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La questione nazionale nelle sue tre fasi storiche (Pt. 2)

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DOPO IL 1926

Dopo il 1926 la classe capitalistica europea non ha più due nemici, ma solo il popolo delle colonie, quindi può vincere la contesa a scala del mondo. Il quadro dei moti nelle colonie e nelle semicolonie, già fiammeggiante nel 1920, dal 1920 al 1927 culmina nelle Comuni proletarie di Shanghai e di Canton, ove la classe operaia era considerevolmente aumentata.

Intorno al 1950 la situazione in gran parte dell’Asia e di Africa era al parossismo della tensione. «Istituti tremendamente statici come quelli terrieri e teocrati di Oriente stanno paurosamente crollando in un mareggiare di guerre civili» (“Pressione razziale del contadiname, pressione classista dei popoli colorati”, 1953).

Soprattutto è la parte più intelligente della borghesia cinese che si ammanta di socialismo a trascinare con sé il contadiname per imporre il proprio Stato nazionale.

Oggi, a cento anni dal Congresso Internazionale di Londra del 1896, il quadro sociale è assai mutato. Attualmente lo sviluppo delle forze produttive è tale da richiedere nuovi rapporti sociali, socialisti, in tutto il mondo. Urge la messa in opera del “piano economico mondiale unitario” promesso da Lenin al II Congresso dell’Internazionale Comunista, pronto a poggiare su potenti forze.

«Ad uno svolto, che tutto al più possiamo porre al 1870», della fine in Occidente della sistemazione nazionale, «era puro disfattismo ogni rinvio della battaglia proletaria a dopo il raggiungimento di fini nazionali etnici o irredentisti». I marxisti diagnosticarono che nella fase imperialistica «il “principio di nazionalità” si presta bellamente a tutte le plastiche della arruffianata chirurgica diplomatica, specie nelle zone in cui, come nei disgraziati Balcani, non sono tracciabili sulla carta geografica i confini etnici linguistici e nazionali, i villaggi turco, greco, serbo e bulgaro, con i preti del caso, stanno a un passo tra loro, e mai l’odio, la guerra e la forza sistemarono quei terreni sul piano della nazionalità. Queste zone abbondano in Europa». «Il principio di nazionalità era tenuto sempre “in caldo” per poterlo agitare a fini di classe e soprattutto al fine di scombussolare l’autonomia vigorosa del movimento operaio, ma era disinvoltamente calpestato ogni volta che facesse comodo alle imprese economiche borghesi di soggiogare una provincia di confine, uno “spazio vitale”, o un disgraziato e colorato popolo d’oltremare» (“Il Proletariato e Trieste”, 1950).
 

CARATTERI NUOVI DI AUTODECISIONE

Nei primi anni del 1950 «l’attenzione del mondo è rivolta alla Persia, e al suo petrolio (…) Interessa rilevare che questa questione nazionale e questa rivendicazione di autodecisione presenta caratteri nuovi e suggestivi, se lumeggiati coi dati del materialismo storico. Non solo gli elementi razziali linguistici culturali e psichici e tutti quelli derivanti dalla tradizione, scompaiano quasi davanti alle grandi forze motrici del contrasto acutissimo odierno (…) primeggiando solo, ma allo stato incandescente di trasformazione, quelli che si traggono dalla vita economica (…)

«Lingua, cultura e carattere spirituale persiano, con profonde radici di tradizioni storica, se ne possono rinvenire largamente: ma quale contributo a questi caratteri trasmessi da millenni ha dato il petrolio dal 1900? La comunità di vita economica era poca cosa da quando il contenuto non era la costruzione di enormi cinte urbane e di dighe sui sacri fiumi col lavoro di milioni di schiavi. Paese con una densità di popolazione che non raggiunge dieci persone per chilometro quadrato, privo fino alla scoperta del prezioso minerale liquido di ferrovie; la stessa agricoltura copriva piccola parte del territorio e vi aveva sovrapposto un immobile ordinamento feudale culminante nella monarchia e nello Stato, in quanto la zona semidesertica e sterile era ancora percorsa da tribù nomadi, non uscite dallo stadio di barbarie, dedite all’armentizia ma incapaci di fissarsi in sedi stabili sul suolo inospitale. Nessunissima tendenza quindi ad una vita nazionale moderna, nessuna esigenza di costituzioni politiche nazionali come quella che provoca il sorgere delle forme moderne di produzione, dell’industria e del capitalismo.

«Tutto è sopraggiunto, in pochi decenni, dal di fuori e dall’oltremare. La scoperta del liquido prezioso, la nozione che esso è utile come combustibile, la tecnica che consente di estrarlo, di purificarlo, di trasportarlo, di utilizzarlo, la rete organizzata per collocarlo venderlo e trarne profitto. Tutto è recentissimo in quelle agglomerazioni costiere. Questa nuova versione del diritto nazionale, esaltata nella disdetta del governo persiano all’Anglo‑Iranian, merita di essere studiata dai marxisti. Che la nazionalizzazione iraniana del petrolio significhi conquista per il benessere dei poveri lavoratori del petrolio o dei poveri contadini servi della gleba e pastori vaganti; ecco l’immensa menzogna che l’analisi marxista deve sventare. Tutto quello che è sopraggiunto, in pochi decenni, non è dovuto a una borghesia che sempre più era evidente che non esisteva, ma all’afflusso di capitali internazionali che hanno sbloccato i compartimenti stagni, continuando anche dopo la nazionalizzazione, in aree sempre più grandi, come più sopra è stato dimostrato in Asia centrale, sostituendo ad essi l’intreccio grandeggiante della organizzazione mondiale del lavoro, quindi rivoluzionario» (“Patria economica?”, 1951).

Non solo l’Asia ma tutto il globo ha oggi raggiunto (anche se per vie diverse) un generale sviluppo della produttività e socialità del lavoro connesso internazionalmente da permettervi la dittatura proletaria, Resta certo da considerare la sopravvivenza di residui di classi detronizzate, il diverso grado di sviluppo del capitalismo, del salariato e della classe operaia nelle diverse aree, delle soprastrutture politiche, e delle soprastrutture delle soprastrutture: culturali, religiose, psicologiche ecc. Ma solo per individuare il metodo più spiccio per allontanare gli inerti storici dalla sola reazione esotermica che la chimica sociale conosce: la scissione della molecola nazionale borghesia imperialista-proletariato industriale moderno. Se, essendo finita nel 1870 la sistemazione nazionale in occidente, vi era puro disfattismo ogni rinvio della battaglia proletaria a dopo il raggiungimento di fini nazionali etnici o irredentisti, lo è ora anche per la rimanente parte dell’umanità. Di nuovo vediamo come la borghesia, nei disgraziati Balcani, nel medio Oriente, in Africa, e, quando le sarà utile, in qualunque luogo, resuscitare quel “principio di nazionalità” «per poterlo agitare a fini di classe e soprattutto al fine di scombussolare l’autonomia vigorosa del movimento operaio».
 

L’ATTUALE TERZO PERIODO

La diagnosi di Lenin che il capitalismo sviluppato “ha ravvicinato e mescolato tra di loro le nazioni, già del tutto attratte nella circolazione delle merci”, è più evidente oggi che la tecnica richiede sempre maggior contributo di materie prime ed energetiche provenienti dai quattro angoli del pianeta ed è in grado di produrre nel modo più efficace solo in quantità tali da poter soddisfare il bisogno di masse d’uomini ben maggiori di quelle contenute in un solo Paese, sia pur esso grande. La dimensione nazionale diventa sempre più stretta ed un limite per lo stesso capitalismo. «Le fabbriche diventano degli automi sempre più grandi», scrive Marx ne “Il Capitale”, Libro Primo, cap.13; oggi molte di esse sono composte di stabilimenti distribuiti su tutto il globo, collegati fra loro da un ferreo unico piano, «nelle quali aumenta la socialità del lavoro. Ma nelle relazioni fra le diverse unità produttive rimane il dominio del mercato». Il senso è quello del “Manifesto del Partito Comunista”: «La borghesia non può esistere senza rivoluzionare di continuo gli strumenti di produzione, quindi i rapporti di produzione, quindi tutto l’insieme dei rapporti sociali». Per il poderoso sviluppo tecnico, che comporta un consumo maggiore di quantità di materie prime e prodotti energetici, di gran lungo maggiore al 1920, tutti i paesi sono sempre meno autosufficienti; il capitalismo sviluppato, ravvicinando e mescolando tra di loro le nazioni, si è fuso su scala internazionale. Sul piano tecnico lo dimostrano, per esempio, i grandi gasdotti che dalla Siberia attraversando diversi paesi portano il gas a tutta l’Europa occidentale, così come il gas algerino che sottopassa il Mediterraneo. Molti elettrodotti attraversano diversi paesi.

Di questa stretta interdipendenza non possono non tener conto i piani di guerra degli Stati capitalistici, ormai ben oltre la dimensione nazionale, nei mezzi e nei fini: la guerra imperialista è una suppurazione del globale capitale mondiale, che nel suo complesso internazionale si distrugge per poter sopravvivere.
 

LA GUERRA RIVOLUZIONARIA

«Il socialismo proletario nel suo programma supera la nazione, non la organizza in forme nuove; prende atto che la stessa forma capitalistica sviluppata è capace di superarla» (“Patria economica?”, 1951). «Il Secondo Congresso panrusso dei Soviet adottò il decreto sulla pace, preparato da Lenin, primo atto del nuovo potere. Con esso si propone a tutti i paesi in guerra l’immediato inizio di trattative “per una pace giusta e democratica”: “Una pace immediata (…) una pace senza annessioni (…) e senza indennità” (…) Questa proposta concreta non costituisce una costruzione teorica. La posizione marxista è che un partito proletario non può in nessun caso appoggiare una annessione politica forzata; ma non consiste nel fare un capitolo del programma del partito della sistemazione ex novo di tutti i popoli omogenei in un nuovo ordinamento politico-geografico di Stati raggiunto e mantenuto dal consenso e senza violenza. Questa è ritenuta dai marxisti un’utopia inconciliabile con la società di classe capitalistica, più ancora con ogni altra, mentre in una società socialista il problema passa su altre basi, includenti la “distensione” e lo spengimento di ogni violenza statale. È una proposta tale che i paesi borghesi potrebbero accettarla, o almeno non possono rifiutarla per ragioni di principio» (“Struttura economica e sociale della Russia d’oggi”, cap.110, 1955).

«Lenin non ha mai condannata in principio la guerra rivoluzionaria» (cap.113). «Il trionfo finale del comunismo non può giungere se sono in armi, in parti del mondo borghese, eserciti indenni. Questa lezione dei fatti scrive nella nostra dottrina l’altro teorema che “la guerra delle classi non ha pacifismi”, non ha coesistenze di eserciti in armi e nemmeno e tanto meno di Stati politici nazionali» (cap.123).

«La guerra russo-polacca. Questo episodio storico ebbe una portata incalcolabile e sembrò rimettere in movimento tutte le forze proletarie di Europa: credemmo davvero che al levarsi delle baionette rosse sulla progredita, industriale, occidentale Varsavia tutto il sottosuolo dell’ovest avrebbe tremato e la faccia della vecchia Europa sarebbe tutta cambiata, come al principio del XIX secolo quando la incendiarono le baionette della grande rivoluzione borghese» (…) «Qui scrive Trotski: “Per quanto una tale guerra fosse imposta all’armata rossa, lo scopo del governo sovietico non era solo parare l’attacco, ma di portare la Rivoluzione in Polonia e in tal modo aprire con la forza la porta per il Comunismo in Europa”. Ecco il linguaggio di una Stato ed un esercito rivoluzionari (…) Il 30 aprile Trotski scrisse al Comitato Centrale ammonendo contro la speranza ultra-ottimistica di una rivoluzione in Polonia (i soliti falsi sinistri sostenevano ancora una volta che non si dovesse combattere in campo aperto esercito contro esercito, ma contare sulla forza notevole dei proletari e comunisti di Polonia). “Che la guerra termini con una rivoluzione dei lavoratori in Polonia, non vi può esser dubbio, ma non vi è nessuna base per credere che la guerra cominci con una simile rivoluzione”» (…) «Il 1° agosto Tukacevski è a Brest: Varsavia è a meno di 100 chilometri ad ovest; l’11 l’Armata Rossa è schierata davanti alla città. Purtroppo questa marcia trionfale fu duramente fermata, con un colpo terribile all’entusiasmo rivoluzionario» (cap.133).

La Rivoluzione comunista è una sola: inizia con la presa del potere statale all’interno di uno o alcuni paesi, e termina con l’abbattimento dell’ultimo Stato borghese del mondo. In questo complesso, forse non breve, ma continuo storico transitorio, la guerra rivoluzionaria non è che la prosecuzione della rivoluzione, la proiezione offensiva dell’esercito rosso come coerente prosecuzione della difensiva all’interno dai bianchi. Una volta vinta la virulenza del Capitale mondiale nei suoi centri di resistenza e nelle sue mostruose metropoli, allora in periferia si porranno non questioni nazionali, necessità di affermazioni politiche di classi locali borghesi, ma quelle di retaggi di arretratezza sociale da risolvere, in presenza di residui di classi piccolo produttrici urbane e rurali, come anche sopravvivenze preborghesi da accompagnare in uno sviluppo oggettivo.