stato progressista è anche considerata la più agguerrita nemica di Israele. Gli israeliani occupano le alture del Golan, da una parte e dall’altra della sottile linea ove stazionano ancora i caschi blu dell’ONU, non si perde occasione per rafforzare le rispettive posizioni in vista di un nuovo conflitto. Perché, ci si potrebbe chiedere allora, Israele non si è opposto all’invasione siriana in Libano?
Perché dopo aver fissato nella linea del fiume Litani, nel sud del Libano, la sua linea di sicurezza, diffidando i siriani a superarla, in un secondo tempo ha fatto capire che non si opporrebbe nel caso di un eventuale suo superamento? Le ragioni sono le stesse per cui gli aerei Israeliani nel 1970 bombardavano i campi profughi palestinesi mentre i carri armati giordani li attaccavano dalla terra. La borghesia di tutto il mondo, tutte le classi reazionarie sono alleate contro il proletariato, contro le masse sfruttate in lotta per la loro emancipazione. Nel 1871, durante la guerra franco-prussiana il proletariato parigino diede il segnale della lotta rivoluzionaria contro la borghesia; ebbene i due eserciti in guerra, firmato l’armistizio, marciarono insieme su Parigi e furono proprio le truppe francesi a massacrare i proletari che avevano osato l’assalto al cielo. Gli esempi sono, dopo questo, innumerevoli: dalla santa alleanza delle borghesie di tutto il mondo, fin allora in guerra tra di loro, contro la Russia Sovietica nel 1918-’23, all’arresto dell’armata russa (ma non rossa) di Stalin dinanzi a Varsavia, nella II guerra mondiale, per permettere ai tedeschi di liquidarne l’eroica insurrezione proletaria, alla alleanza dei blocchi occidentale e orientale nella repressione della Comune di Berlino nel 1953. Niente da stupirsi dunque, le classi al potere in Israele come in Siria, in Giordania, in Egitto, in Arabia Saudita, in Iraq o in Libano sanno che di tutti i nemici il peggiore, il più pericoloso è il nemico di classe, sono le masse oppresse, è il proletariato. Prima va ridotto all’impotenza questo nemico, poi si risolveranno le questioni tra i vari Stati. Quindi prima vanno liquidate le organizzazioni di lotta delle masse diseredate palestinesi, poi si risolverà la questione del Golan, della Cisgiordania o del Sinai. Le lezioni da trarre da queste semplici constatazioni sono queste: Le masse diseredate palestinesi non devono aspettarsi alcun aiuto dai paesi arabi, né tantomeno devono aspettarsi alcun aiuto dai grandi paesi imperialistici. Questi paesi sono stretti in una santa alleanza contro il popolo palestinese e lo saranno sempre finché i loro regimi reazionari non saranno rovesciati. Chi illude i combattenti palestinesi su questa realtà, chi cerca l’accordo e il compromesso con quei regimi è un traditore della causa rivoluzionaria del popolo palestinese e non fa che contribuire al suo indebolimento politico e militare. Le masse sfruttate palestinesi che lottano col fucile in mano, spinte dalle terribili condizioni di esistenza in cui sono costrette dall’imperialismo, hanno un solo alleato e cioè le masse che, come loro, sono sfruttate e schiacciate; i contadini poveri della valle del Nilo, come quelli giordani, siriani o israeliani; i proletari del Cairo, come quelli di Amman, di Beirut, di Damasco, di Tel Aviv o di Gerusalemme; i proletari arabi come quelli israeliani. È su queste forze che essi devono basarsi per continuare la loro lotta. Non è vero che il popolo palestinese deve contare solo sulle proprie forze; è vero invece che le masse sfruttate palestinesi potranno vincere solo se riusciranno ad estendere la loro lotta ai loro fratelli di classe nei vari paesi arabi. Come andrebbero le cose ad Assad se, mentre le sue colonne corazzate sono in Libano, i contadini, i proletari, le masse sfruttate siriane si ribellassero al loro sfruttamento ed attaccassero il regime baasista al cuore? Certo non è una prospettiva a breve scadenza questa, anche se gli avvenimenti libanesi, l’alleanza cioè delle masse proletarie libanesi contro il comune nemico è un fatto importante ed esaltante, ma certo questa prospettiva è l’unica che ha possibilità di risultare vittoriosa. Il popolo palestinese se non vorrà che la sua lotta finisca in un bagno di sangue, in uno scontro eroico sì, ma che lo veda isolato contro l’imperialismo mondiale, dovrà sempre di più aumentare i suoi sforzi, dedicare sempre più energie a legarsi con le masse sfruttate dei paesi arabi, a minare le basi di quei regimi reazionari.
Il proletariato palestinese all’interno di Israele dovrà fare tutti gli sforzi per legarsi al proletariato israeliano, per portarlo alla lotta contro la propria borghesia. L’imperialismo israeliano non sarà abbattuto finché potrà contare sulla collaborazione della sua classe operaia, ma questa collaborazione non durerà a lungo perché anche i privilegi dell’operaio israeliano nei confronti di quello palestinese vanno sciogliendosi come neve al sole di fronte alla inflazione galoppante, alla crisi economica mondiale del capitalismo e su queste basi nascerà l’alleanza di classe, l’alleanza rivoluzionaria tra masse sfruttate palestinesi, arabe e proletariato israeliano.
VIVA LA LOTTA DELLE MASSE DISEREDATE PALESTINESI CONTRO L’IMPERIALISMO E LE CLASSI DOMINANTI ARABE!