Russia e rivoluzione nella teoria marxista
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Rapporto alla riunione interfederale di Bologna
INTRODUZIONE
Il metodo di lavoro
Il tema da svolgere in questa riunione periodica della nostra organizzazione avrebbe anche potuto essere altro: si era ben pensato di far seguire all’argomento di Asti, che ebbe carattere economico, altro argomento della stessa natura. In sostanza, sotto il titolo «Vulcano della produzione o palude del Mercato» fu contrapposta alle scuole economiche borghesi la classica teoria di Marx basata sulla determinazione del valore di una merce da elementi della produzione, non dai rapporti di scambio, come vuole l’economia borghese dopo la fase classica, sia nella scuola detta soggettiva o psicologica, che in quella detta matematica, aspetti di quella che Marx chiama economia volgare, ossia puramente conservatrice. Fu così difesa dagli attacchi di classe della scienza economica ufficiale la descrizione marxista del capitalismo contenuta nelle linee grandiose del primo libro del Capitale.
L’argomento complementare, che in altra occasione verrà trattato, è la esposizione di altre teorie riguardanti il processo di insieme della produzione capitalistica, esposte nel secondo e terzo libro, e in ispecie quella della diminuzione del saggio del profitto e quella dell’accumulazione allargata, in confronto ai vari pareri, anche nel seno della scuola marxista.
Indubbiamente noi non seguiamo in questa nostra opera una sistematica, come in un corso di lezioni o in un trattato scolastico, e di questi punti abbiamo dati non pochi accenni in precedenti esposizioni e pubblicazioni, in vari «Fili del Tempo», particolarmente nel «Dialogato con Stalin», se pure la mancata uscita di altri fascicoli di rivista ha fermata la trattazione sugli «Elementi della economia marxista» appunto alla materia del Libro Primo.
I compagni del centro del partito hanno quindi preferito l’altro tema, sulla Rivoluzione Russa, di argomento più storico e politico, tema a sua volta sempre presente in tutte, si può dire, le nostre trattazioni dal dopoguerra ad oggi. Tale tema più direttamente si collega alla lotta contro la dilagante terza ondata storica dell’opportunismo nelle file del proletariato, rappresentata dal movimento degli stalinisti, ed ammorbante in Italia. Non ci facciamo guidare certo dalla volgare mania della attualità, tuttavia la scelta dei nostri campi di lavoro teoretico non deriva da criteri astratti, ma dalle esigenze della nostra azione, per modesti che possano apparirne gli attuali limiti e sviluppi.
Potrà ben riprendersi il tema di scienza economica dopo che l’argomento di Asti, a riunione e rapporto orali avvenuti, è stato assai meglio ripresentato nel non breve resoconto che ha occupato sette puntate del nostro periodico, al posto del «Filo del Tempo». Tanto più che in questa occasione diamo effetto ad una nuova iniziativa: una seduta, cioè, in cui i compagni potranno fare le loro osservazioni sull’argomento ad Asti trattato, e poi svolto nel resconto ordinato e meglio indubbiamente elaborato che nella esposizione verbale. Si disse ad Asti che non era possibile seguire nei dettagli la polemica contro Spengler e la contrapposizione delle sue formule a quelle di Marx, senza potere impiegare formule scritte almeno su di una lavagna, il che allora non parve il caso (pure avendo fatto già uso in talune di queste riunioni di diagrammi scritti su quadri). La cosa è stata svolta nel testo scritto, e quindi certo meglio approfondita dai lettori, anche per il sistema seguito di scambio di corrispondenza e di lavoro tra compagni presenti: come avvenuto per i quesiti di un compagno genovese sull’argomento di Genova, il presenti sviluppo delle grandi economie capitalistiche, a cui ha dato risposta un compagno di Messina coi suoi studi circa le teorie degli economisti borghesi, a Genova insegnate.
Un tale procedimento è veramente adatto al partito marxista, e si stacca di netto da quelli democratici del fare borghese, in cui a caldo a caldo sulle relazioni e le conclusioni si vota, si approva, si disapprova. Nulla reca di utile un dibattito in cui a quanto è apportato da un relatore, fosse anche il meno scozzonato di tutti, dopo una preparazione di mesi, fanno seguito immediati «interventi» ad impressione, di chi ha per la prima volta udito e vagliato, giusta la scema moda in parola. Determinata è colui che non interviene mai, e di quelli che improvvisando quattro frasi credono veramente di plasmare decisioni più o meno storiche, si limita a sorridere.
Noi contiamo per la via che abbiamo intrapresa di giungere veramente ad un metodo di lavoro impersonale, all’altezza della potente originalità storica della nostra dottrina, che dette agli analfabeti la prima parte. I nostri personaggi non hanno nome, non compaiono in effige, e dalla bocca di questa non esce il «fumetto» – caratteristico della agonizzante maniera borghese – con scritta dentro una qualche fesseria – o democratico intervento del soggetto.
Collegamento con altri rapporti
Il tema sulla rivoluzione russa ha anche stretta attinenza con altre recenti trattazioni, ed in ispecie quella svolta con una serie di Fili del Tempo (non però oggetto di una riunione e relazione orale) sulla «Questione agraria». Fin dalla puntata iniziale «Prospetto introduttivo sulla questione agraria» si presero le mosse dalla necessità di disperdere la corrente falsa rappresentazione della Rivoluzione Russa del 1917, del bolscevismo, e dell’opera di Lenin, come una riforma del marxismo classico, che abbia portato il baricentro rivoluzionario dalla classe proletaria salariata a quella contadina. Ancora oggi è dato di leggere (recensione di un libro di David Mitrany dal titolo «Il marxismo e i contadini» che si pretende «trattato con vasta ed erudita competenza») frasi banali come queste: abbandono del determinismo economico per i paesi non industriali; accettazione da parte di Lenin delle teorie populiste; teoria agraria di Marx che trascura completamente l’aspetto sociale (?) del problema; comunismo che ha trionfato (!?) proprio dove non vi era proletariato; capolavoro tattico di Lenin nella utilizzazione dei contadini per la rivoluzione proletaria. In effetti tutta la presente trattazione tende alla negativa di tali posizioni e alla assunzione, che è meglio anticipare in modo drastico: Lenin, avendo posto (o meglio visto posto dalla storia) alla forza proletaria l’obiettivo della rivoluzione borghese, impiegò (o meglio vide che la storia avrebbe la ennesima volta impiegato) la forza alleata dei contadini per la rivoluzione borghese; seppe e scrisse che sarebbe stata contro la rivoluzione comunista, al suo tempo.
Quella esposizione quindi, partendo da questo scottante conflitto ideologico dei nostri tempi, svolse la formidabile e completa teoria della questione agraria di Marx, che non è solo riferita alla produzione agraria nella società capitalistica, poggiata su salariati, imprenditori agricoli, e proprietari fondiari, ma anche allo studio con vittoriosa applicazione del materialismo storico, delle forme agricole precapitalistiche e di quelle spurie contemporanee al capitalismo. Una delle solite frottole, che il marxismo abbia trattato della massa dei contadini piccoli proprietari e del suo gioco storico, solo dopo la rivoluzione russa, ed anzi che abbia potuto dare ragione del moto proletario, ma non di quelli contadini! Basta ricorrere al profondo studio del contadiname in Francia sotto Napoleone III (1850), e a cento altre fonti.
Provammo in quello studio che il marxismo aveva dedicato più pagine alla questione agraria che a quella industriale, sebbene siano pagine suddivise in tutte le opere e forse manchi – come avemmo a dire in Prometeo (Proprietà e Capitale) – una sintesi unica così perfetta come quella di Engels circa la proprietà immobiliare urbana (La questione delle abitazioni) in tempo borghese.
Nel diffuso sviluppo dato alla teoria di Marx del capitalismo agrario, e con esso di qualunque precapitalismo agrario, e nella dimostrazione che le leggi da Marx stabilite trovano esatta applicazione nella economia rurale dell’oggi, in modo che la elegante e poderosa dottrina della rendita fondiaria ci appare come la chiave di volta del sistema, e ci rende espressiva tutta la analisi della produzione capitalista ed il calcolo del valore delle merci con dati della produzione capitalista ed il calcolo del valore delle merci con dati della produzione, presupposti a quelli del mercato, dichiarammo ad un certo punto di rinviare – salvo abbastanza fitti riferimenti – ad altro studio la applicazione alla Russia ed alla Rivoluzione russa.
Tema fondamentale di questa seconda parte sulla questione agraria sarebbe stata la totale ortodossia di Lenin alla dottrina classica di Marx, in tutto il corso storico della lotta dei bolscevichi, e la completa comprensione di tutte le lotte agrarie in Russia con la chiave del materialismo storico.
Non si può, evidentemente, seguire il corso storico della Rivoluzione Russa, senza che la dimostrazione di questi due punti ne sia la traccia centrale.
Altre attinenze col tema russo ne ha non meno direttamente la questione che formò oggetto della riunione di Trieste (agosto 1953) su «Razza e Nazione». Il campo della storia russa ed i problemi della rivoluzione in Russia si estendono su di un mosaico complicatissimo di popoli e di lingue, e sono sotto la diretta influenza dei fattori relativi, come a Trieste non si mancò di trattare, tra l’altro a proposito delle teorie di Stalin sulla lingua, e delle ferme impronte nazionaliste che la rivoluzione russa ha assunte.
E quindi, poiché è la Russia il ponte tra l’Europa e l’Oriente, non si può discutere il corso russo senza portare a fuoco la questione coloniale, il collegamento tra lotte sociali dei paesi metropolitani bianchi, e moto dei popoli di colore: argomento trattato a Firenze in aprile 1953, ma del quale dobbiamo ammettere che non si è potuto dare un testo scritto sufficiente fino ad ora.
Tutto quanto infine, e in tutte le occasioni, si è detto sull’opportunismo nel moto proletario e la lotta contro di esso, tutta la chiarificazione tra le doppie rivoluzioni, in cui la classe operaia è presente, torna oggi a fuoco.
Limiti del presente tema
Nello svolgere piuttosto diffusamente, e con non poche anticipazioni sui punti di arrivo la presente introduzione, il relatore ebbe a dichiarare che per questa riunione un materiale imponente e vasto – certo non originale – era stato portato in evidenza ed anche sceverato tra apporti di origine marxista e apporti estranei; senza tuttavia dare importanza alle congerie di scritti sulla Russia e la sua recente storia di carattere libellistico o anche puramente giornalistico ed impressionistico, formanti una vera spregevole fungaia.
Trattavasi di dare ancora una volta a questo materiale un ordine e una sistemazione tali da consentire una esposizione esauriente che non tralasciasse alcun elemento importante e che tuttavia fosse contenuta in certi limiti di tempo e di spazio.
Ma le forze ed i tempi di lavoro al nostro movimento sono aspramente misurati dalla sua stessa indipendenza da ogni sostegno ed appoggio, e deve riconoscersi che una tale selezione non è ancora soddisfacente. A ciò rimedierà il procedimento già accennato sopra e messo in uso per l’argomento di Asti. Non è inutile una esposizione anche non perfettamente simmetrica in cui tutta la viva materia è fatta passare sotto gli occhi del movimento, in una attenta collaborazione dei presenti, al fine di dare una distribuzione più congrua alla successiva redazione scritta, che permetterà di migliorare e rendere veramente soddisfacenti i primi schemi e sommari predisposti, anche sulla base delle impressioni e delle indicazioni di tutti i compagni.
Vi è di più: constatata la vastità del materiale greggio o semigreggio, e in rapporto altresì alla non perfezionata riduzione e sintesi, che tuttavia non tollererebbe mai una brevità esagerata, bisogna dire che non si potrà in una sola riunione svolgere tutto il tema: tutta la parte più recente, cui del resto abbiamo già dedicato critiche ed esposizioni molto frequenti (soprattutto il Dialogato con Stalin), relativa alla identificazione della società russa di oggi con la forma sociale capitalistica classica, dovrà rinviarsi ad una riunione ulteriore, che non si potrà tenere che nei primi mezi del 1955.
Nella presente riunione si esaurirà la parte riguardante la impostazione delle questioni sulla storia sociale russa, in due fasi: quella del movimento proletario internazionale fino circa al 1900, e quella del movimento marxista in Russia circa dal 1900. Quanto alla verifica delle due «prospettive» così costruite – e dopo avere insistito sulla fondamentale dimostrazione che esse sono in tutta armonia – essa comporterà uno scorcio della struttura sociale della Russia nella sua formazione storica ed un ricordo delle vicende della lotta contro lo zarismo in fine dell’ottocento e principio del novecento e fino alla guerra mondiale e alla sua caduta. Si giungerà fino alla vittoria dell’Ottobre 1917 e alla conquista bolscevica del potere: ovviamente in tutto questo non si pretende rispettare una cronologia perfetta, ma piuttosto tenere in continua evidenza il legame tra vicenda russa e movimento socialista moderno, non solo quanto a dottrina, ma anche quanto ad organizzazione e politica, ed atteggiamento nella prima guerra mondiale.
Il marxismo alla prova
Fin dal 1905 l’opinione generale anche dei conservatori politici era convinta che nella lotta per abbattere la monarchia assoluta e feudale in Russia, si sarebbe trattato non soltanto dell’avvento di una forma liberale o anche repubblicana, e dell’adozione di costituzioni ed istituti del tipo occidentale, ma anche di lotte sociali in cui le classi povere avrebbero avuto grande peso, e non si sarebbero limitate ad essere comode alleate di un moto borghese.
Istintivamente la borghesia europea sentiva che uno scoppio rivoluzionario, sia pure animato in partenza dalle sue stesse ideologie, avrebbe scosso dal profondo la sua illusione di avere ridotto l’urto delle classi proprio del tempo capitalista, ad una «civile» gara di interessi, incruenta e chiusa in forme legali, come l’ala destra e revisionista del socialismo, che si diceva marxista, aveva preconizzato nei pacifici decenni 1890-1910.
Poco si decifravano i programmi e i metodi dei movimenti antizaristi, ma si intendeva dall’opinione comune che nessuno di essi rinunciava all’insurrezione e alla violenza, e si era afferrato il legame stretto tra la perduta guerra coi giapponesi e i moti formidabili nelle città e nelle campagne, se pure alla fine soffocati nei periodici massacri propri del regime moscovita.
Lo scoppio avvenne quando già il mondo era sconvolto dalla prima guerra generale, nella situazione «originale» che poneva la Russia non in una nuova Santa Alleanza con gli imperi tedeschi, asseriti esponenti del ritorno feudale e nemici della democrazia, ma all’opposto, tra le file dei paesi liberi e della loro decantata crociata per le moderne direttive di progresso e civiltà: poteva la borghesia europea confidare che il nodo minaccioso della rivoluzione in Russia si fosse potuto (guerra e vittoria sui tedeschi aiutando, e ciò soprattutto dopo la discesa in campo, dalla stessa parte, degli Stati Uniti e persino del Giappone) sciogliere in una accorta operazione diplomatica.
Quando la storia tagliò il nodo tanto altrimenti, e gli avvenimenti clamorosi di Russia si collegarono tanto strettamente colle vicende militari degli ultimi due anni del conflitto mondiale e con i conseguenti urti sociali in tutti i paesi, si ebbe una vera fioritura di dibattiti interpretativi e di battaglie, riflesso di quelle materiali, nel campo della ideologia.
I marxisti rivoluzionari di sinistra non si trovarono soltanto di fronte le spiegazioni dettate dalle vecchie ideologie dei partiti avversari, ma anche una serie di contrastanti versioni nel campo proletario. E non erano soltanto sconcertanti ed azzardate le argomentazioni di quelli che contro la rivoluzione si scagliavano, deprecandola o esorcizzandola, ma soprattutto quelle di molti che il suo successo travolgente e drammatico aveva tratto ad esaltarla.
Ad esempio anarchici e libertari, che in un primo tempo, quando socialisti legalitari e di destra volevano dare alla lotta un corso legale, avevano inneggiato alle proposte estremiste per la soppressione della dinastia e all’attacco armato a nobili delle campagne e padroni delle città, e avevano gridato che Lenin era uno dei loro (come molti borghesi e socialegalitari dal canto loro blateravano), non tardarono a sterzare di 180 gradi non appena la politica e la dottrina della dittatura furono altamente proclamate e messe in atto.
Dal canto loro, marxisti della destra riformista e socialsciovinisti che non potevano dimenticare come Lenin fosse stato il primo a bollarne la vergogna, mentre avevano, con tutta la democrazia borghese, plaudito alla rivoluzione di febbraio confidando che si sarebbe fermata ad essere democratica e guerraiola, si lanciarono con orrore contro l’ulteriore avanzata dei bolscevichi. Mentre i borghesi la stigmatizzavano per violata democrazia, quelli, i socialtraditori, si misero ad urlare in nome del marxismo la cui politica gridarono violata, insieme alla sua sociologia, per aver dato forme estreme alla rivoluzione di classe in un paese «non maturo».
Viceversa molti marxisti assai impuri nella accettazione della teoria e del metodo – ne avemmo in Italia esempi interessanti di cui non mancheremo di occuparci – abbracciarono la causa di Lenin e di Ottobre, suggestionati dall’eloquenza della vittoria, convinti – per lo più sinceramente – che ciò avrebbe dato ingresso ad una interpretazione non materialista della storia, dato rilievo all’elemento di volontà e genialità di un capo o di una élite, segnato uno svolto per il passaggio in prima linea di un nuovo popolo, di una nuova «giovane» razza, di cui si schiudeva il ciclo egemonico e di pilotaggio della generale civiltà.
Anche in questi ranghi, che si erano largamente volti al proletariato ma che davanti agli insegnamenti marxisti erano perplessi, fu dato grande peso ad uno slancio mistico che avrebbe invaso il popolo russo, lungamente oppresso dal giogo dispotico, per moventi religiosi, etici, nazionali, patriottici, insieme a quelli sociali: e soprattutto questo si avvalorò quando giunsero – a chi le respinse e a chi le accolse – le tesi di Lenin e dei bolscevichi sulle questioni agrarie, nazionali, coloniali e, non avendole affatto comprese, si credette che queste elevassero quei motori della storia all’altezza della lotta di classe e della determinante economica.
Le tesi centrali
Compito nostro è di riprendere tutto il corso storico e sociale della Russia, sia antecedente quel momento cruciale, che susseguente, e saggiarlo alla luce dei principii, per dimostrare che esso si ricostruisce e si spiega nel modo più evidente sulla base della teoria del materialismo storico e del determinismo economico; della deduzione del succedersi dei modi di produzione a seconda delle condizioni materiali in cui la specie umana vive, quanto ad ambiente naturale e quanto a forze e attrezzature produttive già sviluppate.
Tutto quanto la scuola del comunismo proletario aveva acquisito sulla base delle esperienze di lunghe lotte storiche, tutto quanto Marx e i marxisti avevano dedotto, in un primo tempo da un’analisi del primo capitalismo in Inghilterra, poi dallo studio dello sviluppo in Europa e nei paesi industriali, non nelle sue conclusioni generali intaccato dagli eventi di Russia e si attagliava benissimo alla loro successione – il che forse oggi, 1954, è ancora più palese e facile a dimostrare che negli anni incandescenti dal 1917 al 1922.
Scopo quindi di questo studio è la difesa della spiegazione determinista delle vicende storiche che ebbero per teatro la Russia, allo stesso titolo per cui essa è valida negli altri paesi.
Si tratta di confutare la controtesi che il marxismo sia un metodo applicabile nella Europa di occidente, ma cada in difetto in Russia, e in altri paesi europei arretrati, o in Asia.
Si tratta di confutare la controtesi che il marxismo e il determinismo economico valgano solo a spiegare le lotte sociali proprie dell’epoca moderna e capitalistica, laddove fin dall’origine sono applicati a descrivere tutto il ciclo della società umana, nei paesi e tra i popoli più diversi.
Si tratta di confutare la controtesi che un paese che, nella Europa industrialmente sviluppata, aveva ancora una economia prevalentemente agraria, naturale, ancora in parte fondata sulla primitiva comunità di villaggio, divenisse la scena di una particolare rivoluzione agraria di popolo, che avrebbe ridotto alla parte di personaggi secondari le forze del grande capitalismo da una parte, del moderno proletariato salariato dall’altra.
Si tratta di confutare la controtesi che, in difetto del materialismo marxista, solo fattori mistici, idealistici, volontaristici, personalistici possano fornire una chiave storica per il dramma russo.
Si tratta di confutare la controtesi che, data la composizione della società russa e la lunga sopravvivenza del dispotismo feudale, e la prospettiva di due rivoluzioni da compiere con la partecipazione del proletariato delle città, potesse, se non saltarsi, almeno abbreviarsi il «passaggio» per lo stadio e la forma capitalistica di produzione anche se la rivoluzione proletaria non avesse sopraffatto, al cadere dello zarismo, il potere capitalista in Europa.
E si tratta infine di confutare la più bolsa di tutte: la controtesi che i fatti di Russia abbiano portato in luce rapporti sociali e dati storici «inediti» e che quindi, non essendo stati noti a Marx ed ai marxisti di occidente, comportano una revisione che taluno oggi, con materiali più completi di quelli di Marx, e della sua scuola, si potrebbe assumere di pilotare!
Dove la originalità russa?
Non intendiamo in questa introduzione all’argomento anticipare gli sviluppi, ma abbiamo creduto utile prospettare, sia pure nel lato dialetticamente opposto, le conclusioni nostre.
La tesi della «rettifica di tiro» è per noi deteriore rispetto a quella che frontalmente respinge il marxismo e la dottrina della derivazione dalla sottostruttura economica e dalla sua evoluzione di tutta la vicenda storica. Se all’arrivo di Lenin andava rettificato il marxismo, e poi ancora a quello di Stalin, e poi magari a quello di Mao-tse tung, e domani a quello dell’apostolo sociale dei Mau-Mau; ciò vale tornare alla più rispettabile costruzione della storia per egemonie di popoli e di razze che si succedono o per l’avvento dei Messia. Il marxismo resta in piedi se è possibile alla luce della sua teoria dare una chiave uniforme di tutti quei rivolgimenti che la storia corrente ha fatto collimare con la «leadership» vuoi di Mosé, vuoi di Cristo, vuoi di Cesare, vuoi di Maometto, vuoi di Napoleone, con l’elezione da parte di Dio, o il turno in virtù di misteriose evoluzioni biologiche, di egizi, ebrei, greci, romani, germani, ed oggi slavi, cinesi, e magari afri. Ma se ciò non è possibile e all’ingresso di ogni popolo eletto o di ogni profeta o condottiero, la dinamica ha risposto a leggi nuove ed originali e la storia ha, obbediente, mutato il suo volto, allora queste mutazioni sono insondabili, siano esse scritte nella volontà divina o nella successione di fattori di cui non è possibile scienza, ma solo cronaca, e allora il marxismo, dopo vita breve ma rumorosa, vada pure in pensione.
Alla sorpresa storica per gli accadimenti di Russia, arrivano tutti, da tutti i lati. I borghesi vi arrivano perché scardina l’arma marxista nelle mani del proletariato di Occidente, lo attira ad altre edizioni crociatistiche contro un pericolo slavo o giallo o nero – o dispotico, terroristico, dittatoriale, soffocatore della Persona. Gli stalinisti vi arrivano per poter sostenere che malgrado le contrarie previsioni di Marx e di Lenin e di tutti i marxisti, senza la rivoluzione di Occidente la Russia è passata al pieno socialismo economico. E perfino gli antistalinisti come i trotzkisti e altri gruppi sparuti e sperduti vi arrivano saltando fuori dello «schema» di scuola e dando la colpa della degenerazione rivoluzionaria sovietica a forme che confondono con le classi, coi partiti, collo Stato, allo abuso del potere, al privilegio della burocrazia, a complicanze che il ricettista Marx avrebbe avuto il torto di non sognarsi neppure.
Ed invece il materiale per spiegare secondo la nostra direttrice la Russia del 1917 e quella di oggi, è materiale storico che per il novanta per cento risale a prima del tempo di Marx, anche nel senso che i fenomeni posteriori non hanno affatto arrecato sconosciuti modelli, così come Christian Dior non fa che copiare dall’Atene periclea, dal Rinascimento italiano, dal Termidoro francese; Hollywood, dal paradiso terrestre.
Si tratta insomma di mortificare questi scopritori di foglie di fico, che si aggirano nel campo della dottrina come il classico toro (ad immagine del quale son fatti più per le corna che per il vigore) nella bottega di cristallerie, che elevano la burocrazia a classe dominante, che fanno entrare l’economia nello Stato, che gettano allarme perché la barbarie non soffochi la civiltà di cui sono gelosi i capitalisti, e che come un ombrello comune, si stenderebbe su essi e sui lavoratori rivoluzionari.
La Russia e lo Stato
La traccia della nostra spiegazione marxista di quelli che sono stati i particolari tempi dello sviluppo storico russo, dovrà porre al suo luogo la questione dei popoli nomadi, della terra libera, del fissarsi sulla terra delle tribù, del loro lento ordinamento in una forma stabile, e dell’apparizione dello Stato e degli Stati storici.
Questo processo lo vedremo seguire in modi diversi nei limiti del classico impero mediterraneo e greco romano – agricoltura stabile, schiavismo, Stato politico consolidato centralmente e controllante su tutto il territorio politico la proprietà privata «romana», poi dell’area nord-centrale di Europa, o germanica in senso lato, degli imperi feudali, e poi Stati nazionali borghesi – agricoltura che dopo le invasioni nell’impero romano si stabilizza, franchigia prima e poi servaggio per i lavoratori, già in comunità, feudalismo decentrato con i locali signori accomandatari aventi il compito di difendere in armi la tranquillità di lavoro e raccolto, potere statale militare blando di un centro imperiale e, nel corso dei secoli, col sorgere della economia mercantile, potere accentrato statale e rivoluzione borghese antiservile, con sviluppo industriale urbano. E in terzo luogo, nei limiti di altra area, quella che possiamo dire grande slava, con terra matrigna ospite a comunità anche nomadi, vani tentativi storici di una serie di popoli per fissarsi al suolo contro mille invasori e predatori bianchi o gialli, mancanza di un feudalismo accentrato e periferico, formazione precoce dello Stato militare e politico centralizzato, rispetto all’Europa: Stato di importazione, chiesto a condottieri vichinghi, variaghi, normanni, che colla esperienza acquisita come scorridori di tutto il mondo organizzato, tra i quattro punti cardinali, seppero organizzare una stabilità agraria per il rado popolo delle terre nere. Primo burocrate alle spalle del popolo contadino russo chino sulla gleba, non conquistatore dunque ma eletto dietro concorso, il semileggendario Rjurjk dell’856 (senza mille), già conquistatore di Parigi e di Londra, primo funzionario e capo dello Stato ferreamente centralizzato che sorge da allora, primo occupatore della cadrega che ospita oggi il ricco deretano di Malenkov.
Dopo ciò, nel 1950 hanno scoperto, alcuni storici disoccupati, lo statalismo e la burocrazia russa!
Trasvoliamo traverso i tempi: all’epoca del servaggio, e fino al 1860, il feudalismo russo non solo conosce già lo Stato centrale politico, ma economicamente (è lo Stato per tutti gli dèi che entra nell’economia, e non l’opposto che saría contro natura: Stato uguale violenza, violenza uguale agente economico) dato che metà delle terre sono dello Stato, solo metà dei nobili; metà dei servi sono dei nobili, metà sono servi dello Stato. Gli stessi obblighi servili strozzano gli uni e gli altri. Il feudalismo nell’area slava è feudalismo di Stato.
Ciò avveniva da secoli prima che Marx nascesse. E quello Stato, come aveva un formidabile esercito, così aveva una polizia e una burocrazia imponenti, che a nome del monarca su tutta l’immensa terra amministravano la opera dei servi, e tenevano i nobili stessi in rispetto.
Meraviglia dunque oggi, per fare un altro volo in anticipo, che il capitalismo russo sia capitalismo di Stato? Che sia nato per opera dello zar e accumulazione di Stato? Soprattutto a fini militari? Scappatoia possibile, definirlo socialismo da una banda, o, dall’altra definirlo dominio della casta burocratica?
Questo capitalismo russo è l’unico, il vero, il tipico, quello di rigore, nella storia russa. È arrivato seguendo una via particolare, con tempi e date particolari, come tutti gli uomini nascono per la stessa via, ma in date diverse e con parti di vario andamento.
L’essenziale è questo: che tutta la gestazione si ricostruisce bene mediante la stessa dinamica del succedersi nell’ambiente materiale delle forme produttive, della stessa dinamica che ci è servita egregiamente altrove, e senza misteriosi interventi escatologici di forze extramateriali, extraeconomiche, extraclassiste. Ce la grattiamo da noi vecchi marxisti; vichinghi da strapazzo, applicatori non di novità, come Rjurjk il grande, ma di toppe scolorite, non ne mandiamo a chiamare.
PARTE I. RIVOLUZIONE EUROPEA E AREA « GRANDE SLAVA »
La «grande» Rivoluzione
Potrebbe forse dirsi che la parola rivoluzione ricorra troppo spesso nelle trattazioni marxiste; nella polemica è stata ed è facile l’allusione al mito, alla demagogia, alla passionalità che nulla dovrebbe aver a che fare colla scienza …
Indiscutibilmente siamo rivoluzionari, ed anche in senso rigoroso ci riportiamo sempre non soltanto alla nostra rivoluzione, ma a tutte le rivoluzioni.
Ma non siamo noi soli ad essere rivoluzionari, nel senso di perpetuare l’apologia incessante di una rivoluzione passata, in atto o futura che sia.
Quando in quel che segue cerchiamo di stabilire i dati obiettivi del passaggio dalla rivoluzione in Europa alla rivoluzione in Russia (in questa riunione dunque, ché una successiva tratterà del fallito passaggio della rivoluzione, allora la nostra, di Russia in Europa) noi trattiamo, sia chiaro, della loro rivoluzione.
Noi la chiamiamo, di qualunque paese e gruppo di paesi si tratti, rivoluzione borghese, o capitalistica. Essi – i nostri avversari tipici – la chiamano rivoluzione liberale, democratica, a loro volta riferendola a qualunque paese, poiché giurano che tutti la debbano attraversare se già non l’han traversata. Noi ed essi potremmo chiamarla, secondo il suo aspetto negativo rivoluzione antifeudale, o antidispotica. Ma quando ad essa si fa riferimento, si pensa sempre e da tutti al suo classico modello, la rivoluzione francese della fine del XVIII secolo, la Rivoluzione per antonomasia nella cultura corrente; nella frase più usata, la Grande Rivoluzione.
Essa non fu tuttavia la prima né la più caratteristica e la più completa come trasformazione sociale dell’economia: la Francia di oggi è uno dei grandi paesi capitalistici ma non il più avanzato sia per la struttura sociale in dati relativi statistici di composizione della popolazione e distribuzione dei redditi, sia per il volume integrale di capitale intraprenditore accumulato. Dunque non in potenziale, non in massa. Fisicamente potenziale e massa sono i due fattori dell’energia: la massima quantità di energia del capitalismo mondiale non è data dalla Francia, nemmeno se ci riferiamo a un pari numero di abitanti per confrontare i vari paesi.
Per il borghese e per il non materialista è quella la rivoluzione tipo non perché sia stata storicamente la prima, ma perché fu quella che nel campo del pensiero espresse in modo compiuto le nuove ideologie e nel campo dell’organizzazione sociale definì la dottrina giuridica nuova insegnandola al mondo. Non certamente noi marxisti neghiamo importanza storica al formarsi di una nuova teoria sociale, che non consideriamo prodotto di un popolo o di alcuni pensatori, bensì espressione di forze della sottostruttura operanti in tutto il campo internazionale e in un lungo corso di tempo.
Fondamentale dunque ci appare, per lo studio della Rivoluzione russa, da tutti prevista ed attesa nel corso di un secolo, segnare i tempi e gli spazi su cui si accampò la Rivoluzione che schiuse la via alla moderna società capitalistica, nella sua piena espansione, ricordando quanto innumeri volte fu detto nella letteratura del marxismo, per molte che siano le occasioni in cui al riordinamento di tali nozioni e dati ci siamo sforzati di contribuire.
Due grandi interpretazioni
Il dibattito su quel grande svolto storico e sulla sua valutazione ha riempito lungo tempo della vita europea e delle razze europee fino a quando la lotta fisica contro la restaurazione di «vecchi regimi» è durata: un simile dibattito non si vorrebbe che mai cessasse, anche quando si vede da tutti ridotta a zero la probabilità storica di un regime precapitalistico che ritorni; basti ricordare l’ostinazione a riapplicare i connotati della rivoluzione classica al cadere dei diffamati regimi totalitari borghesi in Italia, in Germania e in altri siti, deformando così in modo irreparabile la spiegazione del fenomeno storico del totalitarismo capitalista ovunque dilagante nel mondo moderno, nato tra gli inni alla democrazia e alla libertà personale.
Due grandi interpretazioni storiche si affrontarono, e rimasero l’una di contro all’altra non solo ai tempi delle Sante Alleanze e del «sanfedismo» ma ben più recentemente in paesi retti da ordinamenti autocratici, aristocratici e teocratici come appunto la Russia, la Turchia, ecc., mentre è contemporanea l’analoga lotta fisica ed ideologica per i paesi fuori di Europa.
La interpretazione antirivoluzionaria faceva leva sulla teoria che con la «rivoluzione cristiana» (per coloro, rivelazione cristiana) fossero state date tutte le premesse per l’organizzazione della vita dell’umana specie sia quanto a rapporti tra i privati sia quanto a meccanismo pubblico e statale: la religione e la sua applicazione etica e pratica bastavano a risolvere i problemi del diritto e del potere: ciò che gli avversari chiamarono principio di autorità e di diritto divino. Per questa interpretazione (corrispondente alla difesa della sopravvivenza di un tipo di società umana costruito con una dottrina storica propria, la quale difende la sua perpetua immanenza anziché chiedersi se l’evoluzione storica abbia o meno chiuso il suo ciclo) la rivoluzione, la presa della Bastiglia, il taglio della testa di Capeto, sono deviazioni, crimini, nefasti, esercitazioni delle potenze infernali o manifestazioni di ira e castigo delle potenze divine.
I campioni della libertà contro l’autorità, della ragione e della critica, individuale prima e sociale dopo, sciolte dal rispetto ad ogni antico principio e dogma, si proclamavano invece giunti ad un nuovo svolto storico nel corso della civiltà, ad una nuova redenzione, le cui risorse erano non nel cielo ma nella terra e nella società stessa di esseri pensanti; affermavano che la nuova organizzazione di uguaglianza dei cittadini, e di abolizione degli «ordini», stabiliva le premesse di tutto il successivo sviluppo storico verso il bene generale. Per una tale conquista, legittima era stata la rivoluzione, con tutti i suoi eccessi ed infamie e da reprimere con la violenza era la controrivoluzione restauratrice di privilegi al re, al nobile, al prete. Nello stesso tempo i filosofi e i capi politici del moderno liberalismo proclamavano di avere reso inutili le ulteriori rivoluzioni, una volta che il potere e la guida sociale erano nelle mani non di uomini singoli o di gruppi, ma di tutti, del popolo: democrazia, che meglio avrebbero chiamata pancrazia, dato che nel termine classico grecoromano demos, il popolo, è «una parte» soltanto della società, formata dai liberi con esclusione dello schiavo: e la «civiltà cristiana» aveva in primis appunto gettata giù la «democrazia», pareggiato davanti a Dio gli uomini, che i liberali pareggiarono a lor dire davanti alla «legge».
Già almeno tre generazioni di Europei figlie della Grande rivoluzione si erano dovute porre il problema: il ribollire di contrasti ideologici nella misteriosa Russia rivela una lotta tra queste due dottrine e forze, o anche qualcosa di più? Ma nel venire della Rivoluzione, non dubitava alcuno.
L’interpretazione del marxismo
Come, subito dopo la lotta dei tre Ordini: nobili, preti, borghesi, si affaccia alla storia il Quarto, la moderna classe lavoratrice, così sorge una nuova intepretazione contro le due classiche, quella proletaria e marxista: ma essa, finalmente, non spiega e giustifica una Rivoluzione unica, bensì tutte le rivoluzioni storiche.
Prima di proseguire sulla traccia ben nota, e che non dobbiamo qui tutta riesporre, della spiegazione classista e determinista delle rivoluzioni che rispondono al sostituirsi di uno all’altro dei modi di produzione, avvertiamo che la nostra teoria non è quella della indefinita serie di rivoluzioni, opposta a quella della Idealizzazione della unica Rivoluzione Santa. In effetti noi prevediamo e prepariamo una Rivoluzione che, quando sia divenuta mondiale, segni la fine delle Rivoluzioni: non per un raggiunto Destino o Ideale della Umanità, ma per lo stabilirsi di condizioni materiali, quale la fine delle classi, della proprietà, dello Stato.
Una modernissima filosofia «naturale» vuole dire una «terza parola» nel conflitto antico tra fautori di un universo finito nello spazio e nel tempo, e quelli di un universo infinito. Si definisce «cosmologia panteistica», e teorizza un universo «ciclicocreativo». Potremmo dirla: dottrina della creazione in permanenza. Espone una interessante elencazione: credono finito l’universo nello spazio e nel tempo gli ebreo-cristiani-islamici; Tomaso d’Aquino; Pio XII. Lo credono finito nello spazio, ma senza principio e fine nel tempo, Aristotele, Tolomeo, Copernico. Lo crede infinito nello spazio, però finito nel tempo, un moderno fisico teorico, Gamow (mentre il Lemaitre lo crede finito nel tempo e nello spazio: entrambi accettano la trasmutazione di energia in materia e viceversa, ma nelle loro equazioni si giunge alla energia nulla, a fine del ciclo). Sono poi fautori della infinità dell’universo, sia come spazio che come tempo, alcuni precursori (poderosi questi sul serio): gli atomisti greci (Democrito, Epicuro); Giordano Bruno; e infine questi nuovi teorici del ciclicocreazionismo.
Per essi la pietra angolare dell’universo è l’atomo di idrogeno – interessante: quasi metà di tutta la materia è idrogeno (un protone), altrettanto elio (due protoni), circa uno per cento tutto il resto (da tre a 240 protoni) – che passa per così dire dalla forma materia alla forma energia (la bomba H!) nella radiazione dei soli ed inversamente nei cataclismi in cui si partoriscono le stelle. In tale complessa concezione tutto questo dramma si svolge sulla scena dell’universo manifesto, ma vi è poi un universo non manifesto, che sarebbe, se ci sforziamo di capire, quello dell’energia ideale, di una intelligenza cosmica. Questo «pandío» cosmico incessantemente crea parti di materia o di energia (atomi di idrogeno, di deuterio o idrogeno carico, se ci è lecito dire), e sono incessanti ed eterni gli scambi tra i due cosmi.
Abbiamo citato questo esempio come un parallelo (di fatto il marxismo è anche una posizione nella filosofia naturale, in appropriato senso; e uno studio su Epicuro (tesi di laurea del dott. Carlo Marx) o sull’ermetico Bruno, costituirebbe una splendida propedeutica) per stabilire che la nostra dottrina delle Rivoluzioni non è un «panteismo rivoluzionario». Nello spazio le rivoluzioni possono essere infinite, per la complessità degli organismi sociali sulla Terra … e tanto più se – suggestionati dal paragone cosmico – pensiamo, come di moda, ai marziani e a tutti i … planetiani extrasolari. Nel tempo, la serie delle rivoluzioni – se non sbagliamo di grosso – ha principio e fine: la loro serie si pone tra il comunismo primitivo e il comunismo del nostro programma sociale.
In questa serie, per noi la Grande Rivoluzione dei borghesi non è che un termine: non ne ripeteremo il riferimento alle classi in gioco, alle forze e ai rapporti di produzione, fondamentalmente noto.
Come dunque una tale serie «fínita» di Rivoluzioni, nella storia della Russia? Qui il nostro odierno tema.
Serie delle Rivoluzioni
Anche dunque i codini, i reazionari, i forcaioli del settecento e del primo ottocento, intesa la cosa dialetticamente, erano rivoluzionari, perfettamente allo stesso titolo che i borghesi moderni lo sono. Come questi, essi pensavano che la serie delle rivoluzioni fosse finita: prendevano per ultima rivoluzione non già quella di Cromwell e di Robespierre, ma quella del Cristo (o se volete del Profeta, del Buddha). Questa asserzione non è solo obiettivamente esatta, ma anche subiettivamente, per esitante che sia l’uso del termine rivoluzione nella corrente letteratura. Per capire come sia una apologia rivoluzionaria anche il cristianesimo, divenuto arma controrivoluzionaria nell’epoca della Inquisizione e della Restaurazione, basta rileggere il Vangelo nella 24.a domenica dopo la Pentecoste.
Passa Gesù con i suoi discepoli presso le mura colossali del Tempio di Gerusalemme, nella visita al quale ha con supreme invettive maledetto il regime degli Scribi e Farisei, pronosticandone lo sterminio. I discepoli gli additano ammirati la potenza della costruzione, fatta di massi tagliati a perfezione e connessi senza cemento. Il Maestro commisera questa ammirazione dei suoi per la manifestazione della civiltà nemica (analoga al timore reverenziale che il moderno opportunismo coltiva nei proletari per i «valori» e i monumenti della civiltà capitalistica). Pronunzia Egli la tremenda parola: Vedete voi questo edificio? Vi dico in verità: non rimarrà di esso pietra su pietra.
Sul passo che poi segue, con la sua descrizione di terribili eventi (si solleverà gente contro gente e regno contro regno … ma ancora non sarà la fine …), i teologi disputano se Gesù preveda la fine del mondo, o soltanto la fine dell’edificio del Tempio; che infatti, nell’anno 70, rovinò per l’incendio provocato da un legionario di Roma che vi lanciava un tizzone ardente.
La simbolica contenuta nella dottrina non si riferisce né alla contingente sorte di quel monumento né alla fine dell’umanità terrena: essa traduce nel linguaggio adatto ai tempi la preveduta rovina dell’ordine sociale di Israele, maturo ormai per cedere il passo a un nuovo modo di produzione. Le parole infatti che l’evangelista Matteo mette in bocca a Gesù sono le stesse di Daniele, citato nel passo di cui si tratta, dinanzi alle moli di Babilonia: il regime precristiano degli ebrei nel suo tempo aureo era a sua volta uscito da un’altra rivoluzione, dal riscatto di un’altra cattività: il fariseo mostro di ipocrisia stritolato nell’anatema di Gesù derivava a sua volta da una rivoluzione storica; non era una personificazione del sempiterno spirito del male, ma il prodotto di uno storico processo. Così si perviene a leggere col metodo marxista le antiche ed antichissime scritture, ben altrimenti che con l’ipocrito pretesco conformismo, o con lo sterile scetticismo borghese apologizzatore di suoi pretesi eterni veri.
Rivoluzioni accavallate
Non è forse dato stabilire, fra lo stato naturale del primo animale uomo e la società comunista, una serie fissa di rivoluzioni: lo schema è più volte tratteggiato in Marx, mai in modo rigido e con un elenco numerato.
Prima di stabilire se un anello della catena può essere «saltato», deve rilevarsi, come dato notissimo della enunciazione marxista nei termini fondamentali, la sovrapposizione, l’addossamento, di due rivoluzioni che mostrano di farne una sola: e a tal proposito parliamo spesso di rivoluzioni doppie, ed anche di rivoluzioni non «pure». Mentre in una rivoluzione semplice due sono le eventualità storiche: il crollo della vecchia società o la repressione del movimento che lotta per fondare la nuova, nella rivoluzione spuria gli sviluppi sono più complessi: vittoria dell’una e dell’altra rivoluzione – e sarebbe la rivoluzione in permanenza di cui parlava la circolare della Lega dei comunisti ai lavoratori germanici del 1850, con formula che fece propria Trotsky per la Russia fin dal 1905; vittoria della prima rivoluzione e sconfitta della seconda – di cui si hanno classici esempi nella storia di Francia: febbraio 1848 e vittoria dell’alleanza tra repubblicani borghesi ed operai sulla monarchia degli Orléans, giugno 1848 e feroce repressione borghese della insurrezione proletaria contro la repubblica; sconfitta di ambo le rivoluzioni – come fu in effetti in Germania nel ’48-’49 restando vittorioso il regime autocratico e terriero in Prussia e negli altri stati; vittoria nella lotta immediata anche della seconda rivoluzione, ma successiva estinzione ed involuzione di essa, fermi restando i risultati della prima – processo che noi ravvisiamo, come tante volte esposto, nella odierna Russia.
Questo processo del cedere di una rivoluzione per graduale rinculo e raffreddamento ha esempi, da noi altra volta dati, in rivoluzioni singole, come indicammo per le repubbliche comunali italiane, prima forma storica della borghesia al potere; e si ha il diritto di distinguerlo dalla caduta per repressione armata, come ad esempio per la repubblica borghese di Roma 1849 e per quella operaia di Parigi 1871.
Indubbiamente per la Russia si presentò e si svolse un accavallamento di due rivoluzioni – anzi di più che due rivoluzioni: anzi forse di tutte le possibili rivoluzioni storiche! se fu possibile porre, da parte nientemeno che di Marx e di Engels, il quesito di saldare il mir primitivo con la società socialista.
Non si ha il diritto di inficiare la teoria che la storia procede per rivoluzioni e non per lente evoluzioni, per la ammissione che due rivoluzioni tipiche, per ciascuna delle quali la dottrina generale prevede lunghe incubazioni, vengano a rendersi coeve. L’ipotesi non è in alcun modo antiscientifica. In natura sappiamo che i corpi in generale traversano tre stati di aggregazione: solido, liquido e gassoso. Somministrando energia termica ad un corpo solido ne cresce la temperatura (potenziale termico) gradualmente. Ad un tratto si ha la brusca fusione, che esige una somministrazione extra di energia riscaldante. Ottenuto il liquido, si continua a riscaldarlo, e ad un altro preciso punto si ha la volatilizzazione, con altro assorbimento di calorie. Può avvenire anche il processo inverso, per perdita di energia termica (raffreddamento). Ma avviene in non pochi casi il «salto» dell’intermedio stato liquido; ossia si ha in date condizioni un solido che si volatilizza e un gas che si solidifica: i fisici chiamano questo fenomeno sublimazione: esso avviene ad esempio per i vapori di zolfo, che si possono fissare in una polvere solida senza mai assumere stato liquido, e in altri casi, e in senso inverso.
La Rivoluzione ha fuso lo zarismo russo, ma non lo ha sublimato, pur essendosi avuta per un certo tempo nella fornace del combattimento la temperatura di volatilizzazione.
Tre aspetti della dottrina marxista
Quanto abbiamo in varie occasioni esposto, ed in generale quanto viene trattato in tutti i testi del movimento marxista, non si può intendere se non se ne sanno opportunamente sceverare tre aspetti della originale dottrina della rivoluzione proletaria, che difficilmente possono sussistere separati.
Un primo aspetto è la descrizione della società capitalista supposta allo stato di «modello» su cui tanto abbiamo insistito trattando della questione agraria e nella recente esposizione di Asti. In questo modello vi sono tre classi, e non vi sono residui di altre: proletari, imprenditori, proprietari fondiari. In questo modello non può prospettarsi che una «rivoluzione pura», ossia che i proletari abbattano le altre due classi. La stessa eliminazione sociale dei proprietari fondiari da parte degli imprenditori, è una possibile misura borghese, ma non è una rivoluzione. Se abbiamo dichiarato volentieri che di questo modello puro non vi è esempio nel concreto storico, ammetteremo anche che non vi sarà esempio di una rivoluzione operaia anticapitalistica «scevra di impurità».
In questo stesso primo aspetto, del modello economico, l’antitesi teorica col mondo borghese, che per noi deriva dal contrasto degli interessi e delle opposte forze di classe, è già palese. L’economia classica borghese ammise il metodo dei modelli, e sostenne che mano mano che le impure società reali si avvicinavano al modello puro della società di imprese e di mercato, si stabiliva un equilibrio stabile, nel senso che le varie quantità progredivano in modo continuo, ferma restando la figura del modello, e al più (Ricardo) eliminandosene la rendita fondiaria. L’economia volgare e moderna nega la validità scientifica dei modelli.
L’economia marxista come teoria della produzione capitalistica assume il modello e ne elabora le leggi, per concludere che la inevitabile evoluzione non presenta continuità costante, ma sbalzi contraddittorii, e una finale impossibilità di equilibrio, che stabilisce la fine del modello qualitativo. Anche quindi escludendo effetti di sopravvivenze impure precapitalistiche – cui proprio Ricardo attribuisce le sole cause di scompenso – si conclude per il crollo della compensazione sociale, senza che si debba chiederne l’esca a lotte tra residui preborghesi e forze produttive capitalistiche, o elevare a forze storiche motrici i fenomeni di propaganda, volontà, esasperazione, agitazione, che pure sono fatti della storia reale.
Dopo questo primo aspetto economico ve ne è un secondo, storico nel senso generale e, se si vuole usare una parola a tutti comune, filosofico. Esso è la dottrina del materialismo storico, per la quale l’effetto basale degli interessi economici è portato a spiegare non solo il senso di sviluppo di un capitalismo pieno, ma il processo di ogni altro tipo di società di qualunque tempo e luogo. Le epoche che hanno preceduto il capitalismo, e i trapassi rivoluzionari che hanno preceduto quello tra feudalismo e capitalismo, si dimostrano spiegati con lo stesso meccanismo già applicato al sorgere del capitalismo, secondo il quale ne viene da noi prospettata la caduta.
Il terzo aspetto è quello storico nel senso contingente, che in una data situazione e in un dato complesso umano, di cui sono evidenti le pratiche interdipendenze e collegamenti, pone il problema del gioco di tutte le classi sociali variamente presenti, e di tutti i contrasti, e anche convergenze di scopi, che in simile campo vanno a formarsi, in modo da fornire una coerente presentazione dei grandi e fondamentali accadimenti e trasformazioni di strutture. Il marxismo vince nel poter applicare alle vicende di questo campo, in cui purezza, e anche grado determinato di impurità, non si rinvengono mai, le leggi valevoli secondo la teoria, ossia le relazioni economiche proprie dei modelli sociali tipici, e la derivazione di tutti i fenomeni più complessi dalla sottostruttura materiale. Ora questo terzo e finale campo di applicazione di quella attività che non è semplice descrizione contemplativa, ma partecipazione alla vita e alla lotta, non può affrontarsi tuttavia senza l’uso di certi raggruppamenti di paesi geografici e di tempi storici aventi un carattere e una dinamica comuni; ed anzi il terzo aspetto del marxismo consiste nel dimostrare che questo è possibile, operando una selezione nella immensa molteplicità di fatti ed eventi localizzati. Ad ognuno di questi grandi aggruppamenti geografico-storici, corrisponderà per necessità una certa stabile prassi del partito: o a questo si arriva, o non è valido il marxismo, non è possibile partito nel nostro senso di forza rivoluzionaria.
Non deve delle antiche costruzioni dottrinarie restare pietra su pietra. Ma si ricadrebbe in un vano individualismo borghese, in un criticismo personale antimaterialista, in un nuovo bigottismo della coscienza che si amministra da sé senza capire di essere per novantanove su cento data, per forza, qual è, dal di fuori, se si credesse nella spregiudicatezza senza limiti, se si permettesse di andare ad ogni fatto nuovo in nuove direzioni, al partito, ai suoi organi o gruppi, al militante, al «confessante marxismo».
Distrutta la possibilità di vincoli della prassi umana validi per tutti i luoghi e i tempi (etica trascendentale o immanentista che sia, legge morale divina o imperativo categorico), trattasi dunque di saper scegliere i confini di tempo e di spazio, entro cui vigono le regole storiche per la lotta di una classe elevatasi a partito, del proletariato, che all’appello del Manifesto ha fatto il primo grande passo: il costituirsi in partito politico (assumendo un teorico credo), per costituirsi più oltre in classe dominante, per distruggere alla fine anche la sua natura di classe, e ogni dominazione di classe.
Aree e periodi della Rivoluzione di Europa
In molte precedenti trattazioni si è usato questo termine di aree, forse insufficiente, ma non se ne vede uno migliore. Area è un concetto solamente geometrico, per misurare una estensione di superficie racchiusa da un contorno; mal si usa come concetto geofisico, e meno che mai geoantropico. Non possiamo tuttavia usare il termine di nazione, perché i nostri campi possono comprendere più nazioni; non possiamo usare il termine Stato, perché per noi Stato è definito solo per un fattore dal territorio, e per l’altro dai rapporti di classe, oltre che per la stessa ragione che i campi considerati sono anche di più Stati. Oggi i diplomatici usano il termine regione nel senso non di parte di uno Stato ma di gruppo di Stati, quando parlano di accordi «regionali», ma è troppo legato il senso di parte di una nazione. Non è adatto il termine paese perché si usa per territori sia grandi che piccoli e piccolissimi. Quanto al termine zona è adatto ad uso geofisico, poco ad uso geopolitico.
Seguiteremo dunque ad usare il termine area che gli americani hanno introdotto per designare parti del mondo abitato in cui vige una economia, una moneta, una influenza politica, se pure l’espressione «campo storico» dispiacerebbe meno. Trattasi infatti ogni volta di legare un determinato perimetro geografico con un determinato intervallo cronologico.
Queste aree in cui per la considerazione marxista conviene dividere il territorio abitato dalla razza bianca, ove prima apparve la moderna forma capitalistica di produzione, vanno scelte in relazione ai fondamentali fatti storici: in economia il sorgere dell’industria, il formarsi del mercato generale nazionale sia dei manufatti che dei generi alimentari, l’intensa partecipazione al commercio internazionale; socialmente lo scadere della classe nobiliare terriera, l’abolizione della servitù rurale e delle corporazioni artigiane urbane, la spinta urbanizzazione delle masse di salariati; politicamente la caduta dei regimi assoluti, il diritto elettorale a tutti i cittadini, le camere parlamentari.
La nostra partizione si apre con due date famose, in cui caddero come Engels ricorda, le teste regali: a Londra il 9 febbraio 1649, a Parigi il 21 gennaio 1793.
Oltre un secolo separa la prima dalla seconda delle rivoluzioni antifeudali. Con la rivoluzione francese è contemporanea quella americana, ma all’analogia della richiesta di istituti democratici fanno contrappeso le differenze, ché in America si trattava di indipendenza di coloni bianchi da uno Stato europeo, per giunta il primo Stato borghese, e non dell’abbattimento di una classe dominante nazionale: tanto che la stessa Francia feudale ostile alla Gran Bretagna simpatizzò coi ribelli di America e li aiutò con le armi; come poi doveva la capitalista Inghilterra appoggiare con tutte le forze la controrivoluzione feudale in Francia. Ci atterremo quindi per ora alle «aree» intraeuropee. È noto che Marx assimilò ad una rivoluzione borghese la guerra civile del 1866 tra sudisti e nordisti, in quanto l’uso della schiavitù di colore sostenuto dai primi faceva della classe terriera una forza dominante su quella industriale. Ed egli attese che, come la rivoluzione indipendentista di America aveva avuto per eco europea la grande rivoluzione di Francia, così la guerra civile del 1866 dovesse scatenare in Europa altra onda rivoluzionaria: democratica e nazionale verso Oriente, socialista e di classe in occidente.
