Il terremotato Medio Oriente (Pt.2)
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Giordania e Cipro
Al lettore potrà sembrare che abbiamo dedicato troppo spazio per mostrare la falsità e la improponibilità della ipotesi della ingerenza russa, che universalmente la stampa usa, allorché deve fornire una spiegazione degli avvenimenti che si verificano nel Medio Oriente, e, in genere, nelle parti del mondo che vanno sottraendosi al giogo del vecchio colonialismo. Ma non si poteva diversamente, volendosi porre il lettore in grado di accettare a ragion veduta la nostra ipotesi, e cioè che i contrasti che dividono l’Inghilterra e l’America nel Medio Oriente, come la Francia e l’America nell’Africa del Nord, sono più profondi e reali che non la rivalità, più dichiarata che professata, che divide le potenze occidentali prese in blocco e la Russia.
Alla Giordania, abbiamo riservato recentemente un intero articolo. Qui converrà ripetere le cose essenziali, in maniera da collegare i passati avvenimenti all’ultimo clamoroso colpo di scena rappresentato dalla destituzione del britannico John Bagott Glubb, meglio noto come Glubb Pascià, dal comando della Legione Araba.
La Giordania, che fino alla guerra arabo-israeliana si chiamava Transgiordania perché aveva giurisdizione solo su territori posti al di là del fiume Giordano, è un esempio tipico di Stato creato… per fecondazione artificiale dalle cancellerie imperialiste. Dal punto di vista del governo britannico, la Trangiordania, più che uno Stato, è una caserma costruita per ospitare la Legione Araba. Questa in origine era una piccola formazione che crebbe poi durante la seconda guerra mondiale fino ad arrivare alle dimensioni odierne: quasi 18.000 uomini modernamente armati e comandati, fino alla cacciata di Glubb Fascia, da sessantotto ufficiali inglesi. La consegna permanente data dal Foreign Office alla Legione, non per nulla equipaggiata e istruita rispettivamente dall’industria di guerra e dallo Stato maggiore imperiale britannico, era e pare che debba rimanere ancora la vigilanza ai pozzi petroliferi irakeni e agli oleodotti che li collegano con la costa del Mediterraneo.
Durante la seconda guerra mondiale la Legione Araba fu docile strumento nelle mani inglesi e rispose appuntino allo scopo per il quale era stata creato. Sotto il commando di Glubb Pascià, debellò nell’aprile 1941 la ribellione antibritannica nell’Iraq, provvedendo a porre al sicuro dalle mene naziste i pozzi di Bassora, di Mossul e soprattutto di Kirkuk, nonché il gigantesco oleodotto che si diparte da quest’ultima località per sboccare a Haifa di Palestina e a Tripoli di Siria. Gli stessi servizi doveva rendere in Siria dando man forte ai degaullisti insorti contro le burocrazie militari rimaste fedeli al governo filo-tedesco di Vichy.
I guai recenti della Giordania sono cominciati proprio quando Abdullah, che dal 1946 era divenuto re, fece, grazie alla forza della Legione, il più grosso colpo della sua vita, cioè quando, intervenendo nella guerra arabo-israeliana del 1948, oltrepassò il Giordano e occupò parte della Palestina. L’annessione giordana interessò precisamente taluni territori che, secondo il deliberato dell’ONU, avrebbero dovuto costituire uno Stato arabo palestinese, accanto allo Stato israeliano. Fu una fortunata conquista territoriale perché Amman, che, come è noto, governa su un territorio che per gran parte non è che deserto, riuscì a catturare centri abitati relativamente sviluppati della Palestina. Ma, insieme con il bottino, fece ingresso nei confini dello Stato ingrandito una massa disperata e turbolenta di arabi palestinesi, che erano scappati dalle loro sedi avanti alle truppe ebraiche avanzanti. Secondo dati recenti, si tratterebbe di un buon quarto della popolazione giordana, che venne assistita in modo insufficiente dall’UNRWA, e quindi è malnutrita, cenciosa, alloggiata in miserabili baracche e, quel che conta, animata da odio furioso verso Israele.
Quando il patto turco-irakeno, firmato il 24 febbraio 1955, al quale aderirono successivamente il Pakistan, l’Inghilterra e l’Iran, venne a dividere la Lega Araba, la situazione della monarchia hascemita di Giordania cominciò a farsi pericolosa. Infatti, l’alleanza di Bagdad ebbe come contraccolpo la triplice alleanza del Cairo sottoscritta dall’Egitto, dalla Siria e dall’Arabia Saudita. La scissione avvenuta nel seno della Lega Araba comportò un rincrudimento della questione palestinese. Ora, si comprende come il governo di Amman non possa guardare con piacere ai piani accarezzati dagli accesi nazionalisti panarabi del Cairo nei confronti di Israele. Siano espressi nella loro versione estremista (cacciata in mare degli ebrei e soppressione dello Stato d’Israele) o in quella moderata (costituzione dello Stato arabo di Palestina, secondo il dettato dell’ONU) tali progetti non possono sedurre re Hussein. È chiaro, infatti, che, in ambo i casi. Amman dovrebbe rinunciare alle annessioni palestinesi e ridiventare, di conseguenza, capitale di una seconda Trangiordania. Al governo di Amman, ne siano a capo leaders simpatizzanti per il panarabismo o altri portati all’occidentalismo, conviene naturalmente perpetuare lo status quo territoriale. Ma ciò non conviene ai profughi arabi che bramano ritornare in Palestina e, pertanto, attribuiscono valore di amici soltanto ai nemici dichiarati di Israele, e cioè agli Stati della “triplice” egizio-saudita-siriana. Fu da questo materiale umano in ebollizione che partirono le violente dimostrazioni dello scorso dicembre.
La situazione della Giordania divenne critica per l’azione diplomatica svolta dalla alleanza del Cairo, in evidente appoggio agli insorti, e che culminò nella clamorosa offerta di una regolare sovvenzione finanziaria ad Amman, a sostituzione dell’eguale somma di sterline (8.750.000) che la Inghilterra corrisponde annualmente alla Giordania in forza del trattato anglo-giordano. Con la destituzione di Glubb Pascià, e di altri ufficiali superiori di nazionalità britannica dal comando della Legione Araba, annunciata il 2 marzo, la monarchia giordana ha tentato di uscire dalle strettoie.
L’atto clamoroso doveva arrecare un grave colpo al prestigio britannico, ma non ha comportato quella debacle inglese in Giordania attesa dalla stampa filo-egiziana. A distanza, esso appare come una abile via di mezzo tra la rottura dell’alleanza con l’Inghilterra e la soddisfazione delle richieste del movimento panarabo capeggiato dal Cairo. All’indomani della cacciata di Glubb Pascià, il governo di Amman ha riaffermato la propria fedeltà all’alleanza con Londra, consentendo altresì a una sessantina di ufficiali che ancora prestano servizio nella Legione Araba di restare ai loro posti. A riprova delle intenzioni giordane è venuto il rifiuto opposto da re Hussein al premier siriano El Ghazzi, recatosi il 9 marzo ad Amman, in veste di latore e di interprete delle proposte avanzate dalla Conferenza dei capi di Stato di Egitto, Arabia Saudita e Siria, riunita al Cairo. A re Hussein sarebbe stato proposto, a quanto riferisce la stampa inglese, di recarsi al Cairo per discutere su un progetto di adesione della Giordania alla triplice egizio-saudita-siriana.
Ma è chiaro che l’Inghilterra non può ritenersi soddisfatta. La Giordania continua a prendere le sovvenzioni britanniche e a rispettare le clausole del trattato anglo-giordano che consentono all’Inghilterra di tenere basi aeree e formazioni corazzate in territorio giordano. Ma chi può dire fino a qual punto la Corte e il governo di Amman potranno resistere alla pressione coordinata che, all’interno dello Stato come dall’estero, il nazionalismo pan-arabo esercita su di essi? Una cosa è certa: la cacciata di Glubb Pascià ha intaccato fortemente il predominio inglese in Giordania e in tutto il Medio Oriente. Non deve stupire pertanto che, pur di salvarsi, il governo di Londra non abbia esitato a sfidare il nazionalismo greco a Cipro, a costo di provocare una crisi nello stesso schieramento della NATO.
Il governo di Londra, prendendo la grave misura della deportazione dell’arcivescovo Makarios, capo effettivo del nazionalismo pan-ellenico cipriota, era sicuramente in grado di prevedere che l’atto di forza avrebbe provocato la violenta reazione della Grecia, che apertamente aspira ad annettere l’isola. Il governo di Londra sapeva pure che gli Stati Uniti avrebbero appoggiato decisamente le recriminazioni anti-britanniche della Grecia. Non si deve dimenticare che l’attuale Stato greco deve in definitiva la sua esistenza agli Stati Uniti, i quali si addossarono il compito di condurre una sanguinosa repressione contro il movimento partigiano alimentato dalla Russia, e, fino alla scomunica cominformista di Tito, dalla Iugoslavia.