Ciò non avvenne, ma è chiaro che le aree rivoluzionarie non sono compartimenti stagni: al contrario, se una si muove, anche su postulati sociali suoi propri, scatena in genere moti rivoluzionari in tutte le altre anche se di diverso grado di sviluppo. Vogliono svuotare il marxismo radicale e insurrezionista qualificandolo di quarantottismo in ritardo: certo che la visione di Marx è giustamente dominata dall’incendio del 1848 che corse dall’una all’altra delle capitali borghesi, sebbene in taluna dominasse la monarchia feudale, in altra il papato, in altra la repubblica borghese.
Se un altro ’48 non è venuto in più di un secolo, malgrado la potente scossa del 1918-20 che tenne sulla brace l’Europa intera, è appunto il motivo per cui siamo a discutere l’interpretazione del fatto che l’incendio spento in Occidente sarebbe troppo bello ardesse in Oriente, dopo vari decenni, tuttora. E siamo tuttavia convinti che un giorno, di un non vicino anno, esso divamperà su tutto un continente, anzi certamente, e come premio al ritardo, su due e più continenti.
Saggio della serie delle aree
Una prima area è dunque quella britannica, sola in cui la borghesia manifatturiera e agraria, insieme alla proprietà borghese tiene il potere per il detto intervallo di un secolo e un quarto. In questo periodo, e fino al 1848, solo in Inghilterra si va formando un proletariato salariato, che non ha altra spinta storica che la lotta contro la borghesia dominante, e non conosce quindi il problema dell’alleanza antifeudale colla borghesia.
Diversa la situazione nell’area francese, dove non solo il feudalesimo governa molto più a lungo, ma assai minore è lo sviluppo industriale, e ritardata la formazione di un vero proletariato. D’altro canto la rivoluzione borghese cade dopo un periodo breve quanto multiforme che va dall’89 al 1815, e dopo questi ventisei anni ce ne vorranno altri 33 per «rifarla» attraverso le lotte del 1830-31 e del 1848. In tale periodo è presente la classe proletaria francese, ma deve dividersi tra il compito di fronteggiare i padroni industriali e quello di aiutarli a prendere il potere nello Stato contro la reazione antidemocratica. Quindi l’area francese ha una fisionomia propria fino al 1848.
Ma già all’approssimarsi di tale anno, per il marxismo, a lato dell’area inglese con proprie caratteristiche (falsamente interpretate come una prospettiva di conquista legalitaria del potere politico), vi è un’area europea di centro-occidente che ingloba gli altri paesi ove una industria si è formata e ove le rivendicazioni politiche della rivoluzione borghese, prima tra esse quella della formazione di Stati nazionali unitari, si è trasmessa con le stesse lotte di tentato soffocamento della Francia. In questi paesi, tra cui Germania, Austria, Italia e gli altri minori, si pone il problema delle doppie rivoluzioni: abbattere le monarchie feudali o le dominazioni straniere e fondare il regime liberale, e subito innestare a tal conquista le rivendicazioni sociali del proletariato.
Ma la totale sconfitta delle rivoluzioni anche liberali, fuori che in Francia, fa sì che la fase di lotta in comune tra borghesi e operai vada oltre il 1848, e abbraccia tutto il periodo della controrivoluzione vittoriosa in Germania ed in Italia e quello in cui la Francia ha il secondo impero.
Tale nodo è sciolto in parte dalle guerre di sistemazione nazionale (che ampiamente abbiamo trattato a Trieste illustrandone la contemporanea valutazione in Marx) del 1859, 1866, e infine definitivamente dalla guerra 1870 e dalla Comune di Parigi del 1871.
Con Marx che allora scrive: da questo momento tutti gli eserciti nazionali sono confederati contro il proletariato, si chiude l’epoca delle alleanze (di battaglia) tra operai e forze borghesi insorte per l’indipendenza e la libertà, ed è ribadito da Lenin che nessuna guerra può più essere chiamata «rivoluzionaria» come quelle, a fini liberali e nazionali, strettamente connesse a lotte insurrezionali, del periodo «1789-1871».
Questa però non è una tesi, una norma, metafisica ed eterna. È una tesi storica e una norma di partito «di area», altrimenti avrebbe senso non materialista ma idealista, e non ha infatti a che fare con l’altro idealismo «pacifista» parente ben stretto di quello patriottico. L’area a cui si riferisce la condanna, la storica irrevocabile denuncia pronunziata da Marx nel secondo indirizzo della Prima Internazionale operaia, è quella dell’occidente di Europa, ossia della parte di continente in cui sono ormai comprese, per tralasciare Stati minori, Inghilterra, Francia, Germania, Austria, Italia, tutti paesi divenuti ad economia capitalistica, retti da forme democratiche e parlamentari, ove di ritorni restauratori feudali più non si parlerà. Quest’area si ferma al confine russo, sebbene Lenin con la sua formula «1789-1871» condanni anche la guerra dello zarismo nel 1914 e ogni appoggio ad esso consideri tradimento: essendo quella nel suo complesso guerra imperialistica. Ma è chiaro che entro l’area slava Lenin non avrebbe allora condannato una guerra di popoli e nazionalità oppresse contro lo zarismo, ma invitato gli operai dell’industria capitalistica ad appoggiare, armi alla mano, ogni moto antiautocratico e antifeudale di altre classi, della stessa borghesia russa se tanto avesse osato.
L’area grande slava
Dunque: area britannica, ove non si parla di doppia rivoluzione del proletariato e della borghesia, e che resta la sola in questa situazione storica dal 1649. Area continentale europea, ove si pone il problema delle rivoluzioni liberalnazionali cui il proletariato darà il suo appoggio per un periodo che si chiude al 1871. In quest’area figura la Francia, sebbene nei periodi 1789-1815 e 1848-1852 sia stata governata dalla borghesia e retta a repubblica. Dal 1871 al 1917 tutta l’area britannica ed europea comporta la piena autonomia dell’azione proletaria verso la conquista del potere e il socialismo. Ma da tali aree resta fuori la Russia, che ha ancora la prospettiva di abbattere un regime feudale. Ne resterebbero anche fuori, in un certo senso, i Paesi degli slavi del Sud e la Grecia, almeno fino a quando nel 1912 non si hanno una rivoluzione borghese nella Turchia dei Sultani, e la vittoria nelle guerre balcaniche delle nazionalità che essa governava.
A questo punto sorgono i problemi storici immensi dell’area slava: la via della sua liberazione dal dispotismo e dalla servitù feudale e della sua sistemazione in nazionalità autonome, i rapporti tra questa lotta e quella, divenuta ormai binaria e non ternaria, dell’occidente, quindi tra il movimento operaio di occidente e quello russo agenti in aree tanto dissimili. Sorge il problema più scottante di tutti: l’area slava non si sarebbe mai portata all’unisono con quella europea nella fase successiva al 1871, ma sarebbe, restando sempre isolata, saltata in una fase successiva, quella del potere operaio, mentre l’area di Occidente non avrebbe potuto e saputo seguirla nel rovesciamento della borghesia: ciclo questo impossibile a coordinare colla concezione e la costruzione marxista. E restano i non meno difficili problemi dell’area asiatica, che alla fine va portata in conto, chiedendosi se essa può fare corpo con l’area russa, o recedere alla situazione ternaria di proletariato, borghesia e feudalismo, o ancora più indietro a quella binaria senza il proletariato, o forse più indietro ancora, per dati campi e nazioni.
Se tutto questo non cammina, o non può rispondere ad una considerazione con un minimo di storiche uniformità, allora sarà il marxismo a vacillare dall’alto della sua costruzione portata tanto innanzi in un secolo almeno di lotte.
Prima di affrontare tutto questo materiale storico così vasto e ribollente, e volendo dare una risposta relativa a questa area dell’oriente europeo nei suoi legami, dapprima, col centro occidente – con riserva di affrontare ancora nel rielaborare il contenuto della riunione di Firenze e in altra futura riunione, il problema delle razze e popoli di colore – occorre stabilire, nei testi e documenti storici della scuola marxista, come da questa sia stato considerato quel sistema di rapporti nelle fasi 1848-1871 e nella fase successiva; quando cioè l’Internazionale operaia aveva ancora in Occidente il compito di finire di sbarcare la rivoluzione liberal-capitalista, e quando, ulteriormente, non ebbe più che il compito di andare oltre un’Europa borghese, verso mete socialiste, che almeno fino alla morte di Engels furono perseguite, poi offuscate dalle involuzioni scettiche e revisioniste, infine maledettamente tradite al momento storico cruciale, quando l’incendio del 1914 sommerse l’Europa e il mondo.
Ciò riesposto – e i materiali sono di primaria importanza dottrinale e storica – converrà vedere come a questa attesa della rivoluzione russa in Europa, fino circa al 1895, corrispondesse l’attesa di essa nel proprio paese, in quella fase dai numerosi movimenti antizaristi, e nella fase successiva (1895-1917) dal movimento autenticamente marxista, strettamente legato all’Internazionale, colla esperienza grandiosa della lotta del 1905, e portatosi poi al punto di essere il pernio principale della riscossa contro il crollo opportunista e socialpatriottico del socialismo europeo.
Lo Stato russo e l’Europa
La rivoluzione industriale borghese ha per caratteristica essenziale il formarsi dello Stato nazionale centralizzato, e il procedere fra le lotte di questi Stati che si contendono inevitabilmente territori, popolazioni e risorse produttive. Il rapido decorso in Inghilterra fu facilitato dalle condizioni geografiche: i limiti dello Stato si definirono con secoli di anticipo, perché sia pure dopo una palingenesi di urti di razze e di religioni, dovevano identificarsi con le coste dell’isola. La natura marittima del paese lo spinse sulla via dei commerci di oltremare al primo posto e affrettò la industrializzazione interna: i rivali nelle guerre commerciali furono successivamente battuti. Ma lo Stato inglese non aveva interesse a conquiste in Europa e ben presto non si impegnò in guerre sul continente, e i conflitti tra spagnoli, francesi, tedeschi cessarono di attrarlo: tanto meno si preoccuparono di lui potenze lontane come la Russia. Sotto l’angolo visuale britannico non vi fu mai un’identità fra Russia e controrivoluzione.
Essa vi fu tuttavia per tutto il resto di Europa, in quanto nello spazio continentale il conflitto tra i modi di produzione diveniva conflitto territoriale. Non vi erano marxisti al tempo delle guerre di coalizione contro la Francia, sia repubblicana che napoleonica, ma il fatto che in queste, più che la stessa Inghilterra capitalista, fu elemento decisivo la Russia, domina tutta la concezione storica marxista dai primissimi anni, ed è al centro del pensiero storico di Marx giovane e vecchio. Avesse avuto mezzo secolo in meno, avrebbe virtualmente combattuto sotto le bandiere di Dumouriez nella disperata difesa delle Ardenne, Termopili di Francia, ed anche sotto quelle di Napoleone e dei suoi generali invasori di Europa, si sarebbe dannato di rabbia al passaggio tragico della Beresina, strappati antitedescamente i capelli a Lipsia, riavuto all’evasione dall’Elba e autosepolto nella sinistra prospettiva di trent’anni di controrivoluzione a Waterloo.
Nelle lotte del 1848 e nella loro preparazione era già vivo e vitale, e la direttiva antirussa le illuminò tutte. Già era in costruzione il primo aspetto della dottrina, lo studio del capitalismo, riempito tutto dalla sola antitesi proletariato-borghesia. Già sulla base della critica superatrice di Hegel, di Feuerbach stesso, di tutta la moderna filosofia, si delineava la incisiva costruzione del materialismo dialettico, ma anche il terzo compito, il giudizio d’insieme sul dramma vissuto dalla società del tempo, aveva, in piena coerenza con la dottrina già «esplosa», il suo irrompente sviluppo.
Il Manifesto che nella ineguagliata sintesi è sì la storia sociale della specie umana, ma soprattutto è il grido di guerra del proletariato nella sua sostituzione a quella borghesia, che allora era all’apogeo nella sola Inghilterra, passa in rassegna Francia, Germania, Polonia, Italia, Ungheria, ma della Russia non fa cenno; vedremo come gli autori stessi lo rilevarono nel 1882, licenziando l’edizione in lingua russa. Prescrive in quei paesi che gli operai appoggino le lotte di libertà e indipendenza – i comunisti appoggiano ogni moto rivoluzionario diretto contro le esistenti condizioni sociali – ma non parla di appoggio ad una rivoluzione in Russia: non suppone infatti che colà vi siano proletari, e nemmeno comunisti.
Ma, se Marx sembrava non possedere elementi per dare in Russia i termini di una guerra civile, non è possibile negare che qualunque azione di forza militare contro l’impero e l’esercito zarista fosse da lui entusiasticamente sostenuta come indiscutibile fattore rivoluzionario per l’intera società europea.
È stato facile dare a questa posizione unicamente volta allo sviluppo del cammino della rivoluzione internazionale, alla necessità che tutti gli ostacoli levati sul cammino di questa siano travolti e distrutti, il sapore di un odio antislavo dettato da ragioni nazionali e razziali, e ciò quando Marx, ebreo, demoliva le gesta del primo capitalismo israelita servo dell’impero tedesco (poi lo sarà del russo) e, tedesco, virtualmente si dichiarava collaboratore col nemico nelle guerre anti-napoleoniche, vietando dottrinalmente che si definissero guerre di «indipendenza» perché erano guerre di controrivoluzione.
Tra le prime manifestazioni di Marx fu la collaborazione alla Gazzetta Renana, fin da prima del 1848, e durante quell’anno (la Nuova Gazzetta Renana). Troviamo fedele riferimento di quelle posizioni nella magistrale «Storia della democrazia sociale tedesca» di Franz Mehring (ed. Avanti!, pagg. 396-97).
Marx e lo slavismo
La «Neue Rheinische Zeitung» appoggiava queste sue idee con dimostrazioni storiche. Essa faceva inoltre risaltare che gli slavi in nessun luogo avevano seriamente partecipato al movimento rivoluzionario del 1848.
«Un solo coraggioso tentativo di rivoluzione democratica, se anche subito soffocato, spegne nella memoria dei popoli interi secoli di infamia e di viltà. I tedeschi l’hanno esperimentato, ma mentre i francesi, tedeschi, italiani, polacchi e magiari inalberavano la bandiera della rivoluzione, gli slavi si raccoglievano come un sol uomo intorno alla bandiera della controrivoluzione. Innanzi a tutti gli slavi meridionali, che già da molti anni avevano difeso contro i magiari le loro voglie controrivoluzionarie, poi i cechi, poi, pronti alla battaglia, pronti a comparire sul campo del combattimento al momento decisivo … i russi».
E la Gazzetta chiudeva questi frementi articoli con le parole: «noi sappiamo ora dove sono concentrati i nemici della rivoluzione: nella Russia e negli stati slavi dell’Austria, e nessuna frase, nessun accenno ad un determinato avvenire democratico di questi popoli ci tratterrà dal trattare come nemici i nostri nemici». E, avendo citato uno scritto di Bakunin, continuava: «Bakunin esclamava alla fine: in verità nulla deve rimetterci lo slavo, ma ci deve guadagnare! In verità si deve vivere! E noi vivremo. Fintanto che ci vien contrastata la minima parte dei nostri diritti, fintanto che un solo membro vien separato o strappato da tutto il nostro corpo, sempre noi combatteremo accanitamente per la vita o per la morte, fino al giorno in cui lo slavismo sarà grande; libero e indipendente». Ma se il panslavismo rivoluzionario prende sul serio queste parole, e se, dove si tratta della fantastica nazionalità slava, lascia fuori gioco la rivoluzione, allora noi sappiamo – continua la N.R.Z., ossia Marx – che ci resta a fare, allora: lotta, lotta accanita per la vita o per la morte contro lo slavismo traditore della rivoluzione, lotta di distruzione e spietato terrorismo … non nell’interesse della Germania, ma nell’interesse della Rivoluzione».
E qui Mehring aggiunge: sono queste le frasi che fecero dire ad un professore tedesco la solenne menzogna che Marx chieda l’annientamento dei popoli russo, ceco e croato.
Più oltre vedremo ancora quale fosse la valutazione da parte di Marx del panslavismo, e come si riproducesse tanto più tardi l’urto con Bakunin, nel 1872, con la stessa rampogna. E come Marx vedesse favorevolmente una guerra futura dei tedeschi contro gli slavi (tesi tanto sfruttata nel 1914!). Ma qui vogliamo notare una frase con cui Mehring, del proprio, riassume le posizioni che si direbbero di politica estera della N.R.Z. e del Marx 1848, dopo aver ribadito che non le detta la causa di nessuna patria, ma solo la causa della rivoluzione.
«La N.R.Z. sapeva che la rivoluzione non va da oriente verso occidente, ma da occidente ad oriente».
E noi, dopo 106 anni, che cosa dunque sappiamo?
Parte I – Rivoluzione europea ed area « Grande Slava
La Questione Orientale
Negli anni 1853, 54, 55, Carlo Marx rifugiato a Londra dopo la sconfitta della rivoluzione tedesca ed europea, invia al giornale americano New York Tribune una serie di lettere-articoli che hanno per argomento la predominante questione della politica europea del tempo: la questione d’Oriente.
Non si trattava di testi di partito né di collaborazione alla stampa del partito, e nemmeno di un’opera teoretica sui principii del partito stesso, allora ridotto a pochi elementi dispersi della «Lega dei comunisti» che aveva operato negli anni di lotta 1848-49. Il giornale era un giornale di informazione e con tinta ideologica di generica democrazia radicale. Ma hanno sempre avuto torto quelli che hanno ritenuto quegli scritti un comune lavoro giornalistico che Marx, sempre in lotta insieme ai suoi contro la nera miseria, avrebbe dovuto assumere solo, come suol dirsi, «per la campata».
Va reso onore al socialista di destra Claudio Treves, già direttore dell’Avanti! e organizzatore della edizione italiana degli scritti di Marx, che nella sua sensibilità dottrinale – assai meno spenta, malgrado il riformismo dichiarato, di quella degli odierni pretesi estremisti – segnalava ai lettori l’alto contenuto dialettico e socialista di quell’opera.
Si può ammettere che, data la sfera dei lettori di quel giornale, talvolta il corrispondente europeo non si attenesse al rigido formulario della nostra specifica critica teorica, ma la potente efficacia con cui i fatti sono riportati e messi in rapporto, e la linea continua che corre da un capo all’altro, valgono, per chi legga diversamente dal ricercatore distratto dell’ultima notizia, quanto la più esplicita dimostrazione del metodo materialista ortodosso.
Tutta la serie di scritti, che non sono certo di un teste indifferente ed imparziale, hanno al centro o come spina dorsale una rivendicazione sola, quella antirussa, l’istanza che la Russia storica sia respinta, indebolita e battuta. Una qualunque sonata giomalistica? No, un leitmotiv apertamente rivoluzionario.
Sulla zona della questione del vicino Oriente si affacciano tre mostri dei poteri medievali: Austria, Turchia, Russia. Solo su questo terzo sono gli occhi di Marx, si direbbe.
Lo mostrerà una prima citazione, dalla lettera 12 aprile 1853, la quale descrive la forza conquistatrice ed imperiale dello Stato degli zar, col suo titolo.
Il vero sfogo in Turchia
«Ma essendo giunta fin qui sulla via dell’impero universale, è egli probabile che questa gigantesca e gonfia potenza voglia fermarsi nella sua corsa veloce? Le circostanze se non la sua propria volontà, lo impediranno. Con l’annessione della Turchia e della Grecia essa ha eccellenti porti di mare, mentre i greci le forniscono abili marinai per la sua armata. Con Costantinopoli, essa si trova sulla soglia del Mediterraneo; con Durazzo e la costa dell’Albania da Antivari ad Arta, essa è nel vero centro dell’Adriatico, in vista delle isole Jonie Britanniche e a trentasei ora da Malta. Fiancheggiando i domini austriaci al Nord, all’Est e al Sud, la Russia conterà già gli asburghesi tra i suoi vassalli. Ed allora una altra questione si presenta, e anche probabile. Le frontiere occidentali dell’Impero, rotte ed ondulate, mal definite rispetto ai confini naturali, reclamerebbero una rettificazione; apparirebbe naturale che la frontiera naturale della Russia corra da Danzica, o forse da Stettino, a Trieste. E come è vero che la conquista segue la conquista, che l’annessione segue l’annessione, così la conquista della Turchia da parte della Russia non sarebbe che il preludio dell’annessione dell’Ungheria, della Prussia, della Galizia e della realizzazione finale dell’impero slavo, che alcuni fanatici filosofi panslavisti hanno sognato».
«La Russia è indubbiamente una nazione conquistatrice, e fu tale per un secolo, finchè il gran movimento del 1789 evocò un antagonista di natura formidabile. Noi intendiamo la rivoluzione europea, la forza esplodente delle idee democratiche, e della innata sete di libertà dell’uomo. Fin da quell’epoca non vi sono stati in realtà che due poteri sul continente europeo: la Russia e l’assolutismo, la Rivoluzione e la Democrazia. Per momento la rivoluzione sembra soppressa, ma essa vive ed è più che mai fortemente temuta».
«Ne è prova il terrore della reazione all’annuncio dell’ultima rivolta di Milano. Ma lasciate che la Russia prenda possesso della Turchia e la sua forza è cresciuta del doppio ed essa diviene superiore a tutto il resto di Europa preso insieme. Un tale evento sarebbe una calamità indicibile per la causa della rivoluzione. La conservazione dell’indipendenza turca, o, in caso di una possibile dissoluzione dell’Impero ottomato, l’impedimento del disegno russo d’annessione, è una cosa della più grande importanza. In questa emergenza, gli interessi della democrazia rivoluzionaria e quelli dell’Inghilterra vanno di pari passo. Nessuna delle due può permettere allo zar di far di Costantinopoli una delle sue capitali, e noi troviamo che spinte contro il muro, l’una e l’altra gli resisteranno con pari fermezza».
I corsivi sono stati posti da noi, sia per sottolineare il concetto centrale dell’antagonismo Russia-rivoluzione, sia per segnalare la potenza dell’indagine sul futuro storico, il dito posto sulle piaghe di conflitti di un secolo e più, come localizzando Danzica e Trieste sulle coste nord e sud di questa convellentesi Europa.
Venga la guerra!
La serie degli scritti prevede la guerra, plaude alla guerra, invoca la guerra. Era la guerra per Costantinopoli, che di continuo si affaccia, la guerra tra Russia e Turchia per gli stretti, che chiudono la comunicazione tra Mar Nero e Mediterraneo, che impediscono all’immensa potenza militare terrestre russa di divenire una potenza oceanica, e all’incandescente modo di produzione mercantile di incendiare la barriera fra due mondi. Ma la guerra che vuole Marx è l’assistenza alla Turchia, che da sola soccomberebbe, e le potenze che devono impedire il passo avanti della Russia sono Inghilterra e Francia, guadagnate alla rivoluzione borghese.
Abbiamo già detto che in questa fase l’Inghilterra è chiamata ad agire in quanto i suoi interessi convergono con quelli della «democrazia rivoluzionaria».
La serie delle lettere di Marx mostra il versipellismo di entrambi i due grandi partiti borghesi inglesi, che non sempre sono stati così espliciti nell’opposizione al potere dello zar. Esiteranno in avvenire ancora, mentre mai Marx esiterà, come nella successiva guerra russo-turca del 1877 in cui esulterà per la grande vittoria di Plewna, mentre al successivo Congresso di Berlino del 1878 deplorerà che i governi occidentali siano proni alle volontà dello zar. È notevole, come è stato ricordato a proposito delle recenti «rivelazioni» antirusse di Churchill, che non hanno rivelato proprio nulla, come la tradizione inglese abbia sempre veduto di traverso gli approcci colla Russia. Alla debole politica del 1878 del ministro lord Beaconsfield rispose una lettera della stessa regina Vittoria: «Se l’Inghilterra deve baciare i piedi della Russia, la regina non vuol partecipare alla umiliazione del proprio paese, e deporrà piuttosto la Corona … La Regina sente che essa non può continuare a regnare su un paese che si abbassa fino a baciare i piedi di questi grandi barbari …». Tradizione borghese e disprezzo della Russia sono una cosa sola. La Regina borghese e il «red terror doctor» hanno dunque qualcosa in comune? Basta procedere senza bigottismi.
Vogliamo incastrare un altro rilevamento di rotta da capisaldi storici. La prima grande guerra imperialista scoppiò, come avevano previsto Marx ed Engels più tardi, nel 1870, fra i tedeschi e le razze unite degli slavi e dei latini. E la Inghilterra fu a fianco della Russia, ancora zarista. Ma due anni prima, nel 1912, la «stessa» guerra stette per scoppiare sul piano del contrasto anglo-russo, per rivalità imperiali nell’Oriente vicino e lontano.
La lettera data prima era dell’aprile: solo nel luglio 1853 l’esercito russo doveva, al comando del generale Paskevitch, rovesciarsi nella bassa valle del Danubio, ed era distrutta dai russi la squadra turca del Mar Nero. Londra e Parigi rompevano i rapporti diplomatici con Pietroburgo, la stessa Austria portava truppe nei Balcani, ma solo nel febbraio 1854 lo zar proclamava la guerra santa contro Francia ed Inghilterra «nemiche della cristianità».
Con una lettera del 22 maggio 1854, intitolata «Le imprese nel Baltico e nel Mar Nero e il sistema di operazioni anglo-francesi», Engels traccia le prospettive della guerra: oltre alla operazione in Crimea, già in corso da parte di turchi, inglesi, francesi, coi reparti piemontesi inviati dall’abile intrigante Benso di Cavour, egli si prospetta la possibilità della guerra generale in Europa: questa fattrice gravida del feto rivoluzionario tarda sempre al gran parto, nella nostra attesa di un secolo, e in cicli drammatici miserabilmente abortisce.
Guai se anche nella seconda metà del secolo attuale non saprà, da questo utero ancora una volta rigonfio, uscire tra ferro, fuoco e sangue, terribilmente viva, la Sempre Attesa.
«La vicenda della guerra è questa: l’Inghilterra, e specialmente la Francia, sono trascinate «inevitabilmente quantunque con riluttanza» ad impegnare la maggior parte delle loro forze nell’Oriente e nel Baltico, cioè in due ali avanzate di una posizione militare che non ha nessun centro più vicino della Francia. La Russia sacrifica le sue coste, la sua flotta, parte delle sue truppe per indurre le Potenze Occidentali ad impegnarsi completamente in questo movimento antistrategico. Non appena ciò sarà accaduto, non appena il debito numero delle truppe francesi sarà mandato via in paesi molto lontani dal proprio, l’Austria e la Prussia si dichiareranno in favore della Russia e marceranno in un numero superiore su Parigi. Se questo piano riesce, non v’è forza a disposizione di Luigi Napeoleone che possa resistere all’urto. Ma v’è una forza che «può mobilitarsi» da se stessa in ogni emergenza, che può «mobilitare» anche Luigi Bonaparte e i suoi seguaci, come ha mobilitati tanti reggitori prima di questi. Questa forza è in grado di resistere a tutte le invasioni, e lo ha dimostrato già una volta all’Europa coalizzata; questa forza, la Rivoluzione, è certo che non verrà meno, nel giorno in cui la sua azione sarà richiesta».
Sebastopoli all’o.d.g.
Anche quello era un periodo sterile come questo: la guerra di Crimea fínì in episodio locale come la guerra di Corea, senza incendiare il mondo: una buona cazzottata fra le corde di un piccolo ring geografico. Mentre i russi le prendevano in Crimea, segnavano punti sull’altro fronte di contatto coi turchi, nel Caucaso, dove le flotte franco inglesi non potevano arrivare; e dato che gli aerei non c’erano ancora. L’onta della capitolazione di Sebastopoli dopo lungo assedio, esattamente cinquant’anni fa, fu in parte riscattata dalla caduta della Cittadella di Kars nel Caucaso il 24 novembre 1855, e ciò rese possibile, dopo un ultimatum presentato tramite l’Austria, la pace, al congresso di Parigi del 30 marzo 1856, che sancì il celebre divieto a navi da guerra di varcare i Dardanelli.
La freddezza di quella guerra dava sui nervi a Marx, che non ne poteva più di veder prendere Sebastopoli, divenuta simbolo della forza militare russa con la sua disperata difesa. Engels scrive il 14 ottobre 1854 queste parole.
«Sembra alfine che i Francesi e gli Inglesi, possano dare un colpo al potere e al prestigio della Russia, e noi in questo paese guardiamo perciò con un rinnovato interesse al movimento contro Sebastopoli, di cui l’ultima notizia è data particolarmente in altra colonna. Come è naturale, i giornali inglesi e francesi fanno un gran rumore intorno a questa intrapresa, e se noi dobbiamo credere loro, nulla di più grande fu mai udito nella storia militare; ma quelli che esaminano i fatti specifici, gli inesplicabili indugi, le scuse senza senso che accompagnano la partenza della spedizione e tutte le circostanze che la precedono e vi sono connesse – non si lasciano imporre. La fine dell’intrapresa può essere gloriosa ma il suo inizio si direbbe piuttosto disgraziato».
Engels dunque più militarista dei generali inglesi e francesi? Così si domanderebbero quelli che si ostinano a confondere col pacifismo imbelle la posizione dei comunisti di fronte alle guerre. Oggi tutto il proletariato mondiale è imbestiato in una campagna sordidamente pacifistica, ma al tempo stesso, anche nel centro russo di questo imbonimento internazionale, non si desiste dall’esaltare glorie militari come quelle di cui Engels parla. Ma un momento! La questione è semplice: nel periodo storico 1789-1871 il marxismo approva date guerre, e una è quella di Crimea. Poi nel periodo 1914, passa a disapprovare e sabotare la guerra, da tutte e due le parti. Anche però quando le approvava, e incoraggiava, lo faceva da una parte sola! La approvazione della guerra da due parti al tempo stesso non troverà mai posto nel marxismo: essa è ammissibile solo per il più banale nazionalismo e sciovinismo borghese. Nella guerra di Sebastopoli si vedeva la gloria, concetto commestibile per i lettori comuni, solo dal lato degli assediatori, ed era – bussola rivoluzionaria alla mano –una gran bella cosa che questi schiacciassero gli assediati.
Orbene, non molti giorni addietro le radiotrasmissioni hanno annunziato che solennemente il governo attuale di Russia, che ostenta ideologie marxiste, ha conferito una altissima onorificenza alla città di Sebastopoli, nel centenario dell’assedio, per celebrare la gloriosa sua resistenza!
Simile genia potrebbe almeno disinteressarsi di far portare in altra tomba le spoglie di Marx, in quanto i simboli sono – per Marx e per chi lo intende – sempre imbecilli, ma superimbecilli quando, venendo dalla stessa mano, fanno a calci tra loro, si appendono al petto dei ladri e dei derubati, idealizzano carnefice e vittima.
Del resto gli stessi onori sono stati resi alla guarnigione di Port Arthur, per la lunga difesa del 1905 contro i giapponesi al tempo in cui Lenin, come Marx per Sebastopoli, fremeva perché la disfatta russa, come fu, scatenasse la rivoluzione, e faceva di quella resa l’espressione del fiaccarsi dello zarismo.
Non si tratta solo di gesti, ma di prove definitive che il compito storico del governo russo presente è quello di una rivoluzione borghese, uno dei cui aspetti essenziali è la esaltazione dei «valori» nazionali. Ecco Hitler che con piena logica storica innalzava monumenti ad Arminio, o de Gaulle (ultimissimo chiamato a Mosca) che ben si rifaceva all’eroe Vercingetorige.
Europa ed Asia
La forza russa è dunque per Marx pericolo e minaccia: ed il movimento grandeslavista ha per lui il significato stesso di controrivoluzione. Non la minima ombra di preconcetto nazionale o razziale sta sotto questa tesi storica indiscutibile, legata a precisi campi di tempo e di spazio. La valutazione positiva di ogni fatto e dato concreto di forza storica è per i marxisti fondamentale.
Lo vedremo ora valutare la decisione del nuovo Zar Alessandro II, nei suoi propositi di scalzare dalle fondamenta la potenza rivale dell’impero austriaco. Dopo Sebastopoli, il predecessore Nicola I morì più di disperazione che di congestione polmonare, e andò al potere il 2 marzo 1855 Alessandro (per regnare fino al 13 marzo 1881, giorno in cui una bomba anonima se non atomica disintegrò lui e la sua carrozza) che dal successo di Kars prese l’avvio per una fase di riforme all’interno e di espansione all’estero e di ritorno in forze nei Balcani come liberatore dei cristiani dal giogo mussulmano.
Ma nello stesso tempo è con Alessandro II che la Russia si volse verso l’Oriente in modo deciso, occupando i ricchi khanati dell’Asia centrale fino alle frontiere della Persia e dell’Afghanistan ove nuove ragioni di contrasto con gli interessi imperialisti inglesi si vengono a delineare (e sempre più quando si andrà verso la moderna economia del petrolio).
Marx si guarda dall’applicare a queste diverse direttrici della pressione espansiva russa una stessa formuletta bella e fatta. Il passo che ora citiamo è grandemente espressivo, se lo confrontiamo con la situazione di oggi. Chiamando il governo attuale di Mosca governo capitalista, non gli assestiamo nessun ceffone; né gli contestiamo compiti rivoluzionari quando, con la sua enorme attività in Asia, economica, commerciale, di costruzione di comunicazioni e di trasferimento su nuovi piani di organizzazione umana delle dormienti sterminate steppe, fa camminare, come diceva Mehring, la Rivoluzione da occidente ad oriente. Le proclamazioni ideologiche sono sballate, e controrivoluzionarie verso occidente in modo feroce, ma ciò, come per la tendenza ad espandersi della «gonfia potenza» dell’ottocento, dipende dalle circostanze, non dalla sua propria volontà. Inutile, per cambiare questo, processare «banditi» politici, o passare dati soggetti e nominativi da processatori a processati, uso Yagoda, uso Beria, o altri non morti a tempo per restare nell’albo nazionale delle glorie:
«Il panslavismo come teoria politica ha avuto la sua più luminosa e filosofica espressione negli scritti del conte Gurowski. Ma questo dotto e distinto pubblicista, mentre considerava la Russia come il pernio naturale intorno a cui i destini di questo numeroso e vigoroso ramo della famiglia umana può solo trovare un largo sviluppo storico, non concepiva il panslavismo come una lega contro l’Europa e la civiltà europea. Dal suo punto di vista la mira legittima e la forza espansiva delle energie slave era l’Asia. A confronto della desolazione stagnante di quel vecchio continente, la Russia è una forza civilizzatrice e il suo contatto non potrebbe che essere benefico. Questa generalizzazione principale, imponente, non è stata, intanto, accettata da tutte le menti inferiori che del Guroski ha assunto l’idea fondamentale. Il panslavismo ha assunto una varietà di aspetti; ed, ora, alfine, noi lo troviamo impiegato in una nuova forma e con grande effetto apparente, come una minaccia bellica. Come tale esso certamente dà credito all’arditezza del nuovo zar. Ed a che punto la minaccia ha ispirato paura all’Austria ci proponiamo di dimostrare. (7 maggio 1855)».
Rileviamo ancora che questo brano (non possiamo essere ancora più ampii nelle citazioni, che tuttavia, se alla lettura inserta nell’eposto orale forze affaticano, nella forma testuale riprodotta in resoconto non mancheranno di attirare l’attento studio dei compagni), diffondendosi sulla instabilità dell’Austria, ne prevede la dissoluzione, e ciò in un tempo in cui la forza militare di Vienna era ancora intatta e, negli stessi calcoli di Marx, decisiva in Europa, e malgrado la poca simpatia per il prevalere della pressione moscovita e del suo piano di suprema direzione degli slavi minori e balcanici. Anche qui il metodo seguito ha permesso previsioni sicure sugli eventi, ma soprattutto sul senso delle forze che in essi si esplicano.
Il comizio alla Martin’s Hall
Lasciamo il testo del 1853-56 e passiamo a un tempo di dieci anni posteriore: quello della fondazione della Prima Internazionale. Si sono iniziate nel frattempo le guerre chiarificatrici e sistematrici di cui lungamente riportammo nella riunione a Trieste la valutazione marxista. 1859: Francia ed Italia contro Austria, che riceve un potente primo scossone. 1866: Germania e Italia contro Austria, e secondo scossone. 1870: Germania contro Francia e caduta di Napoleone III. In tutto questo cammino la Russia sarà sempre fuori del conflitto, ma sempre con le armi lungo le frontiere, pronta a intervenire. Marx la vedrà sempre come riserva della reazione e tuttavia si avrà l’avvio all’indipendenza nazionale e alla formazione di uno stato unitario in Germania ed Italia.
Nel 1864 si era svolta solo la prima di questo «storico gruppo» di guerre che costruiscono le condizioni di passaggio da un periodo di strategia rivoluzionaria al successivo. Ma una seconda guerra-insurrezione vi era stata, a rompere il grigiore sinistro della fase di controrivoluzione: quella di Polonia, e con esito contrario alle guerre-insurrezioni italiane: la Polonia era stata stritolata dalla forza russa nelle istanze nazionali e democratiche.
Illustrammo allora a lungo con la corrispondenza di Marx ed Engels ed altre fonti il vivo impegno per la insurrezione polacca non solo nelle lettere e negli scritti politici, ma soprattutto nella «ufficiale» attività di partito, che culminò nel comizio di fondazione dell’Internazionale dei lavoratori e nel poderoso indirizzo che Marx ebbe mandato di redigere. In tutto questo materiale la esecrazione per la Russia è senza soste, come vedemmo, e nel documento principe la figura del «mostro» viene a campeggiare nel finale. In effetti la manifestazione era sorta per solidarietà coi ribelli polacchi, e ad opera di Marx era venuto in primo piano l’argomento della lotta proletaria anticapitalista e la fiera critica al moderno regime economico e politico delle potenze democratiche di occidente. Ecco la nota chiusa dell’indirizzo del comizio del 28 sett. 1864.
«Il vergognoso plauso, la simpatia solo apparente o la circoscritta indifferenza, con cui le classi superiori di Europa hanno veduto il baluardo del Caucaso divenire preda della Russia, e l’eroica Polonia annientata dalla Russia; gli attacchi non respinti di questa potenza barbarica, la cui testa è a Pietroburgo, le cui mani stanno in tutti i gabinetti di Europa, hanno insegnato alle classi operaie il dovere di impadronirsi, anch’esse, dei misteri della politica internazionale, di vigilare i tiri diplomatici dei loro governi, di lavorare, all’occorrenza, in controsenso di essi con ogni loro potere e, ove siano messi fuori possibilità di impedire il tiro, di unirsi in una contemporanea pubblica accusa e proclamare le semplici leggi della morale e del diritto, che dovrebbero regolare tanto i rapporti dei singoli come anche le leggi superiori dei mutui rapporti dellle nazioni».
«La lotta per una tale politica estera costituisce una parte della lotta generale per l’emancipazione delle classi lavoratrici».
«Proletari di tutti i paesi, unitevi!».
Come altre volte detto, anche questo testo dovette subire l’impiego di una terminologia non pienamente soddisfacente per il redattore; non solo operai ma anche «rivoluzionarii» intellettuali di varie nazionalità partecipavano a quel comizio, e non era facile sradicare da tali teste ideologie più o meno umanitarie e romantiche.
Ma sotto la forma resta la sostanza storica: l’appoggio alla Polonia non è in Marx un espediente per non rompere subito con quelle forze, ma una reale urgenza del compito del proletariato, armi alla mano. Mostrammo come la chiave di tutto il metodo sia lì: derisione massima per il piagnisteo dei vari radicali patiti di pace e libertà, rispetto e legame stretto con gli insorti in lotta con la polizia e l’esercito oppressore, indipendentemente dalla loro confessione e catalogazione politica.
Poté quindi Marx scrivere ad Engels il 4 nov. 1864 le suggestive parole: «Fui costretto ad ammettere dei passaggi sul dovere, il diritto, la verità, la morale, e la giustizia: ma sono collocati in modo da non rovinare il complesso … quelli stessi tipi avranno in questi giorni dei meeting con Bright e Cobden per il suffragio universale (Leggi: quella fregnaccia). Ci vorrà tempo prima che il risveglio del movimento permetta l’antica libertà di linguaggio … occorre comportarsi fortiter in re, suaviter in modo»: duri nella realtà, dolci nella forma.
Quanti fessoni ci sono oggi, durissimi nelle chiacchiere, molli schifosamente nella realtà.
Qui interessava seguendo il nostro filo far vedere che nel 1864 non meno che nel 1854 le artiglierie non cessano di essere puntate sulla «potenza barbarica» di Pietroburgo.
Bakunin, lo Zar, il panslavismo
Possiamo balzare avanti di un altro decennio giungendo al 1873, dopo che il ciclo delle «guerre rivoluzìonarie» è definitivamente chiuso, e vedremo ancora che la denunzia di una qualunque debolezza verso la Russia è ancora per il marxismo la bussola migliore per trovare il Nord rivoluzionario.
Si tratta della lunga pubblicazione polemica seguita alle scissioni tra comunisti marxisti e anarchici bakuninisti nella storica crisi della I Intemazionale, seguita al tremendo rovescio della Comune di Parigi, all’inizio del nuovo periodo di controrivoluzione.
Come nel 1848, Marx rivolge a Bakunin violenti attacchi: i più gravi sono quelli che si riferiscono alla sua opera politica in Russia nei confronti dello Zar riformatore Alessandro che nel 1861 aveva abolita la servitù della gleba. Bakunin è accusato di avere, con i suoi Manifesti e brochures del 1862, mentre altri rivoluzionari denunziavano il contenuto reazionario della riforma, plaudito allo Zar o quanto meno dichiarato che Alessandro ben poteva porsi alla testa di una nuova Russia popolare, se avesse fatta una politica «antitedesca», condotta la guerra contro l’Austria e la Germania, e tratteggiata una prospettiva di accordo tra lo Zar e il popolo contadino che avrebbe evitata quella rivoluzione, fin d’allora invocata dal movimento populista. Marx, che sappiamo non dolce di sale, superando la ovvia censura di aver lavorato con Bakunin quando questi «fece da internazionalista dopo il 1868» arriva a commentare quei testi con le seguenti dure parole: «Nel 1862, 11 anni or sono, all’età di 51 anni, il grande anarchico Bakunin professava il culto dello Stato ed il patriottismo panslavista».
Non è ora il caso di rivagliare le lunghe polemiche sulla raggiunta prova di tali accuse, ma preme rilevare come il polo negativo rivoluzionario, nel corso di lunghe fasi, seguita ad essere ravvisato nello stato e nella dinastia di Pietroburgo. E siccome abbiamo un primo testo sulla situazione sociale di quel paese nel giudizio di Marx, conviene estrarlo da quei «pamphlets» tanto accesi.
«Il 3 marzo 1861, Alessandro II aveva proclamato l’emancipazione dei servi, riscuotendo il plauso di tutta l’Europa liberale. Gli sforzi di Cernycevskj e del partito rivoluzionario per ottenere la conservazione del possesso comunale del suolo erano riusciti, ma in una maniera così poco soddisfacente, che anche prima della proclamazione emancipatrice Cernycevskj confessava tristemente: « se io avessi saputo che la questione sollevata avrebbe avuto una tale soluzione, avrei amato meglio subire una disfatta che riportare simile vittoria. Avrei preferito che avessero agito alla loro maniera senza alcun riguardo per i nostri reclami ». Infatti, l’atto emancipatore non era che un gioco di astuzia. La terra era tolta in gran parte ai suoi veri possessori e veniva proclamato il sistema del riscatto del suolo da parte dei contadini. In quest’atto di malafede dello Zar, Cernycevskj e il suo partito attingevano un nuovo e irresistibile argomento contro le riforme imperiali. Il liberalismo, schierandosi sotto il vessillo di Herzen, gracchiava a squarciagola: « Tu hai vinto, o Galileo! ». Galileo in bocca a loro voleva dire Alessandro II. Questo partito liberale, il cui organo era il Kolokol di Herzen, da quel momento in poi non fece che cantere le lodi dello Zar liberatore e, per distogliere l’attenzione pubblica dalle lagnanze e dai reclami che sollevava quest’atto impopolare, chiese allo Zar di continuare la sua opera emancipatrice e di iniziare una crociata per la rednezione dei popoli slavi oppressi, per la realizzazione del panslavismo».
In altri termini, Marx assimila la posizione di Bakunin a quella dei liberali russi cui era bastata la riforma agraria, senza neppure la promulgazione di un regime costituzionale, per far propria la prospettiva di una Russia con lo Zar alla testa sulla via di una politica borghese-liberale. Ad una condizione tanto vaga, si sarebbe da costoro potuto ammettere che in Europa le baionette dello zarismo non fossero più la riserva principe della controrivoluzione, ma una forza della civiltà liberale, purché volte contro gli imperi tedeschi. Da tale opinione Marx continuamente aborre, per quanto la rovina anche di quei due imperi sia al sommo dei suoi voti, ed egli anche dopo le guerre del periodo medio dell’ottocento conserva la direttrice che ove è la forza russa, ivi è il nemico numero uno della rivoluzione.
L’opinione opposta, su una missione di civiltà europea delle armi russe, polarizzata in senso diametralmente opposto rispetto alla grande linea storica del marxismo, ben si mostra nel 1914 appropriata a liberali borghesi, a socialisti revisionasti del marxismo (per la via legalitaria o per quella volontarista) ed a non pochi anarchici.
Russia dal di dentro
È soltanto verso il 1875 che con scritti pubblici Marx, e con lui Engels, ci danno trattazioni del problema russo, oltre che sotto il profilo, fin qui da noi ricostruito, del gioco delle guerre – rivoluzioni di formazione della Europa democratico-capitalistica, sotto quello del gioco delle forze sociali all’interno del misterioso immenso paese.
Finora monarchia, stato, esercito russo li abbiamo visti trattati come una forza operante in modo unitario: il che tuttavia non autorizzava al travisamento stupido dell’odio contro il popolo slavo attribuito a Marx. Ora compiamo un trapasso, continuando sempre lo studio della valutazione della Russia nei classici testi marxisti, ma venendo ad esaminare quella concernente le forze interne, dopo aver rilevato i taglienti giudizi sull’azione all’esterno.
Ne abbiamo trovato un primo spunto nell’ultima citazione contro Bakunin, in cui avviene uno schieramento contro il liberalismo borghese russo (di base intellettuale più che sociale) a favore del moto rivoluzionario e terrorista delle plebi contadine, per insufficiente che esso sia rispetto alle lotte del moderno proletariato salariato. Come vedremo nello scritto di Engels sulle «Cose sociali in Russia», ben presto assume importanza primaria la questione del movimento sociale in Russia, non solo in quanto il modo di produzione capitalista comincia a penetrare nelle frontiere in modo imponente, ma anche per la esatta definizione secondo le nostre dottrine della lotta nelle campagne, particolarmente complessa per la presenza di classi ed istituti il cui schema non può ridursi nemmeno a quello dell’agricoltura feudale nell’Europa di secoli addietro. Sono infatti nel campo anche forme più antiche di quella feudale, che hanno i caratteri di un comunismo primordiale, e ci si domanda come una simile evoluzione si svolgerà, come si collegherà ad essa il formidabile risultato rivoluzionario – anche ai fini internazionali – del crollo dello zarismo.
Dicemmo che un tale quesito rimase fuori dal quadro del Manifesto del 1848. Ma esso era già urgente quando il nostro testo fondamentale fu tradotto dalla Vera Zasulich in russo. Stabilisce tale caposaldo, ed apre il passaggio alla seconda parte della nostra ricerca sulla valutazione marxista classica dei problemi russi, la prefazione di Marx ed Engels a tale traduzione, datata 21 gennaio 1882, epoca in cui la lotta interna era in pieno sviluppo, il terrore rivoluzionario aveva risposto al terrore autocratico, e la elaborazione dottrinale dei problemi storici era poderosamente cominciata.
Il brano decisivo che imposta la grande questione è quello che segue. Fu l’ultima prefazione firmata anche da Marx: ulteriormente trattò la cosa direttamente Engels, ripubblicando nel 1894 (ultimo scritto in materia anche per lui) una sua nota del 1875, e facendo leva su una storica lettera di Marx del 1877: testi che dovremo citare e commentare estesamente. In tutto questo corso si esamineranno questioni sociali di primo piano, ma ritornerà ancora e fino alla fine il leitmotiv: non passa la rivoluzione in Europa, se la potenza russa non cade.
«Passiamo alla Russia. Al tempo della rivoluzione del 48-49, non solo i monarchici, ma gli stessi borghesi europei vedevano nell’intervento russo la loro salvezza contro il proletariato che cominciava ad accorgersi delle proprie forze. Essi proclamavano lo zar capo della reazione europea. Oggi questi si chiude nella sua Gatchina, prigioniero di guerra della rivoluzione, e la Russia si è spinta ben avanti nel movimento rivoluzionario di Europa».
«Il compito del Manifesto Comunista fu la proclamazione dell’inevitabile ed imminente crollo della odierna proprietà borghese. Ma, in Russia, accanto all’ordinamento capitalistico che febbrilmente si svolge e alla proprietà borghese della terra si va formando, noi troviamo oltre la metà del suolo tuttora in proprietà comune dei contadini».
«Se si pone il problema: la comunità rurale russa, questa forma già in gran parte dissolta della originaria proprietà comune, potrà essa fare immediato passaggio ad una forma comunistica più alta di proprietà della terra, o dovrà essa prima attraversare lo stesso processo di dissoluzione che ci presenta l’evoluzione storica dell’Occidente?».
«Ecco la risposta oggi possibile: Se la rivoluzione russa darà il segnale ad una rivoluzione dei lavoratori in occidente, per modo che entrambe si completino assieme, in questo caso la odierna proprietà comune russa potrà servire di punto di partenza a una evoluzione comunistica».
Prima di passare dal primo aspetto del grande tema storico, quello dell’antagonismo tra Russia autocratica ed Europa democratica, al secondo, quello del rapporto tra rivoluzione russa e rivoluzione proletaria europea, e tra questione agraria russa e ciclo del capitalismo in Russia, occorrerà tuttavia una digressione.
Disegno di una controtesi disfattista
Sappiamo che la messa a punto di questo argomento della solidarietà, nel dato campo storico, tra moderna classe operaia e guerra di sistemazione nazionale e liberale, e più il collegamento e l’analogia col rapporto attualissimo tra rivoluzione anticapitalistica e movimenti dei popoli di colore, tanto contro i loro regimi interni quanto contro l’imperialismo estero, non lasciano di preoccupare molti compagni.
Non è infatti agevole sistemare bene la differenza grandissima tra l’impostazione marxista della questione e le tante deviazioni del dilagante opportunismo, che, nelle sue varie manifestazioni, non ha lasciato alcun posto allo schieramento aperto di classe del proletariato di fronte al capitalismo pienamente sviluppato, alla integrale autonomia, dalla nostra corrente sempre strenuamente propugnata, della teoria del partito, della sua organizzazione e delle sue istanze storiche e politiche nel movimento, nel reale combattimento.
Per chiarire posizioni di questa natura abbiamo fatto molte volte ricorso al metodo di tracciare noi le controtesi con le quali ci si combatte, e che sono in fondo le stesse, da quando il marxismo si è formato ed imposto. Oggi l’avversario ha preso forme particolarmente flaccide e senza contorno né saldezza, ed i colpi vi affondano senza ferire: questo fattore concorre non poco alla fase di totale smarrimento dell’azione della classe operaia, che ovunque si attraversa.
Urge evitare il rifugio di qualche elemento buono e utile nel rigidismo, nei dualismi senza vita di cui facemmo la critica nella introduzione al rapporto di Trieste, quando mostrammo anche come tale semplicismo sistematico sia molto servito a diffamare la posizione assunta dalla sinistra comunista italiana ed internazionale già nettamente nell’immediato primo dopoguerra, mentre è di grande interesse come tale attitudine di critica e di risoluta opposizione abbia avuto conferme decise, non dalla popolarità, ma dagli stessi eventi storici.
Crediamo quindi utile enucleare come il materiale del grandioso problema della «doppia rivoluzione» ossia dell’innesto del movimento proletario sulla rivoluzione borghese democratica (e nazionale) viene ordinato (se a simile genìa convenisse ordine manifesto, anziché nebbia asfissiante in cui sparisce ogni netto contorno) da quelli che vogliono avvalorare la sfiducia e il disfattismo di classe, e concedere che la rivoluzione propriamente operaia ha perduto tutti gli autobus della storia: non verrà più, anzi non era che un semplice miraggio dei tempi romantici in cui si sollevò la classe eroica per antonomasia: la borghesia, cui nel Manifesto erigemmo un monumento, illudendoci di prepararle altrettanto grandioso il sepolcro: noi, becchini falliti.
Il nostro «avvocato del diavolo» (così si chiama nel linguaggio comune quel prelato che, nei processi di santificazione, ha mandato, ai fini del contraddittorio di causa e di una sicura decisione, di propugnare la tesi contraria, confutare i fatti, i miracoli, addotti a prova della santità del soggetto) abbia quindi la parola. Siamo per la libertà di parola, dunque? Sì, ma quando il contraddittore è fetente, gli dettiamo noi quello che ha da dire.
La storia non ha esempio di una rivoluzione della classe operaia che non abbia preso lo slancio e trovato appoggio in una rivoluzione borghese, ossia scatenata per rivendicazioni borghesi: indipendenza nazionale, libertà politica, uguaglianza giuridica dei cittadini. Così egli esordisce.
Il mondo moderno afferma la sua civiltà colla venuta al potere della borghesia; è questo che in generale avviene col processo detto «Rivoluzione», ossia con la guerra civile, il rovesciamento violento di un regime, l’insurrezione armata, il terrore contro il caduto regime, la dittatura rivoluzionaria. Così egli prosegue.
Solo la necessità di realizzare le istanze che rendono possibile la moderna civiltà liberale, ha la forza di muovere le masse alla battaglia sociale armata. Non sorgeranno pari eventi storici, quando tutte le rivendicazioni della rivoluzione liberale siano state conquistate e il periodo di lotta convulsa sia passato, per iniziativa dei soli lavoratori salariati e per effetto del fattore del contrasto di interessi tra essi e gli imprenditori, che si esplicherà in altre forme e si risolverà per altre vie (vedi riecheggiare da modernissimi studi sindacali ed economici statunitensi queste rancidissime eccezioni).
Può la borghesia e la forza delle istanze sue proprie mobilitare le classi medie, intellettuali, artigiani, contadini, impiegati e cosi via; non lo può, contro la borghesia, il proletariato delle imprese, rivoluzionario sì come classe mobilitabile, ma non come mobilitatore. Così egli, cui potremmo dare cento noti nominativi, seguita a dire.
Sistemata ovunque la moderna civiltà capitalistica, sia pure con altri cicli di guerre locali e generali, ed esauriti i moti proletari che queste tappe avranno istigato, saranno passate tutte le occasioni storiche di un potere autonomo del proletariato, di una società economica non basata sulla proprietà, la azienda e il mercato, e si chiuderà il ciclo di questa grande illusione dottrinale figlia dell’ottocento. Così egli continua.
Le prove del diavolo
Il nostro scettico, cinico, itterico avversario si china sul suo dossier e snocciola la sua documentazione.