Ciò mostra quanto sia giusta la nostra tesi che l’ingerenza russa nel Medio Oriente non spiega affatto gli sconvolgimenti in atto nella zona. Infatti se veramente la diplomazia russa e i partiti comunisti legati a Mosca fossero il nemico principale dell’Inghilterra alle prese con il nazionalismo arabo, non si potrebbe spiegare come avviene che l’Inghilterra, in un momento di massimo pericolo per le sue posizioni mediorientali, possa gettarsi su una linea politica che ha l’effetto di drizzarle contro gli alleati occidentali. Chi ha mia visto uno che per fronteggiare l’assalto del nemico, provvede innanzitutto a guastarsi con gli alleati? Il punto da chiarire come si vede è un altro: l’Inghilterra e gli Stati Uniti sono veramente alleati per quanto riguarda la loro azione nel Medio Oriente? Si vedrà allora che il colpo vibrato a Cipro si può considerare come un supremo tentativo inglese, inteso a costringere gli Stati Uniti a comportarsi finalmente da alleati e non più da sornioni sabotatori della politica inglese nel Medio Oriente.
Il duello anglo-americano
È vero che non è la prima volta che l’Inghilterra muove la pedina di Cipro nel complicato e disperato gioco che conduce verso gli Stati arabi. Già all’epoca dei tumulti giordani Cipro fece parlare di sé. Accadde — e ne riferimmo — nello scorso gennaio, allorché Eden decise di inviare nell’isola un reparto di truppe paracadutate, forte di 2.000 uomini. Si temette allora che la minacciosa misura dovesse preludere, come dicemmo, ad una “guatemalizzazione” della Giordania; e tale eventualità non è invero ancora da scartare del tutto.
Non a caso, il secondo grosso avvenimento registrato nella situazione di Cipro si è verificato all’indomani di un altro rivolgimento accaduto in Giordania, cioè, appunto la cacciata di Glubb Pascià. La deportazione dell’Arcivescovo Makarios, capo della Chiesa ortodossa dell’isola e bandiera del movimento filo-ellenico, segue di appena una settimana il colpo di testa di re Hussein di Giordania. Ma stavolta gli accadimenti ciprioti non sono rimasti circoscritti nella crisi imperiale della Gran Bretagna, ma, al contrario, ne sono saltati fuori violentemente, investendo lo stesso schieramento del Patto Atlantico. I tumulti antibritannici scoppiati in Grecia, la violenta protesta del Governo di Atene, la furiosa campagna inscenata dalla stampa greca contro il governo Eden hanno messo a repentaglio le relazioni tra Londra e Atene. Né basta la decisione, presa dal governo greco, di deferire la questione di Cipro alle Nazioni Unite: ha trasformato la crisi greco-britannica in una crisi dell’intero schieramento atlantico. Infatti, le Nazioni aderenti al Patto Atlantico saranno poste, se e quando la questione di Cipro sarà discussa all’ONU, nella spinosa alternativa di prendere posizione contro l’una o l’altra delle parti, entrambe amiche e alleate.
Gli Stati Unti non hanno, invero, esitato nella scelta. Immediatamente si sono schierati al lato della Grecia. Infatti, l’ambasciatore statunitense in Grecia si precipitava, il 13 marzo, al ministero degli Esteri greco per consegnare il testo di una dichiarazione, diramata il giorno prima a Washington dal Dipartimento di Stato, nella quale si esprimeva la «preoccupazione piena di simpatia» del governo americano per gli avvenimenti di Cipro. Il passo americano sollevava violente proteste nella stampa britannica. Il “Daily Mail” giungeva al punto di definire il gesto americano «un calcio in bocca alla Gran Bretagna». In tal modo, Cipro diventava una questione della NATO.
Ma nessuno sulla stampa ha chiarito un punto: sapeva il governo inglese a quali reazioni greche e americane andava incontro colpendo brutalmente il movimento filo-ellenico di Cipro? Di certo c’è che da tempo erano note le mire della Grecia su Cipro, isola abitata da circa 364.000 greci e da una minoranza turca di circa 80.000 persone. Né le aspirazioni di Atene sono senza fondamento, avendo dimostrato il plebiscito indetto nella isola nel gennaio 1950 che la popolazione è favorevole, a schiacciante maggioranza, all’unione alla Grecia. Quale importanza rivesta al momento la questione di Cipro per Atene, si vede dal fatto che le recenti elezioni greche hanno visto i partiti rivali azzuffarsi nei comizi elettorali quasi esclusivamente sulla politica di Atene verso Cipro. Né il governo di Londra ignorava, d’altra parte, che gli Stati Uniti sarebbero intervenuti a fianco della Grecia per evitare lo sfasciamento dell’alleanza atlantica. Non potendosi ritenere che tutto il Foreign Office sia stato colpito da improvvisa cecità, si deve ritenere che il governo di Londra abbia operato a freddo la deportazione di Makario. In vista di che? È chiaro: Londra ha manovrato sia per raggiungere lo scopo immediato di far risalire il prestigio britannico offuscato, agli occhi degli arabi, dalla cacciata di Glubb Pascià, sia per ottenere finalmente la soddisfazione di un desiderio alimentato lungamente dalla diplomazia inglese: la “associazione” americana alla politica britannica nel Medio Oriente.
Tutto quello che Londra è riuscita a ottenere da Washington, dall’epoca dell’annuncio dell’accordo russo-egiziano per la vendita delle armi, è stata la riconferma dell’accordo tripartito anglo-franco-americano del 25 maggio 1950, che garantisce l’odierna frontiera arabo-israeliana. Ai reiterati inviti di adesione al Patto di Baghdad, il governo di Washington ha risposto invariabilmente picche. Né Londra disponeva finora di mezzi atti a far recedere i cari cugini americani dalla politica dello wait and see, cioè di stare a vedere come la costruzione imperiale britannica affoga. Ora Londra possiede di che ricattare gli Stati Unti: appunto la crisi di Cipro. Non essendo riuscita ad ottenere un cambiamento della politica americana nel Medio Oriente, oggi cerca di farsi “vendere”, potendo dare in cambio qualche soddisfazione al nazionalismo greco-cipriota, l’“associazione” richiesta invano a Washington. Riuscirà il gioco inglese? O riuscirà l’America a fronteggiare il ricatto con un controricatto?
Intanto, possiamo sapere fin da ora che cosa Londra intende ottenere da Washington. Non certamente un fronte unico contro la “ingerenza russa” nel Medio Oriente, o tantomeno contro le utopistiche politiche autarchiche ispirate dal velleitario nazionalismo arabo. Londra tende ad arrestare l’espansione americana nel Medio Oriente, che, iniziata durante la seconda guerra mondiale, minaccia di scalzare definitivamente l’influenza britannica. In realtà, i soli possibili rivali che si fronteggiano in questa zona sono le compagnie petrolifere americane e inglesi, le quali soltanto posseggono l’attrezzatura necessaria a estrarre e trasportare ai mercati di consumo transoceanici il petrolio di Kuwait, Bahrein, Arabia Saudita, Iran, ecc. La tirannia dello spazio ci vieta di illustrare, come vorremmo, questo importante fenomeno, che dobbiamo rimandare a prossime trattazioni. Basterà per ora citare il caso dell’Iran, ove le disgrazie procurate da Mossadeq all’Anglo-Iranian sono state sfruttate dalle compagnie petrolifere americane per penetrare nel paese. E il caso dell’Egitto, ove gli americani stanno entrando mentre gli inglesi ne escono, finanziando la costruzione della gigantesca diga di Assuan. Né mancano altre prove dell’arretramento del vecchio colonialismo inglese sotto la spinta del nuovo colonialismo usuraio capeggiato dagli Stati Uniti.
Il rivolgimento non è certo di poco conto, se gli avvenimenti del Medio Oriente e dei paesi rivieraschi del Mediterraneo si ripercuotono sulla politica mondiale, come non avveniva da secoli. Contrariamente a quanto pretende la stampa cominformista, o genericamente democratica, che vede nei tumultuosi avvenimenti di questa vitale zona del mondo la «marcia dei popoli oppressi verso l’indipendenza», lo sviluppo storico dei paesi arabi è gravemente ostacolato dai meccanismi economici che subordinano le colonie alle metropoli, gli Stati formalmente sovrani ai centri imperialistici. L’indipendenza di questi Stati, e degli altri che vanno sorgendo dalle rovine del vecchio colonialismo, è reale solo sul terreno giuridico. Per il momento, tale giudizio è valido anche per i grandi Stati asiatici, quali la Cina, l’India, l’Indonesia, il Pakistan. Ma questi possono sperare di arrivare, attraverso una dura e non breve lotta per l’industrializzazione, ad allentare la servitù economica verso l’Occidente industriale. Per i paesi arabi, invece, l’avvenire è scuro, perché non posseggono le risorse naturali e le energie demografiche che sarebbero necessarie per abolire l’unilateralità delle loro economie nazionali e ridurre la dipendenza dall’Occidente.