Teste Inghilterra. Il proletariato di questo paese non ha fatto rivoluzioni dopo quella borghese, al tempo della quale non era una persona storica, e non fu visto dare una mano a decapitare il re. Sebbene dalle sue condizioni sia stata costruita la classica teoria della inevitabile rivoluzione di classe, non ha avuto e non ha partiti rivoluzionari. Quando nel 48 i marxisti inneggiano al moto cartista, non possono non ammettere che è una ribellione per una completa, conseguente rivoluzione borghese, per una «carta» più borghese.
Teste Francia. Il proletariato di questo campo si è più volte battuto con eccezionale vigore. Ma è sempre scattato dalla rivoluzione borghese, e quando ha rotto colla borghesia e questa lo ha fiaccato, è rimasto lungamente a terra con le reni rotte. 1797: Babeuf lotta per una esasperata uguaglianza: cade eroicamente ma nel vuoto: anche dal punto marxista aveva torto. 1831: avviene lo stesso appena gli operai di Parigi osano pretendere di poter fare altro che cambiare la monarchia codina con quella borghese. 1848-49: idem con patate ossia con borghesia a mani insanguinate fino al gomito, quando gli operai vogliono altro che repubblica borghese. Restano imbelli nel colpo di Stato di Luigi Napoleone; lui, e non essi, mobilita la plebe. 1871: insorgono per risollevare l’onore nazionale, ma appena la loro avanguardia costituisce un governo di dittatura di classe e sono ancora una volta spazzati via, cadendo da eroi, non rialzano più la testa. La Francia non avrà partito rivoluzionario, né marxista, potente: al 1914 il proletariato affogherà nelle istanze scioviniste iperborghesi.
Teste Germania. La nascente classe operaia entrò in qualche modo in scena nel 1848-49 a fianco della borghesia, di cui non condivise una gloriosa vittoria ma una vana impotenza. Si organizzò poi in modo imponente col risultato di far divenire la Germania un paese capitalista, senza mai sollevarsi a fini propri che andassero oltre il suffragio universale o la caduta delle leggi eccezionali. Nel 1914 il socialismo tedesco fu gemello-nemico di quello francese. Dopo la disfatta Berlino tentò, con Carlo e Rosa la sua Comune, collo stesso risultato: eroismo, sgozzamento da parte della repubblica socialdemocratica. Venne Hitler a proletariato assente, cadde a proletariato assente, e al più al servizio di borghesie nemiche.
Teste Italia. Contumace per i troppi peccati di scimmiottamento del Risorgimento borghese, in cui più crassamente (malgrado il generoso comportamento nel dopoguerra I) è caduto colla liberazione partigiana. La deposizione si dà per letta.
Teste America. Capitalismo a mille, rivoluzione e partito rivoluzionario a zero in tutte le epoche. Ed infatti non vi è stata rivoluzione borghese ed antifeudale che scaldasse il sangue ai lavoratori, né poteva tanto la guerra civile 1866 in cui in fondo due mezze borghesie si azzannavano tra loro.
Teste Russia. (Vivi rumori nell’aula, voci di ricusazione, di impugnativa di falsi). Questo proletariato aveva da inforcare il più possente destriero di rivoluzione antimedievale che mai i secoli di storia abbiano allenato. Quella borghesia che «doveva inforcar li suoi arcioni» era una cavallerizza da burla. Fu allora la classe operaia, che in lunghe attese vi si era addestrata, a fare la grande e tremenda cavalcata coi passi obbligati di guerre rivoluzionarie e uccisioni di monarchi, con la dittatura e il terrore, coi Marat e coi Robespierre. Il mito aveva detto che dopo di ciò il destriero della rivoluzione avrebbe saltato, lanciando fiamme dalle froge, l’altro tremendo ostacolo, e iniziata la rivoluzione operaia sullo slancio magnifico che la storia gli aveva offerto, ma al suo balzo tutto l’occidente proletario doveva levarsi in piedi per la carica della morte al capitalismo. È questo oggi in piedi.
Due sono le conclusioni che vi restano, il diabolico coniraddittore che abbiamo evocato, ci grida.
Primo: per la sola via che la storia ammette, la rivoluzione di Marx ha vinto in Russia; riconoscete in essa la vostra economia, la vostra società, la figlia della vera, della Santa Rivoluzione.
Secondo: la seconda delle due rivoluzioni giace abbattuta. Il santo non è santo. La Russia è pieno capitalismo: non avrà più bisogno di rivoluzioni borghesi. Conforme alla conclusione della storia, una rivoluzione non vi esploderà più giammai. Il procuratore forcuto ha concluso. Il pubblico mormora che la nostra causa è perduta.
No. Nel seguito di questa nostra ricostruzione storica, rigetteremo la prima conclusione perché in Russia non è potere proletario e socialismo.
Ma rigetteremo pure la seconda. Ivi e dovunque, non essendo il marxismo un rigurgito di quarantottismo, ma una autoctona energia rivoluzionaria, la morte del capitalismo borghese sarà morte violenta, rivoluzionaria, per ferro e per fuoco.
Parte I – Rivoluzione europea ed area « Grande Slava »
Consegna di Engels sulle cose russe
Avete ascoltato, nell’advocatus diaboli che parlò in fine della precedente puntata, un principe del foro storico. Vana sarebbe la speranza di rispondergli con un rigido e mistico enunciare canoni di fede. Tagliare il cordone ombelicale che lega alla rivoluzione borghese la rivoluzione proletaria, perché questa viva da sola, non è operazione che si fa nella «coscienza» del partitante politico: la fa la storia, e dipende dai luoghi e dai tempi la vitalità della figlia, e la tempestiva morte della madre: che non riesca essa nel tentativo di Saturno, di mangiarsi lui i figli per evitare la successione. Nel che la moglie Rea il fece fesso, facendogli ingurgitare grossi sassi avvolti da sugo di pomodoro.
Il nostro avversario, cui abbiamo fatta la concessione di una chiarezza da lui coi propri mezzi non raggiunta, e che attingere mai gli conviene, vuole farla alla Saturno, tagliare lui il cordone a tempo opportuno e fare il nodo dalla parte sua cantando il miserere all’esangue cadavere bambino della rivoluzione comunista. Gli risponderemo a dovere, e un giorno faremo il nodo dalla parte nostra, ma la soluzione non sarà quella di tagliare noi, dovunque comunque e quandocumque (in un momento qualsiasi), alla cieca.
Il campo russo è un caso oramai cruciale di questo duro conflitto. Noi, che non pretendiamo di lavorare materiale originario, e costruire dalla base alla sommità un trattato da biblioteca, ma facciamo opera di parte avventandoci in tutte le direzioni, abbiamo iniziato il confronto con il riallineamento di quanto l’armamentario di partito contiene nella fase Marx-Engels, e siamo giunti, utilizzando questo arsenale, alla finale riserva di cospicue e ben conservate munizioni: lo scritto di Federico Engels su «Cose sociali della Russia».
Tale scritto risale al 1875, e fu allora preparato di intesa con Marx, e facendo base su una celebre lettera in risposta a quesiti russi. Engels lo ripubblicò nel 1894 e sentì il bisogno di dotarlo di una appendice della più grande importanza. Le risposte del marxismo alle domande sul futuro sono sempre alternative. Contengono un se. Se voi cani borghesi andrete all’infemo, sarà per via di dittatura e terrore, non di legalità e pace. Le certezze sono quelle negative: se il proletariato sarà tanto coglione da voler costruire il socialismo per via pacifica e costituzionale, allora sarà fregato. E così in tutti gli esempi, e in questo per noi famoso: la Russia abbrevierà il cammino al comunismo SE ci sarà la rivoluzione proletaria in Europa.
Allora non crediamo con fede inconcussa nella immancabile rivoluzione proletaria? Solito modo di porre la cosa! La diciamo in cento passi immancabile, sulla base di una ipotesi comune all’avversario: che continui lo sviluppo delle forze produttive nelle forme ed entro l’involucro capitalista, che in tal caso dovrà scoppiare. Ma ogni previsione è condizionata. Tutti gli antichi oracoli si leggevano in due modi: e noi non pretenderemo mai ad oracoli. La profezia non è per il fesso. E per fesso non s’intende chi di cervello ebbe poca razione in retaggio, ma chi è inchiodato al determiniamo di interessi di classe, e anche di classe di cui non è membro. Sciogliamo dunque, o Edipo, questo nuovo incapsulato vero!
Nel 1875 si era considerata possibile una rapida marcia al socialismo in Russia, su una chiara ipotesi storica: caduta del dispotismo zarista e caduta del capitalismo occidentale, non «sfasate», ma contemporanee.
Ai due dati tradizionali: funzione controrivoluzionaria dello stato autocratico russo in Europa, sia per le rivoluzioni liberali che per quelle socialiste – imminenza di una rivoluzione liberale contro lo zarismo – era stato aggiunto il terzo tema, che Engels pone allo studio: possibile saldatura in Russia tra sopravvivenze di comunismo primitivo e avvento del socialismo proletario moderno.
Al 1875 la saldatura appare ancora possibile sotto quel ripetuto SE. Al 1894 questa alternativa positiva appare meno probabile, per lo sviluppo del capitalismo (dichiarato pure inferno capitalista) in Russia. Engels lo afferma.
Oggi 1954 l’alternativa è scomparsa, perché è scomparsa la «condizione necessarie». Lo stato zarista è stato distrutto e disintegrato totalmente. Gli stati capitalisti sono saldamente al potere in tutto l’Occidente.
Se avessimo accorciato o addirittura saltato il capitalismo l’oracolo marxista sarebbe chiaramente in difetto. Non abbiamo accorciato un accidente. Europa, non Russia, in tutto difetto.
L’improba fatica
Colla prefazione 1894, Federico Engels vuole quasi giustificare il poco apporto del marxismo classico alle questioni russe.
«L’ultimo articolo: «Cose sociali della Russia» apparso egualmente in opuscolo separato nel 1875, non poteva venire ristampato senza una più o meno ampia appendice. La questione per il futuro delle comunità agricole russe preoccupa sempre più i russi che si curano dell’avvenire economico del loro paese. Tra i socialisti russi, la lettera da me citata di Marx ha avuto le più svariate interpretazioni. Ancora di recente parecchie volte mi venne chiesto da russi che abitano in Russia o all’estero, di esprimere la mia opinione su questo problema. Io mi sono rifiutato a lungo, perché so troppo bene come siano insufficienti le mie nozioni sui particolari della condizione economica della Russia; come posso io preparare il terzo volume del «Capitale», ed inoltre studiare la veramente colossale letteratura in cui la vecchia Russia, come Marx amava ire, raccoglie innanzi alla sua morte il suo inventario? Ora la ristampa delle «Cose Sociali della Russia» è desiderata urgentemente, e questa circostanza mi costringe, per dilucidare quel vecchio articolo, a compiere delle ricerche per trarre dalla comparata investigazione storica dell’odierna condizione economica della Russia, alcune conclusioni. Queste non sono esplicitamente favorevoli al grande avvenire delle comunità russe; d’altra parte cercano di stabilire che la soluzione che si approssima della società capitalista nell’Occidente porterà pure la Russia nella condizione di raccorciare notevolmente la sua inevitabile marcia attraverso il capitalismo».
Londra, 3 gennaio 1894.
Il risultato che qui l’autore anticipa si troverà svolto a fondo nella Appendice: per ora seguiremo lo scritto nella redazione del 1875. Engels, dopo aver esclusa dalla stampa in opuscolo la parte personale della sua polemica di allora col russo Tkatschoff di tendenza bakuniniana, prende ovviamente le mosse dalla prima delle tesi marxiste sulla funzione politica della Russia in Europa. Sia consentito ancora citare: «Lo svolgersi degli avvenimenti in Russia è della più grande importanza per la classe operaia tedesca. L’esistente impero russo forma l’ultima gande riserva di tutta la reazione dellEuropa occidentale. ciò apparve apertamente nel 1848-49. Poiché la Germania trascurò nel 1848 di far insorgere la Polonia e di occupare lo Zar russo con la guerra (come dal principio aveva chiesto la «Neue Rheinische Zeitung») lo stesso Zar potè nel 1849 abbattere la rivoluzione unghere, avanzantesi fino alle porte di Vienna, nel 1850, assidersi giudice in Varsavia sull’Austria, la Prussia e i piccoli Stati tedeschi e ristabilire il vecchio Bundestag (oggi lo ha ristabilito l’Amercia! la nostra teoria è che usciamo da un secolo che ha cambiato niente). E ancora pochi giorni fa – al principio del maggio 1875 – lo Zar russo, esattamente come venticinque anni or sono ha ricevuto in Berlino l’omaggio dei suoi vassalli e provato che egli è ancora l’arbitro dell’Europa».
Qui si ripete il deciso teorema: «Nessuna rivoluzione può nella Europa occidentale vincere definitivamente, finchè le sussiste accanto l’odierno Stato russo». Ma la Germania è il suo più prossimo vicino, alla Germania spetta dunque il primo urto dell’esercito della reazione russa. La caduta dello Stato russo, la dissoluzione dell’impero russo è una delle prime condizioni della vittoria del proletariato tedesco».
L’avverbio definitivamente è stato posto da Engels pensando alla vittoria momentanea della Comune di Parigi. Dietro la terza repubblica erano i prussiani di Bismarck, dietro questi i cosacchi di Alessandro. Caduto nel 1917 lo stato russo, sorse la Comune di Berlino alla fine del 1918; il boia di allora, noto a noi, non lo poteva essere ad Engels: la degenerata socialdemocrazia traditrice. Il tagliatore di garretti di oggi è l’ondata dell’opportunismo stalinista. Il capitale governa l’Europa, il proletariato serve e giace. Abbiamo così fatto raffreddare il caldo cadavere dello zar giustiziato.
Ed altre parole formidabili, anticipate 42 anni: «Ma questa rovina (dello Stato russo) non deve assolutamente venire dal di fuori, quantunque una guerra esterna possa molto affrettarla. Nell’interno dello stesso impero russo vi sono elementi, i quali vigorosamente lavorano alla sua rovina».
Con questa affermazione andiamo a bandiere spiegate contro la tesi che materialismo storico e lotta di classe cessino di valere alle frontiere d Moscovia. Engels passa ad elencare questi nemici interni. Egli parte dai polacchi, che sono ai conati di una rivoluzione nazionale e borghese. Suggestivarnente si afferma il legame tra rivolta in Polonia e rivoluzione in Europa, anche rivoluzione proletaria (tesi tanto cara a Marx). 1812. Napoleone primo tradisce la Polonia trattando la pace col vinto Zar, e si consacra (oh genio!) agli infernali iddii della controrivoluzione. 1830 e 1846. Fa altrettanto la monarchia «borghese» di Francia, e cadrà. 1848. Altrettanto la repubblica borghese, e cadrà. 1856 (pace dopo la Crimea) e 1863 (insurrezione di Varsavia). Tradisce i polacchi anche il secondo Impero, che crollerà a Sedan. 1875. L’autore vibra un ceffone ai radicali borghesi di Francia del tempo, che istituiscono la storica alleanza di revanche con la Russia; quella che durò fino al 1914 e che, vedi caso, è un prurito insanabile non sedato ancora.
Ma occorre venire al nucleo del problema: forze e classi interne di Russia che si levano contro il potere degli Zar.
Quadro sociale della Russia
«Certamente la massa del popolo russo, i contadini, hanno tetramente vissuto da secoli, di generazione in generazione, in una specie di palude senza storia, e l’unico cambiamento che forse interruppe questa esistenza consistette in parziali sommosse senza frutto ed in nuove oppressioni da parte della nobilità e del governo».
«A questa mancanza di storia, lo stesso governo russo ha posto fine (1861) con la non più a lungo differibile soppressione della servitù e l’esonero dall’obbligo del lavoro tributario – una misura la quale fu applicata con mani tanto astute che essa conduce la maggioranza tanto dei contadini quanto dei nobili a sicura rovina. Le condizioni stesse, nelle quali il contadino russo è costretto a vivere, lo trascinano nel movimento, un movimento che certamente si trova appena al suo primissimo sorgere, ma che per la condizione sempre peggiore della massa agricola viene spinto irresistibilmente oltre. Il sordo malcontento dei contadini è già ora un fatto, del quale tanto il governo quanto tutti i partiti di opposizione devono tenere conto».
Viene dunque sulla scena un personaggio, di cui si parlerà in seguito a profusione: il contadino russo. Esso si presenta come la maggior forza opposta allo zarismo. E ancora si è tentato di esaltare le differenze tra le avvenute rivoluzioni di Europa e quella attesa in Russia. Anche in Francia e altrove la rivoluzione antifeudale ha visto in linea la popolazione delle campagne in lotta per scrollarsi di dosso la servitù della gleba: ma il centro di una tale rivoluzione sono state le città e le grandi capitali; la forza trascinatrice, il cervello ed il braccio anche della rivoluzione è stata la borghesia urbana, il classico terzo stato; padroni di manifatture, borghesi, mercanti, bottegai, e con essi funzionari, intellettuali, studenti, professionisti; dietro queste categorie, ma ben presto in prima fila, verranno i lavoratori salariati dei suburbi ove si vanno impiantando le grandi aziende moderne.
Le obiezioni di cui si hanno piene le orecchie a proposito della Russia non sono recenti, e sono sempre quelle di Tkatschoff ad Engels: da noi non vi è proletariato urbano … noi non abbiamo neppure borghesia … i nostri lavoratori sono agricoltori e come tali non proletari, ma proprietari … essi dovranno lottare soltanto contro la forza politico, lo Stato … in quanto la forza del capitale è da noi ancora in germe …
Tutte queste considerazioni dovrebbero condurre, come presso molti scrittori politici russi condussero, a dire che non è ancora il tempo di una lotta di classe proletaria, e che saranno i contadini a fare la rivoluzione costituzionale e liberale: questa differirà da quelle di occidente perché muoverà dalle campagne, non dalle città industriali. Perché, inoltre, e come già accennato, vi è ancora un’altra grande assente: la classe «artigiana» delle città con le sue imponenti corporazioni, classe che in Italia, Fiandre, Francia, Germania, contese ai nobili il potere e l’amministrazione pubblica dei comuni e del contado, classe che sciolta dalla rivoluzione dai vincoli corporativi si scompose nel settore capitalista e in quello salariato, in ambo i casi avanzando decisa verso le posizioni sovversive del tempo.
Rivoluzione di contadini?
Invece, e non per il primo, Tkatschoff nel tracciare le linee di questa rivoluzione dei contadini non si limita a porle i traguardi liberali delle rivoluzioni borghesi di occidente, ma dà ad esse un contenuto sociale, socialista.
«È chiaro che la condizione dei contadini russi dopo la emancipazione (Engels a un certo punto scrive) è divenuta insopportabile, e che già per questo si avvicina in Russia una rivoluzione. La domanda è soltanto; quale può essere, quale sarà il risultato di questa rivoluzione? Dire che sarà una rivoluzione sociale è una tautologia: ogni vera rivoluzione è una rivoluzione sociale, perché porta al potere una nuova classe e permette a questa di plasmare la società a sua immagine. Ma egli vuol dire che sarà una rivoluzione socialista, che introdurrà in Russia la forma sociale a cui aspira il socialismo dell’Europa occidentale; ancora prima che noi dell’occidente riusciamo ad ottenerla (presto! una gran tessera cominformista per l’anno nuovo al signor Tkatschoff!) e questo in condizioni sociali in cui proletariato e borghesia si presentano solo in forma sporadica e nei più bassi gradi di sviluppo. E questo deve essere possibile perché i russi sono, per così dire, il popolo eletto del socialismo, e possiedono l’artel e la proprietà comunista dle terreno».
Siamo dunque al punto in cui occorre l’analisi di questa forma sociale del comunismo di villaggio, del mir, e dobbiamo con Engels discuterne.
Per ciò fare dovremo per un momento lasciare la schematizzazione delle classi sociali nella Russia del tempo di Engels e tornare a stadi molto più remoti. Ma prima vediamo, col testo, da quando questa questione è stata elevata.
«La proprietà comunista dei contadini russi venne scoperta nell’anno 1845 dal prussiano Haxthausen, consigliere governativo, come cosa meravigliosa, e fu strombazzata per tutto il mondo, quantunque Haxthausen ne avrebbe potuto trovare dei resti pure nella sua patria westfalica e quantunque come impiegato governativo fosse perfino in obbligo di conoscerli bene. Solo da Haxthausen apprese lo Herzen (uno dei primi liberali antizaristi russi), pure proprietario russo, che i suoi contadini possedevano la terra in comune, e ne prese occasione per porre di fronte, quali veri apportatori del socialismo, quali comunisti, i contadini russi agli operai dell’Europa occidentale vecchia e putrefatta, per i quali il socialismo era uno sforzo artificioso …».
Engels non ha torto di deridere questo socialismo da terno al lotto. Ma ancora una volta vorremmo notare che qui non siamo in presenza di scienza pura, ma di militante teoria di partito. Nel vivo della ardente polemica tra proprietà privata e rivendicazioni collettiviste, che riempie di sè l’Europa di quei decenni, pur non lasciando per un momento il nuovo terreno antiutopistico sul quale Marx ha trasposta la battaglia per il comunismo, ogni elemento che dimostri che nel privato possesso non è la natura stessa, la verità eterna, l’imperativo della saggezza suprema, ma che vi è vita, storia e realtà senza l’istituto proprietario mefitico del tempo moderno, è elemento prezioso e vitale. L’idea del mirabolante salto sopra il cadavere dello Zar e l’aborto del capitalismo, dal mir di villaggio all’internazionale del comunismo, come scienza vale poco, ma come propaganda vale immensamente: non si è fatto male in nessuna fase a lanciarla come un razzo incendiario, a condizione però di non mandare al macero la nostra integrale dottrina del corso storico, di controllare senza illusioni, come in ogni parola tra l’altro di Lenin si insegna, questa corsa panica dei contadini verso la rivoluzione, che la storia ad onde solleva.
E sarà bene, ogni qualvolta avremo assodato realisticamente che passare per il capitalismo è necessario, ed è quindi in tali casi utile arrivarvi il più presto possibile, sarà igienico, e corroborante, e profilattico soprattutto, aggiungere (colla tranquilla certezza del tecnico che ha con successo convogliato in una razionale fognatura i liquidi fecali): la società non ha mai visto né vedrà nulla di più schifoso e puzzolente di lui.
Criteri di materialismo storico
Se non deve trattarsi di confrontare la coltura collettiva del suolo da parte di gruppi, tuttora presente in Russia nel tempo moderno, con l’istanza proletaria di condurre comunisticamente la produzione e dei manufatti e delle derrate agrarie, secondo definizioni terminologiche formali e gioco di «categorie» assolute, ma si deve invece adeguatamente applicare la dialettica materialista, occorre domandarsi quali fossero le condizioni di ambiente fisico e di sviluppo dei rami della specie umana, che determinarono quello speciale tipo, in contrapposto ad altri, di organizzazione rurale della società.
Non il caso, né le consegne misteriose di numi tutelari dei singoli ceppi di popoli, né indefinibili tipiche impronte nel sangue trasmesso in seno a gruppi etnici isolati, devono spiegarci il motivo dei diversi rapporti sociali che si hanno, sullo sfondo comune di un’economia produttiva prevalentemente agricola, ad esempio negli stati dell’antichità classica mediterranea culminanti nello impero romano – e poi nell’organamento feudale proprio dei popoli germanici che si distesero per l’Europa centrale e continentale nordica – infine nell’originale ordinarsi (che ora ci interessa) degli occupanti il campo grande slavo.
Non intendiamo svolgere nessuna specifica analisi con completi materiali, ma solo ordinare, per la migliore intelligenza, i concetti di base.
In questi tre sistemi storici abbiamo, a diversi livelli cronologici, comuni punti di partenza, che si levano sullo stato selvaggio delle razze, lo stato barbaro inferiore e superiore, il trapasso dal nomadismo abituale di gruppi che non conoscono altra attività produttiva che la pesca, la caccia, la raccolta di frutti spontanei della vegetazione, al primo fissarsi degli uomini su sedi stabili, col sorgere dell’armentizia e poi della coltivazione ciclica della terra.
Secondo la nostra concezione, gli elementi relativi a condizioni materiali devono essere sufficienti a spiegarci i diversi corsi di evoluzione dei tipi di organismo sociale.
Un primo elemento è il clima più o meno mite e favorevole alla vita e alla moltiplicazione della specie. Un secondo, la natura geologico-chimica del terreno, e la sua attitudine a produrre in dati periodi sufficienti alimenti e derrate. Un terzo, il numero e il modificarsi del numero delle popolazioni in rapporto alla terra per esse disponibile.
La prima attività lavorativa dell’uomo non è in effetti la coltivazione della terra a fini agricoli produttivi. Il selvaggio già conosce la preparazione di utensili che gli occorrono per la pesca, la caccia, la guerra, con precedenza su quelli che serviranno alla coltivazione del terreno. Il popolo nomade, anche quando in tempi relativamente recenti va in cerca di preda di altre comunità organizzate, o anche il popolo commerciante primitivo di cui non mancano esempi, ha bisogno di saper costruire i suoi mezzi di trasporto: carri, piroghe, navi, ed ha quindi una produzione di manufatti prima che una di generi agricoli. Ciò non toglie che volendo noi partire dalle prime forme storiche, all’uscita dalla barbarie, possiamo considerare che le forme di produzione che ci interessano, con le relative sovrastrutture sociali e poi politiche, si appoggiano sulla coltivazione e lo sfruttamento della terra e su tale base si deve mostrare come le varie condizioni di ambiente determinano i vari tipi di ordinamento e di cicli evolutivi. Ciò con costante riguardo ad un dato assolutamente quantitativo, come il rapporto tra il numero dei componenti il gruppo umano, e la estensione della terra utilizzabile.
I tre tipi che in questo sommario schema abbiamo ricordato si distinguono notoriamente, a prima vista, sotto questo riguardo. Nel campo mediterraneo si ha clima particolarmente mite e lontano da estremi meteorici, specie sulle coste delle penisole settentrionali (Asia Minore, Grecia, Italia), assai favorevole alla vita dei primi uomini e all’aumento delle popolazioni, risparmiate da gravi oscillazioni climatiche ed altre cause distruttive. La origine geologica dei terreni, con incrocio di sedimenti, sollevamenti, fatti vulcanici, li rende chimicamente ricchi e favorevoli ad ogni vegetazione, flora e fauna; la configurazione di terre, di mari e di golfi facilita tutte le comunicazioni. In mille modi e per millenni i gruppi che raggiungono le rive di questo felice mare interno tendono a stabilirvisi permanentemente, e la loro entità numerica prende ad aumentare senza posa.
Queste condizioni, che sono state analogamente presenti su altri mari della zona temperata del pianeta, il mar della Cina, della Indocina, il golfo del Messico, hanno genericamente reso più rapida la apparizione di società molto attrezzate nella tecnica produttiva e in tutto quello che ne fíorisce: ciò che chiamano civiltà.
Su questa trama di condizioni fisiche e statistiche si costruisce rapidamente un tipo molto evoluto di organizzazione produttiva, che va dalle repubbliche elleniche alla costruzione possente dell’impero romano.
Agricoltura stabile e forme politiche
Nell’abc del materialismo storico sta la ovvia osservazione che può cessare il nomadismo e succedervi lo sfruttamento ciclico di una stessa area di terra abbastanza fertile, solo quando vi è una sicurezza totale di indisturbato soggiorno dei lavoratori-consumatori, dalla lavorazione e semina al raccolto. La ripetizione in loco dello stesso ciclo per più anni e per così dire per tempo indefinito è poi condizionata alla possibilità di saper conservare alla terra «vergine», depositaria di una massa di sostanza organica di lunga origine ed accumulo al momento di un primo dissodamento, una permanente fertilità e resa. Ciò è possibile quando il numero degli uomini che deve nutrire non è eccessivo e la tecnica agricola sufficientemente efficace: se questo manca, la popolazione di cui si tratta dovrà sgomberare, o deperire. Il nomadismo riprenderà, come nelle favolose storie di popoli che migrarono.
Cause che ostano al soggiorno di una tribù «colonizzatrice» possono poi essere quelle geologiche, di variazione di climi, di cataclismi, fauna di belve feroci o sparizione di specie animali utili, e così via.
È un lungo dramma, che riduciamo in pillole, quello del trapasso fra il tipo umano con orde mobili e quello con sedi fisse.
Nella classica opera di Engels a cui abbiamo tante volte attinto sulla origine della famiglia, della proprietà e dello stato (vedi tra l’altro i resoconti della riunione di Trieste) fu data la prova che le prime gentes stabili non ebbero bisogno di proprietà suddivisa del suolo, e per conseguenza non ebbero famiglia, e non ebbero Stato.
Qui il famoso comunismo primitivo del suolo, che evidentemente era condizionato alle indicate esigenze fisico naturali, oltre che ad una esigenza sociale: cioè che altre gentes comunistiche fossero abbastanza lontane da non aversi contese sul territorio sui prodotti e sugli abitatori. In una tale società tutti in comune consumavano quanto in comune avevano prodotto, non vi erano dunque classi sociali, e non vi era Stato, in quanto per noi, elementarmente, vi è Stato quando vi è l’organo per la dominazione di una classe sull’altra.
Ciò non significa in modo assoluto che non vi fosse nessuna divisione dei compiti e nessuna gerarchia. Se anche risaliamo a prima del fissarsi dell’orda vagante alla terra, è chiaro che il gruppo di nomadi pescatori, cacciatori, magari già pastori, o addirittura predatori a danno delle tribù e popoli fissi, non può non avere un pilota che scelga le rotte, e in questo senso un esperto capo, che non può essere un semplice decano, o una decana, del gruppo, per la parte fisica delle sue funzioni. Ciò diciamo perché ai fini della critica alla moderna gerarchia sociale non ci è necessario idealizzare oltre ogni limite logico una simile «età dell’oro». La tesi che ci interessa è che famiglia, stato, proprietà singola della terra, non sono presupposti eterni, ma contingenti fatti storici, e che si può vivere della coltura della terra senza bisogno di averla frazionata in possessi familiari isolati, entro i limiti dei quali si lavora, raccoglie e mangia.
Occorrono le ripetute condizioni di stabilità e sicurezza, e storicamente – qui dobbiamo venire – queste vengono a trovare ben diverse soluzioni.
Ben presto, nella storica umanità civile, queste sono soluzioni di forza e quindi soluzioni di stato e di classe. Dobbiamo dunque vedere quali sono le forme organizzate in quei tre modelli – di comodo, si capisce, per noi dilettanti creatori di schemi tipici! – che possiamo ben dire latino, germanico, slavo.
Nell’ordinamento romano il contadino che lavora la terra è difeso da ogni invasore e predatore da una permanente milizia di stato. Ma, se per un momento non parliamo degli schiavi, presenti soprattutto nelle città e terre metropolitane, il legionario e il contadino sono la stessa persona. Mano mano che il tipo di sviluppata organizzazione installatosi nel giardino mediterraneo, fiore di tutte le terre, fa aumentare le popolazioni, l’impero si dilata alla periferia su spazi abitati da popoli radi, nomadi, o anche fissi e liberi, assegna terre ai suoi legionari che trasforma in coloni, insegna ed obbliga gli indigeni a vivere colla sua tecnica e il suo «diritto» terriero che consente di stare più stretti. Questa la classica forma produttiva agraria latina, base sufficiente, a condizione di stabilità e forza politica, ad una ricchissima gamma di altre attività umane, tuttavia gravante sul lavoro sottoremunerato della classe degli schiavi.
Forma germanica e rivoluzione cristiana
Furono forze dissolvitrici di quella organizzazione immensa sia la rivoluzione interna degli schiavi, che si rivestì della ideologia cristiana sulla eguaglianza morale tra gli uomini e il divieto di proprietà sull’uomo, e i contrasti tra la classe dei ricchi terrieri e mobiliari e quella dei liberi coloni, sia la pressione di riflusso dei «barbari» respinti oltre frontiera, a loro volta messi in moto dal crescere di numero e dalla insufficienza qualitativa e quantitativa delle loro antiche sedi, e dallo stesso «contagio» di maggiori bisogni e appetiti trasmesso sui margini dell’impero, d’occidente e d’oriente.
Questi popoli tendevano ad un altro tipo di organizzazione stabile sulla terra, che è l’embrione di quello feudale cui poi Roma dovette soggiacere.
Se la «civiltà» dei nostri avversari fosse un valore assoluto, sarebbe molto discutibile il confronto tra il medioevo cristiano feudale e l’antichità greco romana. La gamma di attività umane tecniche ed anche culturali sembrò per molti secoli essersi ristretta, pur essendosi dal moderno pensiero borghese banalmente esagerato su questo punto. Ma i marxisti, che non hanno di tali debolezze, possono bene votare quanto a filosofia, scienza, arte, diritto per il mondo classico, e quanto a dialettica sociale per quello cristiano. Per questo fu una rivoluzione l’urto contro l’immenso Stato di Roma delle orde barbare e del Messia semitico, sceso da una scala di altre «civiltà» maestre.
I popoli di Europa centro-nord trovano condizioni ben diverse. Clima rigido che, se si presta alla pesca e alla caccia, è molto più sfavorevole di quello mediterraneo alla vegetazione naturale e agricola. Grandi spazi continentali e distanze dalle coste che, malgrado i corsi dei fiumi, contribuiscono a ritardare, colle comunicazioni, l’evoluzione della tecnica produttiva. Il clima non è favorevole, ma i terreni sono tuttavia di media fertilità, perché il colossale massiccio montano del centro assicura alle pianure acque correnti e chimismo di utili sedimenti: foreste di piano e di monte si stendono ovunque e non si hanno spazi aridi e stepposi prevalenti. Questo ambiente naturale, prima che in secoli e secoli l’uomo sappia trasformarlo, è adatto a una discreta densità di abitatori, e favorisce moderatamente il fissarsi di una non grandissima popolazione in sedi stabili. Non si può arrivare ai grandi agglomerati delle calde rive mediterranee (o di altri mari meridionali) e le tribù già nomadi si fissano in genere in piccoli villaggi.
La forma di Stato che qui prende il posto del primo comunismo sulla terra non assumerà il poderoso carattere unitario e centrale che ebbe nell’Impero. I gruppi di agricoli abbisogneranno, per potere operare in sede fissa, di una protezione contro altri popoli e gruppi ancora nomadi e prepotenti, e saranno controllati da una classe di armati alla cui testa sarà il signore feudale, in tutta una ramificazione di piccoli poteri, quasi staterelli, su cui mano mano e in modi diversissimi si eleveranno ingranaggi, sempre cellulari e federalistici, che tenderanno a far rinascere lo stato unitario, teoreticamente restauratore del tipo giuridico romano, solo quando, nell’epoca borghese, non sarà più fondamentale la produzione e l’economia terriera, bensì quella manifatturiera.
Non ci vogliamo altrimenti dilungare sulle differenze tra questi due tipi sociali, che sono entrambi di organizzazione stabile sulla terra di una società agraria, e che, nei rispettivi tempi storici, staranno a cavallo di una non dissimile tecnica ed utensileria-attrezzatura. Ad essi però la diversa sede-ambiente e la correlativamente diversa velocità di aumento demografico e di sviluppo da forma a forma, avranno dato quelle diversissime caratteristiche nelle generate soprastrutture politiche. Centralismo latino, federalismo germanico. Schiavismo latino, franchigia-servitù germanica. Esercito statale latino, piccole milizie nobiliari germaniche. Paganesimo latino, cristianesimo germanico. Culto latino della bellezza e della gioia, culto medievale della rinunzia e dell’ascetismo.
Tutto questo danzare degli alti valori dello spirito, per noi poveri e scheletrici materialisti, si è differenziato su poche cifre, di grado termico, tenore di umidità, elaborazione geologica di potassio, fosforo, azoto in date dosi; grado di sviluppo della materia organica vegetale ed animale nelle stesse dette condizioni; effetto del tutto sull’evoluzione dell’animale uomo quanto a durata di vita, probabilità di trovare alimento, e conseguente prolificità ed indice di eccesso delle cause di sopravvivenza e riproduzione sulle cause di sterilità e di morte, e via di seguito. Così è, se non vi piace, signori borghesi.
Forma slava di organizzazione terriera
Su questo terzo tipo, dopo averlo brevemente discriminato socialmente e storicamente dagli altri due, innesteremo la critica fondamentale di Engels sulla vitalità storica della comunità agraria russa, e sulla pretesa che questa possa sfociare nel socialismo, quale noi lo intendiamo, nel comunismo post-capitalista. Questo terzo campo è tanto più continentale ed interno rispetto al secondo, quanto lo era il secondo rispetto al primo. Le immense estensioni tra lontanissimi mari sono anche destituite di vicinanza di monti degni di un tal nome, sicché ai rigidi inverni si alternano estati torride e aride. Il mare e il frastagliamento altimetrico della crosta terrestre, sono i due grandi volani di compensazione per i cicli della vita organica, e infine di quella umana, che chiese all’ambiente, e secondo i tempi, caldo, non troppo caldo, freddo, non troppo freddo, secco, non troppo secco, umido, non troppo umido. A queste istanze tacite del fremere del chimismo organico e del premere della vita, l’ambiente della nostra terza zona grande slava risponde generalmente: no!
Invece della estrema opposta situazione mediterranea, ossia di un mare tra tante terre, abbiamo una terra immensa e piatta tra tanti lontani mari, che non si saprà che dopo molti secoli se e come tra loro comunicano. Basta questa morfologia, questa semplice topologia, a spiegare la lentezza dello sviluppo, oltre alla fisiologia, inteso il termine anche come inorganico, di quella plaga geografica.
È del tutto inutile dilungarsi sulla descrizione della terra russa quanto a fertilità, su cui si dovrà ritornare. Tolta una fascia lungo quell’estremo Mediterraneo costituito dal mar Nero, la feracità è minima, e può venirne nutrita solo una popolazione di infima densità, con economie locali naturali.
Lungamente su questa steppa immensa non vi furono popoli fissi, ma solo continui passaggi di orde di tutti i tipi, dirette ai lontani miraggi dell’ovest o anche dell’est, riflusso di due tanto diverse palingenesi sociali.
Se questo popolo è giovane, lo è nel senso che solo da poco un popolo stabile ha potuto stabilirsi in questo campo, impiegando molto più tempo a percorrere lo stesso cammino, che i popoli vecchi avevano già segnato di tappe animatamente ravvicinate.
Poiché è ben chiaro che alla data 1875, studiando la struttura di una tale zona, non vi possiamo trovare forme capitalistiche – che risulteranno invece in deciso sviluppo alla luce di un’indagine 1954 – ecco che noi perverremo a non constatare nemmeno il passaggio di forme storiche analoghe a quella feudale germanica, così come non avevamo trovato nella Europa di centro prima del feudalesimo, forme del tipo della classica.
Siamo dunque in presenza di una terza via storica (europea) di uscita dalla barbarie, e di formazione di una società stabile sulla terra, e di Stato.
Mentre infatti nella zona mediterranea non troviamo vestigia storiche di un comunismo iniziale (pure essendo noi convinti che tale fase fu ovunque presente), e ne troviamo invece frequenti nella zona centroeuropea, e anche tradotte in date forme e istituti del diritto germanico trapelati in vigenti codici, qui siamo, nell’area slava, in presenza di una forma prevalente di comunità di villaggio, solo recentemente evoluta in proprietà familiare, comunque già impura.
Ma vi è una grande differenza in più. Siamo si può dire anche i presenza del nomadismo; vi sono ai confini dell’Iran, dell’Afghanistan e del Tibet popoli che ancora non hanno sede fissa, che non sanno coltivare la terra ma al più allevare bestiame.
Le così diverse condizioni di ambiente fisico hanno dato dunque un più lento sviluppo alle fasi di organizzazione umana, in quanto è certo che in quelle zone eurosiatiche la apparizione della specie uomo è tra le più remote.
La costituzione di un organismo sociale a tutela del villaggio coltivatore sul territorio, avvenuta dove questo confinava con quelli europei più avanzati, non ha avuto dunque né le caratteristiche latine né quelle germaniche, ma caratteristiche originali. Esse hanno qualcosa del centralismo statale-militare, qualcosa del periferismo nobiliare feudale, e una certa analogia colla forma asiatico indiana, di cui qui non ci siamo occupati.
In questa, ad una rete di villaggi comunistici sovrasta il potere armato di un satrapo, monarca o despota, che controlla e amministra una immensa zona, tutti i villaggi della quale gli recano tributi; come nelle antiche civiltà dell’Asia minore e dell’Egitto manca un solo tipo sociale: il cittadino libero classico; vi sono masse di schiavi, e masse di servi in forma di «comunità serve», un solo grande autocrate e uno strato di minori signori.
Togliamo le comunità libere o serve, e avremo la organizzazione latina.
Togliamo gli schiavi e le comunità, lasciando i servi, e avremo quella germanica.
Togliamo gli schiavi veri e propri, ma lasciamo sia i servi singoli dei nobili sia le comunità serve del monarca – o meglio dello Stato –, e avremo la società russa dell’ottocento, poco mutata col 1861.
Ha assorbito dall’Europa tanto di cristianesimo, da non ammettere schiavi e mercato di persona fisica umana.
Ha conservato dall’Asia tanto di dispotismo da ammettere ancora il villaggio agrario servo del despota, e per maggiore esattezza «dello Stato centrale».
Evidentemente si porrà diversamente il suo passaggio da feudalismo a capitalismo, e il rapporto tra questo e la prospettiva socialista.
Fresco è il ricordo del nomadismo: ancora uno stato mongolo si chiamò così, la famosa Orda d’oro intorno al 1250; e fino al 1300 la Russia stette quasi tutta, meno il piccolo ducato di Mosca, sotto l’impero immenso dei Khan mongoli, che andava dalla Cina all’Adriatico, a metà del tredicesimo secolo. Da noi era il tempo di Dante.
A questa altezza della serie dialettica, del nostro facilone schema storico, siamo in grado di fare il punto, e passare al quesito di Engels: stava ancora il mir russo all’altezza del comunismo, primitivo ma puro, o era già scaduto in sistema di esercizi parcellari-familiari, puzzando a un miglio di borghesia?
Parte I – Rivoluzione europea ed area « Grande Slava »
Campi e cicli europei e asiatici
Ci siamo fermati sulla soglia della critica di Engels alla sopravvivente comunità russa del suo tempo (connessa al problema: come essa si scioglierà nel privato possesso della terra? è mai possibile che eviti tale stadio saldandosi alla forma superiore comunista della produzione, manifatturiera e agraria insieme, cui il socialismo afferma sia pronta l’Europa?) per esaminare tre tipi europei di modo agrario di produzione secondo i quali dalla primitiva barbarie sono emerse le «civiltà» greco-romana, germanico-cristiana, e grande-slava, e abbiamo riferito questi tre «modelli» a tre campi geografici e alle loro fisiche caratteristiche. L’ultimo dei tre tipi, il più recente, il più giovane, quello che in fondo per la corrente cultura sembra ancora tenere in serbo l’esplosione del suo particolare complesso di organizzazione umana e della sua leadership, del suo pilotaggio del mondo, perché un tale peana non ha ancora intonato – e da questo il timor panico odierno da una banda, la apologetica sfornata dall’altra – ci ha condotti sul margine del territorio asiatico, ove sembra intrecciarsi con civiltà antichissime, con modi storici di vita che per vie diverse hanno preceduto e trasmesso dotazioni e condizioni all’Europa mediterraneo-pagana e a quella feudale-cristiana.
Abbiamo accennato in che, dai tre tipi accennati di sviluppo, si distingue quello indo-asiatico, come organizzazione della produzione rurale, ma non ne abbiamo indicato, sia pure nei termini sommarii ed elementari di questo studio (e richiamo di premesse a un problema moderno), le condizioni del campo territoriale.
Sempre per la cultura ortodossa che (si ammetta la origine biologica unica o multipla della umana specie) vuole trarre quei diversi «destini» o «missioni» non da caratteristiche ambientali e tecnico-produttíve, ma da originarie stimmate ed impronte dei popoli protagonisti della storia scolastica, non saremmo in regola con la partizione etnografica che fa leva sulla razza e sul sangue, e tanto meno con quella dei sistemi spirituali che ciascun ceppo avrebbe ricevuto in retaggio o da sprazzi di luce di menti sopraumane, o da particolari ritrovati del pensiero di antichissimi sapienti e scuole. Dopo aver infatti diviso in tre settori sociali-storici il ceppo della razza bianca accampata fino a mezzo millennio addietro nella sola Europa, staremmo per dimenticare che è un suo ramo etnico quello che occupa, in numero non minore, l’India e altri territori dell’Asia occidentale e dell’Africa settentrionale. E rimanderemmo questo ramo del ceppo ariano, o indo-europeo, a far causa comune coi gialli, coi mongoli, razze di colore che a loro volta affondano le radici della loro storia organizzata in millenni più remoti dei nostri.
Seguendo tracce non spiritualiste e idealiste, ma delibando la via materialista, noi assumiamo, con una formula sommaria quanto si vuole, che le stesse condizioni geofisiche conducono agli stessi essenziali sviluppi di organizzazione della specie umana; in altre parole, alle stesse forme di storia e di società.
Che cosa andrebbe detto in tal senso per il «quarto campo», ossia quello asiatico – che andrà probabilmente trattato a fondo a proposito delle presenti rivoluzioni orientali – in sede di paragone coi campi già accennati: mediterraneo – centro-europeo – panrusso (evitando di proposito il termine grande russo, che ha senso limitativo)?
Forma asiatica addensata e rada
Il continente asiatico essendo il più esteso e nello stesso tempo il più panciuto nella forma, dimodoché ha il minimo «raggio medio», ossia ha poco sviluppo di contorni (coste) relativamente alla superficie, vede aggravato il carattere delle vaste pianure distanti dai mari, che è il carattere negativo dell’area grande-slava, ultima esaminata in Europa. Ma tali pianure hanno caratteri opposti a nord e a sud, all’ingrosso, quanto a influenza dei massicci montani; e le influenze di questo tipo sul clima – e la feracità dei terreni – si sommano con l’effetto della latitudine. Vi sono infatti, nell’ombelico dell’immenso ventre di terra, i monti più alti del globo, e ne scendono naturalmente colossali fiumi.
I monti sono relativamente vicini alle coste meridionali, che non mancano di mediterranei o di mari intemi aperti sull’Oceano caldo, con arcipelaghi grandiosi. I fiumi hanno relativamente breve percorso e recano deiezioni e limi fertili dai complessi montani in disgregazione, e tutto ciò, aggiunto ai climi temperati e caldi e alla favorevole insolazione, rende le terre atte ad accogliere e nutrire popolazioni a densità altissime, che superano le stesse di Europa. Legano le vie fluviali coste calde e mari ben navigabili in tutte le stagioni, e tutto ciò ha facilitato l’insediamento dei popoli e la fine del nomadismo. La forma terriera di produzione ciclica e fissa che ne è derivata ha conservato, soprattutto in India, il primitivo comunismo di villaggio senza partizione di privati possessi, ad esso sovrapponendo un sistema di stato politico e di «società civile» generato nelle lotte per conservare le sedi contro mille invasioni di popoli in frenetico aumento demografico, con poteri locali e centrali, e con caste sociali, rendendo le comunità lavoratrici serve e tributarie del signore guerriero, della gerarchia sacerdotale, con una precoce formazione di città grandissime abitate da miseri artigiani e semischiavi. Più volte ricordammo le idee di Marx sull’immobilismo storico di un tale sistema: nella misura in cui l’originario «microcomunismo» della produzione rurale non si è risolto nella parcellazione delle aziende, si è allontanato lo slancio verso una produzione generalmente mercantile con ogni forma di scambi tra sedi non prossime; e sono queste le caratteristiche della «ricchissima» storia europea.
In Cina – ma non è oggi questo l’argomento – con analoghe densità umane e abbondanza, in genere, di prodotti di consumo alimentare, si è giunti ad una forma più simile al feudalismo del medioevo europeo, con una classe di contadini servi ad esercizi familiari distinti tra loro assoggettati ai signori, e sotto una rete ampia di controllo di una burocrazia statale sia pure vagamente centralizzata. Le evoluzioni che ne sono sorte, sono dunque oggi sulla soglia di una risoluzione rivoluzionaria in forme mercantili, quale quella che traversò l’Europa con le rivoluzioni dell’ottocento e le relative lotte per stati-nazioni solidamente organizzati?
Qui ci importa dire delle diverse condizioni di ambiente fisico che si hanno nell’Asia del nord. I grandi monti sono qui lontanissimi dalla gelida costa artica: i fiumi dal lunghissimo corso abbandonano presto le utili sedimentazioni e corrono limpidi, ghiacciati e lenti senza poter servire né a fertilizzare le steppe sterminate né a facilitare le comunicazioni, mentre le foci ne sono inaccessibili e sconosciute. La Siberia con densità vicina a zero non sarà che una colonia dei russi europei; verso l’Asia centrale vivrà fino ad oggi la nomade armentizia come fondamentale forma produttiva: il capitalismo moderno, che rovesciandosi fuori di Europa ha fatto debordare le mature forme organizzate oltre i limiti e le barriere naturali, come ha tagliato gli istmi a Suez e Panama, e sorvola oggi con le linee aeree le calotte polari, con le mani dell’odierna Russia vuole dotare questo campo nord-asiatico addirittura di un grande mare interno, progetto più spinto ormai del rovesciamento del corso del gonfio Jennissei dal nord all’ovest verso il mare-lago di Aral, rivoluzionando così il clima delle aride sterili steppe centrali. Un analogo progetto, anche quando non si aveva l’energia atomica che dovrebbe essere usata in Asia, giusta i riferimenti, fu fatto molto tempo fa dai francesi per il Sahara, che divenendo un mare avrebbe sponde feraci, sfuggendo al destino desertico connesso appunto colla troppa distanza da frastagliamenti accentuati della crosta terrestre, per cui i fiumi sono addirittura inghiottiti dalla sabbia, non si diffonde il chimismo organico, e il tutto-potente spirito cade con ali miseramente tarpate, tra le ossa calcificate dal sole di rari beduini.
Quattro itinerari del capitale
Le opere giganti non furono ignote a stati antichissimi, cui furono possibili perché il dispotismo asiatico, avendo domata la autonomia delle gentes comuniste, si accampava su territori abbastanza nutritivi da poter dare sussistenza a grandi masse senza doverle ridurre, come nella semifertile e semitemperata Europa germanica, a miseri parcellari legati al cantuccio di gleba, senza di che sarebbero crepati di fame servi e signori. I Faraoni regolarono il Nilo con dighe e canalizzazioni possenti; i Babilonesi e gli Assiri fecero cose simili in un territorio analogo geograficamente, tra i grandi fiumi Tigri ed Eufrate, ricchissimi di acque fertilizzanti scese dai picchi del Caucaso e di altre catene immense. La grande Semiramide, che per i mezzi colti è celebre come grande meretrice, è ricordata ai posteri – sia o meno stata lei come persona a disegnare non il volto di belleti ma i papiri di tracciati grandiosi – in una ultramillenaria epigrafe come quella che levò altissimi palagi, circondò Babilonia di mura sulla cui sommità correvano sette file di cocchi, domò i fiumi, prosciugò le paludi e irrigò sterminati deserti.
Roma, avendo ancora gli schiavi e i vinti, seminò le terre di strade, ponti, canali e acquedotti, oltre ai capolavori dell’edilizia monumentale. Ma i popoli e le storie di parcellari coltivatori del suolo nulla hanno eretto; sono gli artigiani dei centri, precorrenti coi Comuni le potenze borghesi moderne, che hanno nell’alto medioevo levato le grandi cattedrali, monumenti volti più allo spirito vagante fra due storie che alla naturale realtà fisica.
Perché le moderne costruzioni ed impianti sorgessero e allacciassero il pianeta intero con reti di cui il pensiero fa fatica a rappresentarsi la sintesi, dovette essere a disposizione il lavoro associato, la cooperazione subordinata di molte braccia a un ordine solo. Non essendovi più schiavi, comodi con popoli poco densi rispetto a un ricchissimo potere, e non bastando i servi, e neppure i loro diretti eredi, i contadini liberi piccoli coltivatori, si dovettero attendere i salariati e il Capitale che anticipasse le magre sussistenze per la loro offerta, maldefinita libera, e soltanto gratuita, come per il taglio di Panama in cui ne morirono di febbre il cinquanta per cento.
Non il libero spirito ma la servitù del braccio ha reso possibili le vaste costruzioni che oggi ricoprono il mondo conosciuto: ed è soltanto la forma capitalista di produzione che è suscettibile di andarle a fare, sol che lo voglia, da un capo all’altro dello sferoide. È così il capitale e non lo Zar, che taglia la Nordasia con la ferrovia transiberiana, la più lunga del mondo.
Ed abbiamo così, per risolvere il problema russo posto da Marx-Engels in teoria, da Lenin in teoria e nell’azione, tracciato quattro vie itinerarie, con cui la barbarie umana, schietta e comunistica, cerca di attingere la fase del capitalismo.
Colla via asiatica, da cui vogliamo cominciare, l’agricoltura fissa, fonte di tutta la ricchezza (ricchezza è massa disponibile di sussistenze per stomaci subordinati), è gestita in forma non individuale ma di villaggio: coi prelevati tributi si regge la signoria di stato o la teocrazia e si armano soldati, o si organizzano schiavi nelle opere pubbliche: come questo mondo si avvia verso il possesso diviso della terra, la produzione di merci, la manifattura in grande e l’industria, è trattato a suo luogo.
Colla via classica antica, liberi coltivatori prendono a coltivare lotti di terra. Proprietari di schiavi, organizzati in uno stato politico giuridico perfetto e centrale, gestiscono grandi terre, ed anche notevoli commerci e manifatture in grande: artigiani della città e coloni delle terre sono liberi cittadini delle antiche democrazie. Ricchezza creata dallo schiavo e dal plebeo è a disposizione del patrizio, del mercante e dello stato. La partenza del processo non è il soggiogamento di libere gentes, ma il loro spontaneo spartirsi la terra. Il suo arrivo è il decadere dello schiavismo, forma di troppo consumo perché lo schiavo non è gratuito e in una popolazione fitta è passivo; lo spezzarsi della unità statale; il rattrappirsi delle imprese imperiali nelle isole chiuse di produzione-consumo agrario del medioevo.
Colla via germanico feudale, connessa alla cristiana soppressione dello schiavismo, le comunità egualitarie nomadi e fisse di popoli venuti dai margini dell’impero si trasformano in gruppi di servi, accomandati al signore guerriero, il cui sistema gerarchico si sposa a quello della nuova chiesa: prevale la piccola azienda agraria familiare, che deve al feudatario lavoro e prodotti: il prelievo sociale è modestissimo, la pubblica economia deficiente, lo stato centrale lontano ed assente, la manifattura misero complemento del lavoro familiare. Classicamente questa forma si svolge nel mercantilismo e nel capitalismo, con lo sviluppo del lavoro artigiano, del commercio interno ed estero, e di una agricoltura industriale a grandi aziende, che disperde finalmente il giogo, la palla di piombo, del parcellamento contadino, infine della grande industria.
Colla via russa, o grande slava, si presentano certe difficoltà nel riapplicare il nostro schema che così bene collega i tipi umani: despota, schiavo e comunità serva in Asia – patrizio schiavo e cittadino in Roma – nobile e servo in Europa – capitalista e salariato nel moderno mondo bianco.
Lo sciogliersi del comunismo primitivo agricolo nella forma romana del perfetto possessore personale e privato del suolo – o nella forma di soggezione personale germanica del servo della gleba al signore – indiscutibile momento propulsore di tutto il processo, che condurrà al mercantilismo generale, al privato industrialismo, al capitalismo infine, e al socialismo in quanto saranno gli ultimi prodotti sociali, i salariati proletari, ad afferrare la direzione della società, forse in tale area non si verificherà? Forse i contadini, comunisti nel rapporto reciproco, servi nel rapporto col signore, come in Germania, e di più nel rapporto coi già nato possente stato centrale militare sacerdotale burocratico, senza divenire proletari, scateneranno la rivoluzione socialista? E nel farlo diverranno proprietari, e secondo i vari Tschakoff, saranno proprietari e rivoluzionari?
Diciamolo subito: in questa nostra trattazione, mentre si ammettono e seriamente si considerano le particolarità storiche e sociali, fin qui tratteggiate, del campo grande slavo, noi andiamo alla decisa risposta: NO. Una rivoluzione comunista senza salariati come classe sociale di base – salariati del capitalista privato o statale non cambia nulla – la storia non l’ha vista, né la vedrà.
La comunità rurale e la Russia
Allorché Engels, come abbiamo preso ad ampiamente riferire, prende in esame le cose sociali della Russia, egli è colpito dal fatto che tutti i russi che si sono volti alla teoria socialista sorta in Europa, e sono nello stesso tempo avversari del regime zarista e attenti osservatori delle lotte di classe in occidente, si richiamano ad un elemento di socialismo che è presente nella arretrata Russia, ove i proletari delle città (parliamo del 1875) non mostrano di avere ancora un compito proprio, ma fremono nelle campagne i contadini contro lo stato dispotico e i boiardi, in difesa dei diritti delle loro numerosissime comunità locali di lavoro agrario.
Noi per utile esposizione di punti essenziali abbiamo generalizzato il problema alle primissime comunità delle gentes indipendenti, che precedettero la proprietà privata del suolo; ma venendo più direttamente alla Russia, è il caso di vedere come Engels ne definisce il già svolto corso, fino al 1861, anno della riforma semiborghese, che eliminò in certo modo almeno giuridicamente la servitù, e dopo gli effetti di quella emancipazione legale che in sostanza condusse ad una ulteriore depressione economica per la massa contadina lavoratrice.
Quel residuo storico del comunismo primitivo aveva infatti già incorporate una serie grandissima di impurità, su cui Engels porta la sua attenzione, nell’intento di applicare alla Russia il metodo marxista con scientifica sicurezza, e nello stesso tempo di non disprezzare la generosa posizione di chi voleva evitare il trapasso attraverso il capitalismo, che anche nel rigore marxista può essere trapasso obbligato e in questo senso affrettato, ma non, come oggi si direbbe, apologizzato, magnificato come una tappa eccelsa di conquiste umane.
Ritorneremo dunque alle citazioni ed ai commenti.
«L’artel, dice Engels nel testo già richiamato, che il signor Tschakoff nomina solo incidentalmente, ma su cui noi ci soffermeremo qui perché dal tempo di Herzen esso esercita una influenza misteriosa su parecchi russi, lo Artel è in Russia una diffusa specie di associazione, la forma più semplice di cooperazione, come si presenta nella caccia presso i popoli cacciatori. Parola e cosa non sono slave, ma di origine tartara. Entrambe si trovano da una parte presso i Khirghisi, gli Jacuti, etc. (Asia centrale) dall’altra presso i popoli finnici, i Lapponi, i Samoiedi (Asia artica)».
Non solo dunque la verità storica o anche preistorica ci porta fuori della asfissiante lode alla coltivazione della terra individualista e ci mostra che la prima forma stabile di produrre gli alimenti fu per gli uomini comunista, ma ci mostra che anche le attività non stabili, le forme di raccolto di alimenti da consumare non precedute da «coltivazione», come la pesca e la caccia, furono all’inizio esercitate in forma collettiva: tutti cacciavano insieme e insieme consumavano la selvaggina. Se già il popolo agricoltore impara a mangiare ad ore fisse, queste prime comunità cacciatrici o piscatorie lavorano sempre, e quando l’orso o la foca cadono loro preda fanno una poderosissima spanciata comune: gli stessi cani a gran diritto vi prendono parte. La civiltà in scatolette non è ancora nata.
Il cacciatore singolo presto morirebbe, data anche la primitività dell’attrezzatura, mentre riesce a vivere l’artel di cacciatori. Un simile fatto è del più grande interesse, non per propaganda etico-utopistica, ma come arma di lotta contro l’addormentamento dei moderni rivoluzionari con l’inno alla santa proprietà personale e familiare, che i comunisti di tipo russo odierno vomitano senza posa.
Engels dà una interessante spiegazione dell’uso della parola artel per ogni altra specie di associazione a tipo cooperativo che in Russia si è sviluppata mentre nell’Europa di occidente sorgevano le prime cooperative operaie di produzione, come le filature del Lancashire e tante altre. Se in tutti i testi del marxismo (vedi perfino l’Indirizzo inaugurale della Prima Intemazionale) si mostra largamente come questo non abbia nulla a che vedere col socialismo, qui Engels mostra che gli artel restano ancora di gran lunga indietro. Vi erano artel di lavoratori dello stesso mestiere, di facchini, etc., e perfino artel per gestire imprese manifatturiere. Ma questi organismi non hanno mezzi, non hanno sedi, sono presto vittime di strozzini, e si affittano quando svolgono attività industriali al privato capitalista che dà loro la sede stabile e qualche anticipo per spese e sussistenze, cadendo nell’orribile sfruttamento del famoso trucksystem d’Inghilterra.
Questa dimostrazione mira a questo concetto: una isola comunista locale poteva nella preistoria essere un vero comunismo, poiché era tanto lontana da altri gruppi umani da non essere sfruttata: abbiamo poco fa usato il termine di microcomunismo. Ma può sopravvivere una comunione di famiglia o di villaggio e ad essa sovrapporsi lo sfruttamento tributario del despota, dello stato: andiamo allora ancor più lontano dal comunismo nel senso nostro: non vi sono classi di proprietari e non proprietari nell’isola o villaggio, ma ve ne sono nella società. Essendo per noi socialismo o comunismo la società senza classi, e nello stesso tempo senza isole chiuse, non avrà mai a che fare col nostro programma ogni gestione collettiva solo perché limitata, ieri alla famiglia o al villaggio, oggi all’azienda o all’impresa.
Basarsi quindi su un sistema di artel sfruttati, o anche di cooperative presenti nel campo del mercato moderno generale, per fondarvi una società comunista, è assunto privo di senso, anzi pericolosamente opportunista.
Engels e la filosofia del «mir»
Il solito Tschakoff si dà a vantare che il popolo russo, malgrado la sua ignoranza (non certo i marxisti gli imputano tale ostacolo), è penetrato dai princìpi della «proprietà comunista». A questa stregua è comunista anche il condominio di un fabbricato: i giuristi infatti chiamano comunisti i possessori dei singoli appartamenti. Il governo zarista sarebbe stato allora dedito ad inculcare nei contadini russi l’idea della proprietà individuale «con le baionette e lo knut». Quindi «il popolo russo sta molto più vicino al socialismo che quelli dell’Europa occidentale».
«In realtà, Engels gli replica, la proprietà comunistica del suolo è una istituzione che noi troviamo ad uno dei gradi di sviluppo più bassi, presso tutti i popoli indogermanici dall’India fino all’Irlanda, e perfino si sviluppa presso i Malesi che si svolgono sotto l’influenza indiana, ad esempio nell’isola di Giava (Engels vuol notare che sono di razza mongola). Ancora nel 1608 nel nord dell’Irlanda, di recente conquistato dagli inglesi, la proprietà comunistica del suolo serviva di pretesto per dichiarare la terra senza padrone, e come tale confiscarla a beneficio del trono». I lontani gaelici non erano ancora stati raggiunti dal diritto romano, che non ammetteva la res nullius, la cosa di nessuno (in cui res vuol dire immobile) e che si sposò tanto bene con l’economia mercantile borghese, come ricordammo (Proprietà e Capitale) coi due famosi motti francesi: l’argent n’a pas de maitre – pas de terre sans seigneur.
La comunità rurale era generale in Germania, e ne sono un resto le terre collettive, che si spartiscono periodicamente tra i singoli coltivatori nella forma moderna (ricomposizione, anche nei territori ex-austriaci d’Italia). Tale forma di proprietà divenne presto un impaccio alla produzione e fu tolta via anche in Polonia e piccola Russia. Ma nella Russia propriamente detta sopravvisse, ed offriva la prova che la produzione agricola e i rapporti sociali della campagna si trovano «ad un grado arretrato di sviluppo, come è realmente il caso (poca fertilità, bassa densità di popolazione)».
Qui Engels fa di una società fondata sul mir una critica fondamentale e suscettibile dì ampi sviluppi. «Il contadino russo vive e si muove soltanto nel suo comune; tutto il restante mondo esiste per lui soltanto in quanto interferisce in questo suo comune».
Ritorna qui il concetto marxista su cui abbiamo tanto lavorato: l’isola chiusa di lavoro e consumo, che si ha tanto in un microcomunismo di villaggì soggetti ai nobili o allo Stato dispotico, quanto nella servitù feudale che tiene un mosaico di minimi campicelli familiari sotto un unico signorotto, e vieta ogni evasione delle persone e delle famiglie, sono sistemi premercantili, ma per ciò stesso è un sistemi chiusi non solo allo scambio delle merci, ma anche a quello di ogni sovrastruttura sociale, sia della cultura che preoccupa i borghesi, sia del senso di classe che interessa noi rivoluzionari e che ci soddisfa anche se è nel singolo un semplice istinto, divenendo teoria nel partito che unisce la classe sopra tutte le isole, da quelle di villaggio e di canìpanile a quelle nazionali.
«E questo ne è siffattamente il caso che la parola mir significa tanto «il mondo» che «il comune agricolo». Sves mir, ossia tutto il mondo, significa per i contadini l’assemblea dei membri del comune. Quando adunque, il signor Tschakoff parla della «concezione del mondo» dei contadini russi, egli ha evidentemente tradotto in modo errato il termine russo «mir».
«Un tale completo isolamento dei piccoli comuni l’uno dall’altro, che è uguale in tutto il paese, ma che è contrario al comune interesse, è la base naturale del dispotismo orientale, e dalle Indie fino alla Russia questa forma di società, dove ha dominato, lo ha sempre prodotto e ha sempre trovato in lui il proprio completamento. Non semplicemente lo Stato russo, ma perfino la sua forma speciale, il dispotismo dello zar, invece di essere sospeso nell’aria (Tschakoff aveva preteso che lo Stato fosse presente nei paesi capitalisti, dove vi sono precisi interessi di classe, non in Russia, dove non vi era borghesia e la lotta economica tra le classi: la risposta di Engels è importante per la questione del capitalismo statale e dello Stato di classe, in rapporto alla statistica definizione di una classe come settore della società: gli stalinisti potrebbero oggi dire che non si può definire lo Stato di Mosca come Stato capitalista, poiché sarebbe un sospenderlo nell’aria) è il prodotto logico e necessario delle condizioni sociali russe».
Nulla quanto la suggestiva identità della parola che indica allo stesso tempo il mondo sociale e fisico e quel «microcosmo» che era il villaggio russo primitivo, e comunista in senso assai largo, può servire al confronto fra i compiti storici cui può assurgere da una parte il contadino (e tanto peggio se da membro del mir è ulteriormente decaduto a coltivatore molecolare come in Occidente) e dall’altra il lavoratore salariato, sia dell’industria, sia delle campagne coltivate in grandi aziende moderne.
È questione dell’orizzonte sociale che nei due casi si apre. Quello del contadino si chiude a una spanna dal suo occhio, e poco o nulla contiene di diverso da ciò che è immediata sua personale esperienza, sua soggettiva condizione. È orizzonte limitato alla breve cerchia del natio villaggio; dal quale non si può in genere mai allontanare, sia esso servo della gleba, sia componente del mir, sia proprietario coltivatore; legato in ogni caso alle sue condizioni di lavoro (la terra comunale, o peggio la schiappa del suo possesso familiare) con catene che avvincono la fisica sua persona.
Il lavoratore salariato moderno ha all’opposto un orizzonte di esperienza e di vita che diviene sempre più vasto. Non è legato a una località, a un’azienda e nemmeno ad una nazione. Mano mano che il capitalismo lo rende nullatenente, per collocarlo al lavoro non gli chiede nessuna «scorta» nemmeno minima di mezzi di opera, nulla oltre il suo braccio e il suo corpo; e la fluttuazione delle condizioni di impiego rende sempre più probabile e facile il suo spostamento dall’uno all’altro dei luoghi di lavoro. Ed anche quando resta nella stessa fabbrica o azienda (sia pure questa una conduzione rurale) egli non si vede affiancato solo da esseri che fanno gli stessi suoi gesti, gli stessi suoi sforzi, dalla zappatura al raccolto, ma constata tra sé e i suoi compagni una varietà sempre più estesa di compiti di lavoro. Anche fuori dell’orario di fabbrica i suoi rapporti sociali sono di una ricca eterogeneità in confronto a quelli secolarmente immobili del contadino; mentre in una sola generazione l’ingranaggio sociale e aziendale muta tante volte di forme e di rapporti, da fargli percorrere tutta una gamma di svariate posizioni nel lavoro e nella vita.
Il piccolo agricoltore non esce dal suo guscio se non per la esperienza militare e, peggio di guerra, che gli mostra altri paesi ed altre relazioni, tuttavia a loro volta uniformi e rigide, per poi se superstite rimpiombarlo nel suo angolo oscuro. E ciò che è limitatezza di orizzonti nello spazio, lo è anche nel tempo: il contadino che non guarda oltre la sua ristretta cintura non vede nemmeno mutamenti dell’ordine sociale e della storia, non può arrivare a rivendicazioni e programmi per una rinnovata struttura sociale. Lo stesso fenomeno della emigrazione dovuta alla indigena miseria, quando non lo vietino antichi e moderni impedimenti, non è che un momento della proletarizzazione che di colpo lancia nuovi diseredati nel vortice dell’economia capitalistica e nella sua bufera infernale che rotea su continenti e mari: eppure il più delle volte per anni e decenni egli non sogna che di tornare a rinchiudersi nell’avita e fredda cellula da cui partì.
Tutto questo insieme di differenze e di antitesi, lumeggiate da classici passi del marxismo e dalla famosa definizione del contadiname come una classe di primitivi barbari rimasta incapsulata nella società attuale, di cui subisce tutta l’infamia sommandola con la limitatezza e l’oscurantismo dei regimi che la hanno preceduta, sta a dimostrare quanto sia insensata l’idea di togliere dalla mano del moderno salariato la fiaccola della rivoluzione sociale, per affidarla a quella impacciata e anchilosata del contadino.
Snaturarsi storico della comunità
«Il rapido sviluppo della Russia nella direzione borghese, vi distruggerebbe a poco a poco la proprietà collettiva, senza che il governo russo avesse bisogno di combatterla «colle baionette e lo knut». E questo tanto più che oggi (sempre 1875) la terra collettiva in Russia non viene coltivata in comune, e poi diviso il prodotto, come ne è il caso tuttora in alcune province dell’India; al contrario la terra viene di quando in quando divisa tra i capifamiglia singoli, e ognuno coltiva la sua parte per sé (e ne consuma coi suoi il prodotto)».
Occorre riflettere su questo passo fondamentale. Due caratteri del comunismo primitivo si sono perduti: uno è quello che la comunità non debba versare all’esterno tributo alcuno (di denaro, prodotto, o forza di lavoro) e lo abbiamo illustrato più sopra; tale carattere è perduto anche in India; esso si perde non appena nella vecchia società barbara senza poteri appare la prima forma di Stato, a territorio più o meno esteso, e con esso nascono la divisione in classi e laappropriazione di sopralavoro. Quel carattere di autonomia e ugualitarismo interno totale della gens come altra volta vedemmo si conservò ancora dopo che le gentes troppo avvicinate rispetto alla terra libera, si fecero guerra: questa si concludeva col fisico sterminio di una delle due, non coll’assoggettamento a tributo o a schiavitù, ridivenendo adeguato il rapporto tra superficie e popolazione. Forma barbara: ma migliore forse quella della guerra odierna che fa correre fiumi di sangue e tuttavia fa aumentare la miseria generale per tutti?
Il secondo carattere che si è perduto è quello veramente comunista, sia pure microcomunista, per cui ogni singolo e ogni gruppo familiare (la gens originaria è appunto, anche nei vincoli di sesso e sangue, unica famiglia) non mette il suo consumo in relazione col suo sforzo di lavoro. Il lavoro è dato in comune, ed indistinto, il consumo è anche in comune e al più con una spartizione pro capite dei risultati dei raccolti. Nessuna lottizzazione quindi dell’area di terra coltivabile su cui la comunità è insediata.
Tutto cambia quando invece in partenza di ogni ciclo stagionale si tracciano tanti campicelli entro i quali si svolge opera lavorativa e raccolto singolo. Ritornando allo schema che abbiamo premesso (solito paziente nostro metodo per raggiungere, tralasciando finezze erudite ed ingombro di particolari non essenziali sfruttabili dai soliti imbonitori e intorbidatori avidi di scappatoie) ben potremmo dire che nel tipo romano la comunità si spezza decisamente con la lottizzazione tra campi non più suscettibili di «rifusione», nello stesso tempo che assumono moderna forma i rapporti di famiglia monogama e successione ereditaria. Si realizza tra i possessi parcellari una totale continua e definitiva indipendenza: di più alle origini di vera democrazia (tuttavia schiavista perché con la terra possono possedersi ed ereditarsi schiavi) il cittadino piccolo agricoltore non versa tributi a nessuno. Le imposte per lo Stato, nella forma sviluppata, non sono ancora tanto uno sfruttamento di classe, quanto un compenso alle distribuzioni statali di terra conquistata ai nemici. Presto il «libero» contadino sarà sottoposto ad angherie di funzionari, strozzini, mercanti e così via. Teoricamente nel regime di diritto romano si salta dalla libera gens comunista alla proprietà individuale irrevocabilmente spartita: gli stessi rigidi confini chiudono la piccola azienda e la piccola proprietà.
Anche nel tipo germanico libero, l’esercizio in comune della terra comune della tribù cede il passo a tanti esercizi isolati, anche liberi: solo che i lotti vengono ogni anno riformati di uguale importanza; tale misura, finché resiste in genere tende a mantenere la parità di consumo e tenore di vita fra tutti i componenti della tribù: è impedita quella che si potrebbe chiamare la accumulazione dei prodotti e anche dei mezzi di esercizio, ottenuta sia pure con un primo tipo di astinenza. Questa forma libera diventa soggetta con la feudale accomandita: il signore preleverà tributi, si assumerà di rendere stabile il confine esterno, si arrogherà lui il diritto di spartire tra i suoi servi la terra da esercire: piccole aziende di lavoro, unica giurisdizione feudale, che non è proprietà della terra (in grande) nel senso latino, ma è diritto personale su un dato gruppo di famiglie legate alla gleba.
In Russia al momento della riforma del 1861 le comunità originarie sono del tutto degenerate. Hanno perduta la autonomia perché sono (la metà circa) tributarie di nobili alla maniera feudale, ovvero direttamente tributarie allo stato amministrativo centrale (tipica caratteristica del modello grande slavo), Hanno abbandonata la comunione vera di lavoro e di consumo poiché, anche alla maniera germanica, hanno smistata la grande azienda comune in tante piccole aziende familiari, tutte serve del boiardo, o dello Stato, o di istituti religiosi.
Benché all’inizio tutto il tributo sia pagato in natura o in tempo di lavoro, ha inizio in questi rapporti la forma monetaria mercantile, e come era sparita da secoli l’indipendenza economica, così si disperde sempre più l’uguaglianza economica.
La discesa sociale del mugik
Torniamo ad Engels per la descrizione del fenomeno, già noto al tempo in cui scriveva agli studiosi, e noto alle masse fuori di Russia dal tempo delle rivoluzioni che posero questo problema al mondo, da quando poterono contare sulle prime gloriose avanguardie dei proletari delle grandi città, più che non avessero potuto farlo intellettuali filantropi e letterati anche insigni.
«Diviene quindi possibile tra i membri del comune la differenza più grande di condizioni. Quasi ovunque vi sono dei ricchi contadini – qua e là milionari – i quali fanno gli usurai e dissanguano i contadini … Secondo lo stesso Tschakoff in mezzo ai contadini si rifà una classe di strozzini (kulakov) di incettatori ed affittuari delle terre dei nobili e dei contadini stessi – una aristocrazia campagnola».
Sono le forme mercantili borghesi che, sotto lo stesso regime zarista, monopolizzatore finora dello sfruttamento del mugik insieme al nobile, affiorano e cominciano anche in loco a tessere la trama dell’accumulazione sperequatrice.
Il testo prosegue: «Quello che diede l’ultimo colpo alla proprietà collettiva fu l’abolizione della corvée. Al nobile (colla riforma 1861, ed in cambio dell’antico diritto di far lavorare per sé i servi senza compenso in dati giorni) fu assegnata in proprietà la più grossa e miglior parte del suolo; al contadino rimase quanto appena gli basta per vivere (sia pure in forma di proprietà e senza obblighi di tributo in lavoro e decime) – tuttavia mentre i nobili pagavano imposte per 15 milioni di rubli sulla loro mezza Russia, i contadini «liberati» ne pagavano allo Stato per 190 milioni. Per giunta, le foreste furono assegnate ai nobili; il contadino deve ora ricomprarsi la legna da bruciare (genere in Russia di prima necessità) da lavoro e da costruzione (in paese di case di legno) che prima poteva liberamente prendersi (nei boschi del comune). Così adesso il contadino non ha più che la sua casa e il suo nudo terreno, senza i mezzi per coltivarlo, e in media non ha abbastanza terra (la fame di terra!) per mantenere sé e la propria famiglia da un raccolto all’altro). In tali condizioni e sotto l’oppressione delle imposte e dell’usura, la proprietà collettiva del suolo non è più un beneficio: essa diviene un legame … I contadini lo sfuggono spesso, con o senza famiglia, per vivere come i lavoratori senza sede fissa, e abbandonano il loro paese».
Va notato come questa tendenza dei contadini spinti dalla disperazione a rompere il tradizionale orizzonte e a liberarsi dalla eterna aspirazione al possesso del lembo di terra sia, in effetti, il vero lievito rivoluzionario che mina le basi della vecchia società: per i marxisti tutto il vario e petulante movimento per riportare il contadino alla terra e fissarvelo con nuove lottizzazioni, con requisizioni delle terre dei nobili, quando riportato alla scala generale e non considerato come un fattore contingente di crisi e sommovimento alle svolte rivoluzionarie, vale alla fine come un coefficiente di controrivoluzione e conservazione. A tale stregua vanno giudicati i tentativi di legare lavoratori al suolo agrario nei vari paesi contemporanei con le riforme fondiarie che non tendono a fondare una tecnica agraria moderna ma al pullulare di miriadi di piccolissime aziende. In sostanza sono ispirati alla stessa direttiva i russi colcos, che a lato di una attività di produzione in comune conservano come fondamentale risorsa di vita la attribuzione di piccoli lotti individuali a ciascuna famiglia associata, il che non è alla fine che un nuovo sistema di prelievo di tributo sociale dal lavoro nelle campagne: se in misura aumentata o con migliorato rapporto tra i vari fattori, non ancora è il luogo di discutere.
Passato e futuro della coltura collettiva
Siamo alla fine dell’analisi di questo aspetto comunistico della società russa, assunto da quelli che ne volevano fare uno scalino al socialismo generale. Si è trattato prima di stabilire quanto erano scaduti i caratteri collettivistici della forma esaminata. Ora si vedrà che possibilità hanno di nuovi sviluppi, e a quali condizioni storiche.
«Come si vede, la proprietà collettiva ha passato in Russia, il suo apogeo, e secondo le apparenze va verso la sua dissoluzione. Pertanto è innegabile la esistente possibilità di trasferire questa forma di società in una superiore, dato il caso che essa si conservi fino a che le circostanze siano mature, e, nel caso che essa si dimostri capace di sviluppo in modo che i contadini non coltivino più la terra divisi, ma in comune, trasferirla in questa forma superiore, senza che i contadini russi abbiano ad attraversare il grado intermedio della proprietà borghese».
È marxisticamente proprietà borghese non solo ogni proprietà privata, ma quella in cui il ciclo lavoro-consumo non è più locale, e tutti i prodotti anche del suolo hanno forma di merci. Chiudere il ciclo lavoro-consumo nell’ambito personale-familiare non significa superare la forma borghese, ma restarvi indietro; restano infatti lettera morta le conquiste della divisione tecnica del lavoro e della collaborazione nei diversi momenti produttivi. Può andare oltre la forma borghese un ciclo, in una prima forma anche territorialmente ridotto, di lavoro-consumo in cui produrre e consumare siano atti compiuti in comune, anche se le mansioni tecniche siano diverse. Comunque il passo dalla piccola alla grande azienda è sempre passo in avanti, anche se il ciclo diretto lavoro-consumo diviene lavoro-moneta-consumo. Il vecchio Engels chiedeva comunisti e non colcosiani!
Tecnicamente, socialmente, politicamente, quale sarà la figura del colcosiano? Prevarrà in lui il carattere del lavoratore partecipante con mille altri ad una delle tante gamme della produzione organizzata con tutte le risorse tecniche, o quello del «tutto fare» che si dimena nei limiti angusti del campicello assegnatogli, e vi fa con pari impegno e limitatezza tutti i mestieri, spinto ad immolare le ore del riposo, e dello sguardo oltre quel misero orizzonte, dall’incentivo di un boccone di più sul suo desco?Sarà per questo tipo sociale un vantaggio non essere divenuto un chiaro salariato agricolo di una vasta azienda agrario-industriale, gestita da un capitalismo privato o da un capitalismo statale?Arriverà egli mai ad essere rivoluzionario e comunista? Alla data di oggi possiamo rispondere di no.
Alla data di ottanta anni addietro Engels riproponeva la condizione, non realizzata, del balzo alla testa della storia dei proletari europei.
«questo può soltanto accadere se nell’Europa occidentale, ancora prima della complete rovina di quella proprietà collettiva, venga a compiersi una rivoluzione proletaria ed offra al contadino russo le condizioni di quella trasformazione, specie quelle materiali di cui esso abbisogna per riuscire alla necessaria rivoluzione di tutto il suo sistema agricolo».
«È dunque una pura millanteria quando il signor Tschakoff dice che i contadini russi quantunque «proprietari» sono più vicini al socialismo degli operai nullatenenti dell’Europa occidentale. tutto al contrario. Se forse la proprietà collettiva può salvarsi ed avere l’occasione di trasformarsi in una nuova forma realmente vitale, ciò può soltanto avvenire per mezzo di una rivoluzione proletaria».
Tale non fu il succedersi degli eventi. «È dunque una pura millanteria» quando, dal cuore dell’occidente, il signor Palmiroff per convincere i proletari a divenire il primo scudo della Costituzione repubblicana – e proprietaria – racconta loro che il socialismo ha trionfato in tanta parte del mondo, che ciò è avvenuto senza che essi gli camminassero avanti ad aprirgli la via, e che perfino debbono oggi astenersi dal metterglisi in coda, perché ciò turberebbe la pace, la sicurezza e la convivenza degli imbonitori di occidente e di oriente.
Parte I – Rivoluzione europea ed area « Grande Slava »
Il bilancio 1875 di Engels
Al termine dello studio del 1875, che esprime – talvolta frase a frase – lo stesso giudizio storico di Marx, allora vivente e che conobbe certamente lo scritto prima della pubblicazione, noi troviamo la sintesi della valutazione del socialismo internazionale ed europeo sullo sviluppo della Russia.
A quella data, come sappiamo, in tutta l’Europa occidentale e centrale la rivendicazione storica della rivoluzione antifeudale è raggiunta, e la borghesia capitalista è al potere: non dovunque vi è giunta per la classica via della interna guerra civile, come in Inghilterra e in Francia, ma le guerre del ’59, ’66, e ’70 hanno compiuto la sistemazione.
La sola grande potenza rimasta al di là è la Russia: essa, se ha cessato di avere la funzione di baluardo reazionario del feudalismo in Europa, ha parimenti, come largamente abbiamo mostrato, per Marx ed Engels, la squisita funzione controrivoluzionaria storica di intervenire ogni qualvolta il proletariato di nazioni europee abbia a levarsi per abbattere la borghesia, sola classe dominante ormai in tutto l’Occidente.
La caduta di questa potenza interessa dunque ai fini internazionali in sommo grado: se il dispotismo zarista e il potere della nobiltà sono abbattuti in Russia, e anche in questa la borghesia organizza uno stato liberale, la vittoria della lotta finale socialista sarà avvicinata.
Fin qui la parte negativa del bilancio. La parte positiva consiste nella analisi delle forze sociali inteme di quel paese immenso.
Schematicamente, si è trovato questo. Nobiltà terriera, che tuttavia controlla solo una parte del suolo e della produzione agraria. Stato dispotico centrale, centralizzato, con cui in sostanza, oltre all’esercito, il clero è tutt’uno, e che socialmente ha il controllo diretto dell’altra metà del suolo e dei servi. Borghesia che timidamente appare nelle città come forza sociale, e soprattutto consiste nella influenza indotta dalle borghesie estere progredite (e si suol dire anche da noi, per speditezza di discorso, dalle «idee» occidentali). Proletariato in pratica assente, essendo l’industria all’inizio (e non perché quel poco si vada organizzando dallo Stato), e ancora non sensibile l’influenza su di esso del movimento operaio occidentale. Infine il fattore, in un certo senso, originale: i contadini servi e appena emancipati, e la forma della comunità agraria di villaggio, finora tributaria dei boiardi, dei conventi e dello Stato, che non si è ancora risolta in proprietà e gestione parcellare e nemmeno in aziende grandi di proprietà privata nel senso borghese.
Dinanzi al quesito se una tale forma possa costituire un punto di partenza per una economia socialista nelle campagne, la conclusione è che tale forma di comunismo primitivo è già in via di scadimento. La dottrina che da essa possa partire un tipo di rivoluzione sociale che prescinda dal proletariato industriale e dal salariato rurale, e quindi da uno svolgimento capitalista, che sarebbe così saltato, ha questa risposta: NO, se i contadini russi devono fare questa rivoluzione da soli. FORSE, se si verifica la rivoluzione PROLETARIA nell’Occidente capitalistico, contemporanea o immediatamente successiva all’abbattimento dello zarismo. Questa è la sola ipotesi per la quale possa evitarsi che allo zarismo succeda in Russia un potere borghese capitalistico.
In Russia non meno che altrove una rivoluzione originale contadina non è una possibilità storica. I contadini possono essere classe ausiliaria della rivoluzione borghese, come in Europa sono stati, e come è stato in Europa anche il proletariato primo. Che possa sopravvivere la comunità rurale non può essere risultato di una lotta nazionale degli agricoltori comunisti contro il potere statale che li tiene soggiogati, ma effetto soltanto di una vittoria del proletariato salariato in campo internazionale.
Tuttavia, anche se resterà una rivoluzione borghese, la rivoluzione russa sarà un grandioso passo in avanti: essa ben venga. Tale la conclusione.
Emesso il verdetto
Dopo una descrizione della crisi interna della società e dell’amministrazione russa, così viene formulata la condanna a morte della Santa Russia zarista, come può essere dal marxismo affermata in anticipo di ben quarant’anni, e sullo sfondo che abbiamo testé riepilogato nei grandi tratti.
«Qui sono unite tutte le condizioni di una rivoluzione, la quale dalle alte classi della Capitale, forse dal governo stesso, si avii oltre, attraverso i contadini, e rapidamente si spinga al di là della prima fase costituzionale: una rivoluzione la quale sarà della più alta importanza per tutta l’Europa, perché essa annichilirebbe di un colpo la riserva, tutto intatta, della reazione di tutta Europa. Soltanto due avvenimenti potrebbero ritardarla: una guerra vittoriosa contro la Turchia e l’Austria, al qual fine necessitano denari e sicure allenanze, oppure un prematuro tentativo di insurrezione, il quale gitterebbe di nuovo le classi possidenti nelle braccia del governo».
Non possiamo credere, lettore, che Engels sonnecchiasse (quandoque bonus dormitat Homerus) proprio nello stendere il passo finale di un così impegnativo studio, e nel saggiare le previsioni degli eventi futuri. Il commento deve quindi superare qualche stupore dinanzi alla rivoluzione fatta da classi alte e dal governo stesso, mentre poi l’amplesso tra le prime e il secondo sarebbe la sanzione della controrivoluzione.
Questo controllo delle profezie è un compito di prima importanza per stabilire che noi «ortomarxisti», a dispetto di tutte le diarree di traditori, siamo ben decisi a non andarci a riporre.
Un articolo di commento a un recente libro di Santonastaso: «Il socialismo francese da Saint-Simon a Proudhon» vuole criticare la netta contrapposizione tra socialismo utopistico e socialismo scientifico, assumendo che secondo i marxisti ogni socialismo utopistico sia non marxista e ogni posizione marxista sia esente da utopismo. Viene citato Engels appunto, ma al solito la questione è mal posta, colla solita pretesa che Marx abbia sempre aborrito dal disegnare schemi del futuro (contagiata da untore ad untore fino a Stalin). Il marxismo è, in sostanza, proprio una previsione del futuro. L’utopismo nel giusto senso non è una previsione del futuro ma una proposta di plasmare il futuro. Il marxismo fa tutto il lavoro di previsione mediante la spiegazione dei fatti del passato e del presente e la ricerca di leggi storico-sociali, e attribuisce la possibilità di raggiungere la giusta spiegazione degli eventi dati, e la previsione di quelli che verranno, ad una classe e al suo partito. L’utopismo è dettato solo – o almeno dice di esserlo – da generosa volontà e da intelligente razionalismo di un riformatore, ma sempre (ad esempio sono moltissimi i passi di Marx ed Engels in lode a Saint Simon) risente del contemporaneo scontrarsi di interessi e di classi e anticipa in misura più o meno grande le conclusioni «scientifiche».
Per il sistema utopistico il mancato avvento della società migliore non è una prova cruciale: sarà la prova che gli uomini sono cattivi, sordi o … scalognati. Per il marxismo sono invece proprio le sue previsioni la prova del fuoco, e altro senso non ha la parola (d’accordo che per la battaglia di propaganda di un partito, che in ogni rigo vive per Marx ed Engels, occorre tagliare netto con formulazioni recise) scientifico. Se abbiamo sempre mal preveduto, andiamo pure a spasso e lasciamo campo libero ai gran politiconi del vento che tira.
Prendiamo il passo di Engels dalla coda. Guerra con la Turchia. Si verificò due anni dopo (quello di Plewna e del tifo di Carlo Marx denunziato dalla moglie); andò poco che vi intervenisse l’Austria, e la Russia ne uscì male, o almeno non vittoriosa. Forte ancora tanto da far pesare la sua volontà nel congresso di Berlino: il che spiega che lo zarismo «durasse». «Denari e sicure allenze» lo Stato russo ne ebbe: i primi largamente dalle banche del capitalismo internazionale, le seconde soprattutto dalla democratica Francia. Vi fu finalmente solo nel 1914 la guerra con l’Austria (e la Germania), sia pure, per i nostri testi, in ritardo a quella stazione della storia. Ma le alleanze, che furono bastevoli a far cedere alla fine gli austrotedeschi nel 1918, non evitarono la catastrofe militare nel 1917 e la rivoluzione, che già la precedente disfatta col Giappone aveva avvicinata, nel 1905.
La finale allusione al tentativo prematuro di insurrezione mira ai metodi insufficienti del terrorismo individuale e di piccola setta, che in altro passo Engels ammira nel coraggio, ma critica come sterili: solo quindi quando a queste forme di azione rivoluzionaria ne succederanno ben altre, lo zarismo soccomberà.
La previsione del compito antizarista delle classi alte, è prudente in quanto limitata alla sola Pietroburgo: infatti non ancora si ravvisa una borghesia della industria, del commercio, della finanza, nelle varie città, di peso notevole, e queste classi si delineano in minoranze dei ceti intellettuali e professionisti, più che altro. Di qui la significativa frase «dal governo stesso». In Russia come lo Stato predomina sulla nobiltà in una funzione parallela, cosi è da attendere che la funzione storica della classe borghese sarà, ove questa come aggregato di persone difetti, assunta da uno Stato-capitalista. Così è andata.
Partita di lì, da una capitale che non può ormai non organizzarsi come tutte le capitali borghesi, da un centro di potere che da feudale deve divenire capitalistico, questa futura rivoluzione borghese passerà «attraverso i contadini».
I contadini non sono una classe da cui la rivoluzione possa partire. Possono solo essere attraversati dalla rivoluzione di un’altra classe, e in genere dalla rivoluzione borghese. Si ferma con questo termine che adottiamo, nel suo senso passivo, il teorema marxista: mai il contadiname classe rivoluzionaria; che firma una rivoluzione storica.
Questa rivoluzione dovrà rapidamente superare la prima fase costituzionale. Non si legga che debba divenire proletaria e socialista. Deve divenire repubblicana, e tagliare a sua volta la testa del monarca, con che il livello storico borghese non è superato ancora. Solo allora essa «sarà della più alta importanza per l’Europa, annichilendo la riserva della reazione».
Tale punto era notevole davanti alla posizione dei russi liberali, che si appagavano di un parlamento e di uno statuto giurato dai Romanoff, ed alle dubbie posizioni già ricordate del bakuninismo col suo «zar dei contadini».
Le condizioni e i caratteri della rivoluzione russa, quali sono nel fatto realizzate, corrispondono al «modello». È seguita dalle guerre e dalle disfatte militari. Non ha avuto a protagonista una borghesia dai drastici profili, ma si è iniziata in seno ad un manovrante (ed affittato alla borghesia di occidente) governo a velleità costituzionali, presto disperse. È facilmente passata attraverso i contadini. Dallo statalismo agrario, non al socialismo, ma allo statalismo industriale.
Indubbiamente ha avuto poi altro formidabile attore: il proletariato, che dal 1875 al 1917 si era sviluppato in ragione del crescere dell’industria. Ma perché questo fosse il definitivo protagonista è mancata l’altra condizione: la vittoria proletaria in Occidente.
Vent’anni dopo
Engels è, nel 1894, alla fine della sua vita, quando aggiunge allo scritto la già richiamata appendice; nulla egli deve in sostanza mutare delle precedenti conclusioni, ma solo darci atto della mutata posizione di avanzamento di due forze su cui il quesito si era concentrato: la comunità contadina nelle campagne, l’industria capitalista nelle città.
Il nuovo bilancio si riassume facilmente: la prima ha perduto ulteriormente vitalità; la seconda ne ha poderosamente acquistata.
Tuttavia anche nel 1894, pure essendo al corrente della importante diffusione del marxismo teorico in Russia, e del sempre maggior legame tra socialismo europeo e rivoluzionari russi, Engels ancora non porta in avanscena la classe operaia.
Circa la comunità rurale russa Engels accentua le conclusioni pessimiste. Uno dei primi esaltatori di questa «originale» forma nazionale russa fu lo Herzen democraticone russo in parallelo ai vari Blanc, Mazzini, Garibaldi e altri radicali europei, cui si riporta il citatissimo Tschakoff. Engels lo chiama «retore panslavista gonfiato a rivoluzionario», Marx nella prima edizione del Capitale lo definiva «cultore delle belle lettere mezzo russo e tutto moscovita, dedito al ringiovanimento dell’Europa a mezzo del knut e della trasfusione di sangue calmucco».
Ma l’uno e l’altro tennero in ben diversa considerazione lo scrittore Cernicevski che aveva con serietà studiato la differenza tra la tradizione slava e quella superindividualista di occidente (e forse ancora nel 1920 i bolscevichi russi non tennero conto di questo maggiore nemico, con cui non avevano nella loro epica lotta avuto a che fare abbastanza). Mentre infatti Marx respingeva l’accusa di pensare, coi liberali borghesi russi, che non vi fosse nulla di più urgente che «dissolvere la proprietà comunistica e precipitarsi nel capitalismo»; Engels dà la maggiore importanza alle considerazioni di questo autore. Questi parla dei cosacchi degli Urali presso cui dominava ancora la coltivazione in comune del suolo con la successiva ripartizione del prodotto fra le singole famiglie, e dice: «Se questi Uraliani persistono colle loro presenti istituzioni fino al tempo in cui le macchine saranno ben introdotte nella coltivazione del frumento, allora saranno ben lieti di aver conservato un ordinamento della proprietà che permette loro l’applicazione anche di macchine che suppongono una unità colturale di colossali proprozioni, di centinaia di ettari». Un marxista non può non trovare qui la tesi economica della grande gestione, rispetto a cui è retrograda quella parcellare.
E nel campo storico non è meno marxista la critica della esaltazione della «persona», in quel pensatore: «L’introduzione di un migliore ordine sociale è resa difficile nell’Europa occidentale dalla infinita estensione dei diritti delle singole personalità … ivi l’individuo è già avvezzo al carattere illimitato dei diritti privati … cui non si rinunzia tanto facilmente … un migliore ordinamento dei rapporti economici congiunto con sacrifici individuali è difficile ad ottenersi … Ciò che pare là un’utopia … sussiste presso i russi nel potente costume popolare della nostra vita agricola».
Quindi né Marx né Engels disprezzano questo voto di poter saldare comunismo primitivo e socialismo generale «procedendo senza i dolori dell’inferno capitalistico». Si tratta di vedere come si vanno connettendo le effettive fasi storiche.
Ora, nei venti anni trascorsi altri passi irreversibili sono stati fatti verso la risoluzione delle terre del mir in possessi singoli. «Mai dal comunismo agrario della società delle gentes si è sviluppato altro, che non fosse il suo dissolvimento», ha insegnato la storia. Presto questo comunismo cede il posto alla «economia a singole famiglie» – negazione del nostro modello. Ed allora: «la proprietà comune consiste solo nelle ripetute ripartizioni del suolo da lavorare alle famiglie. Basta che tali ripartizioni siano tenute in sospeso o siano abrogate e si ha già il villaggio dei proprietari parcellari». Ciò che a noi fa orrore, e invece manda il comunismo staliniano in sollucchero.
Ma anche il fatto che in Occidente si è sviluppata in pieno la produzione capitalistica, e si pongono le condizioni dell’impiego dei mezzi di produzione come proprietà sociale – «questo semplice fatto, non può dare alla comunità russa la forza di sviluppare da se stessa questa nuova forma sociale».
«Tutte le forme di società gentilizia sorte prima della produzione delle merci e dello scambio individuale, hanno questo di comune colla società futura socialista: che certe cose, mezzi di produzione, sono possedute ed usufruite in comune da certi gruppi. Ma questa comune proprietà non abilita la forma sociale inferiore a svolgere da sé la futura società socialista, questo particolarissimo ed ultimo prodotto del capitalismo».
Dunque niente sviluppo «autoctono» del comunismo di villaggio russo in socialismo.
Invece possibile acceleramento del processo sempre con la ribadita condizione enunciata nella prefazione al Manifesto, della vittoria proletaria nei paesi compiutamente industriali.
Questo era stato detto nel 1872 da Marx ed Engels. Ma dopo?
Scadimento ulteriore del villaggio
La qui ricordata forte dissoluzione della proprietà collettiva russa ha fatto di poi notevoli progressi. Le sconfitte nella guerra di Crimea avevano già resa evidente la necessità di uno sviluppo industriale per la Russia. Innanzi tutto si abbisognava di ferrovie; e queste non sono possibili senza grande industria locale su vasta scala. Condizione per questa fu la cosiddetta emancipazione dei contadini, e con essa incominciò per la Russia la èra capitalistica. Ma con ciò pure l’èera del rapido seppellimento della proprietà collettiva del suolo. Il prezzo del riscatto imposto ai contadini, accanto alle tasse aumentate, e contemporaneamente alla diminuzione e al peggioramento del terreno loro diviso, li gettò immancabilmente nelle mani degli strozzini, nella maggior parte membri della comunità contadina divenuti ricchi. Le ferrovie aprirono a molti luoghi finora discosti un centro di smercio per il loro grano, ma vi portarono pure i prodotti a buon prezzo delle grandi industrie, e con questi soppiantarono l’industria casalinga dei contadini, i quali sino allora avevano provvedutoai prodotti simili in parte per i bisogni personali e in parte per la vendita.
«Si disordinarono le vecchie fonti di guadagno, si presentò la rovina, che ovunque accompagna il passaggio dall’economia naturale all’economia del denaro. Nel comune sorsero le grandi differenze di beni tra i membri – i poveri divennero i debitori schiavi dei ricchi. In poche parole il medesimo processo, che prima di Solone aveva dissolta la gens ateniese per mezzo della introduzione della economia e del denaro, incominciò qui a dissolvere la comunità russa.
Solone potè invero, con un attacco rivoluzionario a questo giovane diritto di proprietà privata, liberare i debitori condotti in schiavitù, giacchè con le sue leggi istituzionali annullò semplicemente quei debiti. Ma con ciò l’antica gens ateniese non poteva certo risuscitare; tanto meno qualunque forza al mondo potrà risuscitare la comunità russa. Per giunta il governo russo ha probitio di rinnovare la divisione del terreno tra i membri della comunità più spesso che di dodici in dodici anni, per cui il contadino deve di più in più disabituarsi a questa ridistribuzione, e deve cominciare a considerarsi il vero proprietario privato della sua parte».
Col passare dunque degli anni appare sempre più irresistibile lo sciogliersi delle terre comunali in piccoli lotti privati, e la questione del sussistere della comunità diviene sempre meno importante.
Nel pieno della discussione dei russi su tale argomento, giunse la lettera di Marx del 1877, che girò in Russia nell’originale francese e, finalmente stampata a Ginevra nel 1866 da un giomale di emigrati, solo più tardi fu pubblicata in Russia.
La lettera di Marx
Come già detto, questa confuta la insinuazione che il suo punto di vista coincida con quello dei liberali che vogliono liquidare la comunità, e mostra la massima considerazione per il Cernicevski di cui così riproduce la posizione: «Se la Russia, come pretendono gli economisti liberali, debba incominciare colla distruzione della proprietà comunistica e quindi passare al regime capitalistico, o se al contrario, senza attraversare i tormenti (che per i liberali sono delizie) di questo sistema, possa appropriarsi tutti i frutti dello stesso, in modo che i suoi presupposti storici si sviluppino ulteriormente».
Marx dà la propria risposta: «In breve, poiché io non vorrei lasciare qualcosa da indovinare, voglio parlare senza riserve. Per giudicare lo sviluppo economico della Russia con completa conoscenza di causa, ho imparato il russo, e quello sviluppo ho studiato nelle pubblicazioni ufficiali e nelle altre per lunghi anni. I lrisultato a cui sono venuto è questo: Se la Russia continua a seguire la via, che ha presa dopo il 1861, perderà la più bella occasione che la storia abbia mai offerta ad un popolo, di saltare oltre a tutte le alternative fatali del sistema capitalistico».
Come Engels riferisce, Marx prosegue confutando il suo critico e la falsa utilizzazione delle proprie teorie per suffragare tesi che in Russia premevano ai borghesi. E arriva a un passo ancora più decisivo.
«Ora il mio critico quale applicazione potrebbe fare alla Russia del mio schizzo storico sulla accumulazione primitiva del capitale? semplicemente questa: La Russia aspira a divenire una nazione capitalistica secondo il modello dell’Europa occidentale – e negli ultimi anni ha spesa molta fatica in questa direzione – ma non vi arriverà senza aver prima tramutata una buona parte dei suoi contadini in proletari; e quindi, una volta gettata nel vortice dell’economia capitalistica dovrà sopportare le inesorabili leggi di questo sistema, appunto come avviene agli altri popoli. Questo è tutto».
In conclusione nell’ultima parola che abbiamo di lui, Carlo Marx, dopo non aver escluso in principio quella formidabile eventualità storica, che abbiamo ormai ripetutamente indicata come salto del capitalismo, e che oggi si vorrebbe da tanti lati far credere avvenuta nello scorcio di brevi mesi del 1917, si mostra solidamente sicuro che la Russia percorrerà il grande travaglio del capitalismo, e ne berrà anche essa come noi di occidente il calice fino alla feccia.
Oggi noi riteniamo che non abbia ancor finito di trangugiarlo.
Capitalismo avanzante
Engels si ripropone la questione 17 anni dopo, egli dice, quella lettera, e passa in rassegna il sorgere del capitalismo in quel paese.
«Allorchè, dopo la disfatta di Crimea e il suicidio dell’imperatore Nicola, l’antico dispotismo zarista continuò invariato, soltanto una via era aperta: il passaggio più rapido possibile all’industria capitalistica … ciò significava ferrovie … le ferrovie significano oltre che industria capitalistica, rivoluzionamento dell’agricoltura primitiva. Da una parte la produzione agricola, anche dei punti più lontani, va ad unirsi direttamente al mercato mondiale, e d’altra parte non è possibile costruire ferrovie senza una industria (pesante) locale che provveda rotaie, carri, locomotive, ecc. Ma non si può introdurre un ramo della grande industria senza accettarne tutto il sistema; l’industria tessile, sul piede relativamente moderno, che anche prima nelle contrade di Mosca e di Vladimir, come anche nelle coste dell’ovest, aveva preso radice, ha avuto nuovo sviluppo. Alle ferrovie e alle fabbriche si aggiunse lo sviluppo delle già esistenti banche e la fondazione di nuove; l’emanicpazione dei servi produsse la libertà di domicilio, in attesa della conseguente avulsione di gran parte dei contadini anche dalla proprietà fondiaria. Con ciò, in breve, furono poste in Russia tutte le condizioni della produzione capitalista. Ma fu dato pure il colpo d’ascia alla radice della comunità agricola».
Qui Engels descrive in pochi periodi un processo di «accumulazione capitalistica per investimenti di Stato» che tuttavia forma una giovane borghesia ed è la incubatrice migliore per questa. Che significano le parole: «Or venne il tempo della rivoluzione dall’alto, che procedeva dalla Germania, e con ciò l’epoca del rapido crescere del socialismo in tutti i paesi europei»?
Si tratta ancora una volta della rivoluzione borghese e capitalistica, della uscita dall’economia feudale e di isole agrarie chiuse di produzione-consumo, con apertura dei mercati nazionali e internazionali. Ma non è la borghesia che fa questa rivoluzione dal basso, dall’esterno del potere, e non nella sola Russia essa è stata troppo vile, cercando di appioppare il suo carico a chicchessia: al governo feudale, al contadiname, al proletariato perfino, facendo come il cuculo covare le sue uova in nidi altrui. Quanto hanno mostrato Inghilterra e Francia non si ripeterà: in Germania Bismarck e gli Hohenzollern non cadono, ma sono costretti essi a industrializzarla (cominciando dal ferroviarla) e a proletarizzarla.
Quella borghesia che altrove è nata nel rischio di intrapresa, spesso spinto fino all’eroismo, come nell’eroismo nacque il barone terriero dal cavaliere della Tavola Rotonda, per poi divenire conservatrice, parassitaria, monopolista e protezionista; in Russia invece nasce con questo clima: lo Stato si indebita all’estero e all’interno. «La prima vittoria della borghesia consistette nelle concessioni ferroviarie, che diedero tutto il guadango agli azionisti, ma tutte le future perdite allo Stato (in ogni paese di economia povera le ferrovie sono passive e sorgono solo sovvenzionate; non da investimento progressivo del profitto della impresa, che non esiste). Quindi vennero le sovvenzioni e i premi per le intraprese industriali, i dazi protettivi a piacere dell’industria locale, i quali resero impossibile l’importazione di svariati articoli». Come altra volta avemmo a dire, non solo protezionismo, ma investimento di Stato, «IRI» avanti lettera.
«Quindi la pretesa che la Russia debba divenire un paese industriale indipendente dall’estero, che basti a se stesso, quindi gli sforzi spasmodici del governo russo per portare in pochi anni lo sviluppo capitalistico al punto culminante». E nessuno ignora la favorevole condizione delle materie prime disponibili illimitatamente.
«E così procede la trasformazione del paese in industriale-capitalistico, la proletarizzazione di una gran parte dei contadini, e la rovina dell’antica comunità comunistica in un tempo sempre più rapido».
Ultimo bilancio
La finale conclusione di Engels è dunque più radicalmente che nel 1875 pessimistica riguardo all’avvenire del microcomunismo rurale. Ma con ciò non viene proclamata senza rimpianto e senza speranza la sua rovina. Si vuole ancora non soggiacere all’equivoco che la tesi storica sia scambiata per una lieta diana allo sbocciare nella Russia dormiente di un moderno «civile» capitalismo, in una apologia di questa forma occidentale, che è invece compito fondamentale del marxismo rivoluzionario svergognare prima, abbattere poi.
Ma due sono le condizioni necessarie di un sopravvivere di quelle tradizioni del microcosmo agrario slavo, che hanno la grave deficienza di stringere la società umana nei limiti angusti del villaggio, ma hanno tuttora il vantaggio di allargare il gretto avvilente individualismo borghese mercantile dalla persona singola ad una comunità fraterna, sia pure limitata nel numero.
La prima condizione è che una rivoluzione sociale e politica travolga la dispotica monarchia dello zar e la nobiltà terriera slava.
La seconda è che una rivoluzione anche sociale e politica di oltre frontiera travolga gli Stati capitalistici di Europa e il potere della grande borghesia.
Su questi cardini e in sede di appello dopo un ventennio, si ha la nuova sentenza, cui cui il l’Appendice si chiude, e che è l’ultima parola sulla Russia e la sua prospettiva storica dei maestri del marxismo.
«Se di queste comunità si può ancora salvare tanto che, in un dato caso, come Marx ed io speravamo ancora nel 1882, in accordo con una rivoluzione nell’Europa occidentale, possa divenire il punto di partenza di una società comunistica, io non mi assumo di rispondere. Questo però è sicuro: se deve rimanere un resto di questa comunità, ne è la prima condizione la caduta del dispotismo zarista, la rivoluzione in Russia. Questa strapperà non soltanto la grande massa della nazione, i contadini, dall’isolamento dei loro villaggi che formano tutto il loro mir, il loro mondo, e li condurrà sulla grande scena della vita, ove essi mireranno questo mondo, e quindi anche se stessi, le loro proprie condizioni, i mezzi per salvarsi dalla miseria presente. Ma questa rivoluzione darà pure al movimento operaio di occidente nuovo impulso e nuove condizioni di lotta, e con ciò affretterà la vittoria del moderno proletariato industriale – senza di che la Russia non potrà pervenire ad una trasformazione socialista, che la conduca sia oltre la comunità, che oltre il capitalismo».
Il classico marxismo europeo e la Russia
Abbiamo per tal modo fin qui condotta, sulla base di documentazione diffusa dai testi, una sicura presentazione del problema della Russia nel marxismo classico, dal Manifesto fino alla morte di Engels.
In tutta questa questione viene in evidenza ad ogni passo lo stretto legame tra le lotte di classe nell’occidente e centro di Europa, e la funzione della potenza russa, in primo tempo, e anche le lotte interne russe, in secondo tempo.
Nel successivo corso abbiamo visto il marxismo seguire l’Europa, e tutte le sue nazioni, nel loro storico viaggio dal feudalesimo medievale al capitalismo moderno, e poi alla costituzione del proletariato in classe e alle sue lotte per il potere politico, fin qui non coronate da stabile successo, e la cui storia è segnata da gravi insuccessi, ripiegamenti, e delusioni.
Nella fase delle grandi rivoluzioni borghesi, nazionali e liberali, il marxismo proletario segue e attende con impazienza il loro affermarsi stabile in tutto il campo europeo: un massimo e principale ostacolo si erge su questo cammino; esso è la Russia degli zar, che invia e minaccia di inviare forze armate in enormi masse dovunque il fuoco della rivoluzione si attacca, e, come piega in Napoleone la gigantesca ondata rivoluzionaria a cavallo dell’ottocento e del settecento, così riesce a spegnere a mezzo secolo l’incendio che nel ’48 balza dall’una all’altra delle capitali d’Europa.
Tuttavia economicamente, socialmente, politicamente, per la via delle guerre civili, sociali o nazionali, la complessa sistemazione dell’Europa borghese è verso il 1870 un fatto compiuto, e in questo campo il grandeggiante movimento della classe operaia si accinge a condurre la sua autonoma lotta. Deve tuttavia volgersi attentamente verso lo Oriente. Lo Stato massiccio degli zar non è stato attaccato dal fuoco della grande rivoluzione che ha mutato volto all’Europa; bisognerà in caso di lotta fare i conti con esso e, intanto rendersi conto delle profonde cause storiche del suo immobilismo.
Due tesi abbiamo visto stabilirsi. La forza russa è la principale riserva per la difesa in Europa dei regimi feudali superstiti, e l’asse delle Sante Alleanze. Al tempo stesso la forza russa è la prima pronta all’intervento quando nei paesi ormai governati dai capitalisti si muova la classe lavoratrice per le sue conquiste.
Come sarà questo ostacolo rimosso dal cammino della nuova rivoluzione europea, ormai slacciata dai suoi agganci colle lotte democratiche e nazionali?
Una lunga lotta teorica sorge innanzi alla proposizione che quivi le leggi del materialismo storico e delle lotte di classe, che ben si sono potute attagliare alla storia di occidente, siano in difetto, e che si debba teorizzare altro meccanismo dello sviluppo di successive forme sociali.
Abbiamo ricapitolato gli argomenti del marxismo contro questa strana assunzione, sviluppando il confronto tra i vari campi storici dell’evoluzione sociale quali li abbiamo stabiliti rispetto alla storia degli ultimi secoli e, anzi li abbiamo riportati attraverso tutta la loro storia alle originarie condizioni geografiche e al loro effetto sull’insediamento dei popoli stabili e sulle loro istituzioni e forme di vita. Ed abbiamo quindi procurato di provare che il determinismo di Marx è strumento bene adatto a dare ragione della storia russa e del suo grave «ritardo di fase» rispetto all’Europa.
Stabilito dunque che le cose sociali russe si trattano collo stesso metodo di quelle di Occidente, abbiamo posto in relazione, sempre sulla scorta dei testi della nostra scuola, le sue particolarità storiche con quelle del paese e della sua natura fisica, svolgendo un sommario confronto tra tre tipi di organizzazione in Europa: romano classico, germanico, e grande slavo, trattando anche del quarto tipo asiatico.
Non sono così state negate, ma sono state esaminate largamente, le peculiarità del succedersi russo dei modi di produzione.
Il dramma grande slavo
Queste caratteristiche principali sono la poca fertilità della terra, la difficoltà delle comunicazioni, la poca densità di popolazione, il più difficile fissarsi di essa in sede stabile; viceversa la formazione, più precoce che per i popoli germanici, di un grande potere centrale, con analogie ai dispotismi storici asiatici, che tutela e mette a tributo le comunità di lavoratori della terra.
Fino all’ottocento questo centralismo statale terriero sta a fianco della nobiltà feudale, meno autonoma e centrifuga che nella forma germanica, e delle comunità di villaggio, parte serve dello Stato, parte dei nobili.
Diverso quindi il processo di fusione, in un complesso di scambi, delle isole locali, rispetto ai paesi europei, il formarsi dei mercati, delle manifatture artigiane e industriali, e ritardato l’avvento della produzione capitalista.
La tesi che in questo paese non si ponga il problema di due rivoluzioni – che possono sovrapporsi – della borghesia contro il feudalesimo e del proletariato contro il capitalismo; ma di una originale rivoluzione unica condotta dai contadini delle comunità contro lo Stato dispotico e la aristocrazia boiarda, con una diversissima via per condurre al socialismo della terra e dei mezzi di produzione, viene dal marxismo classico denegata.
Si attendono quindi in Russia le due rivoluzioni: imminente è quella antifeudale e antizarista. Succederà ad essa stabilmente una fase capitalista borghese, o si porrà subito il passaggio ad una lotta proletaria?
Fino al 1894 la risposta è questa: non si può attendere questa sovrapposizione delle due rivoluzioni facendo assegnamento su forze interne; il proletariato è ancora embrionale, per quanto la industria progredisca a grandi passi, soprattutto ad opera dello stesso Stato dispotico-feudale; e questo compito non può essere assunto dai contadini delle comunit; tanto meno dai contadini parcellari che vanno sostituendo la prima forma tradizionale.
In tal caso la prospettiva è una rivoluzione russa soltanto borghese, che dovrà uscire da una guerra: e si prevede la guerra con la Turchia, non si prevede quella col Giappone, ma soprattutto si fa leva sulla futura grande guerra degli slavi e latini contro i tedeschi, che nel 1914 scoppiò, e determinò il crollo dello zarismo. Anche fermandosi qui, un grande ostacolo controrivoluzionario sarà stato tolto dal cammino del proletariato dei paesi avanzati.
Un’altra prospettiva è per Marx ed Engels fin da allora ammessa, in alternativa all’assidersi di una Russia borghese tra gli Stati borghesi europei superstiti delle guerre: quella che la rivoluzione in Russia contro lo zar, pura o spuria che sia, scateni la rivoluzione socialista in Occidente.
In questo caso – in questo solo caso – la rivoluzione russa potrà divenire socialista, e potrà riassumere le ultime forme di un comunismo agrario, innestandole coi potentissimi mezzi di produzione moderni passati nelle mani del vittorioso proletariato internazionale.
Ma – allo stato dei testi nel 1894 almeno – è sicuramente escluso lo sviluppo col quale la Russia, partita da una rivoluzione antizarista, possa pervenire ad una società socialista.
Alla fine di questo studio verremo a stabilire che la storia non ha smentito tale prospettiva. In Russia si sviluppano le stesse forme produttive di occidente. L’industria prende la prevalenza sull’economia agraria, ed anche la grandissima industria. L’originale rivoluzione capitanata da comunità contadine emancipate non si è avuta. Le guerre europee sono venute e hanno portato il crollo dello zarismo. Non essendo giunta alla vittoria la rivoluzione operaia occidentale, non si è potuta avere in Russia una forma sociale comunista.
Ivi si è partiti da un feudalismo di Stato – si è giunti ad un capitalismo di Stato industriale, ad una forma in parte capitalista in parte precapitalista di economia della terra, il tutto in ambiente di scambio mercantile nazionale, e sempre più tendente ad internazionalizzarsi.
Le prospettive del partito marxista in Russia
Il problema che è stato visto dall’esterno della Russia dobbiamo ora vederlo dall’intemo, e saldarlo dal 1894 alla rivoluzione russa. Questo l’ulteriore compito di questa trattazione, che non conterrà ancora tutto l’argomento dell’economia sociale in Russia fino ad oggi.
Al 1894 è in atto lo sviluppo del capitalismo in modo deciso, e si è già preso a formare un potente proletariato. Engels non ce ne ha dato il peso storico: né l’occidente anche proletario se ne renderà conto prima del grandioso moto del 1905.
Ben vero per la innata internazionalità del procedere storico della lotta nostra, e a smentita della tesi della missione speciale del popolo slavo o di altro, anche prima del 1894 (e anche dieci anni prima), si sono definiti in Russia i contorni di un partito proletario (che allora si chiamava socialdemocratico). Era esso ben noto ad Engels, soprattutto nel grande teorico Plechanoff, presente inoltre nel 1889 alla fondazione della II Internazionale. Ma non aveva ancora dato prova di esprimere la comparsa storica di un valoroso proletariato urbano capace di indimenticabili battaglie, ed Engels, mentre come riferimmo si tiene riservato sulle differenze fra questi dichiarati marxisti e gli altri movimenti rivoluzionari nell’impero dello zar – era egli infatti non solo uno storico o un teorico, ma soprattutto il capo intemazionale del partito – nell’ultima analisi che di lui possediamo non porta ancora in conto il compito, la parte, di questa, essa sì giovanissima, classe della società russa, non tratta delle sue organizzazioni economiche, non si impegna ad escludere in modo reciso dal movimento della Internazionale i partiti a sfondo contadino, deboiissimi in dottrina, ma eroici sul fronte della rivoluzione e del terrore rivoluzionario.
Tuttavia nell’originale lavoro del nostro mondiale movimento non è l’ultima parola e il possesso dell’ultimo dato a che poteva essere importante. È invece ogni sistemazione che stabilisce le direttive della dottrina in modo che nella azione faccia da solido scudo contro i colpi dell’opportunismo e le pugnalate dei disertori.
Quando la grande rivoluzione bolscevica vinse, i più dei vecchi compagni e dei neofiti, perplessi i primi, corrivi gioiosamente i secondi, non esitarono ad inneggiare ad essa, ma convinti che i canoni del vecchio Marx e del vecchio Engels avessero ricevuto un tremendo sbrego.
Noi siamo, che parliamo da qui, i pochissimi che nella gloria del vittorioso evento che fece tremare dalle fondamenta il mondo capitalista, non vedemmo che luminosa conferma di una armonica e completa dottrina, il realizzarsi di una lunga, dura, ma certissima attesa.
Corsi altri trent’anni ed oltre di eventi difficili e meno favorevoli all’entusiasmo rivoluzionario; avendo il colosso del capitalismo mondiale resistito alla scossa del sottosuolo, e dominando esso ancora di fronte a noi dopo la seconda e più bestiale guerra di tutto il mondo; nel rivedere il corso aspro e di difficile lettura, e collegarlo, come il marxismo tiene a saper fare – e a questo rinunziare è ammissione di aver perduto su tutto il fronte – colla catena delle costruzioni di due secoli o quasi, ci sentiamo ora cento volte più certi di una conferma del fatto alla dottrina, più sicuri di non aver mai masticato fatue, frettolose, presuntuose e soprattutto vigliacche smentite a quella inflessibile linea, che, una volta trovata e scelta, non si può distorcere senza tradire.
PARTE II. PARTITO PROLETARIO DI CLASSE E ATTESA DELLA DUPLICE RIVOLUZIONE
Originale uscita dall’«ancien régime»
Nella Prima Parte di questo rapporto abbiamo ampiamente visto come la prospettiva storica della Russia venisse giudicata dal movimento marxista dell’Occidente, e quali eventualità venissero da questo definite per l’estensione alla Russia della Grande rivoluzione democratica e borghese europea, e per gli sviluppi ulteriori della lotta di classe e di una rivoluzione socialista.
Dato infatti il grande ritardo storico della prima rivoluzione, e dato il vigore del movimento operaio in Europa e della sua perfezionata dottrina, era da attendersi che il secondo problema si sarebbe al primo sovrapposto, e si trattava di stabilire quali compiti ne derivavano alla Internazionale proletaria.
Questa liquidazione delle forme medievali e feudali si poneva in maniera originale rispetto ai paesi di Occidente, in cui al momento della rivoluzione antifeudale la classe operaia non era ancora tanto potente da poter avere una parte autonoma, e non aveva avuto altra funzione che di risoluto sostegno di tutte le insurrezioni liberali, democratiche e di indipendenza nazionale.
Reiteratamente abbiamo detto come la situazione non fosse del tutto nuova, ma ripetesse soprattutto quella della Germania nel 1848, quando una rivoluzione borghese pari a quella inglese e francese era decisamente prevista, non si dubitava del suo vittorioso avvento (diluito invece poi in una lunga serie di lotte di Stati e di classi), e già si chiamava la classe operaia tedesca, dopo averne favorito il successo, a tentare di andare oltre, come gli operai francesi avevano invano tentato nel ’31 e nel ’48 (e non meno invano avrebbero ritentato nel ’71).
Abbiamo ricapitolato le differenze fra le due situazioni a fianco della loro analogia di fondo. Le caratteristiche di «inerzia storica» dell’area grande slava sono assai maggiori di quelle dell’area germanica, tengono delle forme statali asiatiche e del monolitismo dello Stato dispotico centrale di antica fonnazione, antecedente o almeno contemporanea a quella della dominante aristocrazia, sicché il potere unitario militare poliziesco e burocratico non è una moderna risorsa della forma capitalistica di produzione, ma si attaglia alla precedente forma rurale e premercantile – e tutto ciò in rapporto lontano colle diverse condizioni materiali di ambiente fisico e naturale che hanno provocata una ben diversa forma di organizzazione umana stabile sul suolo.
Confermato tutto questo punto di vista – inseparabile dall’altra formulazione che il decorso russo si studia e spiega col metodo storico dialettico e materialistico scoperto colla analisi dell’economia inglese e calzante come un guanto a tutta la storia sociale dell’Occidente Bianco – con la compulsazione a fondo di tutto il materiale della scuola europea marxista, passiamo a fare la stessa cosa col materiale del movimento russo, fulmineamente (evento principe della nostra generazione) passato in testa alla Rivoluzione Mondiale.
Studio e spiegazione di un corso storico, scoperta delle sue leggi, nulla direbbero se non sfociassero in una rischiosa ma non esitante profezia, in una ipoteca – sissignori – sul futuro. Bancarotta dottrinaria, se questa non verrà pagata a suo tempo, presto o tardi, e se più tardi, a rischio e carico di quelle definite forme di produzione, riluttanti a crepare.
Si tratta ora di sottoporre alla stessa prova in cui abbiamo confrontato il contributo del marxismo di Europa, la tormentata prospettiva di tutti i recenti movimenti di Russia, e di quello venuto potentemente in primo piano: il bolscevismo.
La fon-nula con cui lasceremo il primo contributo è quella, come sempre di irraggiungibile sintesi, che Marx pose in una sua lettera a Sorge – da noi già altra volta citata – del 1° settembre 1870, a guerra franco-prussiana scoppiata: «CIO’ CHE GLI ASINI PRUSSIANI NON VEDONO E’ CHE LA GUERRA PRESENTE CONDICE NECESSARIAMENTE AD UNA GUERRA TRA LA GERMANIA E LA RUSSIA, COME LA GUERRA DEL 1866 CONDUSSE ALLA GUERRA TRA PRUSSIA E FRANCIA. E QUESTA GUERRA N. 2 FUNGERA’ DA BALIA ALLA INEVITABILE RIVOLUZIONE IN RUSSIA».
Concordanze leonine
L’immenso materiale critico offerto dai russi nel torrentizio concorrere di opposte ideologie riflette – standone all’altezza – gli scontri apocalittici delle forze sociali in Russia e il loro ciclonico accavallarsi, non certo concluso. Nel che si conferma un’altra legge: non goda troppo il fariseo capitalista del ritardo a giungere di quanto a suo terrore «sta scritto», perché egli espierà il respiro conseguito con una conferma di gran lunga più clamorosa del carattere catastrofico che abbiamo teorizzato per la sua fine.
Sceglieremo molte delle più rigorose costruzioni oltre che nell’opera di Lenin, in quella di Trotsky, che in molti casi non rimane indietro ad alcuna delle formulazioni del «pensare della storia» attraverso la voce dei suoi attori.
Anticipiamo una bella sintesi della posizione storica squisitamente leninista – checché dicano le serie molteplici delle «facce tagliate» che, nella loro impotenza a lontanamente sfiorare la dialettica, leggono in Lenin chi il liberale, chi l’anarchico, chi il democratico repubblicano borghese, chi il piatto operaista, chi (disgraziati!) il contadinista, chi (spudorati!) il bloccardo piccolo borghese – in quanto è sulla linea da «filo del tempo». Citiamo Trotsky quando da vero marxista ripubblica battuta a battuta nel 1922 quanto scrisse – dopo la guerra civile – nel 1906; e nella prefazione dipinge come vedessero i marxisti russi il problema centrale della duplice rivoluzione.
«Dal 1905 noi eravamo già completamente lontani dal misticismo della democrazia; ci rappresentavamo la marcia della rivoluzione russa non come una realizzazione delle norme assolute della democrazia, ma come una lotta di classi durante la quale si sarebbero provvisoriamente utilizzati i principii e le istituzioni della democrazia. A quell’epoca noi sostenevamo ben chiaramente l’idea della conquista del potere da parte della classe operaia, ritenevamo che questa conquista fosse inevitabile, e per giungere a questa deduzione, invece di basarci sul numero di probaiblità che ci avrebbe fornito una statistica elettorale secondo lo «spirito democratico», consideravamo unicamente i rapporti tra classe e classe. Gli operai di Pietroburgo, fin dal 1905, chiamavano il loro Soviet: «governo proletario». Questo termine entrò in circolazione a quell’epoca e divenne d’uso familiare, perché rientrava perfettamente nel programma della lotta per la conquista del potere da parte della classe operaia. Ma, nello stesso tempo, noi opponevamo allo zarismo il programma politico della democrazia in tutta la sua vastità (suffragio universale, repubblica, milizia popolare, ecc.). Non potevamo fare diversamente. La politica della democrazia è una tappa indispensabile per lo sviluppo delle masse operaie, a condizione tuttavia che si ammetta una riserva essenziale: che, cioè, in certi casi ci vogliono diecine di anni per percorrere questa tappa, mentre, in altre circostanze, la situazione rivoluzionaria permette alle masse di liberarsi dei pregiudizi democratici prima ancora che le istituzioni della democrazia abbiano avuto il tempo di stabilirsi, di realizzarsi».
Queste parole e quelle che le seguono, che ricordano un evento tanto importante, che per esso valeva la pena di aver fatta una grande Rivoluzione e poi vederla tristemente sfumare («la dispersione dell’Assemblea costituente ad opera delle forze armate del proletariato obbligò a sua volta ad una revisione completa dei rapporti che potevano esistere tra la democrazia e la dittatura … l’Internazionale Proletaria, in fin dei conti, non poteva giungere che a questa soluzione, in teoria come in pratica») ci serviranno ancora trattando della prospettiva di Lenin sulla «dittatura democratica degli operai e dei contadini» che ha fatto rompere tante adialettiche teste, rispondendo al confluire in un vortice storico, e non per un patto da ladri di Pisa ma per una tumultuosa lacerante fecondazione, di quattro correnti ribollenti in direzioni inconciliabili e tuttavia, in quel momento, componenti della risultante storica.
Per il marxista Trotsky non può essere questione di immutabili essenze, ma di campi e cicli storici, secondo la impostazione della nostra scuola, che oggi per la millesima volta è qui – ricopiando ostinatamente – difesa.
Portare la interferenza tra classi e forme sociali da quel campo e da quel tempo all’occidente ultraborghese, e all’oggi, e adoperarvi medesimamente la solleticazione democratica, è come equiparare il cedere alle seduzioni di una vergine acerba e rigogliosa di vita, al seguire il roco richiamo di una maturissima, floscia professionista da bordello.
E gli va chiesta un’altra fornìuiazione, all’unisono con quello che uno di noi qualunque può aver scritto fra le date 1875, 1905, o 1925, nella prima battuta dello scritto storico: «La notra rivoluzione ha ucciso il nostro «particolarismo». Essa ha mostrato che la storia non aveva creato per noi leggi di eccezione. E al tempo stesso la rivoluzione russa ha proprio un carattere tutto suo particolare, che è la somma dei tratti distintivi del nostro sviluppo sociale e storico, e che apre a sua volta prospettive storiche tutte nuove».
Quadro sociale russo fino all’800. Lo Stato
Di questo quadro ci è abbastanza noto quanto Engels descrisse, ponendo al loro posto lo Stato dispotico, la classe nobile, il clero, la classe contadina. Le descrizioni dei primi marxisti russi sono conformi a tali valutazioni. Ad essi poi domanderemo maggiori contributi, oltre che sull’apparire del capitalismo, già fermamente delineato e sottolineato da Marx e da Engels, soprattutto sui primi moti del proletariato industriale, e poi sulla critica delle varie tendenze politiche apparse, spesso mal valutate come vuote dispute di emigrati politici.
Possiamo chiedere a Trotsky, e più che altro al solito scopo di evitare ogni lontano dubbio che si costruiscano teorie di comodo post festum, altre felici formule di conferma – anzitutto sui caratteri dello storico stato russo.
Il problema è già stato inquadrato e quindi ci limitiamo a passi che restano significativi, anche se isolati, e giustificano le nostre espressioni: statalismo terriero, statalismo agrario, feudalismo di Stato – piuttosto che feudalismo nobiliare terriero – come definita forma di produzione, in cui dall’inizio lo Stato è un agente economico, un fattore economico.
«Lo Stato russo è solamente un poco più giovane degli altri Stati di Europa: le cronache ne fissano la nascita nell’anno 862 (mille anni di più del pivello Stato italiano, che nacque borghese!). Tuttavia lo sviluppo economico estremamente lento a causa delle condizioni sfavorevoli che gli crearono la natura del paese e la dispersione della popolazione, ostacolava il processo di cristallizzazione sociale e metteva tutta la nostra storia in grande ritardo».
«La storia dell’economia politica russa costituisce una catena ininterrotta di sforzi eroici del genere (per difendersi contro nemici meglio armati lo Stato russo fu obbligato a crearsi una industria e una tecnica …) tutti destinati a garantire le risorse indispensabili dell’organizzazione militare. Tutta la macchina governativa fu costruita, e di tanto in tanto ricostruita, nell’interesse del Tesoro. Il compito dei governanti consisteva nello impadronirsi delle parti, anche le più esigue, del lavoro nazionale e nell’utilizzarle per i detti scopi. Il Governo non indietreggiava dinanzi a nulla: imponeva ai contadini arbitrari oneri fiscali, sempre eccessivi, ai quali la popolazione non poteva adattarsi. Stabilì la responsabilità solidale delle comunità (nel rispondere del totale delle tasse imposte: lato dialettico del comunismo, e meglio del microcomunismo vassallo dello Stato, che gode in comune il prodotto comune, ma previa tangente allo Stato, non al nobile o al proprietario fondiario borghese, come il singolo contadino parcellare di tempi ulteriori). Estorse denaro ai mercanti e ai monasteri. I contadini fuggivano in tutte le direzioni, i mercanti emigravano». Nel XVII secolo forte diminuzione della popolazione. Il bilancio statale era un milione e mezzo di rubli oro (circa due miliardi di odierne lire italiane) e serviva per l’85% a fini militari. A metà del XVIII secolo si era a 20 milioni (una trentina di miliardi) e circa il 70% per la guerra. Nel XIX secolo e al tempo della guerra di Crimea si andò ben oltre.
Non bastò il taglieggiare la popolazione. Già Caterina II (1762-96) aveva contratto prestiti esteri. «L’accumulazione di enormi capitali sui mercati finanziari dell’Europa esercita da allora una fatale influenza sullo sviluppo storico politico della Russia».
Il debito al 1908 raggiunse 9 miliardi di rubli. In quell’anno la spesa per la guerra raggiunse il miliardo di rubli ed era il 40 per cento del bilancio totale. Osserviamo che non deve impressionare la popolazione allora circa doppia di quella attuale italiana mentre oggi il bilancio italiano è di quello stesso ordine di grandezza. Il fatto rilevante è che nessuno Stato, in proporzione anche degli abitanti, ha raggiunto lontanamente un tale movimento economico prima della rivoluzione borghese-capitalista.
Ma l’economia non conosce patrie e confini giuridici. «In seguito alla pressione che in tal modo esercitava l’Europa capitalista, lo Stato autocratico assorbiva una parte smisurata dei sopraprofitti, cioè viveva a spese delle classi privilegiate, che allora si stavano formando, e ostacolava così il loro sviluppo, già di per se stesso assai lento. Ma non è tutto. Lo Stato s’impadroniva dei prodotti indispensabili dell’agricoltura, strappava al lavoratore quel che doveva alimentare la sua vita, lo cacciava dai luoghi dove aveva avuto appena il tempo di sistemarsi e ostacolava così l’aumento della popolazione, ritardava lo sviluppo delle forze produttrici. In questa misura, in quella in cui assorbiva i sopraprofitti, esso arretrava il processo già così lento della differenziazione delle classi».
Ancora due osservazioni che ci confermano la collimazione con quanto detto nella prima parte. «Sotto questi aspetti lo zarismo è una forma intermedia tra l’assolutismo europeo e il dispotismo asiatico, e forse si avvicina di più a quest’ultimo». E l’altra vale a dimostrare quanto siano vecchie certe distorte formulazioni che oggi taluno crede avere inventate, sullo Stato che forza l’economia e capovolge il gioco delle classi; taluno che non si accorge di pensare involontariamente, da borghese, che il forte centro politico emana non dalla sociale sottostruttura data dalle specifiche condizioni di produzione, ma dalla potenza volitiva del monarca, del condottiero o del politicone di turno, nella vicenda di nomi da cui fessi antichissimi e modernissimi restano abbacinati.
«Sarebbe distruggere ogni prospettiva storica affermare, come faceva Miliukoff (il capo liberale russo) nella sua storia della cultura russa, che a quella epoca, mentre in Occidente le classi creavano lo Stato, da noi il potere dello Stato creava le classi, nel suo interesse».
Le classi agrarie
Lo scaglionamento della popolazione agraria al momento della riforma del 1861, come sappiamo, divideva la popolazione in due parti quasi uguali, servi dei nobili e servi dello Stato. Secondo le cifre date da Trotsky i primi erano 11.907.000 e i secondi 10.347.000. Molto diversa era però la ripartizione delle terre su cui gli stessi lavoravano, e che furono loro assegnate. Gli ex servi dei nobili ebbero circa 38 milioni di dessiatine, e quindi 3,17 per contadino; gli ex servi dello Stato ne ebbero assai più: 70 circa, e per ciascuno più del doppio: 6,74 dessiatine.
Già allora vi erano pochi contadini proprietari parcellari liberi (non certo liberi dalle carezze del fisco): quasi un milione con 4.260.000 dessiatine, in ragione di 4,90 per ciascun contadino. La riforma interessò dunque 23 milioni di contadini e 112 milioni di dessiatine. La dessiatina è poco più di un ettaro, e quella superficie equivale a circa quattro volte la superficie agraria italiana. Per chi osservi essere la superficie geografica della Russia europea quindici volte maggiore di quella italiana, e la popolazione circa tripla, va notato che non erano quelle tutte le terre russe agrarie, che raggiungevano oltre 350 milioni di dessiatine, un centinaio già appartenenti a privati, di cui 80 circa di grandi e medie proprietà rimaste ai nobili e ai ricchi, 150 milioni della Corona, in minima parte lottizzabili e arabili, e 9 milioni ai conventi.
Il movimento dei possessi terrieri determinato dalla riforma si svolse nel senso della frammentazione in minimi possessi, che sebbene divenuti autonomi resero la miseria del contadino più spinta, provocando una diminuzione drastica della popolazione.
Sette dessiatine di quella terra estensiva possono ritenersi il minimo bastevole alla vita e al lavoro di una famiglia. I lotti, invece, di tre dessiatine dati ai servi dei nobili corrispondevano alla metà della loro possibilità di lavoro, in quanto prima della riforma ogni contadino doveva lavorare tre giorni su una settimana nelle terre del boiardo: fu liberato da quest’obbligo, ma restò colla famosa fame di terra. Di più, su questi lotti in mano ai servi fu prelevato circa il 20 per cento di ottimi terreni che passarono ai nobili. La nota immensa miseria del mugik russo fu poi aggravata dai riscatti che gli emancipati pagarono, da un lato per la concessione della terra e dall’altro per la liberazione personale. Essi versarono 867 milioni per la terra, con stime esorbitanti dei funzionari statali, e altri 219 milioni per il riscatto personale. E dopo la riforma il peso delle imposte statali sul reddito delle terre fu molte volte superiore, a parità di superficie, a quello delle terre dei ricchi.
L’evoluzione successiva alla riforma si svolse nella direzione di sperequare gravemente tra loro i contadini delle antiche comunità, formando una classe di contadini ricchi, kulaki, che possedevano terra, scorte e denaro e in ogni modo sfruttavano i contadini poveri: inizio di una vera borghesia rurale.
Dall’altro canto, salvo casi rarissimi, le grandi proprietà raccolte nelle mani di una stessa persona od ente non erano, specie nella Russia centrale, organizzate in grandi aziende. Il nobile e il latifondista, in una agricoltura tanto arretrata, avevano vantaggio non alla gestione diretta delle loro terre, e neppure dalla grande affittanza capitalistica, ma allo sfruttamento della fame di terra dei contadini dei villaggi, che anelavano allo affitto di un piccolissimo lotto ove poter investire la loro forza-lavoro disoccupata in parte. I terreni delle grandi proprietà spezzettati in questi lotti erano locati a canoni altissimi. «Il contadino è costretto, come abbiamo visto, a prendere in affitto la terra dal proprietario, al prezzo richiesto. Non solamente egli rinuncia ad ogni vantaggio, non solamente riduce al minimo il consumo personale, ma vende a destra e a sinistra la sua attrezzatura agricola e abbassa il già basso livello della sua tecnica. Di fronte a questi decisivi «vantaggi» della piccola produzione, il grosso capitale indietreggia disarmato: il proprietario liquida una gestione economica razionale, e affida la sua terra a piccoli pezzi ai contadini».
Questo quadro è completato da Trotsky con il computo del reddito totale agrario russo alla fine del 1800. Esso è bassissimo rispetto ad ogni paese agricolo estero: di 2,8 miliardi di rubli, 2,3 ai contadini e mezzo ai nobili e latifondisti. Anche la totale confisca di questo reddito, la cui aspirazione determina la tensione di classe nelle campagne, non migliorerebbe che di un 15 per cento la situazione del miserrimo contadiname: del resto, fatto dall’autore un bilancio della classe contadina tenente conto degli affitti pagati e delle imposte, si trova un deficit di 850 milioni di rubli all’anno che non sarebbe colmato dai 500 di reddito nobiliare e fondiario.
L’indice delle cimici
La miseria della famiglia contadina «assume proporzioni tali, che la presenza di cimici e scarafaggi nell’isba (l’abituro di legno e paglia) è considerata come un simbolo eloquente di benessere. E realmente Chingarev, deputato alla Duma, ha constatato che nei contadini senza terra del governatorato di Voronesch non trovò mai cimici, mentre nelle altre categorie della popolazione la quantità di cimici nelle isbe è in proporzione al benessere delle famiglie prezzo il 9,3% dei contadini non si trovano nemmeno scarafaggi, per la fame il freddo che regnano nella case! Quelle graziose bestiole hanno bisogno di un minimum termico e di rinvenire in giro minimi imasugli dei cibi: dove la miseria sociale del nobile animale uomo, re della natura, passa un certo limite, il gelo e l’inedia le hanno sterminate tutte».
Nelle terre nere, di cui ora diremo, ove il comune di villaggio sopravvive, i contadini alla fine del secolo non si sono ancora socialmente differenziati, perché nessun risparmio si è accumulato o ha potuto essere destinato a una migliore tecnica e allo sviluppo di forze produttive. Misera fine del microcomunismo che abbiamo prima discusso! «Nella comunità della terra regna una sola eguaglianza, quella della miseria … non si può notare altro antagonismo che quello molto forte tra contadini poveri e nobiltà parassitaria».
Come tutti i marxisti, come Lenin, Trotsky fin dal 1905 sta agli antipodi degli «spartitori di terra». La frammentazione di grandi possessi tra i contadini, creduta la grande scoperta rivoluzionaria dei russi (mentre è una vecchia magagna di riformatori di tutti i tempi e messa oggigiorno in prima linea nei programmi agrari di tutti i movimenti piccolo-borghesi, cristiani, mazziniani, socialdemocratici e stalinisti, nonché fascisti), è da tutti noi considerata la più antimarxista delle pidocchierie; spinta agli estremi ai pidocchi stessi riesce esosa, ed essi dignitosamente si ritirano.
Anche pensata nel campo borghese, la questione agraria non si risolve con la piccola proprietà del lavoratore, ma con la formazione di aziende estese, mediante l’apporto sulla terra di capitale di esercizio, e la trasformazione dei contadini proprietari in salariati.
Così Trotsky enuncia nel 1906 queste antiche tesi marxiste: «L’espropriazione della nobiltà (e del grande possesso fondiario borghese) presenterà tutto il proprio valore quando, sui latifondi strappati dalle mani degli oziosi, potrà svilupparsi liberamente una economia rurale di alta coltura, che aumenterà considerevolmente il reddito agricolo.
Anche la coltura sul tipo delle fattorie americane (media azienda meccanizzata con notevole capitale di gestione) non è possibile sul suolo russo che dopo la abolizione definitiva dello zarismo, dell’assolutismo, del suo fisco, della sua tutela burocratica, del suo militarismo divoratore, dei suoi impegni finanziari colla Borsa europea. La formula della questioen agraria in tutta la sua ampiezza sarebbe: espropriazione della nobilità, abolizione dello zarismo, democrazia.
Solo così si potrebbe far finalmente progredire l’economia rurale. Così si potrebbero aumentare le sue forze produttive, e nello stesso tempo intensificare le richieste dei prodotti industriali. L’industria riceverebbe un potente impulso e occuperebbe una considerevole parte della mano d’opera oggi inutilizzata nelle campagne. In tutto questo non si trova però la «soluzione» della questione agraria: sotto il regime capitalista essa non può essere risolta. Ma, in ogni caso, la liquidazione rivoluzionaria dell’autocrazia e del regime feudale, deve avvenire prima di questa soluzione». Di questa soluzione, dunque, ancora prettamente borghese e capitalista.
Su questo rapporto tra produzione agraria e industriale, consumo delle città e delle campagne, sono in sostanza ancora oggi ad arrabattarsi i capoccia del governo russo: pronti sempre ai famosi svolti che sembrano da ieri ad oggi buttare all’aria teorie e programmi e piani di produzione; esposti a passare, esplosivamente, da eroi a traditori, da superuomini a fessi.
La stessa tesi che la soluzione non è possibile nella forma capitalistica si esprime dicendo che non è possibile nella forma mercantile-monetaria. Principio marxista fondamentale è che fino a che il lavoro si scambia con salario e il prodotto con denaro, lo squilibrio tra città e campagna non solo non si risolve ma si esaspera sempre di più.
Non è ancora programma agrario socialista quello di abolire la rendita fondiaria e passarla allo Stato che gestisca la terra con grandi aziende e lavoro salariato, lasciando anche allo Stato il profitto di azienda.
Non lo è tanto meno quello di abolire la rendita padronale e affidare la terra alla gestione di intraprese di affitto capitalista e private che versino i loro canoni allo Stato (Formula di Ricardo).
Ma non è neppure un programma agrario di sviluppato capitalismo quello che abolisce la rendita dei grossi fondiari mediante la consegna ai contadini di piccoli lotti, in modo che l’agricoltore parcellare tragga dal prodotto quello che era prima rendita, profitto e salario: bilancio che, come sappiamo dallo studio sulla questione agraria, si rende spesso passivo: il parcellare non somma rendita e profitto al lavoro che eroga, ma deve dare smisurato tempo di lavoro, oltre quello che il proletario agricolo darebbe, per il salario normale.
Gli strati della popolazione agricola
Conosciamo dalla trattazione della questione agraria in Marx quale sia il «modello» della produzione agraria borghese, come d’altra parte conoscevamo quello feudale. In questa la classe dominante è una: l’aristocrazia terriera, le cui famiglie ereditariamente controllano un dato territorio, o feudo, avendo un diritto signorile sulle persone di tutti gli abitatori, che sono contadini servi. Questi eserciscono un lotto di terra, del cui prodotto vivono, ma devono al signore quote dei prodotti, tempi del loro lavoro. L’esercizio tecnico della terra è per piccoli campi, essendo a ciascuno legata una famiglia di servi. La borghesia ove appare, fatta di artigiani che non sono né agricoltori né nobili, è classe oppressa e tenuta fuori del potere politico.
Nel modello borghese tipico della produzione agraria, vi sono due classi dominanti: i proprietari fondiari e i capitalisti agricoli, o fittavoli, che versano al padrone giuridico del fondo il canone di affitto (rendita); i lavoratori braccianti salariati, che non hanno terra come non hanno capitale, formano la classe oppressa. Il prodotto è diviso fra queste tre classi, la terza sola lavora e produce sopralavoro, spartito dalle altre due.
Nei moderni paesi capitalistici, mai si rinviene questa forma – tecnicamente pervenuta alla grande azienda unitaria – allo stato puro. Ammesso che la classe serva sia definitivamente liquidata, e così la classe nobiliare come privilegio sociale, essendo ormai tutta la terra commerciabile, ed ogni lavoratore libero di lavorare mutando sede quando lo voglia (sotto le alee dell’ingaggio salariale), persistono a fianco delle tre classi-tipo (fondiari, fittavoli, salariati) vari tipi spurii.
Il piccolo colono e il mezzadro hanno il carattere di detentori di limitato capitale e di prestatori di personale opera, ma non hanno terra, che viene loro concessa dal proprietario fondiario contro la rendita in canone di denaro o di prodotti (giustamente ha detto Vanoni che la colonia parziaria è forma arretrata, residuo di quelle feudali; ma col libero accesso dell’agricoltore al contratto diventa forma borghese).
Il piccolo contadino proprietario infine è allo stesso tempo fondiario, capitalista e lavoratore: come dicevamo, cumula – nella più stupida miseria e sperpero di forza e valore – rendita, profitto di capitale e lavoro molecolare; ma soprattutto troppo lavoro per troppo basso consumo.
La società russa della campagna nella fase prerivoluzionaria era un misto di forme borghesi, feudali, e antifeudali, ossia patriarcali e di primo comunismo.
Naturalmente i tipi erano diversamente importanti nelle varie regioni, e dopo aver ancora una volta ricordate pazientemente le forme-tipo, i modelli-base, riporteremo da Trotsky anche la ripartizione del paese in tre principali zone.
Questa ripartizione riguarda i 50 govematorati in cui la Russia europea si divideva. Sono, fino agli Urali e comprese le piccole ma popolose Ucraina e Russia Bianca, circa 5 milioni di kmq (che oggi hanno 150 milioni di abitanti, al principio del secolo circa 90).
La prima zona è di «industria vecchia», la seconda di «industria giovane», la terza di agricoltura primitiva.
Le tre zone russe
La prima zona era quella di Pietroburgo-Mosca, la prima che fu sede di una industria di Stato e di fabbriche soprattutto tessili. L’agricoltura vi era già evoluta, con la coltivazione del lino, colture orticole e relativamente intensive per la produzione commerciale (diretta al consumo delle agglomerazioni urbane); mentre bassa era la produzione di grano, importato dal sud.
In questa zona al 1900 si può considerare che non vi sono più servi, i nobili hanno figura di fondiari del tipo borghese, vi sono piccoli coloni e medi, piccoli proprietari e medi, ancora in certa quantità i villaggi agrari già servi dello Stato, meno poveri, con un discreto artigianato. La Russia russa.
La seconda zona al sud-est confinante col Mar Nero e col Basso Volga è per le grandi ricchezze minerarie divenuta più recentemente sede di industria pesante. Sarebbe l’America russa. Vi sono infatti affluite masse di contadini migrati dalla terza zona miserabile, di cui in seguito, e questi si sono trasformati in proletari. Mano d’opera e capitale disponibile hanno fatto sì che sorgessero nella agricoltura grandi aziende per la produzione soprattutto del frumento, che si dicevano «fabbriche di frumento». Questo veniva esportato sia nella Russia di nord-ovest che verso l’estero dai porti del Mar Nero, esportazione oggi del tutto cessata; col grano duro serviva nell’Italia meridionale a fare i maccheroni, che da mezzo secolo hanno conquistato il pianeta.
Questa zona non aveva quasi conosciuto la servitù della gleba. Nella campagna si facevano fortemente sentire le differenziazioni sociali. Di fronte a ricchi fittavoli si levavano i proletari agricoli, provenuti in molti casi dalla terza zona.
In essa quindi non vi sono servi e semiservi, al detto tempo prima del 1905: vi sono capitalisti agricoli e salariati agricoli, proprietari fondiari di tipo borghese, e anche, in data misura, piccola proprietà, piccolo affitto, colonia.
La terza zona che è la più vasta e sta al centro, è quella immensa delle «terre nere», chiamata l’India russa. Essa è anche la più arretrata. Era relativamente popolata prima della riforma del 1861, che rendendo liberi i contadini servi della gleba, decurtò le terre che coltivavano del 24 per cento, nei lotti migliori, che passarono ai proprietari e feudatari. Qui si inscenò dopo la riforma il tremendo pauperismo, la fuga della popolazione. «Nella terza zona non vi è né grossa industria, né agricoltura capitalistica». Qui si verifica il tipo parassitario di godimento della grande proprietà, la situazione: grande possesso giuridico, piccola azienda tecnica; in quanto, come già detto i grandi latifondisti hanno adottato un sistema di gestione del tutto parassitario, hanno fatto lavorare le loro terre con gli strumenti e le bestie da soma del villaggio, oppure le hanno affittate ai contadini che non hanno potuto uscire dalle condizioni di una penosa vita da fittavoli minimi.
La coerenza dello scrittore con la teoria agraria marxista è assoluta. «Il fittavolo capitalista è incapace qui di far concorrenza al fittavolo indigente, l’aratro a vapore è qui vinto nella sua lotta contro l’agilità fisiologica del mugik che, dopo aver pagato come affitto non solamente tutti i profitti del suo capitale (mal tradotto nella edizione dell’Ist. edit. it. tutte le rendite), ma anche la maggior parte del suo salario, si nutre di un pane fatto di farina mescolata con segatura di legno e con scorza macinata».
In questa zona sono ancora presenti servi, o almeno semiservi, la cui disperata emigrazione è ancora un’evasione, una volta colpita con lo knut. Vi sono boiardi, figure spurie tra feudatari e latifondisti borghesi. Non vi sono capitalisti agrari, e proletari agrari, in genere. Vi sono dopo la riforma piccoli coloni e in minor numero piccoli proprietari liberi.
È questa la zona ove, ridotta ad una economia infima, sopravvive la comunità di villaggio, legata però all’arretratezza del consumo immediato sul luogo della parte del prodotto salva da imposte e affitti a canoni, sempre più esosi, di terra (supplementare alla poca comunale) strappata ai nobili. Ma questo residuo di comunismo, mentre per le distribuzioni duodecennali ha perso il carattere del lavoro in comune colla spartizione del prodotto sostituito da attribuzione familiare delle parcelle autonome, vive in quanto non ha conosciuto le forme sviluppate e ricche di svolgimenti in ogni senso della vita sociale che si devono allo scambio dei prodotti, come per la prima zona che mangia il grano lavorato nella seconda.
Come il giro mercantile e lo scambio monetario segnano che il microcomunismo iniziale è superato, così il loro impiego nella ripartizione dei beni di consumo segna che il passo al (ci si conceda il termine) pancomunismo è ancora lontano dall’essere spiccato.
Riforma e rivoluzione agraria?
L’umanità in buona sostanza sfrutta la terra negli stessi modi da più migliaia di anni, da quando cioè andò oltre la semplice raccolta di frutti spontanei della vegetazione, comune agli animali inferiori.
Non potrà introdurre nella coltura le enormi – rivoluzionarie – nuove forze di produzione che hanno spinto ad altezze immense la produzione di manufatti, sia utili a mille forme di diretto consumo, sia impiegati come utensili che prolungano enormemente la breve mano anatomica dell’animale superiore – non potrà sostanzialmente applicare sulla terra che la nutre la divisione tecnica del lavoro, la collaborazione in grandi masse, la concentrazione dei lavoratori, il grande impiego dei mezzi e delle energie meccaniche, se non quando avrà spezzato le catene del slariaato e vinto il modo di produzione capitalistico.
Il socialismo allora, nella produzione dei manufatti, significherà la sparizione dei limiti tra le intraprese a profitto e la organizzazione in un meccanismo unico di tutta la produzione attiva del mondo conosciuto; una collaborazione che, dopo essere andata dall’individuo alle masse di fabbrica, va da queste masse alla società intera.
Nella produzione agraria socialismo sarà il consumare derrate ricevute in toto dalla società e non dalla propria attività locale, sarà cancellazione dei confini tra tutte le parcelle, ad uso di gruppi liberi, ad uso di individui liberi, ad uso di possessori monopolisti e parassiti, o anche di aziende a lavoro diviso e salariato.
Non fu riforma quella russa del 1861 che cancellò il personale servaggio, in quanto, laddove non era sorta una economia manifatturiera capitalistica, ciò condusse ad una maggiore miseria materiale e ad un minor uso di terra per il contadino libero o anche per la comunità di villaggio sciolta da tributo di prodotti o di «comandata», e a un decadimento economico e sociale generale.
E non fu atteso e non fu vantato come rivoluzione (se non dalle correnti e dai partiti non marxisti di Russia, vaganti tra il liberalismo scimmiottato da occidente, ciarlatano e idilliaco, e un istintivo violentiamo terrorista) lo spezzettamento dei possessi di signori nobili e borghesi, di monasteri e dello Stato e della Corona – sotto forma o, meglio, nome di spartizione, municipalizzazione, o nazionalizzazione, come vedremo nelle analisi rigorose di Lenin – tra i milioni di contadini poveri.
I servi della gleba non hanno affatto insegnato al mondo che cosa è una rivoluzione sociale e tanto meno politica. In Francia nel 1789 combatterono non vilmente, e anche disperatamente, come nelle insurrezioni del passato, ma la grande rivoluzione la fece un’altra classe: la borghesia cittadina nazionale e capitalista.
In Russia nel 1917 – come nel 1905 – i contadini poveri seppero anche insorgere, ma la rivoluzione fu condotta innanzi dal proletariato urbano. Urbano, come la borghesia, ma non come essa nazionale. Il giovane e grande proletariato russo potè avere come alleati subordinati e contingenti i contadini russi, ma poteva trarre la forza di andare al socialismo solo da una rivoluzione internazionale.
In un paese ove una borghesia nazionale mancò ai suoi compiti storici, lo zarismo fece parodisticamente una riforma terriera borghese. Il proletariato fece, purtroppo, non una rivoluzione socialista nel suo contenuto, ma una rivoluzione terriera borghese.
Questa è la dura verità, che non cessa di essere una verità rivoluzionaria.
Parte II – Partito proletario di classe e attesa della duplice rivoluzione
L’avanzata del Capitale
Siamo al momento in cui i personaggi tradizionali devono aumentare di numero. Fino all’aprirsi dell’ottocento sono stati quelli di cui abbiamo tanto parlato, in un modello temario: nobiltà terriera, contadini servi, Stato dispotico. Modello diverso da quello del precapitalismo occidentale, che molti secoli prima aveva ammainato bandiera, e che si può dire, binario: aristocrazia e contadiname servo, con lo Stato politico e una amministrazione centrale assente. Quando questo si forma nettamente (già nel mille come Comune, mezzo millennio dopo come Nazione) gli è che è entrato in scena un altro personaggio sociale, la classe borghese, oppressa tuttavia, ed estremamente rivoluzionaria.
In Russia (ad ogni ripresa ci si vorranno perdonare le deliberate ripetizioni) quando la borghesia era ancora inesistente, era ben presente lo Stato centrale, come amministrazione finanziaria, militare, poliziesca, e come apparato economico e sociale agente nella produzione terriera. Questo il punto messo a fuoco, che abbiamo tentato di ridurre a fattori materialistici, stabilendo la tesi: in Russia abbiamo fattori originali, è certo, ma ciò non imbarazza il materialismo storico che tanti di tali rapporti ha chiarito nelle sue proprie luminose linee. Ad esempio la forma dello Stato comunale politico-artigiano non è stata conosciuta dalla Gran Bretagna, e fu anche quasi ignota alla Francia, mentre allignò potentemente in Italia, Fiandre, Germania occidentale; parimenti si è svolta una strada verso la generale odierna forma di produzione capitalistica. E – fermamente per noi – come strada al socialismo.
Il nuovo personaggio che viene sulla scena russa non lo possiamo definire come classe borghese, di una vitalità comparabile a quella dell’occidente, ed è più esatto definirlo come Capitalismo. Ineluttabilmente viene con esso sulla scena il suo contrapposto: il proletariato salariato.
Da ben più di un secolo è aperta una questione ardente. Ove la classe borghese non giunga ad essere quel protagonista della storia che è stata in Europa e in tutti i paesi poi occupati dalla razza bianca, a condurre le memorabili lotte sociali vittoriose che vanno dalle libertà comunali alle grandi rivoluzioni nazionali e alle grandi guerre di sistemazione dell’Europa, che non meno di quella americana furono vere guerre civili, creando fino al 1870 la platea mondiale del trionfante ordine capitalistico; ove questo atto del dramma non sia rappresentato, che ne sarà del compito storico della classe operaia (in essa compresi i salariati della agricoltura)?
Verrà questa ad una missione di primissimo piano senza il suo storico buttafuori borghese, che dalla nascita odierà e amerà, cui in tremende alternative ripeterà il disperato appello: nec tecum nec sine te vivere possum? Non posso, o borghesia, avanzare per altra via che per quella del solco fiammeggiante da te aperto nelle guerre civili che squarciarono il ventre della sacra Europa e nelle invasioni conquistatrici del pianeta, respirare senza la tua cultura e la tua tecnica; ma vivere non posso e crescere a vita vera senza smascherare la tua natura negriera, convellermi contro il tuo sfruttamento, ed infine travolgere le tue istituzioni e il tuo ordine, al cui avvento dedicai la vita di milioni di combattenti; e ciò dopo aver bruciato nell’agone teorico uno per uno i tuoi miti ed idoli, di cui bevvi con inesausta sete le suggestioni antiche.
Ancora modernissimi scritti osano contestare a Marx di avere visto a torto come solo costruttore della nuova storia il proletariato, e come portatore universale della fiaccola delle rivoluzioni moderne; e pretendono che un simile potenziale abbia, soprattutto nella zona orientale, la classe dei piccoli contadini. Appaiando a questa tesi storica quella economica che la linea della dottrina agraria di Marx sia stata smentita dal mancato concentrarsi del possesso della terra, laddove in Marx (se i lettori rammentano la nostra riesposizione ortodossa) questo compito, cui l’ordine borghese è impotente, si riserva al socialismo industriale, alla rivoluzione che fonderà in crogiuolo unico tutto lo sviluppato aziendismo (anche della terra), che tuttavia in nessun paese domina totalitariamente l’economia.
Gloria di Ottobre
Anche pervenendo alla tesi che il grande proletariato di Russia è fallito (perché a tanto è fallito il proletariato internazionale) al risultato di erigere la produzione e distribuzione socialista al posto della produzione e distribuzione di merci storicamente già instaurata dal capitale, la nostra tesi resterà che la rivoluzione di ottobre è stata una rivoluzione proletaria e non contadina o, con la detestata espressione, popolare. Molto oltre una vittoriosa definitiva rivoluzione del popolo sta una storicamente sconfitta rivoluzione della classe operaia; e questo fu per noi l’Ottobre. Rivoluzione condotta dalla classe operaia e quindi proletaria, e quindi socialista. Non chiamiamo solo rivoluzione socialista quella che fonda il socialistico modo di produzione, ma anche quella nella quale il proletariato, dopo avere abbattuti tutti gli alleati extraclassisti di precedenti fasi, conduce da solo e contro tutti la guerra civile: allo stesso titolo furono socialiste le rivoluzioni: del giugno 1848 in Francia, quando il proletariato tentò di strappare il potere a borghesi e piccolo-borghesi, e cadde nell’assalto disperato – del marzo 1871, quando quello stesso proletariato tolse il potere ai repubblicani demopopolari, per tenerlo tanto brevemente da non poter attuare la trasformazione economica, soccombendo alla confederazione controrivoluzionaria di tutti gli Stati e gli eserciti – dell’ottobre 1917, in quanto tutta la gamma dei partiti semiclassisti fu liquidata in un cielo quasi apocalittico, anche se l’esitare su questa strada del movimento internazionale aiutò il capitalismo internazionale a salvarsi, e così condannò il potere stabilito in Russia al triste destino di costruirvi il capitalista, non il socialista modo di produzione.
Anche in questo senso – come nell’altro egualmente basilare dello stroncamento della prima guerra imperialista e di tutte le alleanze imperialiste – siamo con Lenin. «Anche in questo caso, il peggiore tra tutti (che cioè l’imperialismo schiacciasse il potere sovietico russo, ha premesso Lenin, ed era allora il peggiore sicuramente perché il proletariato europeo combatteva ancora) la posizione bolscevica (di liquidare la guerra) sarebbe stata di grandissima utilità per il socialismo ed avrebbe promosso lo sviluppo della invincibile rivoluzione mondiale».
Sciaguratamente (ma logicamente per il materialismo storico) spogliati della possibilità di procedere verso l’economia comunista, la lotta per l’Ottobre e l’Ottobre restano la più grande vittoria e la fase più gloriosa della Rivoluzione Comunista Mondiale.
Lo sviluppo industriale
Abbiamo ad un richiamo di tesi già allineate fatto seguire una anticipazione delle conclusioni di arrivo, ed ora ci riportiamo in riga. Non è del resto la prima volta che facciamo il punto su un errore affiorato da qualche parte: dato che in Russia classe e partito proletario dovevano preoccuparsi della completa interferenza di due rivoluzioni sociali, e dato che di questa una sola, la capitalista, ha avuto svolgimento completo, deve dirsi che la vittoria del 1917 non fu vittoria comunista? Si dava così un sostegno a certe tesi, secondo cui Lenin, mente positiva sopra ogni altra abbia (con intenti di comunista) lavorato ad una vittoria demoborghese, ed a questa per lunghi anni mirato. La nostra assunzione è un poco complessa: il marxismo europeo ha visto bene la prospettiva russa – il marxismo russo l’ha vista altrettanto bene, lungo tutta la lotta dei bolscevichi, ha preso posizioni politiche giuste, sulla base di una giusta teoria: quanto oggi avviene ha condotto alla totale deviazione della dirigenza di quello che fu il partito bolscevico e ciò per conseguenza delle forze in gioco nei rapporti internazionali di classe, non perché la linea di prima del 1917 non fosse quella veramente rivoluzionaria. La visione di Lenin fino alla sua morte sulla dottrina della Rivoluzione russa nei rapporti con quella internazionale è la stessa del marxismo generale, ed è da noi accettata in pieno, seguita in questa trattazione e nell’ulteriore sugli sviluppi in Russia dal 1917 ad oggi.
Altra questione è quella della politica rivoluzionaria in Europa e nel mondo dopo la rivoluzione russa del 1917, quella che correntemente si chiama questione di tattica, e soprattutto in riferimento ai paesi di stabilito ordine capitalistico; sul quale argomento la divergenza della «sinistra italiana» prese a stabilirsi fin dal 1919, Lenin vivente. Vanno tuttavia su questo punto integrate bene le questioni di principio e il succedersi delle valutazioni sulla congiuntura …
E veniamo sul serio a bomba.
In tutti i classici testi sulle vicende russe, sia dovuti ai marxisti della russa età «aurea», sia ai successivi capi dello stato sovietico, vi sono ampi riferimenti agli indici che dimostrano l’avanzare, e in certe fasi l’irrompere, delle forme capitalistiche in Russia. La stranissima illusione dei fautori dell’eccezionalità e originalità della storia russa, che la produzione industriale moderna in massa potesse rimanere fuori dell’uscio, fu smentita tanto, che allo «sfondamento» della barriera la storia forzò a lavorare e zaristi e «comunisti».
Sono quindi di uso corrente le serie di cifre progressive che stanno a indicare (tenuto giusto conto delle varianti cifre di popolazione, e badando bene che spesso in tempi diversi si considerano territori diversi nell’enorme complesso dell’euroasiatico stato politico russo) l’aumento del bilancio statale, dell’aliquota di esso concernente le spese militari, della produzione industriale e delle popolazioni all’industria addetta, della lunghezza delle ferrovie. Ed altresì del debito statale interno ed estero, della bilancia commerciale, e così via.
Questi indici nella loro seriazione indicano che lo sviluppo è ingente e continuo, ma per intenderli va tenuto conto che essi non possono esprimere in modo diretto la maggiore o minore distanza «storica» da una completa forma borghese. Ad esempio la Russia zarista costruì una imponente lunghezza di ferrovie, e tuttavia Francia ed Inghilterra erano già compiutamente uscite dalla rivoluzione borghese quando non avevano ancora il primo chilometro di binari.
Le forme tecniche della produzione si diffondono prima delle forme politiche e giuridiche, e la Russia, paese in ritardo con l’uscita dal medioevo, non poteva, pure serbando rapporti giuridici e politici immutati, non risentire della evoluzione subita dalla produzione manifatturiera e dagli scambi nella vicina Europa. Prima ancora di allacciarsi ai paesi vicini collo scambio, un paese con diversa organizzazione sociale, ma che sia una grande potenza, si incrocia con essi ai fini degli stessi conflitti politici e militari. Lungo una immensa frontiera l’esercito zarista sarebbe stato messo in condizioni di inferiorità non solo per tutta la tecnica dell’armamento, ma soprattutto per i mezzi di dislocazione e le reti di trasporto alle proprie spalle; ed è noto che furono le guerre coi vicini a costringere gli zar a rinnovare la attrezzatura militare e a integrare la forza numerica delle loro armate con una adatta rete di ferrovie parallele e trasversali ai classici fronti di guerra a nord-ovest, ovest e sud-ovest. Se la classica strategia della terra bruciata che sarebbe stata, secondo la storia banale, la causa del declino di Napoleone, fu allora utile, in realtà essa era controproducente in un paese che aveva sì un territorio sconfinato, ma di questo la parte più ricca e produttiva proprio nella fascia a contatto col nemico.
Poche cifre essenziali
Furono dunque gli zar a far sorgere, in primo tempo attorno a Mosca, le prime industrie militari, e, prima che quelle metallurgiche quelle tessili che provvedevano le divise per la truppa. Sicché la prima industria non sorse come in occidente da un artigianato efficiente che a poco a poco concentrava gli operatori in gruppi organizzati da un privato gestore capitalista, in genere anche lui artigiano arricchito ovvero mercante e banchiere, bensì con investimento di danaro dello stato, che questo poteva accumulare non solo per le ordinarie vie fiscali, ma soprattutto dal margine della produzione agraria, dalla vera e propria rendita che gli proveniva dalla sua titolarità su circa metà delle terre date al lavoro dei servi e delle comunità locali tributarie.
Nella via classica dell’accumulazione capitalistica che Marx trasse dal modello inglese, le prime concentrazioni di capitale si fanno dal fittavolo rurale che coltiva le terre della nobiltà e poi del gran possesso borghese con mano d’opera di salariati, di agricoltori senza terra; e in genere dopo, questo capitale si investe nelle manifatture urbane.
In Russia una tale via non è assente, ma è in grande ritardo, dato che solo dopo la riforma del 1861 comincia timidamente a nascere una borghesia delle campagne, appaiono i contadini ricchi, i kulaki, che hanno parecchia terra ma solo in poche province più fertili sono alla testa di vere aziende che impiegano braccianti. I loro metodi di sfruttarnento dei contadini poveri e poverissimi sono esosi ma primitivi e in genere si adagiano sulla coltura parcellare, in piccoli affitti e in piccole mezzadrie con patti leonini.
È quindi lo stato che viene a capitanare l’accumulazione, come avrebbe potuto fare in Gran Bretagna un grande landlord (i casi non mancarono) che avesse fatto cassa coi suoi privilegi fondiarii investendo il denaro nelle industrie.
Le prime cifre che interessano riguardano quindi lo Stato. Nell’apposito paragrafo di questa seconda parte abbiamo dato cenno delle cifre dei bilanci, e dei debiti pubblici.
La progressione infatti di tutti questi indici, come già rilevato, tra il 1880 e il 1910 è impressionante, e fa sì che lo stato politicamente non capitalistico russo si metta in linea tra le potenze borghesi quanto a volume della finanza statale, del commercio estero, con cifre che, anche se riferite alla popolazione enorme, tuttavia non sfigurano.
A questo si è giunti con lo sviluppo della produzione industriale favorito dall’alto con tutti i mezzi fino alla vigilia della prima guerra imperialista. La Russia è uno dei paesi meno meccanizzati, ma il suo stato è uno dei più ricchi, come del resto il suo sottosuolo, che può esportare nel mondo ferro e carbone; come la sua agricoltura esporta grano. La riserva aurea dello Stato sorpassa prima della guerra i due miliardi di rubli oro, ossia oltre i mille miliardi di lire odierne, almeno.
Indici ferroviari
Nicola I già favoriva il sorgere di industrie con la liberazione di servi dei fabbricanti non nobili: nel 1837 si costruisce la prima ferrovia, e tra il ’43 e il ’51 la Pietroburgo-Mosca. La prima italiana è fatta dai Borboni nel ’39.
Dal 1881 al 1891 le ferrovie vanno da 21 mila a 31 mila verste (la versta è un chilometro e 66 metri). La grande industria conta già un milione di operai. A detta della storia ufficiale dell’attuale partito bolscevico l’industria in genere, che aveva 700 mila lavoratori nel 1865, raggiunse nel 1890, il doppio. Il commercio estero da 276 milioni di rubli del 1855 aveva raggiunto i mille. Con i 113 milioni di abitanti, il bilancio statale era nel ’92 verso il miliardo. Dal 1894 con lo zar Nicola II (ultimo) e il ministro de Witte l’ascesa continua, con un fermo indirizzo di economia di Stato. Nel 1899 è ultimata la transiberiana, e nel 1905 la rete è di 56 mila verste. Fu favorita la penetrazione di capitali stranieri, specie francesi e belgi, che esaltarono la resa della industria mineraria specie nel sud (Donetz). Nel 1899 la Russia prendeva il quarto posto mondiale nella produzione dei metalli ferrosi.
Non abbiamo bisogno di dare le cifre progressive della produzione di ghisa ferro ed acciaio, e poi di carbone e nafta. Le ferrovie sono alla fine del 1910 verste 61.600; al 1913, 63.000; nel 1917, all’inizio della rivoluzione ne erano in preparazione altre 14 mila verste, andando alle 77 mila.
La rete russa nel 1947 aveva raggiunto i 114.000 chilometri, che altra volta avemmo a citare per l’indice che ragguaglia i chilometri di ferrovia a cento chilometri quadri di territorio, uno scacco di dieci per dieci.
Un tale indice, che (da uno spunto preso da Engels) può dare una certa idea dello sviluppo capitalistico moderno, è per l’Europa di quattro chilometri: ma risulta di otto se dall’Europa togliamo la Russia europea. È di dieci in Inghilterra, di quindici in Germania. Negli Stati Uniti, per l’immensità del territorio, è di soli cinque chilometri (se lo riferiamo invece alla popolazione, abbiamo il massimo di 27 chilometri ogni diecimila abitanti, laddove in Germania sarebbero, con duecento abitanti per chilometro quadro, e ventimila sul nostro scacco di 100 kmq., solo sette e mezzo per diecimila abitanti).
Su tutto il territorio russo di ventidue milioni di chilometri quadri, i detti odierni circa 120 mila chilometri danno l’indice di 550 metri, poco più di mezzo chilometro: la Cina, dicevamo allora, ha, sebbene densissima, soli 150 metri.
Dato che circa 80 mila chilometri sono nei circa cinque milioni di chilometri quadri della Russia europea, deducevamo l’indice di circa un chilometro e mezzo, tuttora molto basso rispetto a quello medio europeo di otto. Se tuttavia teniamo conto delle popolazioni, l’indice russo in chilometri per diecimila abitanti verrà intorno a cinque chilometri (densità 30 ab. p. kmq.); mentre quello europeo, con densità 80, e 8000 abitanti sui cento chilometri quadri, che hanno otto chilometri ferrati, è di dieci chilometri per diecimila abitanti.
Oggi dunque lo sviluppo in Russia sarebbe la metà di quello medio del resto di Europa, mentre secondo il territorio ne sarebbe la quinta parte, se si parte dall’infittimento della rete di ferrovie.
Da questo confronto è facile risalire a quello con la Russia in fine dello zarismo, ossia prima della grande rivoluzione. Contiamo per metà le ferrovie in costruzione e avremo circa 70 mila chilometri in tutto lo Stato. In proporzione erano circa 50 mila nella parte europea, con l’indice per superficie di un chilometro e l’indice per popolazione (assunta di 125 milioni) di quattro chilometri.
Quale grado di sviluppo moderno, alla stregua di questo schematico dato, aveva dunque allora raggiunto la Russia zarista? Esso era pari al 40 per cento di quello occidentale, con l’indice per popolazione, e a solo un ottavo in rispetto al territorio.
Vogliamo fare un tale confronto con l’Italia a dati attuali.
Col territorio di circa 300.000 kmq. l’Italia ha oramai 48 milioni di abitanti, colla densità 160. Le ferrovie sono 22 mila chilometri. Abbiamo dunque 7,3 chilometri di ferrovia ogni cento chilometri quadri. Indice poco sotto l’Europa non russa.
Per ogni diecimila abitanti abbiamo chilometri 4,6. Esso è notevolmente al di sotto di quello europeo odierno di dieci.
Se quindi vogliamo dare peso all’indice di secondo tipo avremo che esso, in un paese di avanzato capitalismo (Stati Uniti), raggiunge 27.
Nella Europa centroccidentale è 10.
Nella attuale Russia Europea è 5.
In Italia è 4,6.
Nella Russia europea al momento della rivoluzione era 4.
Sotto questo sommario punto di vista, lo sviluppo economico della Russia nel senso capitalistico equivaleva, alla caduta degli zar, quasi quello dell’Italia attuale e probabilmente quello dell’Italia della medesima epoca.
Molto più sfavorevole sarebbe alla Russia sarebbe il confronto se si prendesse il primo indice, ferroviario-territoriale.
In effetti un paese più esteso ha bisogno, a parità di dinamica dei trasporti, di maggiore lunghezza ferroviaria: a parità di tonnellate prodotte e trasportate dalla produzione al consumo, avrà bisogno di impiegare più tonnellate-chilometri, ossia di spendere di più per carbone ed altro. (In effetti il carbone costa in Russia meno che in Italia, e così la nafta, facendo il pari della forza elettrica).
Ma anche l’Italia è un paese lungo, se non spazioso, ed entrerebbe in gioco la configurazione complessiva.
Non filosoferemo dunque più su questo aspetto del confronto, limitandoci a dire che il capitalismo era palesemente penetrato in Russia, a dispetto di quelli che pensavano potesse restare estraneo, almeno tanto, quanto è fra noi a deliziarci in questa borghese vezzosa Italia.
Volumi della produzione
Ripetiamo che non è il caso di addentrarsi nel mare di cifre che cercano la temperatura, il potenziale industriale nella quantità di merci prodotte, nel loro valore, e nelle aliquote di tali grandezze date in ragione del numero degli abitanti, anno per anno, in lunghi periodi. Ai paragoni tra tali dati, anche in testi accurati, fanno anche ostacolo le esatte relazioni tra unità di misura, da cui vengono talvolta grossi equivoci, soprattutto per la diversa importanza della moneta non solo da luogo a luogo ma nel corso del tempo.
Si sogliono considerare indici decisivi le quantità della produzione di ghisa-acciaio, di carbone, di petrolio, il numero di fusi delle industrie tessili e così via.
Nel caso russo non abbiamo un’industria che per essere proprio giovanissima, ha dovuto rincorrere quella di altri paesi. Tale è stato ad esempio quello del Giappone. L’industria russa, specie estrattiva, è antica, ha proceduto a rilento, è stata sopravanzata dalle altre dei paesi avanzati del mondo, e a un certo tempo ha preso la rincorsa.
Ad esempio nel 1725 la Russia produceva più ghisa che l’Inghilterra, sebbene in questa le industrie manifatturiere, soprattutto la tessile, fossero in pieno rigoglio. Sotto Caterina II nel 1795 la Russia era avanti a tutto il mondo per la produzione di ghisa, ferro, rame. Tuttavia le quantità di quei tempi erano basse: 150.000 tonnellate di ghisa nel 1767, che crescevano lentamente, tanto che dopo un secolo, nel 1865, secondo certi dati, erano solo raddoppiate. Ma poi la corsa si accelera: nel 1896 eravamo a circa un milione e mezzo di tonnellate; nel 1905 a 2 milioni e mezzo. (È bene avvertire il lettore che consulti il «1905» di Trotsky nella edizione I.E.I. di Milano, che le cifre date in milioni di libbre derivano da errore nella traduzione dell’unità di misura: la libbra inglese ammessa in Russia è gr. 0,454, e questi dati vanno moltiplicati circa per 30). Ma già a questo punto il primato se n’è andato da tempo: nel 1906 la Russia è a circa 3 milioni di tonnellate, ma l’America è a 14, l’impero britannico a 9, l’Europa centrale a 15. Tuttavia l’ascesa continua: nel 1913 la Russia dà 4 milioni e mezzo.
Si stima ad esempio che oggi la Russia produca oltre 300 milioni di tonnellate di carbone contro il doppio degli Stati Uniti, poco meno in Inghilterra, 150 mila circa nella Germania ovest.
Questo può dare una certa idea della intensità di industrializzazione dopo la rivoluzione, ove si pensi alle cifre antecedenti: circa 14 milioni nel 1898, 19 milioni nel 1905, 36 milioni nel 1913.
Osserviamo ad esempio che, per le cifre del 1905, contro 19 milioni in Russia si estraevano in America ben 250 milioni di tonnellate: quindi in mezzo secolo mentre l’America ha all’incirca raddoppiata la sua potenzialità, la Russia, pur senza raggiungerla, ha reso la propria quindici volte maggiore.
Non ci interessa ancora qui il tema della evoluzione economica russa dopo il 1917, ma quello dello sviluppo antecedente, della accelerazione con la quale il modo di produzione capitalistico invase l’impero degli zar, facendo saltare l’involucro di potenza sotto il quale i mugik avevano mille anni dormito, né da soli mai si sarebbero destati.
Confronto internazionale
Quale dunque il ritmo della progressione industriale in Russia e fuori? Nei dati aggiunti dall’economista Varga all’Imperialismo di Lenin vi è un diagramma dell’evoluzione industriale dal 1860 al 1913 molto interessante, salvo i soliti dubbi sul rigore di questi raffronti. Sono indicati gli incrementi annui percentuali della potenza industriale: la media mondiale sarebbe il 3 e mezzo per cento e quindi in cinquant’anni il capitalismo avrebbe aumentato nell’industria come da 100 a 550: il risultato ci sembra scarso.
Comunque, mentre in quel periodo le già industrializzate nazioni inglese, francese, belga, procedono a ritmo inferiore a quello mondiale, più rapide sono, ed è logico, Germania ed Italia, e poi, appaiate, America e Russia, che procedono al grado del 5 per cento annuo, superate solo da Finlandia, Canada e Svezia, paesi in materia anch’essi «inseguitori». Col 5 per cento «composto» si va da 100 a 1150.
Nel periodo successivo 1913-1928 l’incremento annuo mondiale è solo il due e mezzo per cento (ed è logico, se influisce la fase della prima guerra universale, per oltre quattro anni su quindici). In questo periodo gli Stati Uniti scendono al 3 per cento, mentre l’Inghilterra si ferma (?); fila, coll’8 per cento annuo, un poderoso nuovo arrivato: il Giappone.
E la Russia? La cosa interessante di questo audace diagramma, che crediamo non pretenda dare un’idea del ritmo dell’accumulazione (sarebbe assai controproducente ai fini della teoria di Marx, di cui Varga si assume seguace: e vedi nel rapporto nostro di Asti il confronto tra le velocità di sviluppo economico dedotte dalla nostra teoria, e da quella americana della scuola del benessere) è che, nei nuovi dati di Varga, dopo la rivoluzione tutti i quadri statistici IGNORANO LA RUSSIA. Il piccolo gracchiante economista aulico sovietico non è fesso: intento a dimostrare, coi dati del periodo successivo a Lenin, che persistono gli indici dello sviluppo imperialista del capitalismo, omette quelli russi, perché darebbero a loro volta questa precisa incontrovertibile dimostrazione.
E se teniaino conto dell’avanzata nella produzione del carbone (come dei minerali ferrosi, del petrolio e così via) possiamo indurre che in cinquant’anni la produzione è divenuta quindici volte maggiore. Questo significa salire da cento a millequattrocento, che col calcolo maccheronico rappresenta il 28 per cento annuo, e matematicamente il cinque e mezzo per cento all’anno: indice congruo a quelli – giusta Varga – del capitalismo ad acceleratore premuto.
L’industrializzazione della Russia non è dunque il primo esempio della costruzione del socialismo – che sarà l’opposto di una corsa alla catastrofe – ma un altro classico esempio di avanzata capitalistica.
Se dopo la prima guerra mondiale l’indice progressivo nel mondo capitalista è calato da tre e mezzo a due e mezzo, ciò vuol dire che la guerra ha agito come valvola di sicurezza contro la ipertensione accumulatrice.
Mentre l’Inghilterra tra il periodo «pacifico» e il «dopoguerra I» (posto che questo finisca con la crisi del 1929, e segua una altra fase, l’anteguerra II) sarebbe scesa da due e mezzo a zero (è da fare qualche riserva) – l’America è calata dal cinque al tre, ma la Russia invece è salita dallo stesso cinque al cinque e mezzo! E bisogna notare che nel cinquantennio considerato per trovare tale indice sono comprese due guerre mondiali e la rivoluzione: il vero indice è ancora piu alto se togliamo gli anni di stagnazione e ripiegamento. Come andrebbe lo stesso calcolo per gli Stati Uniti, tra il 1905 e oggi? Il carbone, appena raddoppiato o poco più, dà un tasso di incremento inferiore al due per cento, la ghisa, andata da 14 milioni di tonnellate a una sessantina, non arriva al tre per cento. In effetti l’Inghilterra dà indici assai bassi. Il Giappone ha fatto seguire ad una strepitosa avanzata una ritirata grave.
Il lettore ha indubbiamente inteso come questo indice di medio aumento da un anno al successivo non dipenda dalla popolazione. La massa della produzione russa nei vari settori non raggiunge ancora quella statunitense malgrado la maggiore popolazione (tuttavia con rapporto minore di cinquant’anni addietro). In realtà non tutta la Russia è oggi industrializzata.
Ma la conclusione resta che nel mondo odierno la Russia è al primo posto per velocità di avanzata del modo capitalistico di produzione; indice massimo per la diagnosi di imperialismo nel senso di Lenin. Questo fenomeno è, al tempo stesso, fenomeno rivoluzionario, come Lenin stesso stabilì. Ma in esso, e non nella costruzione del socialismo (il cui procedere avrà ben diversi diagrammi e indici), sta il risultato ripercosso del Grande Ottobre.
La statistica delle imprese
Questo altro indice è forse ancora più difficile da seguire, per la complicazione dello smistamento delle aziende in grandi, medie, piccole, che finiscono col disperdersi in forme semicapitaliste-semiartigiane. D’altra parte, per la legge delle concentrazioni, gli scaglioni più alti per numero di dipendenti sono poi più bassi per totale di dipendenti e quindi per totale di prodotti e loro valore.
Secondo alcuni testi la Russia del 1725 avrebbe avuto solo 233 fabbriche, secondo altri tra 100 e 200. Nel 1767, con la popolazione di appena 25 milioni, sarebbero state tra 650 e 700. Nel 1795, duemila: un terzo di esse apparteneva a nobili. Altra notevole parte allo Stato stesso: ultima ad industrializzare è la poco rilevante borghesia. Nella prima metà dell’800 è il capitale straniero che è chiamato a fondare industrie: il tedesco Knopp importò le macchine per ben 122 filature in dieci anni. Secondo altri dati, dal 1865 al 1900 le fabbriche si sarebbero quadruplicate, al 1906 più che sestuplicate (anche da queste cifre il tasso di aumento nel quarantennio risulta circa 4 e mezzo per cento).
Una statistica data da Trotsky indica, al 1905, circa 35 mila aziende, ma quelle con oltre 50 lavoratori sono soltanto 6300.
Altre cifre renderebbero forse le cose non chiare. Ma quelle che veramente interessano sono appunto le caratteristiche singolari del crescere dell’industrialismo in Russia.
È il potere centrale l’artefice del movimento industrializzatore. Pietro il Grande (non dunque a torto il presente regime russo si orienta alla esaltazione di antiche glorie nazionali, che sembrano costituire indirizzi tradizionali dell’economia!) nel 1720, fra altre riforme sociali che riordinano dall’alto gli strati della società rurale ed urbana, estende agli industriali il privilegio nobile di tenere servi. Analogamente erano servi i lavoratori delle fabbriche di Stato, nei monopoli (sale, potassa, resine, tabacchi) e nelle officine e arsenali militari. Principio dunque del lavoro manifatturiero coatto, della deportazione di lavoratori dalla gleba alla manifattura. Feudalismo di Stato, industrialismo di Stato. Qui forse le radici del socialismo fasullo?
I nobili possedevano, su dono degli zar, non migliaia di dessiatine, ma migliaia di servi, cui la legge vietava di possedere terra. Un favorito di Elisabetta II (1746-62) giunse ad averne 120 mila! La grande Caterina, poi, nel 1764, chiuse 242 conventi su 413, fece murare vivo un arcivescovo che protestava, e passò il milione di servi di quei conventi allo Stato. Non per niente aveva un debole per Voltaire … e andò ben oltre le leggi successive dei liberali occidentali contro le congregazioni religiose e la manomorta.
Tuttavia, sempre allo stesso fine dello sviluppo di una potenza manifatturiera si invertì poi la politica economica del lavoro forzato. Si avvicinava l’esigenza dell’emancipazione rurale, tutt’altro che uscita da una pressione di masse contadine, di cui rovinò, come sappiamo, le condizioni materiali. Nicola I nel 1832 creò una classe di onorevoli borghesi. Nel 1840, autorizzò per legge i fabbricanti non nobili che avevano operai servi ad affrancarli. Si imponeva la superiorità tecnica di usare manodopera libera.
Con tutta questa catena di provvedimenti di autorità, l’industria russa nasce come grande industria: la sua concentrazione, come Lenin e Trotsky dimostrano molte volte, non solo è pari ma molto superiore, nella seconda metà e fine dell’ottocento, a quella di paesi europei avanzati come Belgio e Germania.
Essa non sorge come in occidente inghiottendo un vasto artigianato, ma invece crea e incoraggia indirettamente nelle città una industria minima e artigiana.
Tuttavia a breve distanza dalla grande rivoluzione questo apparato produttivo, in un paese che va verso i 150 milioni di abitanti, è ancora molto indietro rispetto ai paesi del classico capitalismo «liberale».
Trotsky ci fornisce un dato sintetico, la cui analisi non è qui il luogo di ricostruire. Nel 1900 le industrie russe producevano merci per due miliardi e mezzo di rubli contro i 25 miliardi degli Stati Uniti! Eppure questi avevano allora 75 milioni di abitanti, quindi l’indice per persona era venti volte maggiore.
Pensiamo che oggi tale indice, come altri relativi al ferro, al carbone, ecc. non sia lontano, e siano al più doppi negli Stati Uniti rispetto alla Russia. Difficile dare i valori in congrue unità monetarie del totale dei manufatti in un anno: assumiamo che negli Stati Uniti sia più che doppio di allora e – forse – più che doppio che nella Russia attuale.
In altra esposizione tenteremo di sondare l’equazione: Russia 1950 uguale America 1900. Rapporto quantitativo tra analoghe qualità. Bel cambio della guardia.
Composizione della popolazione
In questa schematica presentazione del corso del capitalismo in Russia, come numero e potenza di imprese, reti dei trasporti, volume della produzione delle cosiddette industrie chiave, è tempo di venire al contropersonaggio che il capitale chiama sulla scena con sé: la classe operaia, che faticosamente si enuclea da una popolazione immensa e diversa, complessa oltre ogni dire negli ingredienti che la costituiscono sia per razza e lingua che per schieramento sociale. «5,4 milioni di chilometri quadrati in Europa, 17,5 in Asia, 150 milioni di abitanti. Su questi immensi spazi, tutte le epoche della umana civiltà: dallo stato selvaggio e primitivo delle foreste settentrionali, dove ci si nutre di pesce crudo e dove si prega davanti a un pezzo di legno, fino alle nuove condizioni sociali della vita capitalista, in cui l’operaio socialista si considera partecipante attivo alla politica mondiale e segue attentamente gli avvenimenti nei Balcani o i dibattiti al Reichstag. L’industria più concentrata di Europa, basata sulla agricoltura più arretrata. La macchina governativa più potente nel mondo, che utilizza le conquiste del progresso tecnico per ostacolare il progresso storico del suo paese …». Chi meglio di Trotsky poteva dirlo?
Le cifre che vogliono indicare la numerica potenza del proletariato sono a loro volta difficili a paragonare nei vari tempi, se si comincia da servi di offícina e si va a finire a moderni proletari, comprendendo a volte solo le grandi fabbriche, a volte le piccole aziende, a volte minuti lavoratori tra salariati e stipendiati. Ma anche qui il continuo progresso è evidentissimo.
Abbiamo già citato le cifre di 700 mila proletari nel 1865 (su forse 70 milioni di abitanti) e 1.400 mila nel 1892 (su 113 milioni). Nel 1900, con la popolazione di oltre 120 milioni, si parla (Storia del Partito bolscevico) di 2.800 mila di cui 2.200 mila nei soliti 50 governatorati della Russia d’Europa. La sintetica presentazione di Trotsky ci indica tutti i lavoratori di ambo i sessi in ben 9 milioni e più al 1897, ma di essi solo poco più di 3 milioni sono operai dell’industria grande e piccola, 1 milione lavoranti a giornata e semiartigiani, oltre due milioni domestici, portieri e garzoni, e infine quasi tre milioni agricoli o lavoratori della caccia e pesca di cui consideriamo che solo una parte minore fosse di veri salariati. Queste sono le cifre della «popolazione attiva» a cui bisogna aggiungere i componenti improduttivi delle rispettive famiglie. Occorre che la popolazione non attiva sia considerata circa quadrupla, e quindi di 38 milioni per convalidare la valutazione di Troisky (che ci pare senz’altro eccessiva, tanto più al 1897) che il proletariato sia oltre un quarto della popolazione. Più attendibile è certo il rapporto che dà Lenin per la stessa epoca, 1/6 di popolazione industriale contro 5/6 di agricola.
In tale materia le contraddizioni del resto dipendono dai criteri che vengono applicati, e nel seguito ci serviremo di una analoga analisi fatta per vari paesi all’inizio del rapport alla riunione di Asti. Nel selezionare tra la parte di popolazione che risponde al modello capitalista «puro» e la massa delle classi «spurie», ossia unendo al proletariato le bassissime cifre di datori di lavoro e proprietari fondiari non lavoratori, indicammo per l’Italia 1/3 e 2/3 circa; considerammo che il massimo in Gran Bretagna è circa metà e metà. Con le cifre che si possono avere dell’U.R.S.S. quale la si considerava dall’estero nel 1926, l’indice di purezza era molto basso, la parte industriale della popolazione solo il 15 per cento. La produzione capitalista rappresenta ancora una piccola parte della società russa.
Non solo la Russia è capitalista, ma ha ancora molto cammino davanti a sé per divenirlo non in toto, ma nella rata dell’Occidente.
Appunto per questo la sua corsa all’accumulazione tiene il massimo ritmo nel mondo capitalista di oggi. Ma la rivoluzione che veramente sia internazionale può, anche allo stato attuale delle cifre, stroncare il vecchio capitalismo in Occidente e il giovane in Oriente, impedire loro che sconciamente coesistano.
Sono i conti «politici» che tornano diversamente.
Parte II – Partito proletario di classe e attesa della duplice rivoluzione
Forza della classe operaia
Nell’aggiornare tra il 1875 e il 1894 il suo scritto sulla Russia sociale, Engels, che tanto insiste sul procedere sempre più risoluto delle forme economiche capitalistiche, non fa si può dire cenno delle prime manifestazioni della lotta di classe dei lavoratori dell’industria.
Eppure è oramai a tutti noto che già in quel periodo il proletariato delle grandi città aveva dato indiscutibile segno di vita, attirandosi spietati colpi dal potere politico assolutista.
Fino al decennio 1870-80 negli stabilimenti militari si lavorava oltre 12 ore, e nell’industria tessile anche 13 e 14 al giorno. Il tasso dei salari, l’impiego di donne e di fanciulli, nella loro storia, insieme ad ogni altra condizione del lavoro di fabbrica, ripetono la tragedia del proletariato inglese del ‘700 e primo ‘800 descritta da Engels e Marx. Si ebbero movimenti di tipo «luddista», ossia la distruzione delle macchine e delle fabbriche stesse. Le organizzazioni di difesa e di lotta fecero la loro apparizione: nel sud col 1875, nel nord col 1878 (Odessa, Pietroburgo). Gli organizzatori, alcuni dei quali erano vissuti all’estero, avevano avuto contatti con la prima Internazionale e con lo stesso Marx. Tra l’80 e l’85 si ebbero grandi scioperi, memorabile quello della fabbrica Morozov contro il ribasso delle mercedi e le multe, finito con centinaia di arresti e con un grande processo.
La storia di questo erompere della lotta operaia segue fino alle epiche lotte del 1904 e 1905, dove sono già milioni i lavoratori dei grandi centri che scendono in lotta, e dove si giunge direttamente allo sciopero generale politico in una intera città, e in tutto il paese, con formidabili azioni insurrezionali, che si scontrano colla feroce repressione della polizia e dell’esercito.
Mentre in occidente lo sciopero generale rivoluzionario è ancora una questione discussa dai partiti più che un’effettiva arma di lotta, il 1905 russo viene a sancire la storica importanza di questo primario mezzo di battaglia del proletariato.
Mano mano quindi che si avvicinava il momento della immancabile rivoluzione antizarista, col ritmo stesso con cui cresceva la forma capitalistica di produzione si elevavano i formidabili effettivi della classe operaia urbana nelle città della Russia, che proprio in quell’epoca avevano preso ad ingrandire con la velocità caratteristica del tempo borghese. Tutte le città russe nel 1850 non davano che 3 milioni e mezzo di abitanti; nel censimento del 1897, erano a 17 milioni. Mosca nel 1870 aveva 600 mila abitanti, nel 1905 un milione e 400 mila. (Oggi quattro milioni e mezzo).
Il 3 gennaio 1905 scoppiò lo sciopero nelle officine Putilov. Alla tragica domenica 9-22 gennaio, in cui i dimostranti trascinati inermi dal pope Gapon furono falciati dalla mitraglia ai cancelli del palazzo imperiale, erano 150 mila gli scioperanti in Mosca. Nella successiva ondata di ottobre furono altrettanti, ma scese in lotta tutta la Russia, e si fermarono i 750 mila ferrovieri. Il 21 dicembre 100 mila lavoratori a Pietroburgo e 150 mila a Mosca scesero ancora nelle strade: il 30 dicembre la storica insurrezione – la Prima Rivoluzione Russa – era schiacciata.
Quale dunque il volume delle forze, provate ormai alla guerra di classe, del proletariato russo, allo scoppio della prima guerra mondiale, e nell’anno del crollo dello zarismo, 1917? Trascurabile, forse, a fronte della marea rurale che ondeggiava esasperata e irrequieta, ma che solo passata nel vortice dell’industrialismo urbano e della mobilitazione al fronte poté dare combattenti decisi alla guerra civile?
Confronto con l’Italia
Vogliamo tornare su qualche confronto prima di lasciare lo argomento degli indici dello sviluppo economico sociale e andare alla conclusione sulle forze e gli indirizzi politici, poiché su concetti essenziali si deve molto insistere.
Nella odiema Italia, stando ai dati del censimento 1951, col quale si è cercato di rilevare le attività economiche e le professioni, e si è inoltre eseguita l’indagine su tutte le aziende private di industria, commercio e servizi in genere, si ha la seguente struttura.
La popolazione residente è di 47.138 migliaia. Quella che si chiama popolazione attiva, o meglio atta al lavoro (ossia «le forze di lavoro» di ambo i sessi e di ogni età), si stabilisce nel numero di 19.358 migliaia, ossia il 41,1 per cento. Le cifre ufficiali la distinguono in occupata e non occupata, e la prima scende a 18.072 migliaia, ossia al 38,4 per cento della popolazione: il resto, il 61,6 per cento, è improduttivo, o perché non trova da impiegare la sua capacità di lavoro, o perché età, sesso, invalidità, tolgono loro la capacità stessa.
Con tali cifre ufficiali i disoccupati sarebbero solo 1.286.000: in effetti sono oggi oltre i due milioni, ed erano al 1951 quasi tanti. Probabilmente se ne deve concludere che gli attivi di fatto sono circa il 39 per cento, le forze di lavoro sono almeno il 43 per cento (20 milioni al 1951).
Ora il censimento industriale ha dato 4 milioni di addetti, oltre a 1.450 migliaia nel commercio, circa 1.000 nei trasporti e servizi vari. Sono in tutto 6.482 migliaia, ossia il 13,5 per cento della popolazione e proprio un terzo della totale popolazione attiva.
Con questo calcolo non abbiamo però tenuto conto dei proletari delle aziende rurali a tipo industriale, che in precedenti indagini assumemmo nei 4/10 degli addetti all’agricoltura, tratti dai dati del censimento antebellico 1936; il che ci condusse al rapporto: industria 1/3, agricoltura non capitalistica e altre forme intermedie, due terzi.
In effetti dai dati del censimento industriale ultimo, per avere i proletari, dovremmo togliere gli alti impiegati, che ci condurrebbero ad assottigliare soprattutto di molto i settori, inglobati, del commercio e dei servizi e trasporti.
Deve dunque ritenersi adatto all’Italia di oggi, a parte analisi in altra sede, l’indice sempre dato di un terzo, come saggio di purezza capitalistica.
In effetti nel 1936 si censirono le dichiarazioni di professione, più che la appartenenza di impiego alle aziende; si ebbe il 43,5 per cento di attivi (su 42.444 migliaia), ossia 18.412. Gli operai e assimilati furono 6.925 mila, di cui 2.378 nell’agricoltura. Ma gli assimilati agricoli comprendono le «figure miste»; ed è criterio troppo largo, sicché giungiamo alla conclusione che i veri proletari erano poco più di sei milioni, dunque un terzo degli «attivi»; anche allora.
Dove va la Russia?
Ma veniamo alla Russia. Lenin fece un minuto spoglio del censimento 1897 e concluse per il saggio di 1/6 di popolazione industriale; quindi possiamo stabilire che la Russia della fine secolo era di metà inferiore alla Italia di oggi quanto a capitalistico tono.
Abbiamo detto che troviamo alte cifre di Trotsky per il 1905: esse sono tratte dal confronto della popolazione «industriale» di città e campagna, che tralascia le classi spurie, ossia la gran parte della popolazione russa.
Seguiremo la via dell’indice di sviluppo del capitalismo. È assodato che verso il 1900 vi erano già tre milioni di operai della grande industria, adeguabili ad almeno il cinquanta per cento in più, colle aziende minori e quelle di campagna e quindi 4 milioni e mezzo. Possiamo ritenere che nei quindici anni fino alla guerra, come si è circa raddoppiata di volume la produzione industriale, altrettanto sia avvenuto nella «armata del lavoro». Ed infatti per andare in quindici anni dall’indice 100 all’indice 200 di produzione, occorre proprio l’incremento annuo del 5 e mezzo per cento, calcolato da Varga per la Russia e per il dato periodo.
Poniamo dunque, in cifre largamente approssimate, che la Russia avesse al 1914, e praticamente fino al 1917, anno della rivoluzione, 140 milioni di abitanti; una popolazione attiva bassa, ossia del 25 per cento circa, e dunque di 35 milioni di abitanti; e 9 milioni di proletari, pari ad un quarto circa del totale degli attivi.
Una diecina di milioni di proletari è quanto basta per smuovere 140 milioni di abitanti, per due terzi fuori del cerchio della moderna fomace di vita. Contro ad essi, nel nostro piccolo ma più sviluppato paese, si hanno sei milioni di proletari. L’indice di Lenin di un sesto era passato, al momento della grande rivoluzione, almeno ad un quarto.
Non era il nostro, di un terzo. Non era quello inglese, o americano, di un mezzo. È più che bastevole per insistere nel volgere le spalle all’insulso cliché della rivoluzione di contadini, eretta a maestra del mondo moderno.
Ma ricordando poi che le mal note statistiche 1926 sembravano abbassare ancora il saggio industriale, deve considerarsi che dopo i disastri della guerra esterna e civile la ripresa fu lenta, e la precedette un notevole indietreggiamento. Da allora la industrializzazione è continuata, con forme ed indici squisitamente capitalistici, e continua tuttora; prende espressione concreta la nostra nota formula. La Russia non tende al socialismo, ma al capitalismo, girando la ruota in avanti.
I movimenti politici
Nella immensità di materiali diffusi in tutti i modi in tutto il mondo nell’ultimo quarantennio sulla storia della lotta politica russa, senza nemmeno pretendere di dare la cronologia e lo schieramento dei movimenti e dei partiti, ci interesserà soprattutto quanto fa vedere come, nel corso della evoluzione sociale, si costruisca il partito della classe operaia rivoluzionaria.
Dire degli altri partiti ci preme solo in quanto non vi è migliore via per definire in tutta luce la linea del nostro movimento, che fare il bilancio delle sue battaglie teoriche e di azione contro i movimenti che se ne andarono differenziando, e soprattutto contro quelli che si allontanarono per la vitale feconda via delle scissioni, delle selezioni che eliminarono in tappe successive scorie e rifiuti.
Qui la storia del partito che condusse la Rivoluzione russa ha dato uno dei principali contributi su cui questa esposizione tende a convergere. Questi contributi sono per noi principalmente due: la distruzione prima dottrinale e poi materiale di tutti i partiti dissidenti, passati in serie continua alla controrivoluzione – la liquidazione disfattista della guerra nazionale. Non solo questi due risultati storici positivi hanno maggior peso che un terzo risultato: ossia la vantata costruzione del socialismo in Russia – che è mancato in pieno; ma (diciamolo ancora e subito) questo terzo obiettivo non aveva senso storico marxista. Pensammo e lottammo dal 1917 alla distruzione del capitalismo internazionale e alla vittoria del socialismo, come un terzo obiettivo dopo i due: disfattismo e liquidazione della guerra a scala europea – annientamento alla stessa scala di tutti i partiti rinnegati e socialtraditori, anche se operai. Mancati, in questo più vasto campo, tali due risultati indispensabili, non si pose più la prospettiva storica di erigere socialismo in Europa, e tampoco in Russia, perché la società socialista come modello da esposizione la consideriamo insulsaggine dai primi balbettii della nostra scuola determinista.
La politica rivoluzionaria non è blocco, ma selezione. Lenin premise a «Che fare?», nel 1902, un brano di lettera di Lassalle a Marx: «La lotta nel partito dà al partito forza e vitalità: la maggior prova di debolezza di un partito è la sua diluizione, e la scomparsa di frontiere nettamente tagliate; epurandosi, un partito si rafforza». Ciò che era enfasi in Lassalle, era profondità nel suo corrispondente del 1852, che a suo tempo con infallibile bisturi segnò la epurazione dal lassallismo stesso.
Patiti del Lenin scissionista a vita, sembrò che noi, gruppo della sinistra italiana, non lo fossimo del preteso Lenin compromessista. Ma in Lenin l’arma del compromesso era impugnata per disperdere i partiti affini-nemici: se ci avesse convinti che i calcoli di progetto tornavano – talvolta forse riporteremo le testuali citazioni degli anni 1920-26 – saremmo stati con lui nello scopo comune. I calcoli, purtroppo per lui e per noi, non sono tornati. Maledetti noi, avevamo ragione.
La nostra continuità in questa posizione può trovarsi nel testo, riportato tempo fa su queste pagine di una parte finale delle tesi della Frazione Comunista Astensionista, formata in Italia nel 1918 col fine della costituzione del partito comunista; parte dal titolo: «Critica di altre scuole».
Il metodo ci valse la sicura nostra distinzione, dinanzi alle tante sballate critiche rivolte allo astensionismo elettorale, da anarchici, da sindacalisti alla Sorel, da rivoltosi alla Blanqui, da eroicisti e putschisti, da operaisti di sinistra, da scissionisti e settari sindacali, da élitisti di ogni tipo.
Partiti delle classi abbienti
Lenin in un articolo del 1912 ci dà uno scorcio dei partiti della III Duma di Stato riferiti alle loro basi sociali. Le cifre poco interessano, tra l’altro in quanto la legge elettorale era fatta in modo da lasciare seggi multipli alle «curie» delle classi ricche di città e di campagna.
L’estrema destra era la «Unione del popolo russo», partito dell’autocrazia e della nobiltà, fautore del dispotismo e della oppressione delle razze e nazionalità soggette. Era l’espressione, oltre che dei nobili, dei proprietari fondiari, della chiesa ortodossa e dell’alta burocrazia; coincideva colla reazionaria banda dei «cento neri». Dopo costoro vengono i «nazionalisti», altrettanto conservatori, nemici sia degli allogeni e non ortodossi, sia dei democratici.
Al centro sono gli ottobristi, liberali fautori della più larga Costituzione largita sotto la pressione delle lotte del 1905, modificata poi con la legge elettorale del 1907. Tale partito rappresenta proprietari fondiari borghesi, e industriali capitalisti, a parole difende la libertà ma appoggia tutte le misure contro i movimenti operai.
Seguono a sinistra i cadetti, dalle iniziali del nome Costituzionali Democratici. Questo partito dei borghesi monarchici liberali si definisce partito della libertà del popolo, ma fin dalla I e II Duma, in cui prevalevano, sono pronti ai compromessi colla destra. Lenin li chiama liberali controrivoluzionari. Da essi non differisce il partito «progressista», che non giunge nemmeno alla richiesta del suffragio universale.
La sinistra, numericamente assai esigua, era formata da varie sfumature dei gruppi popolari nelle campagne, detti populisti, trudoviki, socialisti rivoluzionari – e dai socialdemocratici, partiti dei quali diremo ora con un poco più di ordine storico. I populisti di sinistra, gli S.R., sono in questa Duma otzovisti, cioè avevano boicottate le elezioni (ciò che Lenin in quella fase avversa). Lenin considera tali partiti realmente democratici, in quanto lottano contro l’autocrazia e la monarchia decisamente, ma val la pena di anticipare il giudizio, col cui condanna il loro programma antirivoluzionario, di cui per decenni ha sviluppato la più profonda critica.
«Essi si servono tutti volentieri delle frasi socialiste, ma ad un operaio cosciente non è permesso sbagliarsi sul significato di tali frasi. In realtà in nessun «diritto alla terra», in nessuna «ripartizione egualitaria della terra», in nessuna «nazionalizzazione del suolo», non vi è un grano di socialismo. Questo lo deve comprendere chiunque sa che l’abolizione della proprietà privata della terra e la sua nuova ripartizione, fosse anche la più «giusta», invece di compromettere la produzione mercantile, il potere del mercato, del capitale, del denaro, li sviluppa al contrario ancora più largamente».
Sono queste le posizioni che i marxisti devono penetrare. Nel seguito e altrove Lenin considera utile questa azione per una riforma democratica terriera dei popoli agrari, di più discute l’impegno degli stessi socialdemocratici, e bolscevichi, ai vari fini: spartizione, nazionalizzazione, municipalizzazione, con la critica più profonda alla luce della lotta programmatica contro il capitalismo urbano industriale. Ma stritola queste ideologie nei programmi dei contadinisti perché ivi non agiscono da mezzo per istradare la rivoluzione, bensì da pesante barriera sul suo vero cammino.
Programmaticamente in agricoltura non è una diversa titolarità della terra, la sua distribuzione, o quella stessa dei suoi prodotti, ciò che noi vogliamo, ma è la distruzione della forma mercantile e monetaria. L’agricoltore nella società socialista non avrà soddisfatta «fame di terra», in quanto le derrate prodotte non sarà lui a mangiarle, e tanto meno a venderle.
Partiti popolari e partiti operai
Quando l’Occidente tra il febbraio e l’ottobre del 1917 apprese uno dopo l’altro il nome di tanti partiti (non era certo un fenomeno soltanto russo se ad esempio in Francia non da molti anni si erano unificati ben cinque partiti socialisti con diversi programmi e dottrine; e soprattutto per questo la confusione e l’impotenza operaia sono croniche) un senso di smarrimento si diffuse. L’uomo della strada, se era conservatore, ebbe un sorriso di compatimento e aspettò che si mangiassero tra loro, e tutto finisse – se era di simpatie rosse, fece i più trepidi voti per una pronta affasciatura di forze così divise.
Non era certo essere orientati, e confesseremo lealmente che quando, vari anni prima della rivoluzione, un amico russo anarchico ci qualificò con tono ufficiale la sua giovane compagna come una «socialista-rivoluzionaria-terrorista», noi, marxisti in erba, la guardammo come un modello quasi irraggiungibile di «sinistrismo». Seguendo la storia della scissione tra i «populisti» si può ora pesare esattamente quella qualifica, di una sottospecie per nulla marxista, cui poi appartenne la Dora Kaplan, che sparò – da destra – nella spalla di Lenin.
Bisogna dunque cominciare ab ovo a sondare i vari movimenti russi di opposizione, più o meno poggiati su contadini e poi operai, e sarà utile spigolare anche nella bella sintesi cronologica del (non molto bello) volume di Trotsky dal titolo «Stalin».
Ricordiamo che un movimento che non veniva dalle file del popolo, ma tuttavia andava oltre le numerose storiche congiure di corte, fu quello che va sotto il nome di «decabristi», gruppo di ufficiali e giovani nobili che nel dicembre 1825 tentò di rovesciare il potere dello zar Nicola I, al momento della successione ad Alessandro, il rivale di Napoleone I, rifiutando di giurargli fedeltà e tentando di imporre una Costituzione. Dei quasi trecento processati ne furono condannati a morte trenta: cinque vennero impiccati, gli altri deportati in Siberia. Il poco rilevante episodio servì di tradizione ai liberali intellettuali.
Prima del 1870 tra le classi popolari non si erano ancora formati partiti veri e propri, e prevalevano le tendenze anarchiche e libertarie aventi per maestro e capo Michele Bakunin. Le spinse all’estremo il neciaievismo (termine appaiato all’ingrosso a quello famoso di nichilismo che terrorizzava la borghesia di occidente e che in effetti nulla significava), così detto da Neciaiév, deportato nel 1873, che lo predicò e praticò non solo come terrorismo individuale, ma come impiego di tutti i mezzi fino al ricatto e al «doppio gioco» – un precursore – coi peggiori arnesi di polizia.
Non manca di valore il rilievo di Trotsky che Marx fu indotto a lasciar sciogliere in Europa la Prima Internazionale, piuttosto che dare gioco a tali indirizzi disperati che sembrano estremi ma sfociano fatalmente nella capitolazione davanti alle ideologie reazionarie. Lo stesso Bakunin dovette a sua volta sconfessare Neciaiév.
Ma a questo punto appare la forza nuova, il populismo. Sono dapprima elementi della giovane cultura borghese che fondano il movimento «Andare al popolo», senza tuttavia trovare seguito tra lavoratori di città e campagna.
Ma nel 1875 il periodico Nabat (Campane a stormo), diretto da quel Tschakoff che ci è noto per la polemica con Engels, lancia l’idea di un movimento contadino, diretto a prendere il governo del paese a mezzo di un’azione rivoluzionaria: programma nettamente politico.
È nell’anno successivo che si organizza il partito dei Narodniki (popolari, populisti) col motto «Zemlia i Volia», ossia Terra e Libertà. Questo partito non si limita alla agitazione politica, ma incita al terrorismo individuale contro gli agenti e le forze statali.
Nel 1877 cinquanta populisti vengono processati. Ma intanto il movimento risponde con gli attentati: il 24 gennaio 1878 cade il governatore di Pietroburgo, generale Trepov, sotto i colpi della Vera Zasulich, passata poi al marxismo e traduttrice come si sa del Manifesto. Essa ripara all’estero, e con lei il suo compagno di partito Principe Kravcinski, che aveva soppresso il gen. Mezentzov, capo della gendarmeria.
Nel 1879 (anno della nascita tanto di Stalin quanto di Trotsky: Lenin era nato nel 1870) il partito populista, potente e diffuso in tutta la Russia, si trova già davanti alle questioni di metodo: il comitato segreto della Narodnaia Volia, o Libertà del Popolo, conduce la lotta terrorista, mentre una corrente di propagandisti segue Giorgio Plechanoff, che pochi anni dopo diviene, come poi fu detto, «il Padre del marxismo russo». Nel 1881 il Comitato Esecutivo del Partito riesce a far «giustiziare», come dicemmo, Alessandro II.
Il marxismo appare
Il 24 marzo 1870 in un messaggio alla sezione russa della I Internazionale (in effetti come in altre sezioni d’Italia, Spagna, ecc. si trattava di anarchici) Marx scrisse: «anche il vostro paese comincia a partecipare al movimento generale della nostra epoca».
Nel 1872 appare la traduzione in russo del primo volume del Capitale, uscito in tedesco cinque anni prima: in realtà raggiunge un pubblico di studiosi, più che di militanti di partito. Il Manifesto dei Comunisti era stato nel 186° tradotto da Bakunin e stampato nella tipografia del Kolokol (La campana). La traduzione Zasulich, colla notissima prefazione di Marx ed Engels, appare nel 1882.
Tutti i bolscevichi convengono di assumere la data 1883 come quella della prima fondazione di un movimento socialista marxista. Il gruppo «Emancipazione del Lavoro» fu però costituito in Svizzera, da Plechanov, Zasulich, Axelrod ed altri, fondando una Biblioteca socialista in russo.
Occupa tra queste pubblicazioni un posto importantissimo il libro di Plechanov: «Il socialismo e la lotta politica», che svolge la critica sistematica del Populismo e stabilisce le basi programmatiche per la organizzazione in Russia del Partito Socialdemocratico del Lavoro.
Non ci occorre tornare sulla questione del nome del partito, classicamente nota. I partiti occidentali nel 1864 alla fondazione della Prima Internazionale non avevano assunto il nome di comunisti, che aveva la Lega del 1848 ed era stato usato nel Manifesto del Partito in quell’anno. Tanto più dopo la scissione coi libertari bakuniniani prevalse la espressione tedesca di Socialdemocrazia. Cento volte nel corso degli anni abbiamo mostrato il male prodotto da questo nome: banalmente si crede sempre che l’antitesi fosse, per i marxisti, legalità e non rivoluzione; mentre l’antitesi vera è l’opposta: autorità (= violenza), non libertà.
Tuttavia il nome di socialdemocratici, poi denunziato da Lenin in aprile del 1917, era meno antistorico in Russia ove – ferma restando la teoria – il partito viveva la (qui in epigrafe) attesa della duplice rivoluzione, la lotta per la libertà democratica e la lotta per la dittatura di classe: successione che andiamo rimettendo, forse spiegando e rispiegando fino alla noia, al suo posto in questo lavoro.
Le conferenze regionali e le riunioni segrete si susseguirono per anni ed anni in Russia, finché fu possibile fondare il Partito nel suo Primo Congresso a Minsk nel 1898: il cammino dalla dottrina alla organizzazione occupò ben 15 anni. Sette anni dopo, nel 1905, il partito, dopo un laborioso sviluppo, era nel pieno della lotta rivoluzionaria. Altri dodici anni, ed era la vittoria integrale. La storia dei 34 anni contiene tutti i possibili insegnamenti per i metodi dell’azione comunista e il cammino della rivoluzione mondiale.
Critica del populismo
Risultati di primaria portata e soprattutto irrevocabili, per tremenda che sia l’odierna ondata di degenerazione rivoluzionaria, contiene la grandiosa battaglia contro i radicali errori e la influenza dannosa del populismo.
In polemiche storiche l’argomento fu impostato insuperabilmente da Giorgio Plechanov e poi sviluppato con la più grande ampiezza in successivi tempi dal suo allievo prediletto Lenin.
Occorre riassumere, per concretare questi risultati, le posizioni del populismo e la contrapposizione ad esse delle tesi marxiste.
Il fratello di Lenin, Alessandro, era un populista terrorista: sei anni dopo l’uccisione di Alessandro II organizzò l’attentato ad Alessandro III: questo fallì ed egli fu impiccato nel 1877. Lenin intanto diviene convinto marxista: già nel 1892 parla contro i Narodniki.
Nel suo opuscolo del 1894 contro il Michailovsky e la sua rivista «Ricchezza Russa» Lenin ribatte la polemica contro la dottrina di Marx e il materialismo storico con un’esposizione brillante e interessante, ma che non qui è il luogo di citare. Tra l’altro egli svolge la tesi che il momento fondamentale nel processo storico è quello della produzione e della riproduzione, o produzione dell’uomo stesso, cosa che era riuscita incomprensibile al M., sviluppo di un essenziale capitolo del marxismo che risponde a quanto abbiamo riesposto in una nostra riunione (Trieste: Razza e Nazione nella teoria marxista).
Sono invece qui non le critiche senza capo né coda degli scrittori populisti o quasi al marxismo, che importano, ma quelle dei marxisti al populismo.
Dal 1880 al 1890 Plechanov aveva discusso il movimento rurale in modo decisivo. In realtà non era un movimento spontaneo dei contadini; anzi in un primo tempo gruppi di entusiasti avevano tentato invano di organizzare la campagna.
Erano poi erano passati al metodo del terrore individuale. La critica dei marxisti a tale metodo risale alla diversa concezione degli agenti storici. Non si tratta di condannare i metodi illegali cospirativi e terroristici perché urtino con qualche nostro principio. Non abbiamo di queste tesi morali umanitarie, pacifistiche, o misticismi sulla inviolabilità della persona umana: simili limiti non ci fermerebbero mai, ove corrispondessero al destarsi della lotta di classe: non si tratta di politica di mani nette. Classe proletaria, partito, membri del partito, in dati casi tecnici anche isolatamente, non solo possono usare violenza e terrore, ma devono, in date situazioni, che dovranno in ogni caso essere attraversate, porre quelle forme di azione in primo piano.
Ma, nella visione populista è posta avanti la funzione dell’eroe che col suo sacrificio crea, per forza di esempio o passionale contagio, un rapporto di forza che altrimenti mancherebbe, e resta totalmente incompresa la derivazione della spontanea azione di classe, prima ancora che della generale coscienza e volontà, dalle esasperazioni delle determinanti economiche, dalla esistenza di precise condizioni materiali nei rapporti di produzione. Accreditare l’illusione che atti e gesti anche eroici possano aprire il varco – come generale, fondamentale risorsa – a movimenti storici, significa impedire il formarsi del partito che raggiunga la conoscenza e la volontà rivoluzionaria indispensabili.
Contadini e proletari
Qui un abisso si apre tra i due movimenti, e non poteva farsi luogo allo sviluppo di un partito marxista nel proletariato, senza ripudiare tutto il sensazionale quanto innocuo apparato di dramma del populismo di sinistra.
Mentre i marxisti rigettavano quel metodo in quanto appunto contraddice alla esigenza di costruire il partito operaio rivoluzionario, di cui ormai sono presenti le basi sociali, i populisti condannano il partito che sorge: secondo loro la sua esigenza di essere notorio lo rende capace di sole azioni economiche e rivendicazioni legali, conciliatore e abdicante alla questione del potere politico.
Questa questione di metodo di lotta così ben sviscerata dai marxisti russi classici costruisce la sfiducia nel partito sulla sfiducia nel proletariato industriale ed urbano, sulla pretesa che esso «non esista», sia un fatto «casuale», e che il capitalismo in Russia al più si sarebbe sviluppato marginalmente alla vita sociale della popolazione.
Quando Plechanov sosteneva che si sarebbe sviluppato con tutti i suoi caratteri presenti in Occidente, gli scrittori populisti gli rinfacciavano di volerne gli orrori e le catastrofi, pur di veder crescere proletariato e partito socialista. Lavorarono e Plechanov e Lenin a spiegare che la cosa non dipendeva dai «gusti» di questo o quel teorico, ma dalle reali forze economiche, e mostravano i dati del processo reale che nei precedenti paragrafi abbiamo riassunti: che del resto non certo idillio, ma oppressione, miseria e degenerazione imperversavano nella società precapitalista russa e nelle affamate desolate campagne ove i contadini vivevano peggio che quando erano servi della gleba; privi tuttavia di poter raggiungere quella unità di azione e di indirizzo, che solo ai lavoratori proletarizzati nel vortice cittadino, e del mercato generale, è dato raggiungere.
Abbiamo trattato a fondo la critica della teoria di una rivoluzione basata sulla comunità contadina di villaggio, e su una sua lotta di liberazione da tutte le soggezioni economiche e dalla oppressione statale. Plechanov ribatte su tutta la linea questa surrogazione dei contadini, ormai non più solidali nemmeno in parte, nelle cerchie locali di produzione, al proletariato, che invece nella misura in cui cresce di numero e cresce in concentrazione aziendale, si prepara sempre più ad un compito unico nazionale, anzi internazionale.
È da notare che quando la storia ufficiale del partito bolscevico rivendica questa superiorità del proletariato, come classe che cresce in quantità e in qualità, ed essendo sempre più spinta alla organizzazione è eminentemente – come nell’abc del marxismo – ovunque rivoluzionaria, rivendica anche la valutazione dei contadini come coloro che, nonostante la loro importanza numerica, costituiscono la classe lavoratrice legata alla forma più arretrata dell’economia, alla piccola produzione e perciò non hanno né possono avere un grande avvenire: che non soltanto non crescono, di anno in anno, come classe, ma al contrario si differenziano sempre più in borghesia rurale (kulaki) da una parte e, dall’altra parte contadini poveri (non significa ciò senza terra, quanto senza moneta, bestiame, attrezzi, semente, concime, ecc., ossia senza capitale), proletari o semiproletari; che per tale loro dispersione meno si prestano alla organizzazione e come piccoli proprietari partecipano non volentieri al movimento rivoluzionario … è strano, dicevamo, che dopo la parola contadini si inserisca, colla sigla N.d.R., una parentesi inattesa: (si trattava allora di contadini individuali). (Ed. Ricciardi).
Che cosa si intende col termine di contadino individuale? Evidentemente si vuole conciliare la incelabile tesi marxista e leninista che il contadino non è rivoluzionario, ma conservatore per natura, con quella poi sviluppata abilmente, a forza di accostate, che il contadino è rivoluzionario al pari dell’operaio, e collo smaccato corteggiar contadini in cui tutto il movimento è stato ingolfato, snaturando ogni impostazione di principio del problema.
I contadini russi quindi al tempo della polemica antipopulista, circa il 1890, erano «individuali», poi nel 1917 avrebbero cessato di esserlo, e oggi lo sarebbero ancor meno?
Non si vede come una simile tesi possa costruirsi storicamente. Col termine individuali si vogliono certo indicare i contadini che lavorano soli il lotto di terra su cui vivono, ed è sufficiente ad assorbire la loro forza lavoro inclusa quella dei membri della famiglia. Questo tipo di contadino chiuso in così piccolo campo di lavoro e di consumo è palesemente volto ad una psicologia meschinamente individualista. Ma appunto abbiamo visto i populisti più seri, come il Cernicevsky lodato da Marx ed Engels, tentar di sollevare più in alto il contadino russo del mir, della comunità rurale, poiché in lui l’interesse della persona e della famiglia scompare di fronte a quello del villaggio agricolo, collettivo nel lavoro, nella raccolta, nel consumo.
È dunque chiaro che il contadino russo, dalla riforma del 1861 in poi, non procedeva che verso forme sempre più individualiste; dissolvendosi, ormai senza speranza di saldarsi ad una originale rivoluzione agraria antiprivatista, la tradizione del comunismo primitivo.
Individualità e comunità
Come i contadini divengono individuali? Fino a che nella comunità di villaggio, che chiamammo microcomunismo, si lavora e raccoglie veramente in comune, e non lottizzando i campi per famiglia, e il raccolto non si quotizza nemmeno, ma forma una riserva comune, una mensa stagionale comune, questo mir ha tuttavia un ristretto orizzonte – e, se è servo – tributario di lavoro, prodotto in natura, o moneta, ad un boiardo, ad un convento, al despota, allo Stato, tale rapporto non ha mai storicamente condotto ad una rivoluzione di tutte le comunità contro il privilegio oppressore (dà anzi, per Marx, l’inerzia asiatica): un tale concetto può avere un parallelo nel sindacalismo che non vuole partito né politica, e tuttavia si pinge una rivoluzione sindacale, e non vede il «particolarismo» della lega di mestiere o di industria, la necessità della organizzazione politica, del partito, per avviare alla unità – nazionale o mondiale – della classe rivoluzionaria. Una concezione analoga è quella che subordina il partito – e il sindacato stesso – alla impalcatura dei «consigli di fabbrica» impegolati nella gestione aziendale. Il gramscismo-ordinovismo si esaltava – fuori luogo e fuori tempo – al movimento dei consigli «individuali», in quanto si può bene definirlo un «populismo industriale», agli antipodi – e ciò nel progredito occidente – della concezione marxista classica politica e dittatoriale della Rivoluzione, indivisibilmente centralista e ineluttabilmente totalitaria.
Qualunque conto si potesse fare su una saldatura – di cui Marx stesso aveva parlato – tra il comunismo primigenio e quello moderno-futuro, certo tale prospettiva si era dispersa per cento vie. Dapprima il villaggio spartisce il prodotto o il suo ricavo tra le famiglie in parti uguali, pagati che siano i sociali tributi di servitù ai dominatori. Ma poi germina l’invidia tra chi ha sgobbato più o chi di meno (uomo, o famiglia) e si spartisce la terra stessa, periodicamente, in modo che ognuno «mangi il frutto del suo lavoro» non già indeminuto come nell’ardente poetare lassalliano, ma minimizzato da tangenti di classe. Successivamente (e Stolypin dialetticamente ammirato da Lenin incoraggia questo cammino ad una Russia ruralmente borghese) la spartizione non è più periodica ma stabile, in legale proprietà titolare, ereditaria, e gli zar copiano il diritto romano del codice napoleonico. Ogni famiglia si è chiusa nel suo campicello circondato da frontiere contro il nemico: il nemico è il vicino, ogni vicino; non il terriero nobile o borghese, lo Stato, lo zar, sempre più lontani.
Il veleno della individualità per cui il generoso Cernicevsky aveva compatito il nostro bottegaio e venale occidente, concorrentista, e mistico del «mors tua vita mea», sorge anche presso i servi della gleba, attribuiti al signore feudale, nella persona singole e non come villaggi, in modo che il signore, di tutto padrone, alloga ognuno su una schiappa di suolo con una catapecchia per casa-prigione.
Sorge presso gli emancipati, appena si spartiscono invidiosamente la poca terra delle comunità, ancora decurtata dai nobili, e lo strozzinesco onere dei riscatti in denaro della persona e del villaggio, nel 1861. Rimane e aumenta presso i proprietari parcellari, subito rovinati e ridotti a dover locare dal signore, divenuto proprietario fondiario «alla borghese», uno strappo di terreno, pagando canoni ultraesosi in natura o in denaro. Questi sciagurati coltivatori diretti, siano proprietari accatastati per le sette generazioni, siano mezzadri e parziari, siano minimi fittavoli lavoratori, sono socialmente inchiodati ad una misera abitazione, isba cimiciosa o perfino inadatta al crescere della cimice, e ad un angusto anello che la racchiude, concimato di sudore e di sangue; sono dunque condannati ad una ristrettezza assai peggiore di quella antica del pur misero villaggio, non hanno speranza alcuna di respirare aria da diverso orizzonte.
Gli sventurati che non sono che coloni parziari o ad affitto basiscono nel terrore all’idea di venire estromessi dal fetido angoletto loro toccato, e la tenebra della individualità li guadagna ogni giorno più . Questa massa il cui amorfismo fa paura dovrebbe essere un fattore di rivoluzione? Gli stalinrinnegati dei nostri giorni sognano di adescarla colla beota irrevocabilità dei patti agrari in cui – oggi in Italia – si incarognisce tutta la gamma degli opportunismi politici, e putono di retorica antifeudale; laddove che altro era la medievale servitù, se non un patto agrario irrevocabile, bloccato a vita? Ma malgrado ogni loro prostituzione demagogica al commercio dei principi, l’invincibile codinismo dei coltivatori diretti – id est, individuali – ha volto loro le terga.
La campagna russa nel 1917 era dunque imborghesita e invelenita di «privatismo», i contadini erano affondati nelle aride sabbie dell’individualismo; non era che maggiormente motivata la definizione 1890 del bolscevismo classico: i contadini sono una classe legata alla più arretrata forma di economia, ossia alla piccola produzione: tale classe non ha, non può avere un grande avvenire.
Il contadino russo non era evoluto che in senso borghese, non era mutato ai tempi del 1917, e dall’altro lato non era mutata la considerazione che ne aveva il bolscevismo; che fosse stato Lenin a mutare su tale punto la rotta altro non è che sudicia menzogna dei suoi odierni idolatranti-profanatori.
Lenin e il populismo
Che la nostra impostazione risponda alle tradizioni dei boiscevichi russi – prima di dire della classe rurale veramente proletaria, i braccianti agricoli, cui sempre Lenin intensamente guardò rimpiangendo che in Russia la rivoluzione mancò di tale falange, e forse non valutando abbastanza quanto formidabile essa fosse nei paesi di occidente, e non seconda ai proletari di fabbrica – lo proveremo con alcuni passi della polemica 1894 di Lenin contro Michailowsky.
«Sono avvenute due cose: in primo luogo il socialismo russo (corsivo di Lenin), il socialismo contadino del decennio 1870-1889, che «si infischiava» della libertà a causa del suo carattere boghese, che lottava contro i «liberali dalla fronte serena» i quali si sforzavano di attutire gli antagonismi della vita russa, che sognava una rivoluzione contadina (Lenin si riferisce al cammino del popolismo che, partito da un programma di insurrezione, terrore e distruzione, si era involuto a movimento della borghesia rurale, dei kulaki, dell’embrionale capitalismo agrario) – si è completamente disgregato e ha partorito quel volgare liberalismo piccolo-borghese che considera come «impressioni incoraggianti» le tendenze progressive dell’azienda contadina, dimenticando che esse sono accompagnate (e condizionate) dalla espropriazione in massa dei contadini».
In secondo luogo, rileva Lenin, questi socialrurali si sono messi a fare i mangiamarxisti a tutto spiano, e attaccano non più zar, nobili, e poliziotti, ma gli operai industriali e socialisti. Facevano una volta complimenti a Marx, ora si diffondono a proclamarne il (solito) «fallimento» di lui.
Che fecero i marxisti russi? «Anziché limitarsi a constatare lo sfruttamento, essi vollero spiegarlo. Videro che tutta la storia della Russia dopo la riforma consiste nella rovina delle masse e nell’arricchimento di una minoranza; osservarono la gigantesca espropríazione dei piccoli produttori a fianco del progresso tecnico generale; notarono che queste contrapposte tendenze sorgono e si rafforzano dove e in quanto si sviluppa e si rafforza l’economia mercantile; e non potevano non concludere di avere a che fare con una organizzazione borghese (capitalistica) dell’economia, la quale generava necessariamente la espropriazione e lo sfruttamento delle masse … Ma il capitalismo creò una nuova classe, il proletariato industriale. Questa classe, che subisce lo stesso sfruttamento di tutta la popolazione lavoratrice della Russia, è però in condizioni vantaggiose per la sua liberazione: nessun legame la unisce colla vecchia società, le condizioni stesse del suo lavoro la organizzano, la costringono a pensare, le danno la possibilità di scendere nell’arena della lotta politica. È naturale che a questa classe i socialdemocratici abbiano rivolto tutte le loro speranze».
Che Lenin un giorno abbia visto deluse queste speranze ed abbia, come giocagtore d’azzardo sbancato, puntato invece sulla carta contadina, e per ciò solo fatta la rivoluzione; questo non è il leninismo, questo … è merda.
Parte II – Partito proletario di classe e attesa della duplice rivoluzione
Dissidenze esterne ed interne
Non occorre ripetere che non stiamo svolgendo una storia dell’economia in Russia (tema precedente) né della politica in Russia (tema presente), ma solo traendo dall’uno e dall’altro vastissimo campo i materiali per la nostra tesi: la linea dei marxisti rivoluzionari in Russia fu giusta nella fase in cui avanzava la «duplice rivoluzione» borghese proletaria.
Fondiamo il nostro risultato non sul riferire tutti gli episodi della lunga e complessa lotta, ma insistendo soprattutto sul rifiuto e la demolizione delle avverse posizioni, proposte, tattiche, quale risulta dalle campagne critiche e polemiche dei bolscevichi, di Lenin, nei loro importanti aspetti dottrinali, giornalistici, organizzativi.
Mettendo questa raccolta di elementi in confronto coi successivi sviluppi della lotta storica, coi dati – che una successiva trattazione appresterà – della fase insurrezionale della doppia rivoluzione e del periodo consecutivo e attuale, procuriamo di pervenire ad una chiara sistemazione dei problemi generali che legano: a) le passate rivoluzioni borghesi nell’Occidente (divise in due tipi: quelle che si presentarono come rivoluzioni uniche, come in Francia e in Inghilterra, e quelle che già si presentarono come doppie come in Germania); b) la rivoluzione russa in quanto si presentò come doppia, e come tale, in una acquisita reale esperienza della storia, si sviluppò; c) le attese future rivoluzioni uniche (ossia socialiste) nei paesi di affermato capitalismo.
La «controtesi» opportunista che è contro di noi vuole – seguiamo il metodo di collegare ogni tanto le «proposizioni» già stabilite con quelle che devono venire più oltre – poggiare sul riconoscimento che il dato russo ha ribadito la concezione marxista della evoluzione storica quanto ad atteggiamento in una fase duplice di preparazione rivoluzionaria, la conclusione tendenziosa e rovinosa che una tale esperienza abbia condotto ad una «revisione» del modo di concepire le future rivoluzioni uniche del proletariato, rispetto alla originaria previsione e teoria del marxismo.
La «revisione» che ci gettò tra i piedi l’ondata uno dell’opportunismo fu di negare il carattere autoritario, centrale, politico, di partito della rivoluzione (crisi della Prima Internazionale). La «revisione» che ci gettò tra i piedi l’ondata due dell’opportunismo fu di negare il carattere violento ed insurrezionale, di discordia nazionale, della rivoluzione (crisi della Seconda Internazionale). La «revisione» che ci getta tra i piedi l’ondata tre dell’opportunismo è di negare il carattere autonomo della rivoluzione che abbatterà il regime capitalistico, ad opera della sola classe lavoratrice salariata (crisi della Terza Internazionale).
Siamo ancora più espliciti (nel dichiarato schematismo cui ci atteniamo sempre: che cosa resta, a chi sfugge ogni schematismo? Solo, ed appunto, il fetido opportunismo). È tesi marxista accettata che ogni rivoluzione borghese è rivoluzione del popolo, compreso in esso il proletariato. È tesi marxista accettata che ogni rivoluzione borghese in tempi avanzati può vedere nel proletariato già sviluppato non solo un alleato di altre classi borghesi e popolari ma un dirigente di una rivoluzione popolare, in alleanza con strati non proletari (contadini).
È controtesi disfattista del marxismo che, nelle rivoluzioni che in Europa devono abbattere il regime capitalistico, dopo la rivoluzione russa, il proletariato salariato vedrà al suo livello classi e strati popolari poveri, che la rivoluzione sarà opera di una alleanza di salariati e classi popolari rurali ed urbane non operaie.
NELL’ATTESA DELLA RIVOLUZIONE UNICA (in altre parole da quando il regime capitalistico è storicamente stabilito, come lo è oggi in TUTTA Europa e in altri due continenti e mezzo) LA CLASSE OPERAIA E IL SUO PARTITO NON FANNO ALLEANZE. SANNO CHE NELLA RIVOLUZIONE NON AVRANNO CHE NEMICI.
Le innumeri posizioni, difformi da quella unitaria e continua dei marxisti rivoluzionari, e che è della più grande importanza avere «a tempo» demolite, non sono solo quelle di aperti avversari di programma e di azione, ma altresì quelle delle correnti che di volta in volta deviano, dissentono, e con un processo di cui da decenni possediamo la completa teoria, vanno verso il nemico di classe. La vicenda russa è di queste lezioni preziose una miniera.
«Autodelimitazioni» classiche e russe
Ci siamo diffusi abbastanza sulla lotta dei marxisti russi contro il «populismo», o socialismo rurale russo, le cui basi dottrinali si collegano strettamente alla disamina di Engels trattata nella prima parte di questo lavoro. Questa scuola dissidente è del tutto «esterna» al marxismo, in quanto i suoi fautori, dopo un primo vago periodo, non esitano a dichiararsi avversari della ideologia e del metodo marxista, pur difendendo la causa di classi sfruttate socialmente contro un regime di privilegio economico esoso. Verremo alle dissenzioni «interne».
Ma prima va detto che la distinzione tra le scuole vagamente «socialiste» che in forme dubbie e prevalentemente letterarie cominciano a trattare di una «questione sociale» uscendo dalla tradizionale e secolare mistica sociologica che muove prima dalle anime, poi dai cervelli, che affermano un primitivo timido «stomachismo» – e la compatta, unitaria, monoblocco in quanto monogena, dottrina marxista, la vediamo presentarsi in Russia non come un fatto originale, ma come riproduzione di processi già presenti nella storia di occidente. Dichiarandosi nel granitico masso del Manifesto fin dal 1848, il comunismo marxista già distingue se stesso da tutta una gamma di socialismi grezzi, fin da allora presenti, dando, nel classico suo modello, il magistrale capitolo della «Letteratura socialista e comunista».
In tale capitolo sono ribattuti come cosa non nostra, a noi non affine, giusta l’aggettivo lenone dopo prevalso, ma costituzionalmente aborrita, i seguenti miserevoli «credi».
Abbiamo tre sorte di falso socialismo, e cinque sottospecie.
Scaffali della libreria di Carlo
La prima sorta è il socialismo «reazionario», ossia che ha il senso storico di combattere la rivoluzione borghese difendendo soluzioni anticapitaliste in quanto precapitaliste. La seconda è il socialismo che si ferma alla società borghese e vuole perfezionarla, per conservarla. La terza è il socialismo che vuole in effetti uscire dalla forma borghese e andare ad una economia collettiva, ma non sa trovare la via del trapasso e la chiede al senno o alla bontà umana.
Nella prima sorta (moto all’indietro) abbiamo: a) il socialismo feudale: vuole provare agli operai che devono combattere il capitalismo perché stanno meglio nella forma feudale. Marx indica una variante di tale scuola nel socialismo «clericale». Esempio russo? (questo schema che passiamo sulla carta sta certamente in Lenin, ma dove, ora non lo sappiamo dire). Il pope Gapon, che nel 1904 fondò una organizzazione «degli operai russi di officina». La sua tesi che lo zar avrebbe fatte sue le rivendicazioni dei lavoratori contro i padroni era parallela a quella delle organizzazioni operaie zubatoviste, dal nome di un ufficiale di polizia, ma il pope che trascinò la massa al macello era forse un illuso, non un provocatore, come vuole la storia «bolscevica» ufficiale, tessuta di denunzie di provocazioni retroattive di mezzi secoli. Il rovescio del determinismo marxista è questa esosa «concezione provocazionista della storia».
Sempre alla prima sorta vi è: b) il socialismo piccolo-borghese, che al capitalismo vuol sostituire altri modi di produzione più arretrati: «la corporazione nella manifattura e il regime patriarcale nell’agricoltura». Capo di questa letteratura è Sismondi, poderoso tuttavia nella critica delle contraddizioni economiche capitalistiche. Equivalente russo? Lo domandate? Tutto il populismo! Lottando contro un simile avversario, avrebbe finito Lenin con l’accoglierne una qualche tesi, a rettifica del marxismo classico? Andiamo! O il Manifesto è fuso in un bronzo inledibile, o è plasmabile come pasta frolla, se ai suoi seguaci è permesso dimenticare che, anziché prevalere un secolo dopo, «queste aspirazioni finiscono in uno sterile miagolio». O miagolano quelli, o noi, con Marx, ragliamo.
Vi è poi, terza sottospecie: c) il socialismo tedesco, scuola oggi dimenticata che parodiò le critiche francesi alla società borghese prima che questa in Germania sorgesse, e contrappose un «operaismo» economico ed imperiale al nascente capitalismo e liberalismo tedesco, sempre dalla parte di dietro. Fu spazzato via dal ’48, come il socialismo feudale francese lo era stato dal ’93 e quello russo doveva esserlo dal ‘905.
Vive ovunque il socialismo piccolo-borghese, scaffale I, raggio b), ed è quello che, in tutto il mondo, dal cominformismo è mantenuto. Esso non sta tra capitalismo e comunismo, sta addirittura al di là del primo.
La seconda sorta è «il socialismo conservatore o borghese». Esso non vuole tornare indietro, ma nemmeno andare avanti, vuole fermare la storia al modo mercantile, ottenendo giustizia per i salariati. Il suo profeta è Proudhon, e il suo gran sacerdote, come nel Dialogato mostrammo, è stato Stalin.
Poiché «questo socialismo borghese cercò di svogliare la classe operaia dai moti rivoluzionari, dimostrando che ciò che può giovarle non sono le trasformazioni politiche, ma le trasformazioni economiche» esso trovò il suo equivalente nell’economismo russo. Contro cui Lenin inferocì.
La teoria base di Stalin: costruzione del socialismo in un solo paese, compatibile con la pacifica convivenza coi regimi capitalisti di altri paesi, che cosa dunque è, se non puro «economismo», portato dalla scala nazionale a quella mondiale; socialismo identico a quello che a turno avrebbe perdonato a Luigi XVI, a Guglielmo I, a Nicola II, dato che oggi perdona a Elisabetta II e al generale Eisenhower?
Se esso è socialismo, bestia in storia e politica, non lo è meno – e come il potrebbe? – in economia. Come il capostipite Proudhon, esso illude le masse che si possa uscire dai limiti del capitalismo senza spezzare il suo involucro mercantile. Giusta il più potente dei colpi di maglio che avventò nella sua fucina Vulcano-Marx.
La terza sorta è da Marx rispettata, perché va in avanti. È il socialismo critico-utopistico. Qui sono dei veri nemici del capitalismo, specie nella prima fase dei moti proletari istintivi in Inghilterra e Francia agli albori del secolo scorso, e non manca l’elemento critico: grandeggiano i nomi di Saint Simon, di Owen, di Fourier, di Cabet. Se essi non prevedono l’azione di classe e si limitano a piani sociali, la società che essi descrivono è però la vera negazione del capitalismo. Le loro affermazioni sulla società futura «hanno un senso esclusivamente utopistico», perché essi «conoscono troppo rudimentalmente i contrasti di classe, che cominciano appunto al loro tempo». Ma noi marxisti moderni, che tutto fondiamo sui contrasti di classe, di cui abbiamo data la completa dottrina e di cui viviamo la pratica, teniamo per nostre queste affermazioni, perché definiscono la sola società socialista. Meditiaino questo passo essenziale, e ripetiamolo, quando descriviamo (come ci prepariamo in breve a fare) l’odiema non socialista Russia: «Abolizione: dei contrasti tra città e compagna – della famiglia – del guadagno privato – della mercede – della disarmonia (marxistice: anarchia) sociale – dello Stato, mutato in semplice amministrazione della produzione».
Questa è dialetticamente la posizione: gli utopisti desideravano e proponevano che tutte quelle forme fossero abolite: noi marxisti dimostriamo che saranno abolite, da forze sociali che il capitalismo ha già destate.
Saluto all’utopismo. Forse in Russia lo stalinismo reggerà più a lungo, perché, saldandosi le due rivoluzioni, il moto russo ha percorsa tutta la gamma dei socialismi retrogradi e statici, flagellandoli, ma gli è mancata la terza forma, insufficiente teoricamente, protesa tuttavia verso una società socialista non adulterata, non venale, non filistea; la vigorosa, generosa utopia.
Prima crisi interna: marxismo legale
La grande caratteristica del comunismo russo è che, sebbene circondato da una selva di feroci nemici, non ha esitato a battersi con essi tutti, e al tempo stesso sui fronti di dissenso interni; come ne sarebbe figliato l’odiemo sporco unitarismo per uso non solo interno ma anche esterno (Lenin delimitava con una cortina, quella sì, di acciaio, i confini del partito, questi squallidi untori di oggi si esibiscono da tutti i lati ad aperture nuove, e a slabbrature ulteriori di quelle di una lunga carriera) non si intende; o si intende bene che allora si andava alla rivoluzione, oggi ad essa si volgono le terga.
Se in Russia, come dicevamo, non vi fu utopismo proletario, gli è perché quando il movimento si svolse fino alle premesse di un partito, la teoria di questo partito era internazionalmente bell’e fatta, e giungeva da fuori. A chi con essa prendeva soltanto libreschi contatti, era possibile equivocare fino al punto di supporre – fraintendendo il fondo della dottrina – che essa doveva sì sorgere da un difficile e tormentato succedersi di lotte sociali, ma che una volta possedutala il moto potesse abbreviarsi.
Ora ben fece il partito a «importare» la già disponibile arma strumentale che è la teoria di partito. Nulla vi è in questo di idealismo. Il marxismo non poteva formarsi, le scoperte che lo costituiscono non potevano raggiungersi, prima che si fosse diffuso il modo di produzione borghese e formata in esso la classe proletaria, in grandi e sviluppate società nazionali; ma una volta formato esso è valido per le zone, i campi, che arrivano con ritardo, e vale a stabilire quale sarà il processo che li attende, e che nello stesso modo si determina. Questo è vero per la ideologia quanto per ogni altra tecnica ed attrezzatura: la nozione di come si fa una nave o una macchina utensile diviene subito generale e mondiale, e sempre più nel mondo moderno: se oggi in Cina fanno una fabbrica metteranno le stesse motrici che sono nella migliore fabbrica americana; e non avrebbero analogamente ragione di ristudiare la struttura dell’economia del capitale per trovarne ex novo le leggi senza andarle a leggere in Marx …
Solo che appunto queste leggi provano che il capitalismo arriva in modi penosi ed esosi, eppure devesi traversare se si vuole andare oltre, e non insegnano certo un segreto «politico» per farlo più comodamente.
I primi entusiastici lettori delle poderose opere di Marx non si resero conto – è difficile diventare marxisti solo leggendo – che la maturità del movimento non si raggiunge colla sola divulgazione di testi, come non si raggiunge lasciando fare alla «spontaneità» della massa. Si tratta di due diversi momenti: la conoscenza dottrinale non è fatto singolo anche del più colto seguace o capo, e nemmeno è condizione per la massa in moto: essa ha per soggetto un organo proprio, il partito. Nemmeno questo si forma per una comunicazione di freddi dati scientifici: si forma nel moto storico e da tutte le diverse vicende delle lotte di classe.
Questo processo fu ricapitolato da Lenin in «Che fare?», come è ben noto. Citiamo il passo, rifacendoci ai cenni già dati sugli albori del movimento marxista in Russia; esso è nella conclusione dello scritto. Decennio 1884-1894. Nascono e si rafforzano la teoria e il programma della socialdemocrazia. La nuova corrente non ha in Russia che alcuni seguaci: la socialdemocrazia esiste senza movimento operaio; si trova, come partito politico nella fase intrauterina.
1894-1898. La socialdemocrazia viene alla luce come movimento sociale, come ascesa delle masse, come partito politico. Gli intellettuali – per lo più ex populisti – che avevano abbracciata la dottrina marxista entrano nel movimento operaio in questa fase; essi in sostanza intendono che bisogna al tempo stesso: combattere la informe politica populista – seguire la teoria socialista marxista – aderire al moto sociale delle masse – non dimenticare l’esigenza, appresa in fase populista, di rovesciare l’ordine esistente, lo zarismo autocratico.
1898-1902 (data in cui l’autore scriveva). Mentre il moto operaio cresce ancora in vigore e combattività, il partito si impegna in una crisi di assestamento caratterizzata da incertezze e oscillazioni, da abbandono da parte di taluni dei punti fondamentali. La corrente più pericolosa che per prima richiese in questa fase l’opera di Lenin è quella dei marxisti «legali».
Contro lo struvismo
I marxisti legali continuano la polemica ideologica contro gli errori dei populisti (Lenin non escluse in questo campo una certa collaborazione con essi) e fanno la giusta critica della prassi dell’azione individuale terrorista, ma si spingono fino a negare la necessità di una lotta politica diretta ad abbattere il potere zarista, e propongono di limitare l’attività alla diffusione della dottrina marxista con mezzi tollerati come legali dal vigente regime. Il loro principale esponente è Paolo Struve, fieramente battuto da Lenin nelle sue direttive, che giungevano fino alla neutralità verso lo zarismo e alla apologia del capitalismo, imboccando la via che poi doveva sfociare in un liberalismo di tipo borghese, con l’abbandono e il tradimento anche dottrinale del comunismo rivoluzionario.
In effetti a Minsk nel 1898 non si era fondato un vero partito, ma tenuto un poco numeroso congresso, disperso dalla polizia. Lenin, assente in Siberia, fu designato redattore dell’Iskra: da questo punto decisivo nasce lo impianto del duro lavoro per costituire il partito, superando le oscillazioni, «liquidando il terzo periodo».
La fine dei marxisti legali fu «la prima riuscita profezia che dette a Lenin fiducia nel suo metodo». Lo dice Wolfe, nel suo noto libro, di non ortodossa linea marxista. Indignò Lenin la famosa conclusione di un libro di Struve: «Confessiamo la nostra mancanza di cultura e volgiamoci al capitalismo per imparare». Wolfe pretende che Lenin, capo della Russia rivoluzionaria, nel combattere contro l’inesperienza economica, l’incapacità e il caos, abbia un giorno ripetute le stesse parole. Ma si trattava di importare l’attrezzatura tecnica capitalistica di occidente, mentre con Struve si trattava di stabilire la teoria rivoluzionaria, che si andrà certo ad imparare dai grandi industriali!
Restano in tutto il loro valore le parole di Lenin medesimo nel 1907 ivi da Wolfe riportate: «La antica controversia con Struve e Tugan-Baranowsky fornisce un istruttivo esempio del valore pratico di restare incompromessi nelle controversie di dottrina … Era utile considerare la situazione come era dieci anni fa, dalla quale le divergenze teoriche con lo struvismo, minori (a prima vista) di quanto allora fosse visibile, condussero a far risultare la completa demarcazione politica del partito». Il preteso praticone e spregiudicato Lenin considerò dunque sempre i contrasti dottrinali sostenuti fino in fondo come la vera via dello sviluppo delle future forze rivoluzionarie, e la storia lo ha confermato.
Lotta contro l’«economismo»
La prima forma in cui l’ala destra del marxismo russo si presentò nel partito socialdemocratico fu quella della tendenza economista, che Lenin combattè a fondo con l’Iskra e nella laboriosa preparazione del famoso congresso del 1903 (Bruxelles-Londra) che dette luogo alla distinzione, ma non ancora formale scissione organizzativa, tra bolscevichi e menscevichi.
Un manifesto degli economisti fu lanciato fin dal 1899, e Lenin subito contrappose ad essi una riunione di diciassette militanti deportati in Siberia, che si pronunziarono per la condanna ed eliminazione di dal partito di quel gruppo.
Gli economisti sostenevano che dovesse darsi importanza solo alla organizzazione economica ed alle conquiste materiali degli operai nella lotta contro i capitalisti per il miglioramento delle condizioni di lavoro. Essi svalutavano la lotta politica nei suoi obiettivi, nei suoi organismi. Ritenevano secondaria, ed infine inutile, la formazione del partito politico operaio.
Possiamo paragonare l’economismo russo a tutti i movimenti occidentali che hanno svalutato il compito del partito, rilevando però che vi è una grande differenza storica: questi movimenti si ponevano il problema nei paesi di prevalso capitalismo, e negavano il partito e la lotta per il potere ai fini degli interessi di classe del proletariato. Ne abbiamo vari esempi. Nel paese classico del capitale, l’Inghilterra, il partito politico è un agglomerato di organizzazioni economiche, le Trade Unions, ossia i sindacati di mestiere, e se è vero che esso partecipa alle elezioni ed agisce in parlamento, manca d’altra parte di ogni programma classista e rivoluzionario e di ogni delimitazione teorica, e la sua non è politica di lotta di classe, ma di costituzionale collaborazione. Si ha quindi il laburismo o operaismo, o sindacalismo di destra: l’Inghilterra non ha mai avuto un grande partito politico marxista, di opposizione istituzionale e sociale.
La svalutazione del partito politico come organizzazione massima della classe lavoratrice e come organo della futura conquista rivoluzionaria del potere politico, costituiva il fondo della deviazione dei libertari bakuninisti nella scissione della Prima Internazionale: invero costoro si spingevano a considerare troppo autoritari perfino le organizzazioni sindacali e il metodo degli scioperi; erano, più che economisti, antipopulistici, opponevano al partito di classe l’individuo ribelle, o la massa anonima sollevantesi – non avanzata, ma retrograda, popolaristica concezione.
In epoca più recente la diffamazione del partito politico fu svolta dal sindacalismo, che si diceva rivoluzionario e di sinistra. Partendo dalla degenerazione legalitaria e parlamentare dei partiti socialisti della fine del secolo, questi movimenti, forte in Francia e in Italia, ponevano il compito della emancipazione proletaria, anche insurrezionale, nelle mani dei sindacati economici e di un non bene definito loro sistema. Cadde tutto ciò colla prima guerra mondiale. Non deve tacersi che un certo «economismo» operaista, nutrito di diffidenza verso il partito, e negatore della tesi (in cui il nostro gruppo della sinistra italiana è ortodossarnente con Marx e Lenin): il partito comunista è l’organo della guerra rivoluzionaria e della dittatura di classe; questa è, sia detto senza riserve, dittatura del partito, si ripresentò in correnti della Terza Internazionale (olandesi, ungheresi, americane, scozzesi, tedesche). Una versione di tale operaismo è la ammissione al partito politico di soli operai, altra veduta distorta del problema di organizzazione.
La rivoluzione, privativa borghese!
Ma gli economisti russi non volevano il partito di classe già prima che la rivoluzione borghese rovesciasse politicamente l’assolutismo. Essi affermavano che la lotta economica interessava il proletariato, la politica, invece la borghesia, che doveva compiere la rivoluzione democratica, compito non spettante agli operai, dato che i loro interessi sono in contrasto con quelli dei loro padroni borghesi … Tesi insidiosa perché apparentemente classista, nella realtà controrivoluzionaria ed assolutamente al di fuori della dialettica posizione di Marx. In ogni luogo e tempo ogni «compromesso teoretico» tra borghesi e proletari (tra proletari e piccoli borghesi peggio ancora) va scongiurato e condannato. Ma la concomitanza, e, sia pure detto chiaramente, l’alleanza nei moti rivoluzionari tra borghesia e proletariato (e altre classi finché antifeudali) è problema che va risolto secondo i campi geografici e storici: giusta la linea dorsale che qui strettamente applichiamo.
L’economismo, che sembrava detestare alleanze colla borghesia, apriva la via all’opportunismo antirivoluzionario: riluttante ad entrare nella rivoluzione antizarista, a sua volta sarebbe finito nella riluttanza ad entrare in ogni moto rivoluzionario e in ogni dittatura rivoluzionaria: non voleva toccare la mano della borghesia in un moto insurrezionale, avrebbe finito col farlo quando essa fosse giunta al potere democratico.
Qui un’altra tappa possente della costruzione bolscevica, che non è la semplice lotta contro tanti scaglioni di opportunismo in Russia, ma è settore della lotta storica e mondiale del marxismo contro tutti i revisionismi, ad ogni latitudine, longitudine e data di passaggio sul quadrante universale.
Nel «Che fare?» Lenin mette per sempre a fuoco queste tre questioni: 1) Carattere e contenuto essenziale della nostra agitazione politica. 2) Lavoro per la organizzazione di classe del proletariato. 3) Creazione di un partito politico proletario unico per tutta la Russia e diretto centralmente. Sul primo punto la risposta è crudamente: non disinteresse, ma sostegno alla rivoluzione borghese, democratica, con carattere antifeudale e antidinastico, anche se si fermerà a questo.
Questione di organizzazione
Avviandoci a richiamare le linee essenziali della divisione dei marxisti tra menscevichi e bolscevichi, su cui tanto si è scritto ma così poco si è chiarito, facciamo notare che la cosa ci interessa soprattutto ai fini del problema della «tattica», e meglio ai fini del problema storico circa l’azione del partito di classe nella situazione: «attesa di rivoluzione borghese». Urge tale questione al fine sia di intendere il processo rivoluzionario russo spiegando il suo sbocco attuale e la presente struttura sociale in Russia (ne trarremo la prova che la duplice attesa è stata soddisfatta solo per la costruzione, in corso, di una società capitalista, e non per quella società socialista, pure essendosi svolta la duplice battaglia rivoluzionaria), sia all’altro fine (che in altro tempo formerà un obiettivo del nostro lavoro) di fare il bilancio sul trasporto nel campo internazionale, e nei campi di sviluppato capitalisino, delle lezioni di quello sviluppo russo. È in questo campo che il leninismo, e Lenin stesso, nei limiti da ben precisare, sono incorsi in insuccessi ed ostacoli, che lo stile oggi di moda chiamerebbe errori.
Per il metodo marxista l’errore e … l’imbroccata sono due cose che dovevano entrambe accadere per necessità. Molte battaglie, guerre statali e guerre sociali, sono state vinte «sbagliando». È il rimbambito piccolo borghese che ha una sola misura per spiattellare le sue lodi: il successo.
Prima di venire alle divergenze della tattica, tra le due ali del partito russo che Lenin in partenza chiama esattamente: rivoluzionaria e opportunista (noto essendo anche che tutte le personalità dei cui nomi si imbottisce la storia cambiarono più volte ala, e che i due famosi termini bolscevichi e menscevi chi vogliono solo dire: quelli che sono di più e quelli che sono di meno, mentre anche il rapporto numerico mutò più volte di senso) non possiamo tuttavia non ricordare che le prime divergenze furono sul problema di organizzazione del partito. Il «Che fare?» è dedicato in massima parte a questa questione (1902). Sulla questione politico-storica si diffondono «Un passo avanti due indietro», pubblicato nel 1904 e che fa il bilancio del congresso 1903, in cui i bolscevichi vinsero sulle sole elezioni delle cariche, perdendo su altri punti, e «Due tattiche», scritto nel 1905 in pieno moto rivoluzionario.
La questione di organizzazione, a parte i caratteri propri di un periodo di illegalità e feroce reazione poliziesca (che ben può aversi anche in paesi e tempi di pieno capitalismo) vale a mettere a fuoco il problema della natura del partito, dei rapporti tra partito e classe, e ad esso abbiamo dedicato – mostrando la perfetta ortodossia marxista di quella posizione e di quelle della sinistra italiana – altri scritti in queste pagine a altre delle nostre riunioni dalla prima di Roma. Non vi ritorniamo in esteso.
Condanna di «autonomie»
Va tuttavia rilevato che qui una assoluta analogia, che Lenin in molti passi rende evidente, corre con l’opportunismo occidentale. il famoso articolo uno dello Statuto su cui si svolse la battaglia massima, stabiliva che per aderire al partito fosse necessario far parte di una delle organizzazioni di periferia. Apparentemente sembra che Lenin distinguesse tra i semplici militanti del partito e i «rivoluzionari professionali», i cui più ristretti gruppi formavano l’ossatura dirigente. Mostrammo più volte che qui si tratta della rete illegale, e non della sovrapposizione al partito di una apparecchiatura burocratica di gente pagata. Professionale non significa necessariamente stipendiato, dedicato alla lotta del partito per volontaria adesione, svincolata ormai da ogni associazione per motivi di difesa di interessi collettivi, restando questa la base determinista del sorgere del partito. Tutta la portata della dialettica marxista è in questo doppio rapporto. L’operaio è rivoluzionario per interesse di classe, il comunista è rivoluzionario per lo stesso fine, ma elevato oltre l’interesse soggettivo.
Era Martov che pretendeva si potesse essere membri del partito SENZA far parte di una delle organizzazioni di base, in modo che capi politici e intellettuali – cosa diversa dagli agenti illegali – potessero stabilire un legame diretto fra la loro persona e il partito come centro, il che Lenin vietò.
Va notato che proprio in quegli anni si dibatteva la stessa questione nei partiti europei. In Italia, mentre nelle sezioni periferiche gli elementi di sinistra lavoravano ad epurare elementi intellettuali, o intellettualoidi, politicanti e opportunisti per superelezionismo, lo statuto tollerava ancora la iscrizione «presso la Direzione del Partito» la quale ripescava questi relitti al di sopra del parere dei compagni e della maggioranza di lavoratori che ben li avevano conosciuti. Ciò si faceva a volgari fini parlamentari, ammettendo che un deputato, eletto non come candidato del partito, potesse «iscriversi al gruppo parlamentare» che pretendeva di godere di una sua autonomia, e deliberare nel suo seno la condotta da tenere. La sinistra finì prima della guerra coll’ottenere che queste autonomie fossero abolite e che tutta l’azione del partito e del singolo membro fossero guidate dalla direzione eletta dai congressi, o comitato centrale.
Queste tesi sono le stessissime che troviamo in Lenin, e nelle sue sferzanti demolizioni della «libertà di critica», dell’autonomismo, delle vane proteste degli opportunisti palesi o in incubazione contro la disciplina, contro il «dogmatismo teorico» e simili.
Spontaneità e coscienza
Poiché serve di passaggio alla questione tattica, ricordiamo le tesi di quell’aureo capitoletto intitolato «La spontaneità delle masse e la coscienza della socialdemocrazia», dove sarebbe ormai meglio stampare non più socialdemocrazia ma partito comunista, non essendo le parole che transeunti simboli comodi.
La questione è grave. Nel nostro tempo borghese l’azione del partito di classe è lineare, e se volete monolineare: va contro l’ordine capitalista e con le sole forze del proletariato. Al tempo di Lenin era bilineare, ossia muoveva contro l’ordine feudale dispotico, e contro il capitalismo, presente come rapporto economico sociale, ma non ancora come potere statale. La fase storica delle alleanze interciassiste non era chiusa, ed era anzi il primo problema. Non solo malgrado questo, ma tanto più per questo, il partito doveva avere non una frontiera elastica e indistinta facile a varcare e rivarcare, ma ferrei limiti di dottrina e di organizzazione opposti allo stesso titolo ai nemici dichiarati e ai famosi, transitorii, compagni di viaggio. Questi possono essere affiancati nella lotta per le strade, ma tanto più vanno severamente diffidati e criticati nelle loro posizioni ideologiche e nei loro organi associativi. Ecco la posizione di Lenin, ecco, strettamente identica, quella di Marx quando spinge innanzi a sferzate le rivoluzioni borghesi quella russa soprattutto, e quando insieme scarnifica le false teorie e le basse manovre dei partiti che le conducono e dei loro capi borghesi o piccolo-borghesi.
Le tesi dei marxisti radicali sono su questo punto precise. Esse non si riducono al facile caso lineare della moderna lotta proletariato-borghesia. In questa è indiscutibile che il limite teorico e quello organizzativo non vanno infranti, e nemmeno va infranto quello tattico: si viaggia soli, si rifiutano alleati come regola generale (non è un principio filosofico, ma solo una regola storica).
Ma nel periodo vissuto tra tremende difficoltà dai bolscevichi, nel periodo bilineare, non si ha la facile difesa del rigido limite tattico, ossia di pratica politica, di azione materiale, e bisogna varcarlo più volte, e in vari sensi (esempio: boicottare una Duma, entrare in un’altra; ammettere al governo il partito S.R., poi metterlo fuori legge, ecc.). Allora diventa veramente arduo afferrare, e difendere solidamente per un ventennio questa posizione: malgrado tutto questo manovrare che la storia impone, il limite teorico, il limite organizzativo, vanno ferocissimamente difesi da ogni rottura.
Masse e partito
Quindi spontaneità della massa, coscienza del partito. Oltre alla parola socialdemocrazia, Lenin accetterebbe di togliere anche l’abusata parola coscienza, contro la quale si battè da leone molte volte. Al congresso 1903 poco parlò sul progetto di programma di Plechanov, con cui concordava contro gli innumeri emendamenti proposti dal destrissimo Akimov, che sbraitava: qui i concetti di Partito e Proletariato stanno sempre in opposizione! Il primo come collettività attiva, causativa, il secondo come un mezzo passivo, traverso cui opera il Partito! Si usa il nome del partito come soggetto, al nominativo, quello del proletariato come oggetto, all’accusativo! (Akimov disse al genitivo, Wolfe scrive in inglese, che non ha casi, e osserva che in russo genitivo e accusativo hanno la stessa desinenza). Wolfe ha un credo non marxista (in effetti crede sul serio di essere marxista) ma tra idealista storico e libertario, e seguita ad ogni passo a vedere contraddizioni fra tempi lontani dell’opera di Lenin, laddove non esistono affatto; egli qui nota: fece ridere questa critica grammaticale, ma tra quelli che ridevano molti vissero abbastanza per vedere che si trattava di un senso profondo, non simbolico. Pretende dire che, in effetti, il bolscevismo realizzò la pressione del partito sul proletariato.
Dunque Lenin in questo primo dibattito lasciò combattere Plechanov da par suo, ma citammo già come saltò su alla parola coscienza. Si proponeva che in un passaggio che allineava tra le contraddizioni del capitalismo «il crescere della insoddisfazione, della solidarietà e del numero dei proletari» si aggiungesse «e della coscienza». È un peggioramento, Lenin disse, e dà la idea che lo sviluppo della coscienza sia cosa spontanea. «Al di fuori della influenza del partito non vi è «cosciente» attività dei lavoratori». È pesante, ma è così.
Quindi l’azione dei proletari è spontanea in quanto sorge dalle determinanti economiche, ma non ha per condizione la «coscienza», né nel singolo, né nella classe. La fisica lotta di classe è fatto spontaneo, non cosciente.
La classe raggiunge la sua coscienza solo quando nel suo seno si è formato il partito rivoluzionario, che possiede la conoscenza teorica, poggiata sul reale rapporto di classe proprio in fatto di tutti i proletari. Questi però non potranno mai possederne la vera conoscenza – ossia la teoria – né come singoli, né come totalità, né come maggioranza, fino a che il proletariato sarà soggetto alla educazione e cultura borghesi, ossia alla fabbricazione borghese della sua ideologia e in buoni termini fino a che il proletariato non vincerà e … cesserà di esistere.
Quindi in termini esatti la coscienza proletaria non vi sarà mai. Vi è la dottrina, la conoscenza comunista, e questa è nel partito del proletariato, non nella classe.
Diremmo volentieri conoscenza, dottrina, teoria, al posto di coscienza, poichè per coscienza si suole intendere una attività soggettiva della persona, e tale accezione conduce a conchiudere falsamente che, come il partito è cosciente di un’azione che nel proletariato è incosciente (spontanea, non preceduta da deliberazione), così il Capo del partito è quello che inietta la coscienza in esso, il che sarebbe fesseria gigante, di cui i Wolfe si spaventano per le conseguenze autocratiche, ed inseguono lungo le pagine di un racconto sentito e brillantissimo la chimera dei «Tre che fecero una rivoluzione» – Lenin, Trotsky, Stalin.
Lotta per la democrazia, e proletariato
Già tuttavia in Che fare? vari passi, e tutto un paragrafo ci servono a chiarire la posizione sul problema storico «contingente» dell’appoggio alla democrazia. A Wolfe sembra che quel gruppo di persone, chiuso in una sala a Londra e disputante accanitamente su sfumature di parole e frasi, fosse paurosamente lontano dalla realtà della lotta in Russia, che andava divampando. Eppure Lenin ha dedicato tutto un ulteriore lavoro analitico (Due passi …) alla ulteriore anatomizzazione degli episodi, in apparenza bizantini, di quel lungo congresso. Sarebbe stato tempo perduto, girata a vuoto? In verità in tutto il dipanare la via rivoluzionaria dalle oscillazioni opportuniste, ogni tanto lampeggia luminosamente la viva potenza dell’evento futuro, di dieci, di venti, di trenta anni dopo.
Questa questione dell’appoggio alla democrazia è vista in modi diametralmente opposti dalle ali, dalle «anime» del Congresso. Ad esempio Lenin riferirà che il compagno Possadowsky (un sinistro) a un certo punto «solleva il problema di una seria divergenza nella questione fondamentale del valore assoluto dei principi democratici.
Per Plechanov, egli ne nega il valore assoluto». Subito i destri, gli antiskristi, i capi, come Lenin alla sua maniera poco cerimoniosa dice, del centro, del pantano, violentemente protestano contro l’oratore. È uno degli esempi con cui Lenin colla sua potente analisi elabori, da tanto fluttuare di pareri e cambiare capriccioso di posto, e perfino di spinto nervosismo (come si verifica in certe sedute segrete di partito, per chi ne ha qualche viva esperienza) la sintesi luminosa della scissione in due termini inconciliabili, tra quelli che qui coloritamente chiama i giacobini e i girondini del partito: lui, si capisce, giacobino! Sono le sedute in cui sua moglie racconta che Plechanov, ammirato, le sussurra durante un intervento aspro di Lenin: è di questa stoffa che si fanno i Robespierre.
Ebbene quella formula del poi dimenticato compagno Possadowsky vive ancora dopo mezzo secolo, e separa ad esempio il simpatico Wolfe, che pone nel suo Credo in epigrafe del libro passi di sapore storico-idealistico, e insegue per tante pagine l’alternarsi di un Lenin feroce e cinico, con uno che crede che il socialismo stia tutto nel «sacro limite» della libertà, che quindi si schiera lui, Wolfe, tra quelli che ammettono «il valore assoluto del principio democratico», assoluto ossia sopra i tempi e le classi – e noi, che vediamo il socialismo come la negazione del principio democratico, il cui valore non è eterno ed assoluto, ma borghese ed individualista soltanto; mentre storicamente difendiamo la tesi che il partito russo e Lenin dovevano appoggiare la lotta per la democrazia, che in sostanza è la lotta per il capitalismo e null’altro.
In quel frangente storico il comunista può, anzi deve dare per la democrazia fino all’ultimo lembo della sua stessa pelle. Tradisce se le accorda di ripiegare un solo minimo lembo della Dottrina del Partito. Nel primo caso al giusto momento storico andrà oltre la democrazia e la calpesterà collo stesso entusiasmo con cui la sostenne. Nel secondo si troverà, a quel momento, entro il limite – inconsciamente postosi – più controrivoluzionario che vi sia, legandosi le mani e sciogliendole alla reazione borghese, per non violare la mistica imbecillità del valore assoluto del principio di libertà.
Magiche formule di Lenin
Non si legge senza «chiave» e si deve sfuggire l’insidia delle citazioni staccate a sorpresa, non infilzate come noi usiamo sistematicamente sul Filo del tempo. Bisogna intendere quale parte di ogni passo, e quasi di ogni proposizione, stia a far salva la nostra dialettica impostazione delle pomposità metafisiche degli assoluti, quale mira all’appoggio pratico, di azione, che bisogna dal giusto punto e col giusto effetto accordare al moto, al fine che nostro non è, ma che preme veder procedere, di veder raggiungere.
Prendiamo dunque il paragrafo di Lenin, come tappa della prova che mai quel movimento, che noi stessi chiamiamo col suo nome, esitò e ondeggiò tra la suggestione di un «valore assoluto» filosofico, e la volgare tentazione di farci uno sbrego, solo per vincere più presto, per la gioia del «potere».
Formule difficili a leggere, intendere ed applicare perché, nel periodo della storia biforcuta, e della lotta su due fronti, si leggono in due modi e con due suoni che contrastano ed armonizzano, sicché civettando con Marx le diciamo magiche, a rischio di sentir qualche fesso, come tante volte, dire che siamo per un partito di iniziati, o di apprentis sorciers.
Loro, i beffatori e truffatori del proletariato, sembrano sempre piani, facili, scorrevoli e di una sorridente banalità. Concediamo loro che Lenin formulatore era l’asso della chiarezza saldata alla profondità, facciamo un poco anche noi la corte all’esemplare umano di eccezione, purché resti stampato lo schifo per la livida trasparenza raggiunta adottando la disossatura gelatinosa del mollusco.
Gli economisti avevano detto, ipocritamente: dando «parole» di agitazione politica antizarista, e quindi democratica, non si sviluppa la coscienza socialista degli operai, perché «la cornice è troppo ristretta»: la lotta contro la borghesia ne resta fuori. Dalla lotta solo economica col padrone, essa coscienza invece viene fuori.
Lenin «adopera volontariamente una formula rozza, recisa, semplificata»: «La coscienza di classe può essere portata all’operaio solo dall’esterno, cioè dall’esterno della lotta economica, dall’esterno della lotta tra operai e padroni (lo avevi mai letto, Antonio Gramsci?). Il campo dal quale soltanto è possibile attingere questa coscienza è il campo dei rapporti di tutte le classi e di tutti gli strati della popolazione (osiamo aggiungere: in tutte le epoche) con lo Stato e con il governo, il campo dei rapporti reciproci di tutte le classi». «Per dare agli operai delle cognizioni politiche non basta quella risposta che quasi sempre accontenta i militanti, specie quando tendono all’economismo, cioè: andare tra gli operai. I comunisti devono andare tra tutte le classi della popolazione».
Questo, dice Lenin, fa stabilire la differenza tra il volgare tradeunionismo e la politica comunista (al solito: socialdemocratica). Qui è ovvio che si può incappare nel leggere alla rovescia, specie se non ci si collega a tutte le ulteriori formulazioni dei successivi scritti circa la lotta contro il potere zarista, per una democrazia elettiva, per una repubblica borghese, anche.
Il difficile varco
Fino a che la stessa borghesia, colla sua costellazione di popolo fatta da artigiani, contadini, magari bottegai, e così via, ha un ponte storico rivoluzionario da traversare, nella lotta contro il potere feudalistico e dinastico, i socialisti non esiteranno a lavorare tra borghesi e piccoli-borghesi, al fine di inasprire quel contrasto, di affrettare il passaggio su quel ponte, armata mano.
Solo dal complesso di queste esigenze storiche, nella fase composita, si può attingere un orientamento per la classe operaia tale da avviarla alla successiva lotta non solo contro gli attuali alleati capitalisti, ma, al giusto momento anche contro il loro corteggio di medie classi.
Il senso meno immediato, e valido in tutto il corso storico, è che il solo far leva sul rapporto sindacale tra operaio e padrone non condurrà mai alla forza politica di classe, che solo nel partito si attua, in quanto esso giunge a dominare, nella sua visione tutta la linea della storia. Illusione è quella che immediatamente, spontaneamente, divenga un milite della rivoluzione il lavoratore resosi conto del contrasto d’interesse particolare col datore di lavoro: lo sarà soltanto quando, in un campo non ristretto, riceverà nel partito e dal partito la visione di un grande corso che milioni di uomini attraversano e che conduce tutti i paesi di vasti continenti allo sbocco nel socialismo.
Non bastano a una tale coscienza i dati del duetto di due personaggi e di una sola rivoluzione. In Lenin le rivoluzioni sono due e i personaggi tre, principalmente, perché così era nella Russia del suo tempo, e così in sostanza in tutto il campo in cui la rivoluzione si muove, che oggi ancora comprende, e sarebbe insensato ignorarlo, le immense popolazioni di Oriente.
A questa scuola formidabile il proletariato russo, per aver combattuto decisamente nella rivoluzione borghese democratica, e anzi per essersene direttamente messo sulle sue spalle il peso immenso, capitanando lui stesso ai fini borghesi le sottoclassi popolari, nate a fare da soldati ma non da capitani della storia, giunse a non subire «i valori assoluti del principio democratico» quando si trattò di erigere la sua dittatura come forza «pura».
Sarebbe stato un miracolo se non lo avesse fermato il pauroso imborghesimento dei lavoratori dei paesi capitalistici, che lottavano nella situazione unilineare, che avevano dinanzi una democrazia che non occorreva aiutare a nascere.
Il proletariato russo ha camminato sempre in avanti. Il suo esempio, impiegato a rovescio del tempo, è stato mal trasferito nella lotta dell’Occidente, ove purtroppo il movimento opportunista ha trascinato le masse a camminare all’indietro, le ha di nuovo immerse nella superstizione dell’assoluto democratico.
Lungo sarà il tutto rifare.
Parte II – Partito proletario di classe e attesa della duplice rivoluzione
La prospettiva storica
Con il ricorso alle opere di Lenin del periodo iniziale, il problema storico di cui stiamo per completare l’inquadratura – lo arrivo della rivoluzione borghese visto dal partito della rivoluzione proletaria – è stato svolto per una situazione (come Lenin stesso rileva) originale nella storia, anche rispetto all’altro classico esempio della Germania prima del 1848, del quale Marx ed Engels ebbero già a dare tracciato e inquadratura completa.
Prima infatti che il moto rivoluzionario antifeudale sia maturo, abbiamo già il partito con una teoria propria originale che da tutti lo distingue, e con una organizzazione anche del tutto indipendente.
Nei lavori del periodo 1898-1904 Lenin (sulla ferma linea della sistemazione teoretica già data da Plechanov nel precedente decennio) consolida le questioni del rapporto tra classe e partito, dell’organizzazione del partito; ed opera, come anche in seguito, alla «delimitazione», ossia alla incessante epurazione del partito stesso ributtandone insufficienze ed opportunismi.
Con l’avanzare dell’ondata del 1905 e di un periodo di incandescente lotta politica, alle esigenze della saldezza teorica e organizzativa si aggiunge quella della strategia rivoluzionaria, che inevitabilmente dà luogo non solo a dissensi, ma a due opposte posizioni. Non turbato dall’urgere dell’azione, Lenin lungi dal velare il contrasto si adopera a sviscerarne il contenuto profondo e a dimostrarne l’insanabilità.
Due sono le questioni che dividono il campo dei «socialdemocratici», ossia dei marxisti russi, o meglio a due principali si riducono le varie questioni tattiche. La linea da tenere nei confronti del movimento antizarista borghese; la linea da tenere verso il movimento contadino.
Immenso è il materiale che il movimento russo pone a nostra disposizione, ma altrettanto grave la difficoltà di farne uso, specie se si dimentica di riferire sempre le soluzioni dei bolscevichi, in opposto a quelle degli opportunisti delle varie rive, al dato momento storico e al quadro delle forze sociali e delle forme economiche, che noi abbiamo in quanto precede cercato di tracciare. Per non dimenticare mai i punti di orientamento: regime dispotico feudale ancora in piedi; formazione avanzata di capitalismo e proletariato industriale; esistenza del partito proletario ferrato in dottrina e distinto in organizzazione; e per quindi scongiurare i dilaganti falsi riferimenti a situazioni radicalmente diverse, noi (come il lettore ha ben compreso) sfuggiamo al metodo obliquo delle citazioni «spigolate» senza criterio e ordine di fatti e di scritti, e seguiamo con la sistematica analisi di organiche esposizioni, organicamente riferite a svolti determinati del processo.
Come abbiamo fatto nella prima parte per il lavoro di Engels sulle cose sociali di Russia, così faremo in questa parte finale per altre due operette di Lenin, relative alla rivoluzione del 1905. Una la precede ed è «Due tattiche della socialdemocrazia russa», l’altra la segue: «Il programma agrario della socialdemocrazia russa». Non occorre dire come le due questioni strettamente si intreccino.
Lenin e la questione agraria
Nel nostro studio, con una serie di «Fili», sulla questione agraria, che ripresentò a fondo la teoria di Marx, ci riservammo di svolgere la parte relativa alla Russia utilizzando le opere di Lenin in modo organico, come avevamo fatto per il Terzo Volume del Capitale e la Storia delle Dottrine Economiche.
In questa esposizione abbiamo già recato materiali notevoli di Lenin che ne comprovano la assoluta ortodossia marxista, utilizzando gli scritti del 1900 «contro i critici di Marx». Ed abbiamo altresì già largamente impiegati gli scritti fondamentali contro le idee e la pratica dei populisti, che vertono sempre sul problema agrario.
Nell’opera del 1907 si tratta non più soltanto della teoria – più volte richiamata e ribadita con le citazioni di Marx – ma anche del «programma immediato» dei bolscevichi circa le rivendicazioni agrarie della Prima Rivoluzione.
Non poca confusione regnava allora su questo punto essenziale, e altra volta citammo come Lenin riferisca che «il difetto dei dibattiti al congresso di Stoccolma, sta nel fatto che le considerazioni pratiche hanno il sopravvento sulle considerazioni teoriche, le considerazioni politiche sulle considerazioni economiche». Dicemmo pure come Lenin giustificava la cosa per il coincidere delle adunate congressuali e dei violenti moti di massa.
Breve parentesi storica
Ricordiamo che il II congresso del Partito fu quello del 1903 a Bruxelles e Londra, ove si contrapposero le due frazioni bolscevica e menscevica: le elezioni del Comitato Centrale le vinsero i primi, ma il giornale Iskra famoso di Lenin passò ai secondi (nuova Iskra, neo-iskristi). Nell’aprile 1905 il III congresso del Partito, ufficialmente unico (P.O.S.D.R.), fu dai bolscevichi tenuto a Londra, mentre i menscevichi riunivano una conferenza a Ginevra. Il IV congresso del Partito si ebbe nell’aprile-maggio 1906 a Stoccolma. Tra tali date, come sappiamo, si collocarono le lotte gigantesche della Prima Rivoluzione russa.
Poiché con l’esame delle questioni centrali il nostro tema attuale si chiude, completeremo quella, che non ha voluto essere una vera cronologia, ricordando che il periodo infrarivoluzionario (dalla guerra perduta col Giappone e Prima Rivoluzione, alla guerra mondiale e II Rivoluzione) presenta nella vita del partito, che conviene chiamare di Lenin, queste tappe. Al IV congresso di Stoccolma, il partito si riunifica, e i menscevichi sono in maggioranza; il V Congresso si riunì a Londra nel maggio 1907. I bolscevichi risultano in maggioranza. Fu questo l’ultimo congresso del partito fino al 1917.
Tuttavia fece epoca nella vita del partito la conferenza di Praga nel gennaio 1912 ove convennero i bolscevichi, che in effetti, constatando che le divergenze erano divenute insanabili, esclusero i menscevichi dal partito. Tutte le altre frazioni compreso il gruppo di Trotsky sconfessarono tale conferenza, nelle riunioni a Parigi in marzo e a Vienna in agosto.
Non interessa qui seguire la danza dei nomi e la lunga polemica postuma su meriti e demeriti, che più forse si collega all’altro tema dei dissensi tattici nella Terza Internazionale: una organizzata falsificazione ha gettato su tutto questo fitte ombre artificiali. Secondo Trotsky, ferratissimo in tale ricostruzione, ma messo colla morte a tacere, coll’agosto del 1914 la guerra spazzando tutto e gettando tutto nel calderone determinava uno schieramento nuovo ed originale di tendenze e tracciava una barriera tra le «cernite» di gruppi e di nomi fatte prima, o dopo tale svolto cruciale.
Questo non ha molta importanza, e a noi basta indicare che in sostanza la situazione storica della vigilia del 1905 si riporta con le stesse linee essenziali alla vigilia del 1917: classi e partiti sono quelli, e la stessa situazione di guerra e di sconfitta si ripete.
Giusto quindi l’impianto della questione costituzionale e di quella agraria nella possente continuità teorica, che per consenso di tutti Lenin personifica, ma che è patrimonio impersonale del marxismo, del movimento comunista, quale fin dagli anni di lotta 1905-1907 delineò le due letture, prima e dopo i fatti, della questione della Rivoluzione.
Controrivoluzione e rivoluzione
Il 17-30 ottobre 1905 il famoso Manifesto dello zar «concedeva una costituzione» indicendo le elezioni della Prima Duma e nominando ministro il Witte. Ciò avveniva sotto la pressione della trionfante insurrezione e mentre il Soviet di Pietroburgo già assumeva funzioni di governo nazionale. Ma il 30 dicembre la insurrezione era schiacciata a Mosca, la legalità trionfava, in maschera costituzionale.
Alla conferenza di Tammerfors nel dicembre stesso i bolscevichi – che in agosto avevano attuato il boicottaggio della precedente Duma di Bulighin, puramente consultiva – stabiliscono di boicottare anche le elezioni della Prima Duma. Intanto i socialisti rivoluzionari si sono scissi in una destra di socialisti nazionali, e una sinistra boicottatrice della Duma, che viene eletta in marzo.
A Stoccolma in maggio il IV congresso, come detto menscevico in maggioranza, trova consenziente la maggioranza bolscevica nella tattica della partecipazione alla Duma (ove il gruppo era di soli menscevichi) ma per ben diverse considerazioni.
Ma lo zar aveva sciolta la prima Duma legislativa convocando le elezioni della seconda, che si aprì nel maggio 1907, poco prima del V congresso, in cui i bolscevichi vinsero.
Il dissidio tra le due frazioni era anche nella questione parlamentare evidente, né molto dissimile da quello che allora si agitava in Francia e in Italia. I menscevichi erano per il blocco con i cadetti, liberali borghesi, fino a formare con essi un governo; i bolscevichi denunziavano come nemico del proletariato e della stessa rivoluzione democratica il partito cadetto, ed ammettevano intese transitorie solo coi populisti e socialrivoluzionari, ferma restando la critica a questi movimenti piccolo-borghesi.
Non questo è il luogo di trattare la questione che poi fu detta del «parlamentarismo». Basti notare che linea tattica rivendicata da Lenin si esplicava prima della caduta effettiva dell’assolutismo, e dopo la fine del periodo di lotta. Rispetto a questa, si aveva una situazione diversa nei parlamenti europei degli Stati pienamente democratici fino al 1914, con situazione pacifica della lotta di classe fra operai e capitalisti. Una situazione ancora molto diversa ed ulteriormente avanzata si aveva nei paesi democratici occidentali dopo l’uragano della guerra quando – come in Italia – il proletariato era tutto in piedi con un potenziale di classe elevatissimo, che fu sommerso non dalle legioni delle camicie nere, nell’impecorimento del gregge trascinato alle urne dal socialismo schedaiolo.
La reazione di Stolypin
Lo zar non tardò a sciogliere la II Duma ponendo al potere Stolypin, mentre i 64 deputati socialdemocratici prendevano la via della Siberia. Seguirono anni di repressione, assai duri per il partito.
Lenin manifestò grande stima di Stolypin per la sua riforma agraria, integratrice della falsa emancipazione del 1861. A fini politici reazionari, Stolypin promosse l’evoluzione della campagna verso decise forme borghesi, calcolando che una più ricca agricoltura avrebbe stroncata la rivoluzione affrettando l’involuzione del contadino-padrone, che Lenin prevedeva tanto chiaramente quanto lui. Accelerò la liquidazione delle ultime comuni, favorì il concentrarsi della terra nelle mani di contadini ricchi che la conducevano con mano d’opera salariata; in una parola operò per il dominio dell’economia mercantile e del capitalismo. Nel 1908 Lenin scrisse: «La costituzione di Stolypin e la sua politica agraria segnano una fase nuova nel crollo dell’antico, semifeudale e semipatriarcale sistema dello zarismo, un movimento nuovo verso la sua trasformazione in una monarchia di classi medie. Se ciò continuasse a lungo di potrebbe costringere a rinunciare a qualunque programma agrario. Sarebbe vuoto e stupido rimasticamento di frasi democratiche dire che ciò è in Russia impossibile. È possibile! Se la politica di Stolypin continua, allora la struttura agraria della Russia diverrà del tutto borghese, il contadino più forte acquisterà quasi tutti i lotti di terra, l’agricoltura diverrà capitalista, e ogni «soluzione» del problema agrario – radicale o meno – diverrà impossibile sotto il capitalismo».
Stolypin voleva fare lui la riforma agraria, per evitare che l’urto tra contadini miseri e proprietari feudali e semifeudali prendesse la forma di rivoluzione agraria, che – nella dottrina nostra e di Lenin – è rivoluzione borghese; cosa che (avendo ragione al mille per mille) Lenin da marxista allora sperava.
La faticosa fase che il partito marxista traversò da allora in poi fu caratterizzata da ulteriore selezione interna.
Sotto il peso della reazione scatenata l’ala destra, rinnovando i fasti del marxismo «legale», propose la liquidazione del partito come organizzazione illegale e insurrezionale, e perfino la liquidazione della sua autonomia, in quanto i menscevichi volevano discioglierlo in un più grande partito tra laburista e popolare, guazzabuglio di tutte le ideologie. Lenin resistette risolutamente all’onda dei liquidatori di destra e li pose fuori dal partito, situazione di cui diede atto definitivo la citata conferenza di Praga del 1912.
Lenin lottò anche in quel periodo contro gli otzovisti che volevano si boicottasse la terza Duma inaugurata il 14 novembre 1907, e successivamente chiesero se ne richiamassero i deputati. Tale Duma durò fino al 1912, in ottobre fu eletta la quarta, ed ultima.
Non è discutibile che – e lo diciamo in quanto disprezziamo freddamente tutto il volgare clamore fatto speculando sugli scritti e le posizioni di Lenin in materia – una possibilità di sterilizzazione del marxismo per vuoto sinistrismo esiste, e consiste nel chiudere gli occhi per non vedere oltre l’angusto settore in cui si muovono i soli due personaggi del lavoratore salariato e del padrone capitalista, e negare il resto della società. Si tratta di un sindacal-laburismo sinistroide che resta al di qua del marxismo. La potenza della visione marxista sta nel porsi in qualunque momento davanti tutta la società, tutto il mondo abitato dalla specie umana, e di più, tutta la storia.
Marxismo e programma agrario
Dopo l’apporto di tanti materiali basteranno delle citazioni per dimostrare come Lenin mai si sia allontanato dalla definitiva teoria agraria di Marx e come sia una formulazione sguaiata ed inabile quella della «Storia» ufficiale bolscevica: Lenin avrebbe riportato alla luce antiche idee di Marx ed Engels sulla necessità di combinare la rivoluzione proletaria con una insurrezione di contadini in Germania. (Erano idee note e ovvie, in quanto si trattava di lavorare alla rivoluzione borghese in ritardo: 1848-1856. Può darsi che molti socialisti del periodo tra i due secoli non le capissero). Ma Lenin non si sarebbe limitato semplicemente a ripeterle, e le trasformò in una teoria armonica (!) della rivoluzione socialista, introducendo un nuovo fattore obbligatorio (questo corsivo è ufficiale) per la rivoluzione socialista – l’alleanza (id c.s.) del proletariato con gli elementi semiproletari della città (?) e delle campagne, come una condizione per la vittoria della rivoluzione proletaria» (cap. III, n. 4).
Lenin ha consumata la vita a smascherare condizioni della rivoluzione che valevano la eliminazione della rivoluzione. Questa è una delle più liquidatrici!
Abbiamo visto testé che perfino nell’arretratissima Russia Stolypin avrebbe potuto riuscire a toglierci «ogni programma agrario»: ossia ogni alleato. Secondo la citata dottrina, non solo avrebbe posto remore alla rivoluzione borghese, ma avrebbe eliminata la rivoluzione socialista, la quale, se non avesse più un programma agrario, dovrebbe disfarsi anche di programma industriale e avendo perduto l’alleato – fattore obbligatorio –dovrebbe smobilitare l’esercito proprio.
Ed è proprio questo che in Russia hanno fatto.
Non occorre che far parlare Lenin. Quando diciamo noi poveri fessi che non abbiamo trasformato un accidente, conta poco. Lo dica lui e tacciano le storiografiche ranocchie.
Nazionalizzazione
«Anche da un punto di vista strettamente scientific (siamo in nota al passaggio citato sull’errore di sacrificare la teoria alla pratica), dal punto di vista delle condizioni di sviluppo del capitalismo in generale, noi dobbiamo assolutamente dire – se non vogliamo trovarci in disaccordo col III volume del Capitale – che la nazionalizzazione della terra è possibile nella società borghese, che essa favorisce lo sviluppo economico, facilita la concorrenza e l’afflusso dei capitali nella agricoltura, ecc.». «L’ala destra della socialdemocrazia non spinge fino al termine logico (come afferma) la rivoluzione democratica borghese nell’agricoltura, perché tale termine logico (ed economico) in regime capitalistico è soltanto la nazionalizzazione della terra concepita come abolizione della rendita assoluta».
Ricordiamo la trattazione della questione agraria, ricordiamo che i menscevichi erano per la «municipalizzazione», Lenin per la «nazionalizzazione», i populisti per la «spartizione» – tre tipi di programmi agrari diversi, ma (e lo sentite cento volte da Lenin) tutti e tre borghesi e democratici.
Ci serve una rivoluzione borghese spinta alle conseguenze estreme, e siamo per il più avanzato dei tre, il più grande-borghese, la nazionalizzazione. Il secondo è piccolo-borghese, il terzo forcaiolo addirittura.
Infatti – parliamo nel 1907 – per ogni rivoluzione bor-ghe-se un programma agrario è obbligatorio.
Quando si tratti della sola rivoluzione socialista proletaria, dei tre programmi ce ne fregheremo altamente. Soprattutto del primo che è obbligatoriamente borghese, capitalista e mercantile.
«Che cosa è la nazionalizzazione della terra?», Lenin comincia a domandare. Egli rileva che si soleva dire che tutti i gruppi populisti russi davano tale parola. Ma per essi è solo un sinonimo di spartizione. «Il contadino ha una sola rivendicazione, maturata per così dire nella sofferenza e in lunghi anni di oppression, ed è la rivendicazione del rinnovamento, del consolidamento, della stabilizzazione, dell’allargamento, dell’egemonia della piccola agricoltura, e nient’altro. Il contadino immagina soltanto di avere nelle sue mani i latifondi dei proprietari fondiari; con le parole «la terra è di tutto il popolo» il contadino esprime l’idea confusa dell’unità, in questa lotta, di tutti i contadini, presi in massa Il contadino è guidato dall’istinto del padrone, che è intralciato dall’infinito intreccio delle attuali forme di possesso fondiario medievale e dalla impossibilità di organizzare la coltivazione della terra in modo del tutto rispondente ai «suoi» bisogni di «padrone» … e nella ideologia populista questi lati negativi del confuso concetto di nazionalizzazione hanno indubbiamente il sopravvento».
Ma altra è l’analisi marxista. «Anche se esiste la più completa libertà ed eguaglianza dei piccoli coltivatori installati sulla terra di «tutto il popolo», di nessuno, o «di Dio», abbiamo sempre davanti a noi il regime della produzione mercantile, che diviene produzione capitalistica».
«L’idea della nazionalizzazione della terra, ricondotta sul terreno della realtà economica, è dunque una CATEGORIA della società mercantile e capitalistica».
«La nazionalizzazione presume che lo Stato riceva la rendita da imprenditori agricoli i quali paghino il salario agli operai e ricevano dal loro capitale un profitto medio, medio rispetto a tutte le imprese agricole e non agricole del paese».
A tal punto Lenin espone tutta la teoria di Marx della rendita differenziale ed assoluta, che la classe dei proprietari fondiari ricava. Non ci ripeteremo su tutto questo.
La rendita assoluta si ha da tutti i terreni, anche dal peggiore: essa è un effetto dalla proprietà terriera privata, e la nazionalizzazione la abolisce. Resterebbe, passata allo Stato, la rendita differenziale, data dal fatto che il prodotto di un terreno più fertile si vende per ragione di mercato al prezzo del prodotto individuale sul terreno peggiore. Questa rendita dipende dalla forma di distribuzione mercantile: può lo Stato incassarla, non abolirla. I prezzi del grano scenderebbero, colla nazionalizzazione, solo per quanto contengono di rendita assoluta (il meno). Incassi lo Stato lo stesso basso canone da tutti i fittavoli capitalisti, regalerà ad alcuni di questi un variabile sovraprofitto creando ad arbitrio una nuova classe redditiera, e il pane sarà sempre caro, come la civiltà borghese e mercantile comanda. In compenso costeranno meno gli stuzzicadenti.
Municipalizzazione
A questo proposito una strigliata teorica cade sul groppone del menscevico Pietro Maslov che, al fine di sostenere la sua versione del programma agrario – prevalsa a Stoccolma sulla municipalizzazione – ricalca tutte le vecchie confusioni per denegare la teoria della rendita di Marx.
Se, come Maslov vuole, la rendita assoluta è una veduta errata di Marx, e si dà solo rendita differenziale, allora non ha alcun effetto statizzare la proprietà fondiaria. Secondo Maslov, quale che sia la rendita, importa solo vedere se conviene passarla allo Stato, o ai comuni periferici.
Lenin demolisce qui la risoluzione di Stoccolma, che mirava a dare ai comuni la terra dei latifondisti, perché la affittassero a imprenditori, e a lasciare altra metà delle terre alla piccola proprietà ove già ne era in possesso. Ciò avrebbe divisa la popolazione agraria in due parti: proprietari, e fittuari di più o meno grandi estensioni di terra comunale, con la zona di residenza obbligatoria nella circoscrizione comunale.
Ciò dà occasione a Lenin di ribadire tutte le tesi critiche della proprietà privata, stabilite dal marxismo.
Ci riduciamo sempre per brevità a citare formule che confermano tesi già a fondo illustrate. «Il populista pensa che la negazione della proprietà privata della terra sia la negazione del capitalismo. È un errore. Essa esprime la rivendicazione della più pura evoluzione capitalistca» «Marx rivolgeva la sua critica non soltanto contro la grande ma anche contro la piccola proprietà fondiaria. In certe condizioni storiche, la libera proprietà della terra per il piccolo contadino accompagna necessariamente la piccola produzione agricola». E qui Lenin dice che contro Maslov ha ragione Finn, fautore della ripartizione ai contadini diretti. Ma non va dimenticato che ogni liberazione della terra la rende anche di libera compravendita. E Lenin cita il passo di Marx su cui abbiamo tanto lavorato. «Uno dei mali della piccola conduzione agricola, là dove essa è legata alla piccola proprietà della terra, è legato al fatto che il coltivatore spende un capitale nell’acquisto del terreno. E l’investimento di questo capitale liquido lo sottrae quale capitale di esercizio alla coltura».
Né ripeteremo l’analisi della usura e della ipoteca che rovinano ferocemente la piccola conduzione proprietaria, sicché il coltivatore sta peggio del piccolo fittuario; del vecchio servo forse.
Ma il progetto menscevico diceva che lo Stato deve con sussidi e mutui aiutare le minime aziende. Qui Lenin con un rilievo poderoso distrugge tutta la sporca politica dei pestiferi riformatori agrari, che non hanno cessato di imperversare rovinando terra, agricoltura e popolazioni rurali. «Lo Stato può soltanto essere un intermediario della trasmissione del denaro dei capitalisti, e a sua volta per avere del denaro non può che rivolgersi ai capitalisti. quindi anche se la distribuzione dei sussidi dello Stato è organizzata nel modo migliore possibile, il dominio del capitale non viene affatto eliminato e la questione resta la stessa: in quale forma il capitale può essere applicato all’agricoltura?».
Tutto il mondo modernissimo è pieno di questioni risolte col sussidio dello Stato! La grande formula qui data richiama la nostra quasi seria per la «questione meridionale» cara ai (sedicenti in questo) gramscisti. Tre rivendicazioni: non esigete tasse, non date aiuti statali, non fate elezioni. Il Mezzogiorno diItalia si sdepresserà. E ciò a proposito delle Leggi Speciali e Casse del Mezzogiorno, vampiri di profitto a capitali extraregionali.
Spartizione
Lenin domanda ancora se la nazionalizzazione non condurrà sic et sempliciter alla spartizione bruta. Egli ha detto che la rivoluzione borghese russa è in condizioni particolarmente favorevoli, dopo aver citato altro passo di Marx, anche da noi a suo luogo invocato: «Il borghese radicale giunge in teoria alla negazione della proprietà privata della terra. Ma in pratica gli manca il coraggio, perchè lo attacco contro una delle forme della proprietà sarebbe pericolosissimo anche contro l’altra forma, la proprietà privata delle condizioni di lavoro (Marx vuol dire utensili, macchine, materie prime). Inoltre, il borghese si è egli stesso territorializzato». E Lenin aveva commentato: «Da noi, in Russia, c’è un «borghese radicale» che non è ancora territorializzato, che non può temere, oggi, un attacco proletario. Questo «borghese radicale» è il contadino russo».
Ranocchi, a voi. L’alleanza col contadino è tanto obbligatoria quanto quella col borghese radicale. Stanno sullo stesso piano, storico, sociale.
Ora la nazionalizzazione può ben condurre alla spartizione; del resto in astratto sono entrambe antisocialiste. Teoria al sicuro, e avanti. Vi può contingentemente condurre, e tre sono i punti da esaminare: 1) Conviene la spartizione al contadino? Già detto sì; non brama altr’esca che il padronato. 2) In quali condizioni? Difficile per Lenin dire se prevarrà la «fame di terra» su ogni altra opposta influenza. 3) Come si riflette il fatto sul programma agrario del proletariato? Qui per Lenin non vi è dubbio. Il proletariato, nella rivoluzione borghese, sostiene la borghesia combattente quando è impegnata in una lotta rivoluzionaria contro il feudalesimo. Ma non è affatto suo sostenere una borghesia che torna alla calma. La nazionalizzazione ossia l’esproprio di baroni e latifondisti da parte del potere centrale rivoluzionario, sarà un fatto positivo, un colpo a una forma della proprietà. La tendenza a ritornare in nuove forme di proprietà privata sarà il fatto di forze reazionarie che rialzano la testa; il proletariato vi si opporrà con ogni forza.
Ribattute del 1913
Quando studieremo gli atti della rivoluzione vedremo se è vero che Lenin rubò il programma ai populisti. Se questa tesi filistea vincesse, saremmo sempre pronti a dire che per i rivoluzionari che hanno avuto tante fasi e date di attività, non sempre siamo entusiasti della più recente. Lo siamo ad esempio di un Plechanov ‘800, non del posteriore. Che con ciò?
Nel 1913, come da quattro suoi articoli nella raccolta delle Opere, non aveva, per intanto, nulla cambiato, né trasformato.
Vivo né morto non sentimmo il bisogno di santificarlo. Ma lo difendiamo contro i batraci che lo santificano come trasformista.
«Nei giornali e nelle riviste populiste (e oggi, cominformiste) s’incontra spesso l’affermazione che gli operai e i contadini «lavoratori» formano una sola classe … Il cosiddetto contadino lavoratore è in realtà un piccolo padrone o un piccolo borghese che quasi sempre o vende la propria forza lavoro, o assume egli stesso dei salariati. Essendo tale, anche in politica oscilla tra i padroni e gli operai, tra la borghesia e il proletariato». «Perciò in tutti i paesi capitalistici i contadini, nel loro complesso, sono finora restati lontani dal movimento socialista degli operai e aderiscono a diversi partiti reazionari e borghesi».
«Il contadino si ammazza di fatica più del lavoratore salariato. Il capitalismo condanna i contadini alla massima oppressione e alla rovina. Non c’è altra via di salvezza che l’unione coi lavopratori salariati nella lotta di classe. (Ossia la via che passa per la rovina padronale). Ma per comprendere questa conclusione, il contadino deve perdere nel corso di lunghi anni ogni illusione sulle ingannatrici parole diordine borghese».
«L’economia politica borghese e i suoi seguaci non sempre consapevoli, populisti e opportunisti, si sforzano di dimostrare che la piccola produzione è vitale e più vantaggiosa della grande produzione …».
«I marxisti difendono gli interessi delle masse, quando spiegano ai contadini: non c’è altra salvezza per voi che l’adesione alla lotta proletaria. I professori borghesi e i populisti ingannano le masse con favole sulla piccola azienda dei contadini lavoratori in regime capitalistico».
E infine:
«L’utopia dei populisti è il sogno del piccolo padrone che sta tra il capitalista e il salariato e pensa sia possibile sopprimere la schiavitù salariata senza lotta di classe … La dialettica della storia è tale che i populisti e i trudoviki propongono, quale rimedio anticapitalista per risolvere la questione agraria in Russia, un provvedimento decisamente e conseguentemente capitalista. L’egualitarísmo nella ripartizione della terra è un’utopia, ma la completa rottura con tutte le vecchie forme di proprietà fondiaria a piccoli lotti, o del demanio, rottura necessaria per qualunque nuova ripartizione, è, per un paese come la Russia, un provvedimento economicamente progressivo, il più indispensabile, il più imperioso nel senso democratico borghese».
Lenin spiega in qual senso al tempo medesimo noi attendiamo la sollevazione contadina e demoliamo la sua portata sociale, nella Russia, tra due rivoluzioni democratico-borghesi, combattendo tuttavia in entrambe operai e partito socialista. Lo spiega con parole di Engels, che chiudano qui questa difficile sistemazione del programma agrario. E vadano, con tutto il ricordato materiale, anche queste altamente meditate.
«Quello che è falso in un senso formalmente economico, può essere vero in un senso storico universale».
Semplicità e semplicismo, magari di sinistra, non sono per noi. Lenin, morto in tempo, ha tutte le carte in regola di gran combattente e grande maestro.
L’attesa della duplice rivoluzione, che è pure una tappa dell’attesa della rivoluzione comunista mondiale, va condotta come lui la condusse.
La questione politica
Portiamoci ora sul lucente binario dello scritto: «Due tattiche». Esso ci conduce senza altre fermate alla stazione di arrivo. Quando ripartiremo da questa, studieremo come il fatto rispose alla laboriosa attesa, come le due rivoluzioni ribollirono nella fase acuta, che cosa il periodo post-rivoluzionario significò, che cosa significa oggi.
I personaggi sono saldamente schierati. Stato dispotico zarista e partiti che lo sostengono. Partiti contadini. Partiti demoborghesi. Partito socialriformista. Partito marxista rivoluzionario. Scegliamo l’opuscolo «Due tattiche» anche perché esso, scritto dopo due congressi separati ed avversi, differenzia proprio due partiti storici, sta al di sopra della contesa all’interno di una stessa organizzazione che – nella sua indiscutibile importanza – talvolta costringe a polemica personalistica e rimpicciolisce anche i Trotsky, i Lenin, tutti i veri rivoluzionari. Male tuttavia tollerabile, mentre il perdono dell’opportunismo è disastroso.
Lenin scrive quando la rivoluzione del 1905 sta per divampare, e nella previsione che nel suo ciclo avvenga la fine dello zarismo.
Il bolscevismo è fin da allora il partito della classe operaia che decisamente, contro ogni opportunismo revisionista russo ed europeo, si schiera nella dottrina e nel programma politico di classe per la via rivoluzionaria dell’avvento del socialismo, dell’abbattimento del capitalismo borghese.
Ma qui non si tratta ancora di rovesciare la borghesia capitalista, bensì lo Stato dispotico-feudale, e si dibatte la questione del compito del partito nella rivoluzione democratica, borghese, popolare, che richiede si abbia una tattica e un programma immediati. Tutto questo, si intende, deciso ponendo a base gli interessi e i fini della classe proletaria e della rivoluzione socialista successiva, vicina o lontana che essa sia, e nei suoi rapporti europei e internazionali.
Con la lotta contro populisti, economisti, marxisti legali, ogni prospettiva di disinteressarnento del proletariato e del partito dalla rivoluzione, in quanto e perché borghese, è stata buttata da parte come antistorica e reazionaria.
Si tratta ora, sempre nel raggio di una lotta già apertasi, di stabilire la condanna del metodo menscevico, riformista, di entrare nella lotta.
Termini del contrasto
La storia di tutti i paesi ha distrutto l’ipotesi di un proletariato assente dalle rivoluzioni borghesi. La questione è così posta da Lenin nella premessa allo studio di cui si tratta: «Avrà la classe operaia la funzione di un ausiliario della borghesia, ausiliario potente per la forza del suo assalto contro l’autocrazia, ma impotente politicamente; o avrà la funzione di egemone nella rivoluzione popolare?».
Si intenda dunque che non si tratta della rivoluzione socialista: nessuno si chiederebbe se, in questa, non debba il proletariato essere politicamente potente, egemone assoluto, e a tal fine, per noi marxisti e leninisti non di corte, protagonista, con la dittatura del suo partito contro tutte le altre classi e partiti.
L’Iskra di destra, coerente al revisioniamo di occidente, sminuisce «l’importanza di parole tattiche strettamente conformi ai principi». Per costoro la tattica la impone il movimento reale, non la stabilisce il partito; questo è aperto a qualunque tattica. Per Lenin: «al contrario, la elaborazione di decisioni tattiche giuste ha grandissima importanza per un partito che voglia dirigere il proletariato in uno spirito rigorosamente conforme ai principi del marxismo, e non semplicemente trascinarsi a rimorchio degli avvenimenti».
Il tema è chiaramente dunque definito: «Rendersi ben conto dei compiti del proletariato socialista nella rivoluzione democratica».
Ogni rivoluzione borghese si presenta colla rivendicazione della convocazione di un’Assemblea popolare elettiva. In tutte le rivoluzioni questa prende diverse forme sempre più radicali, dall’assemblea nazionale convocata dal monarca, alla assemblea costituente, alla convenzione rivoluzionaria, alla dittatura di un direttorio.
In Russia nel 1905 vi sono tre programmi. Il potere zarista predispone una assemblea consultava eletta con sistemi di casta (che fu la ricordata Duma di Bulighin). La borghesia liberale (il partito cadetto, rappresentato dalla rivista illegale Osvobozdenie, (Liberazione)) chiede un suffragio libero ed esteso perché l’Assemblea sia veramente espressione popolare e possa dettare la nuova costituzione dello Stato. Lenin definisce ciò «una transazione, la più pacifica che sia possibile, tra lo zar e il popolo». Infine i socialisti e il proletariato rivoluzionario sono per l’abbattimento rivoluzionario del potere zarista, la formazione di un governo provvisorio e la convocazione di un’Assemblea costituente con pieni poteri.
I vari partiti piccolo-borghesi non sono decisamente orientati, ma oscillano tra la posizione dei cadetti e quella rivoluzionaria, non escludono una totale alleanza con i primi e una costituzione elargita dall’alto: lo scopo di Lenin è qui di dimostrare che la posizione dei menscevichi tende a quella dei cadetti radicali, e in certo senso è meno coerente di questa.
Il governo provvisorio
La risoluzione del III congresso (bolscevico) ferma questi punti: 1) Il proletariato lotterà per sostituire la dinastia autocratica con una repubblica democratica. 2) Ciò si otterrà solo da una vittoriosa insurrezione popolare. 3) Solo un governo rivoluzionario provvisorio potrà convocare un’assemblea costituente a suffragio universale. Inoltre considera ammissibile la partecipazione del partito al governo provvisorio, soprattutto se necessaria per evitare un ritorno controrivoluzionario. Partecipante o meno al governo, il partito «salvaguarderà la sua assoluta indipendenza, in quanto aspira alla rivoluzione socialista completa ed è perciò irriducibilmente ostile a tutti i partiti borghesi».
Lenin delinea una politica di possibile intesa anche nel potere con i partiti socialcontadini, ma mai coi cadetti borghesi, e va sviluppando questa sua fondamentale idea nella formula famosa «dittatura democratica del proletariato e dei contadini» come forma del potere che svolgerà la rivoluzione borghese.
L’equivoco gigante è che Lenin abbia mai proposto che con tale formula si potesse o dovesse condurre una rivoluzione socialista, né allora, né mai, né in Russia né in Occidente.
Nel concetto di Lenin il governo provvisorio, oltre ad aver diretta la insurrezione armata e a preparare la elezione dell’Assemblea Costituente, deve subito attuare il programma minimo della rivoluzione, quale visto del partito. (Otto ore, suffragio universale, nazionalizzazione della terra).
«Assegnando al governo rivoluzionario provvisorio il compito di applicare il programma minimo, la risoluzione elimina con ciò stesso le idee assurde e semianarchiche sulla attuazione immediata del programma massimo, sulla conquista del potere per la rivoluzione socialista». Questa è dichiarata incompatibile col grado di sviluppo economico della Russia. «Solo uomini ignorantissimi possono misconoscere il carattere borghese della rivoluzione democratica in corso in Russia».
Prima di vedere in quale senso la rivoluzione del 1917 superò queste prospettive del 1905, noi siamo certi che i compagni intendono perché tanto insistiamo su questo assoluto fatto; che il piano di Lenin era allora per una rivoluzione soltanto borghese. A distanza di mezzo secolo quello che non ha ceduto alla controrivoluzione è appunto il risultato storico di una rivoluzione capitalista. La formula della dittatura democratica spartita in pari colla classe contadina proprietaria, anche ed appunto per questo, non può essere invocata per la rivoluzione proletaria nei paesi capitalistici sviluppati. Il disfattismo stalinista consiste nell’imprigionare il proletariato moderno, di città e di campagna, nelle pastoie di una alleanza con classi semiborghesi, e storicamente retrive rispetto alla stessa borghesia.
Poiché si bara sulla formula di Lenin, interessa al marxismo rivoluzionario stabilire che quella formula storica fu forgiata al solo servizio della rivoluzione borghese, e la storia confermò che a tal fine rispose.
La tattica opportunista
I menscevichi di Ginevra contrapposero una loro risoluzione di cui Lenin fa l’analisi. Atteggiandosi ad intransigenti condannavano la formula della eventuale entrata nel governo provvisorio, paragonandola col possibilismo di occidente, col millerandismo, ossia colla entrata di socialisti nei ministeri in regime borghese stabilizzato. Ma Lenin scarnifica la tattica equivoca dei menscevichi provando che essi finiscono coll’ammettere una soluzione non repubblicana della formazione del nuovo governo. «Tale è il fatto incontestabile di cui si servirà, ne siamo certi, il futuro storico della socialdemocrazia russa. Una conferenza di socialdemocratici nel marzo 1905 adotta una risoluzione che contiene delle belle parole per fare avanzare la rivoluzione democratica, ma che di fatto la fa marciare all’indietro, che in realtà al di là delle parole d’ordine della borghesia democratica». Indiscutibilmente lo storico del 1917 ha annotato il comune parlamentare schiamazzo di cadetti borghesi e socialisti menscevichi contro il partito di Lenin che, messili fuori a pedate, fece cadere le teste dinastiche.
Allora egli apostrofa così i menscevichi, sempre basandosi su fatti acquisiti: «La differenza tra noi e voi è, in questo caso, che noi marciamo a fianco della borghesia rivoluzionaria e repubblicana senza fonderci con essa, mentre voi marciate, e sia pure senza fondervi con essa (i conti, sembra dire Lenin, li farà la Storia) con la borghesia liberale e monarchica».
«Ecco come stanno le cose» egli chiude sottolineando. Forse piccole cose!? Tanto grandi, che è oggi e sarà vitale per molti anni, quando il partito risorgerà in ogni dove, acquisire questa nostra dimostrazione: che Lenin non ha inteso assegnare a nessun paese del moderno capitalismo l’obbligo miserabile di affidare la rivoluzione comunista ad una alleanza democratica e interclassista.
Per chiudere questo risultato apparentemente modesto sarà, lunga essendo stata la esposizione, fare ancora il più possibile parlare lui.
«I marxisti sono assolutamente convinti del carattere borghese della rivoluzione russa». «Le trasformazioni nel campo sociale ed economico, diventate per la Russia una necessità, non soltanto non implicano il crollo del capitalismo, ma al contrario sbarazzeranno effettivamente il terreno per uno sviluppo largo e rapido, europeo e non asiatico, del capitalismo». Questa, nel senso in cui dialettica e profezia convergono, è una profezia lettera a lettera.
«I socialrivoluzionari non possono comprendere questa idea perché ignorano l’abbiccì delle leggi dello sviluppo della produzione e mercantile capitalistica e non vedono che neppure il trionfo completo della insurrezione contadina, neppure una nuova ripartizione di tutte le terre conforme agli interessi e desideri dei contadini, non sopprimeranno affatto il capitalismo ma daranno un impulso al suo sviluppo».
«I neo-iskristi comprendono in un modo radicalmente errato il senso e il significato della categoria rivoluzione borghese. Nei loro ragionamenti si affaccia di continuo l’idea che essa possa dare soltanto ciò che è vantaggioso alla borghesia. Pertanto nulla è più errato di una siffatta idea». E Lenin riscrive le tesi del marxismo che sono state dimostrate e rimasticate (sic!) nei minimi particolari sia nelle loro linee generali sia per quanto si riferisce alla Russia che all’Occidente (altro che trasformista!) dimostrando come la rivoluzione borghese e capitalista contiene i più grandi vantaggi per il proletariato. «Non possiamo uscire dal quadro borghese della rivoluzione russa, ma possiamo allargarlo in proporzioni immense». Questo è stato. Ma, ci griderà il filisteo, il 1917 è ben altro che il 1905. Questo è vero. Ma nel senso storico universale il 1955 sta all’altezza del programma di vittoria del 1905.
E quando denunziamo la falsificazione kremliniana del leninismo e del marxismo non dimentichiamo mai che il Cremlino lavora tuttora in senso rivoluzionario, allargando il quadro capitalista fino all’Himalaya e ai mari gialli.
Dittatura democratica borghese
Perché una dittatura? Chiedono a Lenin (forse oggi ancora). Perché dovrà poggiare sulla forza armata, non «su queste o quelle istituzioni costituite per vie legali, pacifiche. Perché tremende resistenze si leveranno contro la espropriazione delle terre, la repubblica, lo sradicamento anche dalle fabbriche di forme asiatico-dispotiche, perché essa sola potrà – last but not least – «estendere l’incendio rivoluzionario all’Europa». «Questa vittoria non farà ancora affatto della nostra rivoluzione borghese una rivoluzione socialista; la rivoluzione democratica non uscirà direttamente dal quadro dei rapporti sociali ed economici borghesi; ma nondimeno questa vittoria avrà una importanza immensa per lo sviluppo futuro della Russia e del mondo intero. Nulla rafforzerà maggiormente l’energia rivoluzionaria del proletariato mondiale, nulla accorcerà tanto il suo cammino verso la vittoria completa, quanto questa vittoria decisiva della rivoluzione cominciata in Russia». Cominciata, non imbottigliata in Russia, degradandola a parodia.
In ogni momento in Lenin è presente questo legame internazionale. Ma restiamo un poco ancora sull’idea di dittatura.
«Se la rivoluzione riuscirà ad avere una vittoria decisiva, regoleremo i conti con lo zarismo alla giacobina, o se volete alla plebea, secondo una frase di Marx. Tutto il terrore francese – egli scriveva nel 1848 – non fu altro che un mezzo plebeo per regolare i conti coi nemici della borghesia, con l’assolutismo, il feudalismo e lo spirito piccolo-borghese». Qui Lenin si compiace del confronto tra il dissidio dei giacobini coi girondini nella rivoluzione francese e quello suo coi menscevichi. Più oltre infatti su questo tema ritorna utilizzando le notizie date da Franz Mehring sugli scritti di Marx nel 1848. La «Nuova Gazzetta Renana» rivendicava «l’istituzione immediata della dittatura come unico mezzo per realizzare la democrazia». Il borghese, Lenin nota, intende per dittatura l’abolizione di tutte le libertà e le garanzie della democrazia, l’arbitrio generalizzato, l’abuso sistematico del potere nel personale interesse del dittatore. L’ultrariformista Martinov aveva scritto che la predilizione per la parola d’ordine della dittatura si spiegava col fatto che Lenin «desiderava ardentemente tentare la sua sorte». E Lenin che in questi casi sorrideva bonario invece di ruggire, gli spiega «la differenza che esiste tra la nozione di dittatura di una classe e quello di un individuo, tra i compiti della dittatura democratica e quelli della dittatura socialista, colle concezioni della Nuova Gazzetta Renana».
«Ogni organizzazione provvisoria dello Stato (N.R.Z., 14 settembre 1848) dopo la rivoluzione esige la dittatura, e una dittatura energica. Noi abbiamo sin dall’inizio rimproverato a Camphausen (presidente del Consiglio dei Ministri dopo il marzo 1848) di non agire in modo dittatoriale, di non spezzare ed estirpare immediatamente i resti delle vecchie istituzioni. E mentre egli si cullava nelle sue illusioni costituzionali, il vinto partito della reazione rafforzava le posizioni nella burocrazia e nell’esercito, e si arrischiava persino a riprendere qua e là apertamente la lotta». E in un altro articolo sul bamboleggiare dell’Assemblea costituente Marx diceva: «A che serve il migliore ordine del giorno e la migliore costituzione se nel frattempo i governi tedeschi avranno già messo all’ordine del giorno la baionetta? »». Ecco, dice Lenin, il senso della parola dittatura! I grandi problemi della vita dei popoli vengono risolti esclusivamente con la forza.
Marx sviluppando la debolezza e la mancanza di volontà repubblicana della rivoluzione tedesca del 1848 fa un paragone suggestivo con la Francia. «La rivoluzione tedesca del 1848 non è che una parodia della Rivoluzione Francese del 1789. Il 4 agosto 1789, tre settimane dopo la presa della Bastiglia, il popolo francese in una sola giornata ebbe ragione di tutti gli obblighi feudali. L’11 luglio del 1848, quattro mesi dopo le barricate berlinesi del marzo, gli obblighi feudali hanno avuto ragione del popolo tedesco». «La borghesia francese del 1789 non abbandonò neanche per un istante i suoi alleati, i contadini. Essa sapeva che la base del suo dominio era l’abolizione del feudalismo nei villaggi e il sorgere di una classe libera di contadini proprietari. La borghesia tedesca del 1848 tradisce senza scrupoli i suoi alleati più naturali, i contadini, che sono carne della sua carne, e senza i quali è impotente di fronte alla nobiltà. Il mantenimento dei diritti feudali, la loro consacrazione sotto la illusoria apparenza di un riscatto: tale il risultato della rivoluzione tedesca del 1848. La montagna ha partorito il topolino!».
Altro che trasformare! Dal 1789 al 1848 al 1905 al 1955 il nostro «filo» non è interrotto. I CONTADINI SONO I NATURALI ALLEATI DELLA BORGHESIA. Lenin ripete: «Il successo della insurrezione contadina, la vittoria della rivoluzione democratica, sbarazzerà semplicemente il cammino per la lotta vera e decisiva per il socialismo, sul terreno della società borghese. I contadini, come classe di proprietari terrieri, avranno in questa lotta la stessa funzione di tradimento, di incostanza, che la borghesia ha oggi in Russia nella lotta per la democrazia».
Un raffronto storico
Qui Lenin rileva che la Nuova Gazzetta Renana era un organo della democrazia e non della classe operaia; eppure Marx ed Engels dalle sue colonne condussero la lotta per il radicalismo rivoluzionario borghese, sebbene già uscisse un giornale operaio redatto da seguaci delle dottrine del Manifesto, ma forse di linea insufficiente. Tuttavia solo nell’aprile 1849 Marx ed Engels si pronunziavano per una organizzazione proletaria distinta. Occorse dunque a Marx un anno di esperienza nella lotta democratica per passare oltre e tracciare il limite tra politica democratica e operaia nell’organizzazione. Noi, dice Lenin, siamo più avanti in Russia nel 1905, i compiti proletari nella lotta sono più delineati che allora. E ricorda come Engels era scontento dell’indirizzo della Fratellanza Operaia che, formalmente classista, aveva impronta corporativa, trascurando il movimento politico generale. E Lenin ne trae il parallelo tra la considerazione di Engels e la sua sulle «due tattiche» e sull’opportunismo operaistico e «codista».
Noi ci domandiamo perché Lenin, formulando così bene come in in Germania al 1849 fosse ancora buona tattica per Marx ed Engels stare in società e giornali demoborghesi, e non lo fosse più per la Russia ove già organizzazioni di giornali e partiti erano indipendenti, non abbia, quando ancora fisicamente lo poteva, lottato di più contro il metodo stolto di applicare nel primo dopoguerra in occidente le tattiche adatte alla prerivoluzione borghese, l’offerta di unità e di accordo politico in fronti comuni ai partiti opportunisti.
Internazionalismo
Altrove Lenin, come in moltissimi dei suoi scritti anche molto più moderni, ritorna sul punto dal quale, con Marx abbiamo cominciato questo nostro cammino. Egli critica la fredda enunciazione data dai menscevichi nella loro risoluzione, nella quale è detto che i socialdemocratici potrebbero prendere il potere nel solo caso che la rivoluzione si estendesse ai paesi dell’Europa occidentale, nei quali le condizioni per la realizzazione del socialismo sono giunte ad una certa maturità (piena maturità, Lenin dice). In questo caso diventerebbe possibile in Russia, diceva la risoluzione, entrare nella via delle trasformazioni socialiste. E Lenin:
«L’idea principale è qui quella enunciata più volte dal Vperiod (Avanti! – organo bolscevico di Lenin) il quale affermava che non dobbiamo temere la vittoria completa dei socialisti nella rivoluzione democratica, vale a dire la dittatura democratica del proletariato e dei contadini, poiché questa vittoria ci permetterà di sollevare l’Europa; e il proletariato socialista europeo, dopo aver abbattuto il giogo della borghesia, ci aiuterà a sua volta a fare la rivoluzione socialista. Il Vperiod assegnava al proletariato rivoluzionario della Russia un compito attivo: vincere in Russia nella lotta per la democrazia, e approfittare di questa vittoria per portare la rivoluzione in Europa».
L’idea menscevica era invece di rifiutare il potere nella vittoria borghese contro lo zarismo, e accettarlo solo se la rivoluzione proletaria avesse invaso la Europa. Ma altro era il concetto di Lenin; la borghesia democratica russa prendendo il potere parlamentare non sarebbe stata all’altezza di resistere agli assalti della controrivoluzione; occorreva porla da parte e gestire per procura la rivoluzione democratica borghese colla dittatura operaia e contadina.
Comunque, non si presentava nemmeno il proposito di attuare il socialismo economico in Russia senza la rivoluzione proletaria all’Ovest.
Un interessante riferimento di Trotsky mostra che la veduta di Lenin era ancor più geniale. Non solo in mancanza della direzione proletaria (a questo solo storico fine, coll’alleanza contadina) sarebbe stato impossibile impedire allo zarismo reazionario di rialzare la testa, ma per averne la sicurezza – ossia per solamente salvare in Russia la rivoluzione borghese – era necessaria la sollevazione del proletariato europeo! Un concetto che chiude il ciclo con la dottrina di Marx sulla riserva della controrivoluzione europea formata dalla Russia, mostruoso potere che jugula ribellioni borghesi e ribellioni operaie.
A Stoccolma così egli rispondeva a Plechanov, contrario alla presa del potere, in base al punto comune che la rivoluzione non sarebbe stata che borghese. O prendiamo il potere noi, diceva Lenin, o cadrà anche la rivoluzione borghese, e mai la nostra verrà.
«La restaurazione è da ritenersi parimenti inevitabile nella eventualità della municipalizzazione o della nazionalizzazione o della spartizione della terra, perché il piccolo proprietario sotto ogni forma di possesso o di proprietà rimane sempre l’appoggio della restaurazione. Dopo la completa rivoluzione democratica il piccolo proprietario si rivolterà immancabilmente contro il proletariato, e più presto il comune nemico del proletariato e del piccolo proprietario (l’assolutismo) sarà rovesciato, più presto egli si rivolterà».
«La nostra rivoluzione democratica non ha altre forze di riserva oltre il Proletariato Socialista dell’Occidente».
Ancora una volta in forma simbolica, Lenin non è mancato al suo tremendo appuntamento con la Storia. Abbiamo mancato noi, comunisti di Europa, della Terza Internazionale, e l’Opportunismo ci guarda oggi col suo ghigno di Bestia Trionfante